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La saga continua. Nella comunità scientifica del clima c’è un manipolo di studiosi che proprio non ne vuol sapere di piegarsi alle sirene del catastrofismo climatico. Hanno un carattere strano: sono convinti che il sistema climatico sia molto meno sensibile alle perturbazioni esterne di quanto sostenga il mainstream scientifico, ma sono anche altamente sensibili alle critiche sul loro lavoro.

Ciò significa che quando fanno delle affermazioni, se qualcuno le confuta ci tornano su e cercano di correggere il tiro. Questa pratica, piuttosto sconosciuta ai più accaniti sostenitori dell’AGW, è parte indispensabile del metodo scientifico. Per far correggere il tiro a Michael Mann sul suo Hockey Stick ci sono voluti un paio di lustri, e non una parola di contrizione è mai stata espressa per l’uso alquanto disinvolto dei dati di cui disponeva e delle procedure statistiche che ha impiegato. Questo tanto per fare un esempio.

Un paio di anni fa Lindzen e Choi hanno pubblicato un articolo nel quale analizzando le osservazioni provenienti dalle sonde satellitari giungevano alla conclusione che la sensibilità climatica – leggi quanto potrebbero aumentare le tempeature per un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto all’era pre-industriale – sarebbe consistentemente più bassa di tutte le stime fatte dal mainstream scientifico e impiegate nei modelli di simulazione climatica.

On the determination of climate feedbacks from ERBE dataGEOPHYSICAL RESEARCH LETTERS, VOL. 36, L16705, 6 PP., 2009 doi:10.1029/2009GL039628

La ricerca era concentrata sulla fascia tropicale, l’area ove secondo L&C sarebbero concentrati la maggior parte dei feedback atmosferici la cui sommatoria identifica appunto la sensibilità del sistema. Il loro lavoro è stato soggetto a numerose critiche, sia per la scelta dell’area esaminata, considerata limitante e non rappresentativa dell’intero sistema, sia per l’uso dei dati satellitari, a loro volta soggetti ad un margine di errore che pare L&C non avessero tenuto nel giusto conto.

Per esempio qui:

Relationships between tropical sea surface temperature and top-of-atmosphere radiationGeophys. Res. Lett., 37, L03702, doi:10.1029/2009GL042314

Ma anche e soprattutto qui:

Lindzen and Choi UnraveledRealClimate 8 gennaio 2010

Così, dopo un paio d’anni di tentativi per accedere alla pubblicazione (evidentemente il circuito delle riviste scientifiche più importanti considerava chiuso il discorso), L&C hanno finalmente pubblicato un altro lavoro con cui ribadiscono il loro approccio, lo estendono all’intero Pianeta, migliorano i dati impiegati e…giungono alle stesse conclusioni.

On the Observational Determination of Climate Sensitivity  and Its ImplicationsAsia-Pacific J. Atmos. Sci., 47(4), 377-390, 2011DOI:10.1007/s13143-011-0023-x

Quello che segue è l’abstract:

Si stima la sensitività climatica dalle osservazioni, utilizzando le fluttuazioni destagionalizzate delle temperature superficiali del mare (SST) e le contemporanee fluttuazioni della radiazione in uscita dal top dell’atmosfera (TOA) dagli strumenti satellitari ERBE (1985-1999) e CERES (2000-2008). Per valutare i feedback sono stati impiegati differenti periodi di riscaldamento e raffreddamento delle SST. Uno studio precedente (Lindzen e Choi, 2009) è stato oggetto di critiche significative. Il presente documento è un’espansione del precedente lavoro in cui vengono prese in considerazione le varie critiche. La presente analisi tiene conto del periodo di precessione di 72 giorni del satellite ERBE in modo più appropriato rispetto al precedente lavoro. Si sviluppa un metodo per distinguere il rumore nella radiazione uscente così come nelle variazioni della radiazione che stanno forzando le SST da quelle variazioni nella radiazione che costituiscono un feedback delle variazioni di SST. Si dimostra che il nostro nuovo metodo si comporta abbastanza bene nel distinguere i feedback negativi da quelli positivi e nella quantificazione dei feedback negativi. Al contrario, si dimostra che i metodi di regressione semplice utilizzati da diversi studi esistenti generalmente amplificano i feedback positivi e mostrano anche feedback positivi quando questi sono in realtà negativi. Si sostiene che i feedback siano in gran parte concentrati nei tropici, e il feedback tropicale può essere regolati per tener conto del loro impatto sull’intero globo. Infatti, si dimostra anche che l’impiego di tutti i dati di CERES (non solo per i tropici) porta a risultati simili a quelli che sono ottenuti per i tropici da soli – anche se con più rumore. Ne risulta nuovamente che la radiazione uscente derivante da oscillazioni delle SST supera la risposta zerofeedback, implicando quindi un feedback negativo. In contrasto con questo, il calcolo dei flussi di radiazione in uscita TOA da 11 modelli atmosferici forzati dalle SST osservate è inferiore alla risposta zerofeedback, coerentemente con i feedback positivi che caratterizzano questi modelli. I risultati implicano che i modelli amplificano la sensibilità climatica.

In sostanza, come potrete leggere nel pdf di questo lavoro, L&C stimano 0.7°K (0.5 – 1.3) di aumento della temperatura per il raddoppio della CO2, cioè molto ma molto meno dei 3°K (1.5- 5) che scaturiscono dalle simulazioni climatiche.

Lindzen stesso dice di essere certo che anche questo lavoro sarà preso di mira dalle batterie del mainstream scientifico (non vedo perché no del resto). Perciò, che la festa cominci. Nel frattempo sarà il caso di far notare che questa come altre stime della sensibilità climatica di cui abbiamo parlato anche recentemente, si basa su osservzioni e non su simulazioni e, guarda caso, va molto più d’accordo con quanto è avvenuto negli ultimi anni di quanto non abbiano fatto proprio i modelli.

Forse non si potrà dire “se tutto va bene moriremo congelati”, come abbiamo scherzato tanto volte sulle pagine di CM. Ma una cosa è certa, se lo studio di attribuzione del contributo antropico alle dinamiche del clima appena pubblicato da Loehle e Scafetta reggerà al confronto scientifico, ci sono buone probabilità che si rendano vacanti parecchi posti di lavoro di “Esperti di clima specializzati in catastrofi prossime venture”.

Qui il PDF: Climate Change Attribution Using Empirical Decomposition of Climatic Data, qui il materiale informativo, qui il testo pubblicato sull’Open Atmospheric Science Journal.

E di seguito l’abstract:

Il problema dell’attribuzione del cambiamento climatico è affrontato impiegando la scomposizione empirica. I cicli del moto e dell’attività solare di 60 e 20 anni sono stati utilizzati per sviluppare un modello empirico delle variazioni di temperatura della Terra. Il modello è stato tarato con i dati di temperatura globale dell’Hadley Centre fino al 1950 (periodo di tempo prima che le emissioni antropogeniche diventassero il meccanismo di forcing dominante), e poi estrapolato per il 1951-2010. I risultati hanno mostrato un andamento verso l’alto approssimativamente lineare di circa 0,66°C/secolo per il 1942-2010. Si assume che questo riscaldamento sia stato indotto principalmente dalle emissioni di origine antropica, dall’urbanizzazione e dall’utilizzo dei terreni. Il riscaldamento osservato prima del 1942 è relativamente piccolo e si presume sia stato per lo più indotto naturalmente. Il modello completo, forcing naturale più antropico, riproduce molto bene l’intero record di 160 anni. L’analisi dei risultati non fornisce alcuna prova di un effetto di raffreddamento sostanziale a causa di aerosol solfati per il 1940-1970. Il raffreddamento osservato durante questo periodo può essere dovuto a un naturale ciclo di 60 anni, che è visibile nelle serie di temperatura globale dal 1850 ed è stato osservato anche in numerosi record climatici plurisecolari. Sono stati sviluppati nuovi modelli di prossimità dell’attività solare che suggeriscono un meccanismo sia per il ciclo di 60 anni che per una parte della tendenza al riscaldamento nel lungo termine. I nostri risultati suggeriscono che, poiché gli attuali modelli sottovalutano il peso dei cicli naturali multidecadali nelle serie di temperatura, il contributo antropogenico al cambiamento climatico dal 1850 dovrebbe essere meno della metà di quanto precedentemente affermato dall’IPCC. Circa il 60% del riscaldamento osservato 1970-2000 è stato molto probabilmente causato da questo ciclo naturale di 60 anni climatiche durante la fase ascendente. Una previsione per il 21° secolo suggerisce che il clima potrebbe rimanere stabile fino a circa il 2030-2040, e può al più subire un riscaldamento di 0,5-1,0°C entro il 2100, allo stimato tasso di riscaldamento di origine antropica di circa 0,66°C/secolo, che è circa 3,5 volte inferiore alla media di 2,3° C/secolo previsto dall’IPCC per le prima decadi del 21° secolo. Tuttavia, ulteriori cicli plurisecolari naturali potrebbero raffreddare ulteriormente il clima.

Sicché, come ormai si sente dire sempre più spesso, il peso reale del contributo antropico alle dinamiche del clima potrebbe essere largamente inferiore a quanto stimato. Tanto da far praticamente cessare ogni forma di allarme. E questo peso potrebbe essere ancora inferiore tenuto conto della probabile sovrastima del riscaldamento registrato dovuta ai bias dell’urbanizzazione e delle modifiche al territorio cui sono soggette le osservazioni.

Una spiegazione a firma di Loehle la trovate anche sia su WUWT che su Climate Etc.

Con questo sono due in una settimana (qui l’altro) gli studi di attribuzione che ridimensionano il problema restituendo alla variabilità naturale un ruolo più realistico rispetto al forcing antropico, senza impiegare terabyte di tempo macchina in termini di di modelli climatici. Quando se ne accorgeranno anche quelli bravi sarà sempre troppo tardi.

Si dice che ogni scoperta scientifica resti tale solo finché non ne sopraggiunge un altra. E’ per questo che la scienza non dovrebbe mai essere definita “settled”, ovvero definita. Può esserlo forse per qualche particolare specifico, ma non certo a carattere generale, come invece qualcuno ha detto ad esempio delle origini antropiche del riscaldamento globale.

Qualcuno dei nostri lettori avrà notato che ultimamente c’è in essere sulle pagine di CM un gustoso dibattito tra due assidui commentatori. Più che un dibattito è diventato in effetti un tormentone, perché consta di una semplice domanda a cui non c’è risposta. Esiste un lavoro (UNO) che dimostri sperimentalmente e senza far ricorso a simulazioni modellistiche che c’è un rapporto di causa effetto tra il forcing antropico e le dinamiche recenti del clima? No, punto. Perché? Semplice, perché l’attribuzione delle evoluzioni recenti del clima alle attività umane dipende esclusivamente dalle simulazioni, cioè da come si è deciso di semplificare il funzionamento del sistema al fine di identificarne le oscillazioni al mutare di un singolo fattore perturbante: la componente antropica dei gas serra.

Non che questo sia sbagliato, intendiamoci. Si devono comunque fare i conti con quello che si ha e per ora abbiamo questo. Sbagliato è stato semmai pensare che quanto acquisito mettesse la parola fine, ovvero che fornisse le risposte giuste pur sapendo che quelle simulazioni sono ben lungi dal riprodurre correttamente il funzionamento del sistema. E infatti mentre tutto il mondo aspettava l’annunciata continua salita delle temperature medie superficiali queste si sono fermate, anzi, sono anche scese. E così ha fatto anche il contenuto di calore degli oceani, parametro che rappresenta in modo molto più fedele l’integrale del sistema.

C’è qualcuno però che dall’alto della sua prominente posizione nel panorama della scienza del clima ci ha prontamente spiegato il perché. Si tratta di James Hansen, il climatologo dei climatologi, l’attivista degli attivisti, lo scienziato degli scienziati:

[...] Concludiamo che la maggior parte dei modelli climatici mescoli con troppa efficienza il calore nelle profondità oceaniche con il risultato di sottostimare il forcing negativo degli aerosol di origine umana. Il forcing sul clima degli aerosol è oggi stimato in -1,6pm 0,3Wm2, ciò implica un sostanziale forcing indiretto degli aerosol attraverso le oscillazioni della nuvolosità. La prolungata impossibilità di quantificate le origini specifiche di questo pesante forcing è insostenibile perché è necessario acquisire la conoscenza delle variazioni degli aerosol per comprendere i cambiamenti climatici futuri. La recente diminuzione dell’assorbimento di calore degli oceani è stata causata da un ritardato effetto degli aerosol provenienti dal Monte Pinatubo e da un prolungato minimo solare [...].

Quanto sopra viene da una recente pubblicazione non peer-reviewed proprio di Hansen. Da queste affermazioni e dall’abstract stesso si evince innanzi tutto che quanto a suo tempo era stato spacciato per “settled” non lo è affatto e finalmente qualcuno lo ammette anche. In seconda battuta non si può fare a meno di rilevare un po’ di confusione. La prova dell’esistenza di un forcing negativo è nel comportamento delle temperature e degli altri paramentri citati poche righe più su. Il forcing negativo evidentemente non considerato è identificato negli aerosol antropici. Questi ultimi però non sono quantificati. Sicchè gli unici forcing di cui si trova notizia sono di orgine vulcanica da un lato e, udite udite…solare dall’altro.

Proprio così, un prolungato minimo solare. A qualcuno viene in mente cosa c’è in genere prima di un minimo? Indovinato, un massimo, altrettanto prolungato. Però quello non ha avuto alcun effetto sul precedente riscaldamento, malgrado ora il suo opposto ne abbia sull’attuale stasi o diminuzione delle temperature. Certo che questa scienza del clima è proprio strana. Che Hansen voglia fornire qualche indiretta conferma della teoria di Svensmark sui raggi cosmici e la loro modulazione della copertura nuvolosa operata dall’attività solare?

Difficile a dirsi. Per ora prendiamo atto della sottostima del forcing negativo, ovvero sovrastima del riscaldamento, ovvero sovrastima del disastro climatico prossimo venturo. Siamo salvi, fino al prossimo allarme.

C’è stata un po’ di maretta nel dibattito sul clima recentemente. Il sasso nello stagno lo ha lanciato Kevin Trentberth proponendo di ribaltare la pratica scientifica. L’evidenza delle origini antropiche del riscaldamento globale è tale – ha annunciato nel suo recente intervento all’AMS- da richiedere un capovolgimento dell’ipotesi nulla, cioè, ora è chi sostiene il contrario – ovvero che molto possa essere spiegato con la variabilità naturale- che deve dimostrare di essere nel giusto.

Su CM abbiamo già commentato questo intervento, e ci siamo anche presi gli strali di quanti hanno accolto entusiasticamente questa proposta. La nostra obiezione è semplice, la variabilità naturale ha dominato l’evoluzione del clima da sempre, non ha alcun bisogno di essere dimostrata, semmai, certamente, c’è molto da fare per comprendere come funzioni esattamente il sistema. A meno che non si ritenga che da qualche decennio a questa parte non stia accadendo qualcosa di strano e nuovo per le normali dinamiche del sistema stesso.

A dimostrare questa ipotesi ci hanno provato in molti, a volte con buon successo iniziale, salvo poi dover scendere a più miti consigli perché, dal momento che piaccia o no misuriamo tutto con la temperatura, è noto che questa ha subito oscillazioni assolutamente paragonabili se non superiori a quelle misurate nelle ultime decadi del secolo scorso. E non stiamo parlando di ere geologiche, basta guardare indietro agli ultimi mille anni per trovare due eventi climatici di ampiezza globale e di segno completamente opposto tra loro, con i quali chiaramente il forcing antropico non può aver avuto nulla a che fare (LIA e MWP per chi volesse approfondire).

Tuttavia, giustamente, una parte molto ampia della comunità scientifica ha ipotizzato che il forcing antropico sia stato preponderante per il riscaldamento occorso dalla fine degli anni ’70 al 2000, salvo poi essere mascherato da una variabilità naturale che quando dovesse tornare ad essere in fase con il forcing, ne riproporrebbe più che mai la pericolosità in termini di riscaldamento. Dunque la variabilità naturale esiste, questo ci conforta. Ed è anche più forte dell’ipotesi di cui sopra, questo ci conforta ancora di più.

Sicché, la prevalenza del forcing antropico è di fatto una spiegazione alternativa che si è cercato sin qui di sostenere con la pratica scientifica delle simulazioni climatiche. E’ un’ipotesi accettabile in quanto tale. Non è certa, non può dunque dirsi che sia vera ma neanche che non lo sia. Diversamente è certo che il clima esiste come è sempre esistito. Come uscire da questa impasse? Con l’unico strumento possibile evidentemente, la ricerca. Così Roy Spencer dal suo blog lancia il guanto di sfida: che qualcuno mostri un solo lavoro che abbia attraversato il percorso di revisione paritaria che escluda la variabilità naturale come origine delle recenti evoluzioni del clima. Sono esclusi, egli scrive, tutti i lavori che hanno investigato la variabilità del forcing solare, inteso come agente esterno e non interno al sistema, dal momento che stiamo parlando di variabilità naturale interna. Parimenti, aggiungo io, sono esclusi tutti i lavori che proponendo la soluzione alternativa del forcing antropico negano per esclusione la variabilità naturale. Infatti, se immagino che il sistema sia fortemente dipendente da variazioni in termini assoluti minimali di una delle sue componenti -i gas serra- è logico che se poi agisco su quella componente il sistema smetta di funzionare, ma questa è una scelta, non è una prova.

Ammetto candidamente la mia ignoranza. Non so se esistano lavori del genere e invito quanti (so che ci leggono) normalmente ci accusano di ignoranza, malafede, incompetenza e quant’altro ad illuminare le nostre menti. Se così dovesse essere leggeremo avidamente. Diversamente, temo ci sarà consentito di continuare a praticare lo scetticismo, ovvero a considerare la preponderanza del forcing antropico un’ipotesi e non una tesi, a vedere le cosiddette evidenze, scioglimento dei ghiacci, fenomeni violenti etc etc, per quello che sono e sono sempre stati, ovvero manifestazioni delle dinamiche di un sistema che malgrado si siano ripetuti migliaia di volte nella storia del Pianeta ancora non abbiamo compreso.

Ah, un’ultima cosa nella quale forse sarà difficile tacciare chi scrive di incompetenza. Mentre si procede alla ricerca di questi lavori, sarebbe comunque un bel passo avanti smetterla di attribuire ogni evento atmosferico al clima impazzito. Per due ragioni. La prima è che il clima e il tempo sono sempre stati pazzi. La seconda è che ognuno di questi eventi ha la sua bella spiegazione meteorologica e una serie infinita di similitudini, ancora una volta, piaccia o non piaccia ai cultori dell’unprecedented.

Tra poche settimane si terrà a Cancun la 16^ Conferenza delle Parti dell’UNFCCC. E’ probabile che l’evento avrà dei toni più dimessi di quello che l’ha preceduto a CO2penhagen, conclusosi con un sonoro nulla di fatto. Toni più dimessi non solo perché la situazione geopolitica, già complessa e fortemente condizionata dalla crisi recessiva globale allora, è addirittura peggiorata, per cui se un anno fa c’era qualche speranza che fossero disponibili delle risorse da destinare a politiche climatiche globali, ora che la ripresa sembra aver già esaurito il carburante c’è la certezza che così non è e non potrà essere in un futuro prossimo. Si aggiunge anche, se vogliamo, l’onda lunga del climategate, lo scandalo della divulgazione delle e-mail trafugate dai server della East Anglia. Un’aggiunta che non riguarda nello specifico quanto svelato da quei disinvolti scambi epistolari, che per la verità hanno assunto una valenza etica più che scientifica, ma che si è resa possibile perché in conseguenza di quei fatti, più di qualcuno si è fatto coraggio.

Ha iniziato a diradarsi la nube del consenso scientifico, molte posizioni politiche, svelte a fiutare la direzione del vento, hanno quindi corretto la rotta, e i media hanno alimentato il dibattito smettendo in molti casi i panni del catastrofismo ad ogni costo. Più o meno ovunque, per dirne una, sembra si voglia fare più attenzione a ciò che è veramente green e a ciò che è solamente greenwashed, come ad esempio la reale sostenibilità e utilità di alcune fonti di energia rinnovabile. La ragion politica sta dunque avendo la meglio. Nessuno si scandalizzi, dal momento che il livello di comprensione scientitifica delle dinamiche del clima non è cambiato in modo sostanziale nel recente passato, anche all’epoca dell’euforia climatica era stata la ragion politica ha menare le danze, facendolo oltretutto in modo assolutamente bibartisan in quanto trattasi di argomento ad elevato appeal elettorale. Le policy dei “grandi emettitori” infatti, se a parole possono sembrare diverse quando questa o quella parte si danno il cambio nella stanza dei bottoni, di fatto poi cambiano poco o nulla.

Non c’è dunque da illudersi che qualcuno abbia preso coscienza del fatto che non ne sappiamo abbastanza per agire in qualsivoglia direzione, benchè questo sia vero, semplicemente ora agire non è possibile, e non si può più nemmeno promettere di farlo.

Eppure i segnali non mancano, ogni giorno, ogni mese, ogni anno che passa con le pluricelebrate “evidenze” delle origini antropiche del disastro climatico che giocano a nascondino, dovrebbe insegnare qualcosa. Facciamo un esempio, come fa David Whitehouse della Global Warming Policy Foundation.

Sono più di dieci anni che le temperature medie superficiali sono stabili, e sono quindici che sono prive di trend statisticamente significativo, che non sia quanto causato dall’alternanza molto randomica di grandi eventi climatici come El Niño e La Niña. Perché questa stabilità? Se lo chiedete a qualche convinto sostenitore dell’AGW, vi risponderà che si tratta di una normale variabilità interannuale che sta sovrapponendosi, in questo caso elidendoli, agli effetti del forcing antropico.

Praticamente uno specchio. Il clima si guarda in una superficie riflettente e ne esce fuori un’immagine esattamente rovesciata. Gli uomini aggiungono un pezzetto di forcing alla volta in modo continuo, e delle dinamiche misteriose si contrappongono generando l’effetto contrario. La temperatura non sale e non scende, è ferma. Ancora un altro pezzetto di forcing antropico e ancora magicamente il clima risponde come in una ricetta di cucina per sale e pepe: quanto basta.

Così, tutto il sistema, quello capace di rinverdire la Groenlandia prima e congelarla di nuovo poi, quello che ha regalato migliaia di anni fa ad una zona ormai desertica, la Mezzaluna Fertile, il privilegio di essere la culla della nostra civiltà ed il laboratorio da cui sono state selezionate praticamente tutte le specie vegetali alla base della nostra catena alimentare e domesticate tutte le specie animali che servono allo stesso scopo, tutto questo si sarebbe messo da tre lustri a questa parte al servizio del forcing antropico, senza fare nulla più, nulla meno di quanto necessario a far sì che nulla cambi.

Mi chiedo quanti tra quelli che sono convinti che l’immagine che il mainstream dipinge del sistema, ed il suo clone che gli scenari di simulazione ci regalano, si siano mai interrogati su questa innegabilmente straordinaria coincidenza, magari, soltanto magari, facendosi venire anche qualche dubbio.

In una delle scene più esilaranti della saga dell’Era Glaciale, il paleo-scoiattolo Scrat tenta disperatamente di tappare i buchi che vanno formandosi in una immensa parete di ghiaccio che contiene quella che poi sarà inevitabilmente l’inondazione del disgelo.

E’ una metafora interessante, e si attaglia perfettamente a quanto sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte al monolite dell’AGW.

E’ uscito su Nature Geoscience un articolo a firma (Joyce E. Penner et al.) che affronta il tema del contributo al riscaldamento di alcune sostanze inquinanti diverse dalla CO2 (che NON è un inquinante) con a fattor comune tanto il fatto di essere comunque di origini antropiche, quanto di avere dei tempi di permanenza in atmosfera decisamente molto brevi, quindi anche capaci di produrre un forcing estremamente mutevole.

Quanto trattato in questo articolo non è affatto una rivoluzione copernicana, come ad esempio si vorrebbe far credere nel commento uscito su “The resilient Earth”, dove si commettono (e poi rivedono) degli errori abbastanza grossolani nell’interpretazione dei numeri.

E’ però un fatto che nello studio si identifichi il contributo del forcing antropogenico di natura atmosferica e diverso dalla CO2 in un consistente CO2 equivalente 65%, che ridurrebbe del 39% il forcing attribuito alla CO2 stessa. Tutto questo, inoltre, senza tenere in conto –ma non è una novità- di eventuali fattori naturali che comunque devono avere avuto un ruolo importante, mitigando o amplificando il riscaldamento a seconda dei casi.

Più che nei numeri comunque, la rilevanza di questo articolo risiede nelle considerazioni a carattere generale. E’ importante anche il fatto che oltre ad aver ovviamente passato il processo di referaggio, non è certo stato scritto da una banda di scettici impenitenti, dato che nell’incipt si assume comunque che il clima della Terra possa essere stabilizzato (a sapere cosa voglia dire poi…) riducendo le emissioni di anidride carbonica.

Leggiamo:

It is at present impossible to accurately determine climate sensitivity (defined as the equilibrium warming in response to a doubling of atmospheric carbon dioxide concentrations) from past records, partly because carbon dioxide and short-lived species have increased together over the industrial era. Warming over the past 100 years is consistent with high climate sensitivity to atmospheric carbon dioxide combined with a large cooling effect from short-lived aerosol pollutants, but it could equally be attributed to a low climate sensitivity coupled with a small effect from aerosols. These two possibilities lead to very different projections for future climate change.

E’ attualmente impossibile determinare accuratamente la sensibilità climatica (definite come riscaldamento in risposta ad un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica) dai dati relative al passato, in parte perché la CO2 e le specie di più breve persistenza sono aumentate contemporaneamente nel corso dell’era industriale. Il riscaldamento occorso negli ultimi cento anni è consistente con una elevata sensibilità climatica combinata con un importante effetto mitigante da inquinanti di breve persistenza, ma potrebbe parimenti essere attribuito ad una bassa sensibilità climatica accoppiata con un effetto mitigante di minore entità dagli aerosol. Queste due possibilità conducono a proiezioni molto differenti per il clima del futuro.

Quale l’insegnamento dunque, oltre l’ovvia necessità di approfondire l’argomento onde arrivare finalmente alla definizione di una sensibilità climatica che riproduca fedelmente il comportamento del sistema?

Piuttosto scontato: se questi conti sono esatti, tutte le proiezioni dei GCM, interamente orientati a considerare dominante l’unico forcing della CO2 in un sistema altamente sensibile a queste perturbazioni, devono necessariamente essere riviste.

Il problema però, è che solo una policy di continua e drastica riduzione di questi inquinanti può far emergere nettamente il segnale della CO2 o di qualunque altro fattore dovesse essere significativo per il comportamento del sistema. Questo significa che presto vedremo delle serie iniziative globali di abbattimento dell’inquinamento propriamente detto e si spegnerà qualche riflettore sulla CO2 e mercati finanziari affini? Magari!

Forse si dovrebbe aggiungere anche quel che deve. Negli ultimi anni con un tempismo degno delle più spettacolari applicazioni della legge di Murpy, il trend delle temperature medie superficiali ha subito una battuta d’arresto. Tutto ciò è accaduto tra lo sconcerto dei sostenitori delle origini antropiche di tale riscaldamento, più che altro perchè una tale oscillazione non era esattamente nelle previsioni. Paradossalmente, ma non stupisce più di tanto, i sostenitori dell’AGW hanno invece premuto sull’acceleratore, impegnandosi in una campagna mediatica senza precedenti. E’ solo variabilità naturale di breve periodo, ci hanno detto, non appena cesserà, il riscaldamento globale tornerà più cattivo di prima.

Così, a prima vista, verrebbe da chiedersi realmente dove sia il problema. Se la variabilità naturale è in grado di arrestare il trend teoricamente indotto dai forcing antropici, vuol dire che è di un ordine di grandezza superiore e non si capisce perchè si dovrebbero temere sfracelli climatici. Oppure vuol dire che ci sono ancora parecchie cose da capire nelle dinamiche dell’evoluzione del clima e, dato che i predetti sfracelli sono tutti frutto di proiezioni e non di osservazioni, può darsi che tali proiezioni, rivelatesi sin qui incapaci di seguire questa variablità, abbiano bisogno di essere perfezionate. Se così fosse, non sarebbe opportuno fare alcun genere di scelta politica o economica seguendone le indicazioni, perchè si rischierebbe seriamente di far più male che bene. Quest’ultimo concetto è stato espresso, insieme a molti altri per la verità, anche dal Prof. Prodi appena qualche giorno fa in una interessante intervista apparsa su Il Tempo.

Le dinamiche naturali non sarebbero però in grado di spiegare sino in fondo quanto accaduto nel corso delle ultime decadi, almeno non con la conoscenza che ne abbiamo, sin qui ancora troppo approssimativa. In questo contesto si inserisce, con approccio ovviamente scientifico, un articolo1 uscito sul PNAS2 che si prefigge di separare il segnale della variabilità naturale da quello di origine antropica, al fine di definire l’ampiezza di entrambi. Di fatto una sfida decisiva per comprendere il peso reale del forcing esogeno cui si attribuiscono tutti i rischi di una presunta deriva incontrollata del clima.

Partendo dal presupposto che la variabilità naturale di lungo periodo sia dominata dal comportamento degli oceani, per effetto del loro ruolo primario nel processo di immagazzinamento e redistribuzione del calore, il team di ricercatori fa ampio ricorso ai modelli di simulazione del clima (GCM) avendo necessità di analizzare periodi molto lunghi, cui la disponibilità di dati osservativi non può sopperire. Le simulazioni sono poi comparate alle serie osservate di SST3, non tanto per testarne la validità, quanto piuttosto per esaminarne l’eventuale risposta lineare nel lungo periodo.

La regressione lineare di queste simulazioni evidenzia delle oscillazioni ascrivibili alla variabilità di lungo periodo ma non risulta essere sovrapponibile all’andamento delle temperature medie superficiali. Una volta sottratto il segnale naturale infatti, il trend delle temperature superficiali assume un segno positivo monotonico, pur conservando delle oscillazioni piuttosto marcate. Tali oscillazioni rivelano che una parte consistente del riscaldamento del secolo scorso è ascrivibile alla variabilità naturale collegata alle dinamiche oceaniche, ma la crescita in valore assoluto delle temperature deve necessariamente aver risposto a forcing di diversa natura.

Per gli autori la scelta è obbligata, il forcing esogeno è certamente di origine antropica. Questo, del resto, unitamente alla dominanza del comportamento degli oceani sulle temperature superficiali è l’assunto di questo lavoro, che pur si distingue per un’analisi molto interessante della correlazione esistente tra le dinamiche del trasporto del calore negli oceani e lo stato termico dello strato superficiale. Non solo, la presenza di una accentuata variabilità interdecadale delle temperature globali, non evidenziabile nelle oscillazioni di lungo periodo, sarebbe indice di una sensibilità climatica molto accentuata, ovvero propria di un sistema cui possono essere imposte facilmente delle oscillazioni molto accentuate. Questo accrescerebbe il potenziale di rischio che scaturisce dall’imporre un forcing esterno così significativo quale quello operato dalle emissioni di gas serra. Al tempo stesso, evidenzia però la necessità di disporre di modelli che simulino più fedelmente il comportamento del sistema, proprio per intercettare il comportamento di questa elevata sensibilità climatica.

Nelle conclusioni leggiamo anche che l’occultamento temporaneo dell’ampiezza del forcing antropico operato dalla variabilità naturale, causa della stasi e forse anche della diminuzione delle temperature occorse negli ultimi anni, può fornire ostacoli empirici all’implementazione delle azioni di mitigazione volte a ridurre la concentrazione dei gas serra.

Questo è vero, molti si stanno chiedendo a cosa possa servire condurre una battaglia contro anidride carbonica et similia se l’effetto sulle temperature non è evidente. Il punto è che forse ci si dovrebbe anche chiedere perchè le cose stiano così. In questo articolo, si assume che il sistema possegga una variabilità intrinseca, largamente dominata dagli oceani, ma non si fa alcun accenno ad eventuali forcing che agiscano su questi. Che cosa si intende per variabilità naturale di lungo periodo? Direi che i fattori astronomici possono essere esclusi, perchè quelli agiscono sul lunghissimo periodo, e qui si sta esaminando poco più di un secolo di dati. Il forcing antropico poi sembrerebbe aver agito in modo pressochè uniforme, pur accelerando verso la fine del secolo, quando è palese che l’effetto della concentrazione dei gas serra non può essere stato lo stesso nell’intero periodo, dal momento che tale concentrazione è aumentata in modo molto più significativo a partire dalla metà del ’900, cioè circa a metà del periodo in esame.

Insomma, la tecnica impiegata da questo team, permette di isolare la variabilità naturale interna al sistema, ma non risolve il dubbio sulle origini di quella esterna. Cosa impedisce di pensare che abbia agito un forcing naturale ma esterno, uno a caso, il sole? Dal basso della mia profonda ignoranza, mi sovviene un altro quesito. Ma è possibile che questa variabilità naturale che risponderebbe solo a leggi interne, sia intervenuta a nascondere e mitigare gli effetti del forcing antropico proprio ora che si registra un calo evidente dell’attività solare nel suo complesso e abbia fatto lo stesso tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso, svelando invece la presenza del forcing antropico solo quando contestualmente l’attività solare era in temporanea attenuazione? Sono perfettamente cosciente di non padroneggiare affatto le tecniche di analisi impiegate in questo studio, così come so che non si conoscono affatto le dinamiche di amplificazione di cui tale forcing avrebbe bisogno per essere così significativo, ma questo vale anche per la forzante antropica. Queste coincidenze mi sembrano più simili ad evidenze di quanto non lo sia la relazione tra l’eccesso di gas serra e la temperatura. Cosa ci dice che questo segnale monotonico di riscaldamento non possa essere anche parte di una tendenza del sistema ad evolvere verso uno stato termico differente? E’ già accaduto, questo è certo.

Domande difficili a cui rispondere, lo ammetto. Ma perchè non provare a porsele ogni tanto?

 

NB: Grazie a Giovanni per averci segnalato questo lavoro.

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  1. Long-term natural variability and 2oth  century climate change – Swanson et al. 2009 []
  2. Proceeding of the National Academy of  Science []
  3. Sea Surface Temperatures []