Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Dentro il #PolarVortex

Posted by on 21:56 in Attualità | 2 comments

Dentro il #PolarVortex

I blogger bravi quando non hanno molto tempo scrivono “light blogging”. Ecco, questi sono giorni in cui ci tocca stare leggeri ;-).

Ma con quello che è accaduto di recente e che ancora bolle in pentola per fortuna c’è materiale che da solo vale un post. Una rappresentazione grafica in 3D del Sudden Warming dei primi giorni dell’anno. Davvero spettacolare!

NB: l’immagine in testa al post viene da una gallery dedicata al Vortice Polare: http://pages.jh.edu/~dwaugh1/gallery_stratosphere.html

Enjoy

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La media degli errori è quasi sempre un errore

Posted by on 07:00 in Attualità | 4 comments

La media degli errori è quasi sempre un errore

Per chi non lo sapesse, le previsioni climatiche, meglio note come scenari perché se fossero definite previsioni dovrebbero anche essere verificabili e si capirebbe che sarebbe meglio lasciar perdere, non si fanno quasi mai con un singolo modello, quanto piuttosto con la media dei modelli a disposizione, la cosiddetta model mean.

Ad esempio, tutte ma proprio tutte le determinazioni dell’IPCC, compreso l’ultimo Special Report redatto ad hoc per la COP24 (di cui si è parlato diffusamente anche ieri), scaturiscono da conti fatti sulla base della media dei modelli. Che, puntualmente, è sbagliata. Non è certo la media tra un modello che sbaglia sulla temperatura della terraferma sommato ad uno che sbaglia sul mare che può restituire qualcosa di simile alla temperatura su terra e mare… Ma, questo, pare proprio che fino ad oggi non si potesse neanche dire.

Arriva però un articolo su Nature Climate Change, ripreso alcuni giorni fa da WUWT, nel cui abstract c’è una frase piuttosto esplicativa. Prima il titolo e poi la frase.

Taking climate model evaluation to the next level

[…] there is now evidence that giving equal weight to each available model projection is suboptimal

Quindi, non tutti i modelli sono uguali perché, evidentemente, qualcuno è più uguale degli altri ;-).

Nel post su WWUT c’è una delle immagini presenti nell’articolo, questa qui sotto:

E’ l’errore su base annuale rispetto alle osservazioni dell’ensemble dei modelli del progetto CMIP5, appunto quello realizzato per l’IPCC. Facciamo il gioco di “individua l’errore”:

  1. A qualcuno piace caldo. Innanzi tutto, c’è più errore rosso che errore blu, e questo significa che i modelli sbagliano verso il caldo.
  2. Anche il Polo piace caldo. Poi c’è l’errore sul mare attorno all’Antartide, una differenza rispetto alle osservazioni anche di 1,5°C. Ricordo che per l’AGW che tutti dovrebbe seppellirci si parla di 0.8°C dall’inizio dell’era industriale: qui l’errore è di 1,5°C, circa il doppio. Non solo, ma scaldando così tanto in modo artefatto il mare oltre i 60°S, quanto ghiaccio fino in meno si forma? E quanto vapore acqueo finto in più viene ceduto all’atmosfera? E quanta neve finta in più cade sull’Antartide? E quanto varia l’albedo in funzione di questo errore?
  3. L’ENSO perenne. Fuori dalle coste di Africa e Sud America ci sono due grosse aree di errore positivo. Quella macchia rossa è qualcosa di molto simile a quello che si vede quando c’è El Niño, che è un meccanismo del tutto naturale che rilascia enormi quantità di calore in atmosfera, vedi anni recenti. Ma se i modelli “forzano” un comportamento simile a quello di El Niño più spesso di quanto questo succeda in realtà, ancora una volta immettono una forzante di riscaldamento artefatta nel risultato.

A valle di tutto questo, la media dell’errore è quasi sempre un errore.

E questa è la ragione per cui ho deciso di sottoporre alla vostra attenzione questo argomento. Appena ieri infatti, abbiamo diffuso un documento contenente, tra molte altre cose, anche un’immagine che mette in comparazione i modelli e le osservazioni. Un confronto alquanto impietoso, ma con un outlier, un modello Russo, che sembra essere invece in ottimo accordo con “il clima che fa”, almeno con riferimento alla temperatura superficiale.

Nei commenti al post di ieri sono state diffuse anche alcune informazioni un po’ più dettagliate.

Bene, nell’articolo di Nature Climate Change, sono state fatte anche comparazioni tra singoli modelli e, guarda caso, pare che quello che se la cava meglio sia proprio lo stesso modello russo di cui sopra. Per inciso quel modello non solo forse funziona meglio degli altri, ma non mi pare che preveda sfracelli in relazione alla temperatura… speriamo resista alla voglia di… media!

Enjoy.

 

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Sono Scettico

Posted by on 07:00 in Attualità | 30 comments

Sono Scettico

Attorno a metà dicembre 2018 mi sono reso conto che non avevo mai fatto un “esame di coscienza” per capire quale erano le motivazioni del mio scetticismo climatico. Avevo tante informazioni e sensazioni che però non avevo mai organizzato e razionalizzato.

Ho quindi deciso di raccogliere per uso personale una serie di considerazioni che potessero giustificare il mio essere scettico nei confronti dell’ipotesi (teoria) del riscaldamento globale di origine antropica (alias cambiamento climatico) e ho scritto circa 30 pagine dal titolo Sono uno scettico climatico. Sì, ma perché? in cui, dopo una premessa che riguarda la mia definizione di scettico, ho riportato quasi integralmente alcune considerazioni, scritte insieme a Luigi Mariani e parzialmente pubblicate altrove, relative all’ultimo report dell’IPCC (SR1.5), seguite da una serie di punti di cui si discute nel dibattito climatico, corredate dalle mie considerazioni che ovviamente sono dettate dal mio modo di vedere il dibattito, dal mio carattere e dalla calma o dalla foga con cui affronto gli argomenti (questi particolari argomenti).

Quella che mostro è quindi (e non può essere altrimenti) una disamina di argomenti oggettivi che contengono i miei commenti che considero, anch’essi, oggettivi ma che possono facilmente essere visti come di parte, su cui si può benissimo non essere d’accordo, sia per gli argomenti che per il tono usato.
Ad esempio Luigi Mariani, la prima persona che ha letto una versione preliminare del testo, non è stato d’accordo con la mia impostazione: credo che l’abbia considerata troppo partigiana e poco scientifica. Avrei dovuto essere più “galileiano” e usare i dati e la scienza invece che affermazioni “talebane” e arrabbiate.

A mio parere la sua è una posizione accettabilissima e addirittura condivisibile e io, durante la mia vita lavorativa nel campo della ricerca astronomica e, nel corso di questi ultimi anni, nei post su CM e anche nelle due pubblicazioni scientifiche prodotte insieme all’amico Luigi, credo di aver dimostrato di poter e saper essere galileiano.
Anche Guido Guidi ha letto in anteprima una versione del testo e mi ha espresso la sua completa approvazione: certo, anche lui avrebbe potuto e voluto introdurre argomenti di tipo “filosofico”, forse simili a quelli di Luigi Mariani, ma ha preferito non intaccare quella che ha definito la mia “proprietà intellettuale”.

Il punto che ho cercato di portare avanti in questo testo è che, qui e adesso, è in atto una specie di guerra combattuta senza esclusione di colpi da persone che difendono una visione del mondo (e della scienza) che io non condivido e che voglio contrastare con tutte armi che possiedo (spero non con le menzogne che quotidianamente leggo e tutti noi leggiamo dal campo avverso).

Dicevo all’inizio che originariamente questo testo doveva servire solo a me; ho pensato però che, con tutti i suoi limiti e i suoi personalismi, avrebbe potuto essere utile ad altri lettori di CM in vari modi, dal rispondere alle critiche al costruirsi una propria visione dentro il dibattito climatico. Quindi lo rendo pubblico tramite CM, sottolineando che ho cercato di usare il linguaggio più semplice che ho saputo trovare anche se certi tecnicismi sono risultati inevitabili, nella speranza di essere utile.

È mia intenzione tenere aggiornato, per quanto possibile, questo testo. Quindi, ogni tanto, produrrò una versione nuova.

Click per il PDF
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Le Previsioni di CM – 14/20 Gennaio 2019

Posted by on 21:17 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 14/20 Gennaio 2019

Queste previsioni sono di Alessandro

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Situazione ed evoluzione sinottica

L’Europa occidentale continua ad essere interessata da un solido anticiclone centrato sul vicino Atlantico, mentre un’ampia saccatura centrata sulla regione baltica interessa l’Europa centro-orientale fin sulle coste africane. Il rafforzamento del geopotenziale sul settore occidentale europeo determina una discesa di aria fredda, passante dal Mar di Norvegia, diretta sull’area balcanica che interesserà velocemente tutta la Penisola in particolar modo il settore adriatico, influenzando maggiormente le regioni meridionali che subiranno anche l’effetto orografico dovuto alla forte ventilazione nei bassi strati.

Il successivo spostamento a levante dell’impulso freddo verrebbe seguito da un’altrettanta rapida ripresa del pressione sull’Europa meridionale che mitigherà il campo termico. Intanto nuove correnti provenienti dal Canada sospingeranno un fronte perturbato ad ovest delle isole britanniche che dalla giornata di giovedì scorrerà sul bordo nord-orientale del forte anticiclone centrato sulle Azzorre, contribuendo a formare un canale perturbato dall’estremo nord est canadese fin sul Mediterraneo centro-occidentale, dove darà origine ad una circolazione ciclonica. Quest’ultima pare intensificarsi proprio in corrispondenza del fine settimana, anche se rimane ancora incerta l’evoluzione della struttura depressionaria in questione, stando ai modelli matematici di queste ore. In particolare, la persistenza  del vasto vortice centrato sull’area baltica potrebbe favorire l’intervento di eventuali apporti di aria più fredda ad alimentare nuovamente la circolazione ciclonica sull’area mediterranea.

Il modello ensemble ECMWF confermerebbe la fase perturbata che dovrebbe influenzare la nostra Penisola in maniera più decisa proprio in corrispondenza della fine del periodo di previsione e si consiglia pertanto di seguire i prossimi aggiornamenti, con particolare riferimento al campo termico previsto.

Linea di tendenza  per l’Italia

Lunedì sul Meridione condizioni di instabilità con precipitazioni in particolare su coste campane e Sicilia settentrionale, nevose a quote superiori ai 1100 metri in miglioramento a partire dalla Campania. Nubi al mattino al Centro con deboli precipitazioni su Sardegna, Lazio centro-meridionale e Abruzzo con tendenza al miglioramento già in tarda mattinata. Al Nord prevalenza di cielo sereno eccetto sull’arco alpino dove saranno possibili nevicate sul settore occidentale oltre i 1200 metri e su quello orientale oltre i 700 metri.

Martedì stabile e soleggiato in gran parte d’Italia, a parte nubi basse al mattino sulla Sardegna centro-occidentale e possibili locali piovaschi su Abruzzo, Molise e zone settentrionali di Basilicata e Puglia, ma in miglioramento già durante il mattino.

Mercoledì iniziali condizioni di bel tempo sulla nostra Penisola, ma con graduale aumento della copertura sulle regioni occidentali con deboli piogge dal pomeriggio su Liguria e aree costiere tirreniche centrosettentrionali.

Giovedì copertura nuvolosa a tratti diffusa al Nord e sulle regioni tirreniche associata a locali piovaschi su Liguria e Lombardia, mentre su Toscana, Lazio, Umbria e Campania settentrionale piogge più diffuse; i fenomeni dalla serata saranno possibili anche su Friuli-Venezia Giulia e coste ioniche di Calabria e Puglia.

Venerdì al Nord e sulle regioni tirreniche possibili deboli piogge, mentre sui rilievi alpini e appenninici tosco-emiliani potranno assumere carattere nevoso a partire dai 400 metri di altitudine; spesse velature sul resto d’Italia.

Sabato e Domenica ancora instabilità atmosferica e possibile maltempo.

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Aggiornamento Outlook invernale 2018-2019

Posted by on 08:49 in Attualità, Meteorologia, Outlook | 13 comments

Aggiornamento Outlook invernale 2018-2019

Con questo secondo articolo possiamo cominciare a discutere, oltre che di prognosi, di analisi dei dati. Cominciamo subito con il dire che la previsione fatta nel primo outlook stagionale, a riguardo delle dinamiche stratosferiche, è andata complessivamente a buon fine sia nei tempi indicati che, a carattere generale, nei metodi, sia pure con le opportune declinazioni (al tempo inimmaginabili) che vedremo. Ora che l’evento stratosferico estremo è nella realtà dei fatti abbiamo l’opportunità di valutare il fenomeno e quindi di cominciare a discutere di possibili dinamiche troposferiche evolutive.

Nel precedente outlook si immaginava una dinamica che portasse ad un MMW con split del vortice di tipo classico invece si è giunti all’evento, e lo si consumerà, in maniera non esattamente canonica. Purtroppo lo shutdown che ha coinvolto alcuni servizi pubblici statunitensi non ci permette di usare i dati di reanalisi ma cercherò validi sostituti a supporto.

Iniziamo con il valutare la dinamica degli impulsi troposferici che hanno guidato l’intero evolversi del fenomeno sia in fase preparatoria che nella sua consumazione.

Dalla figura 1  è possibile notare il fitto gioco di sponda tra la troposfera e la stratosfera che lentamente hanno intessuto il Major Midwinter Warming con superamento della fatidica soglia dei -3 di fine dicembre scorso. Seguendo la numerazione possiamo vedere come fasi di espansione e raffreddamento della massa tra l’alta e la medio-bassa stratosfera abbia corrisposto una compressione della massa tra la bassa stratosfera e la troposfera e così via (vedi dal punto 1 nel grafico). Dal punto 6 si apprezza il primo risultato di questa “comunicazione” con il preavviso di cambio di marcia che inverte il gioco di sponda con la massa stratosferica medio-alta in debole compressione e la bassa stratosfera e troposfera in espansione (punti 7 e 8). Il punto 8 lo possiamo definire un punto di chiusura dell’intera tessitura avviata nella prima fase autunnale. Il punto 9 è il vero e proprio impulso che dalla troposfera sfonda in stratosfera grazie al transito della convezione equatoriale (MJO) dalla zona 1 e poi in zona 2 per concludere questa fase nella zona 3 sempre in buona ampiezza, anche se non eccessiva. Il passaggio in zona 3 è avvenuto nei giorni dal 7 all’11 dicembre scorsi attivando un aumento del geopotenziale dalla bassa alla media stratosfera (7-10hPa) amplificandone il segnale e determinando una sempre maggiore convergenza di flusso orizzontale in zona siberiana orientale che dinamicamente comporta una compressione della massa per effetto di caduta verticale del flusso e quindi un riscaldamento (vedi gli effetti in figura 2).

La successiva fase di espansione della massa atmosferica nella colonna troposferica e bassa stratosferica fino a circa 70hPa, contrassegnata al numero 10, corrisponde al successivo transito della MJO in zona 4 che tende generalmente a spegnere la dinamica sopra descritta (più avanti definiremo un po’ meglio). La zona sempre contrassegnata al numero 9 ma tra i livelli compresi tra 5hPa circa e 0,4hPa non è altro che la risposta all’azione di compressione della massa atmosferica sottostante con espansione di quella sovrastante. L’entrata della convezione equatoriale in zona 5 il giorno 18 dicembre rappresenta l’accensione della miccia che porterà al superamento della soglia di -3 dell’indice NAM10hPa e dell’indice SEI (Stratospheric Event Index) il giorno 29 dicembre, conclamando l’Evento Stratosferico Estremo (vedi figura 3).

Nelle figure 4 e 5 sono evidenziati, tra le curve in nero, rispettivamente l’impulso troposferico alla quota isobarica di 500hPa e i successivi effetti di propagazione in bassa stratosfera evidenziati alla quota isobarica di 200hPa.

Da notare che l’impulso troposferico è indotto dal transito in zona 1 della MJO con i successivi effetti nel trasferimento nelle zone 2 e 3 che sono stati sopra discussi.

Il realizzarsi di tutta questa dinamica, fino al conclamarsi dell’Evento Stratosferico Estremo, ha però una radice piuttosto importante ovvero il gradiente meridionale di geopotenziale alla quota isobarica di 10hPa.

Dalla figura 6 possiamo notare la curva arancione rappresentante l’anomalia del geopotenziale alla quota isobarica di 10hPa tra le latitudini di 20°N e 30°N che è stata, fin dal primo luglio scorso, sempre al di sotto del valore medio del relativo periodo. Tale caratteristica ha contribuito ad attenuare notevolmente il valore di gradiente meridionale tra le alte e le basse latitudini (vedi curva tratteggiata verde) anche in presenza di un vortice in sede polare anche più profondo del normale (vedi curva in blu) sottraendo velocità zonale al vortice stesso (vedi figura 7). Da qui la cronica difficoltà del vortice polare stratosferico ad approfondirsi molto durante l’avanzare stagionale nonostante i bassi valori di temperatura raggiunti nella fase autunnale (vedi figura 8) toccando il 19 novembre scorso il valore minimo di circa -73,8°C.

Tutta questa dinamica ha poi portato il giorno 4 gennaio allo split del vortice polare alla quota isobarica di 10hPa. Da questo punto arrivano le novità… Nella dinamica classica degli eventi che portano allo split del vortice polare nella media stratosfera si vede mediamente l’azione congiunta delle due onde planetarie che lasciano il vortice principale, quello più profondo, sul comparto canadese e quello secondario sul comparto europeo. Quanto avvenuto invece è riconducibili a quei casi in cui la scissione è affidata alla sola, o quasi, azione della prima onda. Le sequenze nelle figure 9 e 10 inerenti rispettivamente il geopotenziale alla quota isobarica di 10hPa e la vorticità potenziale al livello isoentropico di 850K (circa 10hPa) chiariscono meglio quanto appena descritto.

Come detto dalle due sequenze si nota molto chiaramente come il vortice in zona europea sia il soggetto principale e quello verso il comparto canadese quello il secondario. Tale dinamica si fa sempre più evidente scendendo di quota con il vortice sul comparto euro-siberiano che risulta la figura protagonista facendo assomigliare sempre più l’evento ad una dinamica displacement.  Le manovre complessive in area canadese non forniscono quantità di moto sufficiente all’insorgere della seconda onda stratosferica così che la scissione è piuttosto labile tanto è vero che già dal 7 gennaio c’è l’inizio di manovra atta al ricompattamento. In soldoni quanto descritto da un lato ha lasciato una seconda onda troposferica piuttosto attiva a ridosso dell’Europa occidentale aprendo sia la via ad irruzioni di aria artica prevalentemente marittima, salvo un iniziale contributo più continentale avuto proprio nei primi giorni dell’anno, che una focalizzazione delle precipitazioni sul medio-basso versane adriatico ed il meridione mentre le regioni sud-alpine e settentrionali in genere sono rimaste sottovento alla barriera alpina con frequenti episodi di foehn mentre lo stau ha flagellato il versante nord della stessa catena. Se guardiamo al grafico di figura 11, inerente la diversa media distributiva delle anomalie in caso di MMW split (a) e di MMW displacement (b), notiamo al confronto con la figura 1 che esistono delle chiare analogie con lo schema alla lettera “a” dello split nel periodo precedente l’evento ma certo non mancano alcune sovrapposizioni con la dinamica che precede il displacement.

In particolare si nota l’approfondimento più consistente del vortice stratosferico più palese tra i 30 e i 10hPa nel periodo compreso i 70 e i 45 giorni precedenti l’evento, o piuttosto, l’anomalia negativa di geopotenziale tra la troposfera e la bassissima stratosfera attorno ai 15 giorni precedenti l’evento. Nella chiara evoluzione verso uno split o un displacement di un nascituro MMW non è secondario né il transito della convezione equatoriale in zona 4 e non lo è la sua modalità. In 7 eventi di displacement e split esaminati dal 1977 al 2000 il passaggio e la permanenza media in fase 4 della MJO nei trenta giorni precedenti l’evento è stata per il primo caso di 5,3 giorni con ampiezza media di 1,11 e per il secondo caso di 1,3 giorni con ampiezza media di 0,9 (il basso numero di giorni sta ad indicare che molti casi di split non sono nemmeno preceduti dal passaggio in fase 4 nei trenta giorni precedenti l’evento). La lunga permanenza in fase 4 con buona ampiezza precede mediamente i casi di MMW displacement mentre brevi passaggi con ampiezza bassa precedono generalmente eventi di tipo split. Nel caso qui discusso la permanenza nella fase 4 è stata di 6 giorni con una ampiezza media di 2,2. Secondo la statistica il MMW avrebbe dovuto manifestarsi secondo un displacement, motivo per il quale sulla base delle molteplici forzanti il risultato finale è stato un insieme dei due eventi.

Da notare sempre dalla figura 11 che gli eventi split hanno una risposta troposferica immediata con eventi anche rilevanti concentrati in un periodo relativamente breve di una trentina di giorni mentre negli eventi di tipo displacement si nota una chiara maggiore difficoltà della sua natura dinamica a scendere sotto la tropopausa influenzando energicamente la troposfera, così che gli effetti ne risultano meno drammatici ma molto più duraturi nel tempo, una sessantina di giorni. Come detto precedentemente se alle quote medio-alte stratosferiche possiamo descrivere l’evento come pienamente split scendendo di quota si nota la maggiore somiglianza ad un evento tipo displacement e finora anche gli effetti in troposfera lo confermano.

Onestamente dipanare la matassa non sembra cosa facile ma avendo maturata un’idea la propongo.

Prima di addentrarmi nel tentativo di prognosi ripropongo qui di seguito il grafico dell’attività d’onda per segnalare come la previsione sia stata veramente performante e certamente l’evoluzione proposta deve tenerne parecchio conto.

A mio modesto parere dalla metà circa del corrente mese dovremmo assistere ad un graduale cedimento del campo di pressione sul Mediterraneo centrale con graduale rinforzo dello stesso sul medio Atlantico arretrando rispetto la posizione attuale. Tale manovra aprirà la strada a soventi azione depressionarie nei mari attorno alla Penisola. Il blocco atlantico favorirà un’azione prevalente da Dipolo Artico positivo con alimentazione fredda di aria artica prevalentemente marittima ma non è possibile escludere anche brevi contributi per episodi più continentali. Nel dettaglio possiamo immaginare la discesa delle correnti fredde ad interessare maggiormente l’Europa orientale settentrionale e centrale con temperature diffusamente sotto media. Per l’Italia la zona più interessata potrebbe essere il nord Italia con più di qualche occasione di neve ad interessare anche le pianure ed un po’ più marginalmente il centro. Il meridione dovrebbe risentire maggiormente del richiamo meridionali innescato dalle suddette depressioni mediterranee. Secondo lo schema dell’attività d’onda la fase maggiormente interessata da tale configurazione potrebbe collocarsi tra l’ultima decade del corrente mese e la prima del successivo. Ovviamente questa linea di tendenza immaginata non solo dovrà trovare conferma ma è d’obbligo in caso affermativo seguire con attenzione i modelli deterministici per quantificare nel dettaglio gli effetti.

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NCAR e IBM, in arrivo un nuovo modello globale

Posted by on 16:46 in Attualità | 7 comments

NCAR e IBM, in arrivo un nuovo modello globale

Nella passeggiata di ieri sera su Twitter, mi sono imbattuto in un interessante articolo su Wetter Undeground, in cui si parla della collaborazione tra IBM e NCAR per la realizzazione di un nuovo modello atmosferico. Per la verità all’inizio sembrava si trattasse di qualcosa di già operativo, leggendo si capisce poi che la faccenda è ancora lunga, ma presenta comunque diversi spunti interessanti e anche qualche perplessità.

L’elemento di novità consiste nel fatto che questo modello avrà una griglia variabile, ossia una definizione che andrà da 3 a 10km, in sostanza scendendo fino alla definizione di un local model, soprattutto sulla terraferma. Il tema della definizione spaziale (sia orizzontale che verticale) di un modello atmosferico, è un tema di capacità di calcolo, perché far funzionare un modello significa di fatto riprodurre per ogni box della griglia il comportamento del sistema e questo comporta calcoli al limite del sostenibile con le tecnologie attuali. Ma è anche – forse soprattutto – un tema di conoscenza e riproduzione delle dinamiche atmosferiche alle dimensioni della definizione del modello, sotto la quale, nulla può essere “risolto” ma deve essere necessariamente sviluppato in base a processi standard, definiti parametrizzazione. Per esempio, la bolla d’aria che dà origine ad un cumulo, che poi diviene una nube ad elevato sviluppo verticale e poi diviene un temporale e forse anche una supercella, è qualcosa di poche decine di metri di diametro, così come il singolo temporale ha o può avere in effetti poi una dimensione di pochi chilometri. Quindi una cella di 10Km di diametro potrà avere al suo interno molti temporali, tutti dal comportamento – diciamo così – standard, mentre una cella di 3km può risolvere il singolo temporale in funzione delle dinamiche che lo hanno generato e lo sostengono.

Scendere alla scala spaziale dei local model, sebbene solo su di una parte della griglia, con un modello globale, sarebbe in effetti un grosso passo avanti, fermo restando che tutta la fisica e la costruzione del modello stesso deve ancora essere soggetta a verifica.

Altro elemento di novità, l’utilizzo delle GPU, Graphic Processing Units, quelle dei videogiochi per capire, al posto delle classiche CPU, con le prime che sono molto più performanti nel calcolo. Qui i ragazzi dell’IBM e dell’NCAR hanno peccato un po’ di presunzione, perché nella modellistica atmosferica le GPU sono senz’altro una novità, ma loro non sono gli unici a conoscerla, visto che si utilizzano anche da noi per scopi molto simili.

Infine, pare che il nuovo modello avrà una frequenza di aggiornamento mai vista prima, addirittura una corsa ogni ora, contando sull’assimilazione di un numero altissimo di informazioni, quelle provenienti addirittura da smartphone e/o da stazioni amatoriali. Per far questo, scrivono, sarà necessario un serio algoritmo di controllo qualità.

Ora, tutte queste novità, suscitano però anche qualche dubbio.

Innanzi tutto, non sono riuscito a trovare documentazione necessaria – se qualcuno lo facesse glie ne sarei grato – ma sembra che il modello sia idrostatico, come tutti i global model, che però non scendono appunto sotto i 9Km di definizione orizzontale (ECMWF). Scendere a 3km per risolvere la convezione con un modello idrostatico è un esperimento alquanto bizzarro, visto che tutti i local model sono appunto non-idrostatici, proprio per poter risolvere i moti verticali di piccola scala che sono all’origine della convezione stessa. Ma vedremo…

Sulla frequenza di aggiornamento, verrebbe da dire cui prodest, visto che immagini ben definite dello stato iniziale dell’atmosfera, in cui quindi oltre alle osservazioni orarie, ai satelliti ed agli aeroplani, entrano anche le osservazioni sinottiche e, soprattutto, i radiosondaggi, sono disponibili solo ogni sei ore, anzi, quelle delle 12 e delle 24 sono certe, le altre molto meno… Con un’analisi “incerta” è difficile che possa essere “più certa” la previsione, ma anche questo si vedrà con la verifica.

Tutto ciò detto, entro la fine del 2019 partiranno le prime corse operative, inizialmente fino a T+12, mentre una versione beta del modello con più bassa risoluzione già pare giri a T+120. Prima di arrivare ai dieci giorni e oltre ce ne corre, ma si comincia sempre dall’inizio ;-).

Che dire? Buone previsioni!

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Ideologia e tuttologia – Aggiornamento

Posted by on 10:00 in Attualità | 24 comments

Ideologia e tuttologia – Aggiornamento

Leggete fino in fondo per l’aggiornamento.

Premessa: avere idee è un pregio, ma quelle idee devono essere supportate da argomenti validi, altrimenti scadono nell’ideologia, ovvero nell’accezione negativa del termine, che prevede l’azzeramento del confronto e, soprattutto, la possibilità di cambiare idea, qualità ancora più pregiata.

Veniamo al punto. Alcuni giorni fa su Il Messaggero è comparso l’articolo che vedete qui sotto.

Apriti cielo! Un’ondata di freddo allontana i timori sul riscaldamento globale? E’ scattata subito la reprimenda, con un  intervento su Twitter del Cicap, che per l’occasione è uscito dagli ambiti del paranormale e delle pseudoscienze per ricordare al quotidiano che “l’ondata di freddo di questi giorni “non allontana i timori sul riscaldamento globale”, al contrario è una conseguenza dello scioglimento dei ghiacci artici”.

Oltre la solita discussione tra pro e contro, la reprimenda è stata applaudita da un noto profilo twitter, al quale – verrebbe da dire chi me lo ha fatto fare – ho risposto come segue:

Immediatamente, l’interlocutore ha chiesto quali fossero i dati scientifici a supporto della risposta, anche se non aveva dimostrato la stessa solerzia nei confronti di chi quella affermazione l’aveva fatta, evidentemente confidando nella loro qualifica di “esperti”. Nell’ordine ho risposto(qui, qui e qui), naturalmente dopo aver presentato regolari credenziali, puntualmente richieste dall’interlocutore:

  1. Il freddo di questi giorni è la conseguenza dello sviluppo di un’onda anticiclonica – definita blocco ad omega – sul cui fianco orientale è scesa l’aria fredda prodottasi dall’inizio della stagione fredda nell’entroterra russo.
  2. Le situazioni di blocco, che servono all’atmosfera per gli scambi latitudinali, sono note da sempre e non c’è alcun trend nella loro occorrenza.
  3. La teoria del freddo che viene dal caldo richiede un rallentamento del getto che per questo sarebbe soggetto a ondulazioni più pronunciate. Questo rallentamento non c’è. Chiunque avesse numeri diversi su questo li deve produrre, non il contrario.

Pare che questi non siano stati considerati dati, probabilmente con ragione perché sono “solo” le basi del mestiere, per cui ho aggiunto anche l’immagine che vedete sotto, che viene dal sito della NOAA e rappresenta la climatologia delle situazioni di blocco, calcolata sulla base del Blocking Index sviluppato da Tibaldi e Molteni negli anni ’90.

Il pannello in alto a sinistra è riferito ai mesi invernali e mostra chiaramente come, per l’emisfero nord, la maggiore incidenza delle situazioni di blocco riguardi proprio l’area appena ad est del meridiano di riferimento, pienamente concorde con quanto sta accadendo in questi giorni. Stranamente, non ho ricevuto alcuna risposta, ma la conversazione ha virato sui temi del negazionismo prima, del principio di precauzione poi, ed è finita ovviamente sul consenso, come potrete facilmente leggere seguendo la timeline di twitter.

Peccato che la conversazione si sia poi fermata, perché ho scoperto di essere stato silenziato, con buona pace dello scopo dei social, che evidentemente qualcuno non usa per socializzare, ovvero scambiarsi opinioni, quanto piuttosto per diffondere le proprie, abbandonando la discussione quando diventa difficile da sostenere.

La posizione di chi scrive sul negazionismo la conoscete, ma ricordarla non fa male: trovo che sia un termine offensivo che viene utilizzato per sopprimere il confronto e, per quanto a molti piaccia pensare che sia stato ormai sdoganato, il solo pensiero delle tragedie che evoca fa rivoltare lo stomaco, per cui è inaccettabile che possa essere utilizzato in qualsivoglia altro ambito, men che meno quello del confronto scientifico.

Circa il principio di precauzione: sono un tecnico, non un decisore, non un politico, non un ideologo, quindi mi fermo all’analisi dei numeri, come quelli qui sopra.

Sul consenso, bé, se è difficilmente digeribile in campo scientifico su ciò che è, figuriamoci se può esserlo su ciò che non è, come il freddo che viene dal caldo.

Finita qui? Non proprio.

Il Messaggero ha poi ritrattato, affermando di aver dimenticato un “non” nel titolo, che quindi sarebbe stato esattamente l’opposto.

Il Cicap è rimasto in silenzio, senza produrre alcuna informazione a supporto della reprimenda.

Allora visto che ormai ci siamo, le informazioni le propongo io. Ecco qua, da Science:

The weakening summer circulation in the Northern Hemisphere mid-latitudes

Allora è vero, la corrente a getto ha rallentato! Ehm… sì, un pochino, almeno così dicono le solite ricostruzioni modellistiche. Peccato che questo riguardi i mesi estivi, mentre NON c’è alcun segnale significativo per i mesi invernali. E non perché si sciolgono i ghiacci, che semmai è una conseguenza, quanto piuttosto per riduzione del gradiente latitudinale di temperatura, fatto che tra l’altro riduce il potenziale delle perturbazioni extratropicali, andando contro un altro cavallo di battaglia della comunicazione spicciola sull’AGW che non trova alcuna conferma nei dati reali, quello dell’aumento degli eventi estremi.

Ergo, abbiate pazienza cari esperti, influencer e commentatori a vario titolo, il freddo non viene dal caldo, fatevene una ragione.

Enjoy.

NB: su questo post, più che mai, saranno moderati solo commenti nel merito, evitate riferimenti di ogni genere a quanti non partecipano alla discussione 😉

Aggiornamento

Alla fine il Cicap ha risposto e, doverosamente, anche io:

Il nostro interlocutore, assordato dal silenzio, improvvisamente finisce il tempo, quindi non saprà mai (forse, perché magari gli cadrà l’occhio su qualche retweet) di aver preso una grossa cantonata, che avrebbe potuto evitare con un minimo di disponibilità all’ascolto. Questo dimostra che sono spesso quelli che fanno più uso dei social ad averne completamente distorto la funzione.

Per finire, stavolta spero sul serio, un breve commento alla fonte citata dal Cicap, ovvero al breve pezzo di Meteoweb.eu. Dato che ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare mi viene da chiedere: dove sono i dati? Semplice, non ci sono. In compenso ci sono affermazioni da far rabbrividire, non per il freddo… (neretto mio)

[…] con l’aumento delle temperature medie aumentano anche gli eventi estremi, compresi i picchi di freddo. Il riscaldamento globale porta allo scioglimento dei ghiacciai artici e della stratosfera, oltre i 20 km di altezza, e tutto questo fa si’ che l’aria gelida non rimanga piu’ confinata al Polo Nord ma riesca a scendere sul Mediterraneo, e da li’ a invadere l’Europa, Italia compresa. Come succede sempre piu’ spesso, con ondate improvvise di gelo intenso da Nord, anche in America e in Asia“, spiega all’AGI.

Pare quindi che la sagra del copia e incolla selvaggio sia partita dall’AGI, senza che nessuno, tra altri esperti, influencer e commentatori vari abbia notato l’assurda sintesi, perché spero di questo si tratti, con la quale è stata diffusa l’ennesima stupidaggine megagalattica in tema di clima e tempo: La stratosfera si scioglie e l’aria gelida scende fin sul Mediterraneo. Non sapevo che la stratosfera fosse solida. E qualcuno pretendeva anche i dati a supporto della critica. Fossi l’esperto intervistato chiederei i danni.

Doppio enjoy.

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Tutte Storie

Posted by on 05:25 in Attualità | 8 comments

Tutte Storie

Claas Relotius, reporter dello Spiegel, era il ragazzo prodigio del giornalismo europeo: “Migliore Reporter Tedesco” nel 2013 e 2016, “Giornalista dell’Anno” per la CNN nel 2014, nel 2017 vince il Premio Europeo “Distinguished Writing Award” per “La storia di Ahmed ed Alin”, due bambini siriani in fuga da Aleppo a causa del perfido Assad. Una storia rivelatasi piena di falsità, persino nella sua declinazione successiva, fatta di ulteriori articoli in cui il giornalista-prodigio, indossate le vesti del filantropo, descrive i suoi tentativi (mai esistiti) di aiutare i bambini in questione.

Il fatto è che il Relotius di bufale ne ha fabbricate tante. Almeno 14 gli articoli già accertati come falsi. E non si parla di inesattezze o di orpelli giornalistici, ma di invenzioni di sana pianta. Come la storia/intervista del prigioniero detenuto “ingiustamente” a Guantanamo: una storia totalmente inventata, a fronte di una intervista mai nemmeno fatta.

Alla scoperta dell’America

In questo quadro già di per sè poco edificante, si inserisce un altro clamoroso falso di Relotius, dai contorni addirittura grotteschi. All’indomani dell’elezione di Trump, la redazione dello Spiegel lo manda in Minnesota, a Ferguson Falls, nel cuore dell’America rurale che ha votato in massa per il controverso presidente americano. Per indagare come possa essere accaduto un fatto così assurdo per le menti illuminate della liberalissima Amburgo, città natale dello Spiegel.

Il problema è che Relotius in Minnesota non trova nulla: non c’è una storia da raccontare, perché a Ferguson Falls la gente è normale, fa una vita tranquilla, persino noiosa. Lo scrive via mail ai suoi amici e persino colleghi, Relotius: scrive che si annoia, perché non c’è nulla di cui parlare. Eppure la notizia da raccontare ci sarebbe: ovvero che gli elettori di Trump sono persone assolutamente normali. Invece no, Relotius inventa una ennesima storia di sana pianta, a partire da un cartello scritto a mano: “Messicani state fuori”, esposto su un bastone di legno piantato nel terreno dagli abitanti del posto. Un cartello mai esistito.

È solo l’inizio: gli abitanti di Ferguson si trasformano magicamente in una sfilata di buzzurri, ignoranti e razzisti: figure grottesche, con tanto di biografie totalmente inventate. Non si fa scrupolo, lo scrittore tedesco, di inserire anche dei giovani studenti tra i pupazzi del suo teatrino: alla richiesta di disegnare il personaggio che incarna il sogno americano, gli studenti-immaginari di Relotius non avrebbero disegnato “nemmeno una donna”, bensì  “Tanti Trump”, al cospetto di “un solo Obama”. Persino i riferimenti geografici sono totalmente inventati, a partire dalla “foresta oscura” che a Relotius appare popolata di dragoni immaginari. Peccato che Ferguson sorga su una prateria, e di alberi proprio non ce ne siano.

L’articolo si è persino trasformato in un caso diplomatico, con l’ambasciatore americano in Germania Grenell a chiedere conto, sdegnato, dei contenuti diffamanti del pezzo. Insinuando che la causa di quell’articolo fosse da ricercare nel “bias” di fondo della rivista tedesca, piuttosto che nella disonestà intellettuale dello scrittore.

Questione di bias

Il punto, in effetti, è proprio questo: se è vero che lo Spiegel rappresenta uno dei più diffusi settimanali europei, è altrettanto vero che si tratta di una rivista orgogliosamente “liberal” e globalista, con una linea editoriale pressoché granitica.

A dispetto della reazione molto dura del settimanale nei confronti di Relotius, infatti, la questione essenziale resta un’altra: cosa vuol dire fare il giornalista presso un settimanale caratterizzato da un bias politico così forte? E quanto è condizionante, questo bias, per le legittime aspirazioni professionali di un giovane reporter? Per farla semplice, se Relotius avesse descritto gli abitanti di Ferguson Falls per quello che erano veramente, siamo sicuri che il suo articolo sarebbe stato pubblicato dallo stesso settimanale che ama rappresentare il presidente americano in copertina in termini grotteschi e mostruosi? E siamo sicuri che Relotius avrebbe raccolto gli stessi premi e onoreficenze, se avesse raccontato storie di tenore diverso? Sull’America come sulla Siria, o sul Global Warming?

Questione di schemi (mentali)

La vice-direttrice dello Spiegel con sconcertante candore ha ammesso, in riferimento agli articoli di Relotius, che “si (era) evidentemente creata un’illusione, e non avevamo gli schemi per riconoscerla”. Il punto è proprio questo: che lo Spiegel e i suoi tanti fratellini dell’informazione mainstream, quegli schemi sembrano proprio non averceli. I Relotius prosperano, acquisiscono fama e rastrellano onoreficenze in un habitat in cui si raccontano solo storie in linea col pensiero unico liberal-globalista. Che si tratti di una guerra, di una elezione, o del “Climate Change” poco importa: il lettore non viene informato ma educato, e cullato nelle certezze ideologiche sedimentate in anni di articoli monocordi: nuovi solo in apparenza, e in realtà sempre uguali, anzi, ossessivi. Come le copertine del settimanale tedesco.

E il Global Warming?

Copertina dell’Agosto 1986

…Ovviamente non poteva mancare, nell’armamentario della narrativa di un settimanale mainstream altamente ideologizzato. Ovviamente con i soliti toni allarmistici e catastrofistici. Un precursore, lo Spiegel, visto che già nel 1986 pubblicava in copertina immagini di chiese sommerse dall’innalzamento dei mari. Eppure la nuova sede del settimanale è stata costruita solo pochi metri sopra il livello del mare, sulla foce dell’Elba. All’asciutto.

E pare proprio uno scherzo del destino, il fatto che l’ultimo pezzo dello Spiegel a portare la firma di Relotius (come co-autore) è proprio sul Global Warming: Affrontare l’inevitabile. Iniziano i preparativi per il Diluvio (Universale) da Climate Change”. Un articolo dai toni esasperati fino al ridicolo, con frasi da polpettone hollywoodiano del tipo: “Il diluvio è già cominciato. E non finirà in 150 giorni come quello della Bibbia. Questo diluvio è qua per rimanere”. A cappello dell’articolo in questione, campeggia il disclaimer con cui lo Spiegel avverte che gli articoli di Relotius “probabilmente contengono fabbricazioni e manipolazioni“. È un disclaimer che andrebbe bene per qualsiasi articolo della stampa mainstream sul Global Warming, mi viene da pensare.

Quel che è certo, è che un diluvio è davvero cominciato, e non da ieri: quello sulla credibilità di certa “grande stampa” che pretende di essere unica depositaria della verità. Il problema è che gli illustri alluvionati non sembrano essersene nemmeno accorti. Forse perché la testa l’avevano già messa sotto la sabbia da molto tempo. Da ben prima che cominciasse a piovere.

 

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Le Previsioni di CM : 7-13 Gennaio 2019

Posted by on 07:00 in Attualità | 6 comments

Le Previsioni di CM : 7-13 Gennaio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione ancora poco evolutiva sul quadrante europeo per la persistenza di una solida cellula anticiclonica sul vicino Atlantico, estesa alla Spagna, Francia e isole britanniche. Si giova di un contributo africano in quota in risposta alla persistenza di un’area depressionaria sul medio Atlantico, mentre sul suo bordo orientale continua ad affluire aria fredda collegata ad un’ampia saccatura che dall’Artico si estende fin sulla Cirenaica, in una classica configurazione di “Blocco ad Omega”.

L’Italia continua ad essere contesa tra la cellula di alta e la saccatura continentale, responsabile quest’ultima dell’ondata di freddo che, come previsto, ha regalato insolite nevicate fin sulla costa pugliese e siciliana (Fig.1).

Visto il carattere di persistenza della configurazione sinottica in oggetto, il canovaccio rimarrà sostanzialmente invariato, con nuove irruzioni di aria fredda in discesa lungo il fianco orientale della cellula atlantica. In particolare, dopo il passaggio di un debole impulso freddo di matrice continentale nella giornata di Lunedì, un nuovo impulso pilotato da aria di recente origine polare marittima farà irruzione sull’Italia apportando condizioni di maltempo specie sulle regioni centro-meridionali con nevicate diffuse sull’Appennino a quote relativamente basse.

Il tilting della cellula anticiclonica in senso orario faciliterà l’irruzione di ulteriore aria fredda dai Balcani sulla Penisola, mentre sul finire della settimana correnti tese di maestrale potrebbero portare ad un miglioramento generalizzato delle condizioni atmosferiche, e ad un addolcimento generale delle temperature.

A livello generale, si conferma la persistenza di una fase piuttosto fredda e perturbata per l’Italia, con particolare riferimento alle regioni centro-meridionali, più penalizzate in situazioni sinottiche di questo genere, che invece vedono il Settentrione protetto dalla barriera alpina. La situazione in generale si mostra poco evolutiva, e una possibile chiave per scardinarla va ricercata nelle dinamiche che stanno prendendo piede a livello stratosferico. Avremo tempo per riparlarne.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì ampie schiarite al Nord e su centrali tirreniche. Nuvolosità irregolare al Sud, con addensamenti più intensi sulle centrali adriatiche e sul Salento, e associate precipitazioni nevose anche a quote molto basse, più intense e probabili tra l’Abruzzo e l’Irpinia. In serata migliora anche al Meridione.

Temperature in diminuzione ovunque, specie sulle regioni meridionali peninsulari. Venti dai quadranti settentrionali con rinforzi su basso Adriatico e Ionio.

Martedì poco o parzialmente nuvoloso al Nord, con addensamenti lungo i crinali alpini di confine. Sulle restanti regioni nuvolosità in aumento a partire dalla regioni tirreniche, con precipitazioni deboli e sparse sui versanti tirrenici, in ulteriore intensificazione dalla serata sul basso Tirreno e in estensione verso le restanti regioni meridionali.

Temperature in leggero aumento, specie sulle regioni settentrionali per phoen. Irrompe il maestrale sul Mare di Sardegna, forte. Venti occidentali sui restanti bacini di ponente, e di libeccio sullo Jonio.

Mercoledì ampie schiarite al Nord, centrali tirreniche e Sardegna, con addensamenti sui crinali alpini di confine associati a qualche sporadica nevicata. Cieli chiusi sulle centrali adriatiche e al meridione con precipitazioni diffuse, nevose a quote collinari sulle centrali adriatiche e alle quote medie sull’Appennino meridionale.

Temperature in diminuzione, venti tesi dai quadranti settentrionali.

Giovedì ancora ampie schiarite su regioni settentrionali e centrali tirreniche. Spiccata instabilità al Meridione se sulle centrali adriatiche con precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale. Nevicate a quote basse sull’Abruzzo, e collinari sull’Appennino meridionale con accumuli anche ingenti su Irpinia, Lucania e Sila.

Temperature in ulteriore diminuzione, venti tesi dai quadranti settentrionali.

Venerdì nella prima parte della giornata ancora instabilità e precipitazioni al Meridione e su centrali adriatiche, ma con tendenza a graduale attenuazione dei fenomeni e schiarite via via più ampie. Persistono le condizioni di stabilità al Nord e sulle centrali tirreniche.

Temperature in ulteriore diminuzione, venti di grecale con rinforzi al Centro-Sud.

Sabato ampie schiarite su tutto il Paese con addensamenti lungo i crinali alpini di confine. Domenica veloce passaggio nuvoloso al Centro-Sud, con nuove occasioni per precipitazioni e nevicate a quote relativamente basse. Nord saltato ancora una volta, sempre sottovento alla circolazione prevalente. Venti tesi di maestrale, temperature in aumento al Nord e al Centro con probabile nuova attivazione del favonio al Settentrione.

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No Tornado No Party

Posted by on 07:00 in Attualità | 1 comment

No Tornado No Party

Lo so, di questi giorni si dovrebbe parlare solo del freddo con cui abbiamo iniziato l’anno nuovo ma, lo sapete, l’attualità meteorologica la lasciamo volentieri ad altri.

C’è chi parla di “grave crisi del Vortice Polare”, chi di “sciabolate artiche”, solo per stare tra le cose più ilari, ma si potrebbe anche passare per l’articolo de Il Messaggero di ieri mattina secondo cui “Il freddo di questi giorni allontana i timori sul riscaldamento globale”… Insomma, chi ce lo fa fare…

Allora andiamo come spesso ci capita lontano da casa, negli USA. Dato che la Terra è tonda e gira pure su se stessa ;-), l’anno, sebbene con qualche ora di ritardo, si è chiuso anche lì, segnando un record negativo nel numero dei Tornado di estremi, cioè quelli di categoria F4 o F5. Pura cabala, intendiamoci, solo persistenza di condizioni sfavorevoli alla formazione di eventi molto intensi.

Però, cabala oggi, cabala domani, il trend dei tornado di categoria F4 o superiore dal 1950 ad oggi è comunque negativo.

Questo, piaccia o no, non fa scopa con le profezie di aumento degli eventi estremi. Perché di profezie si tratta, visto che la letteratura scientifica sull’argomento lo dice chiaramente, smentendo una volta di più le proiezioni modellistiche.

Ergo, la prossima volta che vi dovesse capitare di sentirlo dire, sappiate che vi stanno fregando, perché le cose si possono pure teorizzare, ma poi bisogna guardare i numeri, e se i numeri non tornano, vuol dire che la teoria non funziona, e non si può pensare di torturare i numeri per farla tornare.

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