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Che in un Pianeta più caldo debba esserci meno ghiaccio mi pare indiscutibile. Che questo stia accadendo pur con dinamiche piuttosto controverse anche. Così è anche ovvio che la maggior parte degli sforzi di ricerca siano concentrati sulle calotte polari, dove le dinamiche della redistribuzione del calore sul Pianeta vogliono che salga la temperatura più che su ogni altra zona.

E così, appunto a causa di dinamiche inspiegabili, la ricerca e il monitoraggio continuano a rilevare che la calotta polare artica continua a soffrire una importante perdita di massa, mentre quella antartica scoppia di salute e di ghiaccio, fatta eccezione per la Penisola Antartica, dove invece il ghiaccio sta diminuendo.

Occorre dunque fare molta ricerca in-situ, magari aggiungendoci qualche secondo fine che potrebbe tornare utile, tipo acquisire informazioni per lo sfruttamento delle materie prime sepolte sotto il ghiaccio o nella profondità dei mari settentrionali.

Sono queste le ragioni (la seconda soprattutto) per cui esistono le basi antartiche. Prima fra tutte la celeberrima Vostok, da cui provengono i carotaggi che hanno raccontato la storia dell’atmosfera del Pianeta; non meno famosa Mc Murdo, la base americana che praticamente funge da hub per tutti gli altri insediamenti nell’area del Mare di Ross.

Ora, per gestire una base polare serve una quantità enorme di combustibile fossile. E questa è l’unica cosa che proprio non può essere trasportata in aereo, deve arrivare laggiù necessariamente per mare. Quando il mare è ghiacciato, ovvero praticamente quasi sempre salvo un paio di mesi in estate quando comunque resistono fior di iceberg, per giungere sulla costa c’è bisogno dell’aiuto di un rompighiaccio. Negli ultimi anni la base Mc Murdo è stata servita da una unità svedese, la nave Oden, splendido vascello che unisce alla sua forza dirompente anche la qualità di essere attrezzata per la ricerca scientifica. Purtroppo però quest’anno la marina svedese ha mandato al Segretario di Stato americano la lettera che segue:

Gli ultimi due inverni sono stati decisamente rigidi per il Mare del Nord, per cui gli amici svedesi pensano che l’unità di loro proprietà potrebbe essere utile nei pressi di casa. Niente più rompighiaccio significa seri problemi di approvvigionamento per parecchie basi antartiche. Sicché dobbiamo registrare l’ironica situazione in cui la ricerca sul riscaldamento globale sia messa a rischio dal fatto che nell’emisfero nord fa troppo freddo, ovvero, come leggiamo nella lettera, dal fatto che ci sia troppo ghiaccio.

Ma non finisce qui. Gli Stati Uniti hanno appena noleggiato un altro rompighiaccio da una compagnia russa, perché delle uniche due unità disponibili la prima è impegnata e la seconda è troppo leggera. La nave che aprirà la strada alle cisterne quindi, non essendo attrezzata per la ricerca, stazionerà nell’area bruciando grandi quantità di combustibile fossile perché si possa portare ancora più grandi quantità di combustibile fossile per riscaldare con combustibile fossile la ricerca sul riscaldamento globale. Tutto questo, pare, perché fa troppo freddo.

NB: da WUWT a firma di Willis Eschenbach.

E’ una delle questioni aperte in tema di riscaldamento globale e cambiamenti climatici. L’Antartide non segue il trend del resto del mondo. Non si scalda. No, contrordine, secondo una pubblicazione di un paio d’anni fa si scalda eccome. Nuovo contrordine, la maggior parte dei sensori di temperatura disseminati sul Plateu Antartico sono a rischio di un consistente bias riscaldante d’estate.

Un problema tecnico a quanto pare. Il genere di termometri impiegati, dotati di un sistema di protezione dalla radiazione solare diretta ventilato naturalmente non funziona, specialmente in condizioni di vento debole. Il Sole dunque, ma anche l’elevatissimo albedo della coltre ghiacciata, possono indurre errori nella misura anche di 10°C positivi (8°C con Sole basso sull’orizzonte).

Questo è lo studio:  Atmospheric temperature measurements biases on the Antarctic plateau.

Insomma, quanto ci vorrà per capire che prima di azzardare analisi di trend e future dinamiche climatiche dobbiamo migliorare la conoscenza del presente?

Il 2010 sarà l’anno più caldo di sempre. Attenzione, l’uso del tempo futuro è d’obbligo, perché l’anno non è finito, né i dati sono consolidati, ma quelli bravi ci hanno già fatto sapere che sarà così, anche se le probabilità che questo accada sono piuttosto scarse. Certo, si possono mettere la mani sui dataset, scaldando di qua, raffreddando di là e generando finalmente la curva desiderata.

Del resto, le serie di temperatura non servono a sapere se fa caldo o se fa freddo, ma per essere sottoposte a continui ed opportuni “aggiustamenti” alla bisogna, perché, si sa, questo è un campo dove le sorprese non mancano mai. E questo non vale solo per le temperature globali, ovvero per la media di tutto quanto misurato sul Pianeta, ma anche per quelle di regioni particolari, ancor meglio se si tratta di zone del mondo dove la teoria delle origini quasi interamente antropogeniche del global warming -leggi indotto dai gas serra di origine fossile- fatica a stare in piedi perché si ostinano a non subire gli assalti dei gas suddetti.

Antartide, quell’immenso continente interamente coperto di ghiaccio, quella massa enorme che – ci dicono- se dovesse decidere di scaldarsi un po’ e trasformarsi anche solo in parte in acqua ci darebbe non pochi grattacapi. Per lunghi anni, per lo più dominati dal consenso scientifico sull’AGW, l’Antartide ha costituito il tallone d’Achille (uno dei tanti) di questo consenso. laggiù le temperature non aumentavano, fatta eccezione per la propaggine più occidentale del continente, la Penisola Antartica.

Poi, nel 2009, esce un lavoro (Steig et al., 2009), una revisione (neanche a dirlo) degli scarsissimi dati disponibili per quella zona del mondo, che, con l’applicazione di un particolare procedimento statistico, arrivava a chiarire secondo loro che in realtà il riscaldamento era molto più esteso, addirittura copriva gran parte del settore ovest del continente. Una svolta epocale, tanto da far guadagnare allo studio la copertina di Nature, con la più remota zona del mondo tinta di un rosso minaccioso, chiaro indice del fatto che la longa e maldestra manus dell’uomo era arrivata anche laggiù.

Su CM ne avevamo parlato qui, non senza sollevare qualche dubbio, e poi ancora in altre occasioni successive. I dubbi venivano dal fatto che la tecnica statistica utilizzata, oltre a generare di fatto dei dati ove non ne esistevano, fosse una versione evoluta di quella impiegata per produrre il celeberrimo Hockey Stick, l’icona del riscaldamento globale antropogenico, costata però a chi l’ha realizzata una delle più grosse brutte figure che la ricerca scientifica in questo settore abbia conosciuto.

Il problema era sempre lo stesso, la scelta dei dati a cui dare maggior peso perché in grado di evidenziare la propria tesi, a danno di quelli che invece l’avrebbero sovvertita, rendendo vani gli sforzi di mettere un po’ di cemento sui piedi d’argilla dell’AGW. Questi dubbi e queste critiche, ci sono costate gli strali di parecchi sostenitori dell’AGW stesso, un coro di “vergogna, come vi permettete, con quale autorità pensate di poter criticare e/o confutare il lavoro serio di cotanti scienziati” etc. etc..

Bene, lì per lì, incassa e porta a casa, perché giustamente ognuno dice la sua. Ora però, siccome le acque dei fiumi, lente se in secca, impetuose se in piena, scorrono comunque portando prima o poi a valle quel che devono portare, è giunto il momento di togliersi il sassolino dalla scarpa, anzi, un sassolone grande come l’Antartide.

Al termine di un estenuante processo di referaggio – ben 88 pagine di prove richieste dai revisori, guarda caso implicati nel lavoro di cui sopra- è stato finalmente accettato per la pubblicazione un lavoro che fa il classico “rebuttal” della ricerca di Steig et al., dimostrando che semplicemente (si fa per dire), sciegliendo dei componenti principali diversi e più statisticamente appropriati, il risultato per il continente antartico è molto diverso. Torna a scaldarsi ben bene la Penisola Antartica e non si scalda, anzi, si raffredda (com’era prima del resto), quella parte che Steig e soci avevano passato al forno e Nature al pennello.

Dopo la cura e dopo l'antidoto

E sì che appena quattro giorni dopo la pubblicazione di Steig et Al., dalle pagine di Real Climate, il bastione dell’AGW, Gavin Shmidt aveva avuto modo di sottolineare che le critice al lavoro del suo collega erano state molto deboli, chiaro indice, secondo lui, della debolezza del fronte della critica all’ipotesi AGW. Sempre secondo lui, questa debolezza avrebbe dovuto avere un po’ di attenzione mediatica. Per dirla con Mc Intyre, che compare tra le firme di questo rebuttal, forse la vanagloria di Shmidt era un po’ prematura, e forse anche questo meriterebbe un po’ di attenzione mediatica.

Non lo vedremo su Nature questo lavoro, né in sommario né in copertina, lo vedremo sul Journal of Climate e magari qualcuno di quelli che viaggiano sul fiume vorrà dargli un’occhiata, chissà che questo non aiuti a raggiungere la riva prima che la corrente diventi troppo forte.

E poi dicono che il mondo non debba essere guardato da diverse prospettive. Appena l’anno scorso, quando la stagione calda era al culmine nell’emisfero sud, abbiamo assistito alle grida di dolore lanciate dagli irriducibili dell’AGW per il distacco degli Iceberg dalla banchisa polare antartica, giunta come tutti gli anni nella fase di massimo scioglimento.

Anche quest’anno non poteva mancare il più classico dei distacchi spettacolari, e dunque così è stato. Quanto sarà grande? Come la Val d’Aosta? Come la Campania? Come il paese dei balocchi? Scattano subito i paragoni ad effetto e il WWF tuona: “Nessun dorma“, intonando -è il caso di dirlo- la solita litania del disastro imminente e dell’evidenza della deriva catastrofica del clima, nonchè l’urgenza di correre ai ripari.

Ma, sempre quest’anno, l’orchestra suona un altro spartito, e così, finalmente ci possiamo godere un “a solo” sensato e pronunciato con cognizione di causa. Si tratta delle dichiarazioni di Massimo Frezzotti, responsabile delle attivita’ di Glaciologia del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra), il quale puntualizza che questi sono eventi ciclici e che il distacco appena avvenuto ha già avuto dei precedenti, ugualmente causati dall’urto di altri iceberg. Quello cui stiamo assitendo secondo Frezzotti, è una sorta di esperimento naturale, perché permetterà di apprendere altre preziose informazioni sulle dinamiche di quella zona del pianeta.

Allora, che fa il WWF, si ritira dalla competizione canora o continua a “steccare” clamorosamente le sue interpretazioni?

NB: leggi qui il comunicato Ansa.

Leggo da questo articolo pubblicato su Le Scienze che un team di ricercatori australiani avrebbe riscontrato una contemporaneità  nell’occorrenza di siccità  in una parte dell’Australia e abbondanti nevicate in un’altra parte dell’Antartide. Interessante. Come è interessante notare che nel corso della loro analisi i ricercatori abbiano trovato numerosi eventi del genere e li definiscano anomali. Mettiamoci d’accordo, se sono numerosi non sono anomali, semmai anomala può essere una variazione nei tempi di ritorno degli eventi.

E così, sembra che le precipitazioni in quella parte dell’Antartide abbiano subito un importante incremento negli ultimi quattro decenni. Udite udite, questo sarebbe esattamente quanto previsto dai modelli di simulazione climatica in caso di importante contributo antropico, ovvero con incremento della concentrazione di CO2. Insomma, aumenta l’anidride carbonica, diminuisce l’ozono e aumentano (nei modelli ma pure a Low Dome) le precipitazioni nevose.

Una conferma? Dipende, se leggiamo quanto scritto dai ricercatori di Epica (il programma di perforazione del ghiaccio antartico) scopriamo che pur essendo soggette a forte variabilità  interannuale e decadale, le precipitazioni sul continente antartico non sono aumentate negli ultimi cinquant’anni. Evidentemente quello di Low Dome è un fenomeno locale, peccato che invece i modelli siano globali. L’ozono mi sembra poi che dopo essere diminuito un bel po’ sia tornato ad aumentare, però forse questo al modello non lo avevano detto.

Alla luce di tutto ciò mi sembra si confermi più la necessità di mettere l’effetto antropico in tutte le pietanze come il sale per spiegare qualsiasi fenomeno di cui non si capiscono le dinamiche, che la consistenza delle proiezioni. Qualcuno ha fatto loro sapere che la conferenza di CO2penhagen è finita a dicembre?

No, non è il risultato di uno degli “abrupt change” che i seguaci del fantaclima paventano con cadenza giornaliera. Nessuna zona ricoperta di folta vegetazione si è improvvisamente congelata. Si tratta molto più semplicemente di un impenetrabile serie di numeri che dovrebbero rappresentare le serie storiche del sesto continente. Sì, sto parlando dell’Antartide, proprio quella enorme distesa di ghiaccio che contiene la quasi totalità delle riserve di acqua dolce del pianeta e che, sempre secondo il fantaclima, sciogliendosi nel prossimo futuro dovrebbe seppellirci tutti sotto un novello diluvio universale. Pur con le pinne il fucile e gli occhiali a portata di mano, occorre quantomeno che la probabilità che questo accada superi la soglia del ridicolo.

Come fare? Facile, facciamo un modello di previsione climatica, ficchiamoci dentro un paio di scenari possibili/probabili/inventati a piacere e attendiamo che Hal9000 sputi il rospo. Bingo, siamo sicuri che la torta gelato diventerà un sorbetto. Per farlo passerà attraverso un periodo di controtendenza, ovvero di diminuzione di temperature, tanto per essere sicuri che la prognosi sia esatta perchè questo è esattamente quello che è successo laggiù nelle ultime decadi. Poi dovranno aumentare anche le precipitazioni. Ops, questo non è accaduto da cinquant’anni a questa parte, ce lo dicono gli scienziati sul campo del progetto Epica. Pazienza, un singolo baco del modello non vuol dire che tutto il calcolone debba andare a pallino. Ma due bachi? Già perchè pare che, sempre in controtendenza con la previsione, da quelle parti sia aumentata la temperatura troposferica (se qualcuno avesse voglia di capire il perchè gli consiglio di armarsi di pazienza e leggere qui).

Che fare? Semplice, torniamo a calcolare le temperature, gli facciamo un bel massaggino statistico stile Hockey Stick e lo chiamiamo Steig et al. No, ancora non basta, la gente vuole i fatti, qualcuno comincia ad essere stanco di cose come “fidatevi, questa ultima ricerca dimostra che etc etc”. E i fatti sono le misurazioni di temperatura. Qui non c’è dubbio: il Prof. Phil Jones, direttore del CRU, quando gli hanno chiesto perchè la sua unità di ricerca fosse così recalcitrante a concedere i dati che via via venivano richiesti da altri gruppi di studio, ha giustamente sottolineato che i dati sono uguali per tutti, il 95% o giù di lì di quello che usano al CRU viene dal dataset del GHCN. Per cui, sotto con i dati relativi all’Antartide del suddetto dataset.

Una premessa. A qualcuno forse sfugge che proprio il consenso scientifico ha concentrato le sue preoccupazioni sull’evoluzione delle temperature e quindi del clima del Pianeta sulle ultime tre decadi del secolo scorso, aggiungendoci anche la prima di questo secolo, in cui la temperatura non ha dato segni di grande vivacità ma è rimasta comunque altina. Beh, in Antartide negli utimi trent’anni gli ominidi ci sono stati eccome, chi scrive ci ha svernato nel ’97-’98. Volete sapere quante stazioni sono state prese in considerazione nel dataset del GHCN e quindi forse anche al CRU (remember 90-95% di sovrapposizione delle fonti), per rappresentare la temperatura di tutto il continente negli ultimi 17 anni? Una. Sì, una sola. Sarà al centro? Sarà al Polo? Avrà una posizione geografica assolutamente rappresentativa? No, no e ancora no.

E’ nella Penisola Antartica, ovvero quella porzione di continente che ha un clima completamente avulso dal resto, è lontana migliaia di chilometri dal Plateau che, incidentalmente, è quella enorme porzione del continente completamente omogenea (lì sì che di stazioni ne basta una sola!), ed è anche in una delle pochissime località del continente dove probabilmente si può parlare di modifiche morfologiche all’ambiente circostante ad opera dell’uomo.

Trattasi di Rotera Station, una ridente (si fa per dire) località dove è stata costruita anche una pista d’atterraggio compattando materiali reperibili in zona -leggi roccia lavica- da usare nella stagione estiva, cioè quando non ci sono nè neve nè ghiaccio ed il sole picchia anche un bel po’. E così, dopo aver “controllato” che delle stazioni disponibili (ben 27) solo dieci avevano dei dati presentabili, cioè sulle altre purtroppo la temperatura non saliva oppure scendeva proprio, e dopo aver “massaggiato” alla GHCN maniera i dati, passando nel periodo 1960-2008 da un trend pur rassicurante di +2,3°C per secolo, ad un più robusto e mediaticamente valido +4°C per secolo, per gli ultimi 17 anni c’è una sola misera stazione a raccontarci che laggiù se tutto va bene siamo rovinati.

Una stazione, un punto all’estremità più remota per rappresentare le tendenza della temperatura di un intero continente. Wow, questi scienziati con la “z” morbida sono troppo avanti, non riusciremo mai a capire come possano saperne così tanto sul clima!

Questi i link per giocare con i numeri:

Nel recente passato abbiamo intrapreso un breve viaggio attraverso i modelli di simulazione del clima (qui e qui). In molti casi il mondo in essi rappresentanto è parecchio diverso da quello che conosciamo. Questa diversità diventa per molti aspetti dirimente, specie se si riesce a coglierne l’implicazioni più recondita, ovvero il fatto che essa scaturisce dall’impossibilità  di descrivere efficacemente molti degli aspetti fondamentali delle dinamiche del clima, minando di fatto all’origine questi tentativi di riprodurre il comportamento del sistema.

Oggi ne troviamo un’altra, certificata neanche troppo recentemente da uno studio condotto dai protagonisti di quella che forse è stata la più importante campagna di ricerca cui il nostro paese abbia partecipato di recente, il progetto ITASE.

Nel corso della campagna, oltre alle perforazioni per l’estrazione delle carote di ghiaccio, sono state effettuate anche delle osservazioni su vari punti della calotta antartica. I dati ottenuti hanno consentito di mettere a punto una serie storica delle precipitazioni sull’intero continente tornando indietro nel tempo di ben cinque decadi. Dall’analisi di questi dati risulta chiaramente che le precipitazioni ed il conseguente accumulo nevoso non evidenziano alcun trend di lungo periodo su nessuna zona del continente, compreso il settore più occidentale, dove, contemporaneamente, abbiamo assistito ad una consistente diminuzione della massa glaciale. Nella serie, sono altresì ben visibili delle marcate oscillazioni di breve e medio periodo, legate a dinamiche complesse e non ancora comprensibili.

Come sottolinenano gli stessi autori, un andamento come quello descritto è in contrasto con gli output delle simulazioni climatiche (GCM), che vedono invece un netto aumento delle precipitazioni, nonostante le ultime generazioni di questi GCM sembrano aver in parte migliorato le loro performance in questa parte del mondo. Tale aumento è stato anche a lungo impiegato per giustificare l’aumento altrettanto netto -ma osservato- dell’estensione del ghiaccio marino antartico negli ultimi decenni. Vien da dire che venendo meno il fattore di causa, l’accrescimento del ghiaccio deve necessariamente avere origini diverse, in parte ipotizzabili ricorrendo a spiegazioni che coinvolgerebbero le dinamiche della composizione chimica dell’atmosfera soprastante il Circolo Polare Antartico, ma questi sono aspetti ancora del tutto ignoti alle simulazioni climatiche.

Nello studio leggiamo anche di un inatteso (?) aumento delle temperature troposferiche durante l’inverno australe. A mio parere questo è un particolare ancora più importante: come si spiega, nella logica dell’effetto serra, cioè dell’accresciuta capacità di contenimento del calore generata da una maggiore concentrazione di gas serra, un aumento della temperatura in una zona ed in una stagione dove la radiazione ad onda lunga uscente (OLT) è ridotta al minimo? Non sono sufficienti spiegazioni che chiamino in causa la disomogeneità  degli effetti del riscaldamento globale antropico, perché nei mesi invernali, la porzione di atmosfera soprastante l’Antartico è quanto di più isolato dal contesto della circolazione generale si possa immaginare; il vortice polare impedisce qualsiasi scambio di calore o di masse d’aria con altre latitudini. Ne consegue che quel riscadamento, che non può arrivare dal basso, può avere origine solo dall’alto, cioè non può avere nulla a che fare con la teoria dell’AGW, che ne risulta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del tutto smentita.

Questo aprirebbe un altro fronte di discussione che tratteremo magari in un altro post, prima di chiudere però mi preme tornare ancora una volta sul lavoro dei ricercatori di ITASE. Nel valutare i risultati delle loro indagini, si mette in risalto il fatto che l’assenza di un trend positivo delle precipitazioni nevose smentisce un eventuale mitigazione che questo ipotetico accumulo nevoso potrebbe operare o aver operato sulla velocità  di salita del livello dei mari in conseguenza del continuo scioglimento dei ghiacci della Penisola Antartica. Dunque la salita del livello dei mari non sarà  rallentata da quelle che si pensava fossero le dinamiche del sistema. Ma questo non fa sorgere per l’ennesima volta il dubbio che quelle dinamiche sono diverse da quanto sbandierato con tanta sicumera? A nessuno viene il dubbio che su queste benedette simulazioni ad oggi proprio non si può fare affidamento?

I bilanci di massa delle grandi calotte glaciali, così importanti per la valutazione dei livelli dei mari, vengono effettuate da un satellite – in realtà  sono due satelliti gemelli – GRACE (Gravity Recovery And Climate Experiment), che in poche parole misura la variazione del campo gravitazionale terrestre. Le applicazioni sono numerose e per quanto ci riguarda, la più interessante è la misurazione della massa delle calotte glaciali (una su tutte per importanza, il bilancio di massa della calotta groenlandese). Proprio per quanto riguarda le calotte glaciali, i dati gravitazionali rilevati vengono calibrati con modelli matematici che valutano l’effetto del Post Glacial Rebound (PGR), ovvero dell’innalzamento che la crosta terrestre sta subendo, ove schiacciata per centinaia di migliaia di anni da masse immense di ghiaccio.

Un recente studio1 , derivato da un lungo lavoro sul campo, ha raccolto i dati provenienti da un network di rilevatori GPS posizionati prevalentemente nella penisola Antartica. Incrociando i dati di questo network, i ricercatori hanno ottenuto una misurazione precisa dell’effetto appena citato, il Post Glacial Rebound. Cosa è emerso? Il dato certo, a detta degli studiosi, è che i modelli matematici abbiano fin qui sovrastimato il PGR. Le rilevazioni tramite GPS mostrano un effetto meno intenso dell’innalzamento della crosta terrestre. Questa sottostima non è collegabile ad una perdita di ghiaccio in epoca moderna (eccezion fatta, forse, per la parte più settentrionale della penisola Antartica).

Risultato? Anche le rilevazioni di GRACE sono afflitte da una sovrastima. Come abbiamo detto le misurazioni vengono calibrate con i modelli PGR che, sovrastimando, influenzano anche i dati satellitari. Quindi il rateo di fusione dei ghiacci sembrerebbe minore di quanto misurato fino ad oggi, e il tasso di crescita del livello dei mari, di conseguenza, andrebbe rivisto.

A scanso di equivoci, Ian Dalziel, a capo del gruppo di ricercatori, ci fa sapere che:

Our work suggests that while West Antarctica is still losing significant amounts of ice, the loss appears to be slightly slower than some recent estimates. So the take home message is that Antarctica is contributing to rising sea levels. It is the rate that is unclear.

In italiano, il lavoro dei ricercatori mostra che l’Antartide occidentale sta perdendo significative quantità di ghiaccio, tuttavia la perdita appare leggermente inferiore rispetto a recenti stime. Quindi il messaggio da portare a casa (sic) è: “L’Antartide sta contribuendo ad innalzare il livello dei mari. E’ il rateo ad essere poco chiaro”.

Adesso i dati andranno incrociati con i modelli PGR e quindi le misurazioni GRACE verranno ricalibrate, solo a quel punto potremo sapere la vera entità della sovrastima.

Lo studio2 è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Austin, Texas, presso la Jackson School of Geoscience.

L’abstract in inglese:

We present preliminary geodetic estimates for vertical bedrock velocity at twelve survey GPS stations in the West Antarctic GPS Network, an additional survey station in the northern Antarctic Peninsula, and eleven continuous GPS stations distributed across the continent. The spatial pattern of these velocities is not consistent with any postglacial rebound (PGR) model known to us. Four leading PGR models appear to be overpredicting uplift rates in the Transantarctic Mountains and West Antarctica and underpredicting them in the peninsula north of 65°. This discrepancy cannot be explained in terms of an elastic response to modern ice loss (except, perhaps, in part of the peninsula). Therefore, our initial geodetic results suggest that most GRACE ice mass rate estimates, which are critically dependent on a PGR correction, are systematically biased and are overpredicting ice loss for the continent as a whole.

  1. http://www.agu.org/pubs/crossref/2009/2009GC002642.shtml []
  2. Bevis, M., et al. (2009), Geodetic measurements of vertical crustal velocity in West Antarctica and the implications for ice mass balance, Geochem. Geophys. Geosyst., 10, Q10005, doi:10.1029/2009GC002642. []

Ogni tanto capita che salti fuori qualcosa di nuovo, qualche spunto che sovverte un po’ l’ordine costituito mandando in confusione una buona parte delle voci del coro. E’ accaduto qualche giorno fa, quando è apparsa un’Ansa  che riportava di uno studio in corso in una università inglese, dove si starebbero analizzando i diari di un buon numero di capitani di navi dell’epoca dell’impero, per ricavarne informazioni sul tempo e sul clima dell’era dell’impero.

A quell’epoca, l’osservazione e la descrizione erano gli unici strumenti disponibili per fare ricerca e per conservare la memoria storica degli eventi. Va da sè che questo materiale è importantissimo ancora oggi, giacchè mai si potrà pensare di volgere lo sguardo al futuro del clima se non se ne conosce appieno il comportamento passato.

Tra le moltissime pagine disponibili le più gettonate di tutte sono quelle dell’eroico James Cook , cui va il merito di aver passato gran parte della sua vita tra i ghiacci antartici. E indovinate un po’ cosa esce fuori da queste note? Sorpresa, le tracce di stravolgimento delle condizioni climatiche da allora ai giorni nostri sono quasi del tutto assenti. Temperature, ghiacci polari, tempeste e quant’altro vogliate mettere nel menù, tutto in buona sostanza simile alle condizioni attuali.

Ma qualcuno non ci sta e, con il piglio di chi è più realista del re, ecco come ti ribalta la notizia. Reuters , stesso lancio d’agenzia. Partendo dal racconto di Cook scatta l’esegesi del mondo che arrostisce, del clima che cambia, del ghiaccio che si scioglie e del mare che tutto sommerge, con tanto di dichiarazioni ad effetto di Rajendra Pachauri direttamente dallo scranno più alto dell’IPCC (tanto alto che non sarà sommerso mai, bontà sua!). E giù con i calcoli sul contributo al livello dei mari di un’eventuale scioglimento dei ghiacci antartici e di quelli groenlandesi, con tanto di richiamo a studi recenti che indicherebbero una leggera tendenza delle temperature antartiche ad aumentare.

Lo studio è uno solo, quello di Steig del 2008 (ne abbiamo parlato qui ), dove con una serie di mirabolanti salti mortali statistici, sono stati fatti uscire i dati da dove non ce n’erano e non ce ne sono e, indovinate un pò, quei dati indicano che la temperatura aumenta. Dimentico del fatto che nel frattempo laggiù aumenta pure il ghiaccio, l’eorico redattore della Reuters ci dice anche che la media annuale delle temperature della zona è ancora molto bassa, 50 gradi sotto zero. Un genio.

Più equilibrato l’unico articolo che il mainstream della stampa nazionale abbia concesso al pubblico. Il Corriere della Sera, in un pezzo uscito l’8 ottobre e mai andato on line titolava: “Il Diario di Cook svela che il clima è immutato”1.  Perbacco, chi l’avrebbe mai detto?

 

NB: Leggi questa notizia anche su Cambi di Stagione , il blog di Piero Vietti. Grazie anche a Fabio Malaspina per avermi segnalato l’articolo sul Corriere.

  1. Scarica il pdf dalla rassegna stampa dell’ENEA []

I record in genere li lasciamo volentieri alle olimpiadi, però se per ogni volta che piove o fa più caldo del solito o fa più freddo del solito o nevica troppo o troppo poco, c’è sempre il sapientone di turno che segna punti sui media per l’isteria del clima che cambia, vuol dire che dobbiamo attrezzarci e ripagare detti sapientoni con la stessa moneta.

Una breve notiziola che potete approfondire qui  e che adesso vi riassumo. La stagione calda 2008-2009 dell’emisfero sud ha fatto segnare un record. Mai, da quando sono iniziate le misurazioni, era capitato che si sciogliesse così poco ghiaccio. Personalmente non credo sia nulla di sensazionale, però mi avrebbe fatto piacere leggerlo sui giornali, così come abbiamo letto notizie parimenti stupide ma di segno opposto ogni volta che se ne è presentata l’occasione.

Un breve elenco delle nostre disgrazie:

Possiamo avere uno straccio di lancio d’agenzia o di comunicato stampa anche per questo nostro stupido record per favore?