Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog

Parte da oggi una piccola rubrica, che cercherò di tenere con cadenza settimanale, sui principali peer review in ambito economico ambientale. Devo ringraziare i numerosi lettori, principalmente studenti di economia, che mi scrivono quotidianamente, per avermi suggerito questa idea. E’ quindi a loro, ma non solo (!), che dedico questo piccolo spazio di CM.

Sicuramente la lettura di uno studio è un qualcosa che richiede conoscenze di un certo tipo, se poi parliamo di argomenti economici aggiungiamoci pure la noia (!). Tuttavia sono certo che anche al lettore più frettoloso, potrà tornare utile scoprire in quale direzione si stiano muovendo gli studi e le ricerche in ambito enviro-eco.

Di volta in volta vi proporrò gli abstract (in inglese, purtroppo il tempo è tiranno e non posso permettermi di tradurre tutto quanto), i link e in casi particolarmente interessanti, anche qualche commento di fondo.

Nella speranza che questo possa diventare per me, e per voi, un appuntamento abituale, vi lascio ai primi studi già revisionati in sede paritaria.

Soft and Hard Price Collars in a Cap-and-Trade System

Harrison Fell, Dallas Burtraw, Richard Morgenstern, Karen Palmer, and Louis Preonas

Abstract
We use a stochastic dynamic framework to compare price collars (price ceilings and floors) in a cap-and-trade system. Sources of  uncertainty include shocks to baseline emissions, affecting corresponding abatement costs, and shocks to the supply of offsets. We consider a continuum between soft collars, which have a limited volume of additional emission allowances (a reserve) available at the price ceiling, and hard collars, which provide an unlimited supply of additional allowances, thereby preventing allowance prices from exceeding the price ceiling. For all cases considered, we set the price floors and ceiling such that the expected cumulative emissions net of offsets are equal to the cumulative allowances. Consequently, increasing the size of the allowance reserve requires higher price ceilings and floors, and a lower probability of reaching the ceiling. Across most parameter values examined, we find that increasing the size of the allowance reserve leads to lower expected net present values of compliance costs, although the differences are not large. However, when offset supply shocks are highly persistent and exhibit strong (negative) correlation with baseline emission shocks, hard collars deliver noticeably lower expected costs, though with a wider range of emission outcomes than the soft collars.

[Link]

The effects of domestic climate change measures on international competitiveness

Hiau Looi Kee, Homg Ma, Muthukumara Mani

Summary
Under the Kyoto Protocol, industrialized countries (called Annex I countries) have to reduce their combined emissions to 5 percent below 1990 levels in the first commitment period of 2008-12. Efforts to reduce emissions to meet Kyoto targets and beyond have raised issues of competitiveness in countries that are implementing these policies, as well as fear of leakage of carbon-intensive industries to non-implementing countries. This has also led to proposals for tariff or border tax adjustments to offset any adverse impact of capping carbon dioxide emissions. This paper examines the implications of climate change policies such as carbon tax and energy efficiency standards on competitiveness across industries, as well as issues related to leakage, if any, of carbon-intensive industries to developing countries. Although competitiveness issues have been much debated in the context of carbon taxation policies, the study finds no evidence that the energy intensive industries? competitiveness is affected by carbon taxes. In fact, the analysis suggests that exports of most energy-intensive industries increase when a carbon tax is imposed by the exporting countries, or by both importing and exporting countries. This finding gives credence to the initial assumption that recycling the taxes back to the energy-intensive industries by means of subsidies and exemptions may be overcompensating for the disadvantage to those industries. There is, however, no conclusive evidence that supports relocation (leakage) of carbon-intensive industries to developing countries due to stringent climate change policies.

[Link]

Enhanced by Zemanta

La strada che porta a Copenhagen è stata fin qui molto lunga e ricca di incontri multilaterali. Tra gli ultimi, ricordiamo il G20 di Pittsburgh. In questi giorni è invece in corso un incontro sul clima, a Bangkok. Vi stanno partecipando ben 180 paesi da tutto il mondo e, possiamo dirlo, è il vero e proprio banco di prova per gli accordi prossimi venturi di Copenhagen.

A dire il vero, i negoziati stanno procedendo stancamente ma, nonostante ciò, due importanti aspetti sono emersi dagli incontri. Entrambi questi nuovi dettagli non fanno presagire nulla di buono per la favorevole riuscita di Copenhagen.

In particolare è molto interessante la posizione assunta dalla Cina a Bangkok, riportiamo1 le parole dell’ambasciatore cinese incaricato di condurre i negoziati sul clima, Yu Qingtai:

The reason why we are not making progress is the lack of political will by Annex 1 countries. There is a concerted effort to fundamentally sabotage the Kyoto protocol. We now hear statements that would lead to the termination of the protocol. They are introducing new rules, new formats. That’s not the way to conduct negotiations (…)

Yu accusa i paesi appartenenti all’Annex I2 di aver concertato il sabotaggio del protocollo di Kyoto e di rallentare i progressi dei negoziati di Bangkok per via di una mancanza di volontà politica (sempre da parte dei paesi industrializzati). L’aspetto interessante è che la voce cinese, esplicitata tramite le parole di Yu, non è solitaria bensì è sostenuta e rafforzata da ben 130 altre nazioni in via di sviluppo (in pratica il G773 ). Yu procede e rincara la dose:

It is clear now that the rich countries want a deal outside the Kyoto agreement. It would be based on a total rejection of their historical responsibilities.

Ovvero, le nazioni ricche, secondo Yu, sarebbero alla ricerca di un accordo al di fuori del testo di Kyoto. Tale soluzione si baserebbe sulla negazione delle responsabilità storiche (in capo alle nazioni occidentali). In altre parole, quello che sta succedendo è presto detto: da un lato i paesi ricchi (in buona sostanza le nazioni occidentali) vorrebbero raggiungere a Copenhagen un accordo che coinvolgesse anche i paesi in via di sviluppo (PVS) nel processo di riduzione delle emissioni ritenute dannose per il nostro clima. Il messaggio occidentale è che l’inquinamento fin qui prodotto provenga proprio dalle nazioni più ricche. Tuttavia le economie in via di sviluppo devono fare la loro parte, perchè il pianeta non può permettersi una nuova ed inquinante rivoluzione industriale fondata sul petrolio.

Dall’altro lato ci sono i PVS che non demordono e continuano a sostenere che chi inquina paga e dal momento che il maggiore inquinamento fin qui prodotto proviene dai paesi occidentali, sono questi a dover pagare, non altri nè tantomeno i PVS che vedrebbero frustrate le proprie ambizioni di crescita economica.

La reazione cinese, unitamente al gruppo G77 è decisamente aspra e critica ed è stata motivata fondamentalmente dalla nuova posizione assunta dagli Stati Uniti. In buona sostanza, quello che gli USA suggeriscono è di fuoriuscire da un meccanismo in stile Kyoto, dove la scienza decide le quantità di emissioni per nazione, e di dirigersi verso un meccanismo che non vincoli legalmente gli stati aderenti, ma che si fondi sul libero impegno dei singoli governi a ridurre le emissioni (in base a quantità e tempi calibrate sulle reali possibilità di ciascuno degli aderenti).

Più che una dinamica interlocutoria, questa ci sembra la preparazione ad una guerra di posizione e a Bangkok si stanno scavando le trincee.

Il secondo aspetto interessante emerso a Bangkok concerne nuovamente gli Stati Uniti. Un portavoce del presidente Obama ha annunciato che difficilmente la nuova legislazione americana sulle emissioni inquinanti vedrà la luce in tempo per i negoziati di Copenhagen. In altri termini, la delegazione americana arriverà a Copenhagen con le armi spuntate e quindi difficilmente si legherà a protocolli troppo stringenti, piuttosto cercando di stringere accordi extra-protocollari, che le lascino ampi margini di intervento sulle quantità di emissioni da tagliare e sui tempi. Chiaro è che, volendo concludere in modo positivo i negoziati, gli Stati Uniti dovranno in qualche modo venire incontro ai PVS. Come detto più volte su Climate Monitor, questo nuovo tassello insieme agli altri già analizzati fanno presagire un accordo davvero debole, fatto più che altro di compromessi. In buona sostanza un legal zombie, ovvero una legislazione in vigore, difficile da superare e insufficiente ad affrontare il problema in termini concreti.

http://unfccc.int/parties_and_observers/parties/annex_i/items/2774.php
Reblog this post [with Zemanta]
  1. http://www.guardian.co.uk/environment/2009/oct/05/climate-change-kyoto []
  2. Il gruppo Annex I è costituito dai paesi industrializzati: http://unfccc.int/parties_and_observers/parties/annex_i/items/2774.php []
  3. http://www.g77.org/ []

Ebbene sì: Hansen lo fa, anzi l’ha fatto. Cosa? L’argomento è di grandissimo interesse, poiché pare che la coalizione mondiale contro il global warming, ormai certa al 99% delle nostre colpe climatiche, stia studiando come mettere mano al problema. Riduzione delle emissioni? Sequestro? Energie alternative?

Continue reading “Hansen lo fa” »

Lo “scetticismo” climatico è una posizione moralmente indifendibile. Il dibattito è concluso, e lo è già da qualche tempo, in particolar modo su questo blog. Cancelleremo ogni commento che negherà la schiacciante preponderanza del consenso scientifico circa il cambiamento climatico, proprio come cancelleremmo commenti che mettano in dubbio la veridicità dell’Olocausto, o le uguali capacità mentali e il valore dell’essere umano nelle diverse etnie. Questi “dibattiti” sono semplicemente il tentativo moralmente indifendibile di nascondersi dietro il concetto di tolleranza intellettuale. Quindi, se sei uno scettico, potresti anche essere ben intenzionato, e sicuramente la tua opinione è la benvenuta, ma noi non ne siamo interessati.

Continue reading “Game over?” »