Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Le Previsioni di CM – 03/09 Giugno 2019

Posted by on 22:34 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 03/09 Giugno 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il minimo chiuso di geopotenziale che ha interessato il Meridione nel fine settimana si muove verso levante, colmandosi. La cellula atlantica si protende verso nord, entrando in fase con quella groenlandese e lasciando scivolare aria fresca artica lungo il bordo orientale della struttura, ad alimentare una depressione in azione sul Mare del Nord, inserita in una vasta saccatura ostacolata nel suo moto zonale dalla presenza di una cellula anticiclonica continentale tra l’Europa centrale e le repubbliche baltiche (Fig.1).

L’evoluzione sinottica si manterrà poco evolutiva nel corso della settimana, per la persistenza del blocco anticiclonico in Atlantico e per la resistenza offerta dalla cellula continentale all’avanzata della saccatura atlantica. Le condizioni del tempo sull’Italia saranno quindi caratterizzate da prevalenza di bel tempo sulle regioni centrali e meridionali, e da qualche disturbo al Settentrione, in particolare sulla regione alpina. Il campo termico sarà in graduale ripresa con la possibilità che il caldo si faccia intenso al Meridione sul finire della settimana.

Mi dilungo volentieri in qualche considerazione generale, visto che le previsioni sono facili facili. Vale la pena notare come la presenza di configurazioni di blocco in Atlantico (invero piuttosto insolita per il periodo) assume risvolti decisamente diversi da quelli tipici del semestre freddo. In particolare, il riscaldamento della piattaforma nordafricana, intensissimo in prossimità del solstizio d’estate, facilita la risposta dinamica alla persistenza di saccature in Atlantico sotto la forma di avvezioni di aria calda africana che per contiguità geografica interessano il bacino centro-occidentale del Mediterraneo. Se quindi da una parte la stagione denota fisiologica immaturità dal punto di vista sinottico, è pur vero che questa non si manifesta necessariamente sotto la forma di episodi di maltempo, ma può assumere anche i connotati del caldo torrido africano.

Per dirla più semplicemente, prepariamoci all’ennesima piroetta della para-informazione mainstream in materia di condizioni del tempo: dopo il Climate Change delle scorse settimane, finalmente arriva un po’ di Global Warming.

 

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di bel tempo con attività cumuliforme su Alpi e Appennino peninsulare associata a temporali pomeridiani.

Temperature stazionarie, venti deboli a prevalente regime di brezza lungo le coste.

Martedì  condizioni invariate, con leggera attenuazione della instabilità pomeridiana, comunque presente su Alpi, Appennino centro-meridionale e Puglia.

Temperature in leggero aumento.

Mercoledì instabilità pomeridiana limitata alla regione alpina. Condizioni di stabilità prevalenti sul resto del Paese.

Temperature in aumento sulle isole maggiori, venti deboli.

Giovedì condizioni generali di instabilità al Settentrione, con temporali sparsi in sconfinamento dalle Alpi sulla Valpadana. Generali condizioni di cielo sereno o parzialmente nuvoloso altrove.

Temperature in aumento al Meridione, venti deboli.

Venerdì generali condizioni di stabilità su tutte le regioni con tendenza ad aumento della nuvolosità sulla Sardegna e regioni tirreniche centro-settentrionale con qualche debole precipitazione associata.

Temperature in aumento sulle isole maggiori. Entra lo scirocco sul Tirreno.

Sabato e Domenica generali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. Caldo piuttosto intenso sulle zone interne delle isole maggiori e delle regioni centro-meridionali tirreniche. Ventilazione debole dai quadranti meridionali sui bacini di ponente.

 

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Giro d’Italia e Global Warming

Posted by on 05:05 in Attualità | 8 comments

Giro d’Italia e Global Warming

Questo post è a firma del nostro blogger Andrea Beretta.

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Ciclismo e maltempo, un connubio spesso inseparabile. Tanto che molte tra le imprese più leggendarie di questo sport epico hanno come punto in comune episodi di tempo inclemente. Non può non venire in mente, a tal proposito, la terribile tempesta di neve che si abbattè sui corridori sul Monte Bondone nella 21esima tappa del Giro d’Italia del 1956. Quella tappa, in mezzo a un’autentica bufera, la vinse il lussemburghese Charly Gaul, che recuperò 16 minuti di ritardo dalla maglia rosa, Fornara, e incamerò anche il primo dei suoi due Giri. Si ritirarono metà dei circa 90 corridori partiti da Merano verso Trento, e lo stesso Gaul arrivò al trgaurdo mezzo assiderato, con 20 cm di neve che ricopriva le strade. Era l’8 giugno.

L’altro episodio scolpito nella mente di tutti gli appassionati di ciclismo…e non solo…è del 5 giugno del 1988: la 14esima tappa del Giro d’Italia numero 71, in partenza da Chiesa Valmalenco aveva in programma la scalata del Passo Gavia a oltre 2600 m di altezza, prima dell’arrivo di Bormio. Sebbene a valle piovesse fitto, la direzione di corsa non se la sentì di annullare la tappa, ma mano a mano che si saliva verso il passo, la pioggia divenne neve. La salita al passo fu un problema, ma il vero calvario si rivelò la discesa verso Bormio, dove diversi corridori dovettero ritirarsi al limite dell’assideramento. L’olandese Van der Velde, in fuga la mattina, e primo in cima al Gran Premio della Montagna di Passo Gavia, affrontò la discesa senza nemmeno coprirsi, ma fu costretto a chiedere assistenza in un camper di turisti: qui gli diedero grappa e coperte, ripartì e arrivò al traguardo a tre quarti d’ora dal vincitore di giornata, l’altro olandese Breuking.

Ma il maltempo, ha impensierito anche le giornate degli organizzatori delle corse ciclistiche, costretti spesso a improvvisarsi meteorologi e ad eseguire veri e propri salti mortali per garantire la regolarità delle tappe: moltissime volte dovettero ridisegnare i percorsi per le inclemenze meteoriche che rendevano impossibile il passaggio sulle cime alpine. Il Passo dello Stelvio, a causa della sua quota – è il secondo passo più alto d’Europa – è stato un vero e proprio grattacapo per gli organizzatori del Giro d’Italia: previsto nel percorso ed annullato per ben tre volte di fila (nel 1984, nel 1988 e nel 1991), sempre per scongiurare il pericolo valanghe dovuto alla neve, venne finalmente valicato per l’ottava volta nella storia del Giro d’Italia nella quattordicesima tappa dell’edizione 1994 nella celeberrima tappa Merano -Aprica che consacrò Marco Pantani, già vincitore il giorno prima. Ma anche quel giorno, fiocchi di neve impensierirono sino all’ultimo gli organizzatori, e il percorso di quella tappa, risultata poi l’evento cicilistico più visto nella storia della televisione, rimase in forse fino a pochi giorni dal suo svolgimento.

Nel Giro del ’65 il Passo dello Stelvio godette di maggior fortuna, ma non il tappone associato: era prevista la Madesimo – Solda, ma gli ingenti accumuli nevosi resero impossibile la discesa dal passo, e la corsa si fermò in cima allo Stelvio, dove transitò per primo Graziano Battistini spingendo la sua bici a piedi sul manto bianco. Andò addirittura peggio al previsto tappone del Giro d’Italia del ’69 (la 20esima tappa Trento – Marmolada), annullato a metà corsa per pioggia che alle alte quote era già neve.

In pieno e conclamato Global Warming, che dagli Anni 90 divenne una moda irresistibile e un dogma inconfutabile, dal 1995 il Giro venne anticipato nel calendario per corrersi interamente nel mese di maggio: chissà che gli organizzatori della “corsa rosa” non si siano fatti influenzare, in questa discutibile scelta, dalle teorie degli “scienziati” secondo cui la neve sarebbe andata a sparire sulle Alpi perfino in inverno…Ma il tempo, si sa, non è galantuomo, quanto meno quando associato alla meteo: e pertanto la carovana del Giro non potè salire sul Colle dell’Agnello, a quota 2750 m, previsto nella 19a tappa “Mondovì – Briançon” del 1995: troppa neve, troppo rischio slavine, tappa dimezzata e fermata a Pontechianale, dove alzò le braccia lo svizzero Richard.

Nell’acme del presunto arrostimento planetario, nell’anno del Signore 2013, e precisamente il 24 maggio, era prevista la Ponte di Legno – Val Martello del 96esimo Giro d’Italia, attraverso i passi dello Stelvio e del Gavia. In realtà quella primavera del 2013 aveva già costretto gli organizzatori della Milano Sanremo, due mesi prima, a rivedere il percorso della “Classicissima” per una nevicata eccezionale con accumuli sul passo del Turchino, a meno di 600 m di altitudine e più di 150 km dal traguardo. E quel freddo eccezionale proveniente dall’Artico, sfruttando una configurazione a omega piuttosto atipica e pervicace, proseguì per tutti i mesi di aprile e di maggio, sconvolgendo già la tappa con arrivo sul Col du Galibier, del 19 maggio, fermata a quota 2000 m in quanto ai 2640 m del passo, nevicava fitto. Cinque giorni dopo, Stelvio, Gavia e ogni possibile viaalternativa (la quota neve era inferiore ai 1000 m ) risultarono intransitabili e, il giorno dopo, anche nel tappone dolomitico con arrivo in salita “Silandro – Tre cime di Lavaredo” vennero saltati a causa del freddo e della neve tre dei quattro Gran Premi della Montagna in programma, ad eccezione dell’ultimo, dove vinse Nibali in un’atmosfera natalizia.

Si direbbe che il Gobal Warming avrebbe dovuto facilitare lo svolgimento delle edizioni più recenti del Giro, ma così non è stato. Ed infatti anche nel 2014 il tentato remake della tappa annullata l’anno prima (ancora la Ponte di Legno – Val Martello) fu un altro calvario: la corsa riuscì finalmente a transitare sui passi Gavia e Stelvio, ma ancora una volta sotto la neve e tra le polemiche per la sicurezza dei corridori.

E si arriva a quest’anno, dove le copiosissimenevicate della primavera hanno costretto, dopo un mese di lavori ininterrotti per sgombrare la strada, a rivedere pesantemente il percorso del tappone previsto martedì scorso (Lovere – Ponte di Legno): ad essere saltato è stato, tanto per cambiare, il Passo di Gavia, tuttora semisommerso da oltre 3 metri di neve. Peccato per il grande lavoro delle province di Sondrio e Brescia, che fino all’ultimo han cercato di garantire l’accessibilità della strada. Conclusione strana, se pensiamo che stando a Repubblica, questo è stato l’anno della “neve ai minimi “.

Ma non gioiscano troppo i ciclisti meno forti in salita (che zitti zitti hanno sempre sperato nel maltempo per evitarsi le fatiche disumane che tali tappe richiedono): è solo questione di tempo (in tutti i sensi…), perché  in un futuro non troppo lontano, si potrà transitare tranquillamente su questi passi, in qualsiasi stagione. Il Global Warming non risparmierà nemmeno loro. Sicuramente. Forse…

 

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L’Osservatorio Meteorologico “Valerio” di Pesaro? Patrimonio dell’umanità!

Posted by on 11:46 in Attualità, Climatologia | 3 comments

L’Osservatorio Meteorologico “Valerio” di Pesaro? Patrimonio dell’umanità!

Meteorologia, 150 anni di osservazioni in un convegno: dai padri fondatori alla modernità

di Mauro Ciccarelli e Luigi Iafrate

L’Italia doveva essere ancora fatta, ma era già piena di scienziati e visionari! La meteorologia? L’abbiamo inventata noi. Le previsioni? Si chiamavano “presagi” e al Regio Ufficio Centrale di Meteorologia c’era un’apposita sezione.

Anche allora, e certamente più di oggi, c’erano le irruzioni artiche di maggio e Luigi Guidi, all’inizio della seconda metà dell’Ottocento, azzardò la teoria dello scioglimento delle nevi invernali su vasta scala.

Grazie all’Osservatorio Valerio, fondato nel 1861 (prende nome da Lorenzo Valerio, commissario straordinario delle Marche dopo l’Unità d’Italia), Pesaro vanta ben 150 anni di osservazioni meteorologiche. Il che ne fa, insieme al “Serpieri” di Urbino, uno dei sei osservatori storici nazionali riconosciuti come “stazioni centenarie” dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Istituzioni minacciate come specie rare, ma considerate patrimonio dell’umanità e, quindi, tutelate dall’organizzazione intergovernativa anzidetta.

Il “Valerio”, che, come altri conspecifici, non se la passa tanto bene (oltretutto il responsabile Alberto Nobili è prossimo alla pensione), ha vissuto nei giorni scorsi la sua giornata di celebrazioni, grazie al convegno di Villa Caprile, ospitato dall’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Cecchi”. Preghiamo che abbia lunga vita, perché è grazie a queste istituzioni “che possiamo mettere in relazione gli eventi di oggi con quelli del passato e quando una vecchia stazione viene a chiudere”, parole di Maria Carmen Beltrano del Comitato Consultivo per il riconoscimento delle stazioni centenarie dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Fig_6 a sinistra), “perdiamo un pezzo insostituibile del puzzle del clima”.

L’evento, moderato dal presidente dell’Accademia Agraria Franca Gambini (Fig_6 a destra), ha avuto i saluti di benvenuto di Chiara Fiorucci (Fig_5), vice dirigente scolastico dell’I.S.S. “A: Cecchi”, e di Peer Hechler (Fig_7 via skype), uno dei capi dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale.

Dentro quelle stanze, lassù agli Orti Giulii, idealmente (e non solo) riaperte da Nobili, c’è una mole impressionante di dati di valore scientifico, ambienti e oggetti rimasti tali e quali a più di un secolo fa. Perché i grandi padri del Valerio (dal naturalista Luigi Guidi, che, con “Regio Decreto”, ottenne uno stanziamento di 20.000 lire, a Pio Calvori, che gli succedette, da Tito Alippi, che fece acquistare il microsismografo Vicentini, ad Alessandro Procacci, che salvò il patrimonio dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale) avevano anche la virtù di spendersi personalmente! Grazie anche a loro, la meteorologia “cessa di essere un umile ramo delle discipline naturali”.

Dopo la presentazione di Alberto Nobile (Fig_4), che ha, per sommi capi, ripercorso la storia dell’Osservatorio, è stata la volta di Davide Bianchini (Fig_3), di Sentinelle dell’Energia (Gruppo Selene), che ha proposto un intervento dal titolo “Fridays for future climate strike”.

Luigi Iafrate del CREA (Fig_2 – Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria), ha focalizzato il suo intervento sul recupero di parte del lungo carteggio intercorso fra Luigi Guidi e il gesuita astronomo Angelo Secchi, direttore dell’Osservatorio del Collegio romano e fondatore del primo Servizio governativo moderno per la previsione e il preavviso delle tempeste, nel territorio dell’allora Stato Pontificio.

Ma l’Osservatorio Valerio è anche modernità, grazie alle nuove strumentazioni. Così Carolina Vagnoli, dell’IBIMET – CNR (Fig_8 a destra), ci ha raccontato che Pesaro ha picchi di emissione giornaliera di CO2 in corrispondenza degli orari di punta del traffico (mattina e sera) ed un picco estivo in concomitanza con il massimo di presenza turistica.

E, infine, Luca Barbadoro (Fig_8 a sinistra), esperto di progettazione europea presso il comune di Pesaro, ci ha fornito qualche dato sul progressivo riscaldamento, che si avverte soprattutto a partire dal 1995: oggi, rispetto alla metà del secolo scorso, Pesaro registra mediamente quaranta giorni annui in più con temperature superiori ai 25 °C e quindici giorni di gelo in meno all’anno.

Poi capita anche un maggio frescolino, come questo, e un altro fine settimana rovinato dal maltempo. Chissà che non ci tocchi rispolverare la vecchia teoria di Guidi?!

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Le Previsioni di CM – 27 Maggio / 2 Giugno 2019

Posted by on 09:48 in Attualità | 3 comments

Le Previsioni di CM – 27 Maggio / 2 Giugno 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Ancora maltempo sull’Italia per l’azione di un vortice depressionario centrato sul Tirreno. Più ad ovest la cellula atlantica che dal vicino Atlantico si protende verso l’Iberia. Anticiclone dinamico sulla Groenlandia, sul cui fianco orientale un nocciolo di aria gelida muove dal Mare di Barents al Mare del Nord portando con sè nevicate diffuse e intense. Il flusso atlantico si incunea tra le due figure anticicloniche citate ma in un contesto caratterizzato da figure a gradiente piuttosto lasco e in seno ad un getto notevolmente indebolito come da norma del periodo  (Fig.1).

Nel corso della settimana il vortice italico sarà riagganciato dalla circolazione principale, giovandosi di un ulteriore contributo di aria fresca nord-atlantica che si assocerà ad un rinvigorimento della fenomenologia sulle regioni centro-settentrionali. Successivamente tenderà a colmarsi lasciando dietro di sè condizioni di instabilità pomeridiana in progressiva attenuazione. Sul finire della settimana, ulteriore probabile stabilizzazione delle condizioni atmosferiche sulle regioni nord-occidentali, con quelle centro-meridionali ancora esposte al respiro fresco continentale dai quadranti settentrionali, con associate condizioni di instabilità.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di maltempo su tutte le regioni con piogge, rovesci e temporali diffusi, localmente abbondanti o di forte intensità. Fenomeni meno frequenti sulle regioni ioniche con schiarite anche ampie nel corso della giornata. Tendenza ad attenuazione dei fenomeni a partire dal Nordovest.

Temperature stazionarie, venti tesi a circolazione ciclonica attorno al minimo sul basso Tirreno.

Martedì  nuvolosità in rapido aumento al Nord con piogge, rovesci, temporali anche di forte intensità ed abbondanti, specialmente sui settori centro-orientali. Sulle regioni centrali peninsulari condizioni di spiccata instabilità con rovesci e temporali in trasferimento dalla regione appenninica ai versanti adriatici. Al Meridione piogge sparse e rovesci in trasferimento dai versanti tirrenici a quelli adriatici, con schiarite anche ampie sulle regioni ioniche. Generalmente poco nuvoloso o parzialmente nuvoloso sulle isole maggiori.

Temperature stazionarie, entra il maestrale sui bacini di ponente, forte. Libeccio teso sullo Jonio.

Mercoledì schiarite sempre più ampie a Nordovest, ancora rovesci e temporali sulle regioni nord-orientali, in lenta attenuazione nel corso della giornata. Spiccata instabilità sulle regioni centrali con rovesci e temporali pomeridiani. Nuvolosità irregolare al Meridione con qualche pioggia sparsa in trasferimento dalla Campania alla regione delle Murge. Ampie schiarite sulle isole maggiori e sulle regioni ioniche.

Temperature in diminuzione, venti di maestrale, tesi sui bacini di ponente.

Giovedì generali condizioni di bel tempo al Nord e sulle regioni centrali tirreniche con qualche fenomeno pomeridiano sui rilievi, specie del Nord-est e appennino tosco-emiliano. Instabilità pomeridiana sulle regioni centro-meridionali peninsulari con rovesci e temporali e tendenza a schiarite in serata. Bel tempo sulle isole maggiori.

Temperature in ulteriore diminuzione sulle regioni meridionali, ventilazione vivace settentrionale.

Venerdì generali condizioni di bel tempo al Nord e al Centro. Residua instabilità al Meridione con qualche piovasco specie sulle regioni del basso Adriatico.

Temperature in aumento al Nord e al Centro. Venti settentrionali.

Sabato e Domenica bello al Nord e al Centro. Possibili condizioni di instabilità al Meridione per effetto del transito di un minimo di geopotenziale (attendibilità al momento bassa). Temperature fresche sulle regioni centro-meridionali adriatiche per ventilazione settentrionale.

 

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Global Bullying

Posted by on 23:12 in Attualità | 20 comments

Global Bullying

Proprio mentre Greta profonde il massimo sforzo per salvare il mondo dalla CO2 con una ennesima ondata di bigiate scolastiche trans-nazionali (del tutto casualmente in pieno svolgimento di elezioni europee), trapela su qualche sparuto giornale una notizia: ovvero che in Svezia una studentessa è stata bullizzata da compagni e insegnante per essersi rifiutata di scioperare “per il clima”.

Ci informa di questo episodio il Daily Mail che racconta come una sventurata studentessa svedese di nome Sanna abbia osato, unica nella sua classe, opporsi allo sciopero climatico pre-elettorale di Greta. Di fronte al suo rifiuto di scendere in piazza contro il celebre solleone scandinavo, Sanna è stata aggredita verbalmente prima dalla sua stessa insegnante, poi dai compagni di classe che l’hanno tacciata di “negazionismo climatico”. La madre della studentessa, costernata, ha chiesto quindi un colloquio con la preside della scuola, salvo ritrovarsi a sua volta messa sul banco degli imputati: “La ragazza si è messa contro la sua stessa classe, e per giunta si è rifiutata di partecipare a qualcosa di positivo”, la affonta la preside, aggiungendo che anche lei mostra un’attitudine sbagliata giacché non le interessa che la figlia venga coinvolta su temi sociali così importanti.

La madre della ragazza, commentando l’episodio, ha attribuito ad una forma di isteria collettiva il comportamento disgustoso nei confronti della figlia, che a sua volta adesso si rifiuta di andare a scuola per paura di subire altri trattamenti simili: “le scuole dovrebbero assumere almeno un atteggiamento neutrale e rispettare gli studenti che non vogliono scioperare. Ci sono altri modi di relazionarsi ad argomenti politici (come questo)”. Sottolineando che la pressione dei media e dei politici è la causa principale di quello che succede nelle scuole, la donna conclude: “vogliono che andiamo nel panico per le minacce climatiche. Qualsiasi altro atteggiamento (diverso dal panico) è considerato sbagliato. Non ci vuole molto a passare per negazionisti. È una pura e semplice caccia alle streghe.”

Fa una certa impressione, il fatto che le parole più sensate ascoltate in questi mesi di delirium tremens climatista vengano da una madre infuriata per il trattamento subito a scuola dalla figlia. Così come fa impressione, ma non sorprende affatto, il silenzio tombale dei media su una vicenda piccola, eppure significativa come questa. Sono gli stessi media, del resto, che hanno bollato senza esitazione le poche critiche a Greta come atti beceri di bullismo, cyberbullismo, maschilismo e chi più ne ha più ne metta.

Certo è un mondo a dir poco capovolto, quello in cui una quindicenne chiama masse oceaniche di coetanei a bigiare la scuola con argomentazioni degne di una setta millenarista, mentre un’altra ragazzina vorrebbe andare a scuola ma non può farlo perché bullizzata da compagni, professori e preside, tutti impegnati nella lotta senza quartiere alla fotosintesi clorofilliana. E mentre Greta, forte di risorse milionarie, viene coccolata da un fronte sterminato quanto eterogeneo che spazia dagli Extinction Rebels all’elite dei trilionari illuminati di Davos, con tanto di colonna sonora intonata dai media globalisti di tutto il mondo, Sanna è difesa solo dalla mamma, nel silenzio più totale.

La lotta tra le èlites globaliste e la plebe senza volto sembra declinarsi tutta qui, nel confronto tra Greta e Sanna. E in questa lotta spietata che deciderà i destini dell’umanità nel prossimo futuro, il Climate Change pare solo uno specchietto per le allodole: uno dei tanti strumenti di propaganda ad usum populi che sottendono ad interessi precisi quanto inconfessabili. Eppure ogni giorno più visibili attraverso gli squarci che continuano, insolenti, ad aprirsi nella cortina solo in apparenza impenetrabile del Politically Correct.

 

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Temperature e Modelli climatici, leggere per credere.

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 15 comments

Temperature e Modelli climatici, leggere per credere.

Una semplice consultazione per questo venerdì. Si tratta delle slide presentate da Nicola Scafetta (spesso anche qui su CM) ad un seminario tenuto presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano.

Una lettura interessante, ringrazio gli amici Nicola Scafetta e Luigi mariani (ospite dell’evento) per aver voluto condividere questi contenuti con noi. Click sull’immagine per il pdf.

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Il fit delle serie estese di temperatura. Parte seconda – La stalagmite di Shihua (Cina)

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Il fit delle serie estese di temperatura. Parte seconda – La stalagmite di Shihua (Cina)

Riassunto: I fit combinati delle temperature fino all’800 CE sono in grado di descrivere ragionevolmente bene anche le temperature della stalagmite della grotta di Shihua che si estendono fino al -650 CE. Viene presentato l’insieme delle serie di temperature usate nei due articoli insieme ai commenti conclusivi.

Abstract: The combined fits of the temperature series through 800 CE describe sufficiently well also the data of the Shihua Cave stalagmite, extended through 650 BCE. The whole set of temperature series used here is presented along with the final comments.

La grotta di Shihua, a circa 50 km a sud-ovest del centro di Pechino, e quindi entro la zona del monsone dell’Asia orientale, è stata aperta al pubblico nel 1986 e da allora il livello interno di CO2 è salito da 500-600 ppmv a 1350-2080 ppmv e la temperatura da 10.6~13.5 a 13.9~16.4 °C. Questo cambiamento ha ridotto il tasso di precipitazione della calcite, in pratica rendendo inutilizzabili i dati sulla crescita delle stalagmiti successivi al 1985 (Tan et al, 2003).
Gli autori appena citati hanno prodotto una serie di temperatura della stagione calda (maggio-agosto) tra il 665 BCE (Before Current Epoch) e il 1985 CE (Current Epoch) [esprimibile anche come -665, 1985 CE] derivata dalla correlazione tra la variazione di spessore degli strati annuali di una stalagmite della grotta di Shihua e la meteorologia della zona circostante. La serie è mostrata in figura 1.

Fig.1: I dati della stalagmite della grotta di Shihua. La linea spessa rossa è un filtro passa-basso con finestra pari a 20 anni, mentre la riga nera è il fit lineare che mostra una pendenza di circa (1.9±0.2) 10-4 °C/anno. I grafici inferiori mostrano lo spettro MEM della serie e mettono in evidenza la dominanza dei periodi multi-secolari rispetto a quelli secolari che pure esistono e sono probabilmente le oscillazioni secolari descritte da Tan et al., 2003.

Da notare le due ampie diminuzioni della temperatura: quella centrata sull’anno 800, di cui si ha solo una debole conferma nella serie degli anelli di accrescimento mostrata nella figura 2 e che non saprei attribuire ad un evento particolare, e quella tra il 1450 e il 1750, corrispondente alla Piccola Età  Glaciale (PEG), visibile anche in figura 2.
Il profondo minimo attorno all’anno 520 è comune ad entrambe le serie, mentre il minimo nello spessore degli anelli nel ~620 compare in maniera più vaga e discutibile nei dati della stalagmite.

Tan et al., 2003, fin dal titolo del loro lavoro (“Cyclic rapid warming on centennial-scale …”) fanno notare la presenza di oscillazioni (riscaldamenti) rapide a scala secolare. Lo spettro di figura 1 mostra, in una serie di massimi di bassa potenza, oscillazioni tra 50 e 170 anni che potrebbero giustificare l’affermazione di Tan e colleghi, ma bisogna sottolineare che lo spettro è dominato dai massimi a 815, 342 anni e, più debole di circa 9 e 4 volte, rispettivamente, 482 anni.

Fig.2: Serie dello spessore degli anelli di accrescimento degli alberi (in questo caso del ginepro tibetano) dal 450 al 2004 CE. Dati da NOAA Paleo.

In figura 3 viene mostrata l’estrapolazione, a tutta l’estensione temporale dei dati della stalagmite di Shihua, del fit (f23) dei dati di Colle Gnifetti descritto nella prima parte di questo articolo. Come si vede, il fit non segue i profondi minimi dei dati cinesi ma è ragionevolmente rappresentativo del loro andamento medio.

Fig.3: Rappresentazione di tutti i dataset usati e dei loro fit tramite funzioni non lineari. Per la serie della grotta di Shihua (tanliu.txt, verde chiaro) non è stato calcolato alcun fit ma è stata utilizzata l’estensione del fit di Colle Gnifetti (rosso). Dal 1925 al 2200 si è usato il fit dei dati mensili NOAA.

Nel mescolare dati a diversa risoluzione sorge sempre il sospetto di creare artificialmente un “hockey stick”: qui il fit f22 (4 seni+ retta) è stato applicato ai dati mensili NOAA, mentre le altre serie hanno risoluzione 1 anno (CET e Shihua) e 2 anni (Colle Gnifetti). La figura 4, insieme ad un suo ingrandimento (figura 5), viene riportata per evidenziare il comportamento del fit rispetto alla serie annuale NOAA.

Fig.4: Ingrandimento di figura 2 tra 1700 e 2200, con sovrapposta la serie NOAA annuale (crocette) per verificare come il fit calcolato sui dati mensili si comporta con i dati annuali.

L’ingrandimento della figura successiva mostra con maggiore evidenza l’accordo tra fit e dati annuali, ricordando che fino al 1925 si usa il fit f23 di Colle Gnifetti.

Fig.5: Parte di figura 4 e suo ingrandimento. Fino al 1925 il fit di Colle Gnifetti (linea rossa).

Considerazioni conclusive

  1. L’insieme dei due fit f22 e f23 è in grado di rappresentare ragionevolmente bene i dati sperimentali dal -650 al 2018 CE, per un’estensione temporale di 2668 anni. L’estrapolazione del 3% (fino al 2100) rispetto all’intera estensione dei dati del fit non sembra essere un grave azzardo. In questo caso l’anomalia “prevista” al 2100 rispetto al periodo pre-industriale sarebbe compresa tra 1 e 2°C, in modo del tutto naturale, senza necessità  di azioni particolari.
  2. Tutti i dati utilizzati sono anomalie il cui valore dipende dalla base temporale utilizzata per il calcolo. Per questo, ad esempio, i dati della grotta di Shihua sono stati spostati di -0.5 °C allo scopo di allinearli con i dati di Colle Gnifetti e CET.
Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

  • Tan M, Liu T, Hou J, Qin X, Zhang H, Li T: Cyclic rapid warming on centennial-scale revealed by a 2650-year stalagmite record of warm season temperature, GRL, 30, 191-194, 2003. http://dx.doi.org/10.1029/2003GL017352 (testo completo)

 

 

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Un Mese di meteo – Aprile 2019

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Un Mese di meteo – Aprile 2019

IL MESE DI APRILE 2019[1]

Precipitazioni abbondanti e temperature pienamente nella norma.

La topografia media del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) evidenzia che l’Italia è interessata da una circolazione depressionaria determinata da una saccatura da Nordovest associata a un minimo al largo delle coste nord-americane. Tale struttura circolatoria è parte di una più vasta struttura di blocco con area anticiclonica centrata sulla Scandinavia. Tale diagnosi è confermata dalla carta delle isoanomale (figura 1b) la quale evidenzia un’area ad anomalia negativa in Atlantico a ovest della Isole Britanniche e un nucleo di anomalia positiva sulla Scandinavia settentrionale.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

L’aprile 2019 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 7 perturbazioni transitate rispettivamente dal 3 al 7 aprile, l’8, dal 9 al 15, dal 21 al 22, dal 23 al 26, il 27 e dal 28 al 30 aprile (tabella 1).

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Tabella 2 – Tipi circolatori giornalieri a 850 hPa secondo la classificazione Ersal a 17 tipi che si fonda sulla classificazione di Borghi e Giuliacci a 16 tipi.

La piovosità più elevata a livello italiano è stata registrata il 5 aprile con una media nazionale di 12.5 mm, seguito dal 23 aprile con 11.0 mm e dal 4 aprile con 9.8 mm. Inoltre 4, 5 e 23 aprile sono stati i tre giorni più piovosi al Nord e al Centro e 13, 5 e 7 lo sono stati al Sud. Si noti infine che la piovosità media per macroaree indica che mentre il centro-nord ha goduto di una piovosità ben distribuita sull’intero mese, la macroarea del meridione ha visto la piovosità concentrarsi nella prima quindicina, il che è compatibile con la climatologia degli areali a clima pienamente mediterraneo.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime e delle minime mensili (figure 2 e 3) sono risultate pienamente nella norma salvo lievi anomalie positive o negative a carattere locale. A livello pluviometrico mensile la figura 5 mostra anomalie positive su Triveneto, Val d’Aosta, Piemonte orientale, Lombardia occidentale, Toscana meridionale, Umbria e Sardegna orientale. Anomalie negative a carattere locale si osservano invece su Lombardia centrale, Sardegna orientale, Sicilia occidentale, Campania, Abruzzo e Molise.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

L’analisi decadale (tabella 2) conferma a livello termico quanto scritto a livello mensile, con temperature ovunque nella norma salvo una lieve anomalia positiva nelle temperature minime al Sud nella terza decade del mese. A livello pluviometrico invece si notino le anomalie positive nella prima decade al centro-nord e nella seconda al sud mentre la terza decade ha visto una vistosa anomalia positiva al Nord parzialmente compensata da una sensibile anomala negativa al sud.

Tabella 3 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo (anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

La sopra descritta assenza di anomalie termiche è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU mentre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni al suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT (figura 6b) mostra la presenza di una lieve anomalia positiva sull’intero areale italiano.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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La Nuova Climatologia ai Tempi dell’AGW

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La Nuova Climatologia ai Tempi dell’AGW

Sul Corriere della Sera di martedì 14 maggio 2019 a pagina 21 trovo l’articolo “Lo scienziato – Le lingue di freddo che portano aria artica – così cambia il clima” a firma di Agostino Gramigna. Nell’articolo si riporta un’intervista al climatologo dell’ENEA Sannino.

Anzitutto lascerei da parte l’idea secondo cui il cambiamento climatico odierno sarebbe associato a maggiori trasporti latitudinali di aria fredda verso sud e calda verso Nord, una teoria affascinante ma che richiederebbe forse qualche dimostrazione in più, se non altro in onore del fatto che Charney e De Vore, in un loro lavoro del 1979, evidenziavano l’alternarsi di due modi fondamentali della circolazione generale e cioè un modo zonale e uno latitudinale.

Quel che mi ha incuriosito è invece la seguente affermazione del climatologo Sannino: “La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30°C”.

Mi sono così domandato quanto sia davvero anomala la situazione evidenziata da Sannino in questo maggio 2019 e per verificarlo ho scaricato dal dataset di GSOD i dati dal 2 settembre 1949 al 15 maggio 2019 per la stazione di Pinega, a 43°Est nella regione di Arkhangelsk, sul Mar Bianco e  i dati dal 1 maggio 1955 al 15 maggio 2019 per la stazione di Chokurdah nella Repubblica Autonoma della Sacha-Jacuzia, a 147°Est.

Si noti che Pinega non è geograficamente in Siberia essendo localizzata ad ovest degli Urali: tuttavia la sua serie storica è interessante per noi perché il sito ha subito a lungo l’influenza del grande anticiclone dinamico di blocco che ha dominato la Scandinavia a partire dal mese di aprile determinando temperature al di sopra delle norma.

I risultati della mia analisi sono riportati in tabella 1, in cui ho elencato in ordine decrescente i 20 valori di temperatura più elevati registrati a maggio per le due serie storiche.

In particolare per Pinega si noti che il valore più elevato in assoluto è stato raggiunto il 15 maggio 2010 con 30.1°C, seguito dal 2 maggio 1957 con 30°C. Al terzo posto troviamo poi l’11 maggio 2019 con 28.9°C, a pari merito con il 10 maggio 2010. Pertanto il valore di temperatura del 2019 per quanto elevato non è affatto privo di precedenti, anche in epoche non sospette di AGW. Per la stazione di Chokurdah non vi è invece alcuna traccia del 2019 nei 20 valori di temperatura più elevati registrati a maggio.

Questi sono i dati che una semplice e sbrigativa analisi di serie storiche pone in evidenza e che ci mostrano che l’anomalia termica registrata nelle due stazioni analizzate è tutt’altro che senza precedenti. Ovviamente la mia analisi è limitata a due stazioni per cui se qualcuno avesse dati che portano a conclusioni diverse dalle mie è vivamente pregato di esibirli in modo che possa rivedere il mio giudizio.

Tabella – I 20 valori più elevati di temperatura di maggio per Pinega e Chokurdah
Pinega

(64°N, 43°E)

Chokurdah

(70°N, 147°E)

numero d’ordine Giorno Valore (°C) Giorno Valore (°C)
1 20100515 30.1 19810530 23.0
2 19570512 30.0 19810531 23.0
3 20100510 28.9 19570531 21.1
4 20190511 28.9 19810529 19.0
5 20120518 28.8 20080528 19
6 20050525 28.7 20070531 18.4
7 19950524 28.5 20070530 18.2
8 20150528 28.4 20130531 18.1
9 20190512 28.4 20120527 17.6
10 19790526 28.0 19710528 17.2
11 19790529 28.0 19790529 17.0
12 20100511 28.0 19810528 17.0
13 20100514 28.0 19900530 16.0
14 19840517 27.9 20130530 15.7
15 19840518 27.6 20120528 15.4
16 19930516 27.5 19610531 15.0
17 19770501 27.0 19650527 15.0
18 19770502 27.0 19650528 15.0
19 19770503 27.0 19660530 15.0
20 19770504 27.0 20120526 14.7

Alcune riflessioni più generali

Credo che un buon punto di partenza per intendere cosa sia la “nuova climatologia ai tempi dell’AGW” stia in quanto scrisse un climatologo dell’ENEA ben più famoso di Sannino e cioè Vincenzo Ferrara, il quale nel 1982 produsse un articolo “visionario” dal titolo “SE IO FOSSI UN CLIMATOLOGO” pubblicato sulla Rivista di meteorologia aeronautica e che riporto per intero in coda a questo post.

Da quando tanti anni fa lessi lo scritto di Ferrara dissi fra me e me che non avrei a nessun costo seguito la via che Ferrara stesso, nella sua grande preveggenza, additava a tutti noi, ammonendoci a non fare come quel medico che per un fatto deontologico evita di prescrivere al paziente quella carriolata di medicine che quest’ultimo si attende e che per tale ragione viene additato come un “medico da poco”. L’esperienza di tutti questi anni, maturata con l’aiuto di vari amici con cui mi sono sentito in sintonia, mi ha permesso di sviluppare una serie di riflessioni che voglio qui di seguito riportare in estrema sintesi.

  1. Prima di lanciare allarmi su fenomeni estremi e senza precedenti occorrerebbe preoccuparsi sempre di verificare su un congruo numero di serie storiche qual è il tempo di ritorno dei fenomeni osservati. Buona norma sarebbe anche verificare i siti d‘installazione e le caratteristiche delle stazioni utilizzate per sviluppare climatologie degli eventi estremi (così facendo non è raro scoprire cose curiose e che poco o nulla hanno a che vedere con la climatologia come siti non conformi alle norme internazionali e apparecchiature in cattivo stato…).
  2. Nei trend climatici analizzati sarebbe buona norma cercare sempre di discernere il peso della variabilità naturale, legata ad esempio alle ciclicità atmosferiche (NAO, ecc.) o oceaniche (AMO, ecc.)
  3. Nei fenomeni meteorologici estremi sarebbe buona norma cercare nella misura del possibile di mettere in luce i fattori causali. Ad esempio un fenomeno a mesoscala come il foehn può dar luogo ad aumenti intensi e repentini delle temperature che con l’AGW c’entrano come i cavoli a merenda
  4. Sarebbe buona norma evitare di vedere il clima solo come il prodotto della CO2 e dell’effetto serra. Senza la circolazione atmosferica, che riequilibra gli scompensi termici indotti dall’ineguale distribuzione della radiazione solare sulla superficie terrestre, non c’è il clima. Pertanto è da un lato necessario dedicarsi con passione agli aspetti circolatori (climatologia dinamica) e dall’altro è necessario diffidare sempre di “climatologi” che ignorano la circolazione alle diverse scale e parlano solo di effetto serra
  5. Occorrerebbe evitare di comportarsi come il climatologo descritto da Ferrara e cioè di dire quel che il “cliente” si aspetta da te. E si badi che ciò vale sia per clienti “catastrofisti” (gran parte del mondo giornalistico odierno), sia per clienti “minimizzatori” (oggi una minoranza, domani chissà..). Ad esempio 1°C di aumento delle temperature globali può sembrar poco per alcuni e tanto per altri ma quel che conta in realtà è la distribuzione degli aumenti sulla superficie del pianeta (es: le terre emerse si scaldano più degli oceani) e la risposta dei sistemi fisici e biologici.
  6. Quanto disse nostro Signore a san Tommaso “non essere scettico ma credente” e “beati coloro che crederanno senza vedere” è un ottimo viatico per le questioni di fede ma non per quelle di scienza e la climatologia non è e non dovrebbe mai essere una fede.
  7. Chi fa scienza dovrebbe adottare una visione umile rispetto ai problemi. Al riguardo mi viene da citare la frase pronunciata da quel prototipo di scienziato moderno che è Zenone, protagonista dell’Opera al Nero di Marguerite Yourcenar: “So che non so quel che non so; invidio coloro che sapranno di più, ma so che anch’essi, come me, avranno da misurare, pesare, dedurre e diffidare delle deduzioni ottenute, stabilire nell’errore qual è la parte del vero e tener conto nel vero dell’eterna presenza di falso.”
  8. Chi fa scienza dovrebbe evitare di deformare le opinioni dell’avversario per confutarle più agevolmente. Al riguardo lo stesso Zenone dice “Non ho mai deformato le opinioni dell’avversario per confutarle più facilmente … o piuttosto si, mi sono sorpreso a farlo, e ogni volta mi sono rimproverato come si sgrida un domestico disonesto, e ho ritrovato la fiducia solo dopo essermi ripromesso di far meglio.
  9. Sarebbe bello che dai tanti (spesso pensionati) che si dicono appassionati di climatologia potessero nascere gruppi che, aborrendo le ideologie preconcette, si riferissero galileianamente ai dati, svolgendo analisi sulle serie storiche che chi come il sottoscritto è impelagato in una selva di impegni lavorativi estranei alla climatologia fa sempre più fatica a svolgere
  10. “Lo scritto climatologico del Corriere del 14 maggio è, di fatto, vuoto di reali informazioni scientifiche” mi ha scritto l’amico Sergio Pinna, e ha perfettamente ragione. Io gli ho però risposto che lascio a Sannino il beneficio d’inventario del fatto che i giornalisti scrivono solo ciò che conforta le loro tesi preconcette (in gergo si chiama cherry picking) e se protesti non ti danno più la parola… Un lunga esperienza personale mi conduce purtroppo a questa conclusione.

Bibliografia

  • Charney, J.G. and J.G. DeVore, (1979), Multiple flow equilibria in the atmosphere and blocking, J. Atmos. Sci.,. 36:1205-1216
  • Ferrara V., 1982. Se io fossi un climatologo, Rivista di meteorologia aeronautica.

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SE IO FOSSI UN CLIMATOLOGO

Di Vincenzo Ferrara

Rivista di Meteorologia Aeronautica, 1982

Se io fossi un climatologo a contatto con il pubblico, mi comporterei esattamente come il medico di fronte ad un malato più o meno immaginario. Questi malati, infatti, sanno tutto di medicina dai più remoti sintomi alle più catastrofiche prognosi perché seguono freneticamente tutte le rubriche televisive del tipo: “Curatevi da soli con lo zabaione”, comprano puntualmente tutte le grandi enciclopedie illustrate a fascicoli settimanali della serie: “Tutta la salute minuto per minuto”, leggono insaziabilmente libri e riviste di medicina della collana: “Tutto quello che dovete sapere dalla cefalea al cancro fulminante” e, infine, tanto per sgranchirsi il cervello, imparano a memoria il nome di qualche migliaio di medicine al giorno dal prontuario in 78 volumi delle “Specialità medicinali nazionali ed internazionali”.

Un tipo di questo genere, quando sta male e va dal medico, già sa la diagnosi e prevede le possibili cure, compreso il nome di qualche centinaio di medicine adatte al caso. Ebbene, se il medico con il solito linguaggio incomprensibile gli sciorina, traducendo in termini terra-terra, la stessa diagnosi che lui aveva formulato, proponendogli una parte delle medicine che lui stesso aveva pensato, quel medico diventa subito il più grande scienziato di tutti i tempi, un nobel della medicina. Ma se, viceversa, il medico dice qualcosa di diverso da quello che lui pensava, quel medico diventa subito antipatico, incapace e presuntuoso, le sue cure risultano inefficaci, anzi nocive, finché alla fine quel medico viene senza mezzi termini classificato come uno che ha preso la laurea in medicina solo per far soldi perché in realtà non capisce un beneamato tubo di medicina.

Ebbene, per il climatologo succede la stessa cosa. La gente ormai sa tutto sul clima e sul tempo (clima e tempo sono spesso sinonimi), perché ha già letto qualche decina di manuali sul tempo (atmosferico) del passato, presente e futuro, a partire dal big bang iniziale e fino alla fine dell’espansione dell’universo (se ci sarà una fine); conosce a memoria l’enciclopedia a fumetti del “fatti da solo il tempo che vuoi”, anzi si è già costruito in casa un bel temporale in miniatura con relativi fulmini e trombe d’aria, e poi, cosa più importante di tutte, ha divorato avidamente migliaia di pagine scientifiche  dai quotidiani e periodici vari ove si parla addirittura dell’utilità della meteorologia nelle danze della pioggia in Patagonia. Pertanto appena il tempo fa le bizze e le temperature appena un po’ più fredde del normale, coloro che tutto sanno si agitano furiosamente come morsi dalla tarantola, chiedono notizie e informazioni, telefonano al Servizio Meteorologico e perfino alla Protezione Civile, i giornali e la televisione ne parlano, le interviste si sprecano e la ricerca del “freddo che più freddo non si può” dilaga.

In queste condizioni anche i più ignoranti e trogloditi sanno farsi una diagnosi e una prognosi sul clima e sulla lampante variazione climatica, e, come nel caso del malato di cui sopra, si interpella l’esperto climatologo con la frase di rito: ‘Il clima sta cambiando?’. Orbene, se voi siete climatologo e contemporaneamente desiderate sopravvivere come un climatologo, accrescendo magari la vostra fama, non avete che da comportarvi come il medico, fornendo proprio la diagnosi e la prognosi che la gente si aspetta. Guai a rispondere: “Ma no, è tutto normale”, oppure: “Sono tutte balle montate dai giornali e dalla televisione” o peggio ancora: “Ogni volta che il tempo cambia ci state a rompere le scatole con queste variazioni climatiche”, perché la gente vi guarda prima sbigottita, poi con antipatia e infine conclude all’unanimità che voi meritate il confino in Siberia perché non capite un accidente né di tempo, né di clima. Sarebbe la fine della vostra carriera e vi converrebbe mettervi in pensione prima che vi buttino fuori a calci nel sedere. 

L’unica risposta sensata alla domanda: “Il clima sta cambiando?” è: “Ma certo che sta cambiando! E’ ormai una cosa nota, scientificamente accertata e fuori discussione”. A questo punto prevedete per il futuro e per il prossimo secolo un clima esattamente uguale al tempo atmosferico presente, esaltando magari il fenomeno fino alle estreme conseguenze. Così, se fa freddo prevedete “glaciazioni”, se fa caldo prevedete una “era torrida”, e se vi sono condizioni di forte variabilità prevedete “estremi climatici” a breve termine e clima più o meno immutato a lungo termine (secolare).

Ma, direte voi, come fa un climatologo serio a fornire previsioni climatiche, attualmente impossibili, e per giunta previsioni, o meglio predizioni, così opposte senza sentirsi un buffone? Non temete c’è la scienza che vi sorregge, perché la scienza in questo campo ha pensato a tutto e fornisce la soluzione per ogni caso, anche per quelli più disperati. Perciò, se fa freddo, il discorso scientifico da fare è il seguente: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso una nuova glaciazione. Questo fatto è già stato accertato perché a partire dal 1940, la temperatura media dell’emisfero nord è diminuita di circa 0,4°C, a causa probabilmente della minor trasparenza dell’atmosfera intorbidita dal sempre maggior inquinamento dell’aria. Il raffreddamento dell’aria provoca una maggiore estensione dei ghiacciai e dei mantelli nevosi, i quali essendo altamente riflettenti (albedo elevata) per la radiazione solare provocano a loro volta un successivo raffreddamento e quindi nuovi e più vasti ghiacciai, e così via in una spirale che porterà ad una nuova glaciazione nel giro di un secolo e forse meno”.

Già, ma se fa caldo come si fa a giustificare una previsione di era torrida con questi dati di fatto sul raffreddamento? State calmi. Basta affrontare il problema da un altro punto di vista altrettanto scientifico. In questo caso il discorso è: “Il clima sta cambiando e ci avviamo verso un’era torrida. Tutto ciò è stato già scientificamente accertato perché a partire dal 1850 il contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera è andato progressivamente aumentando e solo in questi ultimi venti anni si è passati da 315 a 334 parti per milione. Ciò significa che nel 2020 l’accumulo di anidride carbonica sarà più che raddoppiato se si tiene anche conto dei sempre crescenti consumi di energia e di utilizzo dei combustibili fossili. L’aumento di anidride carbonica riduce le perdite di radiazione ad onda lunga dalla terra verso lo spazio (effetto serra) e nel giro di meno di mezzo secolo la temperatura media dell’aria aumenterà di circa 2 o 3°C; ci sarà scioglimento dei ghiacci polari ed un aumento medio del livello del mare che sommergerà parecchie località costiere”.

Tutto ciò sarà bello e scientifico, ma se a voi climatologi non va di essere così drastici oppure se le oscillazioni del tempo non sono tali da far presupporre che l’opinione pubblica preveda ere torride o glaciazioni, come comportarsi? Anche in questo caso la soluzione è semplice. Basta impostare il discorso in quest’altro modo: “Il clima sta cambiando, ma con rapide fluttuazioni e su periodi brevi. 

E’ vero che la temperatura è diminuita dal 1940 ad oggi, ma è anche vero che dal 1880 al 1940 è aumentata in media di 0,6°C. E’ vero che l’anidride carbonica aumenta, ma è anche vero che buona parte della radiazione solare ad onda lunga viene assorbita dagli oceani riducendo l’effetto serra e la rimanente parte viene perduta verso lo spazio a causa di contemporanee variazioni dell’ozono stratosferico. Insomma, episodi a breve termine di insolito clima sono soltanto fluttuazioni di un sistema che già di per se stesso è fortemente variabile. Se si considera il clima su periodi secolari o plurisecolari, si nota che è rimasto del tutto invariato e non vi sono attualmente indizi tali da giustificare una variazione climatica a lungo termine e quindi nel prossimo secolo”. E con ciò è sistemata anche questa previsione. In definitiva queste ricette sono uguali a quelle del medico di cui sopra: curano tutti i malati autodidatti del tempo e li rendono felici, accrescendo contemporaneamente la vostra bravura di scienziato, perché se vi chiedono: “Il clima sta cambiando?” in fondo già credono che il clima è cambiato e aspettano solo la conferma dell’esperto per sentirsi in pace, appagati dal proprio infallibile genio e della propria ineccepibile diagnosi, anche se frutto dei dotti consigli propinati al pubblico mediante ‘fascicoli settimanali’, con omaggio di un altro fascicolo e della copertina del dizionario del “So tutto io”.

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Il fit delle serie estese di temperatura – Parte prima: NOAA, CET, Colle Gnifetti

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Il fit delle serie estese di temperatura – Parte prima: NOAA, CET, Colle Gnifetti

Riassunto: Il fit delle temperature (anomalie) rappresenta bene la serie CET (Central England Temperature) e la serie NOAA su 480 anni (1538-2018). Pur non essendo un modello, questo fit a due componenti può forse essere estrapolato di 82 anni (fino al 2100). Questa estrapolazione porta ad una anomalia prevista, rispetto al periodo pre-industriale fissato al 1850, di 1.8°C nel 2100, cioè tutta l’anomalia auspicata dalle ultime COP, da Parigi(21) a Katowice(24), senza bisogno di riduzioni di emissioni antropiche.

Abstract: The fit of the anomaly series well represents the CET (Central England Temperature) and the NOAA global series (land+ocean) over 480 years (1538-2018). Also if the fit is not a (physical) model, it perhaps may be estrapolated for further 82 years (through 2100). Such an extrapolation brings to a 1.8°C anomaly in 2100, namely all the forecast and the presage of the last COPs, from Paris(21) to Katowice(24), without any need of reduction of anthropogenic emissions.

Osservando la figura 1, si vede che il fit non lineare (4 seni + retta, 14 parametri, d’ora in poi f22) non è molto diverso, nella rappresentazione dei dati NOAA, dal modello armonico semi-empirico di Scafetta (2013). Il fit non lineare ricostruisce bene (R2=0.804) i dati osservati (“osservati” è un concetto poco appropriato per dati che sono il risultato di molte, e in qualche caso discutibili, elaborazioni).

Fig.1: Confronto tra il modello armonico semi-empirico di Scafetta (2013, quadro superiore), inviatomi da Nicola Scafetta, e il fit non lineare a 14 parametri (f22), entrambi applicati alle anomalie globali NOAA (1118 sono i dati di novembre 2018). Si può vedere che le differenze sono minime su tutta l’estensione del dataset.

Quello del quadro inferiore di figura 1, però, è un fit che segue i dati utilizzati per i calcoli e non è affatto detto che estendendo i dati il suo comportamento sia lo stesso, anzi, nella maggior parte dei casi, una maggiore estensione temporale mostra un andamento non conforme alla funzione determinata tramite il fit. Un esempio è dato dalla sovrapposizione dei dati CET (**, Central England Temperature, dal 1538) ai dati NOAA. Nella parte comune, le due serie si sovrappongono abbastanza bene e quindi ad entrambe si può applicare il risultato di figura 1 ma, andando indietro nel tempo dal 1880, la CET si discosta nettamente dalla rappresentazione analitica di NOAA. Per descrivere i dati estesi, si è usato un altro fit non lineare (f23, 6 seni + retta, 20 parametri) applicato ai dati tra il 1538 e il 1850.

Fig.2: Estrapolazione di f22 nelle due direzioni temporali e sovrapposizione dei dati CET per sottolineare che le osservazioni si discostano dalla estensione temporale della funzione analitica, come avviene nella maggioranza dei casi per un fit, a differenza di quanto dovrebbe succedere per un modello.

I dati estesi sono stati descritti tramite un altro fit non lineare (f23, 6 seni + retta, 20 parametri), calcolato sui dati tra il 1538 il 1850, che si congiunge al precedente f22 nel 1850. Il risultato viene mostrato in figura 3.

Fig.3: Combinazione di due fit non lineari per rappresentare la distribuzione delle temperature CET (e NOAA) tra il 1538 e il 2018.

La data del 1850, evidentemente arbitraria, è stata scelta sulla base dell’inizio della rivoluzione industriale e sulla contemporanea fine della PEG – inizio del ripristino delle condizioni climatiche precedenti la PEG e quindi inizio di un riscaldamento complessivo. Si è cercato di considerare la PEG come una variazione climatica locale o emisferica, ma senza successo: tracce di abbassamento della temperatura sono state osservate anche in Nuova Zelanda (Lorrey et al., 2013).
Il raccordo, nel 1850, tra le funzioni f23 e f22 si osserva in figura 4:

Fig.4: Ingrandimento del punto di raccordo, nel 1850, tra f23 (a sinistra) e f22 nel fit dei dati CET.

Serie di Colle Gnifetti

Le due carote di ghiaccio (denominate KCI e KCC) di Colle Gnifetti, nel massiccio del Monte Rosa, ci forniscono un’ulteriore estensione della serie di temperatura, fino all’800, in pieno Periodo Caldo Medievale (MWP, 950-1250). I dati sono disponibili al sito: https://doi.org/10.1594/PANGAEA.883519. La figura 5 mostra la serie completa di Colle Gnifetti, confrontata con i dati CET, e il suo fit non lineare (f23) fino al 1925, seguito dal fit (f22, esteso al 2280) dei dati CET mostrato in figura 3.

Fig.5: Anomalia di temperatura dalle carote di Colle Gnifetti (dati dal sito Pangaea citato sopra) dall’800 al 2006, confrontata con l’anomalia della CET e con il fit f23 del dataset troncato al 1925 dove si connette al fit f22 calcolato in precedenza per i dati NOAA ed esteso al 2280.

In figura 6 viene riprodotta la figura 11 di Bohleber et al., 2018 (con la sua didascalia) dove sono confrontate le temperature calibrate derivate dalla carota KCC, le temperature strumentali e le temperature ricostruite da Luterbacher et al., 2016.

Fig.6: Riproduzione della figura 11 di Bohleber et al., 2018 (MWA=MWP) e della sua didascalia che dice:
Figure 11: Comparison of decadal temperature trends as anomalies with respect to the mean of AD 2006-1860. Shown are calibrated temperatures obtained from the KCC Ca2+ variability (blue lines, with uncertainty indicated as light blue bands). Also shown are instrumental temperature data (black) and the summer temperature reconstruction of Luterbacher et al. (2016) in red (uncertainty as grey bands). Note that the overall co-variation between the two reconstructions persists for at least another 200 years beyond AD 1000 (light grey shaded area). Black bars on the bottom indicate maximum dating uncertainty. Da notare che le ascisse hanno la scala invertita rispetto alle altre figure.

Considerazioni conclusive

Quanto fatto finora non ha nulla a che vedere con un modello fisico in grado di ricostruire (avendone compreso le cause e i processi fisici) le temperature di lunghe estensioni temporali di varie aree geografiche; è semplicemente un fit, un modo di rappresentare i dati sperimentali tramite polinomi e funzioni sinusoidali, calcolando da quelli i parametri che meglio li rappresentano.
Non è il caso di estrapolare il risultato di un fit perché questa operazione può portare a brutte sorprese. Di questo si è consapevoli, a differenza, ad esempio, di Nerem et al., 2018 che, sulla base di un fit parabolico del livello del mare calcolato per 25 anni (1993-2017), estrapolano i risultati nei successivi 80 anni (fino al 2100).
Ma, pur nelle incognite di questo tipo di operazione, forse è possibile estrapolare il fit combinato (f23+f22) di figura 3 di circa il 17%, per arrivare al 2100.
Dalla figura 5 si ottiene un risultato un po’ diverso rispetto a quello di figura 3 in quanto l’anomalia al 1850 (che dipende dal fit f23) è in questo caso pari a 0°C e quindi l’aumento di temperatura previsto è di 1°C; è bene sottolineare che la stessa estensione, calcolata per le temperature globali NOAA, si applica ad altri 2 dataset diversi tra loro (CET e Gnifetti)..
Se accettiamo questa estrapolazione, il “modello” della figura 3 ci dice che l’anomalia di temperatura sarà (al 2100) 1.8°C sopra il livello pre-industriale (1 °C per figura 5), se questo livello viene fissato al 1850. Il 1850 è anche la data convenzionale di fine della Piccola Era Glaciale o PEG, LIA nell’acronimo inglese, e il proseguimento di una risalita della temperatura iniziata dopo il periodo più freddo della PEG, nel XVII secolo.

Considerando tutte le incertezze connesse con una tale operazione, vediamo che gli obbiettivi fissati dalla COP21 di Parigi (2°C, o meglio, 1.5 °C sopra il livello pre-industriale al 2100) sono semplicemente la naturale evoluzione delle temperature, senza considerazioni sulle emissioni antropiche e sull’uso o meno dei combustibili fossili.

La necessità di cambiare la funzione di fit dopo il 1850, che viene normalmente attribuita all’ingresso nell’era industriale con conseguente immissione in atmosfera di quantità sempre maggiori di gas ad effetto serra, dipende, a parere di chi scrive, dalla fine della PEG e dal successivo recupero delle temperature dopo la scomparsa delle cause (ignote) che hanno generato il periodo freddo.

L’estensione al 650 BCE (Before Current Epoch) sarà presentata nella seconda parte di questo lavoro.

** Tonyb (Tony Brown, un autore e commentatore del blog di Judith Curry “Climate Etc.”) ha esteso la CET all’indietro, fino al 1538 (i dati originali iniziano nel 1659).
I dati di Tonyb sono disponibili a https://curryja.files.wordpress.com/2011/12/long-slow-thaw-supplementary-information.pdf
citato in https://judithcurry.com/2015/02/19/the-intermittent-little-ice-age/
Una descrizione della CET, ancora di Tonyb, si trova in https://judithcurry.com/2011/12/01/the-long-slow-thaw/
Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • Bohleber P., Erhardt T., Spaulding N., Hoffmann H., FischerH. and Mayewski P.: Temperature and mineral dust variability recorded in two low-accumulation Alpine ice cores over the last millennium, Clim Past, 14(1), 21-37, 2018. https://doi.org/10.5194/cp-14-21-2018
  • Lorrey A., Fauchereau N., Stanton C., Chappell P., Phipps S., Mackintosh A., Renwick J., Goodwin I., Fowler A.: The Little Ice Age climate of New Zealand reconstructed from Southern Alps cirque glaciers: a synoptic type approach , Climate Dynamics , , July, 2013. doi:10.1007/s00382-013-1876-8. S.I.
  • Luterbacher, J., Werner, J., Smerdon, J. E., et al.: European summer temperatures since Roman times, Environ. Res. Lett., 11, 2016. https://doi.org/10.1088/1748-9326/11/2/024001
  • Nerem R.S., Beckley B.D., Fasullo J.T., Hamlington B.D., Masters D., and Mitchum G.T.: Climate-change–driven accelerated sea-level rise detected in the altimeter era. PNAS published ahead of print, February 12, 2018. https://doi.org/10.1073/pnas.1717312115
  • Scafetta, N.: Discussion on climate oscillations: CMIP5 general circulation models versus a semi-empirical harmonic model based on astronomical cycles , Earth-Science Review , 126, 321-357, 2013. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2013.08.008

 

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