Il regolamento europeo sulle emissioni di metano (Reg. UE 2024/1787), entrato in vigore nell’agosto 2024, nasce con l’obiettivo di ridurre uno dei gas serra più climalteranti nel settore energetico. Ma mentre Bruxelles punta a rafforzare la propria leadership climatica, cresce il fronte delle criticità: industria e grandi Paesi esportatori temono effetti rilevanti su prezzi, sicurezza energetica e diversificazione delle forniture.
Il cuore della misura è l’introduzione di obblighi stringenti di monitoraggio, reporting e verifica (MRV), oltre al divieto quasi totale di venting e flaring e all’imposizione di programmi di rilevamento e riparazione delle perdite. Il punto più delicato è l’estensione di queste regole anche alle forniture estere: gli importatori europei dovranno dimostrare che petrolio, gas e carbone provengono da filiere con standard equivalenti a quelli UE.
È proprio questo carattere extraterritoriale a rendere il provvedimento un unicum a livello globale. Nessun’altra grande area economica ha finora introdotto vincoli così estesi lungo l’intera catena di approvvigionamento energetico. Una scelta che espone l’Europa al rischio di isolamento regolatorio, con effetti tutt’altro che trascurabili.
Le preoccupazioni non sono teoriche. Il 24 giugno 2026 i principali fornitori energetici dell’Unione – Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria – hanno indirizzato una lettera congiunta alla Commissione europea e ai governi UE chiedendo una revisione dell’impianto normativo: i quattro fornitori avvertono che «la maggior parte degli esportatori non sarà in grado di soddisfare i requisiti MRV entro le scadenze previste» e che ciò potrebbe «interrompere le forniture energetiche e far aumentare i prezzi in Europa».
Secondo la stessa lettera, un’analisi indipendente indicherebbe che quasi tutte le importazioni di petrolio e una quota rilevante di quelle di gas dell’UE rischiano di diventare non conformi già dal 2027, con «impatti negativi certi su approvvigionamenti e prezzi».
Il nodo economico è evidente. L’adeguamento agli standard europei comporta investimenti rilevanti lungo tutta la filiera globale e questi costi rischiano di trasferirsi sui consumatori europei. Le analisi disponibili suggeriscono che, in presenza di ritardi nell’adeguamento, la riduzione dell’offerta disponibile possa tradursi in pressioni rialziste soprattutto sul gas e sul GNL.
Ancora più critica è la dimensione della sicurezza energetica. Dopo la crisi ucraina del 2022, l’Europa ha ricostruito i propri approvvigionamenti ampliando la platea dei fornitori. Oggi, però, il regolamento rischia di invertire questa dinamica: imponendo criteri ambientali stringenti, restringe l’accesso al mercato proprio mentre la concorrenza globale per le risorse energetiche resta elevata. Il rischio è una maggiore esposizione a shock di offerta e volatilità dei prezzi.
Anche la strategia di diversificazione potrebbe risentirne. Se solo una parte dei fornitori globali sarà in grado di rispettare i nuovi requisiti, l’UE potrebbe trovarsi dipendente da un numero più ristretto di partner compiacenti, con effetti potenzialmente destabilizzanti anche sul piano geopolitico.
Resta infine il nodo dell’efficacia climatica. In assenza di misure analoghe nei principali mercati concorrenti, le emissioni potrebbero semplicemente spostarsi altrove, senza una riduzione significativa a livello globale. In questo senso, la regolazione europea rischia di produrre un risultato paradossale: aumentare i costi e la fragilità del sistema energetico interno senza incidere sul problema che intende risolvere.
La stretta sul metano, figlia di un’ambizione climatica unicamente europea, rischia di tradursi in un ulteriore aggravio della già pesante crisi energetica che i cittadini del vecchio continente stanno sperimentando.
Segnalo che gli alti prezzi dell’energia stando spingendo l’industria chimica tedesca (che da 150 anni è fra gli elementi alla base dello sviluppo di quell’economia) a delocalizzare gli impianti al di fuori dell’area UE, il che è molto grave perché ci priva di produzioni chiave per lo sviluppo esponendoci al rischio di instabilità che grava sui mercati internazIonali.
Al riguardo segnalo l’analisi “Germany’s chemical industry: from green deindustrialization to blue growth” https://miwi-institut.de/archives/2812 sviluppata nel 2023 dal Yuri Christopher Kofner, economista capo dell’Institut für Marktintegration und Wirtschaftspolitik n.e.V. (MIWI).
Al riguardo voglio anche rammentare che il governo tedesco non ha solo fermato le centrali nucleari (che peraltro non producevano un grammo di CO2) ma ha pure deciso di demolirle per evitare che qualcuno pensasse in futuro di riutilizzarle.
A tale decisione, improvvida sul piano del costo dell’energia, ha fatto seguito una grottesca festa degli ambientalisti alla porta di Brandeburgo, che a mio avviso ha un significato simbolico unico nel delineare stato e prospettive della Germania e dell’Unione Europea (https://www.iltempo.it/tv-news/2023/04/15/video/la-germania-chiude-col-nucleare-e-festa-a-berlino-e-a-monaco-35519528/).
“Mala tempora currunt ….”
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Personalmente ho perso ogni speranza e vedo un orizzonte nero che più nero non si può.
Nel commentare le varie COP e nei miei tanti interventi nelle discussioni sul blog (rari negli ultimi tempi, ma non nel passato) , ho sempre sostenuto che noi europei siamo tra le maggiori vittime della lotta al cambiamento climatico perché gli altri promettono (e raramente mantengono), noi invece facciamo. Ad essere più precisi facciamo perché i regolamenti europei ci impongono di farlo e con i regolamenti non si scherza: le procedure di infrazione sono dolorosissime.
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Posso portare come esempio quello delle costruzioni. Ormai la spesa per rendere un fabbricato ad alta efficienza energetica o come si dice in gergo nZEB è confrontabile, se non superiore, al costo della struttura. Non parliamo della spesa necessaria ad adeguare dal punto di vista energetico i fabbricati esistenti (la vicenda del superbonus è emblematica) e, vi assicuro per esperienza diretta, che a parte le truffe, i costi di efficientamento energetico sono quelli che hanno messo in ginocchio il bilancio dello stato.
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Anche nel campo delle costruzioni il gas è ormai un ricordo: nei nuovi edifici è impensabile utilizzare una caldaia a gas. Tutto deve essere basato sulle fonti rinnovabili e le mitiche pompe di calore.
Il risultato pratico è un costo proibitivo dei nuovi edifici che, unito alle politiche di contenimento del consumo del suolo (che non vale per i campi solari, però) ed alle altre politiche ambientaliste, ha praticamente azzerato l’attività edilizia.
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Come dimostrato da L. Mariani, le cose non vanno meglio nel settore agricolo e, per quel poco che ho potuto capire, gli altri settori produttivi non se la passano meglio.
L’Europa è, ormai, condannata al declino industriale, anzi alla desertificazione industriale. In Germania stanno cercando di rimediare convertendo le industrie metalmeccaniche alla produzione di armi, visto che questa sembra la nuova frontiera dello sviluppo industriale continentale. Anche questa è, però, una pia illusione. Come si può competere, infatti, con Paesi o gruppi di Paesi che hanno costi energetici uguali alla metà dei nostri? Come competere con Paesi che producono le materie prime che noi dobbiamo importare per realizzare le armi?
I nostri prodotti costeranno sempre più di quelli della concorrenza.
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E questo al netto delle conseguenze delle guerre in corso e delle loro pesanti ripercussioni economiche a livello globale.
Se va tutto bene siamo fott…..!
Ciao, Donato.
L’Europa della burocrazia! ah quanti luoghi comuni… va a finere che è proprio così? Ennesima follia burocratica Europea, che ci da la famosa zappa sui piedi, con in più la puzza sotto il naso, tipica di questa classe di burocrati europei, con l’intenzione di essere i più virtuosi, i più puri, come se nel bilancio globale pesassimo più degli altri, quando è l’esatto opposto(molto meno degli altri..).
Caro Gianluca,
Il Regolamento UE 2024/1787 e il meccanismo CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) sono due pilastri fondamentali del Green Deal europeo.
Il primo è focalizzato sulla riduzione delle emissioni di metano nel settore energetico, mentre il CBAM tassa le emissioni di carbonio incorporate nei prodotti importati.
Con riferimento al 1787/24 concludi scrivendo che “La stretta sul metano, figlia di un’ambizione climatica unicamente europea, rischia di tradursi in un ulteriore aggravio della già pesante crisi energetica che i cittadini del vecchio continente stanno sperimentando.”
Da parte mia, essendo più attento alla redditività del settore agricolo, concludo citando le conclusioni di un articolo scientifico di economisti agrari (Stepanyan et al., 2026. Fertilising Climate Policy: The Dual Impact of CBAM on EU Agricultural Emissions and Regional Disparities, Journal of Agricultural Economics, 2026; 0:1–17 https://doi.org/10.1111/1477-9552.70060):
“I risultati dell’analisi condotta indicano che l’implementazione del CBAM raddoppierà i prezzi dei fertilizzanti azotati minerali. Si prevede che i prezzi più elevati ridurranno la domanda, portando a un calo del 21,4% della produzione interna e a una riduzione del 37% delle importazioni. Si prevede che l’uso complessivo di fertilizzanti azotati minerali nell’UE diminuirà del 22%, parzialmente sostituito da concimi di origine animale. Di conseguenza, si prevede che il reddito dei fattori agricoli dell’UE diminuirà del 7,7%, colpendo principalmente le regioni ad alto input. Nel frattempo, si prevede che il reddito agricolo extra-UE aumenterà leggermente dello 0,05%, trainato da maggiori esportazioni. Si prevede che le emissioni di gas serra dell’agricoltura dell’UE diminuiranno di 22 megatonnellate di CO2 equivalente, senza un aumento significativo a livello globale.”
In sintesi, cambia il settore ma il risultato è come vedi lo stesso: decrescita infelice e persistenti interferenze ideologiche rispetto alle esigenze di sicurezza energetica e alimentare.
Il motto della UE dovrebbe essere “Siamo sull’orlo del baratro, facciamo un passo avanti”…
Bellissima analisi. Il CH4 è uno dei nemici da combattere. Noi europei ci distinguiamo per miopia ed approccio ideologico privo di logica e di buon senso.
Un quadro più perfetto della struttura molecolare del citato idrocarburo.
Che dire…
Visto che, a quanto dicono, il metano è più “climalterante” della CO2, allora la soluzione è semplicissima: basta bruciarlo.
Scherzi a parte, ormai è chiaro che il nostro continente è votato al suicidio: evidentemente si vuole risolvere il problema dell’immigrazione rendendo l’europa una meta non attrattiva