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Ho letto questo articolo dell’amico Franco Foresta Martin di Paolo Virtuani, giornalista scientifico del Corriere della Sera, e devo dire che sono rimasto alquanto perplesso. Il discorso parte da un nuovo studio pubblicato su Science qualche giorno fa, che avrebbe trovato delle evidenze di un “gigantesco” rilascio di anidride carbonica dalle profondità oceaniche alla superficie e quindi alla libera atmosfera, al termine dell’ultima glaciazione. Tale rilascio, nelle considerazioni contenute nell’articolo del Corriere, sarebbe stato la causa della fine dell’ultima glaciazione, generando il riscaldamento necessario alla transizione.

Ebbene, se c’è una cosa che è assodata e non è mai stata oggetto di discussione tra gli addetti ai lavori, è l’esistenza di un lag temporale di alcune centinaia d’anni tra le variazioni di temperatura e la concentrazione di CO2 in atmosfera in favore delle temperature, cioè l’aumento/contrazione della concentrazione di CO2, è sempre arrivato prima e non dopo l’aumento/diminuzione delle temperature. Del resto, leggendo l’abstract dell’articolo di cui parla Foresta Martin Virtuani, si capisce che ci sarebbe stato un immagazzinamento della CO2 nelle profondità oceaniche durante la glaciazione ed un successivo rilascio nella primissima fase di riscaldamento. Se non è stato sovvertito quanto sin qui scritto in centinaia di articoli scientifici, non credo si possa asserire che questa “digestione” di anidride carbonica operata dagli oceani possa essere considerata la causa scatenante del riscaldamento.

Nel pezzo leggiamo anche il paragone tra la quantità di CO2 rilasciata all’epoca e quella immessa in atmosfera dalle attività umane, quantità simili che darebbero origine ad una certa preoccupazione. Manca un pezzo, manca la precisazione che la scala di incremento della capacità dell’anidride carbonica di trattenere la radiazione infrarossa è logaritmica, cioè per basse concentrazioni di CO2, quali quelle dei periodi glaciali, l’amplificazione dell’effetto sera per aumento della concentrazione è molto superiore a quello prodotto da un pari aumento di concentrazione che avvenga con quantità già consistenti di questo gas in atmosfera. Il paragone quindi non si può fare, a meno di non quantificare questo riscaldamento, ma questo vorrebbe dire aver trovato la chiave dell’intero problema del riscaldamento globale, cioè aver capito quanto in effetti possa essere sensibile il sistema alle variazioni dei gas ad effetto serra, una sensibilità che non è affatto direttamente proporzionale a queste variazioni -come spesso si scrive erroneamente – ma è legata alle reazioni e controreazioni del sistema stesso, cioè a dinamiche in larga misura non quantificabili con l’attuale livello di comprensione scientifica.

Segue poi un’altra forse più importante ragione di perplessità. Un altro studio citato, quello di Trenberth et al, circa la “scomparsa” del contenuto di calore degli oceani. Dal lavoro di Trenberth, di cui abbiamo parlato qui, viene estratta una curiosa affermazione/preoccupazione: fa meno caldo di quanto dovrebbe. Tralasciando il non trascurabile problema che il caldo che fa, sia poco o tanto è la realtà, mentre quello che secondo loro dovrebbe fare è frutto delle loro simulazioni, che sono comunque nel novero dell’immaginazione e cioè sono fino a prova contraria parecchi gradini sotto al mondo reale, si sottolinea anche come si debba essere preoccupati che il calore scomparso possa essere in agguato nelle profondità oceaniche, pronto a cuocere il mondo quando dovesse saltargli il ghiribizzo di tornar fuori. Ebbene, lì sotto nessuno lo ha mai misurato, quella di Trenberth e del suo collega cofirmatario (che si chiama Joe Fasullo…..vabbè lasciamo perdere) è una pura e semplice speculazione. Quello che invece è stato misurato è il contenuto di calore degli oceani nelle prime centinaia di metri di profondità, e, guarda caso, in quello strato il calore è diminuito, non aumentato. Qualcuno mi può spiegare come potrebbe essere sceso in profondità del calore proveniente dalla superficie senza passare per quello che c’è in mezzo?

E poi, per corroborare la tesi del presunto agguato calorifico di cui sopra, c’è il collegamento ad un’altra ricerca fatta da due spagnoli nel Mediterraneo occidentale. I risultati del loro lavoro? La temperatura delle acque di profondità del mare nostrum è aumentata tra il 1943 e il 2000 di ben due millesimi di grado all’anno, totale, 134 millesimi di grado. Ne siamo certi. Sulla calcolatrice del mio sistema operativo, posso arrivare anche a decine di numeri dopo la virgola, peccato che non esistano termometri che possano arrivare a questa precisione di misura, né per l’acqua delle profondità oceaniche, né per l’aria. Siamo ancora nel campo dell’immaginazione, un foglio che possiamo colorare come ci pare, ma che continua ad essere (per fortuna!) ben lontano dalla realtà.

Complice la crisi, di questa ritirata è protagonista anche il potere politico, sia dove parecchie remore ci sono sempre state -leggi Cina e India ma anche USA ad esempio- sia dove sugli improbabili provvedimenti salvaclima si erano puntate tutte le fiches, ovvero in Europa. E’ solo di ieri infatti la notizia che Francia e Germania hanno ritirato il loro appoggio alla Commissione UE che proponeva di alzare dal 20 al 30% il target di riduzione delle emissioni di gas serra, mentre da più parti si sente dire che è alquanto improbabile che i prossimi vertici mondiali possano portare a casa qualcosa di più del nulla di fatto di CO2penhagen.

Tuttavia, anche negli articoli con cui abbiamo aperto, una strizzata d’occhio alla catastrofe c’è sempre. Per il Corriere, è affidata alla chiosa di Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF, secondo il quale sarebbe in atto una pesante azione di lobby per gettare fango sui più illustri centri di ricerca nel tentativo di smentire una realtà ambientale (attenzione, non c’è scritto climatica) che è sotto gli occhi di tutti: i ghiacciai che si sciolgono e la desertificazione che avanza (nel fango) non sono un’opinione.

Su La Stampa la strizzata d’occhio è di segno completamente opposto e per molti aspetti sorprendente. L’articolo infatti riprende i contenuti della presentazione di Habibullo Abdussamatov, astrofisico russo, che alla conferenza sui cambiamenti climatici di Chicago conclusasi il 17 maggio ha dichiarato di attendersi l’inizio di una prossima glaciazione per il 2014. Nei suoi studi egli avrebbe infatti individuato nel comportamento del Sole, ovvero nella quantità di energia da esso irradiata, attualmente in una prolungata fase minimale, il fattore scatenante di un potente raffreddamento che riporterebbe il clima del pianeta alla Piccola Era Glaciale di qualche secolo fa. Una cosa è certa, la sua previsione sarà facilmente verificabile, diversamente da quelle che presagiscono un pianeta arrostito sì, ma tra cent’anni.

Ci sarà tempo per rivedere queste ipotesi e confrontarle magari con quelle di molti altri studiosi alquanto scettici sul riscaldamento globale antropogenico, che pur non avendo suggerito date (prudentemente e saggiamente), hanno più volte detto di attendersi comunque qualcosa del genere.

Intanto registriamo la presenza di opinioni diverse dal mainstream sulla stampa nazionale (che è sempre un bene) e possiamo anche dare uno sguardo alla presentazione di Abdussamatov su Youtube.

Ah, i bei tempi andati in cui valevano i proverbi. Quanti di voi addetti e non al settore meteorologico sanno che se il cielo al tramonto si colora di rosso il tempo all’indomani sarà bello? Praticamente tutti credo. Beh, ora, neanche a farlo apposta quando si va verso la stagione dei tramonti doc, quel rosso sarà ancora più intenso. Speriamo che non diventi truffaldino.

A dircelo è un ricercatore del CNR, sentito da Franco Foresta Martin in questo articolo sul Corriere della Sera. Il particolato in sospensione in troposfera sembra accentui l’effetto ottico di propagazione della frequenza del rosso, chissà che questo non significhi che sarà visibile qualche green flash in più sulle coste del Tirreno.

A dirla tutta però non è questo il succo dell’articolo, che in verità è piuttosto polemico, probabilmente con ragione. Nei primi giorni dell’eruzione del vulcano in terra d’Islanda, l’intero sistema del traffico aereo europeo è andato in tilt, a causa del timore -inizialmente fondato- che le ceneri in sospensione potessero rappresentare un problema se ingerite dai motori dei jet. Il problema, come abbiamo avuto modo di sottolineare, oltre che nella propagazione di queste ceneri, strettamente legata alla circolazione atmosferica, è anche e soprattutto nella loro concentrazione.

Ora, se il primo fattore può essere in qualche modo desunto e pronosticato con l’aiuto delle simulazioni numeriche, il secondo può essere conosciuto soltanto con delle misurazioni mirate (nonostante i tentativi di simularlo), siano esse effettuate da aeromobili appositamente equipaggiati o da stazioni a terra attrezzate con idonea strumentazione. Dopo aver sofferto per qualche giorno seguendo diligentemente quanto indicato dagli ouput del modello in uso presso il VAAC (Volcanic Ash Advisory Centre) di Londra, ci si è resi conto che le misurazioni oggettive non destavano molta preoccupazione, in quanto -con specifico riferimento al nostro paese, altrove non so- il particolato in sospensione era veramente di scarsissima entità, meno ancora di quanto se ne misura normalmente dopo una sciroccata (sabbia desertica) o anche meno di quanto se ne trovi a volte in seguito a qualche sbuffo un po’ più potente dell’eterno pennacchio di fumo dell’Etna.

Oggi, con la rinnovata fase eruttiva del vulcano, secondo quanto riportato dal ricercatore del CNR, la cenere vulcanica in sospensione nei nostri cieli sarebbe -perché non credergli- addirittura dieci volte superiore a quella osservata un mese fa. Nonostante ciò, per quel che attiene al traffico aereo, tutto tace. E non è un caso. Infatti, se andiamo a vedere le previsioni prodotte dal VAAC di Londra destinate alle autorità del traffico aereo, scopriamo che nei cielo europei, secondo il modello di simulazione di cenere non ce n’è affatto.

http://www.metoffice.gov.uk/aviation/vaac/data/VAG_1274547891.png

Fonte VAAC - Londra

Insomma, nella prima fase eruttiva abbiamo scoperto che l’unica cosa che si aveva a disposizione era un modello di simulazione peraltro non dedicato a questi scopi ma alla propagazione della eventuale ricaduta radioattiva. E sia, nell’emergenza, si deve usare quanto disponibile. Nonostante le misurazioni fossero tuttavia tranquillizzanti, il traffico ha continuato ad andare a singhiozzo. Ora le misurazioni dicono che di cenere ce n’é di più, ma il modello no, per cui tutto funziona regolarmente. Sembrerebbe proprio che l’immaginazione sia definitivamente riuscita a superare la realtà.

Forse ha ragione il ricercatore del CNR a sospettare che dei dati che loro producono si faccia carta straccia. Non lo so, sembra però piuttosto chiaro che non se ne tenga affatto conto in fase di simulazione, cioè, saremmo alle prese con l’ennesimo modello che “simula” la realtà infischiandosene della stessa. E’ sicuramente una mia lacuna, ma in questa filosofia c’è qualcosa che mi sfugge.

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Addendum

E, almeno per ora, sembra che il problema sia cessato. L’Ansa ha appena battuto questa notizia:

Vulcano d’Islanda: esperto, non erutta più.

(ANSA) – RAYKJAVIK,23 MAG -Il vulcano islandese,le cui ceneri hanno bloccato nelle ultime settimane il traffico aereo, non e’ piu’ in eruzione. Lo dice un esperto. ‘Ciò che posso confermare è che l’attività del cratere è cessata, non c’e’ più magma che sale ed esce solo fumo’, ha dichiarato il geofisico Magnus Gudmundsson dell’Università dell’Islanda. ‘Il vulcano non erutta piu’ cenere, emette solo vapore’, ha confermato Omar Ragnarsson, pilota, giornalista ed ambientalista, che stamani ha sorvolato i crateri.

In compenso sembra sia aumentata l’attività sismica dell’area del suo fratello maggiore, il Katla. E così un altro esperto, il capo della Croce Rossa Islandese, si affretta a farci sapere che “Se scoppia sarà una vera e propria tragedia…verrebbe inondata l’isola e potrebbe esserci un cambio climatico catastrofico“. Dal che capiamo che più che di vulcani costui è esperto di vaticini. Non tanto per l’eruzione, che in verità molti si aspettano, quanto per tutto il resto, specialmente il famigerato “cambio climatico”. Ma che gusto ci prova la gente a fare così? Mah, per me resta un mistero.

Qualche giorno fa è uscito il solito editoriale  sul Corriere -aiuto moriremo tutti- a firma di Giovanni Sartori. La cadenza con cui il noto politologo ci rammenta che siamo sull’orlo del baratro è più o meno regolare. Clima, ambiente e, soprattutto, sovrannumero di bipedi, i suoi cavalli di battaglia.

Qusta volta il tono appare un po’ meno convinto del solito, a causa, come egli stesso ammette, dell’errorino commesso dall’amato panel delle Nazioni Unite che si occupa di clima, forte della presunta unanimità -che in passato ha definito consensus scholarum- che gli esperti avrebbero raggiunto nel segnare la catastrofe prossima ventura.

L’errorino, a suo dire, consisterebbe nell’aver preteso di dare date e scadenze, quando sarebbe stato più prudente parlare esclusivamente di tendenza, onde evitare le clamorose smentite in cui sono inciampati ad esempio sulla trista faccenda dei ghiacci dell’Himalaya. Un caro amico ha fatto notare che dunque la previsione perfetta, con in più il pregio di non costare vagonate di soldi come invece costano quelle fatte a suon di modelli, consisterebbe nell’affermare che, vada come vada, dopo la pioggia verrà il sereno. Un altro caro amico di chiare origini unne questa la chiamava la regola del trono e cioè che “Dopo er brutto viè er bono”.

Ad ogni modo, la prudenza di evitare pericolose e verificabili scadenze, sembra non applicarsi alla consistenza degli umani, come detto altro cruccio permamente dello stesso autore. E infatti arriva puntuale il vaticinio che stima in nove mld il numero dei nostri simili per la metà di questo secolo. Di lì all’estinzione il passo sarà breve, come è semplice la soluzione sottesa: basta ridurre il numero degli aventi diritto. Bontà sua, personalmente alla saggezza ottuagenaria aspirerei ad arrivarci pure io, visto che a conti fatti dovrei arrivarci proprio per quella data.

Vedremo, per adesso vi consiglio la lettura di questo interessante intervento di Alessandra Nucci su Italia Oggi (da cui ho tratto il titolo di questo post), anch’ella evidentemente perplessa sulle opinioni così generosamente dispensate dalle pagine del Corriere.

Buona giornata.

Apriti cielo, quei malandrini dei politici repubblicani dello stato americano del Sud Dakota hanno usato impropriamente la delega ricevuta dal loro elettorato per approvare democraticamente (cioè a mezzo voto) una legge che introduca “un equilibrato insegnamento del riscaldamento globale”. Ovviamente contraria l’opposta fazione, quella democratica.

Senza provvedimento di legge alcuno che ne sostenesse l’utilizzo però, il pamphlet di puro terrorismo climatico del democraticissimo Al Gore nelle scuole di mezzo mondo ci gira da un pezzo, tanto che l’Alta Corte inglese ha pure emesso un pronunciamento che ne limitasse la lettura, per manifesta antiscientificità del modo con cui era trattato l’argomento.

La firma del Corriere della Sera che ci riporta l’accaduto, azzarda un paragone abbastanza pesante, confrontando la contrapposizione tra “scettici” e “credenti” dellAGW, con la spinosa questione della lotta tra darwinismo e creazionismo. A prescindere da quale sia l’opinione di ognuno riguardo queste problematiche, è però innegabile che siano diventate oggetto di pesante strumentalizzazione politica. Questo ha fatto calare una fitta coltre di nebbia che sfuma ovviamente i contorni di ciò che è vero e ciò che non lo è, nella quale alcuni di quelli che avrebbero dovuto evitarla questa strumentalizzazione, si trovano perfettamente a loro agio.

Appena l’anno scorso, il libro di scienze per la quarta elementare di mia figlia aveva il titolo “La Terra ha la Febbre”. Che io sappia, nessuna legge ha autorizzato l’impiego di questi evidenti esempi di condizionamento ideologico. Che ora avvenga l’opposto per legge non è meno brutto, ma è anche l’inevitabile conseguenza della politicizzazione che questi argomenti hanno ricevuto, non certo per colpa di chi all’AGW ci crede poco.

I più puri non me ne vogliano se ci scherzo un po’ su. Conto sul fatto che queste poche righe non arrivino fino in Svezia. Anche perché sembra che per farlo dovrebbero camminare su parecchi chilometri di mare ghiacciato.

Incredibile, propongo di fare una poderosa colletta e finanziare un intervento oratorio di Al Gore con cadenza settimanale di qui ai prossimi dieci anni. Tanto basterà per eliminare definitivamente il rischio global warming. Va a Copenhagen a parlare? Bufere di neve. Torna a casa sua? La nevicata del secolo. Spadroneggia sulle pagine dei giornali come in questi giorni? Cinquanta navi bloccate dal ghiaccio nel Mar Baltico, con gli equipaggi talmente impegnati a leggere dalle parole del nostro Al Guru di un imminente scomparsa dell’Artico, da dimenticarsi che l’Artico è ancora lì, e impedisce alle loro navi di muoversi.

Quando si dice l’uomo giusto al posto giusto.

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Aggiornamento

Mi capita di ascoltare da vari giornali radio questa stessa notizia. L’highlight è che uno spessore di ghiaccio quale quello che sta impedendo alle navi di muoversi sembra non si vedesse almeno da una quindicina d’anni. Non so se sia vero e non ho potuto verificarlo, magari se qualche lettore ci dovesse riuscire potremo approfondire. Val la pena tuttavia rifletterci su.

Fonte www.corriere.it

Parliamoci chiaro, il fatto che la diminuzione della massa glaciale rappresenti l’adattamento del sistema ad un nuovo e diverso stato termico è fuor di dubbio. E’ già accaduto e tornerà ad accadere. Lo stesso, ovviamente, si può dire per un suo eventuale aumento. La differenza è, ovviamente, nei tempi in cui questo avviene e nel periodo che si prende a riferimento. Infatti, il trend di lungo periodo della quantità di ghiaccio presente in Artico è tutt’ora negativo. Quello di un periodo molto più breve, appena gli ultimi tre anni, è invece positivo. Tale brevità impedisce però giustamente che questa tendenza sia paragonabile con quanto avvenuto da quando sono iniziate le misurazioni oggettive, ossia un periodo lungo dieci volte tanto.

Questo tuttavia non impedisce di sottolineare una volta di più che nulla è semplice in fatto di clima, men che meno in quelle che sono considerate le evidenze della sua evoluzione. Più che le temperature, che in realtà pur essendo aumentate non hanno affatto raggiunto valori da inferire uno scioglimento rapido come quello misurato, i regolatori della quantità di ghiaccio presente nell’Artico sono i pattern atmosferici, cioè la pressione atmosferica e la ventilazione che ne consegue, e le correnti marine, nel comportamento delle quali entrano in gioco numerosi altri fattori, ancora non del tutto noti.

Dopo lunghi anni di una combinazione di questi fattori che sfavoriva l’accumulo di ghiaccio, ora la situazione, pur nel breve periodo, sembra essere cambiata. Quanto questo potrà  durare e quanto potrà  giovare al ristabilirsi di condizioni medie della superficie ghiacciata non è dato saperlo.

Quel che è certo, è che gli innumerevoli proclami di imminente scomparsa del ghiaccio dalla calotta polare settentrionale sono disinformati, disinformanti e pretestuosi. Otre a denotare una totale ignoranza in materia, mettono in luce anche l’evidente disinteresse per le fonti scientifiche ufficiali, che già da tempo hanno provveduto a sciogliere la relazione diretta di causa effetto tra l’aumento delle temperature e l’estensione del ghiaccio marino.

Con il sopraggiungere di “inattesi” problemi di mobilità per le navi che attraversano il Mar Baltico, registriamo una volta di più che la realtà supera sempre l’immaginazione, sia quest’ultima frutto della fervida fantasia di un grande comunicatore ma pessimo esperto di clima quale Al Guru, o di simulazioni al computer che costano vagonate di quattrini. Il risultato non cambia, non abbiamo capito quasi niente.

Aggiornamento #2

L’emergenza è rientrata, le navi sono state tutte liberate.

Il puntino si allarga e diventa una macchia. Finalmente anche sui media nostrani più prudenti comincia a farsi spazio qualche dubbio circa la graniticità delle verità scientifiche dispensate a piene mani negli ultimi anni. Anche sulle pagine del Corriere spunta la notizia delle fonti a dir poco gossippare impiegate talvolta nel comporre l’ultimo report dell’IPCC. Per ora è una brezza, staremo a vedere se diventerà un vento impetuoso o se calerà inesorabilmente sul far della sera.

Qui il pdf dell’articolo.

Il 14 dicembre Al Gore è arrivato a Copenhagen e ha fatto, tra le tante, quest’affermazione:

C’è il 75% di possibilità che entro 5 o 7 anni l’intera calotta polare artica scompaia durante l’estate

ripresa anche dal Corriere della sera1 . Qualcuno in una battuta ha detto che sono le stesse probabilità che aveva di diventare presidente. Essendo il pronostico infausto sull’Artico sconosciuto ai più, si stima infatti di uno scioglimento totale tra i 30 ai 100 anni a seconda degli autori, sono stati chiesti a Gore i riferimenti. Lui ha citato il Dr Wieslav Maslowski che interpellato, però, lo ha smentito clamorosamente sostenendo di non aver mai affermato nulla di simile2 . Al Gore si è giustificato dicendo che gli sembrava di ricordare una conversazione privata con Maslowsky di qualche anno fa, dove avrebbe fatto questi pronostici (deboluccio come riferimento scientifico!).
Dove sarà andato a finire tutto il ghiaccio artico? Nei bicchieri dello scotch?

Il 15 dicembre su un canale Sky, Current Tv fondato da Al Gore, è andata in onda un’intervista ad Al Gore3 preceduta da uno spot di Greenpeace (chissà se è gratuito uno spot su un canale Sky in prima serata) che dice: “Cosa sceglieresti tra l’estinzione del 30% delle specie o 14500 posti di lavoro?”. Perpetrando il falso mito della green economy che creando posti di lavoro grazie agli incentivi, in realtà aumenta e di molto i costi di produzione. Questo determina una perdita di competitività del sistema paese e come conseguenza una perdita di più posti di lavoro di quelli che si creano.

Anche Al Gore nell’intervista riprende la falsa convenienza delle rinnovabili dicendo che si potrà evitare la formazione di 100 milioni di profughi ambientali e che l’umanità non può essere miope perché i combustibili fossili stanno finendo. Se questo può essere verosimile per il petrolio, ai consumi attuali le scorte di gas sono stimate in circa 200 anni e quelle di carbone in due millenni, accettando costi più alti di estrazione4. Dal carbone si possono ottenere gas e idrocarburi per l’autotrazione e le emissioni di inquinanti dalle centrali a carbone pulito sono ormai paragonabili a quelle a gas, quindi molto basse5.

Al Gore cita il rapporto Stern dove si dimostra che non abbassare le emissioni determinerà danni maggiori rispetto ai costi della mitigazione. Ma il rapporto Stern è molto contestato perché l’economista inglese prende in considerazione proiezioni climatiche catastrofiche e ne quantifica i danni senza calcolare le capacità di adattamento e i vantaggi di un riscaldamento globale. Ci sono però rapporti economici che dimostrano invece il contrario e cioè che l’adattamento costa 100 volte meno della mitigazione ed a differenza di questo è di sicura efficacia6.

Alla domanda sul Climategate, Al Gore ha detto che non ha letto tutte le e mail, che gli risulta siano di dieci anni fa (invece ce ne sono anche del 2009) e che non cambiano minimamente il consenso scientifico sull’AGW. Invece i dubbi sulle forzature per raccontarci quella che Briffa chiama: “La storiella carina e pulita sul riscaldamento attuale eccezionale e senza precedenti nel millennio,” dopo climatopoli sono diventati una certezza7.

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  1. http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/speciali/2009/summit-copenaghen/notizie/al_gore_intervista_current_ambiente_copenaghen_fbd84e06-e89a-11de-b930-00144f02aabc.shtml []
  2. http://www.timesonline.co.uk/tol/news/environment/copenhagen/article6956783.ece []
  3. http://current.com/items/91662056_come-salvare-il-pianeta.htm []
  4. Prof. Macchi 2008 Piacenza convegno “Fare luce sull’energia” []
  5. Prof. Macchi 2008 Piacenza convegno “Fare luce sull’energia” []
  6. Nigel Lawson “Nessuna emergenza clima” ed. Brioschi []
  7. http://www.eastangliaemails.com/emails.php?eid=136&filename=938018124.txt []

Decidete voi sulla testa di chi. Nel caso anche la mia, dura per definizione, è a disposizione. L’orso di Al Gore (sì, corre voce che se lo sia portato a casa per degli scatti più intrisi di “calore” familiare) sulla copertina del nuovo numero del settimanale Sette, che esce con il Corriere della Sera, proprio non ci va giù.

E se ci va ancora meno giù la filippica che l’ex-ex-ex-ex-un certo numero di cose, attualmente paladino del clima in servizio permanente, fa nelle pagine interne, dobbiamo dare atto alla redazione di Sette di aver cercato di bilanciare con un intervista piuttosto interessante a Franco Prodi, il quale di certo non risparmia critiche come suo solito ad un certo mondo clima-mediatico, clima-elitario e clima-catastrofico.

Più che il clima, del quale sappiamo ancora veramente poco, è dell’ambiente che ci si deve occupare, senza le luci della ribalta, ma con la voglia di fare qualcosa sul serio.

Leggete qui, sul blog di Piero Vietti  un estratto di questo intervento. Ah, non c’è fretta, perchè lui non va a CO2penhagen, sembra che abbiano finito i cotillons.

La stampa italiana è tornata al suo deserto. Dopo due pur tardivi interventi rispettivamente del Corriere della Sera e della Stampa di Torino tra sabato e domenica, seguiti al primo articolo pubblicato dal Foglio e firmato da Piero Vietti, solo il giornale di Giuliano Ferrara sta continuando a seguire l’evolversi della vicenda delle conversazioni via mail e dei dati sottratti alla UEA (University of East Anglia), apparsi sulla rete la settimana scorsa.

Sulla fonte delle informazioni c’è ancora molta incertezza, destinata forse a rimanere tale, ma, al riguardo, stiamo lavorando ad alcuni interessanti aspetti tecnici di cui vi daremo conto spero in giornata. E’ strano tuttavia il silenzio con cui si sta distinguendo il panorama informativo del nostro paese. Sempre dai commenti al blog di Piero Vietti ho scovato una interessante analogia. Gli addetti ai lavori del tempo e del clima, si sono spesso sgolati a ripetere che i fenomeni atomosferici, per quanto anomali o estremi, non sono riconducibili al mutamento climatico; se fa freddo oggi non è glaciazione, se farà caldo domani non è deriva catastrofica del clima. Sono due cose diverse tempo e clima, per scala spaziale e temporale.

Ebbene sembra che finalmente il giornalismo italiano abbia capito, comprendendo tanto a fondo il significato di questa differenza da azzardarne un impiego anche in altri contesti.  E così questa tempesta mediatica che imperversa oltre confine è trattata appunto alla stregua di un fenomeno meteorologico, per nulla in grado di perturbare un clima ormai consolidato di fedele dedizione alla causa del riscaldamento globale di origine antropica. Perdonatemi il termine “causa”, ma se lo usano nelle loro mail i climatologi della UEA, credo di poterlo fare anche io, seppur con un’accezione che forse a loro non piacerebbe.

Un clima a volte un po’ pigro ma comunque sempre attento a ciò che accade al di là delle Alpi, dove sembra che tutto vada meglio che da noi, specialmente con riferimento all’impegno nella lotta al clima che cambia. Allora forse questa non è pigrizia, ma eccesso di prudenza nel trattare questioni ancora poco chiare? Chissà, magari è più probabile che si tratti di quanto abbiamo letto sul Telegraph al riguardo e più che pigrizia si tratti di inerzia, incapacità anche solamente di pensare (non proporre per carità) un ipotetico cambiamento di rotta.

Del resto a chi interessa davvero se le basi scientifiche su cui dovrà poggiare il nostro futuro modello di società in seguito ad accordi internazionali, non sono così solide ed integre come ci vorrebbero far credere? No, meglio essere inerti, seguire la corrente verso CO2penhagen tra allegre feste colorate di verde, ed endorsement pseudo-politici, a dispetto di quanto dicono questi scettici lugubri e guastafeste.

Così, nel deserto, accanto all’oasi di cui sopra, spiccano le dune sabbiose del tempismo del Corriere della Sera, che, dopo l’azzardo dei primi giorni, scivolato via in silenzio dall’home page del sito omonimo, esce con un settimanale su cui troneggia in copertina un incerto Orso Polare in bilico su quello che più che ghiaccio marino sembra il cubetto per un Martini, tanto è piccolo e malandato. Immagine proveniente direttamente dalla raccolta personale di Al Gore che interviene addirittura di suo pugno nelle pagine interne. Il titolo è “Proviamo a salvarlo?”

Spettacolare, ma a noi chi ci salva?

 

Aggiornamento:

Piero Vietti su Radio City ieri pomeriggio . Il suo intervento è alla fine del programma.