Climate Lab – Bibliografia Generale

  • Alpert P., Ben-gai T., Baharad A., Benjamini Y., Yekutieli D., Colacino M., Diodato L., Ramis C., Homar V., Romero R., Michaelides S., Manes A., 2002. The paradoxical increase of Mediterranean extreme daily rainfall in spite of decrease in total values, Geophys. Res. Lett., 29, 1536, doi:10.1029/2001GL013554.
  • Antonioli F., e Silenzi S., (2007). Variazioni relative del livello del mare e vulnerabilità delle pianure costiere italiane. Quaderni della Società Geologica Italiana, 2, 29 pp.
  • Araus et al., 2003. Productivity in prehistoric agriculture: physiological models for the quantification of cereal yields as an alternative to traditional Approaches, Journal of Archaeological Science 30, 681–693
  • Crescenti U., Mariani L., 2010. È mutato il clima delle Alpi in epoca storica? L’eredità scientifica di Umberto Monterin. GEOITALIA, vol. 1, p. 22-27, ISSN: 1724-4285
  • Dai A.,  Lamb P.J., Trenberth K.E., Hulme M., Jones P.D., Xie P, 2004. Comment – the recent sahel drought is real. Int. J. Climatol. 24: 1323–1331
  • FAO, 2014. State of the World Fisheries and Aquaculture 2010 Fisheries and Aquaculture Department, Rome. ISBN 978-92-5-106675-1
  • Fatichi S., Caporali E., 2009. A comprehensive analysis of changes in precipitation regime in Tuscany, International Journal of Climatology, Volume 29, Issue 13, 1883–1893.
  • Fyfe C.J., Gillet N.P., Zwiers F.W., 2013. Overestimated global warming over the past 20 years, Nature Climate Change 3, 767–769(2013), doi:10.1038/nclimate1972
  • Gasparrini A. et al., 2015. Mortality risk attributable to high and low ambient temperature: a multicountry observational study, The lancet, vol. 386, July 25, 2015.
  • Georgiou et al., 2015. pH homeostasis during coral calcification in a free ocean CO2 enrichment (FOCE) experiment, Heron Island reef flat, Great Barrier Reef (http://www.pnas.org/content/112/43/13219.full.pdf)
  • Goehring B.M., Schaefer J.M.,  Schluechter C., Lifton N.A., Finkel R.C., Timothy Jull A.J., Akçar N., Alley R.B., 2011. The Rhone Glacier was smaller than today for most of the Holocene, Geology, July 2011; v. 39; no. 7, 679–682.
  • Healy J.D., 2003. Excess winter mortality in Europe: a cross country analysis identifying key risk factors, J Epidemiol Community Health, 2003;57:784–789
  • Helldén U. and Tottrup C., 2008. Regional desertification: A global synthesis. Global and Planetary Change 64 (2008) 169–176
  • Herrmann S.M., Anyambab A., Tucker C.J.,  2005. Recent trends in vegetation dynamics in the African Sahel and their relationship to climate, Global Environmental Change, Volume 15, Issue 4, December 2005, Pages 394-404
  • Hormes A., Müller B.U., Schlüchter C., 2001. The Alps with little ice – evidence for eight Holocene phases of reduced glacier extent in the Central Swiss Alps, The Holocene 11,3, 255–265.
  • Knudsen M.F. Seidenkrantz M. Jacobsen B.H. Kuijpers A. 2011 Tracking the Atlantic Multidecadal Oscillation through the last 8,000 years, Nature Communications, 2, 178
  • Labbé T., Gaveau F., 2013. Les dates de vendange à Beaune (1371-2010). Analyse et données d’une nouvelle série vendémiologique, Revue historique, n° 666, 2013/2, p. 333-367.
  • Lindzen R.S., M-D. Chou, e A.Y. Hou, 2001. Does the Earth have an adaptive infrared iris. BAMS, March, 417-432.
  • Mariani L., 2015 Le Ondate di Caldo – Alcuni Dati per Milano, Climate Monitor, (http://www.climatemonitor.it/?p=38481)
  • Mariani L, Parisi S, 2013. Extreme rainfalls in the Mediterranean area, in Storminess and enironmental changes: climate forcing and responses in mediterranean region. Diodato and Bellocchi (Eds.), Springer.
  • Mariani L.,  Parisi S.G., Cola G.,  Failla A., 2012.  Climate  change  in  Europe  and  effects  on  thermal  resources  for  crops.  INTERNATIONAL  JOURNAL  OF  BIOMETEOROLOGY, ISSN: 0020-7128, doi: 10.1007/s00484-012-0528-8
  • Maue R.N., 2011. Recent historically low global tropical cyclone activity, GEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS, VOL. 38, L14803, doi:10.1029/2011GL047711, 2011
  • Mauritzen T., Stevens B., 2015. Missing iris effect as a possible cause of muted hydrological change and high climate sensitivity in models, Nature Geoscience, 8, 346–351 (2015).
  • Mc Carthy G.D., Haigh I.D., Hirschi J.J.M., Grsit J.P., Smeed D.A., 2015. Ocean impact on decadal Atlantic climate variability revealed by sea-level observations): Nature, 521, 508Ð510, 10.1038/nature14491.
  • McGregor etal 2015 Radiostratigraphy and age structure of the Greenland Ice Sheet, Journal of geophysical research, Earth surface, Volume 120, Issue 2, pages 212–241, February 2015
  • Newmann, 1992. Climatic conditions in the Alps in the years about the year of Hannibal’s crossing (218 BC), Climatic Change, October 1992, Volume 22, Issue 2, pp 139-150
  • NOAA, 2015, Trends in Atmospheric Carbon Dioxide (http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/ – sito web visitato l’8 dicembre 2015).
  • Pielke R. A., Jr., 2008. Climate predictions and observations, Nature Geoscience, n.1, april 2008, 206
  • Pielke R. A., Jr., 2013. Global Temperature Trends and the IPCC, http://rogerpielkejr.blogspot.it/2013/09/global-temperature-trends-and-ipcc.html – sito web visitato il 10 gennaio 2016
  • Pinna S., 2014. la falsa teoria del clima impazzito, Felici editore, 160 pp.
  • Sage, R.F., 1995. Was low atmospheric CO2 during the Pleistocene a limiting factor for the origin of agriculture? Global Change Biol. 1,93–106
  • Sage R.F., Coleman J.R., 2001. Effects of low atmospheric CO2 on plants: more than a thing of the past, TRENDS in Plant Science Vol.6 No.1 January 2001.
  • Screen J.A.Simmonds I., 2014. Amplified mid-latitude planetary waves favour particular regional weather extremes, Nature Climate Change, 4, 704–709.
  • Sitch, S., et al. 2015. “Recent trends and drivers of regional sources and sinks of carbon dioxide.”  Biogeosciences 12:653–679. http://www.biogeosciences.net/12/653/2015/
  • Westra S., Alexander L.V., Zwiers F.W., 2013. Global Increasing Trends in Annual Maximum Daily Precipitation. J. Climate, 26, 3904–3918.
  • Wirth S.B., Glur L., Gilli A., Anselmetti F.S., 2013. Holocene flood frequency across the Central Alps – solar forcing and evidence for variations in North Atlantic atmospheric circulation, Quaternary sciecne reviews, 80(2013), 112-128.
  • Ziskin S., Shaviv N.J., 2012. Quantifying the role of solar radaitive forcing over the 20th century, Advances in space research, 50 (2012), 762-776.
  • Zwally H.J. etal, 2015. Mass gains of the Antarctic ice sheet exceed losses, Journal of Glaciology, International Glaciological Society http://www.ingentaconnect.com/content/igsoc/jog/pre-prints/content-ings_jog_15j071)

Il giorno di #Florence

Posted by on 07:20 in Attualità, Meteorologia | 12 comments

Il giorno di #Florence

Per gli amici di CM questa sarà una novità o, meglio, uno strappo alla regola. Facciamo un po’ di cronaca meteorologica, lusso che ci possiamo permettere vista la distanza – un oceano intero – che ci separa dagli eventi e l’importanza degli stessi.

La stagione degli uragani in Atlantico, iniziata il 1 giugno e prevista come piuttosto attiva (in media o sopra media) dalla NOAA, aveva sin qui presentato dei tratti decisamente contro tendenza, con lo shear sostenuto e l’Atlantico orientale un po’ più fresco del solito, i disturbi in uscita dal Nord Africa, per di più limitati dalla circolazione emisferica che ci ha regalato un’estate abbastanza piovosa, erano deboli e malamente organizzati. Poi, improvvisamente, è come se qualcuno avesse acceso la luce. L’anticiclone delle Azzorre ha spinto verso l’Europa e le sue correnti orientali verso i tropici hanno rimesso in moto la macchina della produzione delle onde atmosferiche in viaggio da est a ovest sull’oceano.

Risultato? Ora ci sono ben 5 zone attive in Atlantico, due Uragani, due Tempeste Tropicali e un disturbo (quest’ultimo nel Golfo del Messico). Tra tutti questi soggetti, il più minaccioso è appunto l’uragano Florence. Anzi, purtroppo non è una minaccia ma una realtà (immagini a seguire fonte NHC NOAA).

Come è logico che sia, già da molti giorni si sta seguendo l’evoluzione dell’uragano Florence, che nelle ultime 24 ore ha però scompaginato non poco le carte. Da una traiettoria quasi rettilinea che sembrava portarlo ad un landfall questa sera sulle coste dello stato della Carolina con la spaventosa intesità 4-5 della scala Saffir Simpson, è passato attraverso una rapida attenuazione (1-2 della stessa scala) con una traiettoria che dovrebbe piegare a sud-ovest subito dopo aver toccato terra questa sera. Davanti a Florence, però, ci sono ancora diverse decine di miglia di mare più caldo di quello in cui l’uragano si è sviluppato, perché davanti a quelle coste scorre la Corrente del Golfo, quindi una nuova intensificazione è altamente probabile.

Tuttavia, la situazione è ancora estremamente pericolosa, come si vede dalla mappa la zona per la quale è in essere un warning per condizioni da uragano è molto vasta. Inoltre, la morfologia del territorio immediatamente dietro la costa, è tale da rendere possibili accumuli di precipitazione decisamente più abbondanti di quelli previsti dai modelli, che sono già di per se eccezionali. Ci sono tutti i presupposti perché questo landfall sia qualcosa in grado restare nei libri di storia ma, appunto per questo, un’occhiata alla storia non guasta.

Per esempio, qui sotto un paper che analizza il trend delle precipitazioni derivate dagli uragani:

Qui ancora, un altro con un’immagine davvero significativa: la storia recente è stata clemente, piaccia o no un ritorno alla normalità cioè ad eventi ben più frequenti e intensi di quelli degli ultimi anni è nelle cose e, visto che si tratta di storia, non può certo avere a che fare con l’AGW e i suoi derivati, cui appena inizierà a piovere davvero in motli si affretteranno ad attribuire la forza di Florence.

Insomma, arrivo previsto in serata. Stay Tuned.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Pianeta freddo per natura

Posted by on 06:00 in Attualità | 19 comments

Un Pianeta freddo per natura

In tempi in cui non si fa altro che parlare di riscaldamento del pianeta, certamente in atto alla dovuta scala temporale, associare l’aggettivo “freddo” al nostro pianeta potrà sembrare strano. Eppure è così. Smettendo per un attimo gli occhiali con le lenti al Global Warming e abbracciando con lo sguardo una scala temporale molto più ampia dei pochi decenni cui possono essere riferite le attività antropiche, scopriamo che l’attitudine di questo pianeta, almeno negli ultimi 800.000 anni è il freddo, le glaciazioni, occasionalmente e ciclicamente interrotto da condizioni più calde, gli interglaciali.

Come molti di quelli che si occupano di clima sanno, la teoria che meglio spiega l’alternarsi delle fasi glaciali e interglaciali, è quella dei cicli di Milankovic, essenzialmente basata su fattori orbitali e sulle variazioni di energia ricevuta dal Pianeta al variare degli stessi. Una teoria che però difetta di spiegare quale sia la catena causale che porta alla transizione dalla glaciazione agli interglaciali. Su questo sussistono numerose diverse interpretazioni, sebbene nessuna di queste abbia mai prevalso in termini di robustezza scientifica.

Appena un paio di giorni fa è uscito un guest post molto interessante sul blog di Judith Curry, scritto che ha girato anche su twitter con un commento intrigante:

La risposta, ovviamente, è perché no?

In sostanza, in questo post e nel materiale in esso contenuto, si fornisce una possibile spiegazione per l’insorgere di fasi interglaciali che chiama in causa le polveri o, meglio le variazioni dell’albedo dovute alle condizioni di desertificazione fredda cui va incontro il pianeta nelle fasi glaciali che, per inciso, non sono mai o quasi mai state caratterizzate dalla presenza di ghiaccio su tutto il globo, anzi. L’aumento della radiazione solare incidente che Milankovic chiama in causa, infatti, non è sempre coincidente con l’innesco di un interglaciale, per cui è assolutamente necessario quello che in questo post si definisce il “fattore X” ovvero un trigger che metta in moto il meccanismo di deglaciazione, liberi quindi vapore acqueo e CO2, restituisca condizioni ambientali migliori alla biosfera e conduca così alla fase calda.

E’ una lettura davvero interessante, oltre che decisamente semplice che vi consigglio vivamente.

Buona giornata.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Impulsi di raggi cosmici del 773 e 994 dC visti globalmente dagli anelli di accrescimento

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 8 comments

Impulsi di raggi cosmici del 773 e 994 dC visti globalmente dagli anelli di accrescimento

È uscito recentemente su Nature Communications un articolo che mostra come gli anelli di accrescimento di alberi distribuiti in tutto il mondo presentino in modo sincronizzato la presenza di 14C durante gli eventi del 775 e del 994 dC. Questi eventi sono stati flussi di raggi cosmici della cui presenza il 10Be e il 14C sono prodotti derivati, insieme al 36Cl.

I 67 autori dell’articolo sono tra i principali studiosi mondiali di dendrologia e tra loro, almeno per quanto ne so, spiccano i nomi di Ulf Büntgen (primo firmatario), Rossane D’Arrigo, Jan Esper, Fusa Miyake -che già nel 2012 aveva descritto l’evento del 775 e nel 2013, nella tesi di dottorato, aveva ricostruito l’intensità dei raggi cosmici dagli anelli di accrescimento- Kurt Nicolussi, Rob Wilson che, in altra occasione, ho contattato personalmente (v. qui su CM) e di cui appprezzo la serietà. Scrivono gli autori che, con l’aiuto della sincronizzazione globale degli eventi del 775 e del 994 la datazione dell’accrescimento a passo annuale può ora essere calibrata con maggiore sicurezza, fornendo alla paleoclimatologia uno strumento importante e accurato. In particolare, nell’articolo si usano i cambiamenti improvvisi del 14C per supportare la calibrazione.

Dal basso della mia ignoranza sui dettagli delle procedure di calibrazione io continuo a credere che le incertezze e le correzioni da apportare per legare la temperatura all’accrescimento degli anelli siano troppe per poter fornire profili di temperatura confrontabili con i dati annuali delle temperature strumentali ma ritengo che un aumento della precisione almeno temporale sia importante.

Nella figura 1 dell’articolo -che riproduco di seguito- viene mostrato come gli eventi 775 e 994 dC siano stati registrati negli anelli di accrescimento (tree rings) di tutto il mondo (per la verità l’evento 994 dC è presente per l’emisfero sud solo in un sito cileno e in uno neozelandese ma penso che queste misure siano sufficienti per un’indicazione di carattere “globale”).

Avevo trattato l’argomento della coincidenza dei due eventi medievali in varie serie di prossimità (proxy) in un articolo del 2015 su CM (v. in particolare le figure 3 e 5 che riporto in basso come figure 2 e 3). Cercavo allora la coincidenza tra le misure dell’evento e le misure a Fuji Dome (la base antartica giapponese per il 775, oppure rispetto alla fig.8-1 della tesi di PhD di Miyake per il 994) notando una cattiva coincidenza con i tree ring della penisola di Yamal (Siberia) e una buona coincidenza con gli altri proxy (3 tree ring, GRIP δ18O, Page2k) per l’evento 775. L’evento 994 era caratterizzato da coincidenze presenti, ma meno chiare. Nello stesso articolo presentavo evidenze storiche degli eventi, tratte dagli annali medievali.

Fig.2. Confronto tra i proxy e i valori (indicati come fuji-5yrs) a passo quasi annuale ottenuti dagli autori. La riga verticale verde indica l’anno 775.

Fig.3: Confronto tra i proxy e l’evento del 994 d.C. nell’intervallo temporale 950-1050. La riga verde segna l’anno 994.

Dal confronto appare che alcuni proxy, ad esempio yamal e ak096, hanno registrato anche questo evento mentre per altri la situazione è più incerta. D’altra parte questo evento è meno potente di quello del 775 dC.

In conclusione, gli eventi del 775 e del 994 dC sembrano aver influenzato diversi dati di prossimità tra cui gli anelli di accrescimento degli alberi. Nell’articolo che ha dato origine a questo post le coincidenze presenti nei tree ring sono utilizzate per fornire alla paleoclimatologia cronologie annuali o quasi annuali più attendibili.
Di questo articolo si parla anche su Repubblica qui.

Bibliografia

  • Buntgen et al.(66), 2018.Tree rings reveal globally coherent signature of cosmogenic radiocarbon events in 774 and 993 CENature Communicationsdoi:10.1038/s41467-018-06036-0
  • Miyake, 2013. PHD Thesis: Reconstruction of cosmic-ray intensity in the past from measurements of radiocarbon in tree rings Nagoya University
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le Previsioni di CM – 7/13 Settembre 2018

Posted by on 23:59 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 7/13 Settembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

————————————————————–

Situazione sinottica

L’accelerazione del getto in uscita dal Labrador ha favorito il tilting dell’anticiclone atlantico, e la sua distensione in direzione dell’Europa occidentale. Al suolo l’anticiclone atlantico è in fase con la cellula russa, quest’ultima in progressivo indebolimento in quota per la citata azione del getto. Una blanda area di divergenza dal flusso principale si estende dal Marocco all’Italia settentrionale, con nuvolosità e fenomenologia in risalita dal Marocco in direzione delle Baleari per l’azione del getto subtropicale. Da segnalare il freddo in ulteriore intensificazione sull’arcipelago artico canadese, associato a nevicate diffuse e in presenza di passaggi a nord-ovest ancora chiusi (Fig.1).

Nel corso della settimana l’evoluzione sinottica sarà caratterizzata dall’avanzamento del sistema depressionario atlantico che sotto la spinta incessante del getto polare travolgerà la resistenza della cellula russa. Nel corso di questa azione l’area di divergenza citata evolverà in minimo chiuso in prossimità della penisola iberica, favorendo il rafforzamento del geopotenziale sul Mediterraneo centrale. Sul finire della settimana, il minimo chiuso verrà poi riagganciato dalla circolazione principale, portando un peggioramento del tempo sulle regioni settentrionali e una diminuzione generalizzata del campo di massa sull’Italia (Fig.2).

Siamo attesi da una settimana caratterizzata da temperature al di sopra della media del periodo: l’estate pare voler mostrare il suo volto più stabile e soleggiato proprio in chiusura di stagione. Non si tratta di “clima impazzito”, come piace dire ai soliti media. Al contrario, si dovrebbe parlare di clima “normalizzato”, per la riorganizzazione delle figure sinottiche sul quadrante europeo conseguente al fisiologico rafforzamento del getto: scompaiono (per adesso) gli anticicloni alle alte latitudini e lasciano il passo al flusso principale, mentre il secondario avvolge le latitudini più basse in un finale estivo che sarà sicuramente apprezzato dai fortunati che hanno scelto questo periodo per andare in ferie.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con l’eccezione dell’arco alpino soggetto a debole fenomenologia da instabilità, e della Sardegna nord-occidentale esposta marginalmente all’influenza della blanda circolazione depressionaria su Mediterraneo occidentale.

Temperature stazionarie, venti deboli con qualche rinforzo di maestrale sul basso Adriatico.

Martedì e Mercoledì condizioni di stabilità su tutto il Paese, con incremento della nuvolosità sull’arco alpino occidentale nella giornata di Mercoledì, associato a fenomenologia da instabilità pomeridiana.

Temperature in aumento, venti deboli.

Mercoledì generalmente sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni, salvo deboli manifestazioni di instabilità pomeridiana sulle Alpi. Cieli nuvolosi in mattinata sulla Sicilia per nubi prevalentemente stratificate in concomitanza con l’invasione calda in quota, associata a sporadiche precipitazioni e in miglioramento col passare delle ore.

Temperature in ulteriore lieve aumento, caldo sulla Sicilia. Venti di maestrale prevalentemente deboli con qualche rinforzo in Adriatico. Debole richiamo sciroccale sulla Sicilia.

Giovedì incremento dell’instabilità sull’arco alpino con possibili sconfinamenti serali in Valpadana. Nuvolosità irregolare associata a precipitazioni anche sulla Sardegna settentrionale. Generalmente parzialmente nuvoloso sulle rimanenti regioni.

Temperature in lieve diminuzione nei valori massimi, venti deboli.

Venerdì incremento ulteriore dell’instabilità con fenomenologia diffusa sulle Alpi e sull’Appennino centrale, più sparsa su quello meridionale. Qualche rovescio anche sulla Toscana settentrionale. Schiarite più ampie sulle regioni costiere centro-meridionali.

Temperature stazionarie o in lieve diminuzione nei valori massimi, venti deboli.

Sabato e Domenica: generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con l’eccezione di un possibile aumento della nuvolosità a partire dalle regioni nord-occidentali nella giornata di domenica, con associate precipitazioni. Temperature in aumento al Centro-Sud, venti deboli.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il Clima? Nature la butta in politica, la BBC la butta in caciara

Posted by on 12:44 in Attualità | 7 comments

Il Clima? Nature la butta in politica, la BBC la butta in caciara

Il mondo dei media, si sa, non se la passa proprio bene, almeno per quel che riguarda quelli tradizionali. E così, in materia di clima, invece di scegliere la strada della specializzazione dei contenuti, battendosi per mettere a disposizione degli utenti un’informazione che metta gli utenti in grado di capire, alcuni, molti, hanno tragicamente deciso che sia meglio scegliere da che parte stare e mantener salda la posizione, anche se questo va in deroga al ruolo che hanno sempre aspirato ad avere.

E’ il caso di due autentici pilastri della comunicazione, Nature e la BBC, passati rispettivamente dalla scienza alla politica il primo e dalla libertà di pensiero all’omologazione il secondo.

Mi capita ieri tra le mani un’editoriale uscito proprio su Nature:

Global warming tops the agenda as climate brings down a third Australian prime minister

Letto? Bene. Che siate d’accordo o no, perché si deve leggere un editoriale di chiaro stampo politico su una rivista scientifica?

Ma c’è di peggio. Un tweet circolato ieri:

Lasciamo il beneficio del dubbio, potrebbe non essere autentico. Quindi, dato che su twitter se ne è parlato parecchio, se qualcuno fosse a conoscenza di smentite ne prenderei volentieri atto.

Se però fosse vero, tralasciando l’insopportabile utilizzo del termine “negazionista”, nei fatti, la linea editoriale della BBC sul clima è di non concedere spazio al contraddittorio. Non ce n’è bisogno, dicono, la questione è talmente solida che sarebbe come mettere in discussione il risultato acquisito di una partita di calcio.

Davvero? Dal momento che il riferimento è l’IPCC, forse allora non si sono accorti di aver scritto che c’è un elevato livello di confidenza scientifica sull’aumento degli eventi estremi. Bene, secondo l’IPCC, su eventi come alluvioni, tornado, uragani etc, la confidenza scientifica sui trend è bassa o del tutto assente. Forse un po’ di contraddittorio non guasterebbe, ma questo forse rovinerebbe l’agenda a qualcuno.

Buona fine settimana.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Bisogna saper perdere(r)

Posted by on 06:01 in Attualità | 5 comments

Bisogna saper perdere(r)

Roger Federer è stato eliminato prematuramente dall’US Open per mano di un quasi-carneade tennista australiano, tale John Millman, numero 55 nel ranking mondiale. La notizia in sè non sarebbe sconvolgente, se si considera che il campionissimo svizzero ha 37 primavere alle spalle, e alla sua età tutti i più grandi del passato avevano appeso da tempo la racchetta al chiodo e al più si dilettavano nel circuito seniores.

Il bello, se così si può dire, è venuto a fine partita quando Roger ha imputato al caldo eccessivo la sua sconfitta: “mi mancava l’aria, non circolava proprio”. Spingendosi addirittura a ipotizzare che il passaporto australiano possa avere aiutato l’avversario: “può essere stato avvantaggiato dal fatto che è nato in uno dei posti più umidi della Terra”.

Il piccolo difetto di sportività nella sconfitta si può ben perdonare ad un campionissimo che ha regalato quasi 20 anni di tennis sublime agli appassionati: se vinci sempre è difficile allenarti nella nobile arte del saper perdere. Ancor più difficile è ammettere di essere a fine carriera quando hai appena firmato un contratto di sponsorizzazione da 300 milioni di dollari della durata di 10 anni.

Ma tant’è, quando le cose non girano proprio al meglio si può sempre contare su un alibi universale che va bene per qualsiasi cosa in qualsiasi momento: il Global Warming. A ventilare il sospetto che Federer sia stato sconfitto dal riscaldamento globale è il New York Times (!) che in un mirabile articolo descrive la notte della sconfitta di Federer in toni climatici a dir poco apocalittici, sul solito leit motive del “moriremo tutti arrostiti”. Come a dire: oggi tocca a Federer, domani magari a te che sei pure sovrappeso e il massimo sport che fai è il sollevamento dal divano o il tiro della catena del WC.

Amarcord

Nel piccolissimo della mia datata passione per il tennis non ricordo l’US Open come un torneo climaticamente facile: conservo immagini di tennisti stremati, zuppi come anguille, con facce stravolte. Ho ancora negli occhi l’immagine di un Brad Gilbert che si trascina per il campo con gli occhi sbarrati in un quinto set contro l’israeliano Mansdorf. Gilbert perse l’incontro, ricordo il grande Gianni Clerici infierire sul perdente col suo solito humour paragonandolo ad una “cernia arpionata”, per via del suo faccione corrucciato e sofferente. Aveva 29 anni Gilbert, non 37, ed era un pessimo perdente. Ma non imputò la sconfitta alla familiarità del suo avversario col deserto del Negev. E nel 1990 il Global Warming non andava certo di moda come adesso.

Ma a pensarci bene… Mi sono sempre chiesto come fosse possibile che a 36 anni Federer corresse e tirasse meglio che a 30. Stai a vedere che ha ragione il New York Times, e la longevità del campione svizzero è dovuta ad un clima che si riscalda meno del previsto: siamo pur sempre in regime di hiatus, no? Poi quando la hockey stick di Mann farà finalmente il suo dovere e a New York ci saranno 150 gradi di temperatura percepita, a vincere saranno solo africani e australiani. Infine, i rettiliani.

Tutto torna, come sempre. Lunga vita al Global Warming.

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 8 comments

Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Le nuove dame di carità

Ragionando dei livelli atmosferici di CO2 per il 2050 è previsto che raggiungeremo le 550 ppmv. Se dal punto di vista dell’atmosfera sarebbe preferibile che questo surplus non vi fosse perché CO2 è comunque un gas serra con indubitabili effetti sul clima, constato con preoccupazione la crescita esponenziale di una corrente di pensiero che tende a mostrare che anche in agricoltura gli accresciuti livelli di CO2 saranno deleteri e ciò nonostante l‘effetto di concimazione carbonica presenti il non trascurabile vantaggio di incrementare le rese potenziali di tutte le colture.

In tale corrente si colloca l’articolo di Smith and Meyers (2018) uscito il 27 agosto su Nature Climate Change di cui ho letto un resoconto qui (https://www.europeanscientist.com/en/agriculture/higher-atmospheric-co2-levels-are-leading-to-less-nutritious-crops/). In esso si dimostra che livelli elevati di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera stanno influenzando in modo negativo il contenuto di nutrienti delle colture di base, come riso, grano e mais, in ben 151 paesi con particolare riferimento al tenore in ferro, zinco e proteine. Questo è ritenuto dagli autori di particolare importanza poiché si prevede che le concentrazioni di CO2 raggiungeranno 550 ppm entro il 2050 con un impatto rilevante sulla salute umana a causa della riduzione del valore nutrizionale delle principali colture. Secondo l’articolo i livelli elevati di CO2 potrebbero potenzialmente causare ulteriori 175 milioni di persone con carenza di zinco e ulteriori 122 milioni di persone con carenza proteica. Lo studio suggerisce anche che le popolazioni che saranno maggiormente colpite in futuro saranno l’India, seguita dall’Asia meridionale, dal Sud-Est asiatico, dall’Africa e dal Medio Oriente.

Peraltro l’articolo è stato ovviamente ripreso dal Corriere della sera, che sempre più nella mia memoria si sovrappone alle “dame di carità” di cui parlava Giovani Guareschi in un noto raccolto di Don Camillo, le quali per risolvere un problema (la salute di Don Camillo messa a repentaglio da uno sciopero della fame) ne causavano uno peggiore (una terribile indigestione).

Avremo più cibo e dipenderà da noi il fatto che sia più o meno nutriente

Ritengo anzitutto necessario segnalare che applicando il modello di Goundrian e val Laar (Penning de Vries et al., 1989) il passaggio dalle 400 ppmv attuali alle 550 previste per il 2050 porterà ad incrementi produttivi potenziali del 23% rispetto ad oggi per le specie coltivate C3 (riso, frumento, soia, ecc.) e del 13% per le specie C4 (mais, sorgo, canna da zucchero, ecc.). A tale incremento, che non è per nulla trascurabile e che oggi viene nella maggior parte dei casi colpevolmente omesso da chi disquisisce di tali questioni, si associano i problemi legati alle carenze di ferro, zinco ed alla riduzione del tenore proteico.
Ma tali problemi, che già oggi costituiscono un elemento con cui gli agricoltori di tutto il mondo si confrontano, vengono già oggi risolti grazie alla tecnologia, il che dovrebbe auspicabilmente verificarsi anche in futuro.

Più in particolare il problema della carenza di zinco presente in moltissimi suoli a livello mondiale (figura 1) viene affrontato in modo efficace con concimazioni adeguate descritte ad esempio qui: https://www.zinc.org/crops/. Lo stesso dicasi per la carenza di ferro che è spesso dovuta al pH dei suoli e che si affronta correggendo la reazione dei suoli ovvero fornendo ferro alle piante in forma assimilabile. Peraltro voglio ricordare che per alcune colture come ad esempio il pomodoro la carenza di ferro dovrebbe essere attenuata proprio grazie dalla crescita dei livelli atmosferici di CO2 (Chong Wei Jin et al., 2009).
Circa poi la riduzione del tenore in proteine, la bibliografia attuale pone in luce il fatto che al crescere di CO2 si registra:

  • un aumento del tenore proteico nelle specie C3 leguminose, le quali assumono direttamente l’azoto dall’atmosfera grazie ai batteri presenti nei loro tubercoli radicali (Rogers et al., 2009).
  • una riduzione del tenore proteico nelle specie C3 non-leguminose quali frumento, orzo, patata e riso, le quali attingono l’azoto dal terreno, prevalentemente in forma di nitrato.
  • un aumento del tenore proteico nelle specie C4 come mais, sorgo, canna da zucchero le quali attingono anch’esse l’azoto dal terreno, prevalentemente in forma di nitrato.

In sostanza dunque la risposta delle colture all’aumento dei livelli di CO2 atmosferici è tutt’altro che univoca. Ciò detto per superare il problema della riduzione del tenore proteico, nel caso specifico del frumento sussistono almeno 4 strategie:

  1. Miglioramento genetico mirato a frumenti più efficienti in termini di accumulo di proteine nella granella. In tal senso la strada non pare facilissima ma le biotecnologie in questo settore stanno facendo passi da gigante, specie in paesi meno oscurantisti del nostro.
  2. Concimazioni fogliari con urea in soluzione acquosa, la quale viene assorbita con estrema facilità dalle piante e viene trasformata in ammonio che è la fonte alternativa allo ione nitrico per il processo di sintesi delle proteine. Su questo tema la bibliografia è vasta e cito unicamente un lavoro pakistano (Khan et al., 2009).
  3. Sistemi colturali in cui si privilegino le leguminose da granella le quali, come abbiamo visto, beneficeranno della crescita di CO2 aumentando ulteriormente non solo la loro produzione ma anche il loro già elevatissimo tenore proteico. Si tratta di una soluzione antica quanto l’agricoltura in quanto i primi agricoltori del medio oriente domesticarono frumento e orzo da un lato e le leguminose da granella dall’altro (pisello, fava, veccia, cece, lenticchia), consentendo con ciò l’affermarsi di diete a base di leguminose e cereali che risolvevano in modo inconscio un fondamentale problema dietetico e cioè quello per cui le proteine delle leguminose da granella sono ricche in lisina (di cui è invece povera la granella dei cereali) ma allo stesso tempo sono povere in amminoacidi solforati (cistina e metionina) di cui è invece ricca la granella dei cereali (e qui è bene ricordare la carne dei poveri non è costituita da soli fagioli ma da pasta e fagioli).
  4. Sistemi colturali in cui si privilegino i cereali C4, un po’ come fecero i nostri progenitori che nel XVI secolo riconvertirono in modo massiccio le loro colture di sussistenza dai cereali del vecchio mondo al mais. In particolare il mais è specie che pur beneficiando meno delle C3 dell’aumentato livello di CO2 atmosferica presenta già oggi una produttività sensibilmente superiore rispetto alle analoghe C3 (la sua media produttiva in Italia è oggi di oltre 9 t/ha contro le 6 del frumento) in virtù dell’incredibile successo avuto dalle strategie di miglioramento genetico condotte negli ultimi 50 anni. 

A molti oggi pare sfuggire che l’agricoltura è una tecnologia e come tale utilizza tecniche di concimazione, difesa fitosanitaria, diserbo, ecc. ed assai più dovrà farvi ricorso in futuro se vuole vincere al sfida di nutrire una popolazione mondiale che nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi di abitanti.
In sintesi dunque ribadisco che la tecnologia agricola è chiamata ad evolvere per adattarsi ai più elevati livelli di CO2, livelli che sono di per sé in grado di incrementare in modo sensibile il potenziale produttivo delle colture. Solo se verrà meno la nostra capacità di adattamento verremo a trovarci nei guai e ciò accadrà se, seguendo le spinte di tipo ambientalistico, si trascureranno le agrotecniche e la genetica per ritornare ai buoni vecchi metodi di una volta, quelli per intenderci che tanto piacciono alle “dame di carità” di cui sopra e che hanno garantito per millenni fame e malattie alla grandissima parte dell’umanità.

Una domanda finale
Resta infine da domandarci perché questa continua enfasi sulle catastrofi prossime venture rivolta ad un pubblico generalista che non ha gli strumenti culturali per analizzare l’informazione che gli viene fornita deducendo i reali livelli di rischio. Perché non puntare invece su una strategia seria di divulgazione che stimoli l’agricoltura e non solo all’adozione e alla valorizzazione delle tecnologie più evolute oggi disponibili nei settori della genetica e delle tecniche colturali? Perché se la CO2 spaventa così tanto non si punta in modo più deciso sul nucleare? Tutte domande che penso ci porteremo nella tomba, perché temo che quella del paventato olocausto climatico sia un’arma vincente nelle mani di elite che hanno da tempo capito che mantenere la popolazione mondiale in uno “stato di paura senza vie d’uscita concrete” faccia maledettamente comodo, come già anni orsono ebbe a denunciare Michael Crickton nel suo coraggioso romanzo “STATE OF FEAR”.

Figura 1 – carenza di zinco nei suoli a livello globale (fonte – International Zinc Association – https://www.zinc.org/crops/).

L’articolo è stato pubblicato anche su Agrarian Sciences.

Bibliografia

  • Chong Wei Jin et al., 2009. Elevated Carbon Dioxide Improves Plant Iron Nutrition through Enhancing the Iron-Deficiency-Induced Responses under Iron-Limited Conditions in Tomato1, Plant Physiol. 2009 May; 150(1): 272–280. doi: 10.1104/pp.109.136721
  • Khan P., Memon M.Y., Imtiaz M., Aslam M., 2009. Response of wheat to foliar and soil application of urea at different growth stages, Pak. J. Bot., 41(3): 1197-1204.
  • Penning de Vries F.W.T., Jansen D.M., ten berge H.F.M., Bakema A., 1989. Simulation of ecophysiological processes of growth in several annual crops, Simulaton monograph 29, Pudoc, Wageningen, 271 pp.
  • Pleijel H., Uddling J., 2012. Yield vs. quality trade-offs for wheat in response to carbon dioxide and ozone, Global change biology, 18, 596-605.
  • Rogers A., Ainsworth E.A., Leakey A.D.B., 2009. Will Elevated Carbon Dioxide Concentration Amplify the Benefits of Nitrogen Fixation in Legumes? Plant Physiology, November 2009, Vol. 151, pp. 1009–1016.
  • Smith, M.R. and Myers, S.S. Impact of anthropogenic CO2 emissions on global human nutrition. Nature Climate Change (2018) DOI: 10.1038/s41558-018-0253-3
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Qualcosa di nuovo sta accadendo nell’Atlantico?

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 5 comments

Qualcosa di nuovo sta accadendo nell’Atlantico?

di Luigi Mariani e Franco Zavatti

Riassunto
Come messo in luce da un articolo scientifico del 2017 a firma di Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu e Aurelie Duchez si evidenzia che L’indice AMO calcolato con il metodo di Trenberth e Shea (2006) ha segnato di recente un passaggio in territorio negativo che non si verificava dal 1994. In questa sede si propongono alcune riflessioni su tale fenomeno, sulla sua significatività e sulla sua rilevanza in termini meteo-climatici e oceanografici.

Abstract
As highlighted by a scientific work of 2017 written by Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu and Aurelie Duchez, the AMO index calculated with the method of Trenberth and Shea has recently shownh a rtransition to negative values that were not observed since 1994. Here we propose some reflections on this phenomenon, its significance and its relevance for meteo-climatology and oceanography.

La presente nota fa riferimento ai risultati dell’interessante lavoro apparso nel 2017 su Nature Scientific reports a firma delle tre autrici Eleanor Frajka-Williams, Claire Beaulieu e Aurelie Duchez e che ha per titolo “Emerging negative Atlantic Multidecadal Oscillation index in spite of warm subtropics” (di qui in avanti FW17). Tale articolo parla di Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO), indice oceanico che si ricava a partire dalla temperatura superficiale dell’oceano Atlantico (SST) corretta allo scopo di depurarla dal trend di riscaldamento in atto.

Il comportamento ciclico di AMO
Sebbene la SST risponda molto rapidamente alle anomalie atmosferiche, la serie temporale di AMO è dominata da una ciclicità multi-decadale a bassa frequenza che fa sì che l’indice resti in territorio negativo grossomodo per 30-35 anni e per altri 30-35 in territorio positivo. La SST dell’oceano Atlantico e di conseguenza l’AMO variano in funzione della Meridional Overturning Circulation (MOC) che nel suo ramo atlantico fluisce verso Nord rifornendo di calore il Nord Atlantico (https://en.wikipedia.org/wiki/Atlantic_meridional_overturning_circulation). In sintesi una MOC debole trasporta meno acqua calda verso Nord e dunque ad essa si associa un AMO negativo.

Sottolineiamo che AMO è una componente fondamentale della variabilità naturale del clima, tant’è vero che il suo segnale è stato riscontrato in proxy data fino ad oltre 8000 anni orsono (Knudsen et al., 2011).

La ciclicità di AMO è importante per la climatologia europea e globale in quanto il segnale di AMO è ben visibile sia nelle temperature europee sia in quelle globali (al riguardo si confrontino le figure 1 e 2 che mostrano che la ciclicità di AMO si riscontra pari pari nell’andamento delle temperature globali dal 1900 ad oggi). Pertanto un passaggio di AMO in campo negativo potrebbe dar luogo alla stabilizzazione o lieve calo delle temperature globali com’è in precedenza accaduto dagli anni 50 agli anni 70 del XX secolo. Inoltre ad un AMO positivo sono corrisposti fenomeni come l’aumento delle precipitazioni negli Stati Uniti, sull’India e sul Sahel e uno spostamento dei banchi di pesce nel Nord Atlantico. Da ciò discende che un ritorno a una fase fredda dell’AMO potrebbe essere accompagnata da effetti contrari con grosse ripercussioni anche a livello economico. Sempre dalla figura 1 emerge che AMO è stato per l’ultima volta in fase negativa agli inizi degli anni ’90 e che dal 1994 è in fase positiva.

Figura 1a – AMO descritto attraverso l’Indice di Tremberth e Shea (2006) e l’indice di Enfield et al. (2006).

Figura 1b – I backgroud oceanici usati per calcolare gli indici riportati in figura 1a.

Figura 2 – Anomalia delle temperature globali (GTA) dal 1900 ad oggi (Visser et al., 2018). Il confronto con l’andamento di AMO riportato in figura 1 evidenzia la presenza della medesima ciclicità.

 

Verso un AMO negativo?
Per capire come la situazione sia evoluta verso un AMO negativo occorre considerare che dal 2013/14 al 2014/15 si sono verificati inverni molto freddi sul Nord America, con picchi di freddo registrati nel Labrador, il che si è tradotto in una anomalia termica negativa nelle acque dell’Atlantico che dalla superficie si è trasferita alle prime centinaia di metri di profondità.
Peraltro l’anomalia fredda in un ambito subpolare si accompagna ad una anomalia calda ai sub tropici e una anomalia fredda nella fascia intertropicale con un caratteristico tripolo, evidenziato in figura 3. Mentre l’anomalia fredda subpolare è indotta dal raffreddamento diabatico per scambi energetici fra l’oceano e l’aria sovrastante, l’anomalia calda nei subtropici è frutto dei movimenti adiabatici verticali nella massa d’acqua indotti dal vento, per cui un cambiamento di regime dei venti potrebbe invertire l’anomalia positiva trasformandola in anomalia negativa che a questo punto interesserebbe gran parte dell’Atlantico settentrionale.

Figura 3 – La fenomenologia associata a un AMO negativo vista attraverso la temperatura di superficie dell’oceano Atlantico mediata latitudinalmente. All’anomalia negativa in ambito subpolare atlantico (centrata su 55°N) corrisponde un’anomalia positiva in ambito subtropicale (30°N) e una anomalia negativa in mbit tropicale (10°N). La linea nera indica l’anomalia media per il periodo 2014-2016 mentre le linee blu sono medie biennali per il periodo 1963-1974 (primo sottoperiodo della fase a AMO negativo ) e quelle rosse sono medie biennali per il periodo 1975-1996 (secondo sottoperiodo della fase a AMO negativo). Fonte: Frajka-Williams etal 2017.

Sulla rilevanza meteorologica del tripolo sopra delineato è utile ricordare che, come evidenziato ad esempio da Bradshaw et al. (2011), se si impone a un modello previsionale numerico un gradiente meridionale nella SST nel Nord Atlantico paragonabile a quello indotto da un AMO negativo si hanno come conseguenza variazioni nel campo della pressione a livello del mare con una più intensa baroclinicità atmosferica e la conseguente genesi di perturbazioni sottovento.

E’ lecito anche domandarsi che ruolo giochi la North Atlantic Oscillation (NAO) nel comportamento di AMO, alla luce del fatto che, secondo la bibliografia, il NAO fortemente positivo osservato nei primi anni ’90 potrebbe essere la causa della brusca transizione di AMO da valori negativi a positivi avvenuta nel 1994. Al riguardo FW17 osservano che quantunque i NAO invernali del periodo 2013-2016 siano stati positivi come quelli osservati nei primi anni ’90, il gradiente latitudinale di SST è oggi molto più pronunciato di quanto fosse nei anni ’90, il che potrebbe fare la differenza.

Il passaggio di AMO in campo negativo secondo il modello TS06
I metodi più accreditati per calcolare AMO sono quello di Trenberth e Shea (2006) di qui in avanti TS06 e a quello di Enfield et al. (2001) di qui in avanti EN01. In TS06 AMO si ottiene considerando la SST media della fascia da 0 a 60°N alla quale viene sottratta la SST media fra 60°N e 60°S mentre in EN01 l’indice AMO si ricava detrendizzando la SST in Atlantico per la fascia da 0 a 70°N. Fra i due metodi FW17 preferiscono TS06 perché più sensibile all’aumento delle temperature oceaniche che negli ultimi anni è stato sensibile e fortemente non lineare, per cui non viene colto da EN01. E’ partendo dai dati di TS06 riportati in figura 1 che FW17 segnalano il passaggio in campo negativo di AMO.

Scenari futuri per AMO
Applicando un modello previsionale a base statistica, FW17 hanno ricavato che l’anomalia negativa delle temperature superficiali oceaniche è probabilmente destinata a riassorbirsi con lentezza (con una probabilità dell’80% persisterà per almeno 2 anni) in quanto è supportata da un’anomalia negativa nel contenuto energetico delle acque sottosuperficiali che ha una memoria molto più lunga rispetto alle anomalie di SST (figura 4).
Al riguardo FW17 scrivono significativamente che il forcing necessario per rimuovere nei prossimi anni l’anomalia fredda subpolare è stimato in -0,5 GJ m-2 (figura 3) e potrebbe risultare da un flusso energetico positivo di 10 W m-2 per oltre 2 anni o da un’anomalia positiva nel flusso oceanico di calore verso nord di 0,1 PW per oltre 2 anni o da una combinazione di tali due flussi. A 26°N, dov’è il trasporto medio verso il nord del calore è circa 1,3 PW, un aumento del trasporto di calore verso nord di 0,1 PW equivarrebbe ad un aumento del 7.5% rispetto alla media, un valore che non è certo al di fuori della normale variabilità ma che si scontra con un trasporto verso Nord attualmente in calo ad un tasso di 0,5 Sv per anno (circa il 3% l’anno) (figura 5b), per cui la MOC avrebbe bisogno di recuperare diversi Sverdrup di intensità per raggiungere il suo scopo.
Se l’anomalia subtropicale calda è una caratteristica transitoria legata al regime dei venti, essa potrebbe anche invertirsi senza che questo impedisca il persistere dell’anomalia subpolare fredda ed in tal modo AMO potrebbe dispiegare appieno la propria anomalia fredda sull’intero bacino.
Sempre con riferimento a MOC è degna di attenzione la figura 5c che pone in luce l’effetto del trend al calo di MOC in corso dal 2004 sul contenuto energetico dell’oceano Atlantico confermato per tre diversi strati verticali.

Figura 4 – Andamento di AMO e del contenuto energetico nei primi 700 m di profondità per l’areale subpolare (box in rosso nella carta a sinistra) (Frajka-Williams etal, 2017). In sostanza AMO è un buon descrittore delle temperatura sottosuperficiale che una volta passata in campo negativo è lenta a ritornare in campo positivo. In grigio la previsione statistica

Figura 5 – Andamento delle temperature globali di superficie degli oceani (a), dell’intensità di MOC (b) e del contenuto energetico dell’oceano Atlantico per gli strati compresi fra la superficie i 300, 500 e 700 m di profondità. Si noti che al rallentamento di MOC corrisponde la stabilizzazione del contenuto energetico dell’Oceano Atlantico (Liu e Xie, 2018).

Discussione
L’analisi periodale di AMO eseguita da uno dei due scriventi evidenzia che questa variabile oeanica presenta una persistenza (memoria a lungo termine) elevata e che i periodi spettrali passano da un potente 72 anni ad un non forte 64 anni quando si analizzano i dati osservati e quelli corretti per la persistenza (v. ad esempio, su http://www.zafzaf.it/clima/atlas/atlashome.html , atlas.pdf, pag. 70 e seguenti), mentre i periodi di maggiore potenza diventano quelli tipici di El Nino. In relazione a ciò lascia perplessi che nel lavoro di FW17 si attribuisca tanta importanza alle SST (AMO) degli ultimi 3 anni, fra l’altro anni teatro di un potente El NINO che nell’articolo non viene mai nominato. Al riguardo si noti che tale potente El NINO è il responsabile del sensibile aumento delle temperature oceaniche globali che da un lato ha reso l’indice ricavato con il metodo EN01 non rappresentativo delle ultime evoluzioni di AMO e dall’altro ha spinto l’indice TS06 in territorio negativo. Da qui l’idea che il ritorno delle temperature oceaniche ai livelli pre El NINO possa far ritornare l’AMO calcolato con TS06 su valori positivi sanandone così la divergenza rispetto a EN01. Ciò non toglie comunque che le considerazioni di FW17 circa le recenti anomalie termiche registrate nell’Atlantico Subpolare mantengono inalterata la loro validità.

Da rilevare anche che la fluttuazione manifestata negli ultimi 3 anni dall’AMO calcolato con TS06 non si distingue in alcun modo dalle altre decine di oscillazioni di AMO che si colgono in figura 1. Non crediamo che FW17 abbiano verificato la situazione delle SST in occasione di precedenti oscillazioni (ad esempio nel 2003-06) come base per “prevedere a posteriori” il comportamento medio dell’AMO successivo, come fanno in questo articolo. In sostanza estrapolare il comportamento medio di AMO usando un minuscolo frammento (2015-2017) di una oscillazione di periodo multidecadale ci pare un tantino ardito e i referi della rivista avrebbero dovuto farlo notare alle autrici di FW17.

Al riguardo riteniamo più sensato il tentativo di previsione eseguito nel 2013 su CM (F. Zavatti, 2013) in cui si usavano 160 anni di dati per prevedere i successivi 15.
Ci pare anche interessante riflettere sul fatto che FW17 abbiano fatto ricorso a un modello statistico e non a un AOGCM per simulare l’evoluzione futura del contenuto energetico oceanico e dell’AMO. Questo ci porta ad evidenziare il fatto che gli AOGCM a quel che ci risulta non sono attualmente in grado di riprodurre in modo realistico la ciclicità dell’AMO, il che ci illustra i problemi tuttora presenti nella modellazione del sistema climatico globale terrestre per mezzo di modelli meccanicistici.

Conclusioni
Non abbiamo idea se gli scenari delineati da FW17 per i prossimi anni si manifesteranno o meno. Al riguardo pensiamo che i margini di incertezza siano moltissimi e tuttavia siamo anche convinti che quanto sta succedendo in Nord Atlantico debba essere monitorato mettendo al corrente i lettori di CM, prima che possano essere assaliti da annunci catastrofisti di vario genere. In ogni caso vale la pena di analizzare nelle sue varie sfaccettature un fenomeno che così tanta influenza ha sul clima europeo e mondiale.

Bibliografia

  • Bradshaw, D. J., Hoskins, B. & Blackburn, M., 2011. The basic ingredients of the North Atlantic storm track. Part I: Land-sea contrast and orography. J. Atmos. Sci. 68, 1784–1805.
  • Enfield, D. B., Mestas-Nunez, A. M. & Trimble, P. J., 2001. The Atlantic Multidecadal Oscillation and its relationship to rainfall and river flows in the continental U.S. Geophysical Research Letters 28, 2077–2080
  • Frajka-Williams etal 2017 Emerging negative Atlantic Multidecadal Oscillation index in spite of warm subtropics, Nature Scientific reports, https://www.nature.com/articles/s41598-017-11046-x
  • Knudsen etal 2011 Tracking the Atlantic Multidecadal Oscillation through the last 8000 years, Nature communications, https://www.nature.com/articles/ncomms1186
  • Liu, W., Xie S.P., 2018. An ocean view of the global surface warming hiatus. Oceanography 31(2), https://doi.org/10.5670/oceanog.2018.217.
  • Trenberth, K. E. & Shea, D. J., 2006. Atlantic hurricanes and natural variability in 2005. Geophysical Research Letters 33, L12704, doi:10.1029/2006GL026894.
  • Visser et.al. 2018. Signal detection in global mean temperatures after Paris – an uncertainty and sensitivity analysis, Clim. Past, 14, 139–155, https://doi.org/10.5194/cp-14-139-2018
  • Zavatti F., 2013. Il ciclo di 60 anni, i dati NOAA e il mal di pancia dei soliti noti, Climate monitor, http://www.climatemonitor.it/?p=34096
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il crollo del viadotto Morandi: riflessioni di un ingegnere.

Posted by on 06:00 in Attualità | 39 comments

Il crollo del viadotto Morandi: riflessioni di un ingegnere.

Questo post non vuol essere un’analisi delle cause del crollo del viadotto o un’attribuzione di responsabilità. Sarebbe assurdo anticipare conclusioni che richiederanno anni di indagini, perizie e controperizie. Alla fine arriveremo ad una verità giudiziaria (me lo auguro), ma difficilmente sapremo cosa è successo veramente al viadotto genovese. Come è consuetudine di questo blog, prima di polemizzare e sparare giudizi, bisogna cercare di capire. Questo articolo è il riassunto delle mie riflessioni su quello che è accaduto a Genova e rappresenta un punto di vista personale che, per certi aspetti, si allontana dalla narrativa corrente e vuole essere un tentativo, modesto ovviamente, di aiutare a comprendere ciò che ha colpito Genova, la Liguria, l’Italia e che ha frantumato l’orgoglio di molti ingegneri.

Quando i notiziari e le agenzie di stampa annunciarono il crollo del viadotto progettato da Riccardo Morandi sul Polcevera a Genova, credo che ogni ingegnere italiano e non solo, abbia avvertito un senso di disagio e di smarrimento. Per gli ingegneri civili della mia generazione e di quelle appena precedenti, Riccardo Morandi e Pierluigi Nervi sono stati una specie di mito. Essi rappresentavano la punta di diamante dell’ingegneria strutturale italiana, in quanto avevano consentito al calcestruzzo armato di rivaleggiare con l’acciaio in quanto ad audacia strutturale ed a stile costruttivo.

Morandi e Nervi avevano voluto togliere al calcestruzzo la sua naturale pesantezza. I viadotti progettati da Morandi non avevano più i ciclopici piloni che caratterizzavano e caratterizzano i “normali” ponti. Al posto delle pile monolitiche, un reticolo di aste che conferisce leggerezza ed eleganza alla struttura. La materia cede il posto alla forma. Le strutture si alleggeriscono, evidenziano razionalità e funzionalità: neanche un centimetro quadrato in più di quanto serve. Basta entrare nella sala Nervi (ora sala “Paolo VI”) nella Città del Vaticano per rendersi conto di ciò di cui stiamo parlando: l’immensa volta parabolica sembra un merletto luminoso che, come una guida d’onda, convoglia gli sguardi del pubblico verso il trono papale. Il viadotto Morandi di Genova e la sala Nervi sono coetanei e rappresentano la sintesi di un’idea strutturale tipicamente italiana, tesa a valorizzare l’utilizzo del calcestruzzo armato ed a metterlo in competizione con l’acciaio.

Dopo qualche decennio, parlo degli anni ’80 del secolo scorso, le cose cominciarono a cambiare, in quanto il calcestruzzo cominciava ad evidenziare tutti i suoi limiti. Nelle aule universitarie molti docenti, tra cui i miei, mettevano in guardia i loro studenti sul rischio di utilizzare il “calcestruzzo nudo” caro a Morandi ed a Nervi. Il calcestruzzo è un materiale infido. Sembra una pietra, ma non ne ha le caratteristiche che hanno consentito alle piramidi, alle cattedrali ed ai ponti romani in muratura, di sfidare i millenni. Il calcestruzzo si degrada facilmente se esposto all’azione degli agenti atmosferici. L’alternanza del gelo e disgelo determina la formazione di fessure sulla superficie che, a lungo andare, ne provocano il degrado. La superficie perfetta del calcestruzzo appena disarmato, comincia a degradarsi: si formano dei vuoti, il legante viene dilavato e gli inerti cominciano a staccarsi dal corpo del calcestruzzo che perde coesione, forma e consistenza. Il manufatto viene assalito da muschi e licheni e nel giro di pochi decenni si trasforma in quello che era in origine: un mucchio di aggregati sciolti privo di qualsiasi caratteristica strutturale.

Il calcestruzzo conserva, però, tutti i difetti strutturali, intrinseci della pietra: non è in grado di resistere alla trazione. I greci antichi costruirono i loro templi in pietra, ma utilizzavano interassi tra le colonne estremamente ridotti. Le selve di colonne che caratterizzano il tempio greco, non sono dovute ad un fatto estetico (quello che oggi ci attrae), ma alla necessità di evitare che le trabeazioni cadessero sulla testa dei fedeli. Per le coperture essi si affidavano al legno che era meno duraturo, ma aveva la caratteristica di essere in grado di resistere a trazione: si potevano, cioè, realizzare travi lunghe e leggere.

Gli ingegneri romani inventarono la volta e l’arco. Le pietre (quindi il calcestruzzo di cui essi possono essere considerati gli inventori) potevano essere utilizzate anche per realizzare strutture prima di allora impensabili e per cui era necessario il legno. I ponti, gli archi e le volte costruiti dai romani, sono ancora ben visibili dopo quasi duemila anni. In questo caso è, però, la forma che consente alle strutture di resistere. La pietra lavora sempre a compressione, ma la forma consente di realizzare strutture che sono soggette a trazione. La cupola del Pantheon a Roma rappresenta, ancora oggi, una delle maggiori opere in calcestruzzo non armato realizzate dall’uomo e regge magnificamente i suoi circa 20 secoli di vita.

Nella seconda metà del XIX secolo gli ingegneri capirono che annegando nel calcestruzzo delle barre d’acciaio, si poteva ottenere un materiale che univa le caratteristiche della pietra a quelle dell’acciaio, ovvero un materiale capace di resistere tanto a compressione che a trazione. Esso divenne il materiale d’elezione per realizzare opere civili nel corso del XX secolo grazie a personalità come Le Corbusier, Wright, Morandi e Nervi. Ecco, in questo accostamento va ricercata l’origine del mito di Morandi e Nervi. Due italiani rivaleggiavano con figure eccezionali che avevano profondamente segnato l’architettura e l’ingegneria del XX secolo. Intere generazioni di ingegneri sono rimaste affascinate dall’immagine di Wright che, per convincere gli operai a smontare i casseri della Casa sulla Cascata, dovette mettersi sulla struttura: gli operai si rifiutavano di disarmarla per paura che crollasse loro in testa. Col senno di poi bisogna riconoscere che non avevano tutti i torti.

Il crollo del viadotto Morandi di Genova ha infranto questo mito. La mia prima reazione alla notizia è stata di incredulità e sconcerto. Possibile che l’opera di uno dei miei eroi giovanili avesse fatto quella miserrima fine? Le immagini impietose hanno fugato ogni dubbio. Ed allo sconcerto ha fatto seguito la rassegnazione, la rabbia e, soprattutto, la pietà per quelle 43 persone che hanno perso la vita nel crollo.

Dopo il primo smarrimento la razionalità ha ripreso, fortunatamente, il sopravvento e mi sono ritornate alla mente le raccomandazioni del compianto prof. Michele Pagano che ci invitava a valutare attentamente le caratteristiche dei materiali che utilizzavamo nei nostri progetti. Fu lui a farci prendere coscienza delle problematiche e delle criticità del calcestruzzo. Il ritiro del materiale (creep in inglese e fluage in francese) legato al contenuto d’acqua del calcestruzzo che determinava fessurazioni nelle strutture in calcestruzzo armato, la carbonatazione del calcestruzzo (qui su CM) che favorisce la corrosione delle armature in acciaio, la necessità di mantenere basse le tensioni nell’acciaio per evitare che il calcestruzzo si fessuri determinando il degrado dell’intera struttura, la necessità di armare il calcestruzzo anche quando non sembra necessario, in quanto esso è un materiale fragile e, pertanto, pericoloso. Potrei continuare ancora a lungo, ma voglio evitare di annoiare.

Prima di procedere oltre, è opportuno, però, focalizzare la nostra attenzione su quello che è l’elemento caratteristico del viadotto Morandi di Genova e degli altri tre o quattro ponti “gemelli” che Morandi progettò nel mondo. Nella foto che segue è raffigurata quella che in gergo si definisce macrostruttura: si tratta dell’elemento strutturale che, ripetuto un certo numero di volte, crea il ponte. Esso è costituito da una gigantesca “A”, detta cavalletto, che può considerarsi il simbolo distintivo delle opere di Morandi. All’interno della “A” la struttura ad “Y” è la pila vera e propria. La parte orizzontale è l’impalcato: al di sopra dell’impalcato i due stralli (le aste inclinate più snelle) e “l’antenna” alla sommità della quale sono collegati gli stralli. Le macrostrutture adiacenti sono collegate tra loro da travi Gerber dette anche “travi tampone” che non sono visibili nella foto del modello. La macrostruttura è perfettamente bilanciata ed è stabile intrinsecamente: può restare tranquillamente al suo posto anche se crolla quella vicina ed a Genova ne abbiamo avuto, purtroppo, una dimostrazione pratica. Nel caso di Genova l’aspetto più rimarchevole è che la struttura residua, pur essendo sbilanciata (manca una trave tampone ad un’estremità), continua ad essere stabile: probabilmente questo schema fu preso in considerazione nel calcolo come “schema transitorio” in fase di realizzazione. Gli scricchiolii che si avvertono nella struttura residuata, rappresentano il sintomo degli aggiustamenti statici che si stanno verificando. La struttura deve assumere, infatti, una nuova configurazione di equilibrio conseguente alla variazione dei carichi agenti su di essa.

Staticamente l’impalcato può essere diviso in quattro parti: le parti più estreme gravano sugli stralli, quelle più interne sulla pila centrale. Sugli stralli scaricano anche le travi tampone appoggiate mediante selle Gerber alla macrostruttura. Dal punto di vista statico è un capolavoro e nessuno lo può disconoscere.


Non è, però, tutto oro ciò che luccica. Approfondendo un poco in più la questione specifica del viadotto sul Polcevera, saltano subito agli occhi alcune caratteristiche del ponte crollato che fanno riflettere. Nel ponte il calcestruzzo si trova anche dove uno non se lo aspetta. Che senso ha, infatti, il calcestruzzo negli stralli? Sono dei tiranti, soggetti, quindi, esclusivamente a trazione e, come abbiamo visto, il calcestruzzo non è idoneo a resistere alla trazione. Essi sono in calcestruzzo precompresso. Si tratta di una tecnica che cerca di conferire al calcestruzzo caratteristiche di resistenza alla trazione. La logica alla base della tecnologia è, la seguente. Se io comprimo una pila di libri e la dispongo in orizzontale, i libri non cadono per terra uno alla volta come succederebbe se non applicassi alcuna compressione. Nel caso di un materiale fragile lo sforzo di trazione applicato successivamente, deve prima annullare gli sforzi di compressione indotti nella struttura dalla precompressione. Se io opero in modo oculato, applico, cioè, un’opportuna precompressione, i carichi agenti sulla struttura non determinano sollecitazioni di trazione nel materiale fragile. E’ la stessa tecnica che si utilizza per costruire i vetri temperati. Avete assistito qualche volta a cosa succede se si pratica una piccola scalfittura su un vetro temperato? Esso esplode in migliaia di pezzi. Lo stesso capita in una struttura in calcestruzzo armato precompresso: collassa in modo improvviso se viene meno l’effetto precompressione. Nel caso del calcestruzzo la precompressione viene applicata in due modi distinti: precompressione mediante cavi tesi dopo l’indurimento del calcestruzzo e precompressione mediante cavi tesi prima dell’indurimento del calcestruzzo (a cavi aderenti). Nel primo caso si annegano nel calcestruzzo delle guaine cave, all’interno delle quali si fanno passare dei cavi. Dopo l’indurimento del calcestruzzo, i cavi vengono tesi comprimendo il calcestruzzo. Nel secondo caso i cavi vengono tesi prima del getto del calcestruzzo e tagliati dopo l’indurimento dello stesso. Non conosco la fattispecie precisa degli stralli del viadotto del Polcevera, ma in un’altra realizzazione simile (il viadotto strallato Carpineto I in Basilicata) gli stralli furono realizzati applicando entrambe le tecniche: gli stralli sono costituiti da conci precompressi mediante cavi paralleli e precompressi ulteriormente dopo la posa in opera mediante cavi ad andamento parabolico. Cosa succede se uno dei cavi di precompressione si corrode? Semplice. Si riduce la sua sezione e il cavo si trancia di netto. Il risultato è il collasso del manufatto. Se un cavo d’acciaio è a vista, è facile controllarne lo stato di degrado, ma se è immerso nel calcestruzzo, l’operazione diventa enormemente più difficile.

Perché Morandi ha utilizzato questa tecnica nella realizzazione dei suoi viadotti? Nel 1958 fu pubblicato sulla rivista “Rassegna Tecnica” della SIAT (Società Ingegneri e Architetti di Torino) un articolo a firma di R. Morandi dal titolo eloquente: “Su alcune recenti realizzazioni di strutture in cemento armato e precompresso”. In questo articolo R. Morandi spiega perché ha utilizzato il cemento armato precompresso negli stralli dei suoi viadotti: l’uso di semplici tiranti in acciaio avrebbe determinato deformazioni di circa un metro della struttura dell’impalcato, rendendolo, di fatto, inutilizzabile. Non sono molto d’accordo: la quasi totalità dei ponti strallati esistenti al mondo, ha stralli in acciaio e vengono percorsi normalmente da auto e da treni. La differenza tra i ponti di Morandi e quelli “classici” deve essere ricercata nel numero degli stralli: egli pensava ad un unico strallo, gli altri sono caratterizzati da molti tiranti, per cui si riesce a contenere le deformazioni degli stralli e, quindi, dell’impalcato. Più avanti egli chiarisce meglio l’utilizzo del calcestruzzo anche nei tiranti: una delle funzioni del calcestruzzo degli stralli è quella di proteggere l’acciaio. E’ la stessa filosofia del calcestruzzo armato, ma ciò presuppone che l’acciaio si deformi poco, altrimenti il calcestruzzo si creperebbe e verrebbe meno la sua funzione protettiva. Precomprimendo il calcestruzzo, l’azione dei carichi esterni è tale da “decomprimere” il calcestruzzo che, però, non verrà mai sollecitato a trazione perché i carichi determinerebbero delle sollecitazioni inferiori a quelle di precompressione. Analizzando bene il ragionamento di Morandi, si giunge alla conclusione che, precomprimendo il calcestruzzo, si riusciva a sfruttare tanto il modulo elastico del calcestruzzo (in fase di precompressione) che quello dell’acciaio (in fase di esercizio) e, quindi, si riducevano drasticamente le deformazioni. La componente orizzontale della forza di precompressione, infine, precomprimeva naturalmente l’impalcato, determinando una riduzione delle dimensioni strutturali e, quindi, una diminuzione dei costi dell’opera.

L’idea era geniale, ma non teneva conto delle problematiche connesse alla durabilità dei materiali, alle modalità esecutive ed al comportamento del calcestruzzo e dell’acciaio nel tempo.

Il viadotto Morandi è una struttura intrinsecamente isostatica: travi Gerber, mensole e tiranti (stralli). Un mio vecchio docente di Scienza delle Costruzioni ci esortava a diffidare delle strutture isostatiche in quanto avevano scarse riserve di resistenza. Ecco un’altra criticità del viadotto crollato. Il cedimento di un appoggio delle travi Gerber che collegano le tre macrostrutture, la rottura di uno strallo o il collasso di una mensola, avrebbero avuto un unico effetto, ovvero il crollo dell’intera struttura. Personalmente non amo le strutture isostatiche in quanto non hanno riserve di resistenza: se si rompe un elemento è finita, crolla tutto. Riconosco che anche questa è una conseguenza della mia formazione: mi è sempre stato consigliato di evitare le strutture isostatiche proprio a causa della loro fragilità e posso asserire di averne realizzate pochissime nel corso della mia carriera. Una di esse mi ha creato grossi problemi e, forse, dovrà essere demolita.

Negli anni scorsi ho avuto modo di seguire, attraverso la stampa specializzata, le vicende del viadotto Carpineto I cui ho fatto cenno poco più sopra. Nel 2015 sul sito “Strade & Autostrade” fu pubblicato un interessante articolo “Il viadotto strallato Carpineto I” a firma di A. Sabatiello, L. Della Sala ed R. Cerone, in cui venivano descritte le indagini eseguite sul viadotto strallato in questione. Tralasciando i dettagli relativi alle metodiche di indagini, è opportuno sottolineare due aspetti, secondo me fondamentali.

a) Gli stralli erano deteriorati e in qualche punto avevano perso una parte del copriferro. L’aspetto più importante del degrado della struttura era, però, costituito dal fatto che gli stralli si erano “decompressi”. Essi avevano perso tra il 20 ed il 30 per cento della precompressione iniziale ed il calcestruzzo cominciava a lesionarsi a causa degli sforzi di trazione che erano insorti in esso a causa dei carichi esterni.

b) Indagini endoscopiche ed estensimetriche eseguite sui cavi di precompressione evidenziavano segni di corrosione e cadute di tensione. In altre parole essi si erano “rilassati” per cui non erano più in grado di garantire le prestazioni iniziali.

Detto in altre parole il calcestruzzo si era ritirato e l’acciaio si era deformato eccessivamente, per cui erano state vanificate tutte le ipotesi di progetto di R. Morandi.

Eseguita la diagnosi, i tecnici suggeriscono anche il rimedio: applicare dei cavi esterni per precomprimere nuovamente la struttura e ripristinare le condizioni di sicurezza iniziali, anzi migliorarle. In altre parole la stessa soluzione utilizzata per il viadotto del Polcevera per consolidare una delle macrostrutture negli anni scorsi. Nelle conclusioni essi avvertono, però, che le indagini eseguite sono state puntuali e, quindi, non possono escludere che nella struttura esistano altri problemi.

Non conosco nei dettagli i risultati delle indagini eseguite dal Politecnico di Milano sul viadotto di Genova, ma non mi sembra che esse abbiano dato esiti molto diversi da quelle eseguite sul viadotto Carpineto 1°. Stando alle mie fonti, il Carpineto 1° è l’unico viadotto strallato progettato da R. Morandi ad essere ancora in servizio, ma sono pronto a fare ammenda se qualcuno mi dimostra il contrario. Quello realizzato sul lago di Maracaibo è fuori servizio da anni, quello realizzato in Libia, è fuori servizio dal 2017, quello di Genova è crollato due settimane fa.

Ragionando per analogia con quanto successo al viadotto Carpineto 1°, dobbiamo concludere che il sistema ideato da R. Morandi, era perfetto da un punto di vista statico, teorico ed economico, ma non aveva tenuto conto di alcuni aspetti che sono emersi in modo prepotente nel corso degli anni e che accomunano molte altre opere ad esse coeve.

Il primo aspetto riguarda la durabilità dei materiali: essi si degradano per cui bisogna intervenire con continue manutenzioni che diventano sempre più onerose con il passare degli ann,i fino al punto che conviene ricostruire la struttura. Nel caso del viadotto sul Polcevera fu lo stesso Morandi a lanciare l’allarme nel 1979: salsedine e fumi industriali avevano creato un’atmosfera altamente aggressiva che metteva a repentaglio la sua opera e che rendeva necessario procedere al rivestimento dell’intera superficie del ponte con resine polimeriche ad altissima resistenza chimica. Altro aspetto riguarda il fenomeno del ritiro del calcestruzzo ed il rilassamento dell’acciaio. Entrambi determinano una riduzione dello stato di compressione del calcestruzzo precompresso e la sua fessurazione con conseguente ossidazione dell’acciaio delle armature. La carbonatazione del calcestruzzo è un ulteriore fonte di degrado strutturale. Non dobbiamo dimenticare, infine, che i ponti sono soggetti a sollecitazioni dinamiche, per cui all’interno delle strutture si vengono a creare sollecitazioni cicliche di carico-scarico che le sollecitano a fatica di e, quindi, possono determinarne il collasso anche lontano dai valori limite della resistenza del materiale. Altro aspetto da tenere in conto è che il volume di traffico che caratterizza le strade odierne è enormemente superiore (oltre quattro volte, nel caso di Genov) rispetto a quello di progetto, per cui le sollecitazioni dinamiche sono fortemente aumentate rispetto a quanto progettato in origine.

Nonostante ciò il viadotto Morandi ha garantito oltre mezzo secolo di traffico in condizioni di sicurezza. Ad un certo punto però non ce l’ha fatta più ed è crollato.

Con questo non voglio difendere la “categoria”: ho evidenziato impietosamente tutte le criticità delle strutture progettate da Morandi e ne ho sottolineato la delicatezza e la fragilità. Ciò non toglie che da un punto di vista statico, sono dei capolavori. Il problema non sta nella struttura, ma nella testa di chi non ha voluto e non vuole capire che nessuna opera umana è eterna. Nella testa di chi non si vuol rendere conto che ogni costruzione ha una vita utile, oltre la quale il suo utilizzo diventa pericoloso. All’epoca in cui Morandi, Wright, Nervi, Le Corbusier e via cantando, progettavano le loro opere, non si teneva presente la loro vita utile: nessuna norma imponeva di farlo, né in Italia, né altrove. Oggi non è più così: i ponti devono essere progettati per avere, sottoposti ad opportuna manutenzione, una vita operativa di 100 anni, dopo di che devono essere demoliti. Ciò non significa, però, che un’opera realizzata nel passato deve essere eterna, ma che essa avrà una vita utile che, non essendo stata calcolata, va valutata caso per caso.

Nel caso del ponte sul Polcevera era doveroso fare delle scelte politicamente coraggiose allo scopo di ridurre drasticamente il volume di traffico e, quindi, creare una viabilità alternativa. Questo doveva essere fatto indipendentemente dallo stato del ponte, in quanto una nazione moderna non può consentirsi di dipendere da una sola arteria di vitale importanza: l’autostrada A10 che è stata interrotta dal crollo del viadotto Morandi collega, ad esempio, l’Italia alla Francia. Viviamo, però, nel paese del NO-TUTTO per cui il progetto della Gronda di Genova che altro non è che un raddoppio della viabilità autostradale genovese, è stato approvato dopo circa 20 anni di polemiche e contestazioni. Neanche a farlo apposta i principali antagonisti del progetto, sono stati proprio quelli che oggi si stracciano le vesti, inveendo contro chi, quel progetto, lo ha realizzato e portato avanti con fatica estrema sottoponendolo anche ad una discussione pubblica protrattasi per diversi mesi ed alla fine della quale molti suggerimenti e richieste di varianti sono stati inseriti nel progetto finale. Se invece di opporsi senza se e senza ma, quell’opera fosse stata realizzata, forse non dovremmo piangere i 43 morti provocati dal crollo del viadotto che, badiamo bene, non è stato provocato dalla mancata realizzazione della Gronda (qui un piccolo riassunto della vicenda, mentre per una disamina molto più approfondita si possono leggere le circa cento pagine della Relazione conclusiva della Commissione sulla Gronda qui ).

Non dobbiamo dimenticare, infine, che sicuramente i morti non ci sarebbero stati se il viadotto sul Polcevera, come consigliato da molte parti compresi ingegneri, architetti, docenti universitari e, non ultimo, il gestore della struttura, fosse stato demolito, considerati sia i risultati delle indagini eseguite, sia quanto avvenuto per altre strutture similari. E la cosa grave è che tutti ne erano a conoscenza anche se ora sembra che tutti cadano dalle nuvole: l’abbattimento e la successiva ricostruzione del ponte Morandi è stata all’ordine del giorno per anni, ma la cosa è restata lettera morta. Anzi, in passato suscitò irrisione, in quanto l’ipotesi del crollo del viadotto Morandi, fu liquidata in certi ambienti come una “favoletta”. Con il senno di poi bisognerebbe parlare di una favola horror, ma si mancherebbe di rispetto ai morti.

Ancora una volta dobbiamo contare i morti e ancora una volta devo constatare con disgusto che su questi poveri morti si specula. C’è poco da fare, non siamo in grado di imparare dai nostri errori, non siamo capaci di assumere posizioni razionali, ci facciamo guidare dall’istinto e dalla passione ideologica. Neanche i disastri riescono a farci rinsavire. In queste due settimane avrei voluto che la Nazione piangesse le proprie vittime e si impegnasse subito per risolvere al più presto i problemi che il disastro ha prodotto. Nulla di tutto ciò. Solo polemiche e chiacchiere in libertà, non un’analisi seria delle problematiche messe in evidenza dal disastro.

Un esempio? Basti pensare che sono stati messi sotto osservazione tutti i ponti progettati da Morandi. Come se stessimo parlando non delle opere di uno dei maggiori ingegneri del mondo, ma di quelle di un lestofante qualunque. Anche quando non vi è nulla da temere (a Benevento, giusto per evidenziare un caso pratico, ne hanno chiuso uno ristrutturato da un paio d’anni e che non mi sembra manifesti segni di dissesto tali da farne temere il crollo). Bisognerebbe, invece, varare un grande piano di verifica delle infrastrutture esistenti, ormai datate, certificarne le condizioni statiche e, se necessario, prevederne di nuove che le sostituiscano. Con serenità e responsabilità, senza isteria e furori ideologici. Sono convinto, invece, che tra qualche settimana non si parlerà più di Morandi, Polcevera, ponti e viadotti. I No-Tutto torneranno alla ribalta e ci ossessioneranno con le loro becere lamentazioni, ribadendo fino alla noia che non abbiamo bisogno di grandi (e piccole, aggiungo io) opere, ma di “ben altro”, vagheggiando di irrealistici “modelli di sviluppo alternativi e sostenibili”, di “viabilità dolce”, di “trasformazione del modello di mobilità”, di “passaggio dal modello di trasporto su gomma al modello di trasporto su ferro”, ecc., ecc.. Il tutto nell’ottica della “decrescita felice” e nella prospettiva di andare tutti a vivere in un bel mulino bianco. Fino al prossimo disastro.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le Previsioni di CM – 3/9 Settembre 2018

Posted by on 06:01 in Attualità | 2 comments

Le Previsioni di CM – 3/9 Settembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

————————————————————–

Situazione sinottica

Una vasta fascia anticiclonica si estende dall’Atlantico alla Siberia centrale a formare un ponte di Woeikoff sul cui bordo meridionale aria più fresca in quota affluisce retrograda in direzione dei Balcani e dell’Europa centrale, entrando poi in fase con l’aria fresca e umida atlantica portata dall’avanzamento zonale dell’ennesima ondulazione atlantica di questa insolita estate 2018. Vale la pena notare come la situazione sinottica in questione sia molto simile a quella associata all’episodio di eccezionale stratwarming di fine inverno, del quale la circolazione generale sembra ancora risentire, pur a distanza di sei mesi dall’evento in questione (Fig.1).

I riflessi della configurazione sinottica in oggetto si fanno sentire anche sull’Artico dove specularmente alla persistenza dell’anticiclone siberiano si va approfondendo una profonda circolazione ciclonica che porterà venti forti e le prime intense nevicate sul Taymyr russo, sulla Jacuzia e sull’arcipelago artico canadese dove i passaggi a nord-ovest si ostinano a rimanere chiusi e i rompighiaccio canadesi sono in piena azione per assistere le navi in difficoltà.

Nel corso della settimana l’evoluzione sinottica sarà caratterizzata dall’incursione di una saccatura piuttosto stretta che, bucando il ponte anticiclonico, evolverà in minimo chiuso di geopotenziale sulle isole britanniche. La fascia anticiclonica si ricostituirà immediatamente posizionandosi ancora più a nord, e specularmente un promontorio anticiclonico regalerà condizioni di tempo stabile e soleggiato sull’Italia centro-meridionale con il Nord più soggetto ad infiltrazioni di aria umida e instabile di origine atlantica (Fig.2).

A livello generale vale la pena sottolineare ancora una volta la persistenza di figure sinottiche inusuali per il periodo, che sembrano portare memoria dello sconvoglimento atmosferico conseguente allo stratwarming di sei mesi fa. In linea con l’approssimarsi dell’equinozio autunnale è lecito aspettarsi che gli anticicloni dinamici mostrino una tendenza sempre più accentuata a termicizzarsi (a cominciare proprio da quello russo), consolidandosi ulteriormente. Dall’altra parte, il fisiologico rafforzamento del getto in uscita dal Canada metterà alla prova la tenacia delle figure anticicloniche attualmente collocate sui quadranti settentrionali europei. L’imminente stagione autunnale si prospetta davvero intrigante alla luce di queste considerazioni.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì Nuvolosità irregolare al Nord con rovesci più frequenti e intensi su Alpi e Appennino settentrionale, in locale sconfinamento sulla Romagna in serata.  Piogge al mattino sull’alta Toscana, con possibile nuovo peggioramento serale associato a precipitazioni potenzialmente abbondanti e intense sulla Versilia per attivazione di un richiamo umido di libeccio. Su Marche e Umbia nuvolosità variabile in accentuazione nelle ore più calde con isolati rovesci su zone interne e montuose. Generalmente sereno o poco nuvoloso al Sud.

Temperature in lieve diminuzione al Sud. Venti deboli occidentali sui bacini di ponente, da deboli a moderati di maestrale su Adriatico e Jonio.

Martedì migliora al Nord, con attenuazione dell’intabilità pomeridiana limitata all’arco alpino orientale. Piogge e rovesci in mattinata sull’alta Toscana in trasferimento verso est e attenuazione col passare delle ore. Sulle restanti regioni centrali prevalenza di cieli parzialmente nuvolosi. Generalmente parzialmente nuvoloso o sereno al Sud.

Temperature in aumento, sensibile sulle isole maggiori.

Mercoledì generalmente sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni, salvo deboli manifestazioni di instabilità pomeridiana sulle Alpi. Cieli nuvolosi in mattinata sulla Sicilia per nubi prevalentemente stratificate in concomitanza con l’invasione calda in quota, associata a sporadiche precipitazioni e in miglioramento col passare delle ore.

Temperature in ulteriore lieve aumento, caldo sulla Sicilia. Venti di maestrale prevalentemente deboli con qualche rinforzo in Adriatico. Debole richiamo sciroccale sulla Sicilia.

Giovedì incremento dell’instabilità al Nord, con rovesci e temporali diffusi che dall’arco alpino si estenderanno alla Valpadana in serata, in particolare sul Triveneto. Sulle restanti regioni condizioni di stabilità con nuvolosità alta e sottile sulla Sicilia ed estreme regioni meridionali peninsulari.

Temperature stazionarie, venti deboli variabili con qualche rinforzo residuo di maestrale tra basso Adriatico e Jonio.

Venerdì ancora spiccata instabilità al Nord con rovesci e temporali diffusi. Nuvolosità irregolare sulle regioni centrali con precipitazioni più frequenti e intense sulle zone interne e appenniniche e nelle ore più calde. Cieli generalmente parzialmente nuvolosi al Meridione in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in diminuzione al Nord. Venti generalmente di ponente con qualche rinforzo sui bacini più occidentali.

Sabato e Domenica: ancora instabilità al Nord, in progressiva attenuazione. Generali condizioni di stabilità al Centro e al Sud.

Temperature in ripresa al Nord, persistenza di valori leggermente superiori alla media al Centro-Sud. Venti deboli.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Translate »