Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Il Tempo (e a lungo andare il Clima) che contano

Posted by on 11:13 in Attualità | 15 comments

Il Tempo (e a lungo andare il Clima) che contano

Il clima nel lungo periodo, rozzamente identificabile con l’integrale del tempo nel breve periodo, è notoriamente materia di discussione quotidiana. Nella maggior parte dei casi una discussione assolutamente sterile e fuori dal contesto scientifico, come ha spiegato bene Massimo Lupicino nel nostro post di ieri, ma comunque un argomento che, proprio per la superficialità con cui viene trattato, ha finito per fare breccia nella mente di ognuno di noi, con il risultato di essere tutti molto preoccupati per quello che potrebbe succedere, a prescindere dall’affidabilità di queste previsioni e, soprattutto, completamente dimentichi del fatto che, nel lungo periodo, il genere umano si è sempre adattato alle variazioni del clima.

Negli ultimi tempi, complice l’approccio superficiale di questa informazione, abbiamo però imparato a preoccuparci anche del tempo nel breve periodo, ascrivendo però la colpa al clima, e rendendo praticamente ineluttabili le conseguenze di quel che accade, quando invece si potrebbe fare molto, ma molto di più e, soprattutto, si potrebbero adottare soluzioni ben più accessibili e di sicuro beneficio quasi immediato, ben diverse dalle policy draconiane che si pensa di adottare.

Il tempo e il clima che contano, sono infatti dove siamo noi, e noi siamo, a grande maggioranza, nelle aree urbane. Il report delle Nazioni Unite World Urbanization process 2018, mette in numeri cose che già sappiamo. Ad oggi, il 55% della popolazione globale vive in aree ad alta densità di urbanizzazione, nel 2050 questa percentuale potrebbe salire al 68%. In molte aree del pianeta, Stati Uniti, America Latina, Europa, Oceania, questa percentuale è già attorno all’80%. E, sorpresa (ma davvero lo è solo per la teoria del clima CO” centrica) le aree urbane modificano pesantemente il tempo atmosferico, pare anche fino ad un raggio di diverse decine di chilometri dalle loro zone centrali.

Della temperatura già sappiamo. Senza entrare nel merito di quanto questo pesi poi nel computo della temperatura globale, il bias verso l’alto che la modifica dei suoli, l’assenza di ricambio d’aria, le innumerevoli fonti di calore inducono alla colonnina di mercurio è noto, osservato e, soprattutto, anche largamente percepito.

Non sapevamo delle piogge o, almeno, non abbastanza, almeno fino all’uscita su Nature di questo articolo:

Meta-analysis of urbanization impact on rainfall modification

Si tratta, appunto, di un’analisi delle pubblicazioni uscite sulle modifiche che le precipitazioni possono subire interagendo con le aree urbane, un riassunto e confronto di risultati da cui scaturisce un segnale molto significativo. La modifica c’è eccome, ed è sempre maggiorativa: rispetto al movimento del fenomeno, piove il 18% in più nelle aree sottovento alle città, il 16% in più sulle stesse aree urbane, il 2% a sinistra e il 4% a destra.

Tra le cause e i processi fisici identificati all’origine di queste variazioni ci sono:

  • Un effetto termico riconducibile all’instabilità atmosferica connessa con l’effetto isola di calore;
  • Un effetto barriera, che racchiude sia l’ostacolo all’avanzamento del flusso che la turbolenza meccanica nello strato limite più basso;
  • Un effetto aerosol, per diverse dinamiche indotte nella microfisica delle nubi e per variazione del profilo termico verticale;
  • Un effetto di modifica delle caratteristiche dello strato limite inferiore per il riscaldamento indotto da fonti antropiche e per l’evaporazione dagli spazi verdi.

A tutto questo, nelle conclusioni lo si intuisce ma non è esplicito, il fatto che le aree urbane reagiscono in modo molto diverso – spesso molto negativo – all’arrivo delle precipitazioni importanti, tant’è che lo studio in questione ha riscontrato anche sostanziali differenze tra il giorno e la notte e da stagione a stagione.

Queste cose hanno dirette conseguenze sul tempo di tutti i giorni e sull’impatto che questo ha su di noi. Tra una tassa sulla CO2 e l’altra, si potrebbe pensare magari anche a questo no?

Enjoy.

 

 

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Un Global Warming è per sempre

Posted by on 05:02 in Attualità | 27 comments

Un Global Warming è per sempre

L’interminabile lista di titoli tragicomici di Repubblica in fatto di climacatastrofismo si è arricchita di una nuova perla: “Meteo estremo, maledetta primavera: allagamenti a Roma, grandine in Lombardia”. L’articolo non l’ho letto, perché il bello di certi giornali è che sai già cosa leggerai prima ancora di farlo, e quindi tanto vale risparmiarsi la fatica, ed evitare di regalare click.

Qualche riflessione, tuttavia, è comunque il caso di farla.

Che il Climate Change sia diventato argomento ormai esclusivo di polemica politica, è del tutto evidente dal modo in cui testate di diverso orientamento trattano il problema. Ed è altrettanto interessante notare come la drammatizzazione lessicale dei fatti politici abbia inevitabilmente contagiato anche le disquisizioni sul clima. Se un tempo la primavera era “pazzerella”, oggi è “maledetta”.  Il tutto per una grandinata a Milano e un acquazzone a Roma. Forse dalle parti di Repubblica si maledice semplicemente il freddo di questo periodo che disturba la narrativa scaldista, perché se davvero si vuole parlare di “eventi estremi”, uno sguardo veloce al passato ci informerà del fatto che la primavera meteorologica ha regalato all’Italia una serie piuttosto lunga di eventi realmente calamitosi. Tanto per citarne qualcuno:

  • Marzo 1924: nubifragio in Costiera Amalfitana, 61 morti
  • Marzo 1995: alluvione in Sicilia: mareggiate, bufere di vento, esondazioni, affondamento di una nave, almeno 11 morti.
  • Marzo 2003: alluvione nelle Marche e in Romagna, 5 morti
  • Maggio 1998: frana a Sarno: 157 morti

Che a furia di iperboli e aggettivazioni superlative il lettore si possa assuefare alla narrativa, è un’eventualità che evidentemente non viene contemplata. Pare prevalere su tutto il riflesso condizionato che si attiva ogni qual volta il tempo atmosterico contraddice le storielle senza senso sull’arrostimento collettivo imminente. Ne abbiamo già parlato: è il solito Rescue Team chiamato ad intervenire usando per altro sempre le stesse tecniche (in questo caso la Strategia #2: È Climate Change! – variante “Clima Impazzito”).

Il punto è che su tanti giornaloni è ormai esercizio quotidiano, quello di utilizzare il tempo atmosferico per supportare narrative clima-catastrofiste: solo per rimanere agli ultimi mesi, ci siamo dovuti sciroppare una ridda infinita di articoli catastrofistici a causa di una siccità descritta come evento biblico, ma che non aveva nulla di eccezionale rispetto ad eventi simili del passato. E che infatti è stata risolta in tempi meteorologicamente brevi con una serie di perturbazioni foriere di piogge in pianura e nevicate abbondantissime sulle Alpi.

Poi è stato il momento della “neve ai minimi”, scemenza assoluta contraddetta in maniera comica dalle nevicate abbondantissime che hanno interessato le Alpi, prima sui versanti esteri, e in chiusura di stagione invernale su quelli italiani. Infine, di fronte a condizioni insolitamente fredde e piovose, e’ stato il turno di tirar fuori dal cassetto il Climate Change e i “fenomeni estremi”.

La sostanza è semplice: il tempo atmosferico si candida come argomento perfetto per creare uno stato permanente di allarme e di paura nella popolazione. Permanente, per il semplice fatto che il tempo atmosferico è mutevole per definizione. L’esercizio, assolutamente demenziale da un punto di vista scientifico, consiste nell’utilizzare scostamenti dalla media su una base temporale giornaliera come prova di cambiamenti climatici su scala secolare. Tanto per fare un esempio, nel giorno dell’ultima kermesse gretese in Piazza del Popolo, uno dei più importanti TG italiani ha sentenziato: “Greta ha parlato in una giornata insolitamente calda, probabilmente a causa del Global Warming”. Dati alla mano, la temperatura su Roma era stata superiore alla media di circa 1.5 gradi.

Ecco, se lo scostamento di un grado dalla media in una singola giornata è Global Warming / Climate Change, allora siamo al liberi tutti. Cadono 10 mm più della media mensile? È Climate Change. Grandina? È Climate Change. Non piove da una settimana? È Global Warming. Non nevica da due settimane? Neve ai minimi. Nevica? Climate Change. Ogni giorno e’ Global Warming o Climate Change per il solo fatto che il tempo atmosferico di oggi e’ diverso da quello di ieri, e comunque si discosta almeno di qualche decimale dalla media del periodo.

Questo grottesco stato di allarme permanente sottende al messaggio che solo una parte politica può salvare il mondo: quella globalista ovviamente, ché siccome si parla di “Global Warming”, solo un approccio global(ista) al problema potrà salvarci dall’autocombustione. Approccio concordato magari tra un buffet di ostriche al Bildenberg, un intermezzo con tartine al caviale a Davos e un apericena su un attico di New York. E condito da un tour europeo di Greta sotto elezioni.

Non resta quindi che rimanere in attesa della prima giornata di caldo estivo, allorché i cani di Pavlov torneranno a ringhiare sbavanti al Global Warming dopo aver messo frettolosamente nel cassetto il Climate Change di Aprile e di Maggio. E mentre i giornaloni perdono il loro tempo (e specularmente le loro copie) blaterando di emergenze inesistenti e di problemi virtuali, la gente comune resta alle prese con i problemi veri, di cui invece nessuno parla. Sembrano parlare solo a se stessi e ai loro editori, tanti giornaloni. Come un vecchio giradischi che va avanti da solo in una casa vuota, buia, abbandonata, che cade a pezzi, dove si ha paura anche solo a guardarci dentro attraverso le finestre. Come in un film dell’orrore, nemmeno troppo originale, e di cui si intuisce già il finale.

 

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Le Previsioni di CM – 13/19 Maggio 2019

Posted by on 05:02 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 13/19 Maggio 2019

Queste previsioni sono a cura di Alessandro

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Il flusso perturbato che ha interessato le nostre regioni a partire dalla serata di sabato, ha attraversato il vicino Atlantico in seno ad una marcata ondulazione del getto, generando un vortice sulla nostra Penisola con elevati valori di vorticità potenziale e apportando nella giornata di oggi una marcata ventilazione nei bassi strati . Detto vortice tende ad isolarsi dalla saccatura di origine e ad assumere una persistente stazionarietà per la presenza di un promontorio di blocco su Mediterraneo orientale. Nelle prossime ore un ulteriore impulso di aria fredda si sgancerà della saccatura di origine in corrispondenza della Polonia, e raggiungerà il settore centrale del Mediterraneo entrando in fase col minimo depressionario già presente sul territorio italiano, e dando vita ad una ulteriore intensificazione dell’instabilità atmosferica nella giornata di mercoledì.

Mentre l’instabilità atmosferica sulle nostre regioni meridionali tenderà a persistere anche nella giornata di giovedì per la lentezza dello spostamento verso est della circolazione depressionaria, una nuova saccatura si affaccerà sulle coste dell’Europa occidentale, la quale molto probabilmente darà origine nella giornata di venerdì ad un vortice depressionario tra Francia e Spagna e ad un probabile nuovo peggioramento che potrebbe interessare le regioni occidentali italiane nel prossimo fine settimana.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nuvolosità diffusa sulle zone nord orientali con piogge e rovesci e venti forti settentrionali sui corrispondenti rilievi alpini confinali con deboli nevicate sui 1200-1300 metri, mentre migliora sul resto del nord; cielo coperto su Marche e Abruzzo con rovesci e temporali anche intensi, mentre sulle restanti regioni centrali saranno possibili deboli precipitazioni in particolare nelle ore centrali della giornata sul Lazio centromeridionale. Sul Meridione rovesci e temporali in miglioramento serale a partire dal versante tirrenico. Venti forti settentrionali su Sardegna, Toscana, Umbria, Marche ed alto Lazio con rinforzi di burrasca. Temperature massime in diminuzione su centro, Sardegna, Appennino meridionale e Sicilia.

Martedì spesse velature al Nord-ovest e Lombardia; molto nuvoloso sul resto d’Italia con deboli rovesci localmente temporaleschi, in particolare sulle regioni centrali e ioniche peninsulari; attese nevicate sui rilievi meridionali marchigiani e abruzzesi.

Mercoledì tempo instabile su gran parte del Centro-Sud con rovesci temporaleschi sparsi ed in forma debole anche su Romagna e Triveneto; nubi medio alte sulle restanti zone settentrionali.

Giovedì condizioni di tempo instabile persiste sul Meridione e sui rilievi settentrionali, mentre sul resto della nazione spazi di sereno si alterneranno ad estesi annuvolamenti durante il pomeriggio.

Venerdì tempo instabile a ridosso dei rilievi sia su quelli settentrionali già dal mattino e nel pomeriggio anche sulla dorsale appenninica centrale. Miglioramento dalla sera.

Sabato nuovo peggioramento delle condizioni atmosferiche a partire dalle zone nord-occidentali.

Domenica Probabile maltempo al Centro-nord e peggioramento delle condizioni meteorologiche al Sud Italia.

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Carrellata

Posted by on 16:09 in Attualità | 3 comments

Carrellata

Distopia energetica

Su Universal Science si chiedono se dovremmo trasformare il deserto del Sahara in una immensa centrale elettrica, ovviamente sfruttando tecnologie che hanno già dato consistenti prove di fallimento, per i costi, per il rendimento e, non ultima, per la complessa e incontrollabile geopolitica dell’area. Successo assicurato.

The Day After Tomorrow rimandato

Fresco di stampa su JGR Oceans, lo scenario descritto nella science fiction più corteggiata degli ultimi anni, scioglimento dei ghiacci groenlandesi che blocca la Corrente del Golfo e ci fa piombare in una glaciazione, è… rimandato a data da destinarsi. Nel testo:

This result agrees with the previous study of Saenko et al. (2017), who also show that the GFWA of similar magnitude (and even double of this magnitude) has negligibly small impact on the SPNA thermohaline fields, barely impacting AMOC.

Eventi estremi tra scienza e propaganda

Un’immagine (quattro immagini) vale più di 1000 parole. Quanti di quelli che parlano e sempre più spesso straparlano di eventi estremi e clima che cambia hanno davvero letto cosa dice la scienza ufficiale, quella dell’IPCC, quella che ci piace tanto, al riguardo? Ecco qua:

https://twitter.com/can_climate_guy/status/1127538856239271936

Dissonanza turistico-cognitiva

Non devono aver prestato molto ascolto alle lamentazioni climatiche degli isolani i dirigenti della catena Waldorf Astoria. Alla fine di luglio aprirà un fantastico nuovo resort dotato addirittura di un’isola nell’isola. La campagna di riunioni governative sott’acqua sta evidentemente dando i suoi frutti.

C’è posta per il clima

Il prezzo dei francobolli negli USA è meglio correlato all’aumento delle temperature di quanto non lo sia la concentrazione di CO2. Senza parole.

Storia di un final warming incompreso.

Tonnellate di letteratura sulle dinamiche troposfera-stratosfera-troposfera finiscono nel caminetto, utile per scaldarsi in questo freddo maggio 2019. Fa infatti freddo perché, banalmente, fa caldo. Il muro del fronte polare si è rotto e l’aria fredda letteralmente (sic!) deborda verso sud. Mirabile perla politico-climatica su Esquire: Perché più aumenta il riscaldamento globale, più fa freddo. Lo sapevate che dal Polo al Mediterraneo è discesa?

Peggio dell’AGW c’è solo il Bostrico dell’abete rosso

Ikea a rischio, foreste di abeti rossi svedesi messe a dura prova dalla fame di questo piccolo scarafaggio. Mirabile la chiosa del corriere economia in relazione alle contromisure: Ma il 70% del successo della “cura” dipenderà, ancora una volta, dalle condizioni meteo, ormai sfuggiteci di mano e sempre più difficili da prevedere e controllare: un’altra estate torrida si rivelerebbe letale. Già, perché per secoli le condizioni meteo le abbiamo controllate, poi è arrivato il
riscaldamento globale e ci sono sfuggite di mano. Comunque, riassumendo, il mondo è a rischio per due classi di pericoli: il riscaldamento climatico e le cose che non sono il riscaldamento climatico, però diventano più pericolose a causa del cambiamento climatico.

 

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Più trivelle, meno marines.

Posted by on 21:23 in Attualità | 9 comments

Più trivelle, meno marines.

Si parla in questi giorni delle nuove sanzioni all’Iran (embargo totale sulle esportazioni di petrolio) che andranno a colpire in modo pesantissimo l’economia del Paese messo già da tempo nel mirino dall’amministrazione Trump. Le analisi che si leggono in questi giorni sono ovviamente di tipo geopolitico, e ruotano attorno al complesso incrocio di interessi che vedono Stati Uniti, Israele e la monarchia saudita, unirsi appassionatamente nella lotta al regime degli ayatollah. Certamente sono considerazioni che hanno una loro validità. Ma sotto la cenere, al solito, cova altro. E come al solito quando si parla di Medio Oriente, covano temi legati all’energia.

L’esplosione dello Shale

Qualcuno forse ricorderà che qualche anno fa il tema dominante delle discussioni energetiche era il “Peak Oil”, ovvero la teoria secondo la quale si stesse raggiungendo la massima produzione mondiale di petrolio, e che questa dovesse inesorabilmente scendere a causa dell’esaurimento dei vecchi giacimenti, e della difficoltà crescente di trovarne di nuovi. Fiumi di inchiostro venivano riversati sull’argomento, con la inevitabile conclusione che “le rinnovabili ci avrebbero salvati”.

I profeti del “Peak Oilfurono smentiti clamorosamente dai fatti nel giro di pochi mesi, allorché in America l’introduzione di nuove tecnologie rese accessibili risorse idrocarburiche ingentissime ammassate in strati superficiali del sottosuolo: l’olio e il gas di scisto, per l’appunto. Una vera e propria rivoluzione energetica portò in breve tempo gli Stati Uniti a diventare il primo produttore mondiale di petrolio, sopravanzando Russia e Arabia Saudita. Non solo: anche l’export americano è letteralmente esploso, fino a diventare una voce chiave della bilancia commerciale a stelle e strisce.

Corsi, ricorsi…e casualità

Inevitabilmente, la rivoluzione dello shale ha avuto risvolti geopolitici immediati e su scala planetaria. Se è vero che gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da conflitti armati devastanti in Medio Oriente, costati la vita a milioni di persone, e sottesi inevitabilmente al controllo delle risorse petrolifere locali, è altrettanto vero che oggi le cose sono cambiate. Dal completamento del ritiro dei soldati americani dall’Iraq nel Dicembre 2011, infatti,  non si sono più avuti conflitti armati su larga scala che coinvolgessero paesi chiave dell’OPEC, se non attraverso proxy-wars (Siria e Yemen su tutte).

Certo colpisce la concidenza temporale perfetta tra il ritiro dei soldati americani e l’inizio della esplosione del fenomeno shale. Fatto sta, che dal 2012 la quantità di petrolio immessa sul mercato cresce inesorabilmente, proprio a causa dell’olio di scisto americano e del rientro in campo di paesi produttori chiave come l’Iraq e l’Iran, quest’ultimo grazie all’accordo sul nucleare fortemente voluto dalla presidenza Obama.

Un nuovo paradigma

L’eccesso di offerta di petrolio, conseguente ad un “eccesso di pace” nel Medio Oriente petrolifero (si perdoni l’ossimoro) provoca il crollo del prezzo del greggio nel 2015, cambiando per sempre il panorama dell’offerta petrolifera mondiale.

Per gli Stati Uniti, quindi, si pone un nuovo problema: commerciale, prima che geopolitico. In considerazione degli alti costi di estrazione dello Shale rispetto a quelli dei paesi concorrenti, gli USA hanno bisogno di mantenere un prezzo sufficientemente elevato del greggio, pena una crisi estrattiva con associato crollo dell’export di idrocarburi, perdita di posti di lavoro, calo del PIL e ulteriore aumento del già enorme disavanzo commerciale a stelle e strisce. Ormai dimenticati i tempi (pur vicinissimi) in cui gli Stati Uniti battagliavano in Medio Oriente a sostegno della democrazia (e incidentalmente a vantaggio della sicurezza di approvvigionamento energetico), l’interesse attuale pare quindi essere semplicemente quello di produrre greggio in gran quantità mantenendone il prezzo a livelli sufficientemente elevati, e rubando quote di mercato ai produttori tradizionali.

È in quest’ottica che si possono leggere le scelte americane in politica estera degli ultimi anni: in particolare l’impegno in Venezuela e in Iran, con relativi embargo che strozzano l’industria estrattiva di quei paesi, eliminandone la concorrenza dal mercato e nel contempo contribuendo al mantenimento dei prezzi del greggio su valori non troppo bassi. I classici due piccioni con una fava.

Punti di vista

Coi paradigmi dell’ambientalistoide neo-pauperista, antiamericano, anticapitalista e anti-tutto, è sempre la solita storia: gli idrocarburi fanno solo danno, ieri causavano guerre convenzionali su vasta scala e oggi guerre commerciali, per non dire delle mortifere emissioni di CO2. Ci salverà solo la Nuova Trinità globalista: il Pannello, la Pala e la Tesla.

Un’analisi un po’ meno emotiva potrebbe invece suggerire che in mancanza di una alternativa in grado di sostituire completamente gli idrocarburi, questi ultimi continueranno ad essere centrali, e a determinare gli sviluppi geopolitici su scala planetaria. Da questo punto di vista è difficile negare che la rivoluzione dello shale abbia determinato un cambiamento strategico di dimensioni epocali per il principale attore geopolitico mondiale: sempre meno interessati a lottare (anche sul campo) per garantisi la sicurezza energetica, gli Stati Uniti hanno scelto adesso di adottare un approccio concreto e pragmatico, basato su logiche di mera concorrenza commerciale. Talvolta brutali, certamente, ma per lo meno non mediate da conflitti più o meno democratici.

Meno marines, quindi. E più trivelle americane e dazi commerciali. Viene il sospetto che quella porcheria dello shale oil, tanto vituperata e bistrattata (talvolta con ottime ragioni), abbia invece contribuito, suo malgrado, a rendere il mondo un po’ meno violento. Come è lecito attendersi, del resto, in un contesto in cui l’energia è abbondante e a costi ragionevoli. Quale che sia la fonte, di quella benedetta energia.

 

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Le Previsioni di CM – 06/12 Maggio 2019

Posted by on 22:47 in Attualità | 2 comments

Le Previsioni di CM – 06/12 Maggio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Come anticipato la settimana scorsa, aria molto fredda di recente origine artica si è tuffata nel Mediterraneo centro-occidentale apportando condizioni diffuse di maltempo su buona parte dell’Europa centrale dove come previsto le nevicate hanno raggiunto quote prossime al piano. Maltempo anche sull’Italia, dove in queste ore la ciclogenesi originatasi a seguito dell’irruzione artica muove verso le regioni meridionali, con l’aria fredda che al suo seguito dilaga letteralmente sul Mediterraneo.

L’afflusso di aria artica scorre lungo il fianco orientale di un imponente ponte anticiclonico per l’entrata in fase della cellula artica con quella groenlandese e infine con quella atlantica. Il risultato è un fiume di aria artica che scorre pressoché indisturbato dall’estremo oriente siberiano (Mare dei Chuckchi) fin sulle regioni costiere del Nordafrica. Più ad ovest, un vortice atlantico incalza il ponte anticiclonico proprio laddove si presenta più debole, ovvero in prossimità delle isole britanniche (Fig.1).

La depressione atlantica riuscirà nella sua azione di sfondamento del ponte anticiclonico, e nella giornata di Mercoledì una profonda depressione porterà condizioni di maltempo sull’Europa occidentale, in trasferimento verso l’Italia settentrionale. Il campo di massa andrà aumentando gradualmente al seguito del passaggio perturbato, ma la tendenza alla formazione e al consolidamento di anticicloni alle alte latitudini potrebbe esporre l’Italia ad un nuovo peggioramento delle condizioni atmosferiche sul finire della settimana per il transito di un nuovo impulso di aria artica.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì migliora al Nord, centrali tirreniche con ampie schiarite col passare delle ore. Instabilità perturbata su centrali adriatiche e meridionali peninsulari, con piogge, rovesci e nevicate sull’Appennino alle quote medie, in miglioramento dalla serata.

Temperature in forte diminuzione al Sud. Venti tesi di maestrale al Centro e al Sud.

Martedì migliora anche al Meridione con ampie schiarite. Generali condizioni di stabilità sulle rimanenti regioni, con passaggi nuvolosi a carattere stratiforme al Nord e al Centro.

Temperature in aumento. Residui rinforzi di maestrale al Meridione.

Mercoledì perturbato al Nord con piogge, rovesci, temporali e nevicate al di sopra dei 1500/1700 metri. Molto nuvoloso sulle regioni centrali con piogge sparse su Toscana, Umbria e Marche, e tendenza a ulteriore peggioramento nella notte sull’alta Toscana con rovesci e temporali anche di forte intensità. Parzialmente nuvoloso sulla Sardegna in assenza di precipitazioni.Tempo stabile al Sud, con nuvolosità stratiforme in aumento sulle regioni tirreniche e ampie schiarite su quelle adriatiche e ioniche.

Temperature in aumento, sensibile sulle isole maggiori. Venti dai quadranti meridionali, con rinforzi sui bacini di ponente.

Giovedì migliora al mattino al Nord con ampie schiarite al Nordovest e residui rovesci sul Triveneto. Rapido peggioramento dalla tarda mattinata sulle Alpi, Emilia Romagna e Triveneto con piogge, rovesci e nevicate al di sopra dei 2000 metri. Cieli nuvolosi al Centro con precipitazioni deboli e sporadiche. Parzialmente nuvoloso al Sud.

Temperature in lieve ulteriore aumento al Sud, ventilazione occidentale sui bacini di ponente, libeccio al Sud.

Venerdì nuvolosità irregolare al Nord con precipitazioni sparse. Parzialmente nuvoloso o poco nuvoloso sulle restanti regioni.

Temperature stazionarie, ventilazione debole dai quadranti meridionali.

Sabato ampie schiarite sulle regioni nord-occidentali e tirreniche, fenomenologia da instabilità sui rilievi, e probabile aumento della nuvolosità su Triveneto, Romagna e regioni adriatiche. Domenica possibile irruzione di aria artica che interesserà maggiormente i versanti adriatici e le regioni meridionali con associata fenomenologia. Sensibile diminuzione delle temperature per ventilazione vivace dai quadranti settentrionali.

 

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Una Termosfera Glaciale

Posted by on 12:10 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 0 comments

Una Termosfera Glaciale

Sembra che il cielo stia venendo giù. Dio non voglia che leggano i profeti di sventura, altrimenti si aggiungerà anche questo alla serie di disastri annunciati (e non ancora visti) e il James Bond di Skyfall non avrà più l’esclusiva ;-).

Quel che sta accadendo, lo dicono i dati raccolti dai sensori del satellite TIMED della NASA, è un progressivo raffreddamento della Termosfera, nominalmente il penultimo strato dell’atmosfera terrestre, immediatamente sotto l’Esosfera, che però è più che altro spazio aperto. Come lo è del resto anche la Termosfera superiore, dove la densità dei gas è davvero bassa, tanto da costituire comunque un ambiente favorevole all’orbita di satelliti artificiali (la cosiddetta orbita bassa. ISS tra tutti), pur con una certa dose di attrito da tenere in considerazione.

L’origine del raffreddamento, anch’esso di natura ciclica come la maggior parte di quel che accade su questo Pianeta, sarebbe nella fase di bassa attività che sta attraversando la nostra stella. Con una differenza rispetto al passato, pur sottolineando che i dati coprono a malapena un paio di decadi: un minimo profondo e prolungato quale quello in cui pare che il Sole stia entrando, corrisponde ad una forte diminuzione della temperatura della Mesosfera, che tende quindi a contrarsi (di qui la caduta del cielo 😉 ).

Questo diminuisce l’attrito degli oggetti orbitanti allungandone la vita operativa, il che è un bene. Ma, meno bene, si allunga la vita anche dei detriti con cui è affollata la fascia orbitale.

Quali effetti questo raffreddamento possa avere sugli strati atmosferici inferiori e, in definitiva, sul resto dell’atmosfera e quindi sul clima, non è dato saperlo, benché sia lecito il sospetto che qualche collegamento ci sia.

Per adesso ci limitiamo a considerare che qualcuno attribuisce questo raffreddamento a quel che succede in basso, piuttosto che a quel che succede in alto, naturalmente attraverso modelli di simulazione più che osservazioni. Il dibattito si sposta verso l’alto quindi, staremo a vedere.

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Qualcuno inizia a fare i conti

Posted by on 11:56 in Attualità | 37 comments

Qualcuno inizia a fare i conti

Per quello che sto per riportarvi, spero che qualche lettore di CM più ferrato di me sull’argomento vorrà dare una mano. Quindi prendete quanto segue con il beneficio d’inventario e, eventualmente confutate senza pietà.

Un centro studi del Munich Group, già noto alle cronache climatiche per compilare dei report annuali sui rimborsi assicurativi per danni prodotti dai disastri meteorologici, ha pubblicato uno studio sulle emissioni di gas serra totali delle auto elettriche, dove per totali si intende compresi i cicli di produzione delle batterie, la produzione dell’energia necessaria a farle camminare etc…

Il risultato pare sia sconfortante in termini climatici: la CO2 totale emessa è superiore a quella prodotta dai motori diesel. Meglio, molto meglio, pare facciano i motori sempre a combustione interna ma di gas naturale. Naturalmente, per fare questi conti si sono basati sul mix energetico della Germania, quindi i risultati non sono facilmente esportabili. Naturalmente ancora, questo non cambia il fatto che tali emissioni sarebbero comunque “delocalizzate” cioè quanto meno prodotte fuori dai centri urbani e, forse, sottolineo forse, meglio controllate in termini di cicli produttivi.

Ma, è pur vero che pare dunque che il motore elettrico e quello che ci gira intorno, con le attuali tecnologie non sembra essere molto climatic friendly, nonostante vi sia sia riposta tanta fiducia e vi si stiano investendo parecchi soldi.

E qui arriva la domanda per i lettori di CM, tra lo studio di cui parlo, che trovate qui, e/o altra letteratura o conoscenze dovessero essere disponibili sull’argomento, c’è qualcuno che può dirci qualcosa di più?

PS: titolo e segnalazione sono di Fabrizio, che ringrazio 😉

 

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Le Previsioni di CM – 29 Aprile / 5 Maggio 2019

Posted by on 23:43 in Attualità | 5 comments

Le Previsioni di CM – 29 Aprile / 5 Maggio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Condizioni depressionarie sull’Italia per il veloce passaggio di un nocciolo d’aria fredda in quota responsabile di condizioni diffuse di instabilità e di ulteriori nevicate sui rilievi. Condizioni anticicloniche alle alte latitudini tra la Gran Bretagna e la Groenlandia, in fase con la cellula atlantica. Il flusso perturbato atlantico resta confinato tra il Labrador e l’Islanda. Aria molto fredda viene convogliata dall’Artico in direzione del Mare di Barents (Fig.1).

Nel corso della settimana si assisterà ad un cambiamento radicale della configurazione sinottica a livello emisferico, per la formazione di un gigantesco ponte anticiclonico che dal Mare di Beaufort (Alaska) si estenderà attraverso la Groenlandia fino alle latitudini subtropicali del vicino Atlantico. Specularmente, una vastissima area depressionaria si estenderà dalla Siberia orientale alla Scandinavia, con associato scorrimento di aria molto fredda che alle alte latitudini muoverà retrograda dal Mare dei Chukchi fino alle isole britanniche. Questo fiume di aria gelida nella seconda metà della settimana potrebbe tuffarsi nel Mediterraneo occidentale, con conseguenze ancora tutte da valutare, ma che potrebbero associarsi a condizioni di intenso maltempo sulla penisola italiana (Fig.2).

A distanza di poco più di un anno dall’episodio imponente di stratwarming di fine inverno 2018, pare riproporsi una situazione sinottica altrettanto eccezionale, che potrebbe portare ad una delle più intense ondate di gelo tardivo in Europa degli ultimi anni. Viene in mente, a questo riguardo, il memorabile pezzo di Carlo Colarieti Tosti del 2015, e in particolare il riferimento alle oscillazioni latitudinali multidecadali del vortice polare. Chissà che gli eventi che hanno interessato il campo di massa a livello emisferico nell’ultimo anno non abbiano un valore ben maggiore di quanto possa raccontare una semplice previsione del tempo a breve termine.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì schiarite via via più ampie sul Nordovest e alto Tirreno. Piogge, rovesci e nevicate a quote basse sul Triveneto, in trasferimento al mattino verso l’Emilia Romagna. Generale peggioramento del tempo sulle regioni centro-meridionali peninsulari con piogge, rovesci, e nevicate al di sopra dei 1200 metri circa sull’Appennino. Schiarite anche ampie sulle isole maggiori e sulle regioni ioniche.

Temperature in diminuzione, maestrale teso sui bacini di ponente, resiste il libeccio su Ionio e Adriatico meridionale.

Martedì nuvolosità e fenomeni scivolano verso est attardandosi al primo mattino sulle regioni centrali adriatiche. Instabilità pomeridiana sulla regione appenninica con qualche rovescio. Ampie schiarite sulle regioni tirreniche.

Temperature in aumento, venti generalmente di maestrale in graduale attenuazione.

Mercoledì ampie schiarite al mattino, seguite da aumento della nuvolosità nelle ore più calde con diffusa fenomenologia da instabilità pomeridiana sulla regione appenninica peninsulare.

Temperature in lieve ulteriore aumento, venti deboli.

Giovedì peggiora al Nord per il passaggio di una perturbazione che porterà piogge e rovesci sparsi prevalentemente a nord del Po, e nevicate sulle Alpi al di sopra dei 1600-1800 metri. Generali condizioni di bel tempo sul resto del Paese con l’eccezione dell’alta Toscana dove i cieli saranno nuvolosi con associate precipitazioni prevalentemente deboli.

Temperature stazionarie, ventilazione che tende a ruotare dai quadranti meridionali.

Venerdì nuvolosità in aumento al Nord con precipitazioni sparse. Peggiora anche sui versanti tirrenici con piogge e rovesci in estensione dalle isole maggiori alle regioni tirreniche peninsulari. Cieli parzialmente nuvolosi sulle regioni sud-orientali in assenza di precipitazioni.

Temperature in aumento al Meridione, ventilazione in intensificazione dai quadranti meridionali.

Sabato e Domenica generali condizioni di maltempo su tutto il Paese, con le regioni centrali e meridionali che appaiono al momento maggiormente penalizzate. Ventilazione intensa, temperature in forte diminuzione.

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Unisci i puntini…Più o meno verde?

Posted by on 13:02 in Attualità | 10 comments

Unisci i puntini…Più o meno verde?

Headline di ieri: Una foresta grande come l’Inghilterra sparita nel 2018. Da uno spin off di Ansa.it. Secondo il TGCom invece a diventare grigia dal verde vegetale sarebbe stata invece un’area come la Grecia. Sottomultiplo della scoperta, sarebbero stati deforestati, secondo il Global Forest Watch, 30 campi di calcio al minuto.

Mentre di lanci più o meno uguali a questo se ne trovano a decine, il report originale di cui si parla non sono riuscito a trovarlo (sicuramente colpa mia). Però ho trovato un post sul loro blog dove si parla di sparizione di un’area forestale grande come il Belgio, cioè circa 30.000 Km2 e non 130.000 e passa, quanto è grande l’Inghilterra.

Comunque sono numeri importanti, dove a farla da padrone pare sia il Brasile, che di foreste tropicali se ne intende, anzi, intendeva parecchio. Già perché è abbastanza noto che la maggior parte del suolo rubato finisce per essere coltivato a biocarburanti, per soddisfare le strane voglie di privarsi dell’uso dei combustibili fossili anche dei paesi europei, i cui scienziati però chiedono contestualmente alle Nazioni Unite di intervenire proprio con il Brasile per ridurre la deforestazione. Vai a capire.

Appena pochi mesi fa Nature Sustainability ci aveva fatto sapere che, in un quadro generale di inverdimento del pianeta (non necessariamente coincidente con l’estensione delle foreste, badate bene), a tenere la lead sarebbero udite udite Cina e India, anche grazie alla gestione dell’uso del suolo, che ben si giova delle abbondanti dosi di CO2 presenti in atmosfera.

China and India lead in greening of the world through land-use management

Non mi risultano headline su questo argomento, guarda un po’.

E neanche su questo:

Earth system models underestimate carbon fixation by plants in the high latitudes

Pare che le simulazioni del funzionamento del sistema pianeta – quindi clima, bio, crio, lito e le altre varie “sfere” che lo compongono – sottostimino parecchio la capacità della vegetazione, specialmente alle alte latitudini, di assorbire anidride carbonica. Tale sottostima implica una cattiva gestione del problema, da cui derivano proiezioni non affidabili. Tra molte informazioni interessanti, lo studio si conclude così:

This, together with another recent study, suggests that most models are underestimating photosynthetic carbon fixation by plants and thus possibly overestimating atmospheric CO2 and ensuing climatic changes.

Che dite, tutto chiaro?

 

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