Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Se c’è una cosa di cui la ricerca sul clima ha bisogno è senz’altro di misure affidabili, sulla superficie del Pianeta come lungo la verticale. E queste misure devono essere omogenee dal punto di vista spaziale e temporale. Ovvio quindi che si cerchi di fare sempre maggiore ricorso a misure effettuate con sensori satellitari piuttosto che con strumentazione classica. Vero anche però che l’aumento della quantità dei dati disponibili aumenta la difficoltà che si può incontrare per validarli. Ecco perché, ad esempio nel mondo della previsione numerica, si sa che un modello ha bisogno certamente di tanti dati, ma perché li si possa usare è necessario che anche solo pochi di questi siano veramente buoni.

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Diciamocelo: per anni ci hanno fatto sentire in colpa perchè noi, terribili esseri umani, stavamo mettendo a repentaglio la vita di quegli orsetti bianchi, very tender, very soft. In realtà questa è l’idea un po’ troppo romantica di certa parte di ambientalismo. Gli orsi polari non fanno altro che fare il loro mestiere: vivono, si riproducono e sbranano per cibarsi. Quindi in realtà sono meno bianchi di quanto vogliano farci credere. E da oggi possiamo dire che sono anche meno a rischio estinzione di quanto ci hanno fatto credere, per farci sentire in colpa.

In questi giorni sono arrivati i risultati di una approfondita indagine sulla popolazione di orsi polari, nell’Artico canadese. Il censimento è stato condotto lungo ben 8000 km di territorio. Prendiamo ad esempio la Baia di Hudson. Mille orsi c’erano all’inizio degli anni 2000, mille orsi ci sono adesso. In barba alle catastrofiche previsioni di molti ambientalisti che volevano la popolazione di orsi già quasi dimezzata nel 2011.

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La rete, non c’è un giorno che non mi sorprenda. Pensate solo un attimo che tutte le nostre discussioni su clima, tempo e affini senza la rete non sarebbero mai esistite. Eh, lo so che in qualche aia si starà dicendo “Magari!”, ma tent’è, qua stiamo e siamo anche fermamente intenzionati a restarci.

Ma, naturalmente non siamo affatto soli. Perché la rete sì che è trasversale, globalizzata e democratica. Così accade che mentre per chi fa ricerca e scrive pubblicazioni l’accesso alle riviste scientifiche specializzate sia piuttosto difficile, per ragioni ovvie di controllo qualità ma anche meno ovvie e poco condivisibili di policy editoriale, c’è on line il meraviglioso e affollatissimo mondo di arXiv, la biblioteca in line della Cornwell University.

Grazie ad un post di Willis Eschenbach su WUWT, ho scoperto che il loro sito web dispone di uno strumento di interrogazione del database veramente spettacolare, si chiama “Bookworm”. Metti dentro due parole, scegli la categoria nella quale vuoi fare la ricerca et voilà, una bella curvetta su un grafico ti dice con quale frequenza quello o quei termini sono comparsi nelle pubblicazioni disponibili nel loro database.

Si poteva resistere?

“Global Warming” e “Climate Change”

Praticamente l’isteria è iniziata verso la metà degli anni ’90. Poi, dopo circa un decennio di crescita stabile e appaiata, il cambiamento climatico ha iniziato a staccare il global warming nel cuore di quanti hanno sottomesso i loro studi. Sarà forse perché parlare di riscaldamento mentre le temperature non crescono è meno efficace di parlare di cambiamento climatico? Può darsi, di sicuro questa differenza è chiaro segno di una metamorfosi del messaggio.

E’ anche interessante l’oscillazione di breve periodo (più o meno annuale) del ritmo delle pubblicazioni. Sembra quasi il respiro di Gaia :-) , ma più probabilmente ha qualcosa a che fare con le scadenze degli anni accademici, oppure, come siamo abituati ormai da qualche anno, con la preparazione delle adunate climatico-negoziali nelle più amene località del Pianeta.

Nel trend, inoltre, si staglia chiaramente il picco del 2007, anno della pubblicazione del 4° Report IPCC. Meno chiari invece il picco del 2011 e la successiva caduta. Non pare sia accaduto nulla di particolare nel 2011, per cui forse con il numero delle pubblicazioni in argomento che cresce, si accentua anche l’oscillazione ad alta frequenza, del resto la pendenza dei trend nel breve è sempre la stessa.

Insomma, due parole (anzi quattro), sulle quali si può fare parecchia dietrologia. Piuttosto sarebbe interessante sapere cosa ci riserva il futuro. Nel breve probabilmente un altro picco in occasione del 5° rapporto IPCC. Poi, magari, se dovesse continuare a latitare il warming, vedremo anche placarsi l’isteria.

Vi lascio al “Verme nel libro”. Ogni riferimento a fatti o persone realmente accaduti è, naturalmente, voluto.

 

A dire il vero è iniziato molto prima, solo che ne sappiamo molto poco. Infatti, se da un lato il progresso tecnologico sta consentendo di disporre di dati sempre più precisi ed omogenei (con la non banale eccezione delle informazioni relative alle temperature medie superficiali la cui qualità sta invece detriorandosi), dall’altro questa enorme mole di informazoni è molto giovane, spesso troppo per poter essere paragonata a quei pochi dati di cui si dispone per il periodo pre-satellitare.

Continue reading “Ghiaccio Artico: il mondo non è iniziato nel 1979” »

Ci sono degli argomenti nell’ambito della discussione sui clima e sulle sue dinamiche che sono particolarmente centrali. Non è il caso delle temperature medie superficiali globali, di cui abbiamo più volte detto che non rappresentando affatto l’integrale del sistema, non dovrebbero essere usate per cercare di comprendere come e se questo sistema è soggetto a oscillazioni di origine non endogena.

Diverso è il discorso per le temperature di superficie del mare (SST), un parametro molto più rappresentativo in quanto caratterizzante dell’elemento che occupa la gran parte del Pianeta.

Continue reading “Come ti aggiusto il mare” »

L’argomento non è nuovo. Un paio di anni fa qualcuno ci fece anche un convegno che battezzammo “Ecolobotomia“ per argomentare che lo scetticismo sulle origini antropiche dei cambiamenti climatici sia da ascrivere a problemi psicologici piuttosto che a fondamenti scientifici. Non ebbe molta fortuna.

Oggi qualcuno ci riprova, ma con maggiore scaltrezza. Si mettono insieme la crisi globale (reale) e la crisi climatica (presunta), dichiarando che la recente scarsa propensione del pubblico ad unirsi al consenso sui cambiamenti climatici sarebbe frutto delle sopraggiunte difficoltà economiche. Un comportamento molto trasversale – e quindi non esclusivo di chi è scettico per inclinazione personale – noto come ’dissonanza cognitiva’.

Un’idea fantastica. mettere insieme i cambiamenti climatici e la crisi globale assicura innanzi tutto una larga copertura mediatica, sicché metà del lavoro è già fatto prima ancora di scrivere qualcosa di senso compiuto. Cosa quest’ultima che non pare sia avvenuta nella ricerca in questione. Continue reading “Cambiamenti climatici: La soluzione è nella terapia di gruppo.” »

Da questo articolo su Skeptical Science estraggo Il grafico delle forzanti che avrebbero agito nell’ultimo millennio tratte da questa pubblicazione di T Crowley1 il quale afferma che l’effetto serra si è già evidenziato al di sopra del livello di variabilità naturale nel sistema climatico.

http://www.skepticalscience.com/pics/Hockey_League_forcing.gif

Come si vede dal grafico le forzanti in quasi tutto il millennio sono bassissime, quasi piatte, tranne l’impennata finale del 1900 che origina la classica mazza da hockey (hockey stick). Se andiamo ad analizzare il valore delle forzanti, durante il periodo caldo medievale e la piccola era glaciale la differenza tra i due periodi è minima, meno di 0,5 Watt/mq, mentre la differenza tra il periodo medievale e quello corrente è quasi di 2 Watt/mq. Continue reading “La mazza che ammazza” »

  1. Thomas J. Crowley “Causes of Climate Change Over the Past 1000 Years” July 14, 2000 Science, 289: 270-277 []

Come lotta Michale Mann, l’autore del famigerato Hockey Stick. E’ uscito il suo ultimo libro. Sto riflettendo se comprarlo o meno. Considerato il fatto che non leggo nulla (ma proprio nulla) che non abbia a che fare con clima, meteo e affini da più di un lustro, forse non dovrei. Potrebbe essere il coup de grace.

Ad ogni modo correrò il rischio, come credo dovrebbero fare tutti quelli che si interessano a questa materia. Certo, temo ci vorrà qualche pagina per dimenticare il titolo del libro, ammesso che ci sia del contenuto capace di avere questo effetto.

Il nostro si sente al fronte. Non male per uno che ha dichiarato guerra. Ci sarò da capire chi ritiene sia il nemico ma ho qualche sospetto. Le possibilità sono del resto ristrette. O lotta per salvare il mondo da noi, o lotta con noi perché ci ostiniamo a non volergli concedere poteri salvifici. A conti fatti è praticamente la stessa cosa.

Leggeremo, vedremo e relazioneremo. Con calma però, il mondo è una cosa seria, tanto seria che si ostina a fregarsene di noi e dei suoi salvatori. Per cui abbiamo tempo, tanto quanto ce ne vuole perché torni a ruggire il global warming.

Aggiornamento

Ci sto ancora pensando. Certo a leggere la recensione del Wall Street Journal ti passa la voglia. Ammazza che cappotto che ha rimediato!

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Mr Mann conclude “L’Hockey Stick” con un appello appassionato perché più scienziati si uniscano a lui sulla linea del fronte della guerra del clima. “La verità scientifica da sola“, scrive Mann, “non è abbastanza per portare a casa il favore dell’opinione pubblica“. “Sarebbe per noi irresponsabile“, dice, “assistere silenziosi mentre i negazionisti finanziati dall’industria riescono a confondere e distrarre il pubblico e dissuadere i nostri policy makers dal prendere le giuste decisioni“. Sono conclusioni infelici per uno scienziato divenuto un guerriero climatico la cui più grande debolezza è sempre stata la sottostima dell’intelletto del pubblico.

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Negli ormai quasi cinque anni di attività di Climatemonitor, abbiamo pubblicato parecchi post sull’attività di ricerca di Nicola Scafetta. Alcuni a sua firma, altri, la maggior parte, in forma di commento delle sue pubblicazioni. Se desiderate dare un’occhiata è sufficiente mettere il suo nome nel campo ‘Search‘ in home page, la lista dei contributi è piuttosto corposa.

Il commento più recente riguarda naturalmente il suo ultimo lavoro:

Testing an astronomically based decadal-scale empirical harmonic climate model versus the IPCC (2007) general circulation climate models - Journal of Atmospheric and Solar-Terrestrial Physics

(qui per il download del pdf)

Nel paper c’è una figura particolarmente interessante, quella cioè che mette in comparazione il suo modello di ricostruzione e previsione delle dinamiche delle temperature medie superficiali globali (basato su armoniche che ricostruiscono il forcing solare e planetario) con i modelli climatici impiegati dall’IPCC, allo scopo di confrontarne la performance rispetto al trend più recente delle osservazioni. Continue reading “Un clima armonico, delle previsioni stonate” »

Leggendo la letteratura scientifica in materia di clima, capita spesso di leggere la parola ‘evidence‘, cioè, ‘prova’. Ebbene, nonostante questo vocabolo possa a volte essere interpretato come un false friend, ci sono ai giorni nostri alcune evidenze (non prove) incontrovertibili:

  • Le temperature medie superficiali globali hanno negli ultimi anni bruscamente frenato la loro ascesa; così anche il contenuto di calore degli oceani nello strato superiore, così ha fatto il livello dei mari.
  • La distanza tra le proiezioni climatiche, ovvero il riscaldamento che sarebbe dovuto arrivare in ragione di un forcing antropico che non ha affatto rallentato, e le osservazioni è quindi aumentata; e non di poco.
  • Il Sole, unica fonte di energia di un sistema in perdita costante, è piombato in una fase di quiescenza piuttosto significativa, dopo aver vissuto invece un lungo periodo di intensa attività definito ‘solar grand maximum’.

Continue reading “Sole e clima, per ora un pareggio, ma che fatica…” »