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L’8 marzo 2013 è uscito un comunicato stampa del CNR con l’annuncio di un articolo pubblicato su Science e redatto da un gruppo di ricerca europeo comprendente scienziati dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (Idpa-Cnr) di Venezia (Parrenin et al., 2013). Il comunicato stampa aveva l’emblematico titolo “CO2 causa dell’ultima deglaciazione”, il quale  parrebbe a prima vista avvalorare l’idea che la teoria di Milutin Milancovich (1879-1958) sulla causa astronomica delle glaciazioni quaternarie sia ormai obsoleta, vittima dell’onnipotente CO2.

 

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Il nostro è un Pianeta generalmente freddo e, solo per brevi periodi relativamente caldo. Questo concetto, che a prima vista potrebbe sembrare opinabile, diventa chiaro assegnando alle cose le corrette dimensioni spaziali e temporali. Ci facciamo aiutare dal Milankovith Analogue, ovvero dall’immagine sotto:

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Il Rapporto CO2 – Piante – Clima: Verso un’ipotesi complessiva

Un modello

Figura 1 - Diagramma di flusso che illustra gli effetti dell'aumento della vegetazione sul clima globale. Il diagramma è ovviamente non esaustivo. Abbreviazioni utilizzate: H:flusso di calore sensibile, LE=flusso calore latente, G=flusso di calore nel suolo, RN=radiazione entta frutto del bilancio radiativo di superficie, Rglob=radiazione solare globale, RL1 e RL2=termini a onda lunga (emissione terrestre e radiazione del cielo) del bilancio radiativo di superficie.

La flowchart in figura 1 riassume i diversi effetti che derivano dall’aumento della CO2 e dal conseguente incremento globale della biomassa vegetale globale. Come si noterà i primi effetti a valle di tale incremento sono:

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CO2 e Produttività Globale dei Vegetali

Per i nostri scopi è interessante anzitutto evidenziare gli strettissimi legami esistenti fra livelli atmosferici di anidride carbonica e produttività globale dei vegetali. In tal senso sono qui di seguito riportate alcune interessanti evidenze.

Anzitutto i proxy data presenti in carote glaciali antartiche pubblicati da Prentice et al (2011) indicano che la produttività dell’ecosistema globale nell’ultimo massimo glaciale (Last Glacial Maximum – LGM) era inferiore del 25/40% rispetto a quella dell’Olocene Pre-industriale (Pre Industrial Holocene PIH) e inoltre un valore coerente con tali misure (-30%) è risultato da simulazioni svolte con modelli matematici. Tale fenomeno è probabilmente frutto dei soli ecosistemi terrestri, poiché quelli marini evidenziano solo variazioni marginali nella transizione da LGM a PIH.

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Albedo, Scabrezza e Ciclo dell’Acqua: Così le Piante Modificano il Clima Globale

Da tempo mi porto in borsa un’analisi di scenario svolta con GCM che leggo a tempo perso perché confesso che non cessa mai di affascinarmi. Si tratta di una serie di simulazioni svolte da un gruppo di ricerca dell’università di Amburgo i cui risultati sono stati pubblicati nel 2005 con il suggestivo titolo “Green planet and desert word”.

Ovviamente si tratta di scenari e gli autori stessi, con un atteggiamento culturale che oggi è merce rara scrivono a chiare lettere quanto segue:

[success]

“Here a note of caution is in order. The analysis of extreme boundary conditions like green planet versus desert world clearly exhibits potential model inadequacies. Thus, model intercomparison for such cases may improve the insight into possible model deficiencies notwithstanding a better view on the underlying physical processes and feedbacks at work.”

[/success]

Continue reading “Piante e Clima Globale – Parte II” »

[blockquote cite="Anonimo del XXI secolo"]

Molte cose sono aumentate in modo relativamente monotono negli ultimi due secoli: non solo la CO2 ma anche la popolazione mondiale, la produzione agricola globale, l’attività solare, la biomassa vegetale globale, il numero globale di bovini e di animali domestici, la percentuale della popolazione alfabetizzata ed il livello di dettaglio delle carte geografiche.

[/blockquote]

[blockquote cite="Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLVI, Lérida, 1658"]

In quell’Impero l’arte divinatoria raggiunse una tale perfezione che i collegi degli auguri giunsero a partorire un macchinario di dimensioni ciclopiche e in grado di produrre previsioni meteorologiche per i successivi cent’anni. Dedite allo studio della divinazione, le generazioni successive compresero che quell’opera era del tutto inutile e non senza empietà l’abbandonarono all’inclemenza del sole e degli inverni. Nei deserti dell’ovest rimangono lacere rovine di quell’antico macchinario, abitate da lemuri e mendichi; in tutto il Paese non vi è altra traccia delle discipline divinatorie.

[/blockquote] Continue reading “Piante e Clima Globale – Premessa e Parte I” »

E’ un progetto del Jet Propulsion Laboratory della NASA. Una accurata misurazione dell’altezza delle foreste sul Pianeta tramite sensori satellitari. Con le dovute riserve rispetto ai sistemi precedentemente utilizzati per questo genere di informazioni e per l’inevitabile margine di errore presente nei dati, il team del JPL ha riscontrato un aumento nell’altezza delle foreste, in particolar modo quelle Boreali, riscontrandone invece una diminuzione per quelle situate nelle zone di montagna.

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Gli alberi sono stati da sempre ritenuti giustamente fondamentali per l’umanità, tanto che probabilmente la prima normativa che in qualche modo pone dei limiti al fine di proteggerli è scritta già nel Codice di Hammurabi (circa 1700 a.C.). Anche nel 450 a.C., per esempio, Artaserse I si sforzò di porre limitazioni all’abbattimento dei cedri del Libano. Fu più tardi che però la presenza dei boschi fu messa in relazione ai cambiamenti climatici, ciò avvenne prima di quando a fine ‘800 cominciò ad affermarsi la teoria dell’effetto serra dovuto all’aumento della concentrazione di anidride carbonica. In Italia ad esempio è famoso quanto scrisse Leopardi su tale relazione1, ma molti ne saranno convinti fino a metà del ‘900, tanto che secondo quanto è riportato nei diari di Ciano, il 24 dicembre 1940 il Duce guardando fuori dalla finestra contento di alcuni fiocchi di neve che cadevano su Roma, afferma:

Questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana. Una delle principali ragioni per cui ho voluto il rimboschimento dell’Appennino è stata per rendere più fredda e nevosa l’Italia”.

In Europa, nel Medioevo, la copertura forestale era maggiore dell’attuale. Successivamente iniziò una intensa attività di taglio in quanto il legno era la principale fonte energetica e la materia prima utilizzata in moltissimi manufatti. Nel libro “Il barone rampante” di Italo Calvino, ambientato a fine ‘800, tale periodo è così descritto:

”Io non so se sia vero quello che si legge nei libri, che in antichi tempi una scimmia fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra. Ai miei tempi di luoghi così fitti di alberi c’era solo il golfo d’Ombrosa da un capo all’altro e la sua valle fin sulle creste dei monti; e per questo i nostri posti erano nominati dappertutto. Ora, già non si riconoscono più, queste contrade. S’è cominciato quando vennero i Francesi, a tagliar boschi come fossero prati che si falciavano tutti gli anni e poi ricrescono. Non sono ricresciuti. Pareva una cosa della guerra, di Napoleone, di quei tempi: invece non si smise più. I dossi sono nudi che a guardarli, noi che li conoscevamo da prima, fa impressione”.

Vi fu una forte riduzione di superfici alberate, in quanto il legno era utilizzato dalla popolazione montanara come unico sostentamento economico ed energetico. Ad esempio, in Basilicata le superfici boschive diminuirono del 53% tra il 1800 e 1939. In Italia misure per il rimboschimento furono varate nel 1877. L’economista Ghino Valenti definì la foresta come un “male necessario” per preservare la produzione agricola, però dietro tanti discorsi rimase sempre un’opinione decisamente negativa del montanaro incompetente, la cui incuria metteva a rischio l’equilibrio naturale2.

Comunque l’effetto fu il rimboschimento di molte aree a fine ‘800 e nella prima metà del XIX secolo. Allora nessuno li chiamò “green jobs” ma furono il modo per dare un sostentamento alla popolazione delle montagne e migliorare l’ambiente. A titolo d’esempio, riporto alcune foto, mettendo a confronto immagini storiche e recenti, tratte dalle interessantissime pubblicazioni dell’Associazione Culturale E’scamadul, che presentano la stesse zone dell’Appennino Modenese, in particolare la cittadina di Sestola  e della località Lago della Ninfa.

Sestola - Appennino modenese

Lago della Ninfa

In Polonia la foresta copriva il 50% del territorio nel XV secolo e solo il 25% verso il 1790. In Francia la copertura forestale passo dal 25-28% all’inizio del XVI sec. al 17% del 1789. In Russia la foresta passò dal 53% del 1725 al 45% nel 1796 e al 35% del 1914. Per costruire navi si dovettero abattere nel XVIII secolo non meno di 3.000 querce centenarie. L’attività di riforestazione iniziò in Europa occidentale per estendersi successivamente a quella orientale, e ad esempio in Francia, portò gli 8 milioni di ettari dell’inizio del secolo XIX a più di 14,5 milioni di fine secondo millennio. La riduzione di uso della legna da ardere avvenne anche per la novità di poter utilizzare il carbone. Nel testo “Storia dell’ambiente europeo” edizioni Dedalo è riportato:

“resta il fatto che il XVIII secolo sorprende per l’allarmismo riguardo il futuro degli approvvigionamenti di legna. […]Le minacce arrivavano dall’industrializzazione, dall’aumento di popolazione, dalla costruzione di nuove case, dall’attività dei carbonieri e anche dall’incuria dei contadini.[…] L’evoluzione delle condizioni climatiche durante la ‘piccola era glaciale’ e in particolar modo l’aumento della piovosità costituirono una base oggettiva per la presa di coscienza. Le conseguenze erano visibili, come l’arretramento del terreno seminato a grano nelle regioni limite in altitudine o in longitudine, come l’accresciuta frequenza delle inondazioni, gli smottamenti del terreno, le valanghe ed altre calamità scrupolosamente recensite dalle cronache. Tuttavia uno storico tedesco, Joachin Radkau, si è interrogato sui fondamenti obiettivi dell’allarmismo particolarmente sviluppato nel mondo germanico. Rispetto alla nostra percezione contemporanea del degrado ambientale, l’interesse di un simile dibattito è di primaria importanza. Egli sottolinea che gli allarmismi sono evidentemente un’esagerazione dei rischi di esaurimento. E’ il caso del legno. Si anticipa, pertanto un’evoluzione resa caduca dalle innovazioni tecniche, come la sostituzione dei combustibili fossili alle risorse forestali.[…]In Inghilterra come in Germania le autorità incoraggiavano il passaggio al carbone”.

Mentre in Europa a metà del fine XVIII secolo le foreste erano in regresso ed il clima aveva le caratteristiche della cosiddetta “piccola età glaciale”, contemporaneamente nasceva nei tropici il concetto di protezione ambientale che sarà tipico dell’occidente. Avvenne quando l’impresa coloniale cominciava a scontrarsi con l’idealismo romantico e le scoperte scientifiche. Le isole Mauritius erano state un possedimento europeo dal 1505 e passarono per il dominio di varie nazioni finché nel 1768 non vi arrivò Jacques Henri Bernardine de Saint Pierre, ingegnere militare e scrittore, che colpitò dalla bellezza paradisiaca dell’isola e dalla vita miserabile condotta dagli schiavi di origine malgascia, scrisse il famoso romanzo “Paolo e Virginia” effettuando una trasposizione letteraria delle idee di Jacques Rousseau (1727-1778) ed in particolare del mito del “buon selvaggio”. Una delle caratteristiche del “buon selvaggio” era il saper vivere in armonia con la natura adeguandosi ai suoi ritmi e le sue produzioni. A tal proposito Rousseau nel 1762, nel libro “Emilio o dell’educazione”, scrisse:

“Tutto è bene uscendo dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo. Egli sforza i terreni a nutrire i prodotti propri d’un altro, un albero a portare i frutti d’un altro; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il suo cane, il suo cavallo, il suo schiavo; sconvolge tutto, altera tutto, ama le deformità, i mostri; non vuol nulla come ha fatto la natura, neppure l’uomo; bisogna addestrarlo per sé, come un cavallo da maneggio; bisogna sformarlo a modo suo, come un albero da giardino”.

Il libro ebbe molto successo e tra le poesie de “I Colloqui” di Guido Gozzano ve n’è una intitolata “Paolo e Virginia”. Inoltre della bellezza dell’isola furono colpiti anche nel 1836 Charles Darwin e nel 1841 Charles Baudelaire. Bernardine de Saint Pierre, insieme a Commerson, colpiti dall’azione di deforestazione in atto coinvolsero il Governatore per proteggere la natura sull’isola: nel 1769 venne emessa un’ordinanza di limitazione del taglio. In altra isola dei Caraibi orientali, lontano dall’Europa, un fisiologo vegetale di nome Stephen Hales (1677-1761) individuò “scientificamente” un chiaro effetto tra la presenza degli alberi e piovosità, mettendo in guardia sui pericoli della intensa deforestazione come avvenuto in Giamaica e nelle Barbados. L’allarme fu recepito dalla politica e nel 1764 furono delimitate zone dell’isola, circa il 20%, in cui gli alberi erano protetti con l’indicazione “riserve di bosco per le piogge”.

Un concetto rivoluzionario per l’epoca (quelle riserve ancora esistono e sono le più antiche del loro genere al mondo). Misure analoghe furono utilizzate nel 1791 nell’isola di Saint Vincent, nelle Indie Occidentali, dove un “ordinanza”, detta “Kings Hill Forest Act”, metteva per iscritto la protezione della foresta per combattere il cambiamento del clima.


Ispiratore dell’atto fu il botanico Alexander Anderson. Le politiche di intervento ambientale applicate a Mauritius, Tobago e Saint Vincent furono dei modelli da seguire successivamente ad esempio per applicazioni in India, degli studi scientifici furono effettuati ad iniziare dal 1847 per stimolare all’azione la Compagnia inglese delle Indie Orientali, preoccupata per una possibile perdita di utili in seguito alla diminuzione delle piogge, dei deflussi e conseguenti carestie. In India, i periodi di grave siccità tra il 1835 ed il 1839, all’inizio degli anni sessanta e tra il 1876 e 1879 (tale carestia oltre l’India colpì Cina, Egitto, Filippine, Corea, Brasile, per un totale di vittime che superò i 20 milioni) furono tutti seguiti da interventi statali per rinforzare il sistema forestale. Interventi di protezione che presto si estesero a quasi tutte le restanti colonie dell’impero, come avvenne in Sud Africa dopo la siccità del 1862, definita la “peggiore mai verificata” e che per la prima volta mise in relazione gli effetti dell’azione coloniale con l’intero pianeta. Molti scienziati si convinsero che la maggior parte dei tropici semiaridi si stava inaridendo del tutto a causa della deforestazione delle colonie, un’idea confermata dagli studi scientifici.

Intorno al 1860 i membri della Literary and scientific society di Madras propugnarono l'isituzione di riserve forestali in India. Particolarmente efficaci, in tal senso, si rivelarono gli interventi di Edward Balfour (in piedi) e Hugh F.C. Cleghorn (ultimo a destra).

Nel Marzo 1865 James Fox Wilson presentò uno studio alla “Royal Geographical Society” in cui sosteneva che l’espansione del deserto Kalahari e l’inaridimento del fiume Orange erano dovuti alla “sconsiderata distruzione di alberi con il fuoco e all’incendio dei pascoli da parte dei nativi nel corso di molte generazioni”.

David Livigstone dissentì con veemenza affermando che la diminuzione delle precipitazioni era dovuta a cause naturali. Sir Francis Galton sostenne che il prezzo basso delle asce aveva favorito la deforestazione e le conseguente siccità. Il Colonnello George Balfour dette colpa alla presenza degli europei ed ai loro metodi di utilizzo del terreno e delle acque.

Nel 1866 Ernst Heinrich Haeckel conia il termine “ECOLOGIA” come “scienza dei rapporti dell’organismo con l’ambiente”, lo stesso anno si ridiscusse il tema presso la “Royal Geographical Society”. Balfour citò l’esempio delle Mauritius, dove “il Governo ha approvato leggi per impedire l’abbattimento di alberi, e in questo modo ha assicurato piogge abbondanti”. Le preoccupazioni ambientaliste si erano diffuse a livello internazionale e si acuirono quando si riprese lo studio del 1858 di J. Spotswood Wilson presentato alla “British Association for Advancement of Science” in cui si prevedeva “un generale e graduale inaridimento della Terra e dell’atmosfera”. Gli sbancamenti, la distruzione di foreste e lo spreco di acqua per l’irrigazione non erano sufficienti a spiegare i cambiamenti climatici in atto: la causa andava cercata in un cambiamento delle concentrazioni di ossigeno e “acido carbonico” dovuta alla produzione/consumo nel regno vegetale ed animale. Wilson concludeva: I cambiamenti nell’atmosfera ”come sempre avviene per i mutamenti di natura geologica, stanno lentamente avvicinandosi allo stato in cui sarà impossibile per l’uomo continuare ad abitare la Terra”.

FAbio Spina

(1) Pensieri di Giacomo Leopardi su quanto scritto dal famoso segretario dell’Accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti (Roma 1637-Firenze 1712), nel 1683 nelle sue Lettera familiari: “egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che si vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di Pasqua di resurrezione, ognuno di rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno”.

(2) Un funzionario si chiese quindi se non sarebbe stato meglio ”mettere alberi sulle montagne, che ci starebbero bene e proteggerebbero le proprietà situate a valle, piuttosto che lasciarci gli uomini, che si comportano male e, con la loro sconsideratezza, la loro incuria e la loro avidità, causano alla Francia danni incalcolabili”.

  1. Pensieri di Giacomo Leopardi su quanto scritto dal famoso segretario dell’Accademia del Cimento, Lorenzo Magalotti (Roma 1637-Firenze 1712), nel 1683 nelle sue Lettera familiari: “egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che si vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di Pasqua di resurrezione, ognuno di rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno”. []
  2. Un funzionario si chiese quindi se non sarebbe stato meglio ”mettere alberi sulle montagne, che ci starebbero bene e proteggerebbero le proprietà situate a valle, piuttosto che lasciarci gli uomini, che si comportano male e, con la loro sconsideratezza, la loro incuria e la loro avidità, causano alla Francia danni incalcolabili”. []

In genere si parla di rovescio della medaglia per indicare la parte negativa di una qualsiasi azione o circostanza. Oggi invece parleremo della parte positiva della tendenza del Pianeta a riscaldarsi. Del resto dei danni e dei cataclismi che questo riscaldamento dovrebbe portare, per’altro senza che esista alcun riscontro di questi scenari a tinte fosche, si parla più o meno dal mattino alla sera. Qui, con atteggiamento critico, altrove e in larga maggioranza con atteggiamento prono. Non è detto che chi critica abbia ragione, come non è detto che chi se ne dice convinto abbia torto. Già, non è detto, proprio perché si parla di scenari modellistici cui mancano il riscontro e la verifica.

Per cui dedichiamoci al dritto. Quanti avranno avuto la pazienza di arrivare sin qui si staranno chiedendo dove si voglia andare a parare questa volta chiedendosi se sia possibile che una tendenza al riscaldamento abbia dei risvolti positivi. Beh, è proprio così. Questo concetto è stato discusso più volte, magari volgendo l’occhio al passato e scoprendo che la storia della nostra civiltà ha conosciuto periodi di fulgore con condizioni climatiche tendenti al caldo e fasi di oscuramento con il loro contrario. Ma questa è storia, e chi si occupa di clima oggi pare più interessato al futuro che al passato, essendo convinto di possedere la chiave con cui poterlo interpretare.

Perciò mi adeguo, lascio perdere la memoria storica e guardo alla scienza e alla tecnologia attuali. Osservazioni provenienti dai satelliti, ordinate e analizzate in una pubblicazione scientifica sul Journal of Geographical Science da tre scienziati cinesi1. Si tratta di una misura definita LIA (Leaf Area Index), cioè un indice dell’efficienza della fotosintesi, ovvero dello stato di salute della vegetazione. Sorpresa: per ultimi trentanni, che hanno visto la temperatura media superficiale globale crescere in modo importante e poi stabilizzarsi su valori elevati, questo indice mostra un trend chiaramente e largamente positivo a scala globale. La rappresentazione grafica dei loro risultati è infatti piuttosto eloquente.

Distribuzione geografica dell'indice LAI (Liu et al. 2010)

Prevale la colorazione in rosso, soprattutto nell’emisfero settentrionale. Risultati più “neutri” invece per l’emisfero meridionale. Di seguito l’abstract e le conclusioni dell’articolo (scaricabile qui in formato pdf):

Abstract:

Earth is always changing. Knowledge about where changes happened is the first step for us to understand how these changes affect our lives. In this paper, we use a long-term leaf area index data (LAI) to identify where changes happened and where has experienced the strongest change around the globe during 1981–2006. Results show that, over the past 26 years, LAI has generally increased at a rate of 0.0013 per year around the globe. The strongest increasing trend is around 0.0032 per year in the middle and northern high latitudes (north of 30°N). LAI has prominently increased in Europe, Siberia, Indian Peninsula, America and south Canada, South region of Sahara, southwest corner of Australia and Kgalagadi Basin; while noticeably decreased in Southeast Asia, southeastern China, central Africa, central and southern South America and arctic areas in North America.

Conclusions

(1) Annual cycle is prominent in global coverage and all six latitudinal bands except 10°S–10°N and 63°–30°S. Comparatively, seasonal variation of average LAI and accumulated LAI in the Northern Hemisphere is pronounced while the one in the Southern Hemisphere and tropical bands is near stationary.

(2) Shortly after the eruption of Mt. El Chichon in April 1982 and Mt. Pinatubo in June 1991, LAI anomaly falls down abruptly, which can be observed in global coverage and each latitudinal band. This abrupt decline is most prominent in the equatorial zone (10°S–10°N), and less prominent in the high latitudes (50°–90°N, 63°–30°S).

(3) In global coverage, LAI has increased at a rate of 0.0013 per year during July 1981–December 2006. All latitude bands show positive trend, and the one in 50°–90°N, 30°–50°N is the highest (0.0032/year). The linear trend in LAI is significantly positive in Europe, Siberia, northeastern China, eastern and central America, Indian Peninsula, south edge of Sahara, Kgalagadi Basin, southwestern corner of Australia and regions along the Gulf of Carpentaria, and negative in central Canada, west Canada, Alaska, Southeast Asia, southeastern China, central Africa, and central and eastern Argentina. (seleziona e fai clik per accedere a Google translate)

Sicché, pare che dove la tendenza al riscaldamento sia stata più accentuata, le medie e alte latitudini dell’emisfero nord, altrettanto accentuata sia stato il rateo di crescita dell’indice LAI. Più caldo più verde. E, attenzione, nessuno ha nominato la CO2, benché appare difficile che un efficiente processo di fotosintesi possa non giovarsi di una maggiore concentrazione di questo gas. Certo, saranno cresciute di più solo erbacce et similia, perché dovrebbero essersela passata meglio anche le foreste o, ancora peggio le coltivazioni con cui si sfamano gli altamente inquinanti abitanti del Pianeta?

Però, non è detto che questo debba far piacere. Se fossero dimostrate le origini quasi completamente antropiche di questo riscaldamento, si tratterebbe comunque di una alterazione di cieli altrimenti naturali. Qui sta il busillisis, verrebbe da dire, ma forse nel marasma dell’interminabile dibattito AGW sì, AGW no può aiutarci a fare un po’ di chiarezza un’altra recente pubblicazione2.

Si tratta di uno studio che mette in correlazione le fasi dell’Oscillazione decadale del Pacifico (PDO) e dell’Oscillazione Artica (AO) con l’impennata delle temperature a partire dall’inizio dalla fine degli anni ’80, arrivando alla conclusione che l’influenza del segno della AO pur essendo contemplata come parte della variabilità naturale del sistema nel periodo pre-industriale dalle simulazioni climatiche, non è stata individuata per l’ultima fase del secolo scorso da nessuna simulazione, con o senza il contributo della CO2 come fattore di forcing per i modelli.

Anche qui abbiamo un abstract da leggere (ma per leggere tutto occorrono sottoscrizione e moneta sonante):

Widespread abrupt warming in the extratropical Northern Hemisphere (NH) occurred in the late 1980s. This warming was associated with a change in the relative influence of the Pacific Decadal Oscillation (PDO)-like pattern and the Arctic Oscillation (AO)-like pattern. The AO-like pattern has had a dominant influence on the NH-mean temperature since the late 1980s, whereas the influence of the PDO has weakened. The AO-like mode appears as part of natural variability in the pre-industrial simulations of the CMIP3/IPCC climate models. However, its emergence in the late 1980s was not simulated by most models with or without the observed increasing greenhouse effect in the 20th century.

Ok, non è la pietra filosofale, però si conferma una volta di più quanto la variabilità naturale del sistema sia importante e probabilmente preponderante e quanto poco sia tenuta in considerazione (in quanto non nota nei dettagli) nelle simulazioni.

Così, le temperature sono aumentate, la Natura ha fatto probabilmente molto più dell’uomo perché questo accadesse e la Natura stessa se ne giova perché aumenta il “verde” sul Pianeta. Tutti d’accordo, ci sono problemi di carattere ambientale enormi da risolvere, rifiuti, scorie di vario genere, stress dei suoli etc etc, ma non sembra proprio che il global warming stia portando la Terra alla distruzione. Chi vuol salvare il Pianeta dovrà aggiustare la mira.

NB: da WCR

  1. Spatial and temporal variation of global LAI during 1981–2006 – Liu et al., 2010 []
  2. Change in the dominant decadal patterns and the late 1980s abrupt warming in the extratropical Northern Hemisphere - Tzu-Ting Lo, Huang-Hsiung Hsu - DOI: 10.1002/asl.275 []

No, la natura di cose strane ne fa parecchie, ma non arriva a tanto. Per farcela arrivare occorre l’aiutino. E così, in Amazzonia in dieci anni sono state scoperte 1200 nuove specie al ritmo di tre al giorno una ogni tre giorni, ma si è anche perso territorio forestale su una superficie grande come due volte la Spagna.

Allarme biodiversità, quante volte lo avete sentito? Per carità, sarà pur vero, ma come al solito faccio fatica a comprendere come si possa dichiarare “finito” un sistema di cui non si conosce l’estensione.

Allarme deforestazione, anche questo all’ordine del giorno. Però dalle misurazioni da satellite scopriamo che il “verde” sul pianeta più che diminuire aumenta. Però, a soffrire sono alcune zone, indubbiamente importanti, chiaramente sottoposte a stress ambientale. L’Amazzonia è una di queste, e nell’articolo scopriamo anche il perché: “Una delle principali cause di questo disastro ambientale è rappresentata dalla rapida espansione dei mercati regionali e globali della carne, della soia e dei biocombustibili, che hanno fatto aumentare la domanda di terreni.”

Non voglio entrare nel merito della discussione alimentare, ma non posso fare a meno di notare che carne e soia (nella giusta quantità) servono a non far morire di fame la gente. I biocombustibili sono invece solamente un enorme business mascherato da eco-consapevolezza che notoriamente produce molto più danno che guadagno.

L’articolo è qui, su Corriere.it