Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Per chi non lo avesse capito, comanda il mare

Posted by on 09:46 in Attualità | 5 comments

Per chi non lo avesse capito, comanda il mare

Per molti aspetti la questione è intuitiva, su questo pianeta c’è molta più acqua che aria e, dal momento che entrambi gli ambienti trasportano e conservano l’energia che ne regola la temperatura, chi ne ha di più è al comando.

In più, i processi con cui atmosfera e oceani compiono il loro lavoro, hanno luogo su scale temporali enormemente diverse. Pochi giorni o settimane per la prima, centinaia di anni per i secondi.

Capita che un gruppo di ricercatori abbia pubblicato un paper su questo argomento che farà discutere parecchio:

The Little Ice Age and 20th-century deep Pacific cooling

Uno studio che trovate spiegato in quest’altro articolo:

The long memory of the Pacific Ocean – Historical cooling periods are still playing out in the deep Pacific

In sostanza, nelle profondità oceaniche del Pacifico, sarebbe ancora in atto il raffreddamento conseguente al periodo climatico noto come “Piccola Età Glaciale” (1350-1850 circa), proprio quello che, insieme al periodo di riscaldamento precedente noto come Optimum Medioevale, una certa narrativa climatica impostata alla stabilità assoluta di un clima solo recentemente perturbato dalle attività antropiche vorrebbe che non fosse mai esistito.

Sulle implicazioni di questo paper torneremo più avanti, per ora penso di avervi procurato una lettura interessante per il week-end.

Enjoy.

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La Palla di Neve e la Roccia che non c’è

Posted by on 14:00 in Attualità | 3 comments

La Palla di Neve e la Roccia che non c’è

Snowball Earth è il termine con cui si fa riferimento ad una teoria sull’evoluzione della Terra che l’avrebbe vista completamente ricoperta di ghiaccio sulle terre emerse e di poltiglia ghiacciata sulla superficie del mare. Praticamente una palla di neve. Il periodo dovrebbe essere quello appena precedente l’esplosione del Cambriano, circa 650 milioni di anni fa, che non fa riferimento ad un botto, quanto piuttosto al successivo e improvviso (in termini geologici) sviluppo di forme di vita complesse.

La teoria, si legge nella letteratura sull’argomento, deriva dalla necessità di dare una spiegazione alla presenza di grandi quantità di sedimenti marini in alcune particolari aree dei fondali oceanici, più precisamente nelle zone di subduzione delle placche tettoniche, e di un inspiegabile “assenza” di informazioni derivate dalla datazione geologica delle rocce presenti in molte zone del pianeta. Dalla storia rocciosa del pianeta mancano infatti diversi milioni di anni, strati di roccia letteralmente scomparsi che potrebbero essere stati erosi soltanto dalla presenza di enormi quantità di ghiaccio nella fase di scioglimento.

Questa assenza è definita “Great Unconformity” o, in come si potrebbe dire in modo molto più spiccio, c’è più di qualcosa che non quadra ;-).

A far tornare i conti, analizzando i sedimenti marini e applicando delle simulazioni dei processi erosivi, ci ha provato con successo un team di ricercatori che ha sintetizzato i risultati dell’indagine in un articolo sui PNAS:

Neoproterozoic glacial origin of the Great Unconformity

Se preferite, su Ars Technica, c’è un bell’approfondimento decisamente più “digeribile”.

What could have wiped 3km of rock off the entire Earth?

Al di là delle considerazione “geologiche” che certamente qualche amico di CM più ferrato nella materia potrà eventualmente fare, sono particolarmente interessanti le implicazioni climatiche di questo studio o, meglio e per l’ennesima volta, la conferma di come l’evoluzione di questo pianeta debba essere vista e indagata sempre nella sua interezza, perché gli intrecci e le relazioni tra modifiche geologiche e oscillazioni climatiche ne hanno segnato insieme il destino. 

Buona lettura, grazie a Fabrizio Giudici per l’interessante segnalazione.

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Rescue Team

Posted by on 07:00 in Attualità | 12 comments

Rescue Team

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: parliamo del Rescue Team del Climate Change: la Squadra di Soccorso che salva la narrativa del riscaldamento globale dalla minacciosa realtà dei fatti. Eh sì, perché la macchina infernale clima-catastrofista costruita in decenni di infaticabile lavoro sul fronte accademico, mediatico e politico va protetta dal suo nemico giurato: il clima che non cambia come previsto (e auspicato) dai modelli climatici pluri-fallimentari sfornati a getto continuo dagli “esperti” di turno.

Per chi con il Climate Change ci campa (un esercito di persone, vista la quantità incalcolabile di fondi dilapidati per la “causa”) una normale ondata di gelo è una maledizione, una nevicata abbondante una sciagura, un record di freddo una tragedia. Chè come si concilia una narrativa di riscaldamento mortifero e fuori controllo con un prolungato periodo di freddo invernale? O con una nevicata insolita, magari sulla costa pugliese o siciliana? In queste circostanze sciagurate tocca reagire alla realtà dei fatti e salvare il soldato Global Warming. È un lavoro da professionista, imboccare i media amici con argomentazioni climatiche più o meno fantasiose, spesso irragionevoli, talvolta francamente ridicole, ma che sostengano la narrativa secolare sull’argomento. Un lavoro ingrato ma indispensabile: un lavoro da Rescue Team!

Ché tra tutte le incertezze di una previsione meteo, una cosa è certa: nell’imminenza di un normale episodio di freddo invernale il Rescue Team entrerà in azione, anche nei prossimi giorni. E allora divertiamoci insieme, provando a prevedere le strategie che gli eroici soccorritori utilizzeranno, servendosi dei soliti media compiacenti.

Strategia #1: Ignorare

È la strategia più efficace: non parlare del tempo atmosferico quando fa freddo, e comunque derubricare la notizia a irrilevante, se proprio si è costretti a darla. Applicata ormai diffusamente da diversi anni (ne abbiamo parlato) ha lo sgradevole effetto collaterale di tenere il cittadino all’oscuro dei rischi collegati ad una ondata di gelo, o ad una nevicata improvvisa. Ma è un prezzo da pagare, a fronte di una causa superiore…

Strategia #2: È Climate Change!

Altra tecnica regina dello spin-doctoring climatico. Quando fa caldo, è Global Warming. Quando fa freddo è Climate Change. Declinata in varie forme, tutte più o meno ridicole o irragionevoli, ma con due canovacci essenziali:

  • Clima impazzito, ovvero se il clima sembra non obbedire ai modelli climatici, è solo perché è impazzito (ma rinsavirà e moriremo tutti di caldo, nessuno si illuda). A testimonianza dell’impazzimento, di solito si cita il fatto che il periodo freddo fa seguito ad uno più caldo del normale, o si sottolinea che laddove dovrebbe fare freddo, stranamente fa caldo. Come sempre, si confonde il tempo atmosferico col clima, secondo convenienza.
  • Fa freddo perché fa caldo, ovvero il freddo è causato dal fatto che il Pianeta è più caldo, e questo causa indirettamente ondate di gelo più intense (ne abbiamo parlato). Totalmente irragionevole e demenziale, questa giustificazione è la carta della disperazione, quando proprio non rimane altro da spendersi.

Strategia #3: Trova un posto dove fa caldo

Se negli ultimi 170 anni la temperatura media sulla Terra è aumentata della miseria di 0.8 gradi, questo vuol dire che a livello globale è cambiato davvero poco. In altri termini, se da qualche parte fa più freddo della media, ci saranno zone del Globo in cui fa più caldo del solito, come accade da sempre. Basta trovare il posto “giusto”, e spiattellare la notizia del caldo anomalo insieme a quella sull’ondata di freddo. Nel caso in questione ci sono tante carte da giocarsi: farà infatti meno freddo del solito in Alaska, Islanda, Svalbard, Canada occidentale.

Quindi la notizia potrebbe essere: “Mezza Italia sotto la neve, ma alle Svalbard fa caldo”. Meglio se accompagnata dalle solite immagini di orsi sottopeso e di fronti di ghiaccio che precipitano in mare. Quasi nessuno sa dove siano le Svalbard, ma la narrativa è salva. Meglio ancora, se si trova un caso italiano a fare da contraltare. Ad esempio, si fa notare che nevica al Centro-Sud mentre al Nord invece il cielo è sereno e sulle Alpi non nevica. Ricadendo così nella Strategia #2, variante Clima Impazzito: “Neve al Sud, sereno al Nord, Italia capovolta!”.

Strategia #4: Il record di caldo

Questa carta si gioca se vengono infranti record di freddo. Allora tocca cambiare emisfero e cercare un record di segno inverso. Ci sarà per forza un posto in Australia, in Africa o in Sud America dove è caduto un record di calore.

La notizia in questo caso potrebbe essere: “Freddo record in Italia, ma in un sobborgo di Soweto è il giorno più caldo della storia” (già successo, e commentato su queste pagine).

Strategia #5: Stratwarming!

Tecnica recente e raffinatissima, roba da professionisti. Per farla semplice, siccome episodi di riscaldamento della stratosfera anticipano talvolta raffreddamenti intensi a livello troposferico, la notizia viene presentata in questi termini: “Fa freddo, ma questo freddo è stato causato da un riscaldamento anomalo della stratosfera”. Ovviamente la stratosfera con le emissioni di CO2 non c’entra un fico secco, e lo Stratwarming è fenomeno conosciuto e studiato da decenni ma l’importante è che il messaggio passi nei termini desiderati: “Fa freddo perché fa caldo” (e ricadiamo quindi nel punto #2).

Non resta che la prova sul campo, a questo punto: prepariamoci alla prevedibile alluvione di clima-scemenze che inonderanno i media nei prossimi giorni, e verifichiamo la corretta applicazione delle strategie di spin-doctoring del Rescue Team. C’è da scommettere che ancora una volta i nostri eroi non deluderanno le peggiori aspettative.

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Per un 2019 di Scienza e Conoscenza

Posted by on 06:41 in Attualità | 2 comments

Per un 2019 di Scienza e Conoscenza

Buongiorno e Buon Anno!

Passati i fumi dell’alcool? Pronti con i buoni propositi?

Bene, per trascorrere questa giornata ho un suggerimento, anzi due.

Mentre il Sole del 2019 doveva ancora sorgere sull’Italia, ho ascoltato su Radio24 la puntata della trasmissione condotta da Enrico Ruggeri “Il falco e il Gabbiano” dedicata a Galileo Galilei. La trovate qui. Ma, da lì, sono arrivato poi a qualcosa di meglio ancora, lo spettacolo teatrale di Marco Paolini sul primo scienziato della storia, l’ideale per cominciare, anzi, ricominciare. E’ andato in onda in diretta su La7 qualche anno fa da una location eccezionale, l’INFN, I Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Tutto qui, se vi sembra poco… 😉

 

 

Buon 2019!

 

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Le Previsioni di CM – 31 Dicembre 2018 / 6 Gennaio 2019

Posted by on 06:14 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 31 Dicembre 2018 / 6 Gennaio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

La cellula anticiclonica europea continua a stazionare tra le isole britanniche e la Francia, con massimi in queste ore collocati tra la Cornovaglia e la Bretagna. Sul suo fianco orientale scorre aria fredda continentale che dai Balcani muove in direzione del Mediterraneo centrale e della penisola italiana, mentre ad ovest si approfondiscono in successione saccature atlantiche che non riescono ad evolvere in senso zonale, contribuendo di conseguenza all’ulteriore rafforzamento del campo in quota. Anticiclone termico stagionale sulla Groenlandia, sul cui fianco orientale affluisce aria molto fredda che va ad alimentare un profondo vortice in prossimità dell’Islanda dove in queste ore nevica intensamente (Fig.1).

Nel corso della settimana il vortice artico citato tenderà a muovere verso levante, in concomitanza con una estensione della cellula atlantica in senso meridiano. Inevitabilmente, aria di recente origine artica verrà dirottata verso sud, in direzione del Mediterraneo centrale passando per i Balcani ed interessando anche la Penisola, con particolare riferimento alle regioni adriatiche e meridionali. Non si tratterà di un freddo record, stante la natura dell’aria all’origine (polare marittima). Ma la tenacia della configurazione, che si caratterizza a tutti gli effetti come un “Blocco a Omega”, contribuirà alla persistenza del freddo e della fenomenologia per parecchi giorni, e alla tendenza della massa d’aria ad assumere caratteristiche progressivamente continentali sull’area balcanica, e di riflesso anche sull’Italia.

Da segnalare la probabile formazione di una depressione sul Tirreno sul finire della settimana, con effetti tutti da valutare, ivi inclusa la possibilità di nevicate a quote molto basse sulle regioni tirreniche centro-meridionali. Da segnalare anche la possibile persistenza di precipitazioni nevose fino al piano sulla costa adriatica, segnatamente quella abruzzese, con disagi che potrebbero essere anche importanti.

 

Il 2018 si congeda con un episodio di freddo invernale perfettamente nei canoni della media del periodo, ma che vale la pena seguire nella sua evoluzione quotidiana per i risvolti che potra’ assumere, con particolare riferimento alla fenomenologia nevosa a quote pianeggianti. Vedremo poi cosa sarà in grado di regalarci il 2019, a cominciare dagli eventuali riflessi troposferici dell’attuale stratwarming, tutti ancora da valutare.

Tanti auguri di buon anno a tutti.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì ampie schiarite al Nord e regioni tirreniche centrali. Sulle centrali adriatiche nuvolosità in rapido aumento con precipitazioni diffuse, nevose sull’Abruzzo al di sopra dei 400-600 metri. Al Sud nuvolosità irregolare con precipitazioni più probabili sulla costa pugliese, Calabria ionica e Sicilia settentrionale. Nevicate anche intense su Molise e Subappennino Dauno al di sopra dei 600-800 metri.

Temperature in sensibile diminuzione sulle regioni centro-meridionali, venti forti di grecale sui bacini centrali e meridionali.

Martedì ampie schiarite al Nord e al Centro. Migliora rapidamente anche al Sud.

Temperature in leggero aumento al Nord e regioni centrali, venti ancora tesi di grecale su Adriatico meridionale e Ionio.

Mercoledì ampie schiarite al Nord, centrali tirreniche e Sardegna. Rapido aumento della nuvolosità sulle centrali adriatiche con precipitazioni diffuse e persistenti, nevose fino a quote pianeggianti. Rapido aumento della nuvolosità anche al Sud, con precipitazioni sparse, nevose a quote collinari.

Temperature in forte diminuzione. Venti tesi dai quadranti settentrionali, con rinforzi su Adriatico e bacini centro-meridionali.

Giovedì ampie schiarite al Nord e centrali tirreniche. Ancora nevicate intense in mattinata sull’Abruzzo, in attenuazione nelle ore centrali della giornata, e in nuova intensificazione dal tardo pomeriggio. Cieli nuvolosi sulle regioni adriatiche meridionali e su quelle ioniche peninsulari, con rovesci di neve sparsi. Schiarite anche ampie sulle regioni meridionali del versante tirrenico. Dalla serata aumenta la nuvolosità sulla Sardegna e litorale toscano, con precipitazioni sparse.

Temperature in ulteriore diminuzione, specie al Centro-Sud. Venti ovunque dai quadranti settentrionali, forti su Adriatico meridionale e Ionio.

Venerdì ampie schiarite al Nord. Persistono le nevicate sulle centrali adriatiche, fino al piano, e (più sporadiche) su tutta la costa adriatica meridionale. La formazione di una depressione sul Tirreno complica il quadro previsionale, con possibile maltempo sulla Sardegna, e generale peggioramento sulle regioni centro-meridionali tirreniche, dove va segnalata la possibilità di nevicate anche a quote molto basse.

Temperature in ulteriore diminuzione, venti ovunque di grecale.

Sabato e Domenica ampie schiarite al Nord e centrali tirreniche. Persistenza di nuvolosità e nevicate sulle regioni centrali adriatiche. Condizioni di maltempo al Meridione, anche intenso sulla Sicilia e Calabria, con possibili abbondanti nevicate a quote molto basse, localmente fino al piano. Elevata incertezza previsionale.

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La magia continua, ci siamo giocati anche la MJO

Posted by on 20:29 in Attualità, Meteorologia | 1 comment

La magia continua, ci siamo giocati anche la MJO

Premessa: MJO sta per Madden Julian Oscillation, un pattern atmosferico che gioca un ruolo determinante nelle dinamiche di medio periodo e che consiste – semplificando al limite del possibile – in un’area di intense precipitazioni convettive (quindi di scambio di calore sull’asse verticale) che viaggia da ovest a est sui tropici con periodo di circa 40-50 giorni. Le connessioni con quanto accade in termini di circolazione atmosferica al battere del ritmo della MJO sono innumerevoli e per molti aspetti ancora da chiarire.

Per dirne una, in questi giorni in cui gli occhi di tutti i meteorologi dell’emisfero nord sono puntati sulla stratosfera polare, perché è in atto un potente Sudden Warming Stratosferico, la MJO costituisce uno dei traccianti dell’evoluzione che questo SSW avrà nel breve e medio periodo in termini di propagazione ai piani atmosferici inferiori. In poche parole, il “tempo che farà” nelle prossime 2-3 settimane sarà forse decifrabile proprio in relazione al comportamento della MJO, che potrà favorire o meno la suddetta propagazione.

Ma, anche la MJO è un oggetto da prevedere e quando le cose si complicano, come nel caso degli SSW, le dinamiche atmosferiche vengono improvvisamente sovvertite e questo getta puntualmente i modelli deterministici nel caos, abbassandone molto la stabilità e affidabilità. La parola “deterministico” implica infatti una fortissima dipendenza dalle condizioni iniziali: se queste variano improvvisamente, l’ostacolo da “saltare” diventa semplicemente troppo alto e non resta che attendere che la situazione si stabilizzi e possa essere letta con efficacia e quindi proiettata nel futuro, naturalmente solo a breve termine.

Questo dimostra quanto ci sia ancora da capire su queste dinamiche e quanto sia complesso riprodurne il comportamento, anche per quel che riguarda il breve volgere di pochi giorni.

Nonostante ciò, nel meraviglioso mondo del clima che cambia e cambia male, c’è chi pensa di poter fare – e fa – speculazioni su quello che potrà essere anche la MJO addirittura per la fine di questo secolo, più precisamente nel ventennio 2080-2100. Nello specifico, pare che le precipitazioni della MJO subiranno una intensificazione (e ti pareva…) mentre i venti ad essa associati cambieranno sì, ma con un rateo differente, scompaginando ulteriormente le carte.

Madden–Julian oscillation changes under anthropogenic warming – Nature Climate Change

Ad aprire lo scrigno del sapere sono naturalmente delle analisi del comportamento della MJO nelle evoluzioni di un set di modelli climatici. Qui, su Science Daily, i dettagli dell’operazione.

Il tutto senza considerare che a) con la MJO si parla di attività convettiva, ossia di ciò che nessun modello climatico è in grado di prevedere e che gli stessi modelli meteorologici faticano a riprodurre anche nel brevissimo periodo; b) estrarre da questi risultati le loro derivate, ovvero gli effetti del comportamento della MJO è già molto difficile oggi per domani, pensare di farlo di qui a 80 anni è pura speculazione.

Meraviglioso, tutto ciò è semplicemente meraviglioso.

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Indonesia, realtà tragica e immaginazione magica

Posted by on 07:00 in Attualità | 5 comments

Indonesia, realtà tragica e immaginazione magica

La ventiquattresima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC si è conclusa da due settimane. Tutti i siti web d essa ricollegabili sono ancora attivi, benché non più aggiornati. Tra questi, anche quello dedicato al Padiglione Indonesia, nazione evidentemente presente alla COP con tanti buoni propositi e altrettante buone speranze di veder finalmente aprirsi il cordone della borsa che dovrebbe attivare il travaso di risorse dai Paesi sviluppati – supposti inquinatori – a quelli in via di sviluppo – supposti inquinati e inquinanti.

Per facilitare il travaso di cui sopra, notoriamente, è stato messo a punto un apposito fondo rimasto per lo più in attesa di fondi, anche dopo la COP di Katovice. Ad esso è collegato l’Indonesia Climate Change Trust Fund, strumento creato per facilitare l’impiego delle risorse che il paese destina alla lotta al clima che cambia. Un Paese decimo nella classifica delle emissioni, con una popolazione di 270 mln di persone circa sparsa su oltre 17.000 isole, una crescita al 4% (che ha rallentato parecchio negli ultimi anni) e un PIL di circa 800 mld di dollari USA. Ma anche un Paese che si ripropone di abbattere le sue emissioni rispetto allo scenario Business As Usual del 26% con le sue sole forze e addirittura del 41% con i contributi internazionali, appunto quelli dei fondi di cui sopra.

Di quanti soldi si parli precisamente non è dato saperlo, ma non sono pochi, visto che a regime si tratterebbe di alcuni punti percentuali dei 100 mld di dollari/anno che il Green Climate Fund dovrebbe mettere a disposizione.

L’Indonesia è anche – direi soprattutto – terra di vulcani e di terremoti. E’ a pieno diritto nell’anello di fuoco e ha nel suo territorio circa il 13% dei vulcani attivi sul Pianeta. Tra questi il Krakatoa, già protagonista di eventi distruttivi e documentati anche nelle serie climatiche, che nel 1883 esplose in una delle più potenti eruzioni della storia recente del Pianeta provocando un’onda di tsunami a cui si attribuiscono gran parte delle 36.000 vittime allora registrate.

Si immagina quindi che tra un preparativo e l’altro per il clima che cambia, da quelle parti facciano qualcosa anche per prepararsi alle eruzioni, ai terremoti e, quindi, anche agli tsunami. Purtroppo pare di no, perché il 24 dicembre scorso, un altro vulcano “figlio” del Krakatoa (Anak Krakatoa), ha eruttato provocando una frana sottomarina da cui è scaturito uno tsunami che ha ucciso oltre 400 persone, ne ha ferite oltre 1500 e ne ha lasciate senza casa 16000.

Pare anche che il il sistema di allerta tsunami funzionasse (poco) solo in conseguenza di eventuali terremoti, non di frane, perché la parte basata su di una rete onda-metrica, messa in opera grazie a cospicui contributi esteri (soprattutto USA), è finita in disuso perché troppo costosa da manutenere.

Non è possibile sapere se un sistema efficiente avrebbe risparmiato delle vittime, non è il caso di specularci su, ma questo è un classico esempio della realtà (tragica) che batte l’immaginazione (magica). Quand’è che si smetterà di giocare al lego col clima e si comincerà ad affrontare i problemi reali? Qualcuno ricorda di adunate oceaniche e corali sforzi diplomatici per mettere in sicurezza le popolazioni che vivono in aree a rischio come quella dell’anello di fuoco?

Non potendo rispondere a queste domande suggerisco un composto silenzio, magari provando anche a riflettere sul fatto che anche l’Italia giace su alcune delle aree vulcaniche più attive del Pianeta – e la cronaca di questi giorni purtroppo lo testimonia.

Enjoy.

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Un Mese di Meteo – Novembre 2018

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Novembre 2018

IL MESE DI NOVEMBRE 2018[1]

Mese con piovosità abbondante e temperature per lo più in anomalia positiva più spiccata al settentrione.

Il mese di novembre è climaticamente segnato da precipitazioni abbondanti su tutta Italia in virtù del fatto che alle alte latitudini del nostro emisfero, ove la notte ha durata elevata, si accumulano masse d’aria sempre più fredda. Tali masse d’aria in presenza di  pattern circolatori idonei possono irrompere sul Mediterraneo sul quale stazionano invece masse d’aria umida e mite. Il contrasto fra le diverse masse d’aria produce perturbazioni intense con precipitazioni abbondanti e che possono provocare danni ai beni e alle persone. In proposito ricordiamo ad esempio che nella notte fra sabato 3 e domenica 4 novembre sono straripati diversi torrenti fra le provincie di Palermo e Agrigento provocando 13 morti di cui 9 annegati in una villetta sita nei pressi del torrente Milicia, in comune di Casteldaccia.

Con riferimento agli effetti dei cambiamenti climatici sulle perturbazioni che interessano l’areale italiano è interessate segnalare l’ articolo di Lionello et al., 2016 in cui si sviluppa una climatologia delle depressioni Mediterranee (Mediterranean cyclones) per il periodo 1979-2008, evidenziando da un lato il fatto che novembre è il mese più esposto a tali depressioni nel quadrante NW del bacino (che nel lavoro di Lionello include l’intero areale italiano tranne parte del settore ionico) e dall’altro l’assenza di trend nella frequenza delle depressioni Mediterranee in novembre e nell’anno.

Il novembre 2018 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 6 perturbazioni transitate rispettivamente l’1, fra 2 e 3, fra 4 e 11, fra 17 e 21, fra 22 e 23 e fra 24 e 28 novembre (tabella 1).

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) mostra l’Italia interessata da una saccatura da Nordovest associata a un profondo minimo depressionario atlantico con centro a sudovest dell’Islanda (lettera B).  Sull’Europa orientale è presente invece un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco che limita il progredire verso est delle perturbazioni. La carta delle isoanomale (figura 1a) conferma tale analisi evidenziando un profondo nucleo di anomalia negativa in Atlantico e un forte nucleo di anomalia positiva centrato sul Baltico.

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno manifestato un’anomalia positiva per lo più debole al Centro – Nord mentre al Sud sono risultate nella norma. Le medie delle minime  (figura 3) sono state invece soggette a un’anomalia positiva debole o moderata, localmente forte sul settentrione.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Dalla figura 5 si coglie la presenza di anomalie pluviometriche positive su regioni del Nordovest,  Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Calabria, Sicilia (Est ed estremo ovest) e Sardegna sudoccidentale mentre sul resto del territorio dominano anomalie negative.

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che le anomalie positive delle temperature si sono concentrate nella prima e seconda decade del mese interessando soprattutto il centro-nord. Le anomalie pluviometriche positive si sono dal canto loro concentrate nella prima decade del mese e sono state mediamente più spiccate al centro-nord.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva si lega a un nucleo di anomalia positiva centrato sulla Scandinavia. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede. Le due carte sono coerenti nel rappresentare i principali nuclei di anomalia a livello planetario (nucleo di anomalia negativa sulla parte est degli Usa e del Canada, nucleo di anomalia positiva sulla Scandinavia e nucleo di anomalia positiva su Alaska e Siberia orientale).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

_________________________________________

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Per Natale ti ammazzo la pausa

Posted by on 08:00 in Attualità | 12 comments

Per Natale ti ammazzo la pausa

Peccato, davvero peccato che la COP24 sia terminata, perché questa sarebbe stata musica per le orecchie dei delegati.

La “pausa” del global warming dei primi anni del secolo? Quella spiegata in decine di modi diversi da un paio di centinaia di paper? Quella riconosciuta anche dall’IPCC? Mai esistita, dimenticatela, anzi già che ci siete, sappiate che non solo il trend della temperatura globale superficiale non ha mai subito variazioni importanti, ma anche il suo confronto con i modelli è mai stato così preciso.

Com’è possibile? Semplice, riprendi i dataset, dai una sistemata ai numeri, scegli da che parte guardarli et voilà, la “pausa” non c’è più.

Colpa, appunto degli errori contenuti nelle serie, scrivono gli autori dei due paper su cui si è concentrato Science Daily in questo articolo. Ma anche colpa della voglia di contrastare la pressione esercitata dai cattivi scettici del clima. che avrebbe indotto i buoni e inconsapevoli in errore.

Direi sia interessante notare che gli autori dei due paper citati – oltre ad essersi concentrati solo dataset della NASA, notoriamente più “caldo” degli altri disponibili – siano anche tra i maggiori sostenitori del consenso in materia di AGW. In questa occasione, tuttavia, il consenso si sbagliava, dicono, perché la pausa non c’è mai stata.

Buone notizie quindi, il consenso può sbagliare…

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Natale 2018

Posted by on 00:01 in Attualità | 9 comments

Natale 2018

😉



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