{"id":34152,"date":"2013-11-18T07:00:45","date_gmt":"2013-11-18T07:00:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.climatemonitor.it\/?p=34152"},"modified":"2013-11-13T16:17:56","modified_gmt":"2013-11-13T16:17:56","slug":"global-warming-catastrofico-scetticismo-analitico-sociologico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.climatemonitor.it\/?p=34152","title":{"rendered":"Global warming catastrofico: scetticismo analitico e sociologico"},"content":{"rendered":"<p>Com&#8217;\u00e8 stato il tempo oggi dalle vostre parti, caldo, freddo, cos\u00ec cos\u00ec? Non importa, quali siano state le condizioni atmosferiche della localit\u00e0 dove vi trovate, tra le innumerevoli possibilit\u00e0 che la Natura mette a disposizione, non sar\u00e0 stata colpa del riscaldamento globale. Per molte ragioni. La prima forse la conoscete se siete lettori assidui di questo blog o se semplicemente vi siete soffermati a riflettere: l&#8217;aumento delle temperature medie superficiali globali non \u00e8 in alcun modo percepibile o riscontrabile nella quotidianit\u00e0 alla scala spaziale locale;\u00a0e nemmeno a quella regionale o continentale. Non a caso la<em> stima<\/em> delle temperature medie \u00e8, appunto, globale. Ad altrettanto ampia scala spaziale sono poi riferite le proiezioni di ulteriore riscaldamento, tra l&#8217;altro\u00a0sin qui largamente disattese, con i modelli di simulazione climatica che, se poco attendibili a scala globale, per spazi pi\u00f9 ridotti sono del tutto inutili. Almeno sin qui.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Gi\u00e0 questo basterebbe a tranquillizzare gli animi di quanti si sentono, come dire, un po&#8217; assediati dai continui avvisi di catastrofe imminente cos\u00ec generosamente diffusi da una certa comunicazione scientifica e dalla grande maggioranza dei media. Ma per essere scettici di ragioni ce ne sono molte altre,\u00a0anche analitiche e sociologiche.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>Le prime ce le spiega Doug Keenan in un <a href=\"http:\/\/www.informath.org\/AR5stat.pdf\" target=\"_blank\"><strong>breve saggio<\/strong><\/a> che affronta il problema delle &#8216;numerose evidenze&#8217; di riscaldamento da un punto di vista statistico. Tranquilli, \u00e8 facile da leggere, perch\u00e9 malgrado le premesse non richiede alcuna particolare conoscenza della materia. Semplicemente, utilizzando non gi\u00e0 le elucubrazioni di chiss\u00e0 quale perfido pseudo-scienziato al soldo delle multinazionali del petrolio, quanto piuttosto quanto scritto a chiare note nella <em>Bibbia del clima che cambia e cambia male<\/em>, il report IPCC, si apprende che i metodi statistici utilizzati per definire se e quanto possano essere ritenuti significativi in senso statistico i segnali di riscaldamento che il mondo starebbe trasmettendo, sono sbagliati nel migliore dei casi e appositamente scelti per sostenere una tesi preconcetta nel peggiore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vi sembrer\u00e0 assurdo ma \u00e8 cos\u00ec, \u00e8 tutto scritto nel 5\u00b0 Report IPCC, ovvero nella sola parte di esso gi\u00e0 pubblicata, quella che fornisce le basi scientifiche del problema. Tra queste basi, ovviamente, anche la significativit\u00e0 statistica delle analisi condotte sulle serie storiche dei parametri climatici. Ora, per asserire che qualcosa sia cambiato in modo diverso da quanto accaduto in passato, su quelle serie devono essere condotte delle analisi di significativit\u00e0 statistica. Per farlo si deve innanzi tutto scegliere un modello statistico, ovvero si devono fare delle assunzioni che permettano poi di applicare dei testi di significativit\u00e0 che inevitabilmente per\u00f2 dipenderanno da quelle assunzioni. Come si pu\u00f2 quindi nei diversi capitoli dello stesso report leggere da una parte che il riscaldamento a cui il pianeta \u00e8 andato incontro non ha precedenti e dall&#8217;altra che il modello statistico impiegato \u00e8 stato favorito\u00a0in modo arbitrario rispetto ad\u00a0altri modelli (assunzioni) nonostante la letteratura cui si fa riferimento stabilisca che quel modello \u00e8 inadatto a descrivere quel genere di dati, ovvero\u00a0quelle serie temporali? Ecco quello che dice il 5\u00b0 Report IPCC, cap. 2 &#8211; Box 2.2, come ripreso da\u00a0Keenan\u00a0(neretto aggiunto):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><span style=\"color: #000000;\"><strong>The quantification and visualisation of temporal changes are assessed in this chapter using a linear trend model<\/strong> that allows for first order autocorrelation in the residuals (Santer et al., 2008; Supplementary Material 2.SM.3). Trend slopes in such a model are the same as ordinary least squares trends; uncertainties are computed using an approximate method. The 90% confidence interval quoted is solely that arising from sampling uncertainty in estimating the trend.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"color: #000000;\"><strong>There is no a priori physical reason why the long-term trend in climate should be linear in time<\/strong>. <strong>Climatic time series often have trends for which a straight line is not a good approximation<\/strong> (e.g., Seidel and Lanzante, 2004). The residuals from a linear fit in time often do not follow a simple autoregressive or moving average process, and linear trend estimates can easily change when estimates are recalculated using data covering shorter or longer time periods or when new data are added. When linear trends for two parts of a longer time series are calculated separately, the trends calculated for two shorter periods may be very different (even in sign) from the trend in the full period, if the time series exhibits significant nonlinear behavior in time (Box 2.2, Table 1).<\/span><\/p>\n<p>[&#8230;]<\/p>\n<p><strong><span style=\"color: #000000;\">The linear trend fit is used in this chapter because it can be applied consistently to all the datasets, is relatively simple, transparent and easily comprehended, and is frequently used in the published research assessed here.<\/span><\/strong><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Riassunto di Keenan. E&#8217; stato scelto un modello statistico senza una giustificazione statistica. Per di pi\u00f9, il modello scelto \u00e8 ritenuto statisticamente inappropriato per i dati climatici. Ma \u00e8 stato comunque scelto per due ragioni: la prima \u00e8 che scegliere un modello pi\u00f9 appropriato avrebbe richiesto uno sforzo maggiore; la seconda \u00e8 che praticamente tutti hanno usato lo stesso modello &#8211; sebbene anch&#8217;essi senza una giustificazione statistica. La prima non \u00e8 chiaramente una valida ragione per scegliere un modello inappropriato. Il box \u00e8 corretto nel dire che il modello statistico prescelto \u00e8 &#8220;utilizzato frequentemente nella ricerca pubblicata&#8221;; ripetere un errore molte volte, tuttavia, non corregge l&#8217;errore.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma, nel cap. 10.2.2, si legge:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<blockquote><p><span style=\"color: #000000;\">Trends that appear significant when tested against [the statistical model used in Chapter 2] may not be significant when tested against [some other statistical models]\u201d.<\/span><\/p><\/blockquote>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E, infatti, non viene fatta alcuna scelta, di fatto riconoscendo che non comprendiamo i dati in modo sufficiente per scegliere un modello statistico.\u00a0Che strano, nel Summary for Policy Makers, l&#8217;unico documento che conta davvero, tutto questo passa inosservato, mentre la tesi del senza precedenti&#8217; ha un posto d&#8217;onore. Forse vale la pena ricordare che l&#8217;analisi statistica dei dati ricade sotto la responsabilit\u00e0 del cap.10, non del cap.2. In sostanza, che sia caldo o freddo, oggi non siamo in grado di dire se questo abbia effettivamente una rilevanza statistica rispetto al passato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non stupisce quindi che qualcuno si sia preso la briga di analizzare il tema del riscaldamento globale di origini antropiche e dal futuro catastrofico da un punto di vista sociologico, sostenendo qualcosa che vi sorprender\u00e0: <em>il fenomeno di quella cui molte volte ci siamo riferiti come isteria collettiva \u00e8 un memeplex, ossia un meme complesso, un&#8217;identit\u00e0 culturale capace di replicarsi e diffondersi al pari di un gene, un&#8217;identit\u00e0\u00a0che come molte altre che l&#8217;hanno preceduta e che hanno fatto anche la storia dell&#8217;umanit\u00e0,\u00a0non ha nulla che fare con il CAGW che esista o meno, che sia male o bene. Non una nuova religione quindi, come molte volte abbiamo detto. Non un&#8217;ideologia, come pure abbiamo sostenuto. E tantomeno uno schema a fini politici. Tutto questo viene dopo, dopo che il meme si \u00e8 diffuso, moltiplicato, ingrandito e saldamente annidato nella nostra cultura, cio\u00e8 nella nostra societ\u00e0<\/em>. Vi starete chiedendo il perch\u00e9 del corsivo. Semplice,\u00a0queste per chi scrive sono novit\u00e0 assolute, difficilmente digeribili al pari delle questioni analitiche di tipo statistico, per cui, nessuna intenzione di dar loro cittadinanza a prescindere. Si tratta, anche in questo caso, di un invito alla lettura e conseguente riflessione, prima della <a href=\"http:\/\/judithcurry.com\/2013\/11\/01\/cagw-memeplex\/\" target=\"_blank\"><strong>presentazione<\/strong><\/a> che\u00a0Andy west fa del suo lavoro e, poi, se ve la sentite, del suo saggio per intero (stesso link,\u00a0ospite di Judith Curry), che pare abbia anch&#8217;esso dimensioni bibliche, tanto per restare in argomento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Se ne venite fuori con un&#8217;opinione proprietaria, forse vi porrete la domanda che segue: ma se con gli strumenti che l&#8217;attuale conoscenza mette a disposizione si dovrebbe essere in realt\u00e0 molto pi\u00f9 prudenti circa l&#8217;AGW e i suoi derivati, e se il problema \u00e8 davvero qualcosa di culturalmente indipendente da quella conoscenza, sar\u00e0 davvero il caso di puntarci su tutto il banco o piuttosto sarebbe meglio pensarci un attimo?<\/p>\n<div class=\"linkwithin_hook\" 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