Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

L’evento freddo del 1450-1460 CE

Posted by on 11:46 in Attualità | 3 comments

L’evento freddo del 1450-1460 CE

Riassunto: Si ricorda una conferenza del dr. Willlie Soon (agosto 2018) sul periodo freddo 1450-60 CE che ha portato le cronache a registrare la presenza di un “Sole blu”. Vengono raccolte serie già utilizzate in precedenza per mettere in evidenza la presenza di un periodo freddo, e forse secco, corrispondente al decennio citato da Soon. Curiosamente in quel decennio la densità delle fonti storiche ha un minimo, indicando l’assenza di fenomeni degni di nota. Il dr. Soon ipotizza una forte eruzione le cui emissioni in atmosfera potrebbero aver reso “blu” il Sole.

Abstract: A reference is made to a lecture by Dr. Willie Soon (on August 2018) about the cold decade 1450-60 CE when historical anecdotal sources outline the observation of a “Blue Sun”. Evidence is presented of a cold, and may be dry, decade -the same quoted by Dr. Soon- from climate series of various proxies. The density of the historical sources shows a curious drop during the same decade, indicating the absence of “strange” and well noticeable phenomena. Dr. Soon conjectures a strong volcanic event whose emissions into the atmosphere could give origin to the “Blue Sun”.

In un post su WUWT si ricorda una conferenza del dr. Willie Soon su un periodo freddo, forse globale, registrato nel decennio 1450-60 CE. Il periodo è presente nell’aneddotica storica come quello in cui si è osservato il “Sole blu”. Il dr. Soon esamina l’argomento e le serie storiche che lo sostengono, spaziando anche in periodi di tempo diversi da quello di interesse. Introduce poi la possibilità di un’eruzione vulcanica che con le sue emissioni possa aver favorito minori temperature e, con le polveri sospese in atmosfera, la colorazione blu-indaco del disco solare.

In questo post riesamino alcune serie climatiche utilizzate in precedenza, alla luce del decennio in esame, cercando conferme di un periodo freddo e umido attorno al 1450-60 CE. Le serie climatiche spaziano dagli anelli di accrescimento degli alberi, alle carote limnologiche (sedimenti) dei laghi; dall’indice di siccità alle date di vendemmia; dalle temperature superficiali del mare (SST) ottenute da carote oceaniche a densità (numero per anno) delle fonti storiche.
Alcune di queste serie sono prese da Mariani et al., 2018 mentre le indicazioni per altre derivano da McCormick et al., 2012. Il grafico della densità delle fonti è preso da Camenisch, 2015. Le serie restanti sono già state utilizzate su CM qui e qui.
Solo la serie del PDSI (indice di siccità, da alberi del Marocco) di figura 9 è stata ridisegnata per questa occasione.

Di seguito vengono mostrati gli esempi, ai quali è necessario premettere due considerazioni:

  1. i grafici sono quelli già utilizzati, senza aggiunte per mettere in evidenza il decennio 1450-60. Solo per CA667 e per Yamal sono mostrati i rispettivi ingrandimenti.
  2. Il decennio in questione è ben dentro la parte iniziale della LIA (piccola età glaciale, 1350-1850) ed è al margine inferiore del minimo solare di Spörer (1460-1550). È quindi difficile distinguere tra cause diverse: LIA/Spörer o eruzione; crescita minore degli anelli degli alberi dovuta a siccità o a bassa temperatura (o ad entrambe); alto indice di siccità causato da clima freddo e umido o prova dell’eruzione, dalla quale si attendono sia abbassamento della temperatura che piogge estese.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542 Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460. In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542 Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460. In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542
Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460.
In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.2: Media delle 571 cronologie (serie yamal) della larghezza degli anelli del larice (Larix sibirica) nella penisola di Yamal (Russia).
In alto la serie completa.
In basso l’ingrandimento tra 1300 e 2000. Si nota un minimo (il secondo più profondo) tra gli anni 1450 e 1460.

Cliccando su yamal-meta si può raggiungere il file di materiale supplementare SM8 (l’articolo è il famoso Briffa et al., 2013, liberamente accessibile) dove il picco 1450-60 è calibrato in temperatura (anomalia). Io preferisco usare la larghezza degli anelli, ma questo grafico di SM8 (figura ST02 a pagina 7) può essere di interesse per qualcuno.

Fig.3: La serie chin061 del ginepro (Qilianshan juniper) misurata a Wulan, Cina, (Page 2k Consortium, 2013). Attorno al 1450 si nota un minimo nella crescita degli anelli, uno dei due esempi di crescite quasi nulle, insieme al periodo 1650-1700.

Fig.4: Date di vendemmia, rispetto al 31 agosto, a Beaune (Borgogna, Francia). Nel 1453 si nota un ritardo di 37 giorni che passa del tutto inosservato, ad esempio rispetto al ritardo di 34 giorni del 1477 o a quello di 43 giorni del 1481; ancora di più rispetto al ritardo di 58 giorni del 1816 o ai 48 giorni del 1821.

Nella figura 4 si vede una tendenza media a ritardare la vendemmia di circa 2 (1.6) giorni per secolo. Solo due date sono nettamente in anticipo (≤ 10 gg) rispetto al 31 agosto: il 2003 (-12) e soprattutto il 1556 (-15)

Fig.5: Date di vendemmia, rispetto al 1 settembre, in Borgogna (Francia) per il pinot nero. Dati da: NOAA Paleo. L’ordinata è rovesciata rispetto alla figura 4. Anche qui si notano alcuni ritardi importanti (50, 37, 36 gg) periodo di interesse, anche se si osservano altri ritardi uguali o superiori.

Fig.6: Frequenza annuale degli allagamenti nel lago di Ledro. Sono indicati gli intervalli caldi (RWP, MWP) e freddi (LIA) e i minimi solari (bande grigie). Attorno al 1450, in un periodo di complessiva siccità, si nota un aumento delle piogge (allagamenti).

Fig.7: Temperature estive ricostruite dalla limnologia. Poco dopo il 1450 si vede una diminuzione della temperatura estiva, non particolarmente forte ma ben visibile. La diminuzione e il recupero della temperatura sono molto veloci e infatti nel filtro a 33 anni l’oscillazione si vede a malapena.

Fig.8: Serie di Jiang et al., 2015. Dati dal core MD99-2275 del fondale nord-islandese; temperature estive superficiali marine. Attorno al 1460 si vede un minimo relativo, del tutto indistinguibile dagli altri minimi della serie.

Da questi dati è difficile identificare un evento avvenuto nel 1450-60: la variabilità delle oscillazioni non cambia nel tempo e si notano eventi più significativi, come il salto (break point) del 1315 o la costante diminuzione delle temperature a partire dal 1730 circa.

Fig.9: PDSI (Indice di siccità di Palmer) derivato dal Cedro in Marocco e in rosso i valori filtrati con finestra di 20 anni. In corrispondenza del 1450 si nota un aumento dell’umidità, tra i maggiori della serie. Questo aumento può essere messo in relazione con la diminuzione della crescita degli anelli osservata in altre zone (del tipo: troppe piogge e relativa sofferenza degli alberi)?

Complessivamente, questo indice rappresenta una situazione siccitosa iniziale e, dal 1350 al 1450, un aumento delle piogge. Poi una lenta diminuzione (o quasi costanza), seguita da un tracollo (forte siccità) che inizia dal 1952-1953. Segue, da poco prima del 2000 un nuovo aumento delle piogge.

Fig.10: Questo grafico sembra contraddire l’esistenza di un evento eccezionale o, almeno, notevole. Si basa sulla considerazione che un evento importante viene descritto da un numero maggiore di fonti storiche (annali, cronache, articoli di giornale, …). Nel caso del 1450-60 si ha una complessiva “bassa copertura” (letteralmente “un buco”) nelle fonti (con un leggero aumento tra il 1455 e il 1459), da cui si dovrebbe dedurre la non eccezionalità dell’evento. Il grafico è tratto da Camenisch, 2015.

Fig.11: È la fig.3a di Camenisch et al., 2016 e mostra la stima delle forzanti esterne complessive usate dai modelli elencati. La banda verticale azzurra è il periodo di interesse dell’articolo. Il forcing radiativo diminuisce in un periodo adiacente al 1430, forse il 1450-60.

Non uso i modelli molto volentieri, ma in questo caso abbiamo un’indicazione della diminuzione (in watt/m2) delle forzanti esterne che includono quelle antropiche (gas serra, aerosol) e quelle naturali (variabilità solare e aerosol vulcanici). La diminuzione del forcing dipende fortemente dal modello ma, almeno, esiste un valore comune per l’intervallo temporale.

Fig.12: Il grafico è la fig.2 di Esper et al., 2012 con la ricostruzione delle temperature estive (giugno-luglio-agosto) della Scandinavia settentrionale (dal -138 al 1900 CE). Poco prima del 1500 si osserva una forte diminuzione della temperatura -circa 3 °C- durante un periodo compatibile con il 1450-60.

Considerazioni conclusive

Ho mostrato i grafici di serie climatiche osservate, calcolate, ricostruite che sembrano confermare un evento di diminuzione della temperatura e aumento delle piogge.
La serie che più si allontana da quelle solitamente trattate, la densità delle fonti storiche, mostra una diminuzione di “attenzione” delle fonti tra il 1450 e il 1460 ma anche una leggera crescita tra il 1455 e il 1460.
La stessa cosa, cioè un piccolo aumento, si nota nel numero degli eventi alluvionali del lago di Ledro in un contesto di generale siccità.

Le date di vendemmia del pinot nero in Borgogna evidenziano un importante (~50 giorni) ritardo rispetto al 31 agosto e indicano quindi un ritardo nella maturazione dei grappoli. Un ritardo simile, ma meno significativo (~36 giorni) si osserva anche nelle date di vendemmia di Beaune (Borgogna).

Le serie dendrologiche (larghezza degli anelli di accrescimento degli alberi) evidenziano tutte -dalla Cina, alla Siberia, alla California- una diminuzione significativa, indicando con questo una maggiore sofferenza (a causa delle molte incertezze nei processi di calibrazione, non uso serie calibrate in temperatura) e quindi una minore crescita dello spessore degli anelli. Una serie dall’Alaska (ak096) non mostra alcuna variazione particolare per il 1450-60.
Da notare che le serie considerate sono nell’emisfero nord; non ho serie australi che comprendano il periodo che interessa qui e non ne ho cercate di nuove.

Bibliografia

  • Briffa K.R., Melvin T. M., Osborn T. J., Hantemirov R. M., Kirdyanov A. V., Mazepa V., Shiyatov S. G. and Esper J. (2013) Reassessing the evidence for tree-growth and inferred temperature change during the Common Era in Yamalia, northwest Siberia.Quaternary Science Reviews72, 83-107. doi:10.1016/j.quascirev.2013.04.008
  • Chantal Camenisch: Endless cold: a seasonal reconstruction of temperature and precipitation in the Burgundian Low Countries during the 15th century based on documentary evidence Clim.Past11, 1049-1066, 2015. doi:10.5194/cp-11-1049-2015
  • Chantal Camenisch +31 authors: The 1430s: a cold period of extraordinary internal climate variability during the early Spörer Minimum with social and economic impacts in north-western and central Europe.Clim.Past12, 2107-2126, 2016. S.I.doi:10.5194/cp-12-2107-2016
  • Jan Esper, David C. Frank, Ulf Büntgen, Anne Verstege, Jürg Luterbacher, Elena Xoplaki: Long-term drought severity variations in Morocco GRL, 34, L17702,2007. doi:10.1029/2007GL030844
  • Jan Esper, David C. Frank, Mauri Timonen, Eduardo Zorita, Rob J. S. Wilson, Jürg Luterbacher, Steffen Holzämper, Nils Fischer, Sebastian Wagner, Daniel Nievergelt, Anne Verstege, Ulf Büntgen: Orbital forcing of tree-ring dataNature Clim.Change Lett.1589, 2012. doi:10.1038/NCLIMATE1589
  • H. Jiang, R. Muscheler, S. Björck, M.-S. Seidenkrantz, Jesper Olsen, Longbin Sha, J. Sjolte, J. Eiríksson, L. Ran, K.-L. Knudsen, and M.F. Knudsen: Solar forcing of Holocene summer sea-surface temperatures in the northern North Atlantic Geology43,(3), 203-206, 2015 doi:10.1130/G36377.1;
  • L. Mariani, G. Cola, O. Failla, D. Maghradze, F. Zavatti: Influence of Climate Cycles on Grapevine Domestication and Ancient Migrations in EurasiaScience of the Total Environment635, 1240-1254, 2018. doi:10.1016/j.scitotenv.2018.4.175.
  • Michael McCormick, Ulf Büntgen, Mark A. Cane, Edward R. Cook, Kyle Harper, Peter Huybers, Thomas Litt, Sturt W. Manning, Paul Andrew Mayewski, Alexander F. M. More, Kurt Nicolussi, Willy Tegel: Climate Change during and after the Roman Empire: Reconstructing the Past from Scientiac and Historical EvidenceJournal of Interdisciplinary HistoryXLIII:2, 169-220, 2012
  • Pages 2k Consortium: Continental-scale temperature variability during the past two millennia.Nature GeoscienceVol. 6, pp. 339-346, 2013. doi:10.1038/NGEO1797
    Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

 

 

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La Mosca Cocchiera è Indaffaratissima

Posted by on 14:37 in Attualità | 7 comments

La Mosca Cocchiera è Indaffaratissima

Una cosa è la ricerca sul clima, altro è la fede nell’AGW, ovvero nella natura esclusivamente e drammaticamente antropica delle dinamiche recenti del clima, fatto che ha cancellato, oltre che i neuroni di molti, anche tutto ciò che sapevamo del clima prima di diventare, appunto, mosche cocchiere. Ma, quel che manca, in effetti, è spesso la consapevolezza delle dimensioni temporali e spaziali delle forze in gioco. Aggiungi a questo la ripetizione all’infinito di catastrofici effetti dell’AGW mai verificati e spesso mai dimostrati scientificamente e il dado è tratto: non c’è nulla che non possa essere ricondotto alla pratica di aggiungere CO2 all’atmosfera, nulla tranne, ovviamente, gli incidentali effetti positivi che questo ha avuto sia direttamente o indirettamente, ma questa è un’altra storia.

Parliamo piuttosto delle due ultime prodezze del volenteroso insetto convinto di essere alla guida del cocchio:

La Terra in effetti non ruota, ma oscilla, ovvero non ha una rotazione precisa attorno all’asse, questo per effetto della distribuzione della massa sul Pianeta. La modifica alla distribuzione della massa indotta dallo scioglimento del ghiaccio starebbe causando un’accentuazione di questa oscillazione. Vero? Falso? Non è questo il punto, perché siano o no attendibili le misure, il problema è come al solito nell’attribuire ai soli fatti degli ultimi decenni quanto invece ha origini la cui dimensione temporale è geologica. Il ghiaccio infatti si scioglie dopo ogni glaciazione, un po’ di più o un po’ di meno, difficile dire quanto. Per esempio in questa ultima fase interglaciale – che per inciso ci ha permesso di diventare una società evoluta (#sapevatelo) – si è sciolto meno che nella precedente. Quanto ha “wobblato” diversamente il Pianeta? Chi può dirlo, l’importante è dire che questa volta “wobbla” per causa nostra, così, giusto per non stare tranquilli. Ah, che poi il peso delle altre forze in gioco – il recupero dalla glaciazione e la convezione del mantello – sia noto si e no a spanne è, appunto, questione di disconoscenza delle dimensioni del cocchio rispetto alla mosca.

Un altro caso.

L’AGW, letteralmente, scioglie le montagne e genera tsunami. Come? Diluendo il collante che le tiene insieme. Domanda: ma nessuno si è chiesto attraverso quali e quante ere climatiche sono passate le montagne che vediamo ora? Quanta erosione hanno subito – sempre che qualcuno voglia ricordare che, appunto, il destino delle montagne è quello di essere erose…-, quante ere glaciali hanno attraversato, da quanti ghiacciai sono state coperte e attraversate… no, niente di tutto ciò. Il collante che resiste da sempre si sta sciogliendo, anzi, si scioglierà, e le montagne ci cadranno tutte sulla testa. E se ci sparassimo dentro qualche tonnellata di colla millechiodi?

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La Terra come Venere, l’ANS(i)A colpisce ancora

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La Terra come Venere, l’ANS(i)A colpisce ancora

E’ uscito sui PNAS ad opera di due ricercatori del MIT il paper su cui si è gettata a capofitto l’ANS(i)A appena ieri.

Qui il paper: Earth’s outgoing longwave radiation linear due to H2O greenhouse effect

QUi la versione ansiogena: La Terra come Venere, potrebbe avere un futuro bollente

Dunque, premettendo che la Terra avrà inevitabilmente un futuro bollente, semplicemente quando il Sole si sarà espanso abbastanza da cuocerla, cioè più o meno entro un miliardo di anni, l’oggetto del paper è davvero interessante, mentre lo è molto meno l’interpretazione in chiave attuale, ovvero cambioclimaticocentrica che ormai sembra si debba dare per guadagnare un po’ di spazio sui media.

Gli autori indagano la linearità della relazione tra la temperatura superficiale e la radiazione infrarossa uscente, un rapporto apparentemente semplice ma invece regolato da molti processi tutt’altro che lineari che nel loro complesso costituiscono il bilancio radiativo, cioè quanto calore entra, come viene gestito e quanto ne esce dal sistema pianeta. La loro conclusione è che questo rapporto si mantiene per effetto della presenza di un gas condensabile che concorre all’effetto serra, nella fattispecie il vapore acqueo, ma cessa di essere lineare quando la temperatura raggiunge/supera i 60°C.

A quei valori, ovviamente, non può portarci il Global Warming, neanche con tutta la buona volontà, ma ci arriveremo come detto per la naturale evoluzione delle cose, sempre che nel frattempo non intervenga qualche altro fattore a modificarle.

Ad ogni modo, le informazioni che scaturiscono da questo studio gettano una luce nuova sul contributo della radiazione infrarossa uscente alla sensibilità climatica – che ricordo essere la reazione del sistema all’aumento dell’efficienza dell’effetto serra, valore su cui la ricerca degli ultimi anni sta scommettendo al ribasso, ovvero verso un sistema meno sensibile, visto che il forcing aumenta sempre e le temperature non quanto dovrebbero secondo le previsioni.

Questo aspetto, unitamente alla non banale informazione che chi governa l’effetto serra è il vapore acqueo (sapevatelo…) e non la CO2, avrebbe dovuto suscitare la curiosità di ogni commento, mentre si è preferito andare nella direzione dell’improbabile ma sempre mediaticamente accattivante arrosto prossimo venturo. Vuoi mettere?

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Non tutto il Verde va di moda

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità | 1 comment

Non tutto il Verde va di moda

C’è un verde, un certo tipo di verde, che paradossalmente non piace proprio ai verdi. Trattasi di una speciale tonalità che potremmo anche chiamare “Verde Pianeta”, che sta diventando sempre più diffuso, nonostante siano tutti sempre più convinti che le cose vadano diversamente.

Di Global Greening in effetti abbiamo parlato molte volte ma, in occasione di una nuova ricerca appena pubblicata, vale la pena ripetersi, magari aggiungendo qualche importante informazione, proprio come fanno gli autori di questo studio:

Satellite Leaf Area Index: Global Scale Analysis of the Tendencies Per Vegetation Type Over the Last 17 Years

Sul blog di Judith Curry c’è un post che spiega molto bene il contenuto del paper, che è comunque accessibile liberamente.

Il valore aggiunto del loro lavoro consiste nell’aver messo a punto una tecnica di analisi dei dati satellitari da cui è derivato l’indice LAI (Leaf Area Index) che permette di disaggregare il tipo di vegetazione all’interno di ogni pixel, producendo quindi dati che consentono l’analisi di trend separati per diversi generi di piante, siano esse stagionali, sempreverdi, coltivate o forestali.

I risultati ottenuti confermano innanzi tutto quelli di altri precedenti lavori basati su analisi del dato aggregato, ovvero un significativo e generalizzato aumento della superficie verde del pianeta, fatto che in larga misura è da attribuirsi alla fertilizzazione da CO2 e che contrasta con poco con gli scenari apocalittici che ci vengono somministrati praticamente ogni giorno. Il segnale, pur con alcuni distinguo, è netto anche nelle serie disaggregate, che costituiscono materiale di peso per valutazioni sullo “stato di salute” di diverse tipologie di vegetazione in diverse aree del pianeta.

Naturalmente però, anche su questo, che a tutti gli effetti è uno dei non trascurabili ma del tutto omessi risvolti positivi dell’aumento della concentrazione di CO2, c’è chi ha da obiettare, da un lato perché un aumento della quantità sarebbe accompagnato – per le specie coltivate – da una riduzione delle qualità organolettiche, dall’altro perché distruggerebbe (sic!) i cicli naturali dell’ecosistema…

Morale, come senza smentirsi recitava qualche giorno fa il NYT, non ci sarebbe niente da celebrare… Ok, nessuna celebrazione, facciamo solo un altro po’ di informazione, magari rileggendo quanto ha scritto sulla relazione quantità-qualità delle produzioni agricole Luigi mariani appena qualche giorno fa.

Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Buona giornata.

 

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Le Previsioni di CM – 24/30 Settembre 2018

Posted by on 23:29 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 24/30 Settembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una veloce ondulazione atlantica è in transito in queste ore dall’Europa centrale in direzione dei Balcani, e interessa marginalmente anche la penisola italiana in modo particolare con una significativa diminuzione delle temperature e una vivace ventilazione settentrionale. Il campo di massa è in rapida rimonta da ovest, con valori del geopotenziale molto elevati sulla penisola iberica e i massimi al suolo collocati più a nord, in prossimità delle isole britanniche. A ovest della cellula anticiclonica staziona in Atlantico la tempesta tropicale Leslie mentre alle latitudini superiori il flusso principale evolve in profonde depressioni che sospingono aria polare sempra più fredda a latitudini inferiori: segnatamente sulla Scandinavia e Terranova (Fig.1).

All’inizio della settimana la cellula anticiclonica subirà un tilting in senso orario per l’abbassamento del fronte polare, spostando i suoi massimi di geopotenziale sul Mediterraneo centro-occidentale e convogliando correnti fresche e secche in direzione dell’Italia. La successiva estensione verso levante stabilizzerà ulteriormente le condizioni atmosferiche sull’Italia centro-settentrionale, mentre va seguita con attenzione la possibilità che un nocciolo di aria fredda in discesa sull’Egeo evolva in un profondo vortice mediterraneo capace di influenzare il tempo sulle nostre regioni meridionali.

Estremamente difficile al momento tracciare il quadro per la fine della settimana per la presenza di diverse figure sinottiche scarsamente prevedibili nella loro evoluzione e comunque interdipendenti: la tempesta Leslie, la retrogressione fredda sul Mediterraneo orientale e le ondulazioni in seno al flusso principale atlantico (Fig.2).

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nuvolosità in rapido aumento dalle regioni centro-settentrionali adriatiche in spostamento verso le restanti regioni peninsulari con precipitazioni più intense su Romagna, Marche e Abruzzo, più isolate altrove. Schiarite più ampie sulla Valpadana e sulle isole maggiori. Rovesci diffusi anche sull’arco alpino specie nella prima parte della giornata.

Temperature in forte diminuzione al Nord e al Centro in estensione verso le regioni meridionali in serata. Ventilazione tesa dai quadranti nord-orientali.

Martedì rapido miglioramento al Nord e al Centro. Condizioni di instabilità sulle isole maggiori con piogge e rovesci in attenuazione sulla Sardegna dal pomeriggio.

Temperature in ulteriore dimimuzione, specie al Meridione. Venti tesi dai quadranti nord-orientali su tutti i bacini.

Mercoledì e Giovedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese.

Temperature in graduale aumento a partire dalle regioni centro-settentrionali. Ventilazione in graduale attenuazione con persistenza di tramontana tesa sulle regioni sud-orientali.

Venerdì stabile e soleggiato ovunque, ma con possibile aumento della nuvolosità sulle regioni ioniche.

Temperature stazionarie o in ulteriore lieve aumento al Nord. Venti deboli di NE con residui rinforzi sullo Jonio.

Sabato e Domenica grande incertezza previsionale. Possibile peggioramento del tempo sulle regioni meridionali per avvicinamento del vortice mediterraneo con precipitazioni anche intense e persistenti.

 

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Il punto più basso

Posted by on 06:01 in Attualità | 17 comments

Il punto più basso

L’articolo (e anessa recitazione) comparsi qualche giorno fa sul Corriere rappresentano probabilmente il punto più basso nella storia già di per sè ingloriosa dell’informazione climatica mainstream italiana. Innanzitutto per il fritto misto di clamorose fake news e affermazioni scientificamente spericolate già oggetto di un precedente post su CM. Ma soprattutto per il salto di qualità nella strategia comunicativa che si caratterizza per l’uso spregiudicato di tecniche di spin doctoring tipiche della comunicazione politica.

Dopo la sequela di clima-assurdità a cui il lettore si è assuefatto ormai da anni, infatti, l’articolo affronta il tema del negazionismo climatico. Sorvolando sull’uso già di per sè assai politico e storicamente abominevole del termine negazionista in un contesto che ha la pretesa di definirsi “scientifico”, quello che più colpisce è la pretesa di ridurre l’opposizione scientifica alla teoria del Global Warming Antropogenico (AGW) ad una opaca entità politica finanziata da personaggi occulti e in odore di lobby petrolifere. Nell’articolo, infatti, alla scienza che si vorrebbe “consolidata” viene contrapposta specularmente la sinistra “Global Warming Policy Foundation”, in apparenza una spectre potentissima e para-massonica, nella realtà una fondazione semi-sconosciuta con un budget da sagra di paese e un sito internet completo di nomi, cognomi e intendimenti.

Davide e Golia

Tanto per dare un’idea, il budget annuale a disposizione della temibile fondazione negazionista in questione sarebbe sufficiente a coprire a stento le spese di qualche ora di lavoro di una COP climatica. A fronte, per esempio, del trilione di dollari (due milioni di miliardi delle vecchie lirette) stanziato dalla sola Breakthrough Energy Coalition (BEC), fondata in piena COP21 con l’intento di finanziare progetti per la produzione di energia a zero emissione di CO2 e partecipata da tre degli uomini più ricchi del mondo: Bill Gates, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos.

Il fronte della “scienza climatica consolidata”, infatti, ha una disponibilità di spesa praticamente illimitata e vanta una galassia di finanziatori e stakeholders tanto vasta quanto indefinita. Tanto per dare qualche altro numero, la sola implementazione delle azioni di “adattamento e mitigazione” della Climate Change Convention delle Nazioni Unite richiede lo stanziamento di circa 100 miliardi di dollari all’anno, una cifra superiore al prodotto interno lordo della stragrande maggioranza dei paesi africani. Per non dire delle numerose iniziative di fondi di investimento trilionari (privati e sovrani) che con il pretesto della lotta al global warming distolgono investimenti ingentissimi dalle società “value” (petrolifere su tutte) a favore di quelle “growth” (high-tech, rinnovabili). Ovvero spostano i soldi degli investitori direttamente nelle tasche dei Gates, Zuckerbeg e Bezos: proprio quelli della BEC appena citata. Quando si dice il caso.

La rappresentazione dell’opposizione scientifica all’AGW nelle forme di una organizzazione para-massonica e rovinamondo ha lo scopo nemmeno troppo nascosto di gettare discredito su chiunque osi contestare la “scienza consolidata”: qualsiasi pensiero difforme dal mainstream sottende interessi inconfessabili e fini spregevoli, e va quindi stroncato senza esitazione. È un esercizio scientificamente ignorante, e socialmente pericoloso perché giustifica la character assassination di chiunque osi mettere in discussione il dogma. A partire da quegli stessi scienziati che pretendono di ballare da soli, e di cantare fuori dal coro.

Al rogo! Al rogo!

L’opposizione scientifica alla narrativa dominante, infatti, esiste davvero, vanta nomi prestigiosi e non è residuale come si vorrebbe far credere. La famosa storiella del 97% di consensus, per esempio, è una vera e propria clima-bufala: molto maggiore di quel ridicolo 3% la letteratura scientifica che non attribuisce all’uomo un ruolo preponderante nel riscaldamento globale. E quel numero si arricchisce di nuovi contributi, man mano che le previsioni dei modelli matematici vengono clamorosamente smentite dalla realtà: solo 0.85 gradi di aumento globale della temperatura negli ultimi 170 anni, a fronte dei 12 gradi che l’articolo vorrebbe aggiungere nei prossimi 80 anni.

La schiera degli spregevoli negazionisti vanta in Italia nomi del calibro di Antonino Zichichi, su posizioni apertamente scettiche e Carlo Rubbia, più moderato del primo nella sua critica alla narrativa dominante, ma comunque tacciabile di negazionismo, con i criteri di valutazione del Corriere. A livello mondiale, poi, troviamo emeriti del MIT come Richard Lindzen (autore di un bellissimo pezzo che chiunque si accosti al tema del global warming dovrebbe leggere), accademici di fama come Judith Curry,  John Christy e Roy Spencer, o Harold Lewis, solo per fare qualche nome.

Non sono nomi casuali questi: è tutta gente che ha pagato in prima persona le proprie posizioni in ambito scientifico, e che è stata sottoposta alla character assassination già menzionata: finendo nel mirino degli ambientalisti, linciati su internet in millemila siti di ortodossia climatista, accusati di collusione coi petrolieri, costretti all’abbandono di cattedre o società scientifiche prestigiose. Quando non destinatari di pallottole vere come successo proprio a Christy durante l’ennesima marcetta verde e pacifista dell’Earth Day: ieri medagliato dalla NASA per altissimi meriti scientifici Christy, e poi oggetto di una fatwa da parte del tribunale del Climate Change con l’accusa di alto tradimento climatista.

Judith Curry ha rassegnato le dimissioni dalla prestigiosa cattedra del Georgia Institute of Technology in polemica con quella che ha definito la “natura avvelenata del dibattito scientifico sul global warming”. Harold Lewis, un curriculum accademico semplicemente straordinario, nel dimettersi dall’American Physical Society denunciò pochi mesi prima di morire in una lettera drammatica “la truffa del riscaldamento globale, con (letteralmente) migliaia di miliardi di dollari che la guidano, che ha corrotto così tanti scienziati, e ha travolto l’APS come un’onda anomala”.

In chiusura di monologo l’autrice recitaio sto con la scienza. Bella frase, ad effetto. Ricorda molto il Defence Science della autonominata “Resistenza” anti-trumpiana a stelle e strisce. E offre una chiave di lettura finalmente più chiara di un pezzo che sarebbe stato incomprensibile nei suoi intenti, se in chiusura non ci fosse stato l’ennesimo pippettone anti-trumpiano del quotidiano in questione.

Chiunque ami e pratichi la scienza dovrebbe stare con Harold Lewis. Difendere la scienza è mettersi in discussione, seminare il dubbio, contestare i dogmi, intuire e indagare quello che altri non vedono o non vogliono vedere. Galileo Galilei fu processato perché negazionista agli occhi di chi difendeva l’ortodossia del sistema geocentrico, e Serveto pagò con la morte, tra le altre cose, anche l’intuizione che era il cuore a pompare sangue ai polmoni, in opposizione alla teoria allora ritenuta “consolidata” di Galeno: negazionista anche Serveto, e bruciato sul rogo assieme ai suoi libri.

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“La scienza è consapevolezza della fallibilità degli esperti” – Feynman

 

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Esiste una relazione tra rotazione solare e tuoni e fulmini?

Posted by on 06:00 in Attualità, Sole | 6 comments

Esiste una relazione tra rotazione solare e tuoni e fulmini?

di Franco Zavatti e Luigi Mariani _______________________________________________

Premessa

I fulmini sono fenomeni elettrici atmosferici che si producono fra nube e terra a seguito della separazione delle cariche che si genera all’interno di nubi a grande sviluppo verticale, i cumulonembi, le tipiche nubi temporalesche. Il tuono è l’onda sonora indotta da tali scariche elettriche per cui l’osservatore può cogliere o il bagliore del fulmine o, successivamente, il rumore del tuono. Si parla poi di lampi quando le scariche elettriche sono fra nube e nube. I fulmini hanno un ruolo essenziale in quanto rigenerano il campo elettrico atmosferico e in ogni istante sul nostro pianeta sono in atto vari temporali come è possibile cogliere dalle immagini in real time presenti al benemerito sito Blitzortung (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

Un recente articolo scientifico ha posto in relazione la frequenza dei fulmini con l’attività solare, evidenziando un legame causale che qualora confermato evidenzierebbe un’inedita interazione fra fenomeni astronomici e clima.

L’articolo di Miyahara et al.

Ci riferiamo qui al recente articolo di Miyahara et al., 2018 (di seguito Miya18) che pone la questione del possibile legame tra ciclo rotazionale del Sole e attività di tuoni/fulmini in Giappone nel XVIII e XIX secolo. Gli autori hanno avuto la possibilità di accedere a due serie di diari di prefetture locali tenuti fin dalla metà del XVII secolo. In questi diari, fra le altre notizie e registrazioni, venivano fornite indicazioni sulla presenza di tuoni e/o fulmini.

Nella seguente figura 1 di Miya18 si vedono i grafici delle serie derivate dai diari (un esempio di diario è nel sito di supporto), sotto forma di numero di giorni con tuoni/fulmini tra maggio e settembre di ogni anno (periodo estivo). Le tre serie disponibili iniziano tra il 1665 e il 1720 e terminano attorno al 1860.

Le osservazioni moderne della frequenza di tuoni/lampi mostrano un segnale di rotazione solare (il periodo di rotazione del Sole varia tra ~25 giorni all’equatore e ~33 giorni a 80° di latitudine) ma in generale queste sono serie di breve durata, tipo 2000-2005 e 2000-2007 in Inghilterra e 1991-1992 e 1999-2001 in Giappone. Una serie più lunga -dal 1989- è stata usata dalla stessa Miyahara in due lavori del 2017 (a,b).

Si è suggerito anche che la copertura nuvolosa abbia un periodo di 27 giorni e Takahashi et al., 2010 [tra gli autori è presente anche Miyahara] usano la radiazione infrarossa in uscita (OLR, Outgoing Longwave Radiation) come proxy per la copertura nuvolosa e trovano il periodo di 27 giorni durante i massimi di attività solare e periodi adiacenti durante i minimi.

In Miya18 si nota che, a causa della vita media delle macchie solari (alcuni mesi), la fase del periodo di 27 giorni dei vari parametri solari è variabile nel tempo e questo rende poco adatto l’uso dei normali metodi di analisi spettrale perchè lo spostamento di fase diluisce il segnale; quindi questi autori usano l’analisi degli istogrammi invece dell’analisi spettrale.

Noi abbiamo preferito usare gli spettri Lomb (i dati non sono a passo costante) assumendoci il rischio di un segnale meno visibile.
Delle tre serie riportate in figura 1, abbiamo usato quella di Hirosaki desunta dal “Diario dell’ufficio del governo del clan Hirosaka” redatto nel nord dell’isola di Honshu e una cui pagina è visibile qui foto.

I dati sono stati digitalizzati da un ingrandimento di figura 1c (v. sito di supporto) e consistono in 177 righe con anno e numero di giorni con tuoni/lampi (gli altri due numeri del file sono le coordinate rettangolari della digitalizzazione). Il dataset copre gli anni dal 1665 al 1866 con poche interruzioni.

In figura 2 (pdf) viene riportato il grafico del dataset e il suo spettro Lomb, con due livelli di zoom, dove si notano i segnali di ElNño (2-4 e 12 anni, v. qui su CM, fig.3) che si potevano facilmente immaginare essendo il Giappone ai margini della Pacific warm pool (piscina calda del Pacifico) dove si accumula l’acqua calda che “carica” il motore ENSO cil quale successivamente si scaricherà tramite El Niño. Crediamo quindi che questi massimi spettrali si possano dare per scontati e dunque concentriamo l’attenzione su quelli di periodo più breve, in particolare su quelli (con periodo in giorni) riportati nel riquadro giallo.

Fig.2: Valori osservati (digitalizzati) di Hirosaki, con la retta di regressione da cui si calcola il detrending richiesto dallo spettro Lomb. Gli spettri sono volutamente trascurati, per lasciare l’attenzione sul riquadro giallo in cui i periodi spettrali sono in giorni.

Qui si possono notare 4 massimi (più due, a ~47gg e ~52gg non indicati) di periodo circa 27, 29, 33 giorni, in pratica il periodo di rotazione differenziale del Sole all’equatore, a latitudini intermedie e attorno al Polo (~80°). Questi massimi sono tra i più evidenti di tutto lo spettro e, anche se si può legittimamente discutere se i dati siano o meno in grado di evidenziare un simile livello di dettaglio, l’insieme di questi picchi spettrali può legittimamente far pensare all’influenza della rotazione solare (che mostra di volta in volta alla Terra zone solari di differente attività).

Attività solare

Si discute della presenza della rotazione durante i periodi di bassa/media/alta attività solare e il lavori che trattano l’argomento (ad es. Miya18, Miyahaka et al., 2017a,b e Takahashi et al., 2010) trovano la rotazione nei periodi di alta aittivitàe non la trovano in quelli di bassa attività.

Abbiamo voluto verificare se gli spettri di sottoperiodi con diversa attività potessero registrare la presenza o meno dei massimi legati alla rotazione e abbiamo definito, seguendo Miya18, i diversi livelli di attività solare tramite i valori del GSN (Group Sunspot Number, disponibili al SIDC/SILSO), riportati nel sito di supporto, secondo lo schema

  • GSN>150 ———> attività alta
  • 75≥GSN<150 —> attività media
  • GSN<75 ———-> attività bassa

In questo modo sono state definite le tre serie; dal 1840 al 1870 (alta), dal1768 al 1792 (media), dal 1796 al 1826 (bassa) mostrate nelle figure 3 (pdf), 4 (pdf) e 5 (pdf) insieme ai loro spettri Lomb.

Fig.3: Serie di Hirosaki dal 1840 al 1870 (alta attività solare).

Fig.4: Serie di Hirosaki dal 1768 al 1792 (media attività solare).

Fig.5: Serie di Hirosaki dal 1794 al 1826 (bassa attività solare).

Nei tre spettri non si riesce a scendere sotto il periodo di ~80 giorni (0.22 anni) e quindi non siamo in grado di discutere la visibilità della rotazione solare in funzione dell’attività variabile.
Nell’alta attività si notano i massimi a 8.7 e 6.9 anni: di questi, nella bassa attività si ritrova solo il picco a 6.9 anni, mentre entrambi non sono presenti nella media attività; il massimo a 1.9 anni è presente nella media attività ed è praticamente inesistente sia nella bassa che nella alta.
I massimi inferiori a 7 anni, ancorchè leggermente diversi di periodo e a volte notevolmente diversi in potenza, sono generalmente presenti nei tre spettri.

Ci si potrà chiedere se le differenze siano legate alla diversa attività o se dipendano dalla brevità delle serie utilizzate, ma purtroppo non abbiamo una risposta a questa domanda. Ci limitiamo a evidenziare similitudini e diversità.

Conclusioni

Abbiamo mostrato la possibilità di evidenziare un segnale spettrale della rotazione solare anche nei dati derivati da diari giapponesi del XVIII e XIX secolo e relative ai giorni di tuoni/fulmini, il che ci consente di ipotizzare una relazione tra attività dell’atmosfera e rotazione solare.

Purtroppo non è stato possibile ottenere la stessa evidenza nei casi di alta, media e bassa attività solare.

Bibliografia

  • Hiroko Miyahara, Chika Higuchi, Toshio Terasawa, Ryuho Kataoka, Mitsuteru Sato and Yukihiro Takahashi: Solar 27-day rotational period detected in wide-area lightning activity in Japan , Ann.Geophys., 35,583-588, 2017a, doi:10.5194/angeo-35-583-2017.
  • Hiroko Miyahara, Ryuho Kataoka, Takehiko Mikami, Masumi Zaiki, Junpei Hirano, Minoru Yoshimura, Yasuyuki Aono and Kiyomi Iwahashi: Searching for the 27-day solar rotational cycle in lightning events recorded in old diaries in Kyoto from the 17th to 18th century , Ann.Geophys., 35, 1195-1200, 2017b, doi:10.5194/angeo-35-1195-2017.
  • Hiroko Miyahara, Ryuho Kataoka, Takehiko Mikami, Masumi Zaiki, Junp Yasuyuki Aono and Kiyomi Iwahashi: Solar rotational cycle in lightning activi during the 18-19th centuries. Ann. Geophys., 36, 633-640, 2018. doi:10.5194/angeo-36-633-2018
  • Y. Takahashi, Y. Okazaki, M. Sato, H. Miyahara 27-day variation in cloud amount in the Western Pacific warm pool region and relationship to the solar cycle , Atmos. Chem. Phys., 10, 1577-1584, 2010. doi:10.5194/acp-10-1577-2010
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Il Clima di Florence

Posted by on 12:54 in Attualità | 0 comments

Il Clima di Florence

Appena qualche giorno fa, con l’uragano Florence che minacciava le coste degli USA e ben altre tra zone attive nell’area atlantica, scrivevo che, dopo una lunga fase praticamente inerte, sembrava quasi che qualcuno avesse acceso la luce sull’oceano. Tutto abbastanza normale per molti aspetti, dal momento che settembre è il mese di picco della stagione degli uragani. Luce che, subito dopo l’impatto di Florence sulla costa della Carolina del Nord e l’assorbimento da parte della circolazione extra-tropicale delle altre zone attive, si è nuovamente, inesorabilmente spenta.

Tuttavia, Florence è bastato (e avanzato) per stimolare la fantasia di molti commentatori della prima ora, che si sono affrettati ad attribuirne evoluzione, intensità e, naturalmente, danni provocati, alla madre di tutte le cause: il climate change.

L’attribuzione degli eventi strettamente attinenti al tempo meteorologico alle dinamiche del clima, anzi, del clima che cambia, oltre ad essere la traslazione di qualcosa di impalpabile come la variazione di decimi di grado della temperatura globale nella vita di tutti i giorni, è anche quanto di più incerto, difficile e, ad oggi privo di robustezza scientifica ci possa essere nell’ambito delle discussioni in tema di clima.

Per la prima ragione e nonostante la seconda, ogni volta che arriva un evento intenso o, peggio, estremo, l’attribuzione al clima che cambia è sempre la prima opzione, specialmente sui media, in molti casi con la complicità di esperti del settore. Naturalmente Florence, giunto sulle coste USA con intensità 1 della Scala Saffir Simpson, ossia con il livello più basso per gli Uragani, non ha fatto eccezione.

Tuttavia, mentre la quantità enorme di precipitazioni rilasciati dal sistema (complice anche un’orografia abbastanza complessa che ha ulteriormente esacerbato sia i fenomeni che i loro effetti) è ancora praticamente sul territorio dello stato USA, fa piacere leggere su Nature una Letter firmata da un gruppo scienziati specializzati nella modellizazione del sistema climatico, tutti assolutamente insospettabili di scetticismo sul tema, che mette in guardia tutti quelli che vorrebbero fare rapidi e fin troppo facili discorsi di attribuzione.

Attributing extreme weather to climate change is not a done deal

Il fatto è, scrivono, è che l’attribuzione di fenomeni meteorologici alle dinamiche del clima, è soprattutto un problema di scala e di capacità di riprodurre questi eventi con precisione, anche dal punto di vista delle loro dinamiche specifiche. Molto semplicemente, i modelli climatici, gli unici con cui si potrebbe pensare di tracciare modifiche al sistema in grado di riverberarsi sulla frequenza e sull’intensità del tempo atmosferico, non sono affatto affidabili alla scala spaziale e temporale meteorologica, si tratti anche di eventi decisamente importanti come gli uragani.

Forse sarebbe il caso che i commentatori della prima imparassero a tener conto di questo. Come si dovrebbe tener conto, e per questo non c’è bisogno di andare fino nell’Oceano Atlantico, della performance a dir poco disarmante che i modelli previsionali a 3 giorni (3 giorni, non 30 anni!) hanno mostrato sul tentativo di individuare la nascita e l’evoluzione del Tropical Like Cyclone sul Tirreno centrale di questi giorni…

Sulla pubblicazione di questa Letter e sul suo significato, è nata anche un’interessante discussione su TW, che potete leggere qui e qui, culminata, purtroppo come sempre, in atti di fede del verbo dell’IPCC, opportunamente selezionato alla bisogna.

Buona giornata.

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Troppo facile

Posted by on 07:34 in Attualità | 10 comments

Troppo facile

di Roberto Kersevan

Un paio di giorni fa un frequentatore di questo blog, Lorenzo, ha postato un link ad un articolo sul sito internet del Corriere della Sera, a firma di Milena Gabanelli e Domenico Affinito.

L’articolo è composto di un video condotto da Milena Gabanelli di poco piu’ di 2 minuti, e di testo e figure prese da fonti scientifiche serie… Scripps Institution, World Resources Institute, ENEA, e altri… quindi a prima vista sembrava interessante. Purtroppo, dopo pochi secondi dall’inizio, mi sono reso conto che i dati scientifici esistenti erano trattati con superficialità’, imprecisione e inadeguatezza, e parecchi dei dati che la conduttrice ha cercato di far passare per fatti acclarati e giustificare certe sue posizioni (che diventano chiare nella seconda parte del video e nel testo), in realtà’ fatti acclarati proprio non sono. Al punto che se uno va a documentarsi su di essi, o magari è già’ documentato, scopre che le conclusioni alle quali si potrebbe e dovrebbe arrivare sono distanti, quando non addirittura opposte, da quelle alle quali arriva la conduttrice.

Per facilitare la discussione, andro’ con ordine, seguendo il video (Nota: con « … » riporto le parole della conduttrice, a seguire il mio commento)

« Cala il ghiaccio ai poli » : vero… ma e’ successo già’ prima. Per esempio esistono foto del sommergibile nucleare USA ‘’SSN-578 Skate‘’ che emerge ben sopra il circolo polare alla fine degli anni 50 senza dover rompere la calotta. E ce ne sono a decine di altre frequenti emersioni.

« Il ghiacciaio del Kilimangiaro ha perso l’85% della sua copertura » : vero anche questo… anche se la diminuzione dei ghiacciai su quella montagna è iniziata molto prima (vedi fine di questo post) non certo a causa degli « eventi estremi » degli ultimissimi anni di cui si sente parlare ogni giorno.

« In Alaska il 100% si sta assottigliando… sulle Alpi il 99%… sull’Himalaya il 95%… e sulle Ande il 92 » : vero anche questo, almeno questo è quanto i dati e le misure ci dicono… ma anche lì l’assottigliamento dei ghiacciai e’ iniziato a partire dal 1850 circa, è cosa ben nota.

Una delle tante foto che passano sullo schermo mentre la conduttrice recita il testo e’ quella di un povero asino morto, chiaramente a causa della mancanza d’acqua. Ho fermato il video, copiato una parte della foto, e con Google Images ho trovato l’originale. E’ una foto di un fotografo professionista, tale Christopher Furlong, ed i diritti sono di Getty Images. Da dove scrivo, in svizzera, chiedono 500 franchi svizzeri per poterla utilizzare.
A parte il valore economico, è il testo che l’accompagna che è interessante, perché, come si puo’ vedere sul sito https://www.gettyimages.fr/license/93065770… ci dice che è del 2009, e che è stata presa in Kenya, nei paraggi del lago Turkana, centro di scontri etnici e sociali che coinvolgono la popolazione nomade Turkana complice anche l’immigrazione forzata. La foto e’ del novembre 2009, a febbraio la BBC pubblicava sul suo sito questo http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/7912242.stm… dall’eloquente titolo ‘’ Thousands flee Ethiopia clashes’’… a migliaia fuggono da scontri in Etiopia.
Questa pagina dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’aiuto ai rifugiati UNHCR… http://www.unhcr.org/ke/kakuma-refugee-camp… dice che adesso, nel 2018, la regione del Turkana in Kenya e’ colpita da un forte influsso di rifugiati dal Sud Sudan. Da cosa scappano questi rifugiati ? Dalla carenza di acqua ? Per saperlo basta cliccare sul link « South Sudan Data Portal », nel testo della pagina web qui sopra, e si arriva a quest’altro documento https://data2.unhcr.org/en/documents/download/65387… che spiega come dal 2013 ci siano 2 milioni e mezzo di abitanti nel Sud Sudan, di cui 2 milioni che sono scappati da una guerra in corso, non dalla siccità:

‘’This figure includes two million refugees who have fled since the outbreak of conflict in December 2013’’

Riassumendo: fin qui poca precisione e utilizzo « creativo » di alcune immagini, ma alcuni dati sono corretti. E’ l’interpretazione che è forse lacunosa ? Il resto del video ce lo dirà… andiamo avanti.

« Si alza il livello dei mari… » : vero anche questo… ma anche questo avviene da secoli e secoli, non e’ iniziato da pochi anni.

« … l’acqua salata entra nei fiumi e rende aridi i terreni » : questo NON e’ vero… almeno non in regola generale.

« A rischio l’approvvigionamento di acqua dolce … » : forse sì, ma non certo per il motivo citato qui sopra, e cioè che l’acqua salata entra nei fiumi, o il livello del mare si alza.

« … e diminuisce la produzione di energia idroelettrica » : non vero, in generale. La produzione mondiale di energia idroelettrica non cessa di aumentare praticamente da quando esiste, cioè più di un secolo, e per quel che riguarda la produzione idroelettrica italiana, se è a questo che la conduttrice si riferisce, quest’anno è maggiore di quella del 2017 (stesso periodo, primi 7 mesi), e di parecchio (dati Terna). Che l’idroelettrico in generale sia una fonte soggetta a forti fluttuazioni da un anno all’altro e’ anche arcinoto e ben documentato.

Fin’ora sono passati 30’’ dei 2’30’’ totali, era solo l’introduzione. La conduttrice passa quindi ad argomenti che più toccano la vita delle persone, come il cibo:

« In sofferenza la raccolta di grano… » : non vero, basta guardare i dati FAO aggiornati a pochi giorni fa… qui… http://www.fao.org/worldfoodsituation/csdb/en/… dati numerici ben riassunti nel grafico seguente (Fonte: FAO, “World Food Situation”):

La “sofferenza” citata dalla conduttrice è forse la lieve diminuzione dei dati 2018/19 rispetto a quelli del 2017? Se così fosse, si tratterebbe di ben poca sofferenza, perché il 2017 e’ stato un anno record di produzione per il pianeta, da quando la specie umana ci cammina sopra.

Segue la lista dei paesi o aree del pianeta dove la produzione agricola avrebbe « sofferto » : USA, Canada, Ucraina, Russia, Australia, Turchia e Europa : sara’ anche vero che la produzione e’ stata inferiore a quella del 2017 e anche alle previsioni, ma come si vede nel grafico l’utilizzazione non cessa di aumentare, e le riserve (stocks) sono molto alti… più di 700 milioni di tonnellate !

Qui finisce la parte con la voce di commento, la conduttrice appare in persona… e si passa purtroppo dai dati scientifici alla politica.

Dice che ci sarebbero 42 « paesi » che formano l’IPCC… ma sul sito dell’IPCC dicono che i paesi sono 195… OK, una svista, può capitare.

Quello che è importante è che giusto attorno alla fine del primo minuto sentiamo che « … in atmosfera la temperatura potrebbe salire dai 6 ai 12 gradi entro il 2100 » ???? Mmmmhh… qui qualcosa non torna… non e’ un piccolo errore, come il numero di paesi aderenti all’IPCC o l’acqua salata degli oceani che salendo di 3 mm/anno risale i fiumi rendendo i campi sterili… qui si tratta di un aumento di temperatura sconvolgente !… dai 6 ai 12 gradi entro i prossimi 80 anni o giù di li !… qui c’e’ di che farsi gelare il sangue nelle vene (oddio, con 12 gradi sara’ difficile che geli, devo ammetterlo!).

Continua:

« Completo scioglimento del ghiaccio… l’oceano che si alza di 75 metri… inondazione di un terzo delle abitazioni della popolazione globale… riduzione della produzione agricola… aumento della desertificazione»

Questo è quello che nella letteratura anglosassone si chiama un « doomsday scenario », uno scenario da fine del mondo.
In realtà poco o nulla di quanto la conduttrice afferma potrà succedere… sul pianeta terra, e sicuramente non entro il 2100.

Per sciogliere completamente « il ghiaccio » (immagino si riferisca ai ghiacciai e alle calotte polari del pianeta) ci vorrebbero millenni, non 83 anni, questo e’ fuori discussione.

Infatti, nel passato di questo pianeta, anche recente (su scala temporale geologica, e comunque la specie umana attuale era già presente) ci sono state fusioni di ghiacciai e calotte molto più grandi di quelle attuali, che hanno l’Antartico e la Groenlandia come le due maggiori.
Il continente nord-americano è stato coperto in grande parte da svariati km di ghiaccio, una calotta della quale rimane solo un piccolissimo ricordo nel nord del Canada. Si chiamava Laurentide. Si è sciolto, per cause indipendenti dalle azioni della specie umana, al ritmo di poco più di 5000 km3/anno.
I dati che sto citando si trovano per esempio nello studio seguente, facilmente scaricabile su internet:

‘’An outline of North American Deglaciation with emphasis on central and northern Canada, Quaternary Glaciations- Extent and Chronology’’, Part II p. 373-424, edito da Elsevier, dove si vede la sequenza ricostruita dai glaciologi. Millenni e millenni per sciogliersi.

Che 80 anni non possano essere sufficienti a far sciogliere completamente il ghiaccio delle calotte polari del pianeta è poi evidente non solo ai glaciologi esperti, ma anche a chiunque sappia fare dei semplici calcoli… le proprietà termodinamiche di ghiaccio e acqua sono note, le quantità di ghiaccio pure. La conclusione immediata è che non c’è modo di far fondere decine di milioni di km3 di ghiaccio, che nel caso dell’Antartide sono a temperature anche sotto ai -40 C in così poco tempo. Questo è « procurato allarme », piuttosto che divulgazione scientifica, sempre che fare della divulgazione o informazione accurata fosse lo scopo del pezzo.

A partire da questo momento, dopo questo « svarione colossale», chiamiamolo così, sul ‘’ghiaccio’’ del pianeta che fonde completamente in 80 anni o giù di lì, parte una lunga serie di considerazioni e pseudo-dati scientifici (almeno questa è l’impressione che si ha).
Per evitare la mega fusione ultra rapida bisogna assolutamente bruciare meno petrolio (… e il carbone ?… e il gas ? …. non li cita proprio… si può continuare a bruciare allora ?)… e aumentare la produzione da fonti rinnovabili del 2% all’anno, e questo entro il 2035… « data limite »… anzi… neanche data limite… addirittura « punto di non ritorno » !… e lo dice accompagnando le parole con gesti di braccia, mani e espressioni facciali ben chiare.

Qui la mente, a chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i numeri, vacilla : il 2% all’anno per 17 anni (da oggi al 2035) corrisponde un aumento complessivo di 1,02 elevato alla 17-esima potenza, che fa 1,40. La conduttrice ci sta dunque suggerendo che basterebbe aumentare la produzione di fotovoltaico e eolico (dato che sono questi due simboli che compaiono sulla « bilancia energetica » alla destra della conduttrice) del 40% rispetto ad oggi e si potrebbero eliminare tutte le fonti fossili (dove « fossili » le chiamo io, lei ha citato solo il petrolio).
Quello che la conduttrice non dice, o molto probabilmente non sa, o ha travisato alla grande quello che i rapporti dell’IPCC dicono, è che le due fonti rinnovabili da lei indicate, solare e eolico, coprono solo una parte infinitesima della domanda di energia del pianeta, e persino una quota molto bassa della domanda della sola energia elettrica, dato che è elettricità che fotovoltaico e eolico producono. Faccio notare che il petrolio e/o suoi derivati non vengono praticamente più usati per produrre energia elettrica, almeno non su scala planetaria, casomai sono carbone e gas, due altri combustibili fossili.
Come definire queste sue ultime affermazioni? Completamente campate in aria, e vuote di alcun significato o valore numerico concreto?

Ma andiamo avanti :
A questo punto, manca meno di un minuto alla fine del video, parte il piatto forte: chi e’ il responsabile di questo stato delle cose?
Vogliamo i responsabili!

La risposta è semplice: sono quelli della Global Warming Policy Foundation, GPWF, … « perche’ dicono che non e’ vero » (in riferimento al fenomeno del riscaldamento globale del pianeta)… cioè sarebbe la loro parola a bloccare o anche solo rallentare un processo che senza di loro risolverebbe il problema. Ho capito bene?
Tralascio i commenti e gli innuendo alle professioni di quelli della GWPF, « persino un vescovo! »… come se quelli che supportano l’IPCC fossero tutti scienziati… per esempio Christiana Figueres che era a capo dell’UNFCCC, il braccio politico dell’IPCC, all’epoca della conferenza di Parigi del 2015 era scienziata? No, ha studiato antropologia per poi passare a diplomazia e politica per professione. Nel suo caso nulla da obiettare, per Lord Wilson che ha fondato la GWPF ed è uno che ha lavorato per il governo britannico invece non andrebbe bene. Argomento buono per una puntata dal titolo « Due pesi e due misure ».
Ad ogni modo, lungi da me difendere la reputazione o le conclusioni di quelli della GWPF o le azioni del governo di Margareth Thatcher negli anni 80… mi limito solo a dire che la GPWF ha un sito internet, https://www.thegwpf.org/ e che se si apre il menu « Who we are », chi siamo, e si sceglie l’opzione « Academic advisory council », il consiglio scientifico, si trova una lista fra la quale ci sono anche scienziati e studiosi, di varie discipline. Quindi… di che cosa stiamo parlando?

Quanto al « dicono che non e’ vero » in realtà sul sito scrivono questo :

« The Global Warming Policy Foundation is unique. We are an all-party and non-party think tank and a registered educational charity which, while open-minded on the contested science of global warming, is deeply concerned about the costs and other implications of many of the policies currently being advocated. »

La conduttrice in seguito cerca di screditare la GWPF dicendo che « non ha mai dichiarato chi sono i suoi finanziatori ». In realtà sullo stesso sito da me citato qui sopra basta andare al menu « GWPF publications » e scegliere « Annual accounts », con tanto di certificazione firmata da una persona indipendente. Si scopre, per esempio guardando quello del 2013, che il budget totale della GWPF è dell’ordine di mezzo milione di sterline… non proprio quello che ci si può immaginare dovrebbe essere speso per poter finanziare una contro-informazione sui media internazionali… quanto costa una pagina di pubblicità su un quotidiano maggiore?
Quelli della GPWF dicono di preoccuparsi dei costi e delle implicazioni di certe « policies », azioni e decisioni politiche, rispetto al problema del riscaldamento globale.
Hanno ragione a farlo? Che di costi esorbitanti si tratti non è contestabile, lo dice anche l’IPCC. Che si tratterebbe di cambiamenti di rotta globali, a livello di stile di vita e politiche riguardanti tutti gli assetti delle società moderne non è contestabile neppure.
Quindi, di cosa si preoccupa la conduttrice? Che un ex segretario alle finanze del tesoro britannico e ex segretario di stato per l’energia come il fondatore del GPWF, Lord Lawson, si preoccupi dei costi e di tutte le implicazioni che ne derivano è una cosa cosi’ grave da riservargli questo trattamento?

Per motivare la catalogazione di « negazionisti » di quelli della GWPF, la conduttrice afferma poi che la GPWF sosterrebbe che l’aumento di concentrazione di CO2 sarebbe l’effetto e non la causa dell’aumento della temperatura.

Veramente ?

Mi sono detto, perchè non andare a controllare alla fonte ?
Sul sito della GWPF, se si va al menu « Latest postings » e poi « Climate policy research » si trova una presentazione di Benny Peiser, che altri non è che il direttore della GWPF. Peiser, del quale confesso di non aver mai sentito parlare prima, ha dato la presentazione all’universita’ di Warwich, il titolo e’ ‘’ Climate Realism – Understanding Agreement & Disagreement in Climate Science’’. Se la si sfoglia si scopre che in realtà la posizione di Peiser è piuttosto aperta a tutte le possibilità, e che non mette in dubbio l’esistenza dell’effetto serra causato dalla CO2 (e tutti gli altri gas a effetto serra, ovviamente).

Senza star li a commentare ogni slide della presentazione di Peiser, direi che la conclusione « The Science Isn’t Settled » sia ragionevole. L’ultima frase della presentazione di Peiser è chiara e inequivocabile :

“The climate system is a coupled non-linear chaotic system, and therefore the longterm prediction of future climate states is not possible.” – IPCC 1990

Questo fu scritto dall’IPCC, non dalla GWPF che neanche esisteva, nel 1990 e a tutt’oggi, 2018, è ancora valido.
Notare che questa non è materia di opinioni politiche o preferenze di assetto economico… è un fatto di natura, che non verrà cambiato neanche nel futuro prossimo venturo, dato che le capacita’ di calcolo necessarie per poter dirimere la questione tramite i codici di calcolo numerici sono al di là delle previsioni di miglioramento di tali capacita’ nei decenni a venire. Anche questo è ben documentato, e non da finti studi della GWPF, ma da studi di quelli che contribuiscono ai rapporti IPCC.

A una decina di secondi dalla fine la conduttrice arriva al bilancio finale:

« Da una parte i piu’ esperti scienziati del pianeta, dall’altra la fondazione di Lord Lawson »

« Ora, vista la partita che c’e’ in ballo dobbiamo chiederci da che parte stare »

… e la frase finale ad effetto :

« Io sto con la scienza ».

Lei dice di stare con la scienza, ma nel poco più di due minuti ha dimostrato di non avere un’idea chiara di cosa la scienza sia, in generale, né cosa dica, a proposito del cambiamento climatico. Ha preso dati per una parte del pianeta, l’artico, e la proiezione di 6-12 gradi di aumento possibili nel 2100 a causa dell’effetto di « amplificazione polare » che i modelli numerici indicano come probabile, e l’ha estrapolata a tutto il pianeta. Gravissimo errore.

Ve lo immaginate qualche connazionale che la sente e pensa che i suoi nipoti e pronipoti avranno a che fare con temperature di 12 gradi più alte di adesso?

Ha sparato cifre assurde, come la possibile fusione di decine di milioni di km3 di ghiaccio che sono adesso a 30, 40 e piu’ gradi sottozero nel breve periodo di 82 anni… ha suggerito che mari e oceani salendo al ritmo di un paio di mm all’anno possano risalire i fiumi e inaridire le terre, ha preso la fluttuazione di UN ANNO della produzione cerealicola mondiale come segno inequivocabile degli effetti del global warming antropico causato dall’aumento della CO2. Ha poi comunicato ai suoi ascoltatori e lettori del testo allegato al video che la soluzione sarebbe facile… basterebbe aumentare del 2% la potenza delle rinnovabili da qui al 2035, solo 17 anni!, che di per se è una affermazione veramente risibile, vista la piccolezza del valore finale eventualmente raggiunto, solo il 40% più di adesso.

Ma, secondo me, l’errore più grave non e’ stato tanto quello di capire male, o interpretare male, i dati scientifici e lo stato delle conoscenze attuali in climatologia e nel campo delle tecnologie di produzione energetica, quanto il fatto di avere di fatto portato a processo, al pubblico ludibrio, il terribile nemico che si oppone ai « migliori scienziati del mondo », la GPWF. Così facendo, un video impostato sul tema della divulgazione scientifica diventa di fatto una caccia alle streghe vera e propria, perfetto esempio, secondo me, di maccartismo del XXI secolo.
La GPWF è la nuova Spectre dei tempi dei primi film di 007: rimossa quella la strada sara’ tutta in discesa.

Per motivi di spazio, e non altro, tralascio di mettere in luce le ulteriori perle di disinformazione e cattiva informazione contenute nel testo, oltre a quelle del video… per esempio le due foto della sommita’ del Kilimangiaro, nel 1970 e adesso, dove si dice che i ghiacciai di quella mitica montagna africana sarebbero diminuiti dell’85% dal 1912. Vero, come cifra, ma poco significativo in quanto i dati sul Kilimangiaro iniziano solo nel 1912, e poco o nulla si sa di quale fosse l’estensione precedente.
Questo è quanto dicono nello studio scientifico ”A century of ice retreat on Kilimanjaro: the mapping reloaded”, pubblicato sulla rivista specializzata The Cryosphere nel 2013 (disponibile qui https://www.the-cryosphere.net/7/419/2013/tc-7-419-2013.pdf).
La figura 5 indica chiaramente il trend di diminuzione di tutte e tre le zone), e anche un occhio non esperto vede che già a partire dal 1912 la pendenza era negativa, in diminuzione, quindi i ghiacciai si stavano già sciogliendo prima.

Questo semplice fatto sperimentale, si tratta di dati scientifici derivati da misure locali e analisi fotogrammetriche, va molto poco d’accordo con l’ipotesi del riscaldamento globale causato dalla concentrazione in aumento della CO2, dato che tale concentrazione è passata da 300 parti per milione nel 1912 a poco meno di 400 nel 2011.
In effetti la conclusione dello studio citato, basta leggere l’ultimo paragrafo, è che non si può ancora arrivare a nessuna conclusione sulle cause della diminuzione dell’estensione dei ghiacciai del Kilimangiaro, mancano dati e gli autori auspicano che siano acquisiti presto, con ulteriori studi.

Questo e’ quello che dice la scienza sui ghiacciai del Kilimangiaro. Non altro.

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Torna a Scuola Greta!

Posted by on 05:34 in Attualità, Climatologia | 7 comments

Torna a Scuola Greta!

di Luigi Mariani e Franco Zavatti

Sul Corriere della Sera del 2 settembre leggiamo l’articolo dell’inviato da Londra Michele Farina relativo alla vicenda di una ragazza svedese di 15 anni che sta facendo uno sciopero (nel senso che marina la scuola) e si è installata di fronte al locale Parlamento per protestare contro l’inettitudine dei governi nella lotta al global warming.

A nostro avviso la vicenda è sintomatica dello stato di smarrimento che vivono i nostri concittadini più giovani e indifesi di fronte a campagne mediatiche sempre più opprimenti e che parlano di fine del mondo alle porte.

Nell’articolo fra l’altro si sottolinea che l’estate del 2018 è stata la più calda degli ultimi 262 anni, il che ci ha indotto a  compiere alcune verifiche. In particolare attraverso il sito rimfrost.no abbiamo ottenuto i dati di temperatura media mensile per le 3 stazioni svedesi più antiche. Si tratta delle stazioni universitarie di Uppsala (con inizio nel 1722) e di Stoccolma. Per quest’ultima rimfrost.no mette a disposizione due serie, ambedue rilevate nello stesso sito e di cui una che ha inizio nel 1756 e fine nel 2005 (di qui in avanti Stockolm1)  e l’altra che ha inizio nel 1890 e giunge fino ad  oggi (di qui in avanti Stockolm2).

Figura 1 – La stazione meteorologica universitaria di Stoccoma (https://www.misu.su.se/research/weather-station?cache)

Peraltro abbiamo voluto accedere ai siti internet che descrivono le stazioni. In particolare le due serie di Stoccolma sono a quanto ci risulta rilevate su una terrazza all’altezza di 44 m e la foto della stazione attualmente in funzione è mostrata in figura 1, e qui spiace dover osservare che la collocazione è a dir poco problematica, con lo screen termometrico che parrebbe esposto all’aria calda che viene sicuramente emessa dal piccolo pannello fotovoltaico sottostante e da tanti altri oggetti circostanti e il pluviometro schermato dall’anemometro e da altre barriere. In sintesi una situazione tutt’altro che idonea a misurare segnali di tipo sinottico.

La stazione universitaria di Uppsala dal canto suo ha una storia ben documentata sul sito http://celsius.met.uu.se/default.aspx?pageid=31. La foto del luogo in cui la stazione meteorologica è stata collocata dal 1865 al luglio 1959 è quella in figura 2. Nel sito web leggiamo anche che “Dall’agosto 1959 le misurazioni sono state effettuate presso il Dipartimento di Meteorologia dell’Università di Uppsala (5951’N, 1737’E, 13 m slm), e nel gennaio 1998 il sito di misurazione è stato spostato di circa 1,4 km più a sud, al  ‘Geocentrum’ (59°50.85’N, 17°38.10’E, 25 m slm) quando il vecchio Dipartimento di Meteorologia si è unito al nuovo Dipartimento di Scienze della Terra”. La foto del nuovo sito è in figura 3. Meglio certo del sito di Stoccolma ma anche qui abbiamo vari edifici nelle vicinanze e un bel vialetto con ghiaia pronto ad arroventarsi al sole, il che attesta un peso considerevole dell’UHI, fatto che del resto viene sottolineato dal sito francese in cui abbiamo reperito la foto.

Figura 2 – La stazione meteorologica universitaria di Uppsala in un’immagine ottocentesca (http://celsius.met.uu.se/default.aspx?pageid=31).

Figura 3 – la stazione meteo di Uppsala al Geocentrum in un foto del 2016 (http://eu-meteo-contest.enm.meteo.fr/concours_ref/content/weather-station-uppsala).

Veniamo ora ad analizzare i dati, premettendo che le temperature estive sono la media delle temperature medie di giugno, luglio e agosto (estate meteorologica) e che i dati di Stockolm1 dal 2006 ad oggi sono stati ricostruiti in base ai dati di Stockolm2 utilizzando la seguente equazione ottenuta dalla regressione lineare sulle temperature dal 1890 al 2005:

TStockolm1=1.0018* TStockolm1-0.9472  (R2=0.9947)

In tabella 1 riportiamo le 20 estati più calde per le tre stazioni.

Come si vede, due serie (Uppsala e Stockolm 2) indicano il 2018 come estate più calda (seguita a breve distanza da altri anni, non tutti recentissimi) mentre Stockolm1 indica come anno più caldo il 1789.

Infine la figura 4 riporta un diagramma delle temperature per le tre serie. Si noti che le estati del ‘700 furono in molti casi tutt’altro che fredde. e qui concordiamo con Emmanuel Leroy ladurie  sul carattere spesso elusivo che presentò la Piccola era glaciale.

Figura 4 – Andamenti delle temperature estive per le tre stazioni considerate e, in basso, il risultato dell’allisciamento eseguito con un opportuno filtro. Da notare i valori di Stockolm2, sistematicamente più alti di circa 1 grado rispetto alle altre due serie.

Insomma, l’estate 2018 è stata sicuramente molto calda ma ma sul fatto che sia stata la più calda da 262 anni a questa parte (almeno per le serie considerate) (almeno per le stazioni considerate)  andrebbe posto un minimo di beneficio di inventario in virtù delle immagini dei siti di installazione delle stazioni che vi abbiamo presentato. Sia o non sia stata l’estate più calda degli ultimi 262 anni speriamo almeno che Greta sia tornata a scuola e viva con maggiore fiducia le prospettive sue e del pianeta. Peraltro credo che una iniezione di fiducia potrebbe derivarle dalla conoscenza del pensiero di Svante Arrhenius, grande scienziato svedese che una volta evidenziato il ruolo di gas serra della CO2 se la immaginò come un fantastico strumento per far sì che le sue terre, gelide in inverno, calde e malariche in estate, potessero divenire un po’ più ospitali per l’uomo.

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