Vai al contenuto

Caldo estremo in Europa: clima o fallimento delle politiche di adattamento?

Mentre l’Europa affronta un’altra estate segnata da alte temperature e numerose vittime attribuite al caldo estremo, il dibattito sulle cause e sulle possibili soluzioni si fa sempre più acceso. Se gran parte della copertura mediatica collega questi eventi al cambiamento climatico, una lettura alternativa sostiene che il vero problema risieda nella limitata capacità di adattamento delle società europee, in particolare nella scarsa diffusione dell’aria condizionata.

Le ondate di calore sono certamente fenomeni pericolosi, soprattutto per anziani e persone fragili, ma non spiegano da sole il numero elevato di decessi riportati in diversi Paesi europei. Il confronto viene spesso fatto con alcune regioni degli Stati Uniti, come Arizona, Texas o Florida, dove temperature superiori ai 40 °C sono frequenti durante l’estate senza produrre livelli analoghi di mortalità legata al caldo.

La differenza sarebbe soprattutto infrastrutturale. Negli Stati Uniti oltre il 90% delle abitazioni dispone di sistemi di climatizzazione, mentre in Europa la percentuale sarebbe intorno al 20%, con valori ancora più bassi in Paesi come il Regno Unito. Di conseguenza, milioni di cittadini europei hanno poche possibilità di raffrescare le proprie abitazioni durante le fasi più intense delle ondate di calore.

L’aria condizionata dovrebbe essere considerata innanzitutto uno strumento di salute pubblica. Ospedali, case di riposo, scuole e abitazioni climatizzate consentono infatti di ridurre l’esposizione alle temperature estreme e di limitare i rischi di colpi di calore, disidratazione e aggravamento di patologie preesistenti. Diversi studi evidenziano come il raffrescamento domestico abbia contribuito, nel corso dei decenni, a diminuire significativamente la mortalità associata al caldo.

Gli eventi meteorologici alla base di queste ondate di calore, noti come “cupole di calore” (heat domes) sono associati a configurazioni atmosferiche persistenti di alta pressione note come Omega Block, sono conosciuti da tempo e fanno parte della variabilità naturale del clima. A sostegno di questa posizione si ricorda la storica ondata di calore che colpì le Isole Britanniche nel 1976, ben prima che il riscaldamento globale diventasse un tema centrale nel dibattito pubblico.

Il collegamento tra cambiamento climatico e maggiore frequenza o intensità di tali episodi non è basato su osservazioni dirette o serie storiche del fenomeno, quanto piuttosto sulle proiezioni di modelli climatici che hanno più volte mostrato i propri limiti.

Al di là della controversia scientifica, il documento pone l’accento su un tema più pratico: la resilienza. Ciò che trasforma un evento meteorologico in una crisi umanitaria è la presenza o l’assenza di strumenti efficaci per proteggere la popolazione. Elettricità accessibile, reti energetiche affidabili, sistemi di raffrescamento diffusi e servizi di emergenza efficienti sono considerati fattori determinanti per contenere il numero delle vittime.

Da questa prospettiva, le morti legate al caldo in Europa non sarebbero il risultato del clima, ma principalmente la conseguenza di scelte politiche e sociali che negli ultimi decenni hanno scoraggiato l’adozione di tecnologie di raffrescamento nel tentativo di ridurre i consumi energetici e le emissioni. La conclusione è chiara: se i decisori pubblici vogliono ridurre il costo umano delle future ondate di calore, dovrebbero considerare l’aria condizionata non come un problema ambientale, ma come una tecnologia salvavita da integrare nelle strategie di adattamento.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwitterlinkedinmail
Pubblicato inAttualità

21 commenti

  1. s.parisi

    Carissimi ,Condivido pienamente l’idea che negli ultimi anni si sia parlato moltissimo di transizione ecologica e molto meno di adattamento. Le due cose dovrebbero procedere insieme, mentre spesso sembrano essere state messe in contrapposizione.
    È del tutto evidente che le strategie di adattamento devono essere calibrate sul clima locale. A Londra la diffusione dei climatizzatori è storicamente molto inferiore rispetto all’Arizona, semplicemente perché fino a pochi anni fa le condizioni climatiche erano completamente diverse e non ne giustificavano l’installazione su larga scala.
    Lo stesso ragionamento vale per l’Italia. Molti si chiedono perché le scuole non siano climatizzate. La risposta è piuttosto semplice: fino a una decina di anni fa era raro avere ondate di calore importanti a maggio o a settembre. Durante luglio e agosto gli edifici scolastici sono chiusi, quindi investire milioni di euro in impianti di climatizzazione appariva poco razionale.
    Oggi, invece, ci stiamo accorgendo che la situazione è cambiata: già a maggio possiamo registrare giornate con temperature tipiche di luglio, e questo impone una riflessione seria sull’adattamento delle infrastrutture pubbliche. Continuare a discutere solo di decarbonizzazione senza affrontare il problema di come rendere scuole, ospedali, RSA e luoghi di lavoro più resilienti significa trascurare la tutela immediata delle persone.
    L’adattamento non è una resa né una negazione del cambiamento climatico: è buon senso. Così come costruiamo edifici antisismici senza pensare di poter eliminare i terremoti, dovremmo rendere gli edifici più adatti ad affrontare periodi di caldo intenso quando questi diventano più frequenti. Le due strategie – mitigazione e adattamento – non sono alternative, ma complementari.

  2. Matteo

    Buongiorno ,
    Queste morti a causa del caldo andrebbero analizzate meglio . Sentito telegiornali raccontare di due persone affogate in Francia perché cercavano refrigerio e due bambini lasciati in auto dai genitori . Anche queste morti sono attribuibili al caldo eccezionale ?

  3. Brigante

    L’articolo è ben congeniato e centra il problema, ma a mio parere si ferma in parte in mezzo al guado, specie quando analizza le cause oggettive dei danni. Ci sono almeno 3 fattori che andrebbero approfonditi: la vulnerabilità delle attività umane (sempre più esigenti, esposte a condizioni di disagio, e senza orari), la fragilità della popolazione (sempre più anziana, ammalata, ormai lontana da ritmi e abitudini naturali), l’urbanizzazione che cresce in termini di superfici cementificazione, asfaltate, verticalizzate e sottratte ai ritmi naturali, anche di ciclo termico quotidiano (a giugno e luglio ad esempio, superfici surriscaldate di giorno non si rinfrescano di notte per via delle poche ore di buio. Il cocktail malefico è servito e la responsabilità è delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi 3-4 decenni, guardacaso quelli del famigerato riscaldamento globale!
    Per inciso negli ultimi 10-12 anni i ghiacci polari sono di nuovo in espansione, la Groenlandia in queste settimane sta accumulando ghiaccio come mai negli ultimi 40 anni, ma di queste inversioni di tendenza non ne sta parlando nessuno… sono rattristato, ma so anche che la verità prima o poi verrà alla luce.

    • Mario

      Ottimo intervento che sintetizza perfettamente il quadro attuale.
      Che dire, speriamo che la verità arrivi alla luce…In effetti è da parecchio tempo che si parla e si scrive pochissimo dei ghiacci artici tranne qui dentro ovivamente e sempre col consueto rigore scientifico.

    • Franco Caracciolo

      Caro amico Brigante temo che tu stia confondendo estensione con volume….
      Il volume del pack si sta riducendo eccome e forse è la causa del cold blob che attira in via indiretta le risalite di aria sahariana….
      E magari un giorno la giostra del clima invertirà il suo corso solo in minima parte influenzato da noi miserabili sapiens.

  4. Alberto

    Vorrei porre una domanda all’autore.
    Lei come si immagina il mondo fra 80, 100, 150 anni? Che tipo di clima e di paesaggio? Anche gli articoli da lei indicati sono tutto meno che tranquillizzanti. Se ormai universalmente è riconosciuto il ruolo decisivo della forzante antropica, come si fa a non essere preoccupati? Bisogna ridurla al minimo, c’è poco da fare. La temperatura terrestre non può continuamente aumentare: è un’evidenza razionale che non ha nulla a che vedere con visioni catastrofiste.
    Grazie per la risposta!

    • Gianluca Alimonti

      Gent. Alberto,
      la ringrazio per la domanda che mi permette di introdurre la differenza tra transizione energetica ed ecologica che sono due facce della stessa medaglia: concorrono allo stesso valore ma non si vedono. Scambiate facilmente, sottendono concetti e finalità assai diversi, anche se molti degli strumenti utilizzati sono gli stessi.

      La nostra società si è sviluppata grazie all’abbondante disponibilità di energia a basso costo.
      Questa grande disponibilità di energia, proveniente in gran parte dai combustibili fossili, ha però dei limiti intrinseci: non è illimitata ed ha un impatto ambientale non indifferente.

      La transizione energetica non è quindi una scelta: dobbiamo trovare un sistema di approvvigionamento che garantisca lo sviluppo della nostra società nei prossimi secoli rispettando l’ambiente. La semplicità della situazione si scontra però con la difficoltà della realizzazione di un modello energetico che rispetti tre obiettivi fondamentali ed interconnessi: la sicurezza energetica (disponibilità ed affidabilità delle forniture), la sostenibilità ambientale (impatto ecologico in tutti i suoi aspetti) e l’equità energetica (accesso all’energia a prezzi accessibili per tutti).

      La transizione ecologica si focalizza invece sull’impatto ecologico, inteso quasi esclusivamente come il cambiamento climatico, e valuta quindi ogni intervento con la sola metrica della CO2 non immessa in ambiente. Questa modalità, caricata da un’urgenza non supportata da alcuna evidenza scientifica, porta a storture con ricadute sociali assai negative sia sulle società “ricche”, forzate spesso a de-industrializzarsi e pagare elevatissimi costi, sia su quelle povere a cui viene negato il modello di sviluppo che ha portato il benessere al resto del mondo.

      L’Europa, che importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico, con un massimo del 90% per il petrolio, potrebbe avere grandi benefici da una transizione energetica equa e sostenibile, secondo l’accezione sopra definita, ma si è autoinflitta una transizione ecologica che l’ha portata a ridurre il peso delle proprie emissioni dal 16% del 1990 al 7% attuale (avendo un peso insignificante sulle emissioni globali non si motiva l’ostinazione del net zero al 2050) a scapito di un impoverimento generale e di una crescente tassazione.

      Come detto la transizione energetica è doverosa, durerà decenni sfruttando tecnologie che man mano saranno sviluppate e diverranno competitive: soluzioni come la CCS, che aumentano il costo dell’energia senza ridurre l’utilizzo di fonti fossili, non hanno alcun senso in una transizione energetica e sarebbero giustificate solo dall’inesistente urgenza della transizione ecologica.

      Il fine della transizione energetica non è la decarbonizzazione del sistema energetico ma la sostenibilità sul lungo periodo: la decarbonizzazione è una positiva conseguenza della transizione energetica e non dovrebbe esserne la principale finalità.

    • Andrea

      Torneremo ai livelli del precedente interglaciale tal da vedere il livello del mare ritornare a raggiungere il solco lasciato dal vecchio livello del mare nella costa di Orosei ?
      Più alto di oggi di ben otto metri e dunque con T medie molto ma molto più elevate di oggi in un periodo, circa 125 Mila anni fa in cui l’attività’ umana non c’era ?

      https://www.researchgate.net/figure/Orosei-Gulf-Sardinia-Italy-the-tidal-and-smoothed-notches-of-the-MIS-55-highstand-see_fig2_284668069

      Immagine allegata

    • Alberto

      La ringrazio per la risposta articolata, ma vorrei capire meglio. Come se la figura questa transizione energetica? A che tipo di tecnologie allude?

    • Gianluca Alimonti

      A tutte le tecnologie disponibili, che vanno dalle rinnovabili al nucleare da fissione e, sperando in positivi sviluppi, anche a quello da fusione; tutte fonti energetiche da sfruttare al meglio a seconda delle condizioni geografiche ed organizzative del Paese che intende installarle.

      Al momento alcune rinnovabili hanno raggiunto costi di produzione competitivi, ma non sono ancora in grado di fornire energia quando e dove serve a prezzi sostenibili: sono auspicabili importanti risultati dalla ricerca e sviluppi per ciò che riguarda gli accumuli, sia elettrici che di calore (ad es. attraverso transizioni di fase). Altro settore interessante è quello degli e-fuels, combustibili sintetici, per importanti contributi nel mondo dei trasporti.

    • “E’ universalmente riconosciuto” non vuole dire nulla, non è la prima volta che la ideologia e la propaganda riconosce universalmente cose false.
      un esempio a caso di pochi anni fa, il famoso “sicuro ed efficace”.
      la scienza non rpevede il “tutti sanno che”, e fare previsioni scientifiche sul “tutti sanno che” sinceramente fa ridere i polli.

    • Alberto

      Per Leo Fabiani
      Con “ormai universalmente è riconosciuto il ruolo decisivo della forzante antropica” mi riferivo ovviamente al mondo scientifico, benché vi possano essere valutazioni anche molto differenti sull’entità e sulle conseguenze, come è giusto che sia. l fatto che il contributo umano abbia un ruolo nel riscaldamento climatico non mi sembra venga messo in discussione nemmeno in questo sito.

  5. Emanuele

    EGR .Gianluca , credo che la domanda che si fa sia mal posta e non colga la vera natura che deve avere una politica seria e lungimirante. La politica deve guardare al futuro . Per lei bisogna agire sulle conseguenze per mitigare i danni( lecito ma le soluzioni adottate sono loro stesse causa del problema) e non agire sulle cause. Ora per quanto mi riguarda le situazioni attuali sono molto chiare, la CO2 ha provocato aumento della temperatura , questa soprattutto al polo nord ha causato diminuzione dalla superficie coperta dalla neve, le corretti a getto che sono Proporzionali al delta temperatura tra equatore e poli rallentano.questo causa più spesso delle onde che creano quelle depressione in Atlantico che fungono da pompe di calore sull’Europa. Quindi per me bisogna. Intervenire per riportare in equilibrio il sistema . Come ? Riducendo la causa che è la CO2 e per quanto mi riguarda con tutte le iniziative di ingegneria che possano andare in questo senso.olto interesante credo che sia il progetto di aumentare i ghiacciai al polo nord sparando acqua marina in inverno. lei dirà tutto troppo semplicistico, ci sono migliaia di variabili e non è detto che sia così. Ok ma se fosse solo una questione ciclica, allora aspettiamo , tanto sarà questione di qualche anno e torneranno le temperature passate . In questa ottica allora io non starei neanche a preoccuparmi.

    • Gianluca Alimonti

      Egr. Emanuele,
      vedo che lei parte da granitiche certezze, non sempre supportate da evidenze ed osservazioni, ma arriva ad una conclusione pienamente condivisibile: “In questa ottica allora io non starei neanche a preoccuparmi”. Esatto! Il problema sta proprio nella preoccupazione e nella conseguente urgenza originata da una inesistente crisi climatica che spesso giustifica azioni dispendiose e per nulla efficaci.

      Per una visione più sostenibile e di più ampio respiro, consideri la mia risposta all’intervento di Alberto.

      Grazie.

    • Andrea D

      Non è solo semplicistico, è inverosimile.

      Dalla vignetta satirica allegata, nel 1975 volevano spiegare il raffreddamento globale con le stesse motivazioni per cui si voleva spiegare la mefistofelica estate 2022 o anche questa (che no, non è uguale nè presenta la stessa configuarzione di quella del 2022), regolarmente in occasione di incursioni calde.
      Tutto “dipende” a seconda del lato dell’ondulazione in cui andiamo a ricadere.

      Immagine allegata

  6. sara

    “le morti legate al caldo in Europa non sarebbero il risultato del clima, ma principalmente la conseguenza di scelte politiche e sociali che negli ultimi decenni hanno scoraggiato l’adozione di tecnologie di raffrescamento”

    Domanda: perché mai si dovrebbero adottare strategie di raffrescamento?

    Perché fa più caldo che in passato, giusto?

    Perché il caldo provoca morti, che una volta non c’erano perché faceva più fresco…

  7. andrea

    Dato che il Nord Atlantico è il nostro calorifero di riferimento e la quantità di calore latente e sensibile ceduta alza l’asticella in termini di valore della T dell’aria sovrastante, del GPT, del contenuto di vapore acqueo , dello zero termico eccetera eccetera, NON mi sorprende nel confronto trovare i medesimi trend, per esempio, tra SST Nord Atlantiche, Temperature del semestre caldo ( Aprile/Settembre) al Gran San Bernardo in Svizzera e Temperature Estive Europee.
    Molto istruttivo poi lo studio tra valori della T superficiale del Nord Atlantico e trend dei ghiacciai Svizzeri

    https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2010GL042616

    Immagine allegata

  8. Emanuele

    L’articolo non è del tutto falso: sottolinea correttamente che l’aria condizionata e l’adattamento possono ridurre la mortalità da caldo. Tuttavia, costruisce un falso dilemma contrapponendo adattamento e cambiamento climatico. Le evidenze scientifiche indicano invece che entrambi sono elementi centrali: il riscaldamento globale aumenta il rischio di ondate di calore estreme, mentre misure di adattamento efficaci, tra cui il raffrescamento degli ambienti, possono ridurre il numero di vittime. La conclusione secondo cui “le morti non sono il risultato del clima” non è supportata dal complesso delle prove disponibili . Allora se non fossero aumentate le ondate di calore il problema non si porrebbe in quanto anche in passato la maggior parte degli europei non aveva l’aria condizionata e quindi anche il tasso di mortalità sarebbe invariato e quindi il problema non sussisterebbe. Anche confrontare l’Arizona con i paesi europei non ha senso, perché in Arizona ha sempre fatto molto più caldo e quindi è normale che si siano costruiti edifici conto delle temperature più elevate. Insomma si potra aumentare l’uso dell’aria condizionata, ma questo fino a quando? La rete elettrica è già al collasso a causa dei sempre più numerosi data center che sono estremamente energivori ,se poi tutti usassero aria condizionata la rete collasserebbe.

    • Gianluca Alimonti

      Gent. Emanuele,
      la ringrazio per il commento a cui provo a rispondere con alcune osservazioni.

      La relazione tra riscaldamento globale ed ondate di calore non sembra essere così scontata: i fattori che concorrono a tali eventi sono molteplici ed il risultato finale non sempre facilmente attribuibile, come ben mostrato in questo scritto.

      Riporto poi integralmente la frase a cui lei fa riferimento: “le morti legate al caldo in Europa non sarebbero il risultato del clima, ma principalmente la conseguenza di scelte politiche e sociali che negli ultimi decenni hanno scoraggiato l’adozione di tecnologie di raffrescamento nel tentativo di ridurre i consumi energetici e le emissioni”. Come vede non si esclude la componente climatica ma la si mette in rapporto ad azioni umane volte a difenderci dagli impatti climatici; in altre parole, il tema su cui si vuole porre attenzione è quello della mitigazione Vs adattamento, a cui si accenna nelle conclusioni dell’articolo scritto con l’amico Luigi. Qui mi limito a riportare il grafico che mostra la forte diminuzione negli anni dei decessi causati da eventi estremi in un tempo in cui, secondo molti media, gli eventi estremi stanno aumentando: ciò dimostra l’efficacia dell’adattamento, assieme alla prevenzione, spesso purtroppo messi in secondo piano rispetto alla mitigazione.

      La rete a Milano, Torino ed altre città italiane collassa, soprattutto nei periodi caldi, perché inadeguata alla crescente domanda; anziché rinnovarla ed aggiornarla, preferiamo non installare condizionatori per non aumentare le emissioni di CO2 (con effetti assai dubbi sugli eventi estremi climatici) ma per lo stesso motivo vogliamo elettrificare i trasporti causando ulteriore aggravio alla rete di distribuzione elettrica nelle stesse città…non trova qualcosa di schizofrenico in tutto questo?!

      In definitiva mitigazione ed adattamento non vanno contrapposti ma ben bilanciati considerando costi, benefici e tempi di efficacia degli interventi, evitando estremi ideologici: la percentuale di abitazioni con condizionatori è 25% in Francia e 68% in Canada….ci ricordiamo le immagini del nostro nuotatore Ceccon che dormiva in un parco, stremato da notti insonni al villaggio olimpico, ove si volle mostrare al mondo che in Francia si può fare a meno dei condizionatori?…quanti decessi si sarebbero potuti evitare in queste settimane con una politica meno ideologizzata?

  9. Luigi Mariani

    Caro Gianluca,
    sono d’accordo con quanto tu dici e cioè che esista un problema di mancato adattamento.
    Aggiungo però che i conteggi di mortalità da ondate di caldo (o di freddo) si fanno per convenzione analizzando gli eccessi di mortalità rispetto alla media.
    Se questa è la metodologia standard ti risulta che sia stata applicata dalle autorità sanitarie oppure stiamo more solito navigando dietro ai dati che ci propinano i media?
    A corredo di questa mia considerazione segnalo il post dell’amico Sergio Pinna “Tutti i media schierati all’unisono: «questo caldo uccide!»”:
    https://sergiopinna-clima.jimdofree.com/articoli/140-7-morti-da-calore-inesistenti/
    Sempre di Sergio Pinna segnalo quest’altro post, scritto in occasione della torrida estate 2022:
    “Un ennesimo polpettone sui rapporti tra clima e mortalità”
    https://sergiopinna-clima.jimdofree.com/articoli/84-decessi-da-calore-estate-2022/
    Grazie e ciao.
    Luigi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Translate »