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Freddo, Caldo e Climate Change senza prospettive

Posted by on 18:33 in Attualità, Meteorologia | 7 comments

Freddo, Caldo e Climate Change senza prospettive

Leggo da una scheda di approfondimento di una pubblicazione scolastica che “L’urgenza di trovare un sistema scientificamente rigoroso per rappresentare lo spazio si fece più pressante nel Quattrocento”. Si parla di pittura, ovviamente, e del geniale lavoro del Brunelleschi con cui “si ebbe la prima incontestata (dai contemporanei e fino a oggi) definizione della nuova scienza della rappresentazione: la prospettiva“.

Un mondo quindi che esigeva, ed esige, di essere rappresentato in modo scientificamente rigoroso. Nel linguaggio comune, il termine prospettiva, mutuato dal suo significato originale, implica la postura di guardare alle cose da diversi punti di vista ma, sempre con lo scopo di andare in profondità, di esporre con rigore e chiarezza se si tratta di spiegare, di analizzare con rigore se si tratta di comprendere.

Questa postura, purtroppo, in materia di scienza del clima sembra proprio non essere più di moda. Veniamo da un inizio d’anno in cui, puntualmente, nell’emisfero nord si è fatto sentire l’inverno e in quello sud ha dato grande prova di se l’estate, con la formidabile ondata di freddo nell’America del Nord e l’onda di calore patita in Australia. Abbandonati ormai da tempo la prudenza e il pudore, più o meno tutti gli esperti del settore, veri, presunti o in prestito, si sono da un lato affannati a fornire una giustificazione in chiave clima impazzito per le evoluzioni del Vortice Polare che ha portato il freddo sugli USA, e dall’altro applicati per fornire comunque la notizia di compensazione: farà pure freddo di qua, ma sapeste che caldo fa di là…

Bene, se la teoria del “freddo che viene dal caldo” è a dir poco decisamente debole in termini scientifici, l’attribuzione al Global Warming dell’onda di calore in Australia ha, almeno in apparenza, decisamente buon gioco, non fosse altro perché almeno si tratta di un evento che ha a che fare con il caldo. Ma, anche in questo caso, è tutta questione di prospettive. Perché, tanto per cambiare, il tempo non è il clima, freddo o caldo che sia.

Ci aiuta a capirlo con la solita efficacia di chi è abituato a guardare le cose in profondità lo scienziato Roy Spencer, che ha pubblicato un breve ma efficace post sul suo blog. Vediamo.

Alcune zone del pianeta, come parte dell’Australia e dell’Africa, hanno climi aridi e semi-aridi perché si trovano in zone dove, normalmente, persistono moti d’aria discendenti che risultano tali per la distribuzione della massa atmosferica e per la presenza, nelle aree limitrofe, di intensi moti d’aria ascendenti, quelli per intenderci da cui scaturiscono i temporali, che hanno il compito di portare verso l’alto il calore riemesso dalla superficie nelle dinamiche del bilancio radiativo delle aree sub-tropicali. Bene, l’aria che scende, inibisce la formazione delle nubi, favorendo quindi l’ingresso di una maggiore quantità di radiazione solare, comprimendo e al contempo riscaldando gli strati atmosferici più superficiali.

Che abbia fatto caldo, molto caldo, e che siano anche stati battuti dei record, è fuori discussione, ma forse la faccenda merita un approfondimento.

Durante l’onda di calore subita da una parte dell’Australia, erano presenti, quasi tutto intorno al continente, intensi moti ascendenti, per il passaggio dell’onda convettiva equatoriale (Madden Julien Oscillation), nelle fasi 4, 5 e 6, come dimostrano le figure qui sotto:

Schema MJO

Zone MJO

MJO 27 Dicembre – 4 Febbraio, fonte BOM http://www.bom.gov.au/climate/mjo/

Quindi, basta guardare l’immagine delle anomalie di temperatura per l’Australia e l’oceano ad essa circostante durante l’onda di calore, per notare come quasi tutto il mare attorno sia stato per gennaio in anomalia negativa, a causa dei sistemi convettivi presenti sul mare. Questi non solo hanno generato i moti discendenti sulla terraferma, ma con le loro piogge hanno rilasciato il calore latente che ha contribuito ad esacerbare l’onda di calore.

Aggiungi a tutto questo il non trascurabile fatto che si trattava del picco dell’estate, ed ecco che attribuire le anomalie fredde al tempo e quelle calde al clima che cambia, è, appunto, incapacità o mancanza di volontà di guardare le cose nella giusta prospettiva.

Se si tratti di essere dei cialtroni o di perseguire un’agenda non lo so, ma ho qualche sospetto.

Enjoy.

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Nonsense Vortex

Posted by on 06:01 in Attualità | 18 comments

Nonsense Vortex

Il #Polarvortex, come piace chiamarlo ai giornaloni d’oltreoceano, si è finalmente allontanato dagli Stati Uniti lasciando dietro di sè una vasta scia di distruzione della già residuale qualità dell’informazione giornalistica in fatto di clima. Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori: stratosfere che si sciolgono e piovono incandescenti verso il basso, caldo che genera il freddo, teiere fumanti sull’Atlantico settentrionale, carneficine climatiche e poi gli immancabili hacker russi. In mezzo a cotanta abbondanza si fa fatica a mettere ordine, ma alcuni spunti sono decisamente meritevoli di una menzione speciale.

Ha stat’ Putin

MSNBC, canale televisivo via cavo americano che rivaleggia con la CNN nella gara a chi la spara più grossa contro il presidente americano, in un annuncio drammatico e carico di pathos spiega agli ascoltatori che Putin potrebbe approfittare del freddo per ordinare un attacco informatico contro infrastrutture vitali americane, come le pipeline a gas. “È una minaccia mortaleargomenta la conduttrice in stato di evidente alterazione. “Cosa succederebbe se la Russia togliesse l’elettricità a Fargo oggi? Con 50 gradi sotto lo zero?” Probabilmente quello che sarebbe successo se la Clinton avesse vinto le elezioni, e coperto l’America come promesso con mezzo miliardi di pannelli solari: tutti al buio a scaldarsi con la legna.

Tea Time

Poche ore dopo la comparsa del tweet di Trump, il NOAA si è sentito in dovere di rispondere con un contro-tweet che sentenzia: “Le tempeste di neve non dimostrano che il Global Warming non stia comunque accadendo”. A corredo, un disegnino da scuola materna, con una teiera bollente in mezzo all’Atlantico scaldata dall’acqua di mare “troppo calda” che soffia neve sulla costa americana. Cosa c’entri il calore del mare con i 45 gradi sotto lo zero nel Midwest lo sanno solo al NOAA. Resta infatti da capire come mai il vapore della teiera in questione non arrivi a scaldare le pianure americane congelate: si perde forse per strada?

Come al solito, non è una cosa seria, ma il fatto che una agenzia che pretende di essere scientifica si riduca a snocciolare vignette per bambini senza alcun senso, fa capire quale sia la vera posta in gioco: la credulità del popolino. Sono decenni che il NOAA e i suoi fratelli prevedono la scomparsa della neve, l’avanzata dei deserti e l’arrostimento collettivo, senza mai azzeccarci: deve essere cambiato qualcosa se adesso si ritrovano a giustificare ondate di gelo record con teiere fumanti e nuvolette bianche con asterischi. L’unica cosa che non cambia al NOAA sono i suoi dipendenti: ben 11,000 come si conviene ad un carrozzone politico (parte del Dipartimento del Commercio) infarcito di militanti liberal e impiegati che col clima-terrorismo ci sbarcano il lunario da decenni.

Carneficina

Veniamo adesso al giardino di casa nostra. Cominciamo con un riferimento irrinunciabile in fatto di clima-catastrofismo: La Stampa, che all’apice dell’ondata di gelo in America, se ne esce con un articolo dal titolo sobrio: “Quanti uomini saranno portati ad uccidersi tra loro domani a causa del cambiamento climatico?”. Trattandosi di una “Top News” (sic), l’articolo è accessibile solo ai fortunati abbonati al quotidiano torinese, ma dall’incipit si capisce che il tema è il solito: migranti climatici, ovvero la favola bella che spiega tutto: dalla guerra in Siria ai conflitti etnici e religiosi più disparati (ne abbiamo parlato). Volendo contestualizzare, c’è da chiedersi se milioni di americani del Midwest da bravi migranti climatici si metteranno in marcia verso il Messico per godere di temperature più gradevoli. O se non si scanneranno prima tra loro, come profetizza l’articolo in questione. L’unica certezza, per il momento, è la migrazione dei lettori de La Stampa (-15% solo nell’ultimo anno).

And the winner is…

Giovanna Botteri, che al TG1 realizza un gioco di prestigio senza precedenti (minuto 28): l’ondata di gelo negli USA diventa il prodromo di una imminente ondata di caldo, fin dall’annuncio della notizia. Dopo il dovuto resoconto sul freddo, viene infatti annunciato l’arrivo del caldo (?) “effetto del cambiamento climatico che sta sciogliendo i ghiacci artici”. In sottofondo parte una musica lugubre, e con questa una inspiegabile digressione sugli Inuit che soffrono per il troppo caldo (ripresi mentre scorrazzano in canoa, in estate) e che sono costretti per questo ad usare celle frigorifere per conservare le balene di cui si nutrono. Frigoriferi donati “dalla stessa società petrolifera che ha contribuito a rovinare il loro habitat”.

In poche parole, l’ondata di freddo diventa ondata di caldo. E all’interno di una notizia che si vorrebbe di cronaca, si mandano filmati estivi di repertorio. Il messaggio che passa, è che in America si muore di caldo e i ghiacci si sono sciolti, in pieno inverno, per colpa di una non meglio precisata società petrolifera. In compenso si va a spasso in canoa, sotto il famoso sole artico di Gennaio.

Meglio di così…

 

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Le Previsioni di CM – 4/10 Febbraio 2019

Posted by on 23:29 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 4/10 Febbraio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

La saccatura in azione tra l’Europa centrale e il Nordafrica evolve in queste ore in un minimo chiuso di geopotenziale per l’estensione della cellula atlantica verso nord-est in risposta all’avanzamento di un profondo vortice depressionario sul medio Atlantico. Persiste l’anticiclone termico sulla Russia, con aria gelida che viene convogliata retrograda dalla Siberia centrale, attraverso il bassopiano sarmatico occidentale fin sul Mare di Kara e sul Mar Bianco (temperature intorno ai -30 gradi ad Arcangelo). Anticiclone termico stagionale sulla Groenlandia, e nevicate diffuse sul Mare di Barents per l’effetto combinato dello scorrimento di aria gelida al suolo e per l’interazione della stessa con l’aria umida atlantica che staziona sul Mar di Norvegia (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata da una evoluzione sostanzialmente zonale del campo sinottico, con la progressiva intensificazione del getto in uscita dal Canada che sospingerà sistemi perturbati in rapida successione dal Labrador fino al Mare di Kara, complice il progressivo smantellamento della cellula russo-europea. Il fronte polare si manterrà quindi a latitudini piuttosto elevate, con il flusso secondario che sarà dominato da strutture anticicloniche anch’esse in moto zonale dall’Atlantico fin verso l’Anatolia e le steppe kazake (Fig.2).

Le condizioni del tempo sull’Italia saranno quindi caratterizzate da una prevalenza di condizioni di instabilità al Meridione nella prima parte della settimana a causa dell’influenza della goccia fredda mediterranea. Nella seconda parte della settimana anche il Meridione vedrà affermarsi condizioni di stabilità in un contesto tutto sommato mite. Va sottolineata comunque l’incertezza previsionale legata all’evoluzione del minimo chiuso di geopotenziale: è infatti possibile che la goccia fredda venga agganciata dal flusso principale nella giornata di venerdì, prolungando di conseguenza la persistenza di nuvolosità e fenomenologia sull’Italia centro-meridionale.

P.S. Nel mio piccolissimo, mi piace sottolineare come l’outlook di Carlo Colarieti Tosti abbia visto benissimo anche quest’anno: dopo la successione di impulsi artici, come previsto arriva adesso un periodo di zonalità. Vedremo quanto durerà, e cosa ci riserverà l’ultimo scampolo di inverno rimasto.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì schiarite sempre più ampie al Nord e sulle regioni centrali tirreniche. Condizioni di instabilità fin dal mattino al Meridione e centrali adriatiche con precipitazioni frequenti e peggioramento ulteriore delle condizioni atmosferiche da est, in rapida estensione a tutte le regioni meridionali con precipitazioni diffuse, anche di forte intensità e abbondanti specialmente sui versanti ionici della Calabria. Nevicate a quote relativamente alte, mediamente superiori ai 1400-1600 metri.

Temperature in leggero aumento al Centro-Sud nei valori minimi. Ventilazione dai quadranti settentrionali al Nord, di grecale sulle regioni centro-meridionali, sciroccale sullo Ionio.

Martedì ancora maltempo su Calabria e Sicilia, specie versanti ionici, ma con tendenza a miglioramento sulla Calabria dal pomeriggio. Ancora molte nuvole sulle restanti regioni meridionali ma in assenza di precipitazioni significative. Stabilità sulle rimanenti regioni.

Temperature in lieve aumento, venti tesi dai quadranti settentrionali.

Mercoledì nuvolosità irregolare sulle esteme regioni meridionali, con piogge e rovesci sparsi e nevicate sull’Appennino alle quote medie. Condizioni di stabilità altrove con riduzioni della visibilità su Valpadana e valli e zone interne del Centro.

Temperature in diminuzione, venti dai quadranti settentrionali.

Da Giovedì a Sabato generali condizioni di stabilità su tutte le regioni, con riduzioni di visibilità al Nord e nelle valli e zone interne del Centro.

Temperature in stazionarie o in lieve ulteriore diminuzione. Venti deboli.

Domenica possibile peggioramento al Nord con precipitazioni diffuse, nevose sulle Alpi. Nuvolosità in aumento sulle regioni centrali, ancora stabile al Meridione.

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Terrapiattismo climatico

Posted by on 10:25 in Attualità | 10 comments

Terrapiattismo climatico

Tra lo stupore generale, nell’emisfero nord è inverno e in quello sud è estate. Proprio questa mattina, infatti, durante la rassegna stampa radiofonica che mi è capitato di ascoltare, ci si domandava come fosse possibile che, al tempo stesso, faccia freddo, molto freddo, e caldo, molto caldo, negli Stati Uniti e in Australia. Accidenti alla sfericità del pianeta e all’inclinazione del suo asse di rotazione sul piano dell’orbita attorno al sole. Accidenti alle stagioni.

Ultimo fulgido esempio quindi del diffuso analfabetismo funzionale che ormai tutti ci pervade non già nell’ostica e complessa materia climatica, quanto piuttosto nella più accessibile, quanto ahimè ormai dimenticata geografia astronomica, vecchia cara materia delle scuole medie inferiori, ormai credo abbandonata in favore di una molto più impegnata consapevolezza ambientale che si vorrebbe inculcare ai nostri giovani senza però fornir loro le basi del mestiere.

Comunque, che è tutto sto freddo negli USA? Ma come, non lo sapete? E’ il famigerato #Polarvortex (ormai si capisce solo se in forma di hashtag…), che ruggisce più forte di quanto Madre Natura gli abbia mai concesso di fare. E di chi è la colpa? Semplice, ha stato il global warming! Corre voce infatti nelle alte sfere climatiche, dove si abbeverano le alte sfere mediatiche, che sì, il gelo negli USA e, in misura più compostamente europea, anche il freddo da noi, siano imputabili al Sudden Warming Stratosferico dei primi giorni di quest’anno, e questo è normale. Ma, attenzione, a causa del riscaldamento dell’artico, opportunamente colorato di rosso nelle mappe anche se è comunque 2/3 decine di gradi sotto zero, questi eventi di SSW sarebbero più frequenti, esacerbando e rendendo più probabili anche le conseguenti ondate di freddo per le medie latitudini. Parafrasando non senza un certo ribrezzo il virgolettato di un noto esperto di qualche giorno fa, la stratosfera si scioglie e l’aria gelida scende fin sul Mediterraneo.

Come sempre accade nel mondo dei numeri – già, clima, tempo e loro derivati si misurano ricordate? – certe cose si possono verificare con la conta. A volte è semplice, a volte meno, perché man mano che si scoprono cose nuove del nostro mondo, si fa più complesso il problema di capire come fossero quando ancora non le conoscevamo. Nella fattispecie però non è difficile, perché le ondate di freddo lasciano il segno e i dati, almeno per l’era moderna, sono effettivamente disponibili.

E così, et voilà, direttamente dal blog di Roy Spencer  e con lo zampino di John Christy, due che su clima e dintorni stanno con i piedi per terra, ecco la serie storica delle incursioni del #Polarvortex negli USA.

Urka! In netto declino da quando le si può contare. E, se proprio volete fare i pignoli, visto che anche la diminuzione dei ghiacci artici (il maggiordomo colpevole) la misuriamo dalla fine degli anni ’70, in declino pure da allora.

E quindi? Bè, quindi è chiaro, il collegamento tra la diminuzione del ghiaccio e il vagabondaggio del freddo non sta in piedi, neanche con le stampelle. Possibile che nessuno si sia preso la briga di dare un’occhiata ai numeri? Pare proprio di sì, del resto a mettere in piedi teorie e a venderle ai media assetati di sangue si fa in un attimo, non è necessario che siano anche realistiche. Tornano comunque utili, come giustamente twitta una politica USA molto impegnata nei temi economici, ovvero nell’ultima frontiera del clima, il portafoglio altrui:

Eppure, a guardar bene il grafico, un segnale climatico c’è, perché in un pianeta che si scalda (che lo faccia perché c’è un interglaciale, perché il sole ci mette il suo o perché ce lo abbiano messo i suoi abitanti), è abbastanza logico che possano diminuire gli eventi di freddo intenso, naturalmente senza trascurare vari cigni neri. Ma, in chiave ha stato il global warming, come si fa a trarre vantaggio mediatico da una terribile ondata di freddo dicendo che comunque stanno diminuendo? Troppo poco spaventevole. Inoltre, qualcuno potrebbe anche pensare che, vabbè, meno male che c’è il global warming… Meglio, molto meglio, ricordare che in un mondo dove effettivamente ancora non ci abbiamo capito niente, qualunque cosa accada è climate change. Buono per il freddo, il caldo, la pioggia, la siccità, il vento etc etc etc…

I numeri gente, leggete sempre i numeri!

Enjoy.

Disclaimer. Per semplicità ho fatto ricorso al termine #Polarvortex. Non me ne vogliano gli amici di CM: il Vortice Polare è diversi km sopra il freddo negli USA e i -40 o 50° che si leggono sui giornali sono wind chill, non misure di temperatura. Il wind chill, inutile al pari del tormentone estivo sulla temperatura percepita, misura infatti la perdita di calore. Ergo, leggete sempre i numeri sì, ma diffidate di chi, evidentemente, dà i numeri, forse perché ha preso troppo freddo ;-).

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Rescue Team – 30 Gennaio 2019

Posted by on 14:45 in Attualità | 30 comments

Rescue Team – 30 Gennaio 2019

Come si sa (o meglio, si cerca di non far sapere) in America in questi giorni sono alle prese con una ondata di gelo estremamente intensa, che porta con sè inevitabilmente la caduta di nuovi record di temperatura. Quando eventi di questo genere accadono in America, il Rescue Team si attiva sempre: innanzitutto perché le ondate di gelo americane interessano aree densamente popolate, e il rischio (terribile) è che la gente si accorga che si muore di freddo anche in questi anni di presunto feroce global warming.

In un quadro di per sè già così gravemente compromesso per la stampa arruolata alla causa, si aggiunge l’ennesimo sberleffo del presidente americano, con un tweet che recita più o meno: La gente non può sopravvivere all’aperto che per pochi minuti. Cosa diavolo ti sta accadendo, Global Warming? Ti prego torna presto, abbiamo bisogno di te!”.

La reazione dei pasdaran del climatismo, prevedibilmente, è stata assolutamente isterica. Una ridda di insulti e offese da osteria, pubblicate a caratteri cubitali da quelli che Google considera “media affidabili” (CNN, Guardian, WaPo…). Solo insulti e nient’altro. Al punto che ricercare su Google il tweet incriminato è praticamente impossibile, a meno che non si cerchino proprio gli insulti in questione (Google fa sempre meglio il suo lavoro di censura e re-indirizzamento forzato alle fonti di informazione unica globalista).

Ma come spesso accade quando si parla di Climate Change, gli spunti umoristici in questi casi sono assicurati. Giusto a titolo di esempio, vale la pena citare una delle risposte arrivate al tweet di Trump: una risposta pacata, competente e scientificamente supportata come accade quando scendono in campo le star di Hollywood. La stella in questione non è proprio in ascesa (a dispetto della foto di circa un quarto di secolo fa) ma come dice De Andrè, chi non può più dare il cattivo esempio, dà buoni consigli. E infatti in risposta al tweet di Trump, l’attrice argomenta: “Si chiama Climate Change (non Global Warming), stronz@!”

Illuminante Frances: quando fa freddo è Climate Change, quando fa caldo è Global Warming. E solo uno stronz@ può non capire una cosa così semplice, chiaramente. Vale la pena notare che la risposta della Frances si colloca pienamente nella cornice delle strategie del Rescue Team. Nello specifico, Strategia #2 che recita letteralmente: “Strategia #2 – È Climate Change! Quando fa caldo, è Global Warming. Quando fa freddo è Climate Change. Declinata in varie forme, tutte più o meno ridicole o irragionevoli (…)

Ma il Rescue Team non si poteva mica fermare alle starlette cadenti hollywoodiane. I giornaloni globalisti sono infatti partiti con il solito prevedibile riflesso condizionato, bava alla bocca come il cane di Pavlov. Nello specifico, applicando la Strategia #4, che recita testualmente: “Strategia #4 – Il record di caldoQuesta carta si gioca se vengono infranti record di freddo. Allora tocca cambiare emisfero e cercare un record di segno inverso. Ci sarà per forza un posto in Australia, in Africa o in Sud America dove è caduto un record di calore

… E così è stato: mentre si preparava il ghiacciaio americano, occhi puntati naturalmente… Sull’Australia! Dove, stranamente, all’apice dell’estate australe fa caldo. Pare siano stati persino abbattuti dei record di calore, incredibile! La notizia in realtà è di una settimana prima, lanciata, anzi urlata come al solito dai Pasdaran del Climate Change del Guardian con l’immancabile corredo di cartine geografiche rosso-sangue. Per la cronaca, in questo momento ad Adelaide si registrano 12 freschissimi gradi, ma una notizia vecchia, come la gallina, fa sempre buon brodo quando si tratta di distrarre il gregge infreddolito.

Bisogna, tuttavia, alzare sempre l’asticella, come insegnano proprio a Hollywood con le serie televisive. E siccome la notizia dei pipistrelli stecchiti dal caldo, il Rescue Team se l’era già giocata esattamente un anno fa, quest’anno oltre ai soliti pipistrelli il Rescue Team chiama in causa una strage di cammelli australiani, morti (letteralmente) di sete. Niente di sorprendente, visto che in certi salotti buoni un americano morto di freddo (possibilmente un volgare populista del Wisconsin) vale meno di un pipistrello stecchito dal caldo.

Non è una cosa seria, come al solito. E a confermarlo (non) arriva la notizia che proprio ad Adelaide e dintorni, nel mezzo della terribile ondata di caldo schianta-cammelli, la gente non può ricorrere ai condizionatori d’aria per mancanza di elettricità. E sapete perché? Perché per voler fare gli ambientalisti duri e puri, da quelle parti hanno installato pannelli solari e mulini a vento a go-go. Con l’intento dichiarato di eliminare i naledetti combustibili fossili, e con il mirabile risultato di sfasciare la rete di distribuzione elettrica. Fu così che per combattere il global warming, si ritrovarono al buio, e senza condizionatore.  Chi è causa del suo mal…

E a proposito di mali… In questo momento a Chicago si registrano 30 gradi sotto lo zero, fino a -35 nel Wisconsin, -41 in Minnesota.

GLOBAL WARMING, DOVE SEI ? TORNA PRESTO!! 

 

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Clima e Vulcani, non è solo un tema di latitudine

Posted by on 12:34 in Attualità | 2 comments

Clima e Vulcani, non è solo un tema di latitudine

Per spiegarci quali e quante sofferenze climatiche dovremo sopportare nel solito futuro prossimo ma che ancora non si vede, il Sole24Ore ha recentemente portato ad esempio l’ultima firma della litosfera sul clima globale di cui si ha memoria. In effetti si parlava di freddo e non di caldo ma, tant’è, l’esplosione del Vulcano Pinatubo nelle Filippine del giugno 1991, ha lasciato il segno nelle serie storiche della temperatura.

Altri eventi di portata storica, come ad esempio quello di cui fu protagonista il Vulcano Tambora, in Indonesia, nel 1815, la firma l’hanno lasciata anche nei libri di storia, perché l’anno che seguì lo conosciamo come “anno senza estate”, con annessi seri problemi di approvvigionamento di materie prime alimentari.

Tutti episodi accaduti tra più e meno 30° di latitudine. Come sin qui sostenuto dalla maggior parte della letteratura disponibile, sarebbe proprio la collocazione alle basse latitudini, insieme ovviamente alla potenza, la chiave di lettura dell’impronta delle eruzioni vulcaniche sul clima. Ora però è stato appena pubblicato un paper su Nature Geoscience, le cui conclusioni dicono qualcosa di diverso:

Disproportionately strong climate forcing from extratropical explosive volcanic eruptions

Ne ha parlato anche Science Daily, in questo articolo: Extratropical volcanoes influence climate more than assumed

In sostanza gli autori di questo articilo hanno rivisto al rialzo gli effetti che possono avere le eruzioni vulcaniche extratropicali sull’accumulo di aerosol in atmosfera e, di conseguenza, sulla profondità ottica della stessa, da cui deriva la quantità di radiazione che non riesce a raggiungere la superficie.

Nelle loro simulazioni, hanno provato a ricostruire l’evento eruttivo e il conseguente raffreddamento del VI secolo, quando nell’anno 536 apparve anche nel Mediterraneo una nube che oscurò il sole “che irradiava la sua luce senza luminosità”, come descritto da Procopio che ne fu testimone. Sembra che quello sia stato il più intenso evento di temporaneo raffreddamento che il pianeta ha sperimentato per causa di un’eruzione negli ultimi 2500 anni. Anche in quel caso, il freddo fece parecchi più danni del caldo ;-).

Ai link per approfondire. Enjoy.

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Le Previsioni di CM – 28 Gennaio / 3 Febbraio 2019

Posted by on 07:00 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 28 Gennaio / 3 Febbraio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una vasta conca depressionaria interessa tutta l’Europa, con la sola esclusione di parte della penisola iberica. È alimentata da aria polare marittima in discesa dalla Groenlandia lungo il fianco orientale della cellula atlantica, sempre defilata in prossimità delle Azzorre. L’anticiclone russo rimane anch’esso defilato a est, tra le steppe kazake e il Mare di Kara, ma fa sentire il suo respiro gelido fin sulla Scandinavia settentrionale dove in queste ore si registrano temperature prossime ai -40 gradi. L’Italia continua ad essere quindi interessata da avvezioni di aria fredda dai quadranti settentrionali, con il Nord protetto dalla barriera alpina e le regioni peninsulari soggette a frequenti episodi di maltempo per la formazione di depressioni mediterranee (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata dal succedersi pressoché ininterrotto di nuovi impulsi di aria polare marittima in direzione del Mediterraneo. Tuttavia, a causa dell’ulteriore cedimento del campo in Atlantico, la direttrice delle successive avvezioni di aria artica si sposterà più ad ovest. Questo comporterà il progressivo coinvolgimento nel maltempo anche delle regioni settentrionali, per l’attivazione di correnti sud-occidentali in risposta all’ingresso dell’aria fredda sul Mediterraneo dalla Porta di Carcassonne (Fig.2). Se questa dinamica verrà confermata, è possibile che le regioni settentrionali siano interessate da nevicate molto abbondanti sul finire della settimana, fino a quote pianeggianti. È una previsione con elevati margini di incertezza al momento, ma che vale la pena seguire giorno per giorno, visto che potrebbe trattarsi di un evento meteorologico rilevante.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì ampie schiarite sulle regioni nord-occidentali. Persistono le nevicate a quote basse sulle Dolomiti, in trasferimento verso la Carnia. Piogge e rovesci sulle zone costiere del Triveneto in trasferimento verso la Romagna. Sulle regioni centrali nuvolosità irregolare con precipitazioni sparse specie sulle zone interne, nevose a quote basse. Piogge e rovesci avanzano verso la Sardegna, con nevicate sul Gennargentu alle quote medie. Al Meridione cieli chiusi sulle regioni tirreniche, con le prime precipitazioni in arrivo da ovest in tarda serata. Schiarite più ampie sulle regioni ioniche e del basso Adriatico.

Temperature in diminuzione, ventilazione tesa di maestrale o di ponente, con residui refoli sciroccali sullo Ionio.

Martedì ampie schiarite al Nord, qualche rovescio persiste in mattinata sulle Marche con nevicate a quote basse. Ampie schiarite anche sulle centrali tirreniche e addensamenti associati a qualche isolata precipitazione sulle centrali adriatiche, in miglioramento. Cieli diffusamente nuvolosi al Meridione, con precipitazioni più probabili sui versanti tirrenici e zone montuose dove si presenteranno nevosi alle quote medie.

Temperature stazionarie, venti di maestrale, tesi sui bacini di ponente.

Mercoledì cieli chiusi in mattinata sulle regioni nord-occidentali con nevicate sparse anche a quote pianeggianti, per lo più di debole intensità. Fenomeni in trasferimento verso le regioni di Nord-est dove si presenteranno più intensi, nevosi a quote basse e localmente pianeggianti sul Triveneto. Sulle restanti regioni centrali e meridionali, rapido aumento della nuvolosità associata a precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale e nevose a quote collinari sulle regioni centali, e a quote medie al Meridione. I fenomeni si porteranno rapidamente dalle regioni tirreniche a quelle adriatiche, con schiarite serali sui versanti di ponente.

Temperature stazionarie, venti a circolazione ciclonica attorno al minimo in transito sul Tirreno.

Giovedì nubi e precipitazioni abbandonano le regioni adriatiche in mattinata. Ampie schiarite al Nord. Veloce passaggio nuvoloso sulle centrali tirreniche con precipitazioni sparse in rapido spostamento verso le regioni meridionali tirreniche dove persisteranno nuvolosità e precipitazioni.

Temperature in aumento al Meridione, dove la ventilazione sarà tesa di libeccio.

Venerdì peggiora rapidamente al Nord con precipitazioni diffuse, persistenti, localmente abbondanti e nevose a quote basse. Le nevicate potrebbero interessare la pianura padana centro-occidentale e risultare abbondanti. Piogge e rovesci dal mattino su Sardegna e alta Toscana in estensione alle restanti regioni centrali tirreniche, con nevicate confinate sull’Appennino a quote medio-alte. Parzialmente nuvoloso sulle centrali adriatiche e al Meridione.

Temperature in forte aumento al Centro e al Sud. Venti forti dai quadranti meridionali.

Sabato e Domenica migliora al Nord, permangono condizioni di instabilità perturbata sulle regioni centrali e meridionali con precipitazioni frequenti e nevicate sull’Appennino con quota neve in abbassamento fino a 600-800 metri. Temperature in sensibile diminuzione e venti tesi di maestrale.

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Diranno di Noi

Posted by on 23:47 in Attualità | 17 comments

Diranno di Noi

Vai a capire come mai erano così convinti, gli abitanti della Terra agli inizi del 21o secolo, che il clima del loro Pianeta fosse determinato solo dal tenore di CO2. Bastava guardare qualche grafico per scoprire che quella correlazione proprio non esisteva. Non era mai esistita nei 600 milioni di anni precedenti, nè esisteva nel brevissimo termine, allorché il tenore di CO2 aumentava linearmente a fronte di “pause” nell’aumento di temperatura che gli accigliati esperti del tempo attribuivano a ragioni che oggi appaiono scientificamente spericolate. Quando non del tutto ridicole.

Si sosteneva, per esempio, che il caldo del passato fosse “meno caldo” di quanto si credeva, e si “ritoccavano” di conseguenza i dataset storici delle temperature con l’effetto di creare trend di riscaldamento esasperati. Si chiamavano in causa errori di misura di decenni addietro: ad esempio si disquisiva di come venissero erroneamente manipolati i secchi d’acqua dalle navi che misuravano la temperatura del mare, e in base a questo si esasperavano ulteriormente i trend di aumento delle temperature. Qualcun altro, invece, chiamava in causa dei misteriosi pozzi di calore che ingoiavano il caldo nelle profondità oceaniche, pronti a risputarlo fuori più avanti, per arrostire l’umanità. Quando le misurazioni satellitari non confermavano i trend previsti dagli esperti (Dio solo sa perché non si usassero solo quelle, a fronte della evidente inaffidabilità dei dati misurati al suolo) allora si chiamavano in causa improvvise necessità di correzione anche di quei dati. Finché non replicavano quelli (a loro volta già “omogeneizzati”) al suolo.

Nessuno rideva di questi “studi” che sfidavano il buon senso, anzi, avevano tutti dignità di pubblicazione sulle riviste più prestigiose dell’epoca. Ci si aggrappava alla “corretta metodologia per giustificare la pubblicazione di articoli altrimenti imbarazzanti, che si contraddicevano tra loro in modo grottesco, ma che sostenevano tutti la stessa narrativa: fa caldo per colpa della CO2, ovvero dell’uomo.

Ma non bastava, perché comunque l’evidenza diceva che rispetto al 1850 le temperature erano aumentate di appena 0.8 gradi. Qualcuno allora inventò una teoria secondo la quale l’aumento di temperatura sarebbe comunque avvenuto più avanti, e sarebbe stato improvviso e furioso: la chiamarono teoria della “mazza da hockey”. Quella mazza, però, non arrivava mai. Ogni tanto, a intervalli di qualche anno, qualcuno diceva di averla vista. Si sbagliava, perché era semplicemente l’ENSO, e di lì a poco la mazza si sarebbe trasformata nuovamente in un encefalogramma piatto. Possibilmente da inclinare con nuovi esercizi di “omogeneizzazione” dei dati del passato.

I cosiddetti “modelli climatici” dominavano la narrativa catastrofista dell’epoca. Assolutamente incapaci di prevedere alcunché, avevano solo dimostrato nei decenni l’insostenibilità dell’idea di un clima CO2-dipendente. Tuttavia, la pubblicazione di miracolose “revisioni” degli stessi modelli, ne allungavano indefinitamente la vita. Strano che gli scienziati dell’epoca non si rendessero conto della differenza tra un “history match” e una previsione ben fatta: un concetto elementare eppure inspiegabilmente ignorato.

Erano tempi di confusione, in cui sembrava che il metodo scientifico avesse lasciato nuovamente il posto ai tribunali di inquisizione: la scienza climatica, e solo quella, veniva considerata “consolidata”, e qualsiasi tentativo di aprire un confronto sul tema era considerato eresia e peccato mortale: persino in ambienti religiosi, proprio come ai tempi di Galileo, Savonarola e Serveto. Nel mentre, la scienza vera continuava a fare progressi impressionanti, specie in ambito bellico dove armi supersoniche praticamente invincibili venivano sviluppate da paesi che non intendevano baloccarsi con il Global Warming e gli altri temi ridicoli e irrilevanti con cui si intrattenevano le elites di un occidente molle e decadente.

Ma la cosa più difficile da spiegare è come mai ci si preoccupava tanto della CO2, a fronte degli indiscutibili benefici che questa regalava al Pianeta: la Terra diventava più verde, la produzione agricola aumentava conseguentemente, salvando la vita di milioni di persone. E nonostante i fenomeni meteorologici estremi non mostrassero alcun aumento, si attribuiva alla CO2 qualsiasi evento atmosferico, da una siccità ad una nevicata, da un’alluvione a una gelata primaverile.

Le stesse persone che pompavano CO2 nelle serre per aumentarne la produttività, maledicevano la CO2 come un veleno mortifero. E gli stessi che sciavano in inverno e andavano al mare l’estate, sempre negli stessi posti da decenni, strepitavano e si flagellavano per la prevista scomparsa della neve sui monti e per il mare che avrebbe inondato le loro città. Una contraddizione inspiegabile tra realtà e fiction, fondata sul rifiuto di voler guardare ai fatti per preservare le previsioni degli “esperti”. E per poter giustificare, alla luce di quelle previsioni, “transizioni energetiche” altrimenti del tutto prive di senso.

Avevano davanti una mole impressionante di prove, gli uomini e le donne di allora. Prove che gli gridavano in faccia l’inaffidabilità delle previsioni climatiche dei modelli, l’insensatezza di una narrativa clima-catastrofista smentita dai fatti, e l’assenza di una correlazione chiara tra CO2 e temperature. E l’esistenza di correlazioni molto più affidabili e sensate che con la CO2 non c’entravano nulla. Le hanno ignorate, quelle prove, mentre trilioni di dollari continuavano a piovere sulla causa del Climate Change, e i pochi anziani scienziati della vecchia guardia denunciavano la corruzione che quei trilioni stavano portando, proprio in ambito scientifico.

Erano soldi dei cittadini comuni, quei trilioni di dollari. Soldi sottratti allo sviluppo, alla ricerca scientifica in ambito medico, alla creazione di posti di lavoro, al sostegno dei bisognosi. Soldi drenati sotto forma di tasse, dalle tasche sfondate di contribuenti sempre più infuriati. Trilioni bruciati per abbandonare un modello energetico economico ed efficiente in favore di uno costoso e inefficiente. Ma profittevole per chi, quella transizione energetica, la guidava e la promuoveva.

Non poteva andare avanti troppo a lungo.

Accadde, infatti, quello che sappiamo. E da quel momento, di global warming antropogenico e di tanti altri falsi problemi del giorno prima, non se ne parlò più.

 

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Il contenuto di calore degli oceani: questo sconosciuto.

Posted by on 11:31 in Attualità, Climatologia | 8 comments

Il contenuto di calore degli oceani: questo sconosciuto.

Mi sono occupato già diverse volte del problema del contenuto di calore degli oceani. L’ultima occasione è stata un commento di un articolo scientifico pubblicato qualche mese fa.  Grazie ad una segnalazione di G. Guidi, ho avuto la fortuna di scovare una lunga serie di articoli che si occupano dell’argomento e che sono stati recensiti da J. Curry nel suo blog.

Molto interessante mi è parso un articolo segnalato qualche settimana fa da G. Guidi:

The Little Ice Age and 20th century deep Pacific cooling  a firma di G. Gebbie e P. Huybers.

Gli autori sulla scorta di una serie di misure effettuate oltre un secolo fa, di una serie di misure più recenti e degli output di un modello matematico che descrive l’evoluzione del profilo termico verticale dell’oceano in funzione delle temperature superficiali ed atmosferiche, ricostruiscono il contenuto di calore degli oceani nel corso di un millennio circa. Essi calcolano innanzitutto il contenuto di calore dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Atlantico nella seconda metà del XIX secolo sulla base dei rilievi effettuati dalla spedizione del vascello Challenger nel 1874/1875 e lo confrontano con quello ottenuto sulla base delle misure della missione WOCE che nel corso degli anni ’90 del secolo scorso ha provveduto alla misurazione di una serie di parametri idrografici in moltissimi punti della superficie oceanica terrestre, in particolar modo delle temperature oceaniche a varie profondità.

Gli esiti del confronto hanno consentito di acclarare che relativamente all’Oceano Pacifico, la zona compresa tra 0 e 1500 metri di profondità, circa, si è riscaldata in modo molto evidente. Viceversa la zona al di sotto dei 1500 metri ha fatto registrare un raffreddamento statisticamente significativo.  Per l’Oceano Atlantico, invece, le cose sono andate in modo alquanto diverso: il riscaldamento ha riguardato tanto la superficie che le acque profonde (fino a 3500 metri). Dopo i 3500 metri si registra un raffreddamento anche delle acque atlantiche.

Gebbie e P. Huybers hanno utilizzato un modello matematico per ricostruire il profilo verticale di temperature in funzione del tempo ed hanno utilizzato i profili di temperatura verticale ricavati dalle misure di Challenger e WOCE, per calibrare il modello stesso. Sulla base dei risultati ottenuti, i due ricercatori concludono che la dipendenza del contenuto di calore degli oceani dalla temperatura superficiale non può essere considerata una relazione banale, ma una relazione estremamente complessa. In particolare il calore immagazzinato nella parte di oceano più vicina alla superficie, impiega tempi diversi per propagarsi agli strati più profondi dell’oceano. Le parti più profonde dell’Oceano Pacifico, per esempio, si riscaldano (raffreddano) anche diversi secoli dopo che si sono riscaldate (raffreddate) le acque più superficiali. L’Oceano Atlantico segue invece regole diverse, probabilmente a causa del diverso modo in cui agiscono le correnti termoaline. Per quel che riguarda le acque del Pacifico, gli autori sostengono che l’attuale raffreddamento delle acque oceaniche profonde è un effetto della Piccola Era Glaciale.

Le mie perplessità circa la metodologia utilizzata per lo studio, sono diverse.  In primo luogo il volume oceanico indagato direttamente è estremamente ridotto (una piccola percentuale del totale) sia dal punto di vista temporale che spaziale. L’elaborazione modellistica riguarda un ampio intervallo temporale (diversi secoli) e una grossa percentuale della massa oceanica.
Mi sembra che ci troviamo di fronte ad un’estrapolazione piuttosto impegnativa: i risultati di circa due secoli di dati vengono utilizzati per sintonizzare circa 20 secoli di simulazione.

Altrettanto perplesso mi lascia il grande intervallo di incertezza che caratterizza i risultati ottenuti.
Lo scrivo quando i risultati di alcuni studi non mi piacciono e lo ribadisco anche per uno studio le cui conclusioni concordano con il mio pensiero: non mi sembra corretto utilizzare due pesi e due misure.
Tutto ciò premesso, le conclusioni dell’articolo sono piuttosto interessanti. In primis esso manda a carte quarantotto una delle spiegazioni più accreditate del cosiddetto “calore mancante” o “mannaro” che dir si voglia, ovvero di quel calore che non fa quadrare il bilancio energetico del sistema climatico terrestre. Secondo K.E. Trenberth il calore mancante si sarebbe inabissato nelle profondità oceaniche, determinando un aumento delle temperature delle acque abissali: il calore mancante si troverebbe, quindi, in fondo al mare. Stando ai risultati di questo studio, invece, ci vogliono secoli se non millenni perché il calore superficiale si propaghi agli strati più profondi dell’oceano: pochi decenni non sono sufficienti e, pertanto, questa ipotesi non sembra più idonea a spiegare la differenza tra gli output modellistici e le osservazioni. Questo vale però solo per l’Oceano Pacifico mentre per l’Oceano Atlantico il discorso è parecchio diverso e la tesi di Trenberth appare più plausibile.

Altro aspetto importante dello studio di G. Gebbie e P. Huybers riguarda la quantità di calore assorbito dagli oceani nel corso del 20° secolo. Stante la dinamica ipotizzata dagli autori, il riscaldamento delle acque superficiali sperimentato nel corso dell’epoca post industriale, non deve essere imputato esclusivamente al riscaldamento globale generato dalla CO2, ma per circa il 25% al calore ceduto dalle acque più profonde a quelle superficiali. Potremmo dire, quindi, che parte del riscaldamento globale atmosferico potrebbe anche essere conseguenza del raffreddamento delle acque profonde e, quindi, la sua origine dovrebbe essere fatta risalire al periodo caldo medievale.  Insomma una bella botta alle certezze che circolano negli ambienti pro AGW.

Se la quantità di calore assorbita dagli oceani nel corso del 20° secolo è, pertanto, inferiore a quella prevista dagli studiosi, significa che anche i valori della sensibilità climatica all’equilibrio e di quella transitoria, devono essere rivisti al ribasso. E questa non è cosa di poco conto.

Le novità non finiscono qui, però. Sempre scorrendo la lista stilata da J. Curry, troviamo un altro articolo molto interessante:

CERA-20C: A Coupled Reanalysis of the Twentieth Century di P. Loyalaux et al.

CERA è un modello accoppiato oceano-atmosfera e viene utilizzato dall’ECMWF per effettuare rianalisi recenti di parametri atmosferici ed oceanici. CERA- 20C è una versione del modello CERA che è stata implementata per ricostruire i parametri terrestri ed oceanici dell’intero XX secolo, utilizzando una griglia orizzontale con maglie di 125 km di lato e che si sviluppa su   91 livelli verticali.  L’articolo citato si occupa di diversi parametri: temperature superficiali, pressioni, contenuto di calore degli oceani, cicloni tropicali e via cantando. Per quel che riguarda il nostro oggetto di discussione, ovvero il contenuto di calore degli oceani, bisogna considerare il capitolo 5 dell’articolo. In tale capitolo gli autori dopo aver illustrato i vantaggi nell’uso dei modelli accoppiati oceano-atmosfera rispetto a quello dei modelli non accoppiati, commentano i risultati ottenuti. Particolarmente istruttiva è la fig. 10 dell’articolo, di cui riporto un adattamento elaborato sulla base grafica estratta dal post di J. Curry.

In tale figura sono riportati i grafici rappresentanti il contenuto di calore degli oceani nel corso del XX secolo nella fascia superiore ai 300 metri di profondità (pannello in alto a sinistra) nella fascia superiore ai 700 metri di profondità (pannello in alto a destra) e quella dell’intera colonna d’acqua (pannello in basso). Dall’analisi dei diagrammi si può notare che il contenuto di calore della fascia più superficiale degli oceani, è aumentato nel periodo compreso tra l’inizio del secolo e la metà del secolo, raggiungendo il massimo valore tra il 1940 ed il 1960. Successivamente è sceso fino a portarsi ai livelli di inizio secolo e, dopo un breve periodo in cui ha oscillato intorno a valori mediamente bassi, ha ricominciato ad aumentare fino a raggiungere i valori attuali che, in ogni caso, sono più bassi di quelli degli anni ’50 del secolo scorso. Gli altri due pannelli evidenziano un andamento leggermente diverso, in quanto manca il massimo degli anni ’50 e l’incertezza delle misure è notevolmente più elevata. Gli autori fanno notare, infine, che l’incertezza dei risultati dipende in massima parte dalla carenza di osservazioni che vincolino il modello. Essendo il numero di osservazioni piuttosto ridotto alle maggiori profondità e nella prima parte del secolo, non stupisce l’ampiezza della banda di incertezza e l’andamento piuttosto discontinuo dei diagrammi.

Mi sembra che ci sia poco da aggiungere alle considerazioni degli autori: le misure disponibili nella prima metà del secolo scorso sono poche, soprattutto al di sotto dei 300 metri di profondità, per cui le stime del contenuto di calore degli oceani nelle acque profonde è molto imprecisa. Tali misure, inoltre, interessano volumi oceanici molto piccoli e, quindi, una percentuale molto ridotta della massa oceanica.

A questo punto appare evidente un fatto: il contenuto di calore degli oceani è una grandezza piuttosto incerta o, per essere più precisi, è piuttosto incerta la sua evoluzione storica. In altri termini non sappiamo quanto calore fosse contenuto negli oceani prima della metà del secolo scorso, per cui mi viene da sorridere quando sento parlare di incrementi senza precedenti del contenuto di calore degli oceani negli ultimi decenni.

Poiché gran parte dei modelli climatici sono dei modelli accoppiati oceano-atmosfera, in cui il contenuto di calore degli oceani gioca un ruolo molto importante, appare evidente che le incertezze che caratterizzano il valore del contenuto di calore degli oceani, si ripercuotono pesantemente nei risultati delle elaborazioni di questi modelli e, quindi, sugli scenari che essi delineano. Si potrebbe pensare, però, che le incertezze siano relegate al passato, per cui esse non dovrebbero influenzare le elaborazioni dei modelli inizializzati con le condizioni attuali. Non è proprio così, in quanto le incertezze sono piuttosto ampie anche sul contenuto di calore attuale degli oceani.

A quanto ammontano queste incertezze nella stima del contenuto di calore oceanico? A questa domanda fornisce una risposta, purtroppo parziale, un altro articolo recensito da J. Curry:

Towards determining uncertainties in global oceanic mean values of heat, salt, and surface elevation di C. Wunsh.

In questo articolo vengono esaminati gli errori di tipo stocastico commessi nella stima di alcuni parametri che caratterizzano gli oceani e l’atmosfera attraverso le elaborazione modellistiche. Tale analisi viene effettuata per il periodo compreso tra il 1994 ed il 2013 perché la mole di dati che caratterizzano questo periodo, è tale da consentire una loro trattazione statistica.  Non si sono presi in considerazione gli errori sistematici, cioè quelli legati alle schematizzazioni fisiche dei processi di scambio termico atmosfera oceano ed al rumore legato all’elaborazione numerica, in quanto ciò richiederebbe una profonda revisione del codice di calcolo utilizzato.

Lo studio è incentrato su di un modello di circolazione oceanica globale (ECCO 4), ma i risultati possono essere estesi a tutti i modelli di circolazione globale esistenti.  Wunsh parte da una constatazione piuttosto sconfortante: non è possibile determinare le incertezze insite negli output modellistici con metodi matematici rigorosi, in quanto tali metodi richiederebbero potenze di calcolo oggi non disponibili.  Né è possibile una trattazione statistica rigorosa, in quanto i modelli di calcolo generano strutture deterministiche. Il procedimento utilizzato per la stima dell’incertezza, è, pertanto, di tipo euristico, ovvero basato su ipotesi particolari. Nella fattispecie l’ipotesi formulata dall’autore, è che per brevi periodi (venti anni sono un breve periodo per processi secolari se non millenari) le grandezze in gioco non sono in grado di strutturarsi e, quindi, rendono possibile una trattazione statistica dei dati e, pertanto, determinare i livelli di incertezza che li caratterizzano. L’ipotesi mi sembra plausibile, per cui i risultati ottenuti, possono essere  condivisibili. Tralasciando il complesso armamentario matematico utilizzato dall’autore (chi sia interessato può attingere direttamente dal testo liberamente accessibile), lo studio consente di appurare che gli oceani, nel ventennio compreso tra il 1994 ed il 2013, hanno aumentato il loro contenuto di calore ad un ritmo pari a 0,48 ± 0,16 W/m2 inclusi 0,095 W/m2 di riscaldamento geotermico. L’incertezza associata a tale valore si aggira intorno al 30% circa (due deviazioni standard) e rappresenta il suo limite inferiore.

Tale tasso di riscaldamento degli oceani non è molto diverso da quello calcolato da Levitus per il periodo 1955-2010, per cui non credo di sbagliare se scrivo che il tasso di riscaldamento degli oceani è praticamente costante da oltre mezzo secolo.

Sono rimasto molto sorpreso dal fatto che il calore geotermico (vulcani, decadimento di nuclei radioattivi e via cantando) rappresenta un’aliquota considerevole del riscaldamento oceanico: poco meno del 20%. In passato ho avuto qualche scambio di opinioni con un lettore di CM in cui sostenevo che il calore geotermico avesse influenza trascurabile sull’aumento del contenuto di calore oceanico: alla luce di questo studio devo riconoscere pubblicamente che avevo torto.

Alla luce di quanto ho avuto modo di illustrare in questo articolo, giungo alla conclusione che le nostre conoscenze circa il contenuto di calore degli oceani sono piuttosto limitate e che ciò dipende sia dal ridotto numero di rilievi effettuati (da un punto di vista spaziale e da un punto di vista temporale), sia dalla scarsa conoscenza delle dinamiche con cui il calore si trasmette all’interno degli oceani.

Altro aspetto di estremo rilievo è che una percentuale notevole (oltre il 40%) del contenuto di calore oceanico, dipende da cause cui io non avevo mai pensato: il raffreddamento delle acque abissali ed il calore geotermico. Questo comporta, come ho già avuto modo di scrivere, la necessità di una drastica riduzione dei valori della sensibilità climatica all’equilibrio e di quella transitoria, una drastica revisione delle cause che determinano l’innalzamento del livello del mare (relativamente alla componente sterica, ovvero volumetrica legata alla dilatazione termica) e, quindi, delle ipotesi a base dei modelli empirici del livello del mare.

Bisogna, infine, rivedere molte delle ipotesi a base dei modelli di circolazione globale accoppiati oceano-atmosfera. E questo non lo dico solo sulla base di quanto ho letto negli studi citati, ma anche sulla base di un report interno alla NOAA che nella post fazione, scrive a chiare lettere che

For the ocean, almost all of the net energy of the earth from the sun is absorbed in its volume from the surface to the bottom. More quantitatively, in the atmosphere/ocean system, approximately 95 percent of the heat is in the ocean. Therefore, it is essential that scientists know where this heat is being stored in the ocean water column, and how it might be impacting the circulation of the ocean, not just in the near surface region, but also at depth.

Questo tema viene sviluppato ed approfondito nel corso della post-fazione fino a giungere alla conclusione che le previsioni dei modelli matematici potranno essere precise solo nel momento in cui riusciremo a conoscere in modo corretto tanto i valori delle temperature superficiali (regolate dalla CO2 e dal particolato e dalle nuvole, aggiungo io), quanto il contenuto di calore degli oceani. Oggi come oggi la conoscenza del contenuto di calore degli oceani, è molto approssimativa per cui non siamo in grado di modellarlo in modo soddisfacente e, quindi, i modelli matematici di previsione del clima ne risentono in modo considerevole. Nonostante tutto ciò decisori politici, attivisti climatici ed ambientali e via cantando ci assicurano che abbiamo una ventina d’anni per mettere le cose a posto riducendo drasticamente le emissioni. Ne sarebbero convinti il 97% dei climatologi, sulla base degli output dei modelli matematici, anzi di una suite di modelli matematici.

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Per salvare il Pianeta, non piantate alberi!

Posted by on 07:00 in Attualità | 6 comments

Per salvare il Pianeta, non piantate alberi!

Il titolo di questo post è un esperimento, se volete anche rischioso. Tra un po’ capirete anche perché. Ma non è nostro, è del New York Times, uscito nella forma di editoriale più di quattro anni fa. Quindi roba vecchia? Non proprio, perché è stato ripreso in questi giorni da Nature, sempre nella forma di op-ed, naturalmente con un approccio più sobrio dal titolo “How much can forests fight climate change?”

Il tema, si capisce, è quello comune a tutti i tasselli che compongono il meraviglioso sistema pianeta ed il suo clima: il contributo che ogni componente fornisce al funzionamento della macchina in chiave climatica, al suo bilancio termico. Contributi che troppo spesso si danno per scontati – o scientificamente acquisiti – e puntualmente vengono rimessi in discussione.

Allora, la vegetazione, o, meglio, il ricorso ad una intensiva riforestazione. è una pratica fortemente sostenuta tra quelle immaginate per ridurre la concentrazione di CO2. tale pratica però potrebbe non avere gli effetti desiderati, perché, tra le voci da mettere in bilancio con riferimento al contributo della vegetazione non ci sono solo l’assorbimento della CO2 attraverso la fotosintesi o il rilascio di vapore acqueo, fattori che avrebbero un effetto raffreddante, ma ci sono le emissioni di aerosol che portano alla formazione o all’allungamento della permanenza in atmosfera di altri potenti gas serra, quali l’ozono e e il metano, e c’è anche la variazione in negativo dell’albedo, ovvero della quantità di radiazione incidente assorbita – dunque non riflessa – dalla superficie delle foglie.

Naturalmente, la questione è tutt’altro che risolta dal punto di vista scientifico, anche se, e veniamo alla pericolosità dell’esperimento, leggiamo da Nature che l’autrice dell’editoriale del NYT di qualche anno fa è stata puntualmente vittima di ostracismo, arrivando anche a subire minacce di morte, per il solo fatto di aver messo in discussione, ricerca alla mano, una delle armi più gradite ed economicamente redditizie  dell’esercito dei salvatori del pianeta.

Già, perché, se è bene specificare che più verde è comunque più bello, che le foreste sono la più grande cassaforte della biodiversità, che nessuno si sogna di negare i benefici ambientali delle superfici verdi, è anche vero che nei progetti di riforestazione ai fini climatici sono stati investiti e si progetta di investire enormi quantità di denaro. Più di qualche Paese ha già da tempo implementato meccanismi di offset delle emissioni di CO2 che passano proprio per le nuove piantagioni di alberi. La Cina, che fa sempre le cose in grande, progetta di lavarsi il capo dalla cenere prodotta dalle sue centrali a carbone piantando alberi per una superficie pari a quella della Gran Bretagna, tanto per dirne una.

Altro ambito scientifico dibattuto quindi, altre decisioni già prese a prescindere dalla comprensione del problema, altri tentativi, evidentemente riusciti se di questa storia se ne è sentito parlare davvero poco, di omettere sia la naturale incomprensione di aspetti enormemente complessi, sia le sfaccettature dei problemi che non si rivelano confacenti alla missione salvifica.

Sempre da Nature e twittato anche da un Roger Pielke Sr per nulla sorpreso:

I have heard scientists say that if we found forest loss cooled the planet, we wouldn’t publish it.

Appunto, certe cose meglio non pubblicarle.

Un editoriale di Nature tutto da leggere, vi lascio a quello, registrando anche per oggi che la scienza del clima è tutt’altro che definita.

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