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Nostalgia del Made in Italy

[photopress:schermata16.png,thumb,alignleft]Non ci sono più le stagioni di una volta ma, a dire il vero, neanche le previsioni sono più le stesse. Il cliché si ripete con straordinaria precisione: o soffriamo di caldo africano o peniamo per il freddo polare. Poco o niente ormai è più meteorologia di casa nostra, come dire, indigena. E’ inevitabile che questo susciti qualche moto d’orgoglio e risvegli un po’ di sano campanilismo, di voglia di Made in Italy.

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Rinnovabili col trucco

I Policy makers sono di nuovo al lavoro. Obiettivo dichiarato tracciare le linee guida degli accordi e stringere le alleanze per la lotta al nemico pubblico numero uno: l’effetto serra. Sono attese proposte che vadano nella direzione della eliminazione o almeno riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti. Così è nelle dichiarazioni d’intenti, così nell’apparenza delle politiche sin qui adottate, così non è nei fatti. Comincia ad aumentare il numero di coloro che credono che alla fine saranno rinnovati soltanto un certo numero di portafogli piuttosto che le fonti energetiche.

Vediamo perché.

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Torniamo sulle nostre impronte

[photopress:MTGClimate_0237.png,thumb,alignleft]Pochi giorni fa ho acquistato una bicicletta per bambini. Durante l’assemblaggio, cui assistevo per curiosità nella manualità altrui, sono rimasto stupito nel constatare che la luce frontale non era alimentata con una dinamo ma con due belle batterie. Risultato grande efficienza luminosa e gran consumo di energia che, nella mia pur breve memoria ciclistica, doveva essere del tutto auto-prodotta e quasi (lampadina a parte) rinnovabile. Nel senso che a tot energia muscolare corrispondevano tot giri di ruota e più o meno capacità luminosa. Le batterie sono più comode, non c’è dubbio, ma in qualche modo questo banale episodio mi ha fatto tornare alla mente un argomento del quale si è parlato l’anno scorso di questi tempi e del quale, sono certo, si tornerà a parlare di qui a pochi giorni.

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Clima, il tempo delle decisioni

[photopress:MTGClimate_0234.png,thumb,alignleft]Calma, questa non è una esortazione ma una constatazione. Il tempo delle decisioni sembra essere arrivato, il tam tam è all’apice del suo ritmo, può concludersi solo con il colpo finale. E così potrebbe essere, almeno per quel che riguarda la definizione delle politiche e delle strategie che saranno avviate nel prossimo futuro nel nostro paese. Piaccia o no, si sia d’accordo o no, siano valide o meno le ragioni dei più convinti, qualcosa, fosse anche soltanto parlarne si farà. Questo almeno è il probabile risultato della Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici che è iniziata ieri e si concluderà oggi a Roma.

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I conti senza l’oste

[photopress:MTGClimate_0212.png,thumb,alignleft]La ricerca sul clima arriva da tutte le direzioni ormai, ma ci sono alcuni centri d’eccellenza la cui voce, per tradizione o per capacità di comunicare o per entrambe queste ragioni insieme, è spesso un tono sopra le altre. Uno di questi è senz’altro l’Hadley Centre in Inghilterra, l’articolazione del Servizio Meteorologico di Sua Maestà che si occupa appunto di clima.

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Eureka! Anzi no…

[photopress:MTGClimate_0206.png,thumb,alignleft]Un po’ di sano ottimismo non guasta, specie in un contesto normalmente permeato da proiezioni a tinte fosche come quello della salvaguardia dell’ambiente e dell’evoluzione del clima. Il problema è dove andarlo a cercare questo ottimismo, ma ecco che venerdì scorso dal convegno tenutosi a Brindisi dal titolo “Inventario emissioni di gas serra in Italia 1990-2005” sembrano giungere notizie confortanti. Almeno questa è l’interpretazione degli atti del convegno che hanno dato alcuni soggetti del mondo dell’informazione, precisamente l’Ansa e la Repubblica on line.

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L’eresia dell’evidenza

[photopress:Blue_morpho_butterfly_Small.jpg,thumb,alignleft]Il clima del pianeta terra cambia. Questa non è una scoperta ma una certezza ormai scientificamente assodata. La composizione dell’atmosfera, il ciclo idrologico, la conformazione del territorio, l’estensione delle zone ricoperte da ghiacci perenni o stagionali, le circolazioni oceaniche e la biosfera. Tutti fattori che hanno una propria evoluzione ma un unico fattor comune, l’energia che il sistema riceve dal sole, anch’essa soggetta a variazioni cicliche e conosciute o casuali e poco note. A tutto ciò si aggiunge un elemento di disturbo, capace di alterare l’equilibrio dell’intero meccanismo innescando comportamenti anomali di uno o più fattori. A questo si sommano molteplici effetti di feedback e di amplificazione tipici di un sistema in cui ogni fattore è legato al comportamento degli altri, il cosiddetto effetto antropico. Nei quattro miliardi e mezzo di vita del nostro pianeta le variazioni del clima sono state numerose, ed hanno avuto cause interne ed esterne al sistema stesso, ma comunque naturali.

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Le due sponde dell’Atlantico litigano sul Pacifico

[photopress:pacific_dec88__cold_phase.gif,thumb,alignleft]Durante i primi mesi della primavera, quando hanno cominciato a circolare le prime notizie sull’evoluzione della stagione estiva, il dato più significativo sembrava essere l’assenza di segnali di tendenza ben definiti sul comportamento degli indici climatici più significativi. Tra tutti il più importante l’ENSO (El Niño Southern Oscillation), che presentava condizioni di assoluta neutralità.

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La vocazione del surfista

[photopress:Surf.jpg,thumb,alignleft]Un gigante che avanza inarrestabile, spinto da venti possenti per centinaia, anche migliaia di chilometri, fino ad infrangersi sulle coste che gli impediscono di proseguire il suo cammino. Dicono che gli appassionati di surf vivano la loro esistenza alla ricerca dell’onda perfetta. Ad ognuno la sua onda, saperla riconoscere può portare lontano grazie all’abilità ed alla fortuna di saper cogliere l’opportunità, per cavalcare la propria onda fino al raggiungimento dei propri obiettivi.

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Eco-consapevole

[photopress:hummer_little.jpg,thumb,alignleft]Il mondo dell’editoria continua incessantemente a proporci i temi del clima e dell’ambiente e, da un po’ di tempo si occupano anche gli spazi normalmente dedicati all’economia ed ai cicli produttivi insieme a quelli, più ovvi, dell’informazione scientifica. Questo accade per due ragioni; da un lato ci si è resi conto che i costi in termini di impegno ambientale saranno probabilmente elevatissimi nel prossimo futuro, dall’altro questi costi saranno facilmente trasformati in ricavi da molti settori produttivi e quindi, di fatto, costituiscono una grande opportunità. Gli interventi sulla stampa sono molto vari, seppur uniti da un onnipresente fattor comune: siamo nei guai, siamo in ritardo, stiamo continuando a sbagliare.

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Il clima non è il tempo, ma è il tempo a fare il clima

Due soggetti il clima ed il tempo meteorologico che differiscono per scala temporale e spaziale, come abbiamo già  avuto modo di commentare su queste pagine. La differenza è quindi la stessa che si apprezza tra una fotografia ed un filmato. Possono riprendere lo stesso soggetto ma danno informazioni molto diverse. Tuttavia in fondo un filmato è una serie molto ravvicinata di fotografie proiettate con una velocità  tale da riprodurre il movimento. Un temporale non concorre alla definizione del clima, ma una serie di temporali, per esempio nell’arco di un mese, caratterizzerà  quel periodo come molto instabile e piovoso. Appunto descrivendone il clima.

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Edward mani di forbice

[photopress:schermata11.png,thumb,alignleft]Il personaggio della famosa pellicola in realtà non è mai esistito, ma avrei voglia di chiedere un parere all’interprete del film, chissà cosa ne penserebbe, avrà pure un suo giardino o, magari, un parco pubblico preferito….. Non nel mio giardino (not in my backyard, nimby per i più modaioli…), sarebbe forse la sua risposta. Un acronimo che non abbiamo inventato noi, ma quasi una sindrome della quale, per restare in tema cinematografico, siamo diventati magnifici interpreti.

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Carbon footprint

[photopress:schermata10.png,thumb,alignleft]Ci vuole un po’ di spirito per leggere notizie come quella che sto per commentare. Avevo deciso di non mettere più l’accento sull’esasperazione del dibattito sull’impatto ambientale, ma devo ammettere di non avercela fatta, l’occasione è troppo ghiotta. La scorsa settimana con le dichiarazioni d’intenti rilasciate alla conclusione del G8 è stato di fatto somministrato un brodino all’ammalato; ne abbiamo già parlato e per ora non ci torneremo su. Del resto nella discussione che abbiamo avviato su questo blog qualcuno ha giustamente suggerito di smettere di discutere di massimi sistemi e guardare alle cose da fare che, se non adeguatamente sostenute, difficilmente potranno diventare di uso comune.

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Allarmismo controproducente o produttivo?

“Non esiste opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbracceranno prontamente non appena essi giungano alla convinzione che sia accettata universalmente.”

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

[photopress:CO2_CONC_MAUNA_LOA2.png,thumb,alignleft]Una breve ma autorevole introduzione che potrebbe aver ispirato gli studi condotti dal Prof. Mike Hulme dello UK Tyndall Centre, sulle reazioni del pubblico alle catastrofi che i media continuano a dipingere sul futuro del clima. Se i messaggi sono eccessivamente carichi di accenti estremi si finisce per ritenere che al problema prima o poi si possa trovare una soluzione, ma non ci si riconosce come attori principali delle azioni da intraprendere, quanto piuttosto come coloro che le subiranno. Come dire che un’opinione universalmente riconosciuta, se è troppo problematica finisce per essere scaricata, quanto meno nelle azioni. Come dire che se il problema viene massimizzato le soluzioni vengono minimizzate e finiscono per assumere una dimensione che sfugge a chi dovrebbe essere informato.

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