Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Già solo a sentir pronunciare queste parole, verrebbe la voglia di scrivere in difesa della lingua di Dante, se non fosse che si andrebbe fuori dal contesto di questo blog. Inoltre vorrei scongiurare il rischio di un’accusa di essere reazionario da parte dei soliti fautori della lingua viva, che accompagnerebbe sempre e comunque l’evoluzione di una società.

Le parole, a mio giudizio, sono orribili, ma occupiamoci per adesso del loro uso nel contesto climatico, in auge forse neanche da tanto tempo.

Tropicalizzazione

Meditavo già da tempo di soffermarmi sull’argomento, ma la visione di questo video e, soprattutto, l’ascolto dei commenti dell’autore (dopo 59 secondi), mi hanno spinto a dire la mia.

Andando oltre il significato riportato su Wikipedia, oggigiorno questo termine è usato nei mezzi di comunicazione e nel parlare comune come espressione di quel cambiamento che vedrebbe il nostro tempo meteorologico migrare verso caratteristiche più tipiche della fascia tropicale. Nello specifico, con questo termine si usano indicare piogge più violente, all’occorrenza siccità estreme, temporali intensi, tornado, ondate di caldo e, se vi viene in mente qualcos’altro, aggiungete pure nei commenti.

Se consideriamo questo parolone da un punto di vista di circolazione atmosferica, mi viene da pensare che da parte dei credenti nei modelli climatici s’indichi anche uno spostamento verso nord dei principali attori meteorologici. Per quello che ci riguarda sul Mediterraneo, ciò consisterebbe nel trasferimento a latitudini più settentrionali del fronte polare in inverno e dell’anticiclone subtropicale in estate (si potrebbe forse parlare di settentrionalizzazione dei due?).

Cominciamo: le piogge sono più intense?

Credo che in giro ci siano parecchi articoli/lavori che lo affermano. Nel mio piccolo, esaminando i dati di precipitazione giornalieri dal 1951 in Emilia Romagna, non ho trovato nessun segnale sul 90° e 99° percentile ( i valori massimi di pioggia) della distribuzione delle stazioni aggregate su aree omogenee. I record assoluti di singole stazioni sono battuti anche di recente, ma è quello che ci si aspetta anche in una condizione di stabilità: se hai 400 stazioni, alcune avranno il record negli anni ’50, altre in seguito, alcune anche in un periodo appena passato.

Se a parlare di tropicalizzazione sono scienziati e similari, oltre ad adoperare gli opportuni strumenti d’analisi statistica, questi dovrebbero anche entrare nel dettaglio fisico degli eventi. Mi spiego: se una tale stazione ha misurato una quantità spropositata di precipitazione, ad esempio i 500 mm e più caduti di recente tra il 31 ottobre ed il 2 novembre a Recoaro Terme, o i 400 e passa misurati la settimana successiva nella valle del Sele,  che hanno portato ai disastri distribuiti dal fiume Bacchiglione nella pianura veneta da una parte e in quella salernitana dall’altra, occorrerebbe capire quanta di questa pioggia è dovuta a semplice stazionarietà del flusso e quanta ad un aumento ben preciso di temperatura e di umidità rispetto ad eventi passati. Insomma bisogna mettersi a lavorare per cercare di attribuire quanta pioggia appartiene ad un evento generico ma simile nel passato e nel presente e quanta è dovuta ai cambiamenti di condizioni al contorno, cioè ad un aumento della temperatura nel caso dell’evento recente. Finché tali studi non sono presentati, il più delle volte chi parla lo fa o per avere il proprio momento di gloria o, più probabilmente, per ignoranza. Se poi venisse fuori che una frazione, metti il 5%, è dovuto al riscaldamento degli ultimi decenni, rimarrebbe ancora da capire se il 5% di 500 sia significativo dal punto di vista pratico oltre che statistico.

La siccità è aumentata?

Stando al rapporto pubblicato dall’ISPRA, gli autori affermano che non ci sono trend nelle precipitazioni annuali. Gli stessi, ad ogni modo, mettono in evidenza (forse contraddicendosi?) gli anni più secchi del normale durante l’ultimo decennio al Nord e quelli recenti più piovosi al Sud.

Guardando le loro mappe della distribuzione sul territorio italiano delle stazioni di misura, che evidenziano il numero variabile di siti usati per ogni loro figura, mi chiedo se nella loro analisi comparativa hanno tenuto in conto le differenze enormi nella concentrazione di stazioni, diversa tra una regione e l’altra, e se il campione è davvero omogeneo. La cosa non è chiarita del tutto nel testo e m’insospettisce parecchio. Prendendo però al momento la loro analisi come riferimento, i modellisti, coloro che credono con fervore nel cambiamento climatico per cause umane, dovrebbero spiegare come lo spostamento verso nord del fronte polare (o storm track), prospettato dai loro modelli, possa riconciliarsi con un aumento di pioggia a sud ed una diminuzione a nord. Credo che ci sia qualcosa che non quadra.

I temporali sono più intensi?

Cioè a dire producono grandine più grossa, un maggior numero di tornado e più violenti, raffiche di vento di maggiore velocità, intensità istantanee di pioggia più alte? In questo caso, vista l’esiguità delle serie storiche, mi sembra che fare tali affermazioni esprima più che altro un pio desiderio. E in ogni caso, i temporali sono diventati più intensi perché è aumentata la temperatura o perché i gradienti in atmosfera sono diventati più accentuati, cosa non prevista dai modelli?Anche in questo caso ci sarebbe molto da lavorare e se conoscete qualcosa di pubblicato che tratti nello specifico queste questioni, fatemelo sapere.

Ma, soprattutto e più in generale, i temporali tropicali sono più intensi di quelli delle medie latitudini, così da giustificare il collegamento con i tropici ogni volta che siamo colpiti da una nube temporalesca?

No, tutt’altro. Eccezion fatta per quando questi si organizzano in cicloni, nella fascia equatoriale il sollevamento dell’aria che alimenta i temporali è piuttosto debole e questo accade perché la troposfera in quelle zone è di solito già molto rimescolata, impedendo così la formazione di quegli alti livelli d’instabilità termodinamica, cioè a dire di gradiente di temperatura, umidità e vento, che invece sono spesso presenti dalle nostre parti. Di certo, su di un mare caldo sui 30 gradi, l’umidità è davvero elevata, ma i temporali più intensi hanno bisogno oltre che di molta acqua anche e soprattutto di quei forti gradienti tipici delle medie latitudini. E qual è la differenza tra il nubifragio che nel 1954 sconvolse Salerno con oltre 300 vittime e quello che portò distruzione e lutti a Giampilieri un anno fa? Mi piacerebbe un intervento che lo spiegasse da parte dei sapienti.

E le ondate di caldo, sono aumentate?

Su questo argomento non ho fatto una grande indagine; di primo acchito mi sentirei di dire che quelle estive sono aumentate dal dopoguerra. Ma ci sarebbe tanto da lavorare anche in questo caso. Si tratta, infatti, più di un’espansione emisferica dell’anticiclone subtropicale, che è forse quello che prospettano i modelli, o di una modifica della circolazione più localizzata che tende a sospingere lingue calde dall’Africa settentrionale verso l’Europa, senza un chiaro segnale emisferico?

Insomma, più domande che certezze. Vedremo nella seconda parte se gli altri paroloni ci forniranno un po’ di conoscenza in più.

(1 – Continua)

La caricatura dei tea party si arricchisce di un nuovo elemento: oltre a essere brutti, razzisti, ignoranti, estremisti e fascisti, neppure credono nel riscaldamento globale – e dunque sono infedeli da mandare al rogo. L’ennesimo stigma viene appiccicato sulla pelle dei tea-partisti da una storia di prima pagina del New York Times, che da qualche settimana reagisce alla teiera a stelle e strisce allo stesso in modo in cui il toro di fronte al drappo rosso. Sicché basta raccogliere qualche intervista un po’ surreale tra i militanti durante una manifestazione (il global warming “è una menzogna”, per l’elettricista Norman Dennison, “è semplicemente ridicolo”, per una tale Kelly Khuri) per arrivare alla conclusione senza passare dal via. Da lì in poi il passo è più scontato che breve.

Quello che il quotidiano americano non dice è che, dietro il folklore, che non è nello schieramento dei tea party più forte che altrove ma solo più politicamente scorretto, si nasconde una lettura del problema assai realista. Gli Americans for prosperity descrivono non già il cambiamento del clima, ma il “climate bill” di Barack Obama come “the largest excise tax in history”, cosa che probabilmente non si allontana molto dal vero (o magari lo sottostima). Freedom Works, vittima ieri di un attacco hacker, lo definisce “power grab”, e spiega: “qualunque sforzo di rendere l’elettricità e i carburanti più costosi o di limitare o regolamentare la CO2 non farà altro che esacerbare una situazione già critica e causare un tremendo danno economico”. Naturalmente, tutto questo si spiega solo coi “soldi dell’industria petrolifera”, secondo il Nyt, che in tal modo pecca due volte. Perché, se è vera la tesi marxiana per cui sono gli interessi che muovono la storia, allora è vera per tutti: e, così come i tea party riflettono gli interessi dei petrolieri, allora i fautori delle politiche climatiche rappresentano a loro volta altri interessi particolari – non necessariamente più virtuosi (lo straordinario film di Jason Reitman, “Thank you for smoking”, spiega molte cose, a questo proposito). Ma il Nyt pecca, soprattutto, perché rigettare a priori le tesi del supposto avversario è una manifestazione di enorme debolezza intellettuale, che non può che portare a conseguenze politiche deludenti.

Continua a leggere su “Il Foglio” a firma di Carlo Stagnaro.

I put my money where my mouth is. Ve lo ricordate? Lo disse Al Gore quando qualcuno gli fece notare che il suo impegno per la “lotta al cambiamento climatico”, unito ai suoi personali investimenti nel settore della mitigazione erano (e sono) a forte “olezzo” di conflitto di interessi.

Bene, passi l’intraprendenza finanziaria del singolo, anche se si tratta di uno dei “singoli” più grossi che c’è in circolazione, ma un atteggiamento simile forse una istituzione sovranazionale come la Banca Mondiale non lo dovrebbe avere, almeno non così paradossale.

Leggiamo da APcom prima e da Virgilio notizie poi (ma ce ne ha parlato anche Fabio Spina ieri), che gli investimenti della World Bank nel settore dei combustibili fossili hanno raggiunto quest’anno la bellezza di 6,3 miliardi di dollari, di cui 4,4 destinati al solo carbone per la realizzazione di due bellissime megacentrali, una in Sudafrica e una in India (la cifra è sinistramente simile a quella messa a disposizione del Climate Investement Founds creato dalla WB nel 2008 con i soldi dei paesi membri).

Questo con la mano sinistra, mentre con la destra appena due anni fa la stessa World Bank aveva prodotto un corposo documento in cui denunciava il cambiamento climatico come una delle maggiori minacce allo sviluppo dei paesi poveri.

 Nel frattempo, sempre alla World Bank si reiterano gli sforzi per promuovere le fonti rinnovabili con circa 3,5mld di dollari (un po’ meno di quelli destinati alle fonti fossili sembrerebbe).

Pare che alcune NGO, numerosi attivisti e qualche governo non siano molto contenti di questa policy.

Che spettacolo!

In una delle scene più esilaranti della saga dell’Era Glaciale, il paleo-scoiattolo Scrat tenta disperatamente di tappare i buchi che vanno formandosi in una immensa parete di ghiaccio che contiene quella che poi sarà inevitabilmente l’inondazione del disgelo.

E’ una metafora interessante, e si attaglia perfettamente a quanto sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte al monolite dell’AGW.

E’ uscito su Nature Geoscience un articolo a firma (Joyce E. Penner et al.) che affronta il tema del contributo al riscaldamento di alcune sostanze inquinanti diverse dalla CO2 (che NON è un inquinante) con a fattor comune tanto il fatto di essere comunque di origini antropiche, quanto di avere dei tempi di permanenza in atmosfera decisamente molto brevi, quindi anche capaci di produrre un forcing estremamente mutevole.

Quanto trattato in questo articolo non è affatto una rivoluzione copernicana, come ad esempio si vorrebbe far credere nel commento uscito su “The resilient Earth”, dove si commettono (e poi rivedono) degli errori abbastanza grossolani nell’interpretazione dei numeri.

E’ però un fatto che nello studio si identifichi il contributo del forcing antropogenico di natura atmosferica e diverso dalla CO2 in un consistente CO2 equivalente 65%, che ridurrebbe del 39% il forcing attribuito alla CO2 stessa. Tutto questo, inoltre, senza tenere in conto –ma non è una novità- di eventuali fattori naturali che comunque devono avere avuto un ruolo importante, mitigando o amplificando il riscaldamento a seconda dei casi.

Più che nei numeri comunque, la rilevanza di questo articolo risiede nelle considerazioni a carattere generale. E’ importante anche il fatto che oltre ad aver ovviamente passato il processo di referaggio, non è certo stato scritto da una banda di scettici impenitenti, dato che nell’incipt si assume comunque che il clima della Terra possa essere stabilizzato (a sapere cosa voglia dire poi…) riducendo le emissioni di anidride carbonica.

Leggiamo:

It is at present impossible to accurately determine climate sensitivity (defined as the equilibrium warming in response to a doubling of atmospheric carbon dioxide concentrations) from past records, partly because carbon dioxide and short-lived species have increased together over the industrial era. Warming over the past 100 years is consistent with high climate sensitivity to atmospheric carbon dioxide combined with a large cooling effect from short-lived aerosol pollutants, but it could equally be attributed to a low climate sensitivity coupled with a small effect from aerosols. These two possibilities lead to very different projections for future climate change.

E’ attualmente impossibile determinare accuratamente la sensibilità climatica (definite come riscaldamento in risposta ad un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica) dai dati relative al passato, in parte perché la CO2 e le specie di più breve persistenza sono aumentate contemporaneamente nel corso dell’era industriale. Il riscaldamento occorso negli ultimi cento anni è consistente con una elevata sensibilità climatica combinata con un importante effetto mitigante da inquinanti di breve persistenza, ma potrebbe parimenti essere attribuito ad una bassa sensibilità climatica accoppiata con un effetto mitigante di minore entità dagli aerosol. Queste due possibilità conducono a proiezioni molto differenti per il clima del futuro.

Quale l’insegnamento dunque, oltre l’ovvia necessità di approfondire l’argomento onde arrivare finalmente alla definizione di una sensibilità climatica che riproduca fedelmente il comportamento del sistema?

Piuttosto scontato: se questi conti sono esatti, tutte le proiezioni dei GCM, interamente orientati a considerare dominante l’unico forcing della CO2 in un sistema altamente sensibile a queste perturbazioni, devono necessariamente essere riviste.

Il problema però, è che solo una policy di continua e drastica riduzione di questi inquinanti può far emergere nettamente il segnale della CO2 o di qualunque altro fattore dovesse essere significativo per il comportamento del sistema. Questo significa che presto vedremo delle serie iniziative globali di abbattimento dell’inquinamento propriamente detto e si spegnerà qualche riflettore sulla CO2 e mercati finanziari affini? Magari!

Avranno anche moltiplicato quasi all’infinito i contatti sul loro sito, riuscendo così a diventare il movimento salva-mondo più famoso del pianeta, ma di questa fama ora probabilmente non sanno cosa farsene.

Le critiche ricevute, le dichiarazioni con cui molti guru ambientalisti si sono dissociati dall’iniziativa mediatica del movimento 10:10, hanno decisamente riportato la palla nella loro parte di campo, anzi, hanno finito per depositarla in rete.

Già, perché una ad una, le corporations che avevano assicurato il loro sostegno al movimento si stanno ritirando, alcuni anche con clamore, giusto per mettere in chiaro che con questi pazzi furiosi non vogliono averci a che fare. Per fare un paio di esempi, Sony UK e Kyocera Mita. Altri, ne siamo sicuri, la ritirata la faranno in sordina, per non correre il rischio di essere associati neanche nel momento del distacco.

Non credo che ci sia alcun collegamento, ma il movimento dei Mein Klima (come ha sagacemente commentato uno dei nostri lettori), ebbro dell’orgia mediatica degli ultimi anni, sembra aver sviluppato una particolare propensione a farsi del male. Era passata inosservata ma i tempi sono maturi perché torni in auge e faccia perdere un altro po’ di punti alla squadra dei finti buoni.

All’Expo di Cannes del 2009, l’immagine qui di lato ha rappresentato l’esempio di pubblicità consapevole e responsabile. Da notare che la didascalia recita così: “esibizione delle migliori pubblicità sociali ed ambientali”. Consapevoli sì, di avere dei pesanti disturbi mentali, e responsabili pure, di aver chiarito le idee a molti circa il genere di personaggi che ruota intorno a questo movimento.

Gol.

Negli ultimi giorni la blogosfera climatica è stata attraversata da una scossa. La Royal Society ha pubblicato una nuova guida alla scienza del cambiamento climatico. Richiesta da un gruppo di associati che sono su posizioni scettiche e forse anche dovuta perché per trovare un documento con lo stesso scopo si deve tornare al 2007, questa pubblicazione, attesa già da qualche mese, ha segnato un punto di svolta importante nel dibattito scientifico sul clima.

Nel testo, come avrete modo di verificare voi stessi, si ribadiscono molte delle posizioni considerate assodate da quella parte della comunità scientifica orientata ad attribuire la gran parte del riscaldamento occorso nella metà del secolo scorso alle attività umane, ma, allo stesso tempo, si mettono in giusto risalto tutte quelle incertezze tutt’altro che di poco conto, per le quali esistono appunto delle posizioni improntate allo scetticismo.

Si tratta dunque di un documento che rende un bel servigio alla scienza perché fa di fatto divulgazione scientifica in modo equilibrato, senza eccedere negli allarmi e lasciando il il giusto spazio alla prosecuzione del dibattito.

Per questa ragione stupisce che sia chi si occupa in modo continuativo di affrontare questi argomenti, sia chi lo fa con atteggiamento più generalista abbia dovuto necessariamente trovare e quindi diffonderne soltanto interpretazioni piuttosto partigiane, magari ricorrendo alla efficace ma molto poco corretta pratica del cherry picking, ovvero scegliendo accuratamente i periodi più adatti alle proprie tesi.

E’ il caso di Repubblica, che si limita a ripetere un lancio dell’ANSA “Cambiamenti climatici causati dall’uomo, bisogna agire”, evitando chiaramente di approfondire, magari leggendo il documento. Contemporaneamente, su molti blog scettici c’è mancato poco che si organizzassero delle feste, per accogliere un epocale dietro-front che di fatto non c’è stato, per il solo fatto di avervi individuato l’accoglimento di posizioni votate all’incertezza.

Così non è in entrambi i casi, così non si va da nessuna parte, né più né meno come accaduto sino ad oggi.

Ciò di cui si dovrebbe avere contezza, è che un’istituzione antica e blasonata come la Royal Society, non avrebbe mai potuto fare alcun dietro-front, quanto piuttosto un progressivo aggiustamento rispetto a quanto detto in precedenza, né avrebbe potuto continuare ad ignorare le richieste di una parte della comunità scientifica sempre più corposa come quella attualmente su posizioni scettiche.

Quello che è accaduto è esattamente quello che dovrebbe accadere, e poco importa se non c’è niente di nuovo e mediaticamente accattivante, la scienza non lavora per i media, malgrado qualcuno abbia lungamente pensato che le cose stessero effettivamente così, purtroppo anche in alcune altrettanto blasonate organizzazioni scientifiche. Nella fattispecie, l’unica notizia che doveva essere messa in risalto è quella che abbiamo dato all’inizio di questo post: alcuni appartenenti all’associazione hanno chiesto la pubblicazione di un documento nel quale si potessero sentire più rappresentati e questo è accaduto. Saranno soddisfatti loro (e noi) e lo saranno anche quanti hanno avuto comunque l’occasione per ribadire le proprie posizioni.

Punto.

Vedrete, col tempo, tenderanno a sparire anche gli stereotipi e gli ammiccamenti al mondo politico che hanno comunque fatto capolino anche in questa guida. Magari nei blog e sui giornali si litigherà un po’ di meno, si farà meno chiasso e l’argomento clima sarà meno appetitoso, ma se questo è il prezzo da pagare per riportare un po’ d’ordine nel settore, credo che molti siano disposti a pagarlo.

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PS: a proposito di consenso, dissenso e comunicazione scientitifica, c’è un post interessante sul blog di Judith Curry.

Un dibattito sul clima e sulle politiche del clima dovrebbe oggi essere orientato al fatto che fra catastrofismo e negazionismo esiste una terza via che si potrebbe definire illuministica poiché si ispira al portato degli illuministi italiani dell’800 (Gioia, Cattaneo) o, se si preferisce, al Voltaire di Candido.

In sostanza in ambito climatico prendere atto della realtà con misure quantitative dovrebbe essere oggi la sola base per decisioni politiche razionali. E’ rispetto ad un tale ambizioso obiettivo che le sterili polemiche fra “tifosi” dell’”andiamo tutti arrosto” (i catastrofisti) e tifosi del “non sta accadendo nulla” (i negazionisti) ci distolgono in modo irreparabile.

Alcuni elementi pratici:

  • in passato la civiltà è andata periodicamente in crisi (carestie, morti per fame) per il freddo o per la siccità, mai per il caldo
  • nel 2050 saremo 9.5 miliardi sul pianeta; per dar da mangiare a tutti occorrerà tanto cibo, il che comporterà la disponibilità di moltissima acqua per irrigare le colture; pertanto il problema chiave è quello delle risorse idriche
  • se c’è l’acqua anche le alte temperature non spaventano (ed anzi possono rivelarsi come un sistema per produrre di più, ovviamente facendo scelte oculate di specie e varietà coltivate)
  • d’altro canto la CO2 è un alimento per i vegetali (più CO2 c’è e più producono cibo)
  • il cosiddetto riscaldamento globale è globale per modo di dire in quanto interessa le latitudini medio-alte, mentre le fasce intertropicali manifestano una confortante stazionarietà termica
  • il 50% della popolazione mondiale vive in aree urbane e soffre degli effetti dell’Isola di Calore Urbano (UHI), molto più potenti di quelli del riscaldamento globale. Chi sta oggi ragionando di politiche urbanistiche serie per combattere l’UHI?
  • dal 1973 al 2008 gli abitanti del pianeta al disotto della soglia di sufficienza alimentare sono passati dal 35% al 15%
  • Le serie 1983-2008 di NDVI per le grandi aree a rischio di desertificazione indicano che deserti non solo non avanzano ma arretrano; nel frattempo la superficie a bosco in Italia sta inesorabilmente aumentando (dal 1910 ad oggi è passata da 4.5 a 7 milioni di ettari con una crescita del 60%)
  • Le temperature globali sono ferme dal 1998.

Quanto sopra riportato delinea una visione chiaroscurale e ci dice che stanno accadendo fatti importantissimi e non tutti negativi, dalla cui valutazione siamo tuttavia distolti in continuazione da dibattiti miseri e di scarsa portata strategica di cui sono pieni i nostri mezzi di comunicazione.

Per inciso da un dibattito più rispettoso della realtà ci distoglie oggi anche la continua riproposizione del binomio clima-energia. Politiche energetiche sagge (diversificare le fonti, favorire la disponibilità di energia per i PVS) si dovrebbero poter fare indipendentemente da come va il clima.

Quali governanti fanno oggi discorsi di questo tipo? Il sistema (ce lo confermano le dichiarazioni sui temi del clima che periodicamente ci dispensano il Segretario Generale ONU e il Presidente della Commissione Europea) pare oggi sempre più orientato ad utilizzare le minacce di catastrofe per far prendere alle popolazioni decisioni che nessuno altrimenti prenderebbe. Si avvera così l’amara profezia del libro “Stato di Paura” di Michael Crichton.

Tuttavia oggi il livello culturale raggiunto dalla popolazione mondiale è tale che risulta a nostro avviso  possibile mettere i cittadini di fronte ai dati di fatto sopraelencati, in modo che si facciano le scelte più razionali per il nostro futuro. E’ questo che a mio avviso manca oggi alla “politica del clima” attuale,  una politica che non guarda ai dati di fatto per prendere le proprie decisioni e che pertanto non ama certo circondarsi di una  scienza che abbia una attenzione particolare ai dati di fatto ma viceversa tende a prediligere una scienza che parla tramite modelli, tenendo in scarso conto l’osservazione della realtà. E vale qui la pena di ricordare che è proprio sull’osservazione della realtà che Galileo Galilei, che tutti a parole mostrano di apprezzare, fondò la quella nuova scienza che è, o dovrebbe essere, anche la nostra scienza.

Vorrei a questo punto elencare alcune conseguenze operative che derivano dalle suddette considerazioni:

  1. occorrerebbe un nuovo modo di fare politica, attento ai fatti e che eviti il più possibile gli slogan
  2. occorrerebbe un nuovo modo di fare giornalismo, che presenti dati e fatti in modo il più possibile oggettivo
  3. occorrerebbe un nuovo modo di fare scienza, basata sull’equilibrio fra misure e modelli

Più rifletto su queste cose e più sento che mi manca Karl Popper, mi mancano le sue riflessioni ed il suo pragmatismo. La mia proposta finale è dunque quella di ripartire da Popper.

La politica riesce a sorprendermi sempre, ma mai quanto mi sorprende la facilità con cui si riesce ad esserne abbindolati. Che il clima che cambia sia diventato un fatto politico è fuor di dubbio, che se così non fosse stato non ne staremmo parlando pure. Ma che qualcuno possa veramente credere a questa affermazione faccio fatica ad accettarlo:

La Cina richiede che ci sia cooperazione internazionale per affrontare il cambiamento climatico1 (con tanto di applausi da parte della Segretaria Esecutiva dell’UNFCCC Christiana Figueres)

Per la cronaca:

  • La Cina è il più grande consumatore di carbone del pianeta;
  • La Cina è il paese con le più alte emissioni di CO2 del pianeta;
  • La Cina ha dato un contributo decisivo al fallimento della conferenza di CO2penhagen.

E molto di questo è accaduto da quando ha deciso di abbracciare il capitalismo, quella stessa forma di aggregazione che secondo molti starebbe portando il pianeta alla distruzione, mentre in poche isole felici si campa sereni di quel poco che sarebbe giusto prelevare (il fatto che si campi serenamente in media la metà di quanto campiamo nel primo mondo è puramente accessorio). Nell’abbraccio, incidentalmente, è rimasta anche la capitale del capitalismo asiatico, Hong Kong.

Che ne dite, ci passeranno i nuovi bastioni contro il cambiamento climatico che erigeranno tra questi grattacieli?

  1. China calls for int’l cooperation in tackling climate change []

Alcuni giorni fa è circolata (poco per la verità) una notizia circa una strana moria di pinguini in Sudafrica, causata, pare, da condizioni climatiche troppo rigide. Potrà sembrare strano ma non lo è, perché i pinguini sudafricani sono abituati a condizioni climatiche miti, per certi versi simili alle nostre, per cui anche loro possono patire il freddo.

Quello che invece i loro simili che popolano la Penisola Antartica proprio non reggono è il caldo. Già, perché da quelle parti dovrebbe fare piuttosto freddo, mentre si sa che mentre le temperature in Antartide sono stabili o addirittura scese negli ultimi decenni, la punta occidentale del continente si è invece scaldata, con conseguente abbondante di massa glaciale e pericolosa variazione dell’ecosistema ideale per gli animali che la popolano.

Qualcosa mi dice che questa sarà la nuova frontiera della catastrofe climatica, il nuovo flagello su cui si sposterà l’attenzione di quanti presagiscono l’imminente cataclisma, con la stagione calda dell’emisfero settentrionale che non collabora e con quella fredda che ricorderemo per le abbondanti nevicate. L’assalto è già iniziato, e come sempre si mandano avanti le truppe migliori. Esce su Science una nuova ricerca che affronta proprio il problema dei pinguini della Penisola Antartica e, siccome non ne so assolutamente nulla, semplicemente, mi fido.

Ma, un momento, sembra che le difficoltà siano sorte a causa di un riscaldamento dell’area in questione addirittura pari a 6°C e sembra anche che queste temperature tropicali siano state essenzialmente causate dal riscaldamento del mare che circonda la penisola. Un’enormità, addirittura cinque volte quanto è accaduto per le temperature medie superficiali globali. Possibile? No, si tratta della solita esagerazione che farà di questo articolo un ghiotto boccone per i media, come ci spiega bene Willis Eschenbach su WUWT, in un’analisi che vi riassumo.

La Penisola Antartica, essendo la parte più accessibile del continente, ha una buona copertura di stazioni di osservazione. Naturalmente  però il termine accessibile deve essere preso con le pinze, perché comunque nella stagione invernale ci sono pochissimi insediamenti presidiati, sicché le trenta stazioni di osservazione disponibili, hanno una copertura molto disomogenea. Quasi nessuna serie copre l’intero cinquantennio cui fanno riferimento gli autori della ricerca, tutte hanno delle oscillazioni molto accentuate e molto sospette, molte hanno una distribuzione temporale così malmessa da impedirne l’inserimento in un dataset che possa chiarire la situazione.

Nonostante ciò, inevitabilmente, tutti i maggiori dataset di temperature globali hanno in qualche modo tentato di risolvere il problema, stiracchiando, interplando, trattando i dati in qualche modo pur di tirar fuori una copertura di quella zona. Un lavoro non facile e per nulla scontato nei risultati, visto che la tanto decantata “similarità” tra i dataset, che dovrebbe essere di conforto quando ci si interroga sulla consistenza reale del riscaldamento del pianeta, quando si arriva da quelle parti cessa platealmente di esistere. Però, per quanto si voglia prendere questo o quel dataset a riferimento, non c’è verso di tirar fuori un riscaldamento di 6°C. Il massimo che si può avere, dopo aver rilevato che ci sono differenze anche di 1°C tra un dataset e l’altro proprio nel periodo dell’anno in cui sarebbe massimo il riscaldamento, sono 4°C, stimati dal DB della East Anglia.

Ma pare che il riscaldamento arrivi dal mare, per cui si può provare a controllare cosa sia accaduto sull’acqua. Niente da fare, anche quando si includono le SST, la musica non cambia. Le differenze tra i dataset aumentano e il riscaldamento è comunque inferiore (circa del 50%) a quanto affermato nell’articolo.

Ma la parte interessante arriva quando si prende a riferimento un periodo più breve e si fa il confronto anche con le serie di temperatura provenienti dalle sonde satellitari, le quali, pur tra i mille problemi che hanno specie a quelle latitudini, di sicuro non soffrono dei problemi di trattamento dati cui sono soggette delle serie terrestri di fatto impossibili da trattare. E così viene fuori che vista dal satellite la temperatura della Penisola Antartica nel pur breve periodo di riferimento ha un trend assolutamente piatto, la differenza tra questo e gli altri dataset è ovviamente molto ampia e il mese che si è scaldato di più non è più agosto ma è maggio.

Sicché è ora chiaro che quella contenuta nell’articolo è un’esagerazione, e visto che su Science si pubblica dopo il processo di revisione paritaria, sarebbe interessante sapere se qualcuno è andato a controllare su quali basi fosse fondata. E’ anche chiaro che i dataset di temperatura non sono affatto omogenei, per cui se anche globalmente giungono a risultati simili, differenze così importanti in zone chiave come quella antartica fanno pensare molto più al caso che a una reale rappresentatività. Infine, sia per prendersi cura dei pinguini, sia per definire le politiche energetiche mondiali o sia per salvare il mondo dalla catastrofe climatica, sarebbe forse opportuno concentrare gli sforzi per costruire un sistema di osservazione e un dataset di temperature che chiarisca veramente qual’è lo stato termico del pianeta prima di fare proclami assurdi e prima ancora di fare qualsiasi altra cosa.

Se esiste un settore con il quale è più difficile confrontarsi di quello della scienza del clima, questo è quello della divulgazione. Da sempre, ma direi soprattutto negli ultimi anni, gli uomini di scienza si sono trovati di fronte al problema di dover necessariamente semplificare gli argomenti del loro settore di applicazione per renderli comprensibili ai non addetti ai lavori.

In molti, fossero essi scienziati, semplici divulgatori o entrambe le cose, si sono cimentati nel tentativo di definire i limiti di questa irrinunciabile trasformazione cui la scienza deve essere soggetta, per essere ad esempio fruibile per i decisori politici, ma anche per la gente comune, dal cui convincimento, o se preferite coinvolgimento, deriva direttamente il consenso e quindi il favore dei decisori e quindi le risorse per proseguire il proprio lavoro.

La scienza dunque va divulgata, questo è fuor di dubbio. Ma cosa accade se quest’opera di divulgazione oltrepassa il confine della semplificazione ed entra nel territorio della propaganda, magari omettendo le incertezze ed amplificando i successi? Qualcosa di semplice ma terribile allo stesso tempo: la percezione del problema -ammesso che tale sia, come ad esempio con riferimento ai cambiamenti climatici- si discosta dalla realtà del livello di comprensione scientifica. La pubblica opinione si convince di qualcosa che in realtà convincente non è, sente di dover aumentare il proprio livello di coinvolgimento, e il sostegno a chi propugna queste pseudo-certezze aumenta a dismisura, tanto che poi, ovviamente, risulta difficile rinunciarvi. Meglio dunque far quadrato, rinforzare le proprie posizioni e respingere ogni tentativo di fare chiarezza.

E’ successo questo alla scienza del clima? Forse sì. Alcuni mesi fa, per esempio, il climategate sembrava aver messo in luce tra le altre cose proprio questa specie di deriva. Ma come accertarlo? Le varie indagini svolte nell’immediatezza della divulgazione delle mail e dei dati provenienti dai server della East Anglia – l’ambiente universitario di punta nella ricerca sul clima- non hanno chiarito il problema. Da un lato, l’attivismo e l’entusiasmo della blogosfera, cioè l’ambito in cui il climategate si è principalmente consumato, poco o nulla hanno potuto di fronte all’effettiva impossibilità di disporre delle informazioni necessarie a capire. Molti sospetti sì, ma al di là di un mero giudizio di scarsa etica della scienza, non è uscito molto altro. Dall’altro le commissioni d’inchiesta ufficiali, una interna e informale e l’altra esterna e più strutturata, hanno nell’ordine prodotto un report molto superficiale nel primo caso, e almeno sin qui poco più che segnalazioni di lavori in corso nel secondo, essenzialmente perché in realtà nessuna delle due può realmente dirsi indipendente, ovvero libera di approfondire serenamente.

La soluzione può venire quindi solo dal metodo scientifico e sembra l’abbia trovata il prof. Johston, Direttore del programma di Legge, Ambiente ed Economia presso l’università della Pennsylvania, eseguendo un’analisi comparativa tra quanto divulgato dalle organizzazioni scientifiche che si occupano di clima -tra tutte l’IPCC- o da scienziati che si sono distinti per il loro attivismo come ad esempio James Hansen della NASA, e quanto prodotto dalla letteratura scientifica sottoposta al processo di revisione paritaria.  Ne emerge un quadro di sistematico ricorso ad artifici retorici per minimizzare quelle che sembrano essere incertezze scientifiche fondamentali o addirittura elementi di disaccordo. In pratica, quello che viene definito in questo studio “l’establishment climatico”, sembra non abbia seguito propriamente il metodo scientifico, quanto piuttosto “abbia prodotto soprattutto uno sforzo per schierare delle evidenze a sostegno di una predeterminata scelta di policy“.

E’ un lavoro molto complesso ed articolato il cui abstract recita così:

La cultura legislativa è giunta ad accettare come veri i vari pronunciamenti del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) e di altri scienziati attivisti del movimento a favore della riduzione delle emissioni di gas serra (ghg) per contrastare il riscaldamento globale. L’unico atteggiamento critico che l’ambiente legislativo ha avuto circa la storia raccontata da questo gruppo di scienziati attivisti – che potrebbe essere definito l’establishment climatico – è di essere troppo conservativa nel non porre sufficiente attenzione al possibile impatto catastrofico di un potenziale eccessivo aumento delle temperature.

Questo studio si discosta da questa fede nell’establishment climatico paragonando l’immagine della scienza del clima dipinta dal Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico e da altri scienziati a sostegno del riscaldamento globale con la letteratura scientifica prodotta sul cambiamento climatico. Un esame di questa letteratura rivela una tendenza sistematica dell’establishment climatico a prodursi in una varietà di tecniche retoriche che sembrano far risaltare quanto è ad oggi noto sul cambiamento climatico nascondendo al contempo delle fondamentali incertezze e delle problematiche ancora aperte riguardanti i processi chiave delle dinamiche del cambiamento climatico.

Tra le problematiche fondamentali aperte si trovano non solo l’ampiezza, ma anche il segno dei feedback responsabili delle dimensioni dell’aumento di temperatura che è previsto che scaturisca dall’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra: mentre i modelli climatici presumono tutti che questi effetti siano fortemente positivi, più e più pubblicazioni scientifiche sembrano suggerire che gli effetti dei feedback potrebbero essere piccoli o anche negativi. L’esame comparativo condotto in questo studio rivela molti altri ambiti in cui la letteratura scientifica sembra entrare in conflitto con l’immagine dipinta dall’establishment climatico, le dimensioni dell’aumento delle temperature di superficie del XX° secolo e la loro relazione con le temperature del passato; la possibilità che una variabilità interna del non lineare sistema climatico, piuttosto che l’aumento della CO2, possa spiegare l’aumento delle temperature del tardo XX° secolo; la capacità dei modelli climatici di riprodurre fedelmente le temperature del passato: e, infine, il dubbio sostanziale circa la validità metodologica dei modelli impiegati per fare delle previsioni largamente pubblicizzate di impatto del riscaldamento globale, quali ad esempio la perdita si specie viventi.

Sin qui, l’establishment climatico, mentre ha sorvolato e minimizzato su alcune problematiche e incertezze fondamentali della scienza del clima, ha nel frattempo generato una diffusa errata percezione che ha gravi conseguenze per la definizione di una policy ottimale. Tale errata percezione tende a supportare l’opzione di un rapido e costoso processo di decarbonizzazione dell’economia americana, nonché ad indirizzare il lavoro anche dei più rigorosi addetti del settore legislativo. Una visione più equilibrata e sfumata dello stato dell’arte della conoscenza scientifica sostiene delle policy molto più graduali e facilmente reversibili circa la riduzione delle emissioni di gas serra, e chiarisce anche l’esigenza di spostare il finanziamento pubblico della scienza del clima dal continuo sostegno alla realizzazione di modelli di simulazione verso un aumento degli sforzi per sviluppare dataset di osservazioni standardizzati con i quali queste simulazioni possano essere testate.

E’ un lavoro intrigante, che racchiude concettualmente quello che in mille modi diversi abbiamo ripetuto all’infinito anche su queste pagine. Eccesso di sicumera, omissione delle incertezze, scarso livello di comprensione scientifica di alcuni aspetti fondamentali, simulazioni concettualmente lacunose, osservazioni disomogenee e scarsamente affidabili. C’è praticamente tutto quello che chi non è incline a sostenere la teoria dell’AGWT vorrebbe che fosse oggetto di dibattito. Sono circa novanta pagine, le trovate qui se volete. Ci vediamo alla fine.