Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Le Previsioni di CM – 11/17 Maggio 2020

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Le Previsioni di CM – 11/17 Maggio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Blocco anticiclonico tra la Groenlandia e il vicino atlantico, per l’ingresso in fase di tre cellule anticicloniche: quella atlantica, quella britannica e quella groenlandese. Sul bordo orientale della struttura scorre aria fredda di origine polare che si tuffa sull’Europa centrale e successivamente, retrograda, fin sul vicino Atlantico al largo dell’Iberia. L’Italia risente nei suoi settori settentrionali del respiro umido e instabile collegato all’approfondimento di vortici depressionari alimentati dalla citata avvezione fredda polare, e al tempo stesso della conseguente risalita di aria calda dal Nordafrica per l’associata azione pre-frontale (Fig. 1).

La conca depressionaria citata sarà velocemente riassorbita dal flusso principale, ma allo stesso tempo aria fresca e instabile dal Nordatlantico riuscirà a rompere il ponte anticiclonico atlantico, andando ad alimentare un vasto minimo chiuso di geopotenziale sull’Iberia il quale stenterà ad evolvere in senso zonale per l’imponente risalita di aria calda dal Nordafrica.

Le regioni settentrionali risentiranno comunque, seppure marginalmente, dell’azione depressionaria, mentre il resto del Paese rimarrà esposto alla risalita di aria molto calda dal Nordafrica. Nonostante i valori termici assolutamente ragguardevoli in quota, sulle coste le temperature non segneranno valori particolarmente elevati, stanti le temperature ancora piuttosto basse del mare. Questo, tuttavia, potrebbe dare origine localmente a fenomeni di nebbia da avvezione sulle zone costiere. Le zone interne del Meridione, invece, potranno raggiungere temperature ragguardevoli, intorno ai 35 gradi.

La prima avvezione calda degna di nota del 2020 è quindi alle porte. Una bella notizia, stando a quanti (pur nella solita cacofonia mediatica) sostengono che il coronavirus soffra le alte temperature. Ma nessuno si illuda che i soliti noti non tornino a strombazzare di emergenze climatiche ed estati mortifere alle porte, ché nel prevedibile banchetto di miliardi in arrivo per l’emergenza COVID, i lobbisti dell’emergenza climatica perpetua esigeranno la loro parte di bottino.

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Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì  dopo le precipitazioni abbondanti della notte di domenica, passaggio a condizioni di instabilità al Nord e sulla Toscana con rovesci e temporali sparsi, specie sulle zone montuose e a nord del Po. Poco o parzialmente nuvoloso sulle rimanenti regioni con qualche possibile debole e isolata precipitazione sulle zone interne del Centro.

Temperature in diminuzione. Ventilazione moderata di libeccio sui bacini di ponente, scirocco su Adriatico e Ionio.

Martedì  condizioni di instabilità al Nord e sulle regioni centrali peninsulari con annuvolamenti più intensi nelle ore pomeridiane associati a rovesci e temporali sparsi. Generali condizioni di bel tempo al Meridione e sulle isole maggiori.

Temperature in forte aumento, specie al Centro-Sud. Ventilazione debole, qualche refolo di levante sull’alto Adriatico.

Mercoledì si attenua l’instabilità al Centro Nord con prevalenza di condizioni di bel tempo su tutte le regioni ad eccezione delle zone alpine dove si avranno ancora rovesci e temporali pomeridiani. Risalita di nuvolosità stratiforme dal Nordafrica in seno all’avvezione calda.

Temperature in ulteriore aumento, con punte intorno ai 35 gradi sulle zone interne di Sicilia e regioni ioniche. Ventilazione moderata sciroccale.

Giovedì e Venerdì nuvolosità diffusa al Nord con piogge e rovesci sparsi. Cieli parzialmente nuvolosi sulle rimanenti regioni con qualche addensamento più intenso sull’alta Toscana e zone interne del Centro associato a qualche isolata e debole precipitazione.

Temperature stazionarie, ancora molto caldo all’estremo Sud. Persistono venti di scirocco, anche intensi su regioni ioniche, in particolare sul Canale d’Otranto.

Sabato e Domenica ancora un po’ di instabilità al Centro-Nord, segnatamente regione alpina e Appennino settentrionale. Generali condizioni di bel tempo altrove.

Temperature in diminuzione ma ancora su valori superioria alla media del periodo. Ventilazione debole, possibile ingresso di venti di tramontana nella giornata di Domenica.

 

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La chimera nella Climamitologia

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La chimera nella Climamitologia

La chimera, nella mitologia Greca, Romana ed Etrusca, era un mostro di orribile aspetto. Composta da pezzi di animali che andavano dal terrorizzante al ributtante, variamente assemblati alla bisogna del poeta, in alcune descrizioni vomitava anche delle fiamme. Accertato che simili bestiacce non esistono, il termine chimera è da sempre utilizzato per descrivere qualcosa di assurdo, utopico, irrealizzabile.

Al giorno d’oggi però, a quanto pare, la chimera cambia forma e diventa qualcosa di utilizzabile per immaginare il clima del futuro e le conseguenze che questo potrebbe avere per la vita su questo pianeta. E’ nata una nuova disciplina, la climamitologia.

E’ uscito sul Washington Post, sempre molto attento al tema del disastro climatico, un articolo che divulga i risultati di una recente ricerca pubblicata sui PNAS:

In sostanza, si dice, gli esseri umani hanno goduto almeno negli ultimi 6000 anni di una nicchia climatica all’interno della quale si è sviluppata la nostra società, essenzialmente godendo di temperature medie favorevoli estese a larghe fasce della superficie del pianeta. Con l’incedere del riscaldamento globale, la distribuzione geografica di questa nicchia è destinata a cambiare, rendendo non più favorevoli, anzi, abitabili, aree che ospiteranno da uno a tre miliardi di persone. Inoltre, come se non bastasse, le aree interessate da questo radicale cambiamento sono quelle dove lo sviluppo e la consistenza demografica stanno accelerando di più. La figura qui sotto, tratta dal paper e dall’articolo rende l’idea.

Expansion of extremely hot regions in a business-as-usual climate scenario. In the current climate, MATs >29 °C are restricted to the small dark areas in the Sahara region. In 2070, such conditions are projected to occur throughout the shaded area following the RCP8.5 scenario. Absent migration, that area would be home to 3.5 billion people in 2070 following the SSP3 scenario of demographic development. Background colors represent the current MATs.

Le zone in nero sono quelle dove c’è oggi una temperatura media come quella che ci dovrebbe essere nel 2100 nelle zone con riempimento tratteggiato. Ho riportato la didascalia originale della Figura 3 del paper perché è da lì che si alza il primo cartellino rosso. La proiezione è fatta utilizzando lo scenario RCP8.5 come “Business As Usual”, esattamente quello che la letteratura più recente ha chiaramente detto che non si può fare, come abbiamo più e più volte discusso anche su queste pagine, per esempio:

Se mai accadrà, ci vorranno anni prima che la letteratura perda questa, come dire, cattiva abitudine.

Ma si parlava di chimere, secondo cartellino rosso. Gli scenari climatici sono alimentati dal punto di vista dello sviluppo economico dagli SSP (Shared Socioeconomic Pathways), con i quali si ipotizzano appunto le condizioni socioeconomiche che dovrebbero condurre a diversi livelli di emissioni, quindi di impatto sul clima. Questo studio combina l’SSP3 con l’RCP8.5 perché in teoria fornisce la ricetta perfetta per il disastro, ossia alto livello di emissioni in un contesto socioeconomico degradato, concentrato su interessi propri dei singoli stati, basso sviluppo e scarsa resilienza. Ma chi ha lavorato sugli SSP ha chiaramente indicato questo accoppiamento come non plausibile, perché solo una società con elevato livello di sviluppo potrebbe arrivare alle emissioni prospettate e avrebbe inoltre diversi strumenti per far fronte all’insorgere di difficoltà. In poche parole questa combinazione è, appunto, una chimera. Nei tweet qui sotto di Roger Pielke Jr c’è la spiegazione di questo concetto:

 

Quindi, anche quando nei prossimi giorni, magari in una pausa da ubriacatura mediatica sul Covid, doveste imbattervi nella risonanza che questo articolo avrà anche sui nostri media, tenete conto di quello che è, una chimera, un mostro senza senso, creato con il solo scopo di generare allarme. In poche parole, questa non è ricerca, è poesia o, se preferite, climamitologia.

Post Scrittum

Spiace averci visto lungo, ma d’altronde qualche decennio di previsioni sarà pur servito a qualcosa. Arrivato puntuale appena ieri il copia e incolla dell’ANS(i)A, L’aprile del 2020 è il più caldo mai registrato, con annesso errore naturalmente. La ricerca, anzi, la chimera, non parla di 1/3 della popolazione, ma dice che da 1 a 3 miliardi di persone potrebbero subire l’impatto di questo presunto arrosto. Con una chicca finale: questo disastro, annuncia il poeta, si manifesterebbe meno velocemente dell’attuale pandemia… non ci sono davvero parole per un tale livello di insensato sciacallaggio informativo. Punto.

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Gli Isotopi stabili dell’Ossigeno (proxy della temperatura) dai coralli dell’isola di Palmyra

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Gli Isotopi stabili dell’Ossigeno (proxy della temperatura) dai coralli dell’isola di Palmyra

Il rapporto degli isotopi stabili dell’ossigeno ( δ18O) è spesso utilizzato in paleoclimatologia come dato di prossimità della temperatura. L’atollo di Palmyra si trova nel Pacifico settentrionale e fa parte delle Sporadi Equatoriali; Dee et al.,2020 (disponibile a pagamento) hanno ricavato dai coralli presenti sull’isola una serie di δ18O, con risoluzione mensile, su tre intervalli temporali distinti che sono inseriti nel periodo caldo medievale (MWP), nella piccola era glaciale (PEG o LIA) e nel periodo caldo moderno (MP) e che coprono rispettivamente gli anni 1150-1464, 1635-1703, 1886-2006.

Fig.1: Serie del \d^1^8O in tre sezioni: 1150-1464, 1635-1703, 1886-2006.Le bande colorate mostrano l’ampiezza dei periodi climatici. Rosa periodi caldi (MWP e MP) e celeste quello freddo (LIA).

Le tre serie sono dati di prossimità (proxy) per ENSO (El Niño Southern Oscillation), tanto che in figura 2, per il periodo moderno, è possibile identificare eventi El Nino e La Nina almeno dal 1957.

Fig.2: Le tre serie di figura 1 mostrate separatamente. Nella serie in basso i numeri in rosso sono gli anni di El Nino, quelli in blu di La Nina.

Dee e colleghi usano nel loro articolo la serie proxy di figura 1 per quantificare una possibile relazione tra ENSO e i vulcani (identificata nei modelli) e concludono che, nella migliore delle ipotesi, la relazione è debole; che il forcing da vulcani è stato esagerato in fase di modellazione e che in realtà è nettamente inferiore alle oscillazioni proprie. Scrivono gli autori nell’abstract:

Our results suggest that those models showing a strong ENSO response to volcanic forcing may overestimate the size of the forced response relative to natural ENSO variability

Prima di lasciare questa sezione, è bene evidenziare che il δ18O continua ad essere, come è sempre stato, un dato di prossimità per la temperatura e a titolo di esempio confronto in questa figura il quadro in basso di figura 1 con la temperatura globale GHCN NOAA, sia dell’oceano che di terra+oceano, che è stata scalata a δ18O invertendone il segno e sottraendo 5.

Analisi della serie di Dee et al., 2020

Qui sono interessato ad analizzare tre serie che coprono un ampio arco temporale, che sono rappresentative di ENSO e che possono essere usate per confrontare serie climatiche “antiche” e “vecchie” e ipotesi di influenza di ENSO.

Intanto, se osserviamo questi dati sulla stessa scala, come in figura 1, sembra che gli eventi caldi e freddi siano distribuiti nei tre periodi con una frequenza simile: non sembra che ci siano stati trend particolari nell’occorrenza di eventi ENSO. Si nota soltanto un’evoluzione della temperatura (cioè del δ18O) che da inizio serie al 1280 circa sale al ritmo di 0.0035 permille/anno (solo un po’ più della metà del ritmo moderno di 0.0065 permille/anno); durante la LIA si osserva una leggera discesa che nel periodo moderno diventa la forte salita citata sopra. In figura 3 sono mostrati gli spettri Lomb di δ18O nei tre periodi climatici selezionati da Dee.

Fig.3: Gli spettri LOMB delle tre serie climatiche. La versione con entrambe le scale logaritmiche si trova qui.

Dagli spettri si può evidenziare che i massimi di periodo più alto (20-70 anni) variano da sezione a sezione e che, quindi, la loro presenza dipende dall’intervallo temporale considerato. Solo il periodo di 227 non viene paragonato perché gli altri due intervalli non sono abbastanza estesi da permettere una definizione corretta di quel massimo. Solo i periodi 2-9 anni si conservano nel tempo e testimoniano la costanza del fenomeno El Nino da almeno 870 anni.

Se prendiamo in considerazione la teoria che Ilya Serykh e collaboratori (Istituto di Oceanografia Shirshov, Dipartimento di Fisica, Università di Mosca) portano avanti da diversi anni (v. bibliografia, solo abstract. Full text per Uenohara et al, 2013), i periodi che in più occasioni ho chiamato “tipici de El Nino”, tra 2 e 9 anni, sarebbero (sub- e super-) armoniche del periodo di nutazione lunare (ciclo della linea dei nodi) di 18.6 anni; del ciclo delle macchie solari di 11 anni e del ciclo di Chandler (Chandler wobble) di 14 mesi (1.17 anni) e in particolare sono generati da 18.6 /2,/3,/4; 11 /2,/3,/4, 1.17 *2,*3,*4 che forniscono rispettivamente i valori (in anni):

Table 1: Le armoniche 2-9 anni secondo la teoria usata dal gruppo di Serykh (SNA o Strange Nonchaotic Attractor). Nelle note il confronto con lo spettro dell’indice ONI.
Per. 2 3 4 Note
 18.6 9.3 6.2 4.65 Due trovati
 11 5.5 3.66 2.75 Trovati massimi vicini. Il problema
è la precisione con cui confrontare i valori.
 1.17 2.34 3.51 4.7 Trovati questi massimi, ma il problema
è decidere se sono super-armoniche del Chandler
wobble o sub-armoniche di 18.6 e di 11 anni.
Oppure se in realtà sono la stessa cosa.

Questi valori, almeno in parte, sono presenti nello spettro (figura 3) della serie di Palmyra, ma il problema è quello di stabilire se i massimi osservati sono assimilabili alle armoniche (ad esempio: i 5.5 anni di 11/2 (prima sub-armonica di 11 anni) sono i 5.5 anni dello spettro della prima parte dei dati di Palmyra, e sono anche i 5.7 anni della seconda parte e i 5.7 anni della terza? E lo stesso vale per 4.65 e 4.8; 2.75 e 2.9; 9.3 e 9.4 o 9.2).

In altre parole, quale precisione dobbiamo avere quando confrontiamo i picchi osservati con la teoria? E come calcoliamo la precisione in frequenza dei picchi osservati?
E i picchi teorici simili, tipo 4.65 e 4.7; 3.66 e 3.51, che derivano da armoniche di cicli diversi, devono poter essere distinti o sono in realtà la stessa cosa? Ancora, è possibile vedere sempre le armoniche e mai i periodi principali (le armoniche “zero”)? E perché questi massimi principali si osservano (ad esempio la nutazione lunare) in fenomeni come le piogge, sparse in varie regioni del pianeta e non nell’evento che dovrebbero maggiormente condizionare, cioè ENSO?

L’uso della teoria SNA o strange nonchaotic attractor è molto interessante, ma, almeno a me, pone molte domande quasi tutte di risposta non facile o indeterminata. Ma questa teoria merita attenzione e in future analisi spettrali de El Nino ho intenzione di porre l’accento anche su quanto viene da essa espresso. Per questo ringrazio il dottor Ilya Serykh che in un commento privato a questo articolo su CM mi ha messo sull’avviso rispetto a qualcosa che non conoscevo.

Bibliografia

  • Eduardo Andres Agosta: The 18.6-year nodal tidal cycle and the bi-decadal precipitation oscillation over the plains to the east of subtropical Andes, South AmericaInt. J. Climatol.34, 1606-1614, 2014. https://doi.org/10.1002//joc.3787
  • Sylvia G. Dee, Kim M. Cobb, Julien Emile-Geay, Toby R. Ault, R. L Charles, No consistent ENSO response to volcanic forcing over the last millenniumScience367,6485, 1477-1481, 2020 (27 March). https://doi.org/10.1126/science.aax2000 (Abstract, paywalled)
  • Nazzareno Diodato, Fredrik Charpentier Ljungqvist, Gianni Bellocchi: Monthly storminess over the Po River Basin during the past millennium (800–2018 CE)Environ. Res. Commun2, 2020. https://doi.org/10.1088/2515-7620/ab7ee9
  • Serykh I.V., Sonechkin D.M.: Nonchaotic and globally synchronized short-term climatic variations and their originTheoretical and Applied Climatology137. No. 3-4, 2639–2656, 2019 https://doi.org/10.1007/s00704-018-02761-0
  • Serykh I.V., Sonechkin D.M., Byshev V.I., Neiman V.G., Romanov Yu.A. Global Atmospheric Oscillation: An Integrity of ENSO and Extratropical Teleconnections, Pure and Applied Geophysics176 No 8,3737–3755, 2019b. https://doi.org/10.1007/s00024-019-02182-8 (Abstract)
  • Serykh I.V., Sonechkin D.M. El Niño forecasting based on the global atmospheric oscillationInternational Journal of Climatology, 2020. https://doi.org/10.1002/joc.6488 (Abstract)
  • Seiji Uenohara, Takahito Mitsui, Yoshito Hirata, Takashi Morie, Yoshihiko Horio and Kazuyuki Aihara Experimental distinction between chaotic and strange nonchaotic attractors on the basis of consistencyChaos23, 023110, 2013. https://doi.org/10.1063/1.4804181

 

Tutti i dati e i grafici sono disponibili nel sito di supporto

 

 

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Le Previsioni di CM – 4/10 Maggio 2020

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Le Previsioni di CM – 4/10 Maggio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione piuttosto caotica sul quadrante europeo: una cellula di alta pressione insiste sull’Atlantico settentrionale, tra l’Islanda e le isole britanniche. A sud di questa, agisce un minimo chiuso di geopotenziale piuttosto esteso, centrato in prossimità delle Azzorre, che a sua volta richiama aria calda dal Nordafrica in rimonta dal Mediterraneo occidentale in direzione dell’Iberia. Più ad est prevalgono circolazioni depressionarie, per quanto a gradiente piuttosto lasco: una sulla Scandinavia, e un’altra centrata sul Mar Nero. L’Italia si ritrova contesa tra la fascia anticiclonica afro-atlantica ad ovest, e quella depressionaria a est (Fig. 1).

Nel corso della settimana la situazione evolverà lentamente con l’ingresso in fase delle due cellule anticicloniche e il loro concomitante spostamento in senso zonale, con l’asse della struttura anticiclonica che traslerà gradualmente verso levante estendendosi dal cuore del Sahara al Mare del Nord passando attraverso l’Italia. Le condizioni del tempo andranno quindi verso una progressiva stabilizzazione, a seguito di un veloce e debole peggioramento nella giornata di Mercoledì, quando aria fresca e instabile lambirà i settori orientali della Penisola prima di tuffarsi sul Mar Nero e l’Egeo. Sul finire della settimana va segnalata la possibilità di un deciso peggioramento del tempo per l’ingresso franco sul Mediterraneo occidentale di aria fresca e instabile proveniente dal nord Atlantico.

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Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì  generali condizioni di bel tempo su tutto il Paese.

Temperature in lieve diminuzione sui versanti adriatici. Venti deboli con qualche residuo refolo di tramontana sulla Puglia.

Martedì  generali condizioni di stabilità, salvo qualche piovasco pomeridiano sui settori alpini e un graduale aumento della nuvolosità stratiforme a partire dal Nord e in estensione alle regioni centrali.

Temperature in aumento, specie su isole maggiori, venti deboli.

Mercoledì aumento della nuvolosità sul Triveneto in rapida estensione ai settori adriatici centro-settentrionali, e in serata anche alle regioni sud-orientali con qualche piovasco sparso. Ampie schiarite sui settori tirrenici.

Temperature in ulteriore lieve aumento, più sensibile sulle isole maggiori. Dalla serata sensibile diminuzione del campo termico, specie sulle regioni adriatiche, con irruzione di venti sostenuti di tramontana.

Giovedì e Venerdì generali condizioni di tempo stabile e soleggiato su tutto il Paese.

Temperature in graduale ripresa. Tramontana vivace sui bacini meridionali in graduale attenuazione, vendi reboli altrove.

Sabato gran sereno al Centro e al Sud. Incremento dell’instabilità pomeridiana sulle Alpi e aumento della nuvolosità su Sardegna e Nordovest con le prime precipitazioni in nottata.

Temperature in aumento al Meridione. Entra il libeccio sui bacini di ponente, sostenuto.

Domenica: possibile intenso peggioramento al Nord e su alto Tirreno con piogge, rovesci e temporali, anche di forte intensità. Meridione ancora in attesa con cieli parzialmente nuvolosi.

Temperature in diminuzione al Nord. Ventilazione sostenuta di libeccio.

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Evoluzione delle piogge (forti?) in Europa

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Evoluzione delle piogge (forti?) in Europa

L’evoluzione temporale delle piogge forti (i dati che tratto qui, nel database ECA sono definite heavy rain) è un indice della variazione del clima e ovviamente anche l’IPCC si occupa della questione. Ad esempio nel rapporto SR1.5 (presentato alla COP di Katowize, Polonia, nel 2018) al punto B1 si dice:

I modelli climatici prevedono forti differenze nelle caratteristiche dei climi regionali tra il riscaldamento globale odierno e quello di 1.5°C, e tra 1.5°C e 2°C. Queste differenze includono aumenti: nella temperatura media nella maggioranza delle regioni terrestri e oceaniche (alta confidenza), estremi di caldo nelle regioni più abitate (alta confidenza), pesanti precipitazioni in molte regioni (media confidenza) e la probabilità di siccità e mancanza di precipitazioni in alcune regioni (media confidenza)

Si deduce soltanto che si attendono (con media confidenza) nei prossimi decenni forti variazioni nel regime delle precipitazioni a causa dell’aumento di temperatura da quella attuale a +1.5°C e fino a +2°C (le “pesanti precipitazioni e la “mancanza di precipitazione” riportate nella stessa riga senza ulteriori dettagli, non portano chiarezza su quanto ci si deve attendere).
Dalla misura delle piogge (≥10mm in 24 ore) si ricava un indice climatico, definito R10mm, che elenca il numero di giorni con precipitazione maggiore o uguale a 10 mm nel corso dell’anno e nei due semestri caldo (AMJJAS) e freddo (ONDJFM). Questo indice è disponibile nel sito ECA&D e si riferisce alle 195 serie di precipitazioni giornaliere utilizzate per il database (Klein Tank et al., 2002). Di queste 195, “Respecting the data policies of the participants, a selection of the daily series in the ECA dataset (90%) is made available to the public”, cioè 118 serie di precipitazione (114 di temperatura) hanno i valori numerici disponibili.

Il database contiene temperature e precipitazioni giornaliere della Regione VI del WMO (Europa e Medio Oriente: Libano, Siria, Giordania e Israele) e pone particolare attenzione ai cambiamenti negli estremi giornalieri.

Anche se gli autori/gestori del database le definiscono “piogge pesanti”, da una discussione con Luigi Mariani è emerso che non lo sono e che per cercare la variazione delle piogge estreme si usano indici tipo R50mm, in particolare per le piogge alle nostre latitudini. Quindi è possibile considerare che l’indice sia generato da piogge normali e verificare se nel suo spettro si osserva il picco “lunare” (ciclo della linea dei nodi) a 18.6 anni in un intervallo di 18-20 anni.
Una sintesi di questa verifica è riportata in tabella 2 dove, di fianco al nome della stazione, il simbolo “§” indica per il semestre invernale la presenza del massimo a 18-20 anni e “~” ne indica la presenza appena oltre il limite dell’intervallo; per il semestre estivo, i due sinboli sono sostituiti da “#” e “^”, rispettivamente.

Dal database ECAD ho estratto il valore di R10mm per 28 stazioni: 24 europee, 2 israeliane e 2 ucraine, variamente distribuite in latitudine (da +65° a +31°), longitudine (da -22° a +45°) , altezza s.l.m. (da 1 a 1100 m) ed estensione temporale (da 13 a 206 anni).
L’elenco in ordine alfabetico delle stazioni è riportato in tabella 1, ma nel sito di supporto sono disponibili gli elenchi ordinati per latitudine (tabella 2) e per altezza s.l.m. (tabella 3)

Table 1: Stations ordered by Alphabetical Order. Look at ISO codes.

N STAID Name Nat. Lat Lon Elev.
ECAD ID Station ISO dd:mm:ss ddd:mm:ss m
01 00295 aguiar PT +40:48:36 -007:32:24 670
02 00271 armagh GB +54:21:00 -006:39:00 62
03 20416 asarna FI +62:39:36 +014:21:20 450
04 00335 barcelona SP +41:25:05 +002:07:26 412
05 00137 beersheva IL +31:15:00 +034:48:59 280
06 00169 bologna IT +44:30:00 +011:20:45 53
07 00162 debilt NL +52:05:56 +005:10:46 2
08 00121 dublin IR +53:21:50 -006:19:09 49
09 00170 ferrara IT +44:49:57 +011:37:15 15
10 00171 genova IT +44:24:52 +008:55:35 55
11 00147 groningen NL +53:10:59 +006:36:00 1
12 20415 hanko FI +59:50:38 +023:14:53 3
13 20335 kauhava FI +63:08:08 +023:03:10 44
14 00252 kiev UA +50:24:00 +030:31:59 13
15 20337 malexander SE +58:04:18 +015:14:09 197
16 00173 milano IT +45:28:18 +009:11:21 150
17 00254 nikolaev UA +46:58:00 +031:58:59 49
18 00274 oxford GB +51:45:39 -001:15:50 63
19 00291 ponte de lima PT +41:46:12 -008:35:24 15
20 00206 poznan PL +52:11:58 +018:39:37 115
21 07378 savonlinna
laukansaari
FI +61:47:44 +028:50:57 94
22 20400 skara SE +58:24:25 +013:26:26 115
23 20454 skien kjoer-
bekksvingen
NO +59:10:36 +009:37:46 9
24 00067 stykkisholmur IS +65:04:26 -022:44:00 13
25 00128 tel aviv
reading
IL +32:06:00 +034:46:59 3
26 20282 tianeti GE +42:06:00 +044:58:00 1105
27 00305 tranebjerg
ost-1
DK +55:49:59 +010:37:00 18
28 00177 verona
villafranca
IT +45:22:59 +010:52:00 68

Per ognuna delle stazioni è visibile nel sito di supporto il grafico con il fit lineare che mostra l’andamento medio della serie, sia per il semestre freddo (indicato con Winter) che per quello caldo (Summer). Il riassunto dei fit è nel file lfit.app
Non è possibile pubblicare tutti i grafici ma la composizione di figura 1 (pdf) mostra i due dataset più estesi (Bologna e Oxford) e i due più brevi (Asarna e Skien).

Fig.1: I due dataset più lunghi (in alto) e i due più corti, con i fit lineari dei semestri freddo (linea azzurra) e caldo (linea rosa). In ascissa l’anno e in ordinata il numero di giorni, per ogni anno, con pioggia superiore o uguale a 10 mm (R10mm), per il semestre caldo (rosso) e per quello freddo (blu).

Anche da un sottoinsieme così limitato come quello di figura 1 si può intuire la diversità di comportamento e la dispersione dei valori di questo indice. L’insieme delle pendenze delle rette è riportato in tabella 2 e sintetizzato con i simboli + (retta crescente); – (retta decrescente); = (retta che non varia in pendenza); ~= (retta con variazione minima, quasi nulla), porta ad un complessivo di 10(+), 6(-), 9(~=), 2(=) per il semestre caldo e di 14(+), 6(-), 6(~=), 1(=) per quello freddo, e quindi ad una preponderanza della tendenza all’aumento del numero di giorni con pioggia ≥10 mm in entrambi i semestri, anche se le 11 pendenze invariate del semestre caldo e le 7 del semestre freddo non devono essere trascurate, così come non è trascurabile la forte dispersione dei dati osservati.

Table 2: Stations ordered by Alphabetical Order with rise(+)/drop(-) of R10mm.

Look at ISO codes. For Winter“§” outlines a 18-20 year spectral maximum, while “~”
indicates that the maximum is less evident. The same for Summer , where “#” and
“^” are the symbols used.

N STAID Name Nat. Summer Winter
ECAD ID Station ISO rise/drop rise/drop
01 00295 aguiar PT +~=
02 00271 armagh § GB +
03 20416 asarna * FI +
04 00335 barcelona §# SP +~- +
05 00137 beersheva §# IL =
06 00169 bologna § ** IT + +
07 00162 debilt §# NL + +
08 00121 dublin ~^ IR + +
09 00170 ferrara # IT +~=
10 00171 genova ^ IT -~=
11 00147 groningen §^ NL + +
12 20415 hanko FI + +
13 20335 kauhava # FI + +
14 00252 kiev # UA + +
15 20337 malexander ~ SE +
16 00173 milano §# IT
17 00254 nikolaev §# UA +~= +~=
18 00274 oxford §# GB +~=
19 00291 ponte de lima ^ PT +~= =
20 00206 poznan § PL +~= +~=
21 07378 savonlinna
laukansaari
FI +~= +
22 20400 skara §^ SE =~+ =~+
23 20454 skien kjoer ??
bekksvingen
NO + +
22 00067 stykkisholmur ^ IS + +
24 00128 tel aviv ^
reading
IL = +
25 20282 tianeti ~ GE
26 00305 tranebjerg ~#
ost-1
DK +~= -~=
27 00177 verona §
villafranca
IT + +
rise/drop
Summary
S S S S
+ ~= =
10 6 9 2
W W W W
+ ~= =
14 6 6 1

Note:~= includes
both +~= & -~=

18-20 yr
Summary
S S
# ^
10 7
W W
§ ~
12 4

* shortest series (13 years); **longest series (206 years). ? Spectrum unclear: not used.

Invito a verificare nei grafici originali che le pendenze delle rette di regressione di R10mm per le singole stazioni sono molto basse, del tipo 2-5 giorni su 120-150 anni, con punte di 2-3 giorni su 60-70 anni e, a fronte di una forte dispersione dei valori annuali, appaiono poco significative. Per questo mi limito a fornire il segno della pendenza e a descrivere il comportamento delle stazioni nel loro complesso.

Comportamenti complessivi
Sono il modo di comportarsi di tutte le stazioni rispetto alla latitudine e all’altezza s.l.m.
Nell’analisi di queste situazioni non è stata considerata la stazione di Asarna (FI) a causa della sua eccessiva brevità (13 anni).

In figura 2 sono presentate le pendenze, con le stazioni ordinate rispetto alla latitudine, di entrambi i semestri. Lungo l’intervallo di latitudine o rispetto al numero d’ordine della stazione (da 1 a 27) si osserva una diminuzione di poco più di 2 giorni su poco meno di 34°.

Fig.2: Pendenze delle singole serie rispetto alla latitudine della stazione: entrambe le pendenze complessive sembrano diminuire con la latitudine, con una diminuzione media di poco più di 2 giorni su quasi 34° di latitudine.

Rispetto all’altezza s.l.m. si osserva che le stazioni più basse mostrano pendenze più elevate (cioè un aumento nel tempo di R10mm) rispetto alle stazioni più in quota, come mostrato in figura 3. Da notare la bassa dispersione delle pendenze, in entrambi i casi, con Aguiar e Tel Aviv casi estremi del periodo freddo e Skara e Verona estremi del periodo caldo.

Fig.3: Comportamento delle pendenze delle singole stazioni rispetto all’altezza s.l.m.: sembrano diminuire con l’altezza, cioè R10mm diminuisce all’aumenta dell’altezza.

Massimo spettrale a 18.6 anni

In precedenza avevo trattato l’esistenza e la validità del massimo spettrale a 18.6 anni (ciclo nodale della Luna) e, non pubblicato, nella copertura nuvolosa media della regione “Low” (esempio) del database austriaco Histalp quando le piogge delle stazioni nella stessa regione non mostrano la presenza del massimo a 18-20 anni.

  1. in un indice legato alle piogge argentine (qui)
  2. nelle piogge lungo i bacini di 15 fiumi inglesi (qui),
  3. lungo il bacino del Po dall’800 al 2019 (qui)

In questa sezione tento di verificare se lo stesso massimo spettrale è presente anche nell’indice R10mm e calcolo lo spettro Lomb (il passo non è necessariamente costante, per la presenza di dati mancanti) delle 28 stazioni, sia per il semestre invernale (ottobre-marzo) che per quello estivo (aprile-settembre). Come esempi mostro lo spettro di Bologna e Asarna combinati nella stessa figura per il semestre invernale (pdf) e per quello estivo (pdf).

Fig.4: Lo spettro Lomb “invernale” del dataset più lungo (Bologna, a sinistra) e più corto (Asarna, a destra). La linea verticale celeste nei due quadri centrali identifica il periodo di 18.6 anni.

Fig.5: Lo spettro Lomb “estivo” del dataset più lungo (Bologna, a sinistra) e più corto (Asarna, a destra). La linea verticale celeste nei due quadri centrali identifica il periodo di 18.6 anni.

In generale, 16 su 27 stazioni (59%) mostrano per il semestre invernale il massimo a 18-20 anni, mentre per il semestre estivo le stazioni sono 17/27 (63%).Il risultato è identificato in tabella 2, per il semestre invernale, dal simbolo § quando il massimo è presente e dal simbolo ~ quando è più incerto, e per il semestre estivo dai corrispondenti simboli # e ^, e descritto come:

  • 24/27 stazioni (89%) mostrano un massimo in estate o in inverno.
  • 10/27 stazioni (37%) mostrano un massimo sia in estate che in inverno.
  • rispetto alla latitudine λ, in inverno 0/5 stazioni a λ≥59°50′ e 16/22 stazioni (73%) con λ≤ 58°24′ mostrano il massimo a 18-20 anni. In estate il massimo è presente in 2/5 stazioni con λ≥59°50′ e in 15/22 stazioni (68%) con λ≤ 58°24′.
  • non sembra esserci una relazione tra il massimo e l’altezza s.l.m. delle stazioni, sia in estate che in inverno; la presenza del massimo è distribuita su tutto l’intervallo delle altezze.

Conclusioni
Anche se le piogge considerate in questo articolo non costituiscono un insieme di valori estremi, possiamo ugualmente dedurre alcune informazioni dall’indice R10mm:

  • La sua pendenza in funzione del tempo varia quasi casualmente nel periodo estivo (semestre estivo: AMGLAS) con 10 pendenze positive (+), 6 negative (-), 9 quasi nulle (~=) e 2 nulle (=). In inverno (semestre invernale: ONDGFM) la situazione è più netta, con 14(+), 6(-), 6(~=), 1(=).
  • Complessivamente si può dire che la tendenza è all’aumento del numero di giorni, in un anno, con precipitazioni maggiori o uguali a 10 mm nelle 24 ore. La tendenza è meno chiara in estate e più netta in inverno.
  • Si osserva anche una debole tendenza alla diminuzione di R10mm al crescere della latitudine geografica (figura 2) e ad un suo aumento in funzione dell’altezza s.l.m. delle stazioni (figura 3).
  • In relazione alla presenza nello spettro di R10mm del massimo a 18.6 anni (ciclo della linea dei nodi della Luna), che qui ho considerato nell’intervallo 18-20 anni, si può dire che il 37% delle stazioni mostra la sua presenza in entrambi i semestri e che quasi il 90% delle stazioni lo mostra in un semestre o nell’altro (il 59% in inverno e il 63% in estate). Quello presentato qui è quindi un altro caso in cui, nelle piogge o nei loro derivati, si manifesta la “firma” lunare osservata per la prima volta, a quanto mi risulta, da Agosta (2014) nelle piogge argentine dell’area sub-andina.

Bibliografia

  • Eduardo Andres Agosta: The 18.6-year nodal tidal cycle and the bi-decadal precipitation oscillation over the plains to the east of subtropical Andes, South AmericaInt. J. Climatol.34, 1606-1614, 2014. https://doi.org/10.1002//joc.3787
  • Klein Tank, A.M.G. and 38 Coauthors, 2002.Daily dataset of 20th-century surface air temperature and precipitation series for the European Climate Assessment.Int. J. of Climatol.22, 1441-1453. https://doi.org/10.1002/joc.773

 

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto
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La Vexata Quaestio del Cambiamento Climatico – Considerazioni critiche su tre articoli apparsi sulla rivista divulgativa Ithaca

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La Vexata Quaestio del Cambiamento Climatico – Considerazioni critiche su tre articoli apparsi sulla rivista divulgativa Ithaca

di Gianluca Alimonti e Luigi Mariani

L’Università del Salento pubblica da tempo la rivista scientifica divulgativa Ithaca: Viaggio nella Scienza” che nell’ultimo numero, il n. XV/2020 reperibile sul loro sito, dedica largo spazio al tema del cambiamento climatico.

Lì abbiamo anzitutto letto l’articolo “Il cambiamento climatico e la questione degli eventi estremi” del professor Sergio Pinna dell’Università di Pisa che ci propone alcuni esempi utili ad inquadrare il fenomeno del cambiamento climatico in Italia e nel mondo con specifico riferimento alla cruciale tematica degli eventi estremi. Nell’invitare i lettori a leggerlo ne riportiamo l’incipit, che a nostro avviso pone un tema di importanza cruciale non solo per il dibattito scientifico su clima ma anche per le prospettive della nostra civiltà. Scrive infatti Sergio Pinna che

Nell’ambito del dibattito sui cambiamenti climatici in atto, la questione degli eventi estremi ha assunto un’importanza tale da essere frequentemente identificata con l’idea stessa di detti cambiamenti. In effetti è ormai convinzione diffusa a tutti i livelli che il riscaldamento globale abbia procurato (e ancor più procurerà in futuro) un marcato aumento per intensità e frequenza di vari fenomeni meteorologici estremi. L’analisi statistica dei dati climatologici non è però in grado di confermare tale situazione, non avendo fatto emergere nel complesso delle apprezzabili tendenze alla crescita di svariate grandezze. La teoria della correlazione diretta fra temperatura globale e incidenza degli eventi estremi è anche in contrasto con le informazioni derivanti dalla climatologia storica, visto che è proprio nella fase fredda, detta Piccola Età Glaciale, che le manifestazioni violente risultano essersi concentrate molto di più rispetto a quanto rilevato per i periodi caldi, compreso il XX secolo.

Nello specifico Pinna riporta serie storiche di cicloni tropicali, grandi tempeste di vento, tornado, piogge estreme e grandi piene del Tevere e del Po e la conclusione dell’autore è tranchant come non poche:

È assai probabile che qualcuno, dopo aver letto queste note derivanti dagli studi sul clima degli ultimi due millenni, si sia posto la domanda di come la questione che ne emerge – cioè la dicotomia tra le risultanze della climatologia storica da un lato e la teoria ufficiale sugli eventi estremi dall’altro – venga affrontata dall’IPCC. Ebbene, la risposta è semplicissima: il problema è di fatto ignorato nei documenti del Panel.

Sullo stesso numero della rivista abbiamo anche avuto modo di leggere l’articolo “Cause ed effetti dei cambiamenti climatici” scritto dal professor Roberto Battiston dell’Università di Trento.

L’articolo si apre con una dichiarazione di adesione alle ragioni del movimento promosso da Greta Thunberg, la quale ad avviso di Battiston sarebbe vittima di

forti opposizioni, che si declinano nei modi più disparati, incluso l’attacco violento, sessista, generazionale nei confronti di Greta e di coloro che la seguono e sostengono le stesse idee. Dove non ci si spinge all’attacco volgare, si argomenta stravolgendo i dati climatici e gridando al complotto.

Da parte nostra riteniamo la strategia propugnata da Greta Thunberg sia del tutto legittima ma palesemente errata in quanto trascura i temi dell’adattamento in nome di una visione catastrofista fondata su dati che sono a nostro avviso indebitamente enfatizzati.

Peraltro lo scenario proposto da Greta Thunberg e fatto proprio da Battiston ci rimanda al problema che tutt’oggi divide la comunità scientifica e cioè quello del carattere catastrofico o meno dell’Anthropogenic Global Warming (AGW). In tal senso invitiamo i lettori a considerare sia i contenuti del succitato articolo di Sergio Pinna sia la World climate declaration sottoscritta da oltre 700 scienziati.

Ricordiamo inoltre che sono ai minimi storici la mortalità da disastri naturali, il numero di persone in condizioni di insicurezza alimentare e la mortalità infantile mentre a livelli mai raggiunti in passato è la speranza di vita (71 anni a livello mondiale, 82 per l’Italia) e tassi di incremento del 2-4% l’anno mostrano le rese delle 5 grandi colture (mais, frumento, riso, soia e orzo) che da sole coprono il 70% del fabbisogno calorico dell’umanità. Tutto questo ci pare incompatibile con la retorica del “clima impazzito” o con quella della “casa in fiamme” su cui si fonda l’ideologia di Greta Thunberg.

Il problema è che se si prende per buona l’agenda proposta dalla Thunberg, centrata sulla lotta all’AGW, si perdono inevitabilmente di vista politiche di adattamento che tengano in debito conto priorità fra le quali:

  • Il problema del disagio urbano per popolazioni inurbate in enormi megalopoli spesso prive di servizi (acqua potabile, fognature, ecc.) e con catene logistiche di approvvigionamento del cibo precarie e che non garantiscono security e safety.
  • Il problema della mancanza di energia nei Paesi in via di sviluppo (Pvs), senza la quale pensare a conservare gli alimenti o mantenere attivo il sistema sanitario è impossibile.
  • Il problema dello sviluppo agricolo nei Pvs con evoluzione dell’agricoltura improntata all’idea di incrementare quantità, qualità e sostenibilità.

Ci preme infine analizzare un ultimo argomento portato dal professor Battiston espresso nel modo seguente:

Per questo motivo è importante comunicare, comunicare molto, comunicare bene. Occorre essere preparati per ribattere agli argomenti capziosi, alle fake news, alle posizioni di parte. Qui il tema si sposta dalla scienza, ad un dibattito di importanza vitale, in cui non si può lasciare il campo a chi provoca, a chi alza la voce, a chi ha una agenda nascosta ed è interessato a fare perdere a tutti tempo e risorse sempre più preziose.

Chi scrive viene dal mondo scientifico ed è abituato a scrivere su riviste scientifiche. Uno di noi peraltro ha moderato un dibattito fra Richard Linzen, Professore Emerito di Scienze dell’Atmosfera all’MIT di Boston e noto “scettico” a livello internazionale e Paul Williams, Professore di Scienze dell’Atmosfera all’Universita’ di Reading, di vedute decisamente opposte. Oltre al reciproco rispetto e stima professionale che i due relatori hanno dimostrato durante tutta la sessione, atteggiamento che dovrebbe essere scontato in un confronto scientifico ma che ultimamente non va troppo di moda specialmente quando si parla di clima, si e’ evidenziato un importante punto di accordo: l’Equilibrium Climate Sensitivity, (ECS, definita come la variazione all’equilibrio della temperatura media globale a causa del raddoppio dell’anidride carbonica in atmosfera), presenta un intervallo di possibili valori  tra 1,5°C e 4,5°C e l’IPCC stesso sottolinea in maniera molto marcata che all’interno di tale intervallo non esiste un valore più probabile. E qui si deve rimarcare che se si Considerano valori prossimi ad 1,5°C cadono in pratica tutti i proclami catastrofisti riguardo al cambiamento climatico mentre se si assume ECS prossima a 4,5°C, risultano insufficienti le misure previste dagli accordi internazionali come quello di Parigi. Eppure su questa incertezza si fondano le policy mondiali. Per inciso si deve ahimè segnalare che il mondo della ricerca, nonostante gli investimenti giganti degli ultimi decenni, non ha fatto passi avanti sostanziali rispetto alle conclusioni del Charney report del 1979, che con i modelli del tempo arrivò a stimare una ECS compresa fra 1.5 e 4.5°C.

Anche per questo troviamo sconcertante che un rappresentante della comunità scientifica veda i propri interlocutori sul tema del cambiamento climatico come portatori di fake news o detentori di agende nascoste: queste sono modalità di lotta politica più che di sano confronto scientifico. Non è possibile ridurre al rango di fake news gli argomenti portati da scienziati come Sergio Pinna, Franco Prodi, Nicola Scafetta, Richard Linzen, Nir Shaviv, John Christy, Henrik Svensmark, Roy Spencer, ecc. Se si propugna una teoria e la si vuole affermare, la strada maestra è quella di discutere con chi in ambito scientifico propone visioni diverse fondate su dati e la sede naturale di tale dibattito sono le riviste scientifiche. E a proposito di riviste non è a nostro avviso corretto affermare che il 97% degli scienziati concordano con la teoria AGW perché ritengono che CO2 sia un gas serra e che le temperature del pianeta sono aumentate dal 1850 ad oggi (Per un approfondimento si veda qui). Si tratta infatti di evidenze indiscutibili e sulle quali concordano sia gli scienziati sopra elencati sia i sottoscrittori della presente. Per questo sarebbe forse il caso di superare la logica della demonizzazione dell’avversario e prendere atto che il pluralismo è un elemento fondante per chi opera in ambito scientifico.

E veniamo al terzo articolo che intendiamo discutere in questa sede e cioè quello del professor Mario Leo dell’Università del Salento che ha per titolo “La lezione mancata – L’attrattore di Lorenz” e riporta fra l’altro la frase oltremodo significativa:

L’effetto farfalla, cui successivamente sarebbe stato dato il nome tecnico di dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali, costituisce allora il meccanismo essenziale per spiegare l’aleatorietà a lungo termine delle previsioni meteorologiche.

A nostro avviso il professor Leo coglie un elemento chiave in relazione al clima in quanto analoghi sistemi di equazioni sono presenti sia nei normali modelli previsionali a medio termine (NWP) utili a prevedere il tempo fra 1-2 settimane sia nei modelli climatici globali (GCM) utilizzati per “prevedere” il clima fra 50 – 100 anni. Il problema è che, procedendo nel tempo, tali modelli tendono a divergere sempre più rispetto alla realtà fino a dare risultati del tutto inattendibili. Si pensi ad esempio al caso delle nubi, strutture meteorologiche di una complessità tale da rendere oltremodo inaccurata la loro previsione eseguita con i GCM. Si tratta di problemi aperti che non si possono a nostro avviso minimizzare dicendo che ormai il dibattito scientifico è “fuori tempo massimo”, anche perché i GCM sono oggi utilizzati dai governi per impostare le proprie politiche in campo ambientale, energetico, agricolo, industriale e sanitario. E chissà se i governi che fanno uso degli output dei GCM sono informati dei problemi di accuratezza dovuti all’effetto farfalla…

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Ricordo di Fred Singer

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 2 comments

Ricordo di Fred Singer

di Ernesto Pedrocchi

Fred Singer è stato per decenni un grande leader nel campo della scienza climatica e mentore di tanti che dubitano che il riscaldamento in atto sia principalmente legato alle emissioni antropiche di CO2.

Singer è mancato Il 6 aprile scorso. Era nato a Vienna nel 1924. Nel 1938, con la famiglia di origine ebraica, aveva abbandonato l’Austria ed era emigrato in Inghilterra e poi negli Usa, dove alla Princeton University aveva conseguito un PhD con uno studio sui raggi cosmici. Singer è stato un pioniere nello studio di fenomeni cosmici e degli strati superiori dell’atmosfera. Specialista nella gestione dei sistemi operativi per la raccolta di dati mediante telerilevamento dell’atmosfera, degli oceani e delle superfici terrestri fu il primo direttore del National Weather Satellite Center (USA).

Dallo studio dei fenomeni atmosferici e dalla gestione dei sistemi di rilevamento satellitari era nata la sua grande competenza nella scienza climatica suffragata dalla convinzione che solo i dati sperimentali e non i modelli teorici fossero la base per risolvere le controversie scientifiche.

Da queste basi nasce il pensiero principe di Singer, costantemente suffragato dai dati sperimentali, che le emissioni antropiche di CO2 allo stato attuale della dinamica atmosferica giochino un ruolo del tutto trascurabile sul clima terrestre. Questa posizione lo mette in contrasto con il pensiero dominante in questo periodo, specie con quello di impronta più ideologica. Nel 1990 istituisce il Science and Environmental Policy Project (SEPP) per promuovere il metodo scientifico come base irrinunciabile per la valutazione dei problemi ambientali e di quelli legati all’energia. Poi organizza una regolare newsletter “The Week That Was” con sintetici commenti e rimandi ai nuovi studi sul problema dei cambiamenti climatici e della politica energetica conseguente, sia pro che contro l’AGW. Infine nel 2007 è copromotore dell’istituzione del NIPCC (Nongovernmental International Panel on Climate Change) che si pone in netta contrapposizione rispetto alla visione supportata da IPCC (International Panel on Climate Change) che le emissioni antropiche di CO2 controllino il clima terrestre. Entrambe queste istituzioni sono tuttora molto attive nel presentare documentazione scientifica sui problemi climatici.

Pubblica centinaia di articoli, tiene molte conferenze in tutto il mondo, lo invitiamo due volte anche al Politecnico di Milano nel 2003 e nel 2008. Pubblica anche diversi libri di base per chi vuole studiare questo problema senza preconcetti ideologici.

Durante tutta la sua vita ha subito duri attacchi da parte degli ambientalisti. La coraggiosa volontà di sfidare l’ortodossia ideologica e le conseguenti strategie politiche lo hanno esposto a gravi attacchi che dal piano scientifico sono spesso passati a quello personale, con odiose accuse di essere finanziato dai petrolieri e dai produttori di tabacco. Quest’ultima accusa era legata al fatto che, pur essendo un non-fumatore e presidente di un’associazione di non fumatori, aveva affermato che l’effetto cancerogeno del fumo passivo non avrebbe potuto essere scientificamente provato. Ha sempre affrontato con grande signorilità questi attacchi, usando confutazioni su rigorosa base scientifica e lasciando cadere polemiche faziose.

Sosteneva che la deriva ideologica-politica della scienza, ben evidente in diversi contesti pro AGW, costituisce un grave pericolo per la democrazia. In tutto il mondo tanti scienziati del clima che paventano la deriva ideologica e sono preoccupati della paura isterica disseminata sul presunto cambiamento climatico causato dall’uomo sono debitori a Singer non solo delle conoscenze scientifiche, ma anche della pazienza, della perseveranza e della signorilità con cui trattava tutti.

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I sonnambuli del coronavirus

Posted by on 04:00 in Ambiente, Attualità | 25 comments

I sonnambuli del coronavirus

Nel marasma dell’info-tainment virale di questi disgraziatissimi giorni, i soliti media non possono ovviamente rinunciare all’enunciazione del Verbo: quello Verde in rito Gretino. Ché le chiese possono benissimo restare chiuse, ma la bibbia del globalismo finanziario deve essere declamata ad ogni ora del giorno e della notte, pena l’enorme rischio che qualcuno si svegli di soprassalto col dubbio che le “catastrofi verdi” del pre-virus fossero solo frescacce utili a drenare il denaro dei contribuenti, e nulla più.

Ad assicurarsi che il lettore continui a dormire il verdissimo sonno dei giusti, ci pensa quindi il Guardian (e chi altri): una università tedesca ha scoperto, cartine geografiche alla mano, che  esiste una correlazione tra l’inquinamento e la quantità di decessi da coronavirus. Il concetto in sè non dovrebbe sorprendere: se vivi 40 anni in Valpadana difficilmente avrai i polmoni di un pastore del Gennargentu, e come tale sarai più suscettibile di patologie polmonari e associati esiti infausti. Correttamente, uno dei ricercatori dell’università in questione ha affermato che la ricerca non può dimostrare un “nesso causale”, quanto semplicemente una “forte correlazione”.

D’altra parte, il solo buon senso basterebbe a suggerire cautela: lo studio in questione ha preso in esame in particolare le emissioni di biossido di azoto che, in quanto sotto-prodotto dei processi di combustione, rappresenta una sorta di indice di urbanizzazione. Se proprio di correlazioni si vuole parlare, quindi, bisognerebbe partire da quella più elementare: le aree industrializzate sono le più densamente popolate, quelle in cui milioni di persone utilizzano ogni giorno gli stessi mezzi pubblici, lavorano in edifici affollati con sistemi di aerazione condizionata, si affollano in locali chiusi nella stagione fredda. Tutte occasioni di contagio che nella provincia scarsamente urbanizzata hanno una rilevanza estremamente più bassa.

Ma poco importa, l’unica cosa che conta è salvare la narrativa:  pur nel vociare scomposto di giornalisti, opinionisti, politici ed espertoni che si parlano addosso e si contraddicono costantemente, l’unica certezza dei media salvamondisti è che il coronavirus è legato all’inquinamento: che si tratti di NO2 o polveri sottili ha poca importanza. Il tutto, mentre le esternazioni di premi nobel che attribuiscono il virus ad una manipolazione in laboratorio non contano nulla, sono “fake news”.

In questo contesto si inserisce perfettamente il recente tweet di Greta, che citando (ovviamente) il Guardian, esulta per il mirabolante programma del comune di Milano che annuncia una mega-limitazione del traffico automobilistico per promuovere l’uso delle biciclette: “in risposta al coronavirus”. Sorvolando sulle prevedibili manifestazioni di giubilo dei commercianti milanesi già annientati economicamente dalle conseguenze del virus, vale forse la pena ricordare che in un contesto pandemico muoversi con la propria autovettura rappresenta la scelta di gran lunga più sicura, rispetto all’utilizzo dei mezzi pubblici (a Milano ogni giorno quasi un milione di persone si assiepava nei vagoni della metropolitana).

Ma guai a minare le certezze granitiche di chi sa tutto, che a svegliare il sonnambulo verde si rischia di fargli male. Anche perché sono tante, le certezze messe in discussione negli ultimi tempi. Per esempio, l’esperienza del lockdown da coronavirus ci ha confermato che tipologie di inquinamento imputate esclusivamente alla maligna influenza umana, possono invece avere una importante componente naturale, come dimostrato dalla persistenza delle polveri sottili anche dopo settimane di quarantena collettiva e addirittura il raggiungimento di picchi record di concentrazione in Valpadana. Circostanza, quest’ultima, giudicata “incredibile” da Repubblica, dove i sonnambuli verdi non si contano.

Se non altro, il coronavirus ha avuto il merito di spostare (temporaneamente, sia chiaro) il dibattito dalle solite clima-scemenze al tema ben più serio dell’inquinamento urbano, mettendo in evidenza contraddizioni già rilevate su queste stesse pagine. Per esempio, se è vero che gli ossidi di azoto sono indubbiamente nocivi all’apparato respiratorio e le motorizzazioni diesel ne producono in quantità maggiore rispetto a quelle a benzina, va anche detto che vale esattamente l’opposto per la CO2, che ai nostri polmoni non nuoce affatto (alle concentrazioni atmosferiche) ed è emessa in quantità inferiori dai modelli diesel rispetto a quelli a benzina. Allora perché si fa la guerra all’uso del diesel in città nel nome della CO2? Ai sonnambuli l’ardua sentenza.

Queste semplici e per certi versi ovvie riflessioni dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che ci sono tante sfaccettature da considerare quando si parla di benessere, salute, inquinamento o qualità della vita della gente. E che prima di occuparsi di presunte quanto irrealistiche catastrofi climatiche, forse sarebbe il caso di guardarci attorno, e fare dei piccoli sforzi per rendere migliore la qualità della nostra vita. A partire dal diritto alla salute e al lavoro.

Ma nessuno si illuda, perché i sonnambuli verdi hanno già deciso: il mondo dei sogni è senza persone, con le biciclette rosse fiammanti parcheggiate lungo le strade deserte di Milano, le saracinesche dei negozi abbassate, i canali di Venezia senza gondole, le chiese chiuse e i fiorellini nelle ciminiere. Ché i soldi crescono sugli alberi, e aspettano solo di essere distribuiti. Restare chiusi in casa per mesi ad abbeverarci dei tweet di Greta & co. “ci apre la mente”. Montagnier invece è un vecchiaccio rintronato, e i virus non sono prodotti di laboratorio o della orrenda gestione sanitaria dei mercati cinesi di animali vivi, ma punizioni mandate da Gaia perché la gente non guida la Tesla. Il problema, semmai, è che “la gente ha una memoria selettiva”, e quindi ora stiamo tutti a parlare del coronavirus, ma non “degli incendi in Australia” o della “nave che un anno e mezzo fa ha attraversato il Polo Nord” (sic).

Se un coronavirus non basterà a cambiare il corso demenziale delle vicende umane all’inizio del 21simo secolo, e a risvegliare la moltitudine di sonnambuli verdi che governano e popolano il Pianeta in questi tempi sventurati, allora c’è da scommettere che lo farà qualcos’altro. Ad un costo collettivo infinitamente maggiore.

 

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Le Previsioni di CM – 27 Aprile / 3 Maggio 2020

Posted by on 07:12 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 27 Aprile / 3 Maggio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Area anticiclonica alle alte latitudini estesa tra Groenlandia, Islanda e Svalbard, a componente mista: termica e dinamica. Aria fresca e instabile scivola lungo il fianco orientale della cellula citata, andando ad alimentare condizioni debolmente depressionarie tra le isole britanniche e la Scandinavia. Una saccatura si protende in direzione dell’Iberia, con risposta dinamica anticiclonica sul Mediterraneo centro-occidentale. Gradiente decisamente lasco su una ampia area del quadrante europeo, in concomitanza con un fisiologico indebolimento del getto (Fig. 1).

I primi giorni della settimana porteranno un cambiamento significativo del quadro sinottico, con una rinnovata azione del getto in uscita dal Canada, favorito dall’azione di una cellula anticiclonica che dal Labrador si protenderà a più riprese in direzione dell’Atlantico settentrionale. Questo favorirà il ripristinarsi di condizioni depressionarie alle medie latitutidini con vortici in successione che interesseranno l’Europa centrale con parziale coinvolgimento dell’Italia.

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Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì  generali condizioni di bel tempo con aumento della nuvolosità dalla tarda mattinata su Alpi e rilievi appenninici con associati rovesci e temporali sparsi, più organizzati e probabili sull’arco alpino e sulle isole maggiori.

Temperature stazionarie. Venti deboli.

Martedì  condizioni di tempo instabile al Nord con piogge, rovesci e temporali diffusi. Al Centro, rovesci e temporali interesseranno in particolare le zone interne e appenniniche, con minore prevalenza dei fenomeni sulle coste tirreniche, ad eccezione dell’Alta Toscana dove prevarranno condizioni di spiccata instabilità. Al Meridione qualche rovescio sparso dal pomeriggio su Campania e Sicilia occidentale, cieli parzialmente nuvolosi sul resto del Sud in assenza di precipitazioni sui versanti ionici.

Temperature stazionarie. Ventilazione vivace di libeccio sui versanti tirrenici e di scirocco su Ionio e basso Adriatico.

Mercoledì migliora al Centro e al Sud con ampie schiarite. Ancora instabilità al Nord con rovesci e temporali in particolare nelle ore più calde della giornata.

Temperature stazionarie. Ventilazione vivace di ponente sui bacini occidentali.

Giovedì ancora instabilità al Meridione ma con fenomeni in attenuazione nel corso della giornata e tendenza a schiarite via via più ampie. Stabile e soleggiato sulle restanti regioni.

Temperature stazionarie. Ventilazione vivace di ponente sui bacini occidentali.

Venerdì qualche residuo fenomeno di instabilità sulle Alpi, bel tempo sul resto del Paese.

Temperature stazionarie. Sempre venti tesi di ponente sui bacini occidentali.

Sabato e Domenica: generali condizioni di tempo stabile e soleggiato.

Temperature in aumento. Ventilazione di ponente in graduale attenuazione.

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Asfaltati

Posted by on 13:33 in Ambiente, Attualità | 6 comments

Asfaltati

Seppelliti, oscurati, nascosti; neanche sotto il tappeto, proprio sotto una coltre d’asfalto. Gli ambientalisti de noantri e tutta la folta schiera di furbastri che hanno praticato il green washing negli ultimi anni, sono stati asfaltati. Da un ambientalista, neanche troppo simpatico.

Un’ora e quaranta minuti di documentario in cui Michael Moore Jeff Gibbs mettono alla gogna il movimento ambientalista, dai leader ai finanziatori, in qualche caso anche intervistati direttamente e in evidente imbarazzo o incapacità di giustificare le proprie scelte. Con una verità su tutte, nella green energy non c’è niente di green, se non il fatto che ha lo stesso colore dei dollari. Fiumi di dollari (e di Euro), che scorrono non per salvare il pianeta ma per finirlo, letteralmente.

Ce n’è per tutti, da Bill Mc Kibben, fondatore e leader di 350.org, a Al Gore, a Richard Branson, ai fratelli Koch, giusto per citarne qualcuno. Con una sola pecca, quella di essere in inglese e dubito che sarà doppiato in italiano tanto presto… Ma su youtube ci sono i sottotitoli, quindi sotto, buona visione.

 

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