Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Le Previsioni di CM – 21/27 Ottobre 2019

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Le Previsioni di CM – 21/27 Ottobre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

La stretta saccatura atlantica in azione tra le isole britanniche e il Marocco evolve in queste ore in un minimo chiuso di geopotenziale per l’opposizione più ad est offerta dall’anticiclone che dal Nordafrica si protende fin sull’Europa orientale passando per il Mediterraneo centrale. Più a nord si susseguono impulsi perturbati atlantici che scorrono alle alte latitudini alimentati da aria fredda in discesa dall’Artico lungo il bordo orientale di una cellula anticiclonica che si protende dal Bacino Centrale fin sulla Groenlandia (Fig.1).

La situazione si manterrà poco evolutiva nel corso della settimana per la persistenza della goccia fredda sul Mediterraneo occidentale, e il suo ulteriore rinvigorimento a causa della continua alimentazione di aria artica che avanzerà retrograda lungo un asse NE/SW, sul bordo orientale di un vasto ponte anticiclonico che metterà in comunicazione la cellula termica groenlandese con quella dinamica estesa da Terranova alla costa orientale americana, fin sulla Florida. Si tratta di una ennesima variante del tema anti-zonale che continua a ripresentarsi a distanza di ormai più di un anno e mezzo dall’ormai celebre stratwarming del Febbraio 2018.

I riflessi sull’Italia della evoluzione sinottica delineata si concretizzeranno in frequenti addensamenti nuvolosi specie sulle regioni più occidentali: Nordovest e Sardegna in primis, con schiarite più ampie e frequenti su quelle meridionali e versanti orientali in generale. Tuttavia la prognosi rimane piuttosto incerta per la solita difficoltà modellistica nel collocare con esattezza la goccia fredda citata, e per la complessa interazione tra i principali centri d’azione citati.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì cieli chiusi al Nordovest con precipitazioni diffuse al mattino e a carattere sparso dal pomeriggio.  Cieli nuvolosi sulle rimanenti regioni settentrionali e su quelle centrali per transito di nubi stratiformi. Sereno al Meridione.

Temperature in lieve aumento. Venti tesi di libeccio sui bacini di ponente.

Martedì parzialmente nuvoloso al Nord e sulle regioni centrali in assenza di precipitazioni. Sereno al Meridione.

Temperature stazionarie. Venti di libeccio sui bacini di ponente, sostenuti sui canali di Sardegna e Sicilia.

Mercoledì peggiora sulle regioni di Nordovest e sulla Sardegna con precipitazioni anche intense dalla serata, nevose al di sopra dei 2000 metri sulle Alpi. Aumento della nuvolosità stratiforme al Centro, sereno al Meridione.

Temperature in ulteriore lieve aumento sulle isole maggiori. Libeccio forte su Mar Ligure, Mar di Sardegna, canali di Sardegna e Sicilia.

Giovedì maltempo sulle regioni di Nordovest con precipitazioni diffuse. Peggiora anche sulle regioni di Nordest e sulle centrali tirreniche con precipitazioni sparse. Spiccata instabilità sulla Sardegna con rovesci sparsi. Parzialmente nuvoloso al Sud, con ulteriore aumento della nuvolosità sulle regioni tirreniche e prime precipitazioni su Campania e Sicilia occidentale.

Temperature in diminuzione al Nordovest. Ventilazione sostenuta di libeccio sui bacini di ponente.

Venerdì possibile estensione dei fenomeni al resto delle regioni meridionali, e prevalenza di condizioni di tempo spiccatamente instabile su tutte le regioni italiane con fenomenologia più diffusa e intensa sui versanti tirrenici.

Temperature in diminuzione sulle regioni centro-settentrionali. Ventilazione sostenuta sul Tirreno a circolazione ciclonica attorno al minimo depressionario.

Sabato e Domenica migliora al Nord e al Centro. Persiste nuvolosità e fenomenologia prevalentemente sparsa al Meridione, in progressiva attenuazione.

Temperature in diminuzione al Meridione. Libeccio teso su Tirreno meridionale e Ionio.

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Il CERN ritorna sulle nuvole

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 7 comments

Il CERN ritorna sulle nuvole

Quella di questo titolo è una licenza poetica. Nel nostro mondo, quello che guarda alla meteorologia e climatologia in termini scientifici, si parla di nubi, non di nuvole, come nel linguaggio comune. Questa precisazione, tutt’altro che superficiale, è del Prof. Franco Prodi, uno dei massimi esperti di fisica delle nubi del nostro Paese. Suppongo quindi che non me ne vorrà né per la licenza né per la citazione, seppur indiretta.

Le nubi, mantello spessore ed estensione variabili che copre costantemente una porzione molto ampia della superficie terrestre –  si va dal 56 al 68% in funzione della loro profondità ottica – hanno delle dinamiche fisico-chimiche di formazione estremamente complesse, su cui sussiste un margine di incertezza molto ampio che si riverbera inevitabilmente sulla qualità dei tentativi di simulazione del comportamento dell’intero sistema. In poche parole, senza conoscere e replicare con efficacia le nubi, difficilmente si potranno mai avere dei modelli climatici affidabili.

In queste dinamiche hanno un ruolo importantissimo gli aerosol, sia organici che inorganici, sia naturali che antropici, che sono i “semi” delle nubi, e l’interazione di questi con il bombardamento continuo di particelle ionizzanti cui è soggetto il nostro pianeta, i cosiddetti Raggi Cosmici. Già in molte altre occasioni, abbiamo parlato di una serie di esperimenti tenuti al CERN di Ginevra, in cui si è cercato, anche con molto successo, di simulare l’interazione tra le particelle ionizzanti e gli aerosol atmosferici, utilizzando una camera speciale in cui sono state riprodotte – quindi controllate – le diverse condizioni che si generano in atmosfera.

In questi mesi, apprendiamo da una news pubblicata proprio sul sito web del CERN, la campagna di ricerca denominata CLOUD, tenterà un nuovo approccio, non più simulando i flussi di raggi cosmici attraverso il generatore di particelle, ma osservando l’interazione degli aerosol con i raggi cosmici naturali all’interno della camera in cui vengono simulate le condizioni atmosferiche. In particolare, riporta Jasper Kyrby, team leader dell’esperimento, si cercherà di capire come questi interagiscano con le nubi di acqua liquida o ghiaccio, con lo scopo, parole testuali, di capire definitivamente in che modo i raggi cosmici incidono sulle nubi e sul clima.

Soltanto come complemento di informazione, invitandovi comunque a leggere quanto già pubblicato sull’argomento (per esempio qui su CM), ricordo che tutta la questione dell’interazione tra raggi cosmici, nubi e clima, è strettamente connessa con le variazioni dell’attività solare, che modula appunto i flussi che raggiungono la nostra atmosfera, ed è, incredibilmente, completamente ignorata dal mainstream scientifico quando si tratta di definire quali siano le fonti di variabilità naturale del sistema.

Non è affatto detto infine che al CERN sarà trovata la pietra filosofale, ma è ben difficile che si stia perdendo tempo ;-).

Enjoy.

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Un Mese di Meteo – Settembre 2019

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Un Mese di Meteo – Settembre 2019
IL MESE DI SETTEMBRE 2019[1]

Mese con temperature in lieve anomalia positiva mentre prevalgono le anomalie negative delle precipitazioni

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) mostra l’Italia interessata da un promontorio dall’anticiclone atlantico in espansione verso il Mediterraneo, il che indica il prevalere di condizioni di tempo stabile che si sono rivelate ad esempio favorevoli alle raccolte delle colture estive. Tale analisi è confermata dalla carta delle isoanomale (figura 1b) che evidenzia un’anomala positiva che interessa l’intera area italiana e che si espande in forma di promontorio a partire da un nucleo di anomalia positiva molto spiccata (valori di oltre 30 m) presente sul vicino Atlantico.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

La variabilità del “giorno per giorno” intorno alla struttura circolatoria media sopra descritta si è tradotta in particolare nel transito di 5 perturbazioni che hanno interessato in tutto o in parte il territorio nazionale e che sono state registrate rispettivamente dall’1 al 5 settembre, dal 6 al 9, l’11, dal 18 al 19 e dal 22 al 24 (tabella 1). Il 6 e l’8 settembre sono stati i due giorni più piovosi al Nord rispettivamente con medie di 12,4 e 9,8 mm, i più piovosi al Centro sono risultati il 23 e il 22 settembre rispettivamente con medie di 14,1 e 12,8 mm e infine al sud la maggiore piovosità media è stata registrata il 19 settembre con 4,2 mm e l’1 settembre con 3,1 mm.

Andamento termo-pluviometrico

A livello mensile (figure 2 e 3) le temperature medie delle massime sono risultate nella norma o in lieve anomalia positiva mentre per le medie delle minime mensili hanno dominato anomalie positive in prevalenza deboli. A livello pluviometrico mensile la figura 5 mostra il netto predominio di anomalie negative, da deboli a moderate, pur sussistendo a carattere locale valori nella norma o anomalie positive. A quest’ultimo riguardo si segnala la spiccata anomalia positiva presente nel Lazio settentrionale.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 3) mostra che a livello termico le anomalie positive delle temperature massime e minime sono risultate più spiccate al centro-nord nella seconda decade e al sud nella terza. A livello pluviometrico le anomalie negative più rilevanti si sono registrate sull’intera area nella seconda decade e al nord e al sud nella terza decade mentre valori lievemente superiori alla norma si sono registrati al Nord nella prima decade e al Centro nella seconda.

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, fra 1 e 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (fra 1 e  2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Le anomalie termiche positive evidenziate in questo report sono sostanzialmente confermate dalle carte delle anomalie termiche globali di figura 6a e 6b rispettivamente prodotte dall’Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville in base a dati satellitari MSU e dal Deutscher Wetterdienst in base ai report mensili CLIMAT da stazioni al suolo.

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (https://www.lightningmaps.org/blitzortung/europe/https://www.lightningmaps.org/blitzortung/europe/index.php?bo_page=archive&lang=de).

 

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Intervista a Luigi Mariani

Posted by on 07:16 in Attualità | 8 comments

Intervista a Luigi Mariani

Molti nostri lettori avranno già avuto modo di leggere l’intervista che l’amico Luigi mariani ha rilasciato alla testata Meteoweb perché l’ho rilanciata su Twitter appena è stata pubblicata. So però che a molti altri potrebbe essere sfuggita, per cui con il loro permesso la riporto integralmente qui di seguito. Buona lettura e buona giornata.

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Il meteo-climatologo Luigi Mariani a MeteoWeb: “Non c’è alcuna crisi climatica, vari effetti positivi dal riscaldamento globale”

Il clima è il “sistema più complesso presente sul nostro pianeta e rispetto al quale il nostro attuale livello di ignoranza è rilevante”, sostiene Luigi Mariani. L’intervista

Luigi Mariani, agrometeorologo e meteoclimatologo che insegna all’Università di Milano, in un’intervista ai microfoni di MeteoWeb ha parlato di clima e riscaldamento globale in un momento in cui l’allarmismo sul tema ha raggiunto livelli molto alti. Il Prof. Mariani ha fornito un quadro molto chiaro, partendo dalle conoscenze attuali della climatologia fino al riscaldamento in atto e ai suoi effetti sulla Terra, che non sono solo negativi.

Mariani non crede all’idea di una “crisi climatica” e propone alcuni dati sul riscaldamento degli ultimi 150 anni: “Premesso che parlare di “crisi climatica” è a mio avviso puramente demagogico, le temperature globali secondo i dati Hadcrut4 sono aumentate di 0.85°C dal ventennio 1851-1870 al ventennio 1999-2018 e ritengo questo dato come attendibile. Occorre inoltre dire che le terre si scaldano più degli oceani e che le alte latitudini dell’emisfero nord sono quelle in più attivo riscaldamento. Ricordo anche che la fase di riscaldamento attuale segue una fase di oltre 5000 anni di trend al raffreddamento interrotta solo da alcuni periodi in controtendenza (optimum miceneo, romano e medioevale). A ciò si aggiunga che la fase che precede la fase di riscaldamento attuale, nota come Piccola era glaciale, è da ritenere nel suo complesso la fase più fredda e di più sensibile avanzata glaciale dalla fine dell’ultima glaciazione”.

Spesso l’IPCC produce rapporti dai toni molto allarmistici sul tema dei cambiamenti climatici ma qual è l’affidabilità di tali rapporti, spesso messi in discussione? “L’allarmismo si basa su modelli che hanno mostrato di sovrastimare in modo sensibile gli incrementi di temperatura degli ultimi 30 anni. Un ente internazionale come l’IPCC che è legato all’Organizzazione Meteorologica Mondiale e all’UNEP dovrebbe a mio avviso usare toni più realistici, afferma Mariani.

Le emissioni di CO₂ sono spesso considerate le principali responsabili del riscaldamento globale, ma quanto pesano in realtà sul clima della Terra? Quanto sono utili le misure che i governi intendono adottare per arrivare a zero emissioni nette? Mariani ha risposto così: “La CO₂ è un gas serra e come tale agisce dando luogo a un forcing che passando dai livelli di CO₂ pre-industriali (280 ppm nel 1850) a quelli che si dovrebbero raggiungere nella seconda metà del XXI secolo (560 ppm) è stimabile in 3.8 W m-2, che applicando la legge di Stefan Boltzmann danno grossomodo con un aumento delle temperature globali di 1°C. Il punto chiave è costituito dai feedback (vapore acqueo, nubi, ecc.) che potrebbero amplificare (o perché no, ridurre) l’effetto di CO₂. A mio avviso grossomodo il 50% degli 0,85°C che ho indicato prima è dovuto alla crescita dei livelli di CO₂”.

Premesso che l’effetto serra, inteso come fenomeno naturale, è essenziale per la presenza e lo sviluppo della vita sulla Terra, possiamo guardare oltre? “Certo, occorre infatti dire che la CO₂ non è solo un gas serra ma è altresì il gas della vita in quanto tramite la fotosintesi dei vegetali foto-autotrofi genera la sostanza organica da cui attingono tutte le catene alimentari del pianeta. In tal senso un lavoro di Campbell e altri apparso nel 2017 su Nature evidenzia che nel XX secolo la produttività degli ecosistemi (ivi inclusi gli agro-ecosistemi in cui si pratica l’agricoltura) è cresciuta del 30% circa. In sostanza se togliessimo dall’atmosfera l’eccesso di CO₂ accumulatosi dal periodo pre-industriale avremmo un calo delle rese delle colture del 30% che non sarebbe certo positivo in termini di sicurezza alimentare globale. Proprio il ruolo dell’agricoltura come gestore del ciclo del carbonio dovrebbe produrre un interesse più ampio verso tale settore che oggi viene visto solo come emettitore trascurando il suo potente ruolo di assorbitore di CO₂. Solo per fare un esempio, la resa media mondiale del mais è di 6 t per ettaro di granella che equivalgono a un assorbimento lordo di 8.8 tonnellate per ettaro di CO₂ che detratte le perdite legate a carburanti, concimi, fitofarmaci, ecc. (in complesso 1,6 tonnellate per ettaro) danno un assorbimento netto di 7,7 tonnellate, il che rapportato ai 197 milioni di ettari oggi coltivati a livello mondiale significa un  assorbimento netto annuo di  1,42 miliardi di tonnellate di CO₂. Al riguardo vale altresì la pena di riflettere sul fatto che le produzioni di punta del mais sono di 18 tonnellate per ettaro, per cui ben si comprende cosa potrebbe dare in termini di assorbimento di CO₂ un processo di massiccia innovazione tecnologica in agricoltura (genetica, OGM inclusi, tecniche colturali innovative) in grado di aumentare sensibilmente le rese globali”.

Per quanto riguarda i fenomeni meteo estremi, stanno davvero aumentando a causa del riscaldamento del clima? Mariani ha spiegato: “Il riscaldamento globale come dice la parola stessa ha effetti sulle temperature globali e sulle ondate di caldo alle medie latitudini.  Circa le piogge estreme c’è un lavoro scientifico di Westra e altri del 2013 che analizzando i dati di oltre diecimila di stazioni per il XX secolo mostra che a livello mondiale il 90% delle stazioni ha intensità massime annue stazionarie mentre l’8% aumenta di intensità e il 2% diminuisce. Per l’Italia un recentissimo lavoro scientifico di Libertini e altri riferito a circa 5000 pluviometri per il periodo dal 1915 al 2015 analizza l’intensità delle piogge a 1, 3, 6, 12 e 24 ore deducendo che a seconda degli intervalli considerati l’86-91% delle stazioni non presenta alcun trend, il 4-7% mostra un trend crescente e il 5-7% un trend decrescente. A fronte di tali dati mi domando dove stiano di casa le bombe d’acqua con cui i media terrorizzano da anni la popolazione?”.

Ma a che punto è la climatologia nella sua comprensione del clima e quanto rimane ancora inaccessibile con le conoscenze attuali? “Occupandomi di climatologia applicata all’agricoltura sono pienamente conscio del fatto che il sistema climatico è un sistema dissipativo e caotico che non è in equilibrio e la cui complessa variabilità naturale deriva dall’interazione di feedback positivi e negativi, instabilità e meccanismi di saturazione. A ciò devo aggiungere che i processi in atto abbracciano una vastissima gamma di scale spaziali e temporali e includono molte specie chimiche e tutte le fasi fisiche. La fenomenologia eterogenea del sistema include fenomeni ben lungi dall’essere pienamente compresi e dunque modellati in modo soddisfacente come la microfisica delle nuvole, le interazioni nubi-radiazione, gli strati limite atmosferici e oceanici e i processi turbolenti. Come spesso accade, la complessità della fisica si intreccia con il carattere caotico della dinamica. In sintesi siamo di fronte al sistema più complesso presente sul nostro pianeta e rispetto al quale il nostro attuale livello di ignoranza è rilevante. Per questo è oggi essenziale mantenere una dialettica scientifica su temi quali i seguenti:

a. il global greening, fenomeno macroscopico e che evidenzia la potenza delle concimazione carbonica nello stimolare la produttività degli ecosistemi naturali e agricoli
b. il segnale solare con picchi (Schwabe a ~  11 anni, ciclo magnetico a ~ 22, Gleissberg  a ~83, DeVries /Suess a ~200, Eddy a ~ 976, Bray-Hallstatt a ~ 2310, Milancovich a ~ 20mila, 40mila,  100mila, 400mila anni) che emergono dall’analisi spettrale di una caterva di serie strumentali e di proxy data.
c. il fatto che i GCM (General Circulation Model, ndr) sovrastimino in modo sensibile i trend delle temperature globali, il che dovrebbe portare a un uso molto prudente dei loro dati per disegnare scenari a 50-100 anni
d. il fatto che la mortalità da freddo in molte aree del mondo (Italia inclusa) sia ancor oggi sensibilmente superiore a quella da caldo.
e. il fatto che nel periodo pre-industriale dell’Olocene la CO₂ aumenti gradualmente mentre la temperatura presenta un trend alla diminuzione, il che rende tale periodo difficilmente modellabile.
f. il fatto che con il Global Warming le aree polari si scaldano più delle medie latitudini con conseguente diminuzione del gradiente termico latitudinale, il che porterebbe a ipotizzare una diminuzione di intensità degli eventi estremi. Per la verità su quest’ultimo tema alcuni hanno di recente avanzato l’ipotesi secondo cui in presenza di minore gradiente le grandi correnti occidentali si ondulerebbero di più con maggior frequenza di grandi strutture di blocco foriere di eventi estremi (grandi siccità, inondazioni, ondate di caldo e di freddo, ecc.). Della maggior frequenza delle grandi strutture di blocco si fatica tuttavia a trovar traccia nelle serie storiche”, ha spiegato Mariani.

Quali aree del pianeta stanno avvertendo di più gli effetti del riscaldamento e con quali conseguenze? “Il riscaldamento globale è soprattutto avvertito alle latitudini medio-alte dell’emisfero nord. Certo, vi sono effetti negativi dovuti in particolare all’incremento delle ondate di caldo o alla fusione delle coltri glaciali ma vi sono vari effetti positivi che oggi vengono del tutto ignorati dai media e che non si giustificherebbero con un “clima impazzito”. Fra questi rammento in particolare il sensibile trend all’aumento delle rese delle grandi colture che oggi nutrono il mondo e la sensibilissima riduzione della mortalità per calamità naturali. Ai fenomeni positivi aggiungo l’aumento della qualità dei grandi vini europei evidente ad esempio per i bianchi e i rossi della Borgogna e per il vino Nobile di Montepulciano. Questo porta a concludere che quantomeno potremo assistere alla “catastrofe climatica prossima ventura” bevendoci del buon vino”, ha concluso Mariani.

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Le Previsioni di CM – 14/20 Ottobre 2019

Posted by on 02:35 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 14/20 Ottobre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale scorre indisturbato alle alte latitudini europee, articolandosi in una serie di minimi, il più profondo dei quali è in azione sullo Stretto di Danimarca, mentre altri due vortici interessano l’area del Baltico e Russia europea. Più a sud, un’area di divergenza dal flusso principale si approfondisce in queste ore in una depressione sul Golfo di Biscaglia in seno alla quale avanza una perturbazione che influenzerà il tempo sulle regioni settentrionali e centrali italiane nella giornata di martedì (Fig.1).

Nel corso della settimana l’evoluzione zonale del centro depressionario che andrà approfondendosi in Atlantico sarà rallentata dall’alta pressione presente sull’Europa orientale, in concomitanza con una azione piuttosto pigra del getto. Il campo di massa andrà comunque indebolendosi gradualmente sul Mediterraneo per l’invecchiamento della cellula centrata sul Mar Nero, creando le premesse per un possibile peggioramento del tempo di stampo autunnale sul finire della settimana.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì aumento graduale della nuvolosità al Nord e sulle regioni centrali tirreniche con le prime piogge in serata tra Toscana, levante ligure e Piemonte. Parzialmente nuvoloso sulle restanti regioni centrali. Sereno al Meridione.

Temperature stazionarie. Venti tesi di libeccio sui bacini di ponente.

Martedì maltempo al Settentrione con rovesci e temporali in spostamento piuttosto rapido da ovest verso est, e fenomeni più intensi e probabili sopra la linea del Po. Nevicate sull’arco alpino centro-occidentale a quote superiori ai 1800-2000 metri. Piogge sparse su Sardegna e regioni centrali tirreniche. Parzialmente nuvoloso sulle rimanenti regioni centrali, Sicilia e basso Tirreno. Sereno sulle regioni sud-orirentali.

Temperature in diminuzione a partire dalle regioni di Nordovest. Ventilazione tesa di scirocco sull’Adriatico, entra il maestrale sui bacini di ponente, teso.

Mercoledì migliora rapidamente al Nord e al Centro con ampie schiarite, passaggi nuvolosi al Sud in assenza di precipitazioni significative con l’eccezione della Sicilia dove si avrà qualche piovasco.

Temperature in diminuzione al Centro-Sud. Si attenua il maestrale sui bacini di ponente.

Giovedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese.

Temperature ulteriore lieve diminuzione. venti deboli.

Venerdì parzialmente nuvoloso al Nord, generalmente sereno al Centro e al Sud.

Temperature stazionarie, venti deboli.

Sabato aumenta la nuvolosità al Nord con i primi deboli fenomeni sui settori occidentali e alpini. Bel tempo altrove. Domenica possibile maltempo al Nord con piogge e rovesci diffusi e nevicate anche abbondanti al di sopra dei 1800-2000 metri sulle Alpi. Aumento della nuvolosità anche al Centro con le prime precipitazioni a partire da Sardegna e alta Toscana. Sud ancora in attesa.

Temperature in aumento. Venti in rotazione dai quadranti meridionali, in intensificazione.

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I numeri (comici) del Green New Deal

Posted by on 12:51 in Attualità | 16 comments

I numeri (comici) del Green New Deal

Negli ultimi giorni mi è capitato di imbattermi più volte in un articolo scritto da Roger Pielke Jr in materia di sostenibilità degli obiettivi di riduzione delle emissioni che si celano (sarebbe meglio dire celerebbero) dietro l’affascinante ed evocativa perifrasi del Green New Deal. Nata negli USA sotto la forma di una proposta che le Camere hanno buttato dalla finestra in men che non si dica, è poi giunta in Europa e in Italia volando nel letto del vento che soffia lungo l’Atlantico più velocemente di quanto non ci abbia messo Greta Thunberg a fare il percorso opposto sul fantastico veliero del Principe monegasco. Ed è subito piaciuta da morire.

Che a supportarla siano gli invasati di Extintion Rebellion ballando per le strade delle capitali occidentali o le grisaglie di esperti e decisori che ne dettagliano il percorso, la proposta ha un unico obbiettivo: arrivare a zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050. Bellissimo. Peccato che nessuno dica anche cosa questo significhi in termini di numeri. Lo ha fatto appunto Roger Pielke Jr con pochi semplici calcoli.

Il fabbisogno mondiale di energia primaria è di circa 12.000 Mtoe (Milioni di tonnellate di petrolio equivalente). Tenendo conto dell’aumento del fabbisogno energetico che a quella data avrà l’umanità, per produrre tutta l’energia senza far ricorso al fossile si dovrebbero aprire 3 centrali nucleari ogni 2 giorni, tutti i giorni (week end e feste comandate comprese) di qui ad allora. Anzi, considerato che i calcoli li ha fatti una quindicina di giorni fa siamo già indietro di una ventina di impianti. Non vi piace l’energia nucleare? Legittimo. Allora si dovrebbe inaugurare un parco eolico da 1500 turbine e circa 750 Kmq di suolo occupato, sempre ogni giorno, fino ad allora. Non è tutto. Finita l’inaugurazione quotidiana (diurna), si dovrebbe impiegare la notte a sbarazzarsi di una pari quantità di capacità generativa basata sulle fonti fossili. Se la cosa vi sembra possibile accomodatevi pure.

Prima di farlo però, visto che l’idea ci piace tanto, ripetiamo il calcolo per l’Italia.

Il nostro fabbisogno di energia primaria si aggira intorno a 170 Mtoe all’anno. Siccome siamo bravi, abbiamo tratto grande beneficio dalla (doppia) crisi finanziaria, diminuendolo di circa 20-25 Mtoe a partire dal 2008… Comunque, tant’è, si tratta dell’1,4% circa del fabbisogno globale. Lasciando stare per carità di patria il discorso sulle centrali nucleari, concentriamoci sulle turbine. Con una percentuale così piccola del fabbisogno ci basterebbe installarne… … … 21 al giorno, 630 al mese, 7560 l’anno. Alla fine ce ne saranno volute “solo” 231.000. Se vi sembrano tante sappiate che in Italia ce ne sono già 7.000 di generatori eolici, di cui però solo 368 con una capacità generativa compresa tra 200kW e 1 MW, con il limite superiore che rientra nei parametri del calcolo a stento.

Sempre tenendo conto della percentuale, 21 turbine al giorno occuperebbero poi appena 11 Kmq. A fine lavoro il Belpaese, il cui territorio è di circa 302.000 Kmq, sarebbe occupato da torri eoliche per poco meno della metà della sua estensione, ovvero per 121.000 Kmq. Escludendo l’acqua (circa il 2,4%), le città e le montagne, ce ne sarebbe probabilmente una, ma forse anche due in ogni spazio disponibile. Non so come si potrebbe fare a vedere un po’ del verde promesso ma questo è.

Lascio a chi volesse cimentarsi con la raccolta delle informazioni il compito di calcolare quanto acciaio (viva l’Ilva!), quanto cemento e, soprattutto, quanta energia ci vorrebbe per produrre tutti questi mulini a vento…

Buon week end.

PS: che si debbano perseguire politiche di salvaguardia dell’ambiente è fuor di dubbio. Sarebbe bello che fossero vere però. Così, tanto per intenderci.

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Sudden Warming downunder e qualche lettura interessante

Posted by on 15:50 in Attualità, Climatologia | 7 comments

Sudden Warming downunder e qualche lettura interessante

Siamo in ottobre, il mese che sia alcuni professionisti del settore meteo un po’ visionari, sia moltissimi appassionati alla materia considerano la spia dell’evoluzione della prossima stagione invernale boreale, cercando di capire se ci saranno o meno delle possibilità che arrivino eventi di freddo importante di cui potrebbe essere responsabile il Vortice Polare Stratosferico o, meglio, un episodio di Sudden Warming. Nel frattempo, si è concluso con un Sudden Warming epocale l’inverno australe, regalando cronache di freddo di fine stagione che molti weather addicted delle nostra parti avrebbero scambiato con gli affetti più cari ;-).

Ma, soprattutto, l’SSW arrivato sullla verticale del Polo Sud, ha offerto l’occasione per riflettere su quanto un evento di riscaldamento ad alta quota a carattere assolutamente naturale e regionale possa poi avere delle conseguenze a scala ben più ampia, quella emisferica, e di segno diametralmente opposto alla stessa quota. Ce lo spiega in un post molto interessante Roy Spencer, che insieme a John Christy gestisce i dateset delle temperature atmosferiche rilevate dalle sonde satellitari. Quel che sembrava a tutti gli effetti essere un errore strumentale – un consistente raffreddamento alle latitudini tropicali alla quota della tropopausa – , si è rivelato invece essere una conseguenza diretta dell’SSW, il cui aumento di temperatura si è propagato fino allo strato inferiore dell’atmosfera, attivando la circolazione meridiana nota come Brewer Dobson Circulation. Il tutto, si è poi riverberato sul computo delle anomalie mensili calcolate sempre sulla base dei dati satellitari.

Il post è questo: Record Antarctic Stratospheric Warming Causes Sept. 2019 Global Temperature Update Confusion

Da segnalare che, come anticipato anche dai dati del satellite Copernicus e dalle rilevazioni della NASA, la particolare dinamica di fine stagione del Vortice Polare Australe, ha avuto effetti importanti anche sul depauperamento dello strato di ozono, portandolo ad una estensione che risulterà alla fine tra le più basse degli ultimi decenni e ad una posizione molto spostata verso sud rispetto alla norma.

Il sistema è uno, è grande e complesso e, una volta di più la Natura dimostra che nessun approccio riduzionistico ha possibilità di successo. Per cui eccovi la seconda lettura, un discreto “mattone” che affronta tanto la fisica di base delle dinamiche del clima, quanto i concetti, sempre di base, dell’approccio alla loro valutazione compiuto nel mondo dell’informazione ai fini di policy, quella dell’IPCC. Come ha detto Judith Curry, da cui arriva la segnalazione a questo paper, si tratta di una lettura lunga ma che vale decisamente lo sforzo.

The Physics of Climate Variability and Climate Change

E, se di approccio olistico si deve parlare, certamente non si può lasciar fuori l’elemento primario, unica fonte di energia di tutto il sistema (con buona pace della CO2): la forzante solare e la ricerca per la comprensione della sua variabilità nel lungo periodo. Una significativa riduzione dell’incertezza, accompagnata da un ridimensionamento del limite superiore della stessa. Articolo complesso direi.

Revised historical solar irradiance forcing

Del resto, ci piacerebbe tanto che si potesse ridurre tutta la faccenda del clima al semplice ruolo di un gas presente in tracce che possa fungere da manopola termostatica, ma pare proprio che non sia così.

Buona lettura e buona serata.

 

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Le variazioni attuali sono troppo rapide per essere naturali(?)

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 15 comments

Le variazioni attuali sono troppo rapide per essere naturali(?)

Roberto Battiston (Fisico, già Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana) ha pubblicato un articolo divulgativo la cui ultima figura ho commentato su Climate Monitor. In questo post vorrei discutere un’altra sua affermazione, e cioè:

Cosa si impara da questi dati? In primo luogo, la nostra specie si è sviluppata in un contesto particolarmente stabile dal punto di vista climatico. Poi, che tutte le società esistite su questo pianeta si sono sviluppare nel corso di 11.000 anni di straordinaria stabilità climatica. Le piccole variazioni della temperatura globale, corrispondenti a meno di mezzo grado, hanno portato a cambiamenti climatici molto importanti, periodi caldi o mini glaciazioni, che hanno influenzato sostanzialmente la vita della specie umana.
Infine, che non vi è mai stata in tutta la storia del clima, una variazione così rapida come ai giorni nostri.

Intanto non è vero che la nostra specie si è sviluppata in un contesto particolarmente stabile dal punto di vista climatico: ha attraversato la glaciazione e la risalita delle temperature verso l’Olocene e questo significa che è stata in grado di superare (con più o meno “ammaccature”, certo) variazioni climatiche davvero estreme, molto diverse dagli estremi di oggi.
Solo dopo essere entrati in pieno nell’Olocene, l’alta temperatura e la sua relativa stabilità hanno favorito il cammino (nei citati 11000 anni) verso una società sempre più complessa che, passo dopo passo, attraverso la domesticazione di piante e animali, i ruoli sociali differenziati e specializzati (la stratificazione della società), la nascita della città è giunta fino a noi.
Ma la temperatura dell’Olocene quanto era stabile? Per cercare di capirlo propongo in figura 1 il grafico, derivato da carotaggi del NIS (Piattaforma Nord Islandese), della temperatura superficiale marina (SST) estiva, già pubblicato su Climate Monitor nel 2015, qui leggermente modificato per mettere in evidenza le salite (e le discese) rapide della temperatura, dello stesso tipo, o anche più ripide, della variazione che stiamo sperimentando da circa 170 anni (dal 1850).

Fig.1: Temperatura marina superficiale dell’Atlantico, in estate, a nord dell’Islanda, tra 9000 anni fa e il 1950. I pallini verdi indicano alcune salite e discese rapide.

Queste temperature sono superficiali e quindi risentono meno dell’inerzia termica dell’oceano. Ma un po’ di questa inerzia è ancora presente e quindi le temperature dovrebbero essere un po’ più smussate rispetto a quelle terrestri. Malgrado questo, chiunque può verificare l’esistenza di salite e discese (ma qui parliamo in particolare di salite da confrontare con quella attuale) con lo stesso ritmo che osserviamo oggi. I pallini verdi evidenziano alcune di queste variazioni rapide e sono solo indicativi. Si osservano salite di ~1.7 °C in poco più di un secolo o, se si preferisce, in meno di 2 secoli (secondo pallino da sinistra) o di ~2 °C in un tempo simile (secondo pallino da destra) e, tra questi, una vasta scelta di variazioni rapide della temperatura.

Se si pensa che le variazioni di temperatura più lontane da noi nel tempo possano non essersi ripetute nei periodi più recenti, si può controllare la figura 3 del post del 2015 che riporto di seguito senza modifiche:

Fig.2: Ingrandimento di figura 1 per il periodo compreso tra 1000 anni fa ed oggi (1950).La riga verticale verde (nel 1315) rappresenta il passaggio tra MWP e LIA.

Su questa scala una divisione piccola dell’asse x rappresenta 100 anni, per cui si osservano aumenti e diminuzioni di temperatura di 0.7-1 °C nell’arco di meno di 50 anni, ad un ritmo doppio o triplo rispetto a quello attuale.

Quindi l’ultimo capoverso dell’affermazione di Battiston riportata all’inizio non è vero: le variazioni rapide degli ultimi 9000 anni sono un evento abbastanza frequente da poterle considerare normale amministrazione, senza alcun intervento (o, nella parte destra del grafico, con un intervento minimo) dell’uomo e della sua organizzazione sociale.

Ma c’è un problema: come si concilia quanto ho scritto con il secondo grafico che mostra Battiston, derivato da Marcott et al.,2013, dove sono presenti variazioni piccole rispetto al picco attuale? Intanto noto che nell’articolo originale non trovo il grafico di Battiston (modificato, almeno per le scritte in italiano). La cosa più simile a quel grafico la trovo nel materiale supplementare e la riproduco nella sua interezza (compresa la didascalia). Noto anche che il grafico di destra e quello di Battiston sembrano spostati uno rispetto all’altro di circa 0.1°C: infatti questo grafico parte da -0.2°C e ha il massimo a circa 0.4°C mentre quello di Battiston parte da -0.3 e arriva a 0.3°C.

Fig.3: Figura S12 del materiale supplementare di Marcott et al., 2013 con la sua didascalia. A sinistra l’ingrandimento del periodo da 2000 anni fa ad oggi, a cui ho aggiunto tre numeri per identificare 3 massimi di temperatura; a destra l’intero dataset su 11 mila anni.

Il grafico di sinistra mostra sovrapposto un dato misurato (ancorchè composito) nel quale ho identificato (con 1,2,3) 3 massimi. Non potendo leggere dal grafico con accuratezza, ho misurato con un doppio decimetro sullo schermo del computer l’altezza dei tre picchi trovando, nell’ordine, 20, 18 e 17 mm; certo non un grande esempio di misura accurata, ma sufficiente per mostrare che su periodi simili è possibile avere variazioni simili (ovviamente 1 è il massimo attuale). I dati di Marcott sono fortemente smussati dalla media e dalla varietà delle fonti (73 dataset singoli di ogni tipo), ma l’uso dei dati sperimentali conferma, anche nella diversità delle misure (qui terra, in Islanda mare), che l’aumento odierno non è un caso unico.

Piogge in Australia durante l’Olocene
Fermo restando che l’articolo di Battiston si riferisce alla temperatura e alle sue variazioni e che quindi ho già risposto alle sue affermazioni, vorrei verificare se le variazioni rapide (entro 1-2 secoli) si possono avere anche nelle precipitazioni di un periodo analogo al precedente.
Uso per questo la serie di precipitazioni oloceniche in Australia, ricostruite da Barr et al., 2019 tramite il rapporto isotopico δ13C nelle foglie di Melaleuca quinquenervia conservate nei sedimenti olocenici di una piccola laguna (circa 2700 mq) dell’isola North Stradbroke (27°29′55″S: 153°27′17″E) senza immissari né emissari, come le numerose sue “colleghe” nella stessa isola.
La serie di precipitazioni è mostrata nella figura 4, con il fit lineare su tre distinti periodi (0-925, 925-3000 e 3000-7700 anni fa).

Fig.4: Precipitazione olocenica in Australia (isola North Stradbroke) tra 7700 anni fa e il 1950. Dopo il -2800 CE appaiono più numerose le oscillazioni di alta frequenza. L’unità di misura “ka” significa Kyr BP o migliaia di anni fa; RWP è il periodo caldo romano, MWP il periodo caldo medievale, LIA la piccola era glaciale.

Anche in questo caso si osservano forti variazioni su 1-2 secoli, con un aumento della loro frequenza di apparizione dopo il -2800 CE e con una maggiore evidenza di eventi siccitosi che in questo caso sono da attribuire a El Niño (gli autori scrivono: … where La Niña and El Niño conditions are associated with positive and negative rainfall anomalies, respectively).
Le variazioni di precipitazione in 1-2 secoli sono eventi frequenti e diventano quasi la norma da circa 3000 anni fa, anche in questa area quasi agli antipodi rispetto all’Islanda.

I dati di questo post sono disponbili nel sito di supporto.

Bibliografia

 

  • C. Barr, J.Tibby, M. J. Leng, J. J.Tyler, A. C.G. Henderson, J.T.Overpeck, G. L. Simpson, J. E. Cole , S. J. Phipps, J. C. Marshall, G. B. McGregor, Q. Hua & F. H. McRobie: Holocene El Niño–Southern Oscillation variability reflected in subtropical Australian precipitationScientific Reports9:1627, published on line 07 february, 2019. doi:10.1038/s41598-019-38626-3. (testo completo disponibile)
  • H. Jiang, R. Muscheler, S. Björck, M.-S. Seidenkrantz, Jesper Olsen, Longbin Sha, J. Sjolte, J. Eiríksson, L. Ran, K.-L. Knudsen, and M.F. Knudsen: Solar forcing of Holocene summer sea-surface temperatures in the northern North AtlanticGeology43,(3), 203-206, 2015. doi:10.1130/G36377.1 (testo completo per abbonati)
  • Shaun A. Marcott, Jeremy D. Shakun, Peter U. Clark, Alan C. Mix: A Reconstruction of Regional and Global Temperature for the Past 11,300 YearsScience,339, 6124, 1198-1201, 2013.
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Le Previsioni di CM – 7/13 Ottobre 2019

Posted by on 05:32 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 7/13 Ottobre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un profondo vortice è in azione sull’Atlantico settentrionale, eredità del ciclone Lorenzo. Più a est resiste la cellula anticiclonica scandinava sul cui bordo orientale continua ad affluire aria fredda dall’Artico con persistenza di condizioni meteorologiche invernali sull’area del Baltico. Condizioni depressionarie anche sul Mediterraneo centrale per l’approfondimento di un vortice alimentato proprio dall’aria fresca in discesa dalla Scandinavia. La cellula anticiclonica atlantica agisce sul vicino Atlantico estendendosi verso l’Iberia e la Francia occidentale (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata dall’azione del vortice atlantico che riuscirà finalmente a forzare il blocco anticiclonico scandinavo ristabilendo la prevalenza del flusso principale alle alte latitudini. Campo di massa in aumento alle latitudini inferiori, per l’estensione verso est della cellula atlantica. Sul finire di settimana, l’approfondimento di una vasta saccatura in Atlantico in direzione delle Azzorre provocherá la risposta dinamica anticiclonica sul Mediterraneo, prodromo di un possibile peggioramento di stampo autunnale sull’Italia nella settimana successiva.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì maltempo al primo mattino sulle regioni settentrionali con tendenza a rapido miglioramento e ampie schiarite già dalla tarda mattinata. Migliora anche al Centro dopo i temporali e i rovesci del mattino. Maltempo al Sud con fenomenologia diffusa a prevalente carattere di rovescio o temporale.

Temperature in ulteriore diminuzione. Venti tesi a circolazione ciclonica attorno al minimo in transito dal Tirreno al Canale di Sicilia.

Martedì ampie schiarite su tutto il Paese con residui addensamenti sulle regioni ioniche con associate precipitazioni sparse su Calabria e Sicilia.

Temperature in leggero aumento nei valori massimi. Ventilazione tesa dai quadranti orientali sullo Jonio.

Mercoledì rapido passaggio nuvoloso al Nord con nevicate sopra i 2000 metri sulle Alpi e rovesci sparsi sul Triveneto. Qualche pioggia anche sull’alta Toscana. Schiarite sulle regioni centro-meridionali. Persistenza di nuvolosità sulla Sicilia con rovesci sparsi specie sui settori meridionali dell’isola.

Temperature in diminuzione al Nord. Ventilazione tesa di maestrale su Mar Ligure e alto Tirreno, sciroccale sull’Adriatico e di levante sul Canale di Sicilia.

Giovedì ampie schiarite al Nord. Passaggi nuvolosi al Centro in assenza di precipitazioni significative. Schiarite anche al Meridione ma con persistenza di annuvolamenti e qualche precipitazione sui versanti ionici di Calabria e Sicilia.

Temperature stazionarie, ventilazione tesa orientale su Jonio meridionale e Canale di Sicilia.

Da Venerdì a Domenica generali condizioni di stabilità su tutto il Paese, salvo passaggi nuvolosi stratiformi sulle regioni centro-settentrionali e qualche residuo addensamento sul basso Ionio nella giornata di Venerdì.

Temperature stazionarie o in lieve aumento. Venti deboli, tendenti a disporsi dai quadranti meridionali sul Mar Ligure nella giornata di Domenica.

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Il Meglio del Peggio – 6 Ottobre 2019

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Il Meglio del Peggio – 6 Ottobre 2019

Questo pezzo è firmato da Andrea Beretta.

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E come promesso eccoci arrivati alla seconda puntata del “Meglio del Peggio”. Sarà il cambio di stagione che influisce sull’umore dei giornalisti, sarà l’inerzia dell’informazione che batte sui soliti tasti, sarà il successo del nostro premio, ma comunque sia, gli spunti vanno moltiplicandosi.

Iniziamo allora da “La Stampa”, con l’imperdibile inserto TuttoGreen che titola con la solita sobrietà ed equilibrio: “Il Circolo Polare va a fuoco”.

Leggendo si scopre che si sarebbero contati “più di 100 incendi da giugno”. Non solo: questi incendi avrebbero rilasciato nei primi 14 giorni di luglio, “ circa 31 megatoni di CO2 . Eh già: il problema non è il verde andato in fumo, ma l’anidride carbonica emessa. Peraltro misurata non in moli, o kg, ma in megatoni. Premesso che il megatone è utilizzato per misurare l’energia, non si capisce il nesso tra l’energia e le emissioni di anidride carbonica. Per la cronaca, la famosa bomba Zar, che è il più potente ordigno mai sperimentato nella storia dell’umanità, fu fatta esplodere proprio a Nord del Circolo Polare Artico nel 1961 e misurò circa 50 megatoni. Non vorremmo che dalle parti di Torino qualcuno abbia confuso date, misure, cause ed effetti.

Se si ha la pazienza di leggere tutto l’articolo, si troveranno contraddizioni come “ le osservazioni sono state condotte per 17 anni”, che non è proprio un lasso di tempo significativo, ma anche informazioni preziose tipo “ tradizionalmente la stagione degli incendi boreali inizia a maggio e dura fino a ottobre, con picchi di attività tra luglio e agosto”. Dal che scopriamo che, se di tradizione si tratta, un incendio in questo periodo in Siberia non è proprio questo fatto eccezionale.

E a proposito di fatti eccezionali, il “Fatto Quotidiano” nella ormai famosa rubrica “Ambiente e Veleni” pubblica un’inchiesta intitolata: “Olimpiadi invernali, il clima è impazzito. E si rischia il cambio di programma”  Uno si chiede se il giornale sia ironico oppure a quale olimpiade si faccia riferimento: magari a quelle di Pechino del 2022. E così, per toglierci questo dubbio, siamo costretti a leggere tutto, e scopriamo che invece non c’è ironia e si parla proprio delle “nostre” Olimpiadi invernali, quelle del 2026. Le frasi da segnalare sarebbero tutte quante, ma mi limito, per questioni di spazio alle seguenti:

  • Va notato che sono tutte porzioni di Dolomiti già fortemente segnate dall’intervento dell’uomo nell’ultimo mezzo secolo e dallo sviluppo industriale dello sci da discesa, esempi da manuale del distrut-turismo

A parte il virtuosismo linguistico che chiude la frase, che non diverte ma almeno rispetta la nostra lingua, si fa notare che sulle Dolomiti la maggior parte delle piste si trova sopra i 2000 m, comunque oltre il limite boschivo delle Alpi, quindi il deserto a cui dopo farà riferimento il pezzo è al massimo limitato a poche strisce dove passano le piste più a valle. E in ogni caso gli enormi comprensori della zona, come il celebre Sella Ronda, permettono agli sciatori di spostarsi su tre province senza emettere la tanto odiata CO2, visto che i collegamenti tra le varie valli non vengono fatti tramite macchina. Andiamo avanti:

  • Sono state piegate dal maltempo altre strade dell’Alto Adige, con frane di detriti e fango, anche ad Anterselva, capitale del biathlon e località di gara per le Olimpiadi

Bene. Non si capisce però cosa leghi la desertificazione e la distruzione delle montagne ad Anterselva. La quale, come giustamente cita il giornale, è capitale del biathlon e non dello sci alpino…e il biathlon, essendo una variante dello sci di nordico, non ha bisogno di impianti di risalita che disboscano e rovinano i crinali.

Ma è nel seguito che l’articolo svela il suo obiettivo, che è poi la linea editoriale dell’intero giornale: le Olimpiadi, come molti grandi Eventi o molte grandi Opere, non sono da fare. È stato uno sbaglio candidarsi ad ospitarle, un errore aggiudicarsele, e saranno comunque un insuccesso perché: “nel febbraio in cui si dovrebbero tenere le gare olimpiche, l’insegnamento di queste ultime stagioni ci parla di sbalzi di temperatura con impennate di caldo anomalo in quota, anche per l’irraggiamento solare, e di una scarsità di precipitazioni irrituale rispetto alle serie storiche precedenti”

Per la cronaca, Torino si aggiudicò i Giochi del 2006 nel 1999, e si veniva da un deficit nevoso degli sciagurati inverni degli Anni 80/90, quando nei paesini di montagna si organizzavano nel cuore dell’inverno processioni religiose per pregare che il buon Dio mandasse la neve e salvasse stagione ed economia di quei posti. Già, forse il Fatto Quotidiano non lo sa, ma il turismo rappresenta per il Trentino circa il 15% del PIL, e oltre la metà è legato all’inverno e allo sci.

Ebbene, nonostante quel trend di aridità fosse abbastanza consolidato e pervicace, nessuno nel 1999 si sognò mai di prendere in considerazione l’idea di spostare le olimpiadi torinesi con 7 anni di anticipo…e infatti, l’edizione fu climaticamente felicissima e le gare furono salutate da una coreografia spettacolare, da Sestriere a Pragelato, tutte disputate su neve abbondante e naturale, come si può vedere dal seguente video. Si ha l’impressione che il “Fatto” getti letteralmente il cuore oltre l’ostacolo: niente Olimpiadi, non ci sarà neve. Anzi, non ci saranno nemmeno le montagne. E già che ci siamo, chiudiamo pure tutti i comprensori sciistici perché distruggono la natura. E lo sci di fondo? Ma sì, facciamo di tutta l’erba un fascio (spero si possa scrivere) e togliamo pure quello…

Ha fatto il giro del mondo la notizia che il luglio 2019 sarebbe stato il più caldo della storia. Tra i millemila articoli celebrativi, spicca quello di Avvenire, che già si è segnalato per le sue posizioni oltranziste sull’argomento. A parziale smentita del detto “venenum in cauda”, qui il veleno è (anche) nel titolo, e nel sottotitolo, che riportano:

  • I ghiacci della Groenlandia si sciolgono. In Nord Europa temperature record. E le previsioni a lungo termine non promettono nulla di buono. Il 28 luglio a Helsinki registrati per la prima volta 33,2°C. Guarda il video

La notizia è di quelle da scoop: scopriamo che in Groenlandia d’estate i ghiacci si sciolgono. A Helsinki, inoltre, frantumiamo il record di caldo (il precedente immagino fosse quello associato al momento in cui il pianeta era una palla di fuoco, 5 miliardi di anni fa). Per i cinefili, si può perfino aprire il video per vedere un ghiacciaio che si scioglie (altra immagine eccezionale). All’interno dell’articolo sono riscaldate (è il caso di dirlo, visto il tenore) le solite minestre fatte di previsioni pessimiste e il catastrofismo apocalittico:

  • “Se non interveniamo subito, gli eventi meteorologici estremi saranno solo la punta dell’iceberg e quell’iceberg si sta rapidamente sciogliendo“. Quali siano questi interventi non è dato sapersi, così come non è chiaro cosa ci sarebbe sotto la punta dell’iceberg oltre gli eventi metereologici “estremi”.

Chiosa finale: “Luglio ha riscritto la storia del clima, con dozzine di nuovi record di temperatura a livello locale, nazionale e globale”. Per un attimo spero infatti si faccia anche riferimento anche ai record negativi battuti in Siberia, ma il mio entusiasmo dura poco: si rimenzionano Parigi ed Helsinki, ma nessun cenno alle siberiane Susuman o Seimchan. Forse i nomi erano troppo difficili.

L’appuntamento, è per la prossima puntata!

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