Già solo a sentir pronunciare queste parole, verrebbe la voglia di scrivere in difesa della lingua di Dante, se non fosse che si andrebbe fuori dal contesto di questo blog. Inoltre vorrei scongiurare il rischio di un’accusa di essere reazionario da parte dei soliti fautori della lingua viva, che accompagnerebbe sempre e comunque l’evoluzione di una società.
Le parole, a mio giudizio, sono orribili, ma occupiamoci per adesso del loro uso nel contesto climatico, in auge forse neanche da tanto tempo.
Tropicalizzazione
Meditavo già da tempo di soffermarmi sull’argomento, ma la visione di questo video e, soprattutto, l’ascolto dei commenti dell’autore (dopo 59 secondi), mi hanno spinto a dire la mia.
Andando oltre il significato riportato su Wikipedia, oggigiorno questo termine è usato nei mezzi di comunicazione e nel parlare comune come espressione di quel cambiamento che vedrebbe il nostro tempo meteorologico migrare verso caratteristiche più tipiche della fascia tropicale. Nello specifico, con questo termine si usano indicare piogge più violente, all’occorrenza siccità estreme, temporali intensi, tornado, ondate di caldo e, se vi viene in mente qualcos’altro, aggiungete pure nei commenti.
Se consideriamo questo parolone da un punto di vista di circolazione atmosferica, mi viene da pensare che da parte dei credenti nei modelli climatici s’indichi anche uno spostamento verso nord dei principali attori meteorologici. Per quello che ci riguarda sul Mediterraneo, ciò consisterebbe nel trasferimento a latitudini più settentrionali del fronte polare in inverno e dell’anticiclone subtropicale in estate (si potrebbe forse parlare di settentrionalizzazione dei due?).
Cominciamo: le piogge sono più intense?
Credo che in giro ci siano parecchi articoli/lavori che lo affermano. Nel mio piccolo, esaminando i dati di precipitazione giornalieri dal 1951 in Emilia Romagna, non ho trovato nessun segnale sul 90° e 99° percentile ( i valori massimi di pioggia) della distribuzione delle stazioni aggregate su aree omogenee. I record assoluti di singole stazioni sono battuti anche di recente, ma è quello che ci si aspetta anche in una condizione di stabilità: se hai 400 stazioni, alcune avranno il record negli anni ’50, altre in seguito, alcune anche in un periodo appena passato.
Se a parlare di tropicalizzazione sono scienziati e similari, oltre ad adoperare gli opportuni strumenti d’analisi statistica, questi dovrebbero anche entrare nel dettaglio fisico degli eventi. Mi spiego: se una tale stazione ha misurato una quantità spropositata di precipitazione, ad esempio i 500 mm e più caduti di recente tra il 31 ottobre ed il 2 novembre a Recoaro Terme, o i 400 e passa misurati la settimana successiva nella valle del Sele, che hanno portato ai disastri distribuiti dal fiume Bacchiglione nella pianura veneta da una parte e in quella salernitana dall’altra, occorrerebbe capire quanta di questa pioggia è dovuta a semplice stazionarietà del flusso e quanta ad un aumento ben preciso di temperatura e di umidità rispetto ad eventi passati. Insomma bisogna mettersi a lavorare per cercare di attribuire quanta pioggia appartiene ad un evento generico ma simile nel passato e nel presente e quanta è dovuta ai cambiamenti di condizioni al contorno, cioè ad un aumento della temperatura nel caso dell’evento recente. Finché tali studi non sono presentati, il più delle volte chi parla lo fa o per avere il proprio momento di gloria o, più probabilmente, per ignoranza. Se poi venisse fuori che una frazione, metti il 5%, è dovuto al riscaldamento degli ultimi decenni, rimarrebbe ancora da capire se il 5% di 500 sia significativo dal punto di vista pratico oltre che statistico.
La siccità è aumentata?
Stando al rapporto pubblicato dall’ISPRA, gli autori affermano che non ci sono trend nelle precipitazioni annuali. Gli stessi, ad ogni modo, mettono in evidenza (forse contraddicendosi?) gli anni più secchi del normale durante l’ultimo decennio al Nord e quelli recenti più piovosi al Sud.
Guardando le loro mappe della distribuzione sul territorio italiano delle stazioni di misura, che evidenziano il numero variabile di siti usati per ogni loro figura, mi chiedo se nella loro analisi comparativa hanno tenuto in conto le differenze enormi nella concentrazione di stazioni, diversa tra una regione e l’altra, e se il campione è davvero omogeneo. La cosa non è chiarita del tutto nel testo e m’insospettisce parecchio. Prendendo però al momento la loro analisi come riferimento, i modellisti, coloro che credono con fervore nel cambiamento climatico per cause umane, dovrebbero spiegare come lo spostamento verso nord del fronte polare (o storm track), prospettato dai loro modelli, possa riconciliarsi con un aumento di pioggia a sud ed una diminuzione a nord. Credo che ci sia qualcosa che non quadra.
I temporali sono più intensi?
Cioè a dire producono grandine più grossa, un maggior numero di tornado e più violenti, raffiche di vento di maggiore velocità, intensità istantanee di pioggia più alte? In questo caso, vista l’esiguità delle serie storiche, mi sembra che fare tali affermazioni esprima più che altro un pio desiderio. E in ogni caso, i temporali sono diventati più intensi perché è aumentata la temperatura o perché i gradienti in atmosfera sono diventati più accentuati, cosa non prevista dai modelli?Anche in questo caso ci sarebbe molto da lavorare e se conoscete qualcosa di pubblicato che tratti nello specifico queste questioni, fatemelo sapere.
Ma, soprattutto e più in generale, i temporali tropicali sono più intensi di quelli delle medie latitudini, così da giustificare il collegamento con i tropici ogni volta che siamo colpiti da una nube temporalesca?
No, tutt’altro. Eccezion fatta per quando questi si organizzano in cicloni, nella fascia equatoriale il sollevamento dell’aria che alimenta i temporali è piuttosto debole e questo accade perché la troposfera in quelle zone è di solito già molto rimescolata, impedendo così la formazione di quegli alti livelli d’instabilità termodinamica, cioè a dire di gradiente di temperatura, umidità e vento, che invece sono spesso presenti dalle nostre parti. Di certo, su di un mare caldo sui 30 gradi, l’umidità è davvero elevata, ma i temporali più intensi hanno bisogno oltre che di molta acqua anche e soprattutto di quei forti gradienti tipici delle medie latitudini. E qual è la differenza tra il nubifragio che nel 1954 sconvolse Salerno con oltre 300 vittime e quello che portò distruzione e lutti a Giampilieri un anno fa? Mi piacerebbe un intervento che lo spiegasse da parte dei sapienti.
E le ondate di caldo, sono aumentate?
Su questo argomento non ho fatto una grande indagine; di primo acchito mi sentirei di dire che quelle estive sono aumentate dal dopoguerra. Ma ci sarebbe tanto da lavorare anche in questo caso. Si tratta, infatti, più di un’espansione emisferica dell’anticiclone subtropicale, che è forse quello che prospettano i modelli, o di una modifica della circolazione più localizzata che tende a sospingere lingue calde dall’Africa settentrionale verso l’Europa, senza un chiaro segnale emisferico?
Insomma, più domande che certezze. Vedremo nella seconda parte se gli altri paroloni ci forniranno un po’ di conoscenza in più.
(1 – Continua)






