Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

Le Previsioni di CM – 30 Novembre / 6 Dicembre 2020

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Le Previsioni di CM – 30 Novembre / 6 Dicembre 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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La cellula atlantica si protende in direzione delle isole britanniche, con il supporto in quota di un promontiorio subtropicale in risposta all’azione del vortice centrato tra le Azzorre e le Canarie. Un’altra cellula anticiclonica agisce tra la Russia e il Kazakhstan. Tra le due figure anticicloniche si inserisce in queste ore una saccatura alimentata da aria polare marittima, in movimento dal bacino centrale dell’Artico in direzione del Mare del Nord. La depressione che ha condizionato il tempo sulla Sardegna e sulle regioni meridionali italiane va colmandosi in prossimità dell’Egeo (Fig.1).

L’irruzione artica riuscirà ad avanzare fin nel cuore del Mediterraneo dove evolverà in un vasto minimo chiuso di geopotenziale in prossimità della penisola italiana per la temporanea rimonta del campo sull’Europa centrale. Tuttavia una seconda irruzione di aria artica, più intensa di quella precedente, muoverà dal Mare di Groenlandia in direzione delle isole britanniche, entrando in fase con il vortice mediterraneo e dando inizio ad una lunga fase di maltempo che interesserà il nostro Paese, stante la difficoltosa evoluzione verso levante della figura depressionaria per l’opposizione della cellula anticiclonica est-europea.

Consigli per il Rescue Team

Il maltempo si presterà bene ad alimentare la narrativa sfasciata dei fenomeni estremi, ma con due problemi importanti che il nostro Rescue Team si troverà a dover affrontare:

  • La neve che interesserà il Nord a quote molto basse, fin prossime al piano. Di cui sarà opportuno non parlare (a tutto rischio di chi si muove in auto). Provare a spacciarla per “neve chimica” dovuta all’odioso inquinamento antropico può essere un tentativo ardito quanto lodevole. Del resto, grazie ai media si può spacciare qualsiasi scemenza per dogma, come il Team sa bene.
  • La neve che cadrà sulle Alpi, a tratti abbondante. Anche di questa, meglio non parlare, tanto più in tempi di lockdown sciistico. Che’ le piste sono chiuse per colpa del global warming che non fa piu’ nevicare al di sotto dei 4,000 metri di altitudine (come accuratamente previsto dai modelli climatici), mica per colpa del Covid.

Come diversivo, nel caso in cui la cronaca proprio costringa a parlare tra i denti delle nevicate attese, può essere utile volgere lo sguardo in Canada dove le temperature saranno insolitamente elevate tra il Quebec e Terranova

Eh, adesso parliamo di cronaca, del tempo. Allora… insomma… una cosa bianca è scesa dal cielo, fin sulla Valpadana. Forse neve chimica portata dall’inquinamento per colpa del petrolio e del gas… Qualche negazionista ha parlato di neve vera… Ma il nostro fact-checking garantisce che si tratta di una fake news e anche Twitter ha messo il disclaimer. Di certo c’è che il Global Warming ha portato temperature primaverili ad Halifax e Charlottetown, e questa è la notizia del giorno! Parola all’inviato!

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì residui rovesci sui versanti ionici in rapido miglioramento. Altrove generali condizioni di stabilità.

Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Tramontana tesa su basso Adriatico e Ionio.

Martedì nuvolosità in aumento a partire dal Nordovest e dai versanti tirrenici con qualche precipitazione sparsa specie in mattinata sulle coste tirreniche e nelle zone interne dell’Appennino centrale. Peggioramento ulteriore in serata con rovesci e temporali su Liguria e alta Toscana, piogge diffuse sulle regioni centrali peninsulari e nevicate a quote basse su Piemonte, pavese e piacentino. Generalmente nuvoloso al Sud, in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in forte diminuzione al Nord. Tramontana forte sul Mar Ligure, ventilazione vivace occidentale sui bacini di ponente, scirocco in Adriatico.

Mercoledì nevicate diffuse al Nord al mattino, specie a sud del Po, con la regione alpina centro-orientale all’asciutto. Piogge e rovesci diffusi sulle regioni nord-orientali. In serata forte peggioramento sulle regioni centrali con rovesci e temporali diffusi, anche di forte intensità, in estensione al Triveneto mentre migliora sul resto del Nord. Il Sud è raggiunto dai fenomeni nel pomeriggio a partire da Campania e Sicilia, con le regioni ioniche interessate dalle prime precipitazioni in tarda serata.

Temperature stazionarie. Scirocco forte su tutto l’Adriatico (probabile acqua alta a Venezia), tramontana su Mar Ligure e Tirreno settentrionale.

Giovedì migliora al Nordovest e al Centro con schiarite via via più ampie. Maltempo al mattino sul Triveneto con piogge diffuse e nevicate a quote basse sulla regione alpina in graduale attenuazione nel corso delle ore. Maltempo al Meridione con rovesci, temporali e nevicate sulle cime appenniniche.

Temperature in diminuzione al Sud. Venti tesi di ponente.

Venerdì nuovo peggioramento al Nord e al Centro con precipitazioni diffuse anche a carattere di rovescio, e nevicate a quote collinari sulle Alpi. Quota neve decisamente più alta sull’Appennino centrale per inserimento di aria mite dal Mediterraneo. Sud in attesa con nuvolosità in aumento ma in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in aumento. Libeccio intenso su tutti i bacini.

Sabato migliora gradualmente al Nord, permangono condizioni di maltempo sulle regioni centrali con piogge, rovesci e quota neve in calo fin verso i 1000 metri. In serata il maltempo raggiunge le regioni meridionali, in particolare Sicilia e regioni tirreniche.

Temperature in diminuzione, specie al Nord. Entra il maestrale sui bacini di ponente, scirocco forte su basso Adriatico e Ionio.

Domenica rovesci al mattino al Meridione, in miglioramento. Condizioni di variabilità sul resto del Paese ma con rapido aumento della nuvolosità su tutti i versanti tirrenici e associate precipitazioni dalla serata.

Temperature in diminuzione all’estremo Sud. Libeccio su tutto il Paese con rinforzi su mari prospicienti la Sardegna.

 

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Letture, segnalazioni e una punta di soddisfazione!

Posted by on 18:49 in Ambiente, Attualità, Climatologia, Meteorologia | 3 comments

Letture, segnalazioni e una punta di soddisfazione!

Come ormai è chiaro agli abitanti del villaggio di Asterix, spesso ci capita di dedicare i post prossimi al week end alle segnalazioni per fornire passatempo, spunti di riflessione e magari suggerimenti per interventi a venire.

Tanto farò oggi, ma non posso nascondere una punta di soddisfazione nel segnalarvi la lettura dell’articolo uscito appena qualche giorno fa su Nature (climate and atmospheric sciences):

Historical predictability of rainfall erosivity: a reconstruction for monitoring extremes over Northern Italy (1500–2019), di Diodato et al.

Il lavoro prosegue in un filone che abbiamo già avuto modo di commentare sulle nostre pagine (Luigi Mariani e Franco Zavatti, qui e qui), che è quello degli eventi estremi e dei processi erosivi della valle del Po, argomento quanto mai attuale alla luce delle discussioni inerenti l’eventuale aumento degli eventi precipitativi estremi e dei conseguenti effetti sul territorio.

Viene pubblicata per la prima volta una serie storica con risoluzione annuale dell’indice di erosività del bacino del Po, una grandezza dal cui andamento si evincono delle informazioni davvero interessanti. Tra tutte, la conferma di un andamento degli eventi erosivi che mostra una dipendenza da fattori climatici di lungo periodo piuttosto evidente, con cambiamenti importanti tra la fase fredda della PEG e la successiva fase di recupero che giunge fino ai giorni nostri. Inoltre, si identifica anche un segnale di ciclicità presumibilmente connesso al ciclo solare di 22 anni, oltre che alle modifiche di più lungo periodo dell’attività della nostra stella. Altrettanto importante, ma di difficile interpretazione, il segnale di aumento della variabilità interannuale degli eventi erosivi nella fase post PEG, con un incremento decisamente accentuato nelle ultime decadi, pur in un contesto di eventi erosivi mediamente meno frequenti.

Qui sotto, la Figura 5 del paper con la sua didascalia.

Infine, e vengo alla soddisfazione, troviamo citato nel testo il lavoro che Carlo Colarieti Tosti ha prodotto nel 2015 per le pagine di CM (Il clima del futuro, la risposta è nel passato), un lavoro che, come si dice in questi casi, sta invecchiando davvero bene. Qui di seguito un estratto del testo con la citazione:

In fact, during recent decades, the aggressiveness seems to indicate a recovery in the erosive activity of rains. This trend is in accordance with a marked increase of erosivity density (the ratio of rainfall erosivity to precipitation, data not shown), which confirms an increased inter-annual variability. Though the frequency of occurrence of daily precipitation was found to decrease over in Italy, episodes with shorter duration (from 1 to 3 h) have instead enhanced the torrential character of seasonal rains. This accords with what reported by Colarieti Tosti, which provided sufficient data to show that in the coming decades the polar vortex will undergo a phase of expansion towards the south with consequent exacerbation of the hydrological cycle in the central-western Mediterranean area.

Spero che la lettura del paper di Diodato et al., (e, con riferimento ai link, la rilettura) sia di vostro gradimento per questa fine settimana, confidando inoltre che qualcuno degli amici di CM vorrà fornirci analisi più approfondite del paper stesso e dei dati in esso pubblicati.

A corredo di tutto questo e sempre con gli eventi estremi sullo sfondo, vi segnalo anche il podcast della trasmissione Smart City di Maurizio Melis, andata in onda appena ieri sera su Radio24. L’argomento è la prossima realizzazione del centro ad elevatissima capacità di calcolo dell’ECMWF al Tecnopolo di Bologna, con cui si progetta di far scendere la definizione del modello meteorologico globale più performante dagli attuali 9Km a 5Km (praticamente un LAM), un modello non idrostatico che dovrebbe aumentare parecchio la capacità predittiva numerica degli eventi a piccola e media scala spaziale. Il podcast lo trovate a questo link. Nella speranza che chi si occupa di futuro con tanto impegno non dimentichi il passato ;-).

Enjoy

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I rapporti isotopici di Ossigeno e Carbonio tra 0 e 65 milioni di anni fa

Posted by on 12:39 in Attualità, Climatologia | 5 comments

I rapporti isotopici di Ossigeno e Carbonio tra 0 e 65 milioni di anni fa

Facendo ancora riferimento all’articolo di Westerhold et al. (2020), discuto qui le loro serie dei rapporti isotopici di ossigeno e carbonio (δ18O e δ13C) e i loro spettri. Per una descrizione accurata del contenuto dell’articolo rimando all’ottimo resoconto dell’amico Donato Barone del quale condivido in toto anche i commenti finali.

Ma prima voglio portare all’attenzione dei lettori un commento di Willis Eschenbach all’articolo, su WUWT (Watts Up With That?) nel quale, ricavate dalla digitalizzazione delle figure, si confrontano la variazione di temperatura e la concentrazione di CO2 su tutti i 67 milioni di anni della serie dell’ossigeno. Lo scopo è quello di verificare se la relazione ΔT=λΔF (dove i Δ sono le variazioni di temperatura T e forzante F e λ è la sensibilità climatica all’equilibrio (ECS) può essere confermata dai dati di Westerhold et al., 2020.
Come si vede, se la relazione (alla base del concetto di riscaldamento globale di origine antropica) è vera, si deve ottenere una retta, di pendenza λ, in un grafico che lega temperatura e logaritmo della concentrazione di CO2.

Fig.1: Riproduzione della figura 4 di W.Eschenbach.

Dalla sua figura è molto difficile dimostrare una relazione lineare tra le due grandezze; anzi, per lunghi periodi (milioni e decine di milioni di anni) variazioni di CO2 avvengono a temperatura costante o poco variabile, mentre in altri periodi variazioni di temperatura si hanno a ln(CO2) quasi costante.
La serie δ18O (dato di prossimità della temperatura) e quella dellla concentrazione di CO2 dimostrano, ancora una volta, che tra queste due grandezze non esiste una relazione stabile nel tempo e che, a mio parere, una eventuale relazione su periodi brevissimi (come i circa 160 anni che vengono normalmente considerati dall’AGW) non ha alcun significato.

Chiusa questa parentesi, ritorno all’analisi delle serie di Westerhold et al., 2020, che qui ho usato nella forma compatta mostrata in figura 2.


Fig.2: Serie usate in questo post: il passo dei dati è di 8 Kyr tra 0 e 34.026 Ma e di 20 Kyr tra 34.030 e 67.1 Ma (il duplice passo è degli autori). Questo implica l’uso di 5909 dati invece dei 23629 originali. La linea rossa è un filtro passa basso di 64 punti (da 0.5 a 2 Myr). La linea verticale viola indica la transizione di metà Miocene datata 14 Ma. Da notare che il salto a 34 Ma, la transizione tra Eocene e Oligocene, indicato da una freccia in entrambi i grafici, coincide con il cambio di passo dei dati (da 8 a 20 Kyr in figura o tra 2 e 5 Kyr nei dati originali).

Lo spettro Lomb di queste serie mostra, nel caso dell’ossigeno, un potente massimo di periodo circa 31 milioni di anni e picchi minori a ~10 e ~6 Myr; nel caso del carbonio due picchi, a ~40 e ~22 Myr, accompagnati da tre massimi più deboli, e una struttura più articolata rispetto all’ossigeno.

Fig.3: Spettro Lomb della tabella S34 di Westerhold et al., 2020. Da notare l’assenza dei cicli di Milankovic o, come si può supporre da questo grafico, la loro estrema debolezza. Infatti sarà necessario un forte ingrandimento della parte sinistra dello spettro per vederli, come viene fatto nella successiva figura 4.

Di questi massimi non avevo mai sentito parlare, ma la loro potenza è tale da avermi costretto a fare ricerche. Ho trovato bibliografia un po’ datata (anni ’80, e precedenti, del secolo scorso) ma ben strutturata e in grado di fornire spiegazioni geologiche di questo picco spettrale e di molti altri che in queste serie non si vedono: la tettonica, la formazione di rift sul fondo degli oceani (in particolare quello artico che è l’argomento di uno degli articoli) e la conseguente modifica della circolazione oceanica mostrano oscillazioni di periodo molto vicino a 30 Myr (e, come ho detto, sono presenti anche altri periodi) alle quali, ad esempio, Fischer (1982) associa lo sviluppo negli oceani (lui lo chiama “bloom”, fioritura), in fasi successive, di grandi predatori (più lunghi di 10 metri) che elenca per nome nel suo lavoro: dall’Ittiosauro del Medio Triassico; alla balena del Miocene, il Basilosauro; allo squalo del Mio-Pliocene, il Carcarodonte megalodonte.

Al massimo spettrale a ~30 Myr hanno fatto riferimento, anche Johnson & Rich (1986) che citano Fischer:

If medial times are assigned to those in Table I then the volcanic activity peaks for the Cenozoic-Mesozoic is 27 my, which is remarkably consistent with the approximate 30 my cycle predicted by Fischer (1982).

Lo stesso Fischer (1982) scrive:

Fischer and Arthur (1977) suggested that the Mesozoic-Cenozoic part of Earth history is logically subdivided not into four periods as currently practiced but into seven, with a mean duration of 32 m.y., corresponding essentially to Grabau’s (1940) seven pulses: the Triassic, Liassic, “Jurassic”, Comanchean, Gulfian or “Cretaceous,” Paleogene, and Neogene. Each of these corresponds to an expansion of organic diversity in the pelagic marine realm (development of polytaxy) followed by a decline to an “oligotaxic” state.

E poi aggiunge:

This pattern appears in global counts of coexisting genera and species as well as in the structure of marine communities,…

Non commento queste frasi o le teorie della fioritura: non ho conoscenze dirette e soprattutto non ho seguito la loro evoluzione negli ultimi 40 anni; mi limito a segnalare la già nota presenza di un un ciclo di 30 Myr che nello spettro dei dati di Westerhold et al. (2020) assume una potenza tale da rendere trascurabili i cicli di Milankovic che pure sono legati a cambiamenti climatici poderosi come l’alternanza di periodi glaciali e interglaciali.

Questi cicli però, malgrado siano di potenza minuscola, esistono nello spettro del rapporto isotopico dell’ossigeno e sono ben visibili quando la scala del grafico è opportunamente tarata:


Fig.4: Ingrandimento di figura 3 con lo scopo di evidenziare i cicli di Milankovic che si presentano con potenze di 100-300 volte inferiori a quella del massimo a 30 Myr. È presente anche un forte massimo a 20 Kyr (la sua potenza è circa 18 volte inferiore a quella del picco a 30 Myr); qualcosa di simile (22 Kyr) si osserva nello spettro Lomb della carota groenlandese GISP2 come un massimo di media potenza. Questo dovrebbe essere il segnale della precessione (periodo 19-24 Kyr), mentre il picco di bassa potenza a 23.8 Kyr sarebbe trascurabile.

Qui si osserva la presenza di un massimo a 130 Kyr che io non sono in grado di associare a fenomeni fisici, ma per il resto si identificano i massimi spettrali legati ai cicli di Milankovic, anche il potente 20 Kyr che attribuisco alla precessione, dato il suo periodo compreso tra 19 e 24 Kyr (Scafetta et al., 2020). Il debole massimo a 23.8 Kyr (all’altro estremo dell’intervallo di variabilità della precessione) è probabilmente trascurabile in questo contesto.
Dallo spettro del carbonio ho ricavato i suoi grafici a maggiore risoluzione, l’equivalente di figura 4: l’aspetto non è dissimile dallo spettro dell’ossigeno e cambiano solo le potenze. Per questo ho pensato di non appesantire ulteriormente il post e rendere disponibili i grafici del carbonio solo nel sito di supporto.

Lo spettro wavelet
Ho calcolato anche gli spettri wavelet che riporto in figura 5, con una avvertenza: i dati di Westerhold et al. sono disponibili con due passi distinti, cioè 2 Kyr tra 0 e 34 milioni di anni fa e 5 Kyr tra 34 e 67 milini di anni fa. Questo implica il fatto che lo spettro deve essere calcolato per le due parti distinte, ovvero che l’unico spettro deve contenere sull’asse x (epoca in Ma) due scale distinte.
Ho scelto la prima soluzione e quindi in figura 5 mostro lo spettro per le due parti separate, calcolato con il programma PAST.

Fig.5: Spettro wavelet della serie completa di Westerhold et al.,2020, separato nelle due parti con passo uguale. Le righe rosse orizzontali definiscono i periodi dei cicli orbitali di Milankovic.

Si vede bene che i cicli orbitali lasciano un segnale intermittente che cambia nel corso del tempo, come se in qualche modo fossero cambiate le condizioni dell’orbita terrestre durante il cammino che il Sole ha compiuto attraverso la Galassia: ad esempio è stato ipotizzato un cambiamento quando il Sole ha attraversato i bracci a spirale della Galassia cioè zone a densità di materia superiore rispetto alle zone intra bracci. È però necessario sottolineare che questi massimi spettrali sono tutti molto deboli, al di sotto del livello di confidenza del 95%, e perciò esclusi generalmente da ogni analisi spettrale: in tali condizioni anche piccole fluttuazioni di potenza possono trasformare un segnale continuo in uno intermittente.

Le estinzioni di massa
Una serie che richiama la presenza di un massimo spettrale a 30 Myr è quella delle estinzioni di massa, pubblicata da Raup e Sepkoski nel 1984: sono riportate le estinzioni di massa (v. ad esempio Wikipedia), in percentuale di estinzione, rispetto ai milioni di anni fa. Ho digitalizzato questa serie e ho calcolato lo spettro.

Fig.6: Grafico delle estinzioni di massa. Ogni picco della serie indica un’estinzione. Nella digitalizzazione ho aggiunto valori intermedi per aumentare i dettagli. Raup e Sepkoski (1984) indicano come possibile ma non certo il massimo spettrale a 30 Myr, ma a me sembra strano che un picco incerto coincida con un periodo identificato tramite considerazioni e dati indipendenti. Gli autori indicano come più incerto il massimo a 11.3 Myr (estinzione di metà Miocene, l’ultimo a destra) perché l’errore di campionamento diventa maggiore avvicinandosi “all’oggi”.

Il massimo di periodo oltre 200 milioni di anni, paragonabile all’estensione della serie, credo debba essere considerato con cautela; il massimo a 30 Myr appare netto e confermato dalle considerazioni di Fischer (1982) e dai dati di Westerhold et al. (2020). Raup e Sepkoski puntano decisamente sul vicino picco a 26 Myr e trascurano quello a 30 Myr, giustificando l’esclusione con:

However, though promising, the second peak (a 30 Myr, n.d.a.) in the power spectrum should not be taken as proof of a persistent periodicity. It can be argued that the necessary minimal spacing of 12 x 10^6 years between observed extinction peaks can make random (Poisson) data appear periodic to Fourier analysis.” anche se nelle conclusioni affermano: “The cycle at 30 ma may be real but cannot be confirmed with the present time series.

Commenti conclusivi

  1. Confermo quanto ho scritto nel post precedente: i dati sono corretti e le necessarie operazioni di raccordo tra i differenti dataset non hanno impedito di osservare caratteristiche note e meno note, derivabili da un insieme omogeneo di dati invece che da molti dataset frammentati. E questo è un aspetto positivo.
  2. Questa analisi mi ha permesso di mettere nella giusta prospettiva la potenza dei fenomeni geologici rispetto a quelli astronomici, su tempi scala di milioni e migliaia di anni rispettivamente, anche se, ad esempio, il passaggio del Sole attraverso i bracci a spirale della Via Lattea ha periodi stimati di circa 100 milioni di anni e conseguenze dovute all’attraversamento di zone a densità molto diverse.
  3. Il ciclo di 30 Myr sembra confermato da analisi distinte e indipendenti. La sua attribuzione ad una specifica causa (geologica o astronomica) è più articolata e a mio parere deve ancora essere definita.
  4. I cicli di Milankovic risultano sorprendentemente (per me) deboli rispetto ad altri cicli, in particolare quello a 30 Myr, pur essendo in grado di condizionare in modo importante il clima terrestre.
  5. Nell’altro post su questo lavoro avevo attribuito alla sola stampa una visione catastrofista; in realtà gli autori si riferiscono ad un’evoluzione tragica (… will be moved abruptly from the Icehouse into the Warmhouse or even Hothouse climate state.) definita da RCP8.5 e per questo devono essere anch’essi criticati. Considerare questo aspetto come il necessario contributo “alla causa” mi sembra riduttivo e penso che gli autori siano convinti dell’estensione modellistica dei loro risultati descritta nell’articolo.

Bibliografia

 

  • Fisher A.G.: Long-Term Climatic Oscillations Recorded in Stratigraphy, in: Climate in Earth History, National Acad. Press., 97-104, 1982
  • Johnson G.L., Rich J.E.: A 30 million year cycle in arctic volcanism?Journal of Geodynamics6, 111-116, 1986. https://doi.org/10.1016/0264-3707(86)90035-9
  • D.M. Raup, J.J. Sepkoski Jr: Periodicity of extinctions in the geologic past , PNAS81, 801-805, 1984. https://doi.org/10.1073/pnas.81.3.801
  • Nicola Scafetta, Franco Milani, Antonio Bianchini: A 60-year cycle in the Meteorite fall frequency suggests a possible interplanetary dust forcing of the Earth’s climate driven by planetary oscillationsGeophis. Res. Lett., 2020. https://doi.org/10.1029/2020GL089954
  • Thomas Westerhold, Norbert Marwan, Anna Joy Drury, Diederik Liebrand, Claudia Agnini,Eleni Anagnostou, James S. K. Barnet, Steven M. Bohaty, David De Vleeschouwer, Fabio Florind, Thomas Frederichs, David A. Hodell, Ann E. Holbourn, Dick Kroon, Vittoria Lauretano, Kate Littler, Lucas J. Lourens, Mitchell Lyle, Heiko Pälike, Ursula Röhl, Jun Tian, Roy H. Wilkens, Paul A. Wilson, James C. Zachos: An astronomically dated record of Earth’s climate and its predictability over the last 66 million years Science369, 1383-1387, 2020. https://doi.org/10.1126/science.aba6853S.M.
  • https://wattsupwiththat.com/2020/09/15/cooling-the-hothouse/ (Post di Willis Eschenbach)
    Tutti i dati e i grafici sono disponibi nel sito di supporto

 

 

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Le Previsioni di CM – 23/29 Novembre 2020

Posted by on 07:31 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 23/29 Novembre 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Il vortice depressionario che ha interessato l’Italia negli scorsi giorni interessa in queste ore il Nordafrica con il minimo di pressione in spostamento dal Sahara tunisino in direzione dell’entroterra libico. La pressione è in ripresa sulle regioni italiane per l’avanzamento di un promontorio anticiclonico da ovest, sostenuto da un blando contributo nordafricano in quota. Flusso principale in azione alle alte latitudini con due centri depressionari che agiscono sull’Atlantico settentrionale e sul Mare di Kara con associate diffuse nevicate sull’Islanda e sulla Scandinavia. Una pulsazione anticiclonica si spinge in Atlantico fin sul Labrador canadese, attivando la discesa di aria polare marittima in direzione delle Azzorre (Fig.1).

La formazione di un profondo ed esteso vortice depressionario sulla Groenlandia favorirà il tilting della cellula canadese in senso orario, con conseguente affondo dell’avvezione polare in direzione dell’Iberia e l’isolamento in zona di un minimo chiuso di geopotenziale per il ristabilimento di un effimero ponte anticiclonico sull’Europa centrale.

Il campo tuttavia si manterrà debole sul quadrante europeo e sul Mediterraneo, con il citato minimo chiuso che agirà come una “calamita” per ulteriori impulsi nord-atlantici pilotati dal vortice groenlandese. Sebbene sia al momento difficile prevedere con esattezza l’evoluzione sinottica con le carte attualmente a disposizione, sono piuttosto alte le probabilità che l’Italia sia interessata sul finire della settimana da condizioni di maltempo tipicamente autunnali per la formazione di un esteso vortice depressionario sul Mediterraneo centro-occidentale.

Consigli per il Rescue Team

Pochi spunti per il Rescue Team. L’inverno avanza da calendario sull’emisfero nord: i ghiacci artici hanno recuperato buona parte del “tempo perduto” e i primi freddi cominciano a farsi sentire anche sull’Italia, accompagnati dalle prime nevicate.

Da qui in avanti il lavoro del Rescue Team passa alla “modalità invernale”:

  • Si cercherà di omettere notizie su ondate di gelo e nevicate.
  • In caso di periodi particolarmente freddi si andrà a cercare il caldo nell’emisfero Sud.
  • E se proprio farà molto freddo, si dirà che “fa freddo perché fa caldo”.

Con riferimento al punto 2), questa settimana vedrà condizioni di caldo intenso sull’Australia occidentale. Così, giusto per allenarci a guardare le carte “in the Down Under”…

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì persistono i rovesci sui versanti ionici di Calabria e Sicilia. Altrove generali condizioni di stabilità.

Temperature stazionarie o in lieve diminuzione al Nord. Ventilazione dai quadranti settentrionali, generalmente debole con qualche rinforzo sullo Jonio.

Martedì rovesci diffusi sulla Sicilia e sulla Calabria meridionale. Generali condizioni di bel tempo altrove.

Temperature stazionarie. Ventilazione sostenuta di grecale sullo Ionio.

Mercoledì ancora rovesci residui sui settori ionici della Sicilia, generali condizioni di stabilità sul resto del Paese con intensificazione di nebbie e foschie in Valpadana.

Temperature in lieve diminuzione al Centro-Nord. Scirocco sostenuto su Canale di Sardegna e Canale di Sicilia.

Giovedì cieli nuvolosi e precipitazioni sparse sulla Sicilia e sui versanti orientali della Sardegna. Cieli parzialmente nuvolosi sui versanti tirrenici, generali condizioni di bel tempo altrove.

Temperature in lieve aumento al Centro-Sud. Scirocco sostenuto su tutti i bacini di ponente.

Venerdì peggiora ulteriormente sulla Sardegna, con rovesci in intensificazione nel corso della giornata. Molte nubi anche sulla Sicilia con tendenza a peggioramento in serata. Nuvolosità in aumento sulle regioni tirreniche con possibili precipitazioni dalla tarda serata. Parzialmente o poco nuvoloso altrove.

Temperature stazionarie. Venti forti di scirocco sui bacini di ponente.

Sabato e Domenica generali condizioni di maltempo sull’Italia con rovesci e temporali diffusi.

Temperature in diminuzione a cominciare dal Nord. Inizialmente venti sostenuti dai quadranti meridionali, tendenti a ruotare dai quadranti settentrionali nella giornata di Domenica a cominciare dal Nord e dalla Sardegna.

 

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2020

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2020

IL MESE DI OTTOBRE 2020

Mese che sulla maggior parte del territorio nazionale ha presentato piovosità abbondante cui si sono accompagnate temperature lievemente inferiori alla norma.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa evidenzia come principali centri d’azione l’anticiclone delle Azzorre e il ciclone d’Islanda, indicati rispettivamente con le lettere A e B nella figura 1a. Fra tali due strutture meteorologiche corrono veloci le correnti occidentali che irrompendo sul Mediterraneo influenzano l’areale italiano, ove assumono una lieve curvatura ciclonica, sintomo di variabilità a tratti perturbata. La carta delle isoanomale di fonte NOAA (figura 1b) mostra una lieve anomalia negativa del livello barico di 850 hPa sulle regioni  centro-settentrionali (area in azzurro).

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

La tabella 1 indica la presenza di 5 giorni anticiclonici, 5 intermedi e 20 giorni con tipi di tempo perturbati. La descrizione del regime circolatorio giornaliero in tabella 2 evidenzia che il territorio nazionale è stato in tutto o in parte interessato da 7 perturbazioni,  manifestatesi rispettivamente dall’1 al 3 ottobre, dal 4 al 7, dall’8 al 9, dal 10 al 13, dal 14 al 17, dal 20 al 22 e dal 25 al 28.

Prendendo in esame la piovosità media di tutte le stazioni presenti in ogni macroarea, al Nord i tre giorni più piovosi sono stati l’11 ottobre (20.3 mm di media), il 2 (13.6 mm) e il 27 (11.6 mm), al Centro il 15 ottobre (17.3 mm), il 24 (9.8 mm) e il 5 (7.9 mm) e al Sud il 12 ottobre (11.8 mm), il 13 (8.5 mm) e il 27 (5.9 mm).

Dal punto di vista climatologico il mese di ottobre vede di norma prevalere regimi circolatori di tipo perturbato come dimostra il fatto che la piovosità media di ottobre rispetto alla media annua è mediamente del 10-15% al Nord e del 9-16% al Centro e al Sud.

Andamento termo-pluviometrico

A livello mensile (figure 2 e 3) le temperature medie delle minime e delle massime hanno presentato lievi anomalie negative che sono frutto delle anomalie negative manifestatesi nella seconda decade del mese (tabella 3) per effetto dell’afflusso di messe d’aria settentrionali, dapprima da nordovest e poi da nordest.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La carta di anomalia pluviometrica percentuale (figura 5) mostra sull’area italiana la presenza di anomalie positive su Trentino-Alto Adige, gran parte del Piemonte, della Liguria e della Lombardia, Veneto occidentale, Toscana, Umbria, Sardegna nordoccidentale e gran parte di Calabria e Basilicata. L’analisi pluviometrica delle singole decadi (tabella 3) indica inoltre che l’anomalia positiva si è concentrata nella seconda decade del mese.

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore registrato ed il valore medio del periodo 1990-2019. –––

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, fra 1 e 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti, di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (fra 1 e  2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Per collocare in un contesto globale le anomalie osservate sull’Italia facciamo come sempre ricorso alla carta dell’anomalia termica globale mensile dell’Università dell’Alabama (figura 6a) la quale mostra l’Europa Occidentale interessata da una debole anomalia negativa che è confermata anche dalla carta di anomalia termica mensile del Servizio meteorologico tedesco – Deutscher Wetterdienst (figura 6b).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1981-2010 espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1961-1990 espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

 

 

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Il livello del mare da scioglimento delle regioni polari

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Il livello del mare da scioglimento delle regioni polari

Il 30 agosto è uscito su Nature Climate Change l’articolo Ice-sheet losses track high-end sea-level rise projections Slater et al., 2020, in cui gli autori mostrano che i dati osservati, prodotti dal consorzio IMBIE (http://imbie.org. Nella loro homepage si legge: IMBIE is an international collaboration of polar scientists, providing improved estimates of the ice sheet contribution to sea level rise), seguono fedelmente -nei 10 anni di sovrapposizione- lo scenario peggiore dei modelli climatici AR5 (RCP 8.5), come si vede nella successiva figura 1 che riproduce la loro figura 1.

Fig.1: Riproduzione della figura 1 di Slater et al., 2020 con la sua didascalia.

E’ facile sottolineare che i “dati osservati” sono in realtà frutto di lunghe elaborazioni dei dati satellitari, basate su modelli (ad es. in Imbie, 2018: We then averaged the rates of ice-sheet mass balance using the same class of satellite observations to produce three technique dependent time series of mass change in each geographical region …), oppure, ibidem: The least certain result is in East Antarctica…, dove l’Antartide orientale è praticamente tutto il continente, le altre due parti essendo la piccola regione dell’Antartide occidentale e la Penisola antartica, di area quasi trascurabile; vedere questa mappa (sempre da Imbie, 2018). Anche osservare che 10 anni di sovrapposizione, di cui gli ultimi due sembrano allontanarsi dai modelli, sono una prova non molto efficace per dimostrare una cosa qualsiasi, è quasi banale. Poi, un articolo altrettanto recente (Golledge, 2020) scrive, nella prima frase del riassunto: Under future climate change scenarios it is virtually certain that global mean sea level will continue to rise. But the rate at which this occurs, and the height and time at which it might stabilize, are uncertain., lasciandoci immaginare che in realtà i problemi legati alla compatibilità tra modelli e osservazioni sono ancora aperti e che la scienza, su questi argomenti, è tutt’altro che “settled”. E questo anche se la sicurezza mostrata da Slater et al., 2020 appare adamantina.

Anche lo stesso consorzio IMBIE, nel confermare lo scioglimento dei ghiacci più evidente in Groenlandia, riporta il bilancio di massa nelle tre regioni antartiche, che riproduco nella figura 2 e che appare notevolmente costante negli ultimi (quasi) 40 anni.

Fig.2: Figura 3 del materiale supplementare di Imbie (2018). Vengono riportate le serie del bilancio di massa superficiale (SMB, Surface Mass Balance) per le tre regioni dell’Antartide (AP= Antarctica Peninsula; WAIS= West Antarctica Ice Sheet; EAIS= East Antarctica Ice Sheet) in miliardi di tonnellate di ghiaccio al mese (Gt mo-1).

Ma, come si dice, non voglio nascondermi dietro un dito: la perdita di ghiaccio c’è e il consozio IMBIE lo certifica, sia in miliardi di tonnellate che nel relativo aumento del livello marino (i dati sono simmetrici), come si vede nella figura successiva, una mia elaborazione dai dati di IMBIE-2012 (i dati disponibili, che riporto anche nel sito di supporto, sono distinguibili dagli anni 2012, 2018, 2020, questi ultimi riferiti alla sola Groenlandia).

Fig.3: Serie antartica e groenlandese del cambiamento mensile di massa (grafico superiore) e il relativo aumento del livello marino come contributo dell’una e dell’altra regione. Le barre verticali sono gli errori di misura riportate dal Consozio IMBIE. L’equivalente grafico per i dati più recenti, IMBIE-2018 e IMBIE-2020, è disponibile nel sito di supporto

Noto con qualche sorpresa, ma potrebbe essere una coincidenza, che le due curve cominciano a separarsi dal 2001-2002, gli anni in cui, secondo la mia visione del fenomeno, l’aumento della temperatura globale si è fermato (o ha rallentato, a seconda della serie di temperatura usata), calcolandolo al di fuori dall’influenza dei due forti El Nino 1997-98 e 2015-16, rispetto alla salita iniziata dal 1980.
Senza affidarmi troppo alla figura 1, ho preferito derivare il contributo al livello del mare di Antartide più Groenlandia direttamente dai dati IMBIE, con l’incertezza complessiva calcolata dalla semplice propagazione degli errori.

Fig.4: Contributo cumulativo di Groenlandia e Antartide alla salita del livello del mare. Il grafico corrisponde, senza i modelli, alla figura 1. Le barre di incertezza sono calcolate dalla propagazione degli errori forniti per le due serie. Dati di Imbie-2020 (Greenland) e Imbie-2018 (Antarctica). Anche qui si vede un rallentamento finale della pendenza, rispetto a quella del periodo 2010-2015.

Mi sarei aspettato che i dati più recenti avessero una maggiore precisione rispetto a quelli iniziali delle serie e quindi una barra di incertezza complessiva via via minore (25 anni non passano invano), ma osservo in figura 4 che le barre arancione si comportano come quelle dei modelli: man mano che ci si allontana dalla base osservativa su cui sono sintonizzati (vedere anche figura 1) diventano più ampie.

Per osservare le variazioni intrinseche del contributo al livello marino da un mese all’altro (Cumulative sea level contribution, mm) ho calcolato le differenze tra il cambiamento cumulativo del livello del mare nelle serie IMBIE, in mm, di un mese rispetto al mese precedente, delle tre regioni antartiche e di tutto il continente, in pratica la derivata prima numerica della serie fornita da IMBIE o la velocità con cui il livello cambia.

Fig.5: Differenze (nel senso di mese successivo – mese precedente) del contributo di due mesi successivi al bilancio di massa in Antartide. Le tre parti del continente sono separate e all’Antartide orientale è stato aggiunto (in rosso e diminuito di 0.04 mm, per mantenere la stessa scala nei tre grafici) l’intero continente. L’equivalente in massa di ghiaccio (Gt/mese) si trova nel sito di supporto. Dati da IMBIE-2018.

Osserviamo che nel periodo 1992-2018:

  1. (Il ghiaccio del)La Penisola antartica cambia a velocità costante, tranne un periodo di 7-8 anni (2007-2014) in cui la velocità di cambiamento è aumentata leggermente sempre restando costante.
  2. L’Antartide occidentale mostra una velocità costante fino al 2005; poi un aumento di velocità (accelerazione) fino al 2009, seguito da una costanza (in media) fino al 2014 e un successivo accenno di diminuzione.
  3. L’Antartide orientale e il continente intero, pur con le rispettive differenze, anche importanti, si presentano complessivamente come l’Antartide occidentale.
  4. L’insieme delle parti importanti del continente (cioè escludendo la piccola Penisola antartica che in ogni caso “corre” a velocità costante) mostra un contributo costante al livello del mare, una successiva accelerazione e una decelerazione che prosegue fino alla fine della serie (nel 2018).

Tutti i dati che abbiamo a disposizione, visualizzati nelle figure 1, 4 e 5, confermano una momentanea accelerazione del livello marino (grosso modo dal 2005 al 2014) e una sua diminuzione, almeno fino al 2018. A mio parere questo significa normale presenza di fluttuazioni naturali, certo legate all’aumento della temperatura complessiva e all’amplificazione artica, ma nulla che lasci immaginare un’evoluzione parossistica (catastrofica) della situazione.
Le osservazioni mostrano che il livello medio marino sta salendo e che sta accelerando dal tempo delle osservazione altimetriche satellitari (Golledge, 2020), in particolare dal 2011. A me questa accelerazione sembra più un paio di episodi di durata biennale, seguiti da una brusca decelerazione, tipo quella avvenuta dopo il 2016.
Anche il lavoro di Levitus et al., 2012, fornisce, secondo me, una crescita lineare del contenuto di calore dell’oceano globale (OHC) negli ultimi 52 anni, come mostra questa figura, derivata componendo i grafici relativi all’oceano globale delle sue figure S1 e S2, in cui il fit lineare è in grado di spiegare più del 90% della varianza dell’OHC, sia tra 0 e 700 m che tra 0 e 2000 m di profondità.

Conclusioni
Il ghiaccio in Antartide e in Groenlandia si sta sciogliendo, ma non è chiara (per me) quale sia l’incertezza insita nelle misure e quale il ruolo e l’importanza dei modelli (quelli che permettono il passaggio dai dati “grezzi” ai dati climatici: qui non c’è quasi nulla che sia “misurato” nel senso classico del termine) e quindi quali possano essere i numeri che definiscono il reale aumento del livello marino e la veridicità delle affermazioni connesse ai cd migranti climatici o all’allagamento delle zone costiere (con le relative, molte, grandi città). E, come conseguenza, quali possano essere i tempi necessari per il verificarsi di questi eventi, che sembrano sempre dover avvenire “domani”, da quasi 50 anni. Sempre ammesso che le catastrofi annunciate siano ineluttabili.
Golledge, 2020 cita aumenti del livello marino fino a poco meno di 60 m, dovuti allo scioglimento totale dei ghiacci groenlandesi e antartici ma anche lui, che a mio parere ha affrontato l’argomento con molta serietà, dimentica di sottolineare (solo un vago accenno) i tempi necessari per questo fantomatico scioglimento totale e il fatto che le popolazioni umane (questa sembra essere la preoccupazione principale) avrebbero in un caso simile ben altri problemi che impoverirsi, usando l’elettrico invece del petrolio per muoversi, o mangiare “biologico” invece di usare i concimi chimici che la scienza mette a disposizione (scienza con cui i “salvatori” del pianeta si riempiono la bocca quando fa loro comodo).

Bibliografia

  • IMBIE Team: Mass balance of the Antarctic Ice Sheet from 1992 to 2017, Nature, 558, 219-235, 2018. https://doi.org/10.1038/s41586-018-0179-y
  • Golledge N.R.: Long‐term projections of sea‐level rise from ice sheets., WIREs Climate Change, e6:34, 2020. https://doi.org/10.1002/wcc.634
  • S. Levitus, J. I. Antonov, T. P. Boyer, O. K. Baranova, H. E. Garcia, R. A. Locarnini, A. V. Mishonov, J. R. Reagan, D. Seidov, E. S. Yarosh and M. M. Zweng: World ocean heat content and thermosteric sea level change (0–2000 m), 1955–2010 , Geophys. Res. Letters, 39, L10603, 2012.
    https://doi.org/10.1029/2012GL051106
  • Slater, T., Hogg, A. E. & Mottram, R. Ice-sheet losses track high-end sea-level rise projections, Nat. Clim. Chang., 2020. https://doi.org/10.1038/s41558-020-0893-y
    Tutti i dati e i grafici sono disponibi nel sito di supporto

 

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Le Previsioni di CM – 16/22 Novembre 2020

Posted by on 05:59 in Attualità | 4 comments

Le Previsioni di CM – 16/22 Novembre 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Il flusso principale si articola in depressioni che muovono dal Canada alla Scandinavia in seno ad un getto molto intenso su una direttrice SW/NE. La debolezza del campo a ovest delle Azzorre favorisce la genesi di promontori anticiclonici in movimento dal Marocco in direzione del Mediterraneo, in risposta dinamica all’approfondimento di saccature sul medio Atlantico. Alta pressione sulla Russia europea. Una ondulazione atlantica fa ingresso in queste ore nel Mediterraneo (Fig.1).

La debole ondulazione atlantica evolverà rapidamente in un minimo chiuso di geopotenziale che transiterà sulle regioni meridionali completando poi la sua corsa nell’entroterra libico. Questo favorirà l’ingresso in fase della cellula atlantica con quella russa, attraverso la formazione di un ponte anticiclonico che esprimerà valori notevoli del geopotenziale tra l’Iberia e l’Europa centrale.

A metà settimana un impulso di aria artica muoverà velocemente dal Mare di Barents verso il Mare del Nord. L’incessante spinta del getto, tuttavia, impedirà un ingresso franco sul Mediterraneo per l’avanzamento di una nuova cellula anticiclonica verso est in seno al flusso secondario. Questo non impedirà comunque l’approfondimento di un vortice che attraverserà rapidamente l’Italia tra la giornata di Venerdì e quella di Sabato apportando un significativo cambiamento delle condizioni meteorologiche.

Consigli per il Rescue Team

Dopo la sbornia elettorale americana e in piena sindrome da coronavirus, ancora piuttosto basso l’interesse della stampa mainstream ad alimentare le chiacchiere catastrofiste sul global warming con riferimenti a fatti atmosferici. È l’effetto “benefico” del coronavirus che a quanto pare è diventato ragione abbondantemente sufficiente per stravolgere il Pianeta all’insegna delle frescacce green tanto care al WEF e ai suoi adepti affezionati alle cime innevate di Davos.

Comunque sia, se proprio si vuole sostenere il “Great Reset” anche con fatti atmosferici, la buriana prevista per la fine della settimana permetterà di rispolverare dalla soffitta la solita narrativa ammuffita sul clima impazzito. Ché “ora fa troppo freddo” ma “comunque prima faceva troppo caldo”. “E comunque, era piovuto troppo poco”. “E comunque dopo ritorna il caldo”.

E comunque, sono solo cazzate.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì al Nord rovesci e nevicate sulle Alpi occidentali dalle prime ore del mattino, Valpadana occidentale in ombra pluviometrica, e rovesci in rapido spostamento dalla Valpadana centrale al Triveneto. Veloce miglioramento nel corso della giornata a partire da ovest. Quota neve sulle Alpi attorno ai 2,000 metri. Sulle regioni centrali cieli chiusi e precipitazioni diffuse, localmente di forte intensità e abbondanti nelle zone interne appenniniche. Precipitazioni più sporadiche in Abruzzo. Nuvolosità in rapido aumento al Sud con le prime precipitazioni in serata su Sicilia occidentale e Campania.

Temperature in diminuzione al Nord. Ventilazione a carattere ciclonico attorno al minimo in transito lungo la Penisola.

Martedì ampie schiarite al Nord, migliora decisamente anche al Centro salvo addensamenti e precipitazioni che si attarderanno sulle centrali adriatiche. Generali condizioni di maltempo al Sud, con piogge e rovesci che insisteranno nella prima parte della giornata sui versanti tirrenici e andranno trasferendosi su quelli adriatici dal pomeriggio.

Temperature stazionarie. Ventilazione sostenuta di grecale su tutti i bacini con l’eccezione dello Ionio dove soffierà lo scirocco.

Mercoledì ancora rovesci al mattino sulle regioni ioniche, in particolare sulla Puglia, in graduale lenta attenuazione nel corso della giornata. Nuvolosità irregolare anche sulla Sicilia con qualche pioggia sparsa. Ampie schiarite sul resto del Paese.

Temperature stazionarie. Tramontana sostenuta su Ionio e basso Adriatico, venti deboli altrove.

Giovedì nuvolosità irregolare sulle regioni ioniche e sulla Sicilia con qualche rovescio sparso sull’Isola. Altrove generali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso. Formazione di nebbie al Nord e nelle zone interne del Centro.

Temperature in lieve diminuzione. Entra il maestrale sui bacini occidentali, forte sulla Sardegna nord-occidentale.

Venerdì peggiora rapidamente sul Triveneto con rovesci e nevicate a quote basse sulle Dolomiti. Valpadana centro-occidentale sottovento in ombra pluviometrica. Peggiora rapidamente anche sulle regioni centrali con rovesci e temporali, localmente abbondanti e di forte intensità, e nevicate anche intense sull’Appennino centrale al di sopra dei 1000 metri. In tarda serata rovesci e temporali raggiungono anche il Meridione.

Temperature in forte diminuzione al Nord e al Centro, in lieve diminuzione al Meridione. Venti forti a circolazione ciclonica attorno al minimo in veloce transito verso le regioni meridionali.

Sabato maltempo al Meridione con rovesci, temporali e nevicate sull’Appennino al di sopra dei 1200 metri. Generalmente sereno o poco nuvoloso sul resto del Paese.

Temperature in ulteriore, sensibile diminuzione su tutto il Paese su valori decisamente invernali. Venti forti di grecale.

Domenica ampie schiarite su tutto il Paese.

Temperature in ripresa, ancora grecale sostenuto su Ionio e basso Adriatico.

 

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Uragani più vivaci, revisori pigri

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor, Meteorologia | 4 comments

Uragani più vivaci, revisori pigri

Che gli uragani, per definizione gli eventi atmosferici più intensi, siano vivaci è un eufemismo. Che lo siano i revisori di una rivista come Nature è, invece, molto grave.

Andiamo con ordine. Qualche giorno fa, compare appunto su Nature un articolo, l’ennesimo, in cui si cerca di trovare qualche segnale di climate change nelle dinamiche degli uragani. Una ricerca che sin qui ha visto fiorire innumerevoli tentativi, da cui però non sono nati frutti. Per esempio, non ci è riuscito l’IPCC, che mettendoli tutti assieme continua a prevedere che prima o poi arriveranno ma è costretto ad ammettere che sin qui non ce ne sono. Però, siamo verso la fine di una stagione degli uragani decisamente attiva, per cui non si può perdere l’occasione di far uscire un paper che qualche segnale dice di averlo trovato. E non è cosa da poco:

Slower decay of landfalling hurricanes in a warming world, di Lin Li & Pinaki Chakraborty.

In pratica, il riscaldamento degli oceani metterebbe a disposizione più energia, quindi gli uragani, che normalmente sono soggetti a rapida attenuazione non appena toccano la terraferma, avrebbero invece la tendenza a conservare quell’energia più a lungo e quindi a restare intensi più a lungo.

Come sono giunti a questa conclusione gli autori del paper? Hanno studiato evento per evento la fonte di energia, il mare, trovando che questa era sempre superiore alle attese? Hanno misurato quell’energia dopo e durante l’ingresso sulla terraferma degli uragani? Niente di tutto questo a quanto pare. Sono andati semplicemente a vedere per quante ore, dopo il landfall, gli uragani restavano tali, prima cioè di tornare ai gradini più bassi della scala di riferimento di questi eventi.

Ora, gli uragani sono macchine termiche quasi perfette che si rompono proprio quando arrivano sulla terraferma. Esattamente come l’intensificazione, la fase di attenuazione è dovuta essenzialmente alle condizioni al contorno. Viene meno il contributo di calore fornito dall’acqua e c’è invece l’attrito, che impedisce che possa essere mantenuta una certa intensità. Questo significa però che perché ci sia l’attenuazione devono restare sulla terraferma, non sfiorarla appena o tornare sul mare dopo un fugace landfall, come accaduto per molte (quasi tutte) le tempeste che nel database di eventi raccolto dagli autori hanno fatto registrare un numero molto alto di ore di persistenza delle condizioni da uragano.

Togliendo dal DB tutti gli eventi che, di fatto, non sono rimasti sulla terraferma subito dopo averla toccata e sono quindi tornati sul mare ricevendo nuova energia, magicamente scompare il trend preoccupante che gli autori hanno messo in evidenza e su cui si sono buttati a pesce i soliti noti media, WP, CNN e NYT prima di tutti.

Questa operazione l’ha fatta Ryan Maue, uno dei massimi esperti di uragani e in questo TD su Twitter ci sono tutte le immagini dei percorsi degli eventi che gli autori si sono “dimenticati” di escludere e che i loro revisori, pigramente, hanno fatto finta di non vedere.

Qualche giorno fa, sempre qui su CM si è sviluppato un dibattito in cui si è parlato anche della rapidità con cui a volte i lavori passano il processo di referaggio. Non è questo il caso, perché gli autori hanno presentato il paper a gennaio ed è stato accettato a settembre. Nove mesi sono un bel po’, deve essere stato un lavoro pesante e articolato, per cui, come suggerisce giustamente Roger Pielke Sr, sarebbe proprio il caso di vederle quelle revisioni, per capire come mai, con tanto tempo e tanto lavoro, non si siano accorti dell’errore madornale compiuto in questo paper: andare a misurare i tempi di decadimento sulla terraferma di eventi che non erano sulla terraferma e che, a tutti gli effetti, sono gli unici a sostenere le loro conclusioni.

Come finirà? Come sempre. Il paper resterà lì, altri lo citeranno e, nel tempo, le loro conclusioni false diverranno vere.

Enjoy.

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Paperoni, parassiti, ceto medio e Global Warming

Posted by on 06:00 in Attualità | 26 comments

Paperoni, parassiti, ceto medio e Global Warming

Le recenti elezioni americane e l’accelerazione generale impressa dal Covid al corso degli eventi hanno fornito degli elementi di riflessione che forse vale la pena condividere, nonostante l’argomento sia piuttosto… border line.

Un linciaggio senza precedenti

Chi ha seguito la campagna elettorale su media indipendenti stranieri avrà trovato interessanti spunti di riflessione sulla militanza compatta dei media tradizionali e dei social media a favore del candidato risultato vittorioso. Orgogliosamente l’americana CNBC ha rivendicato i nuovi record di copertura mediatica negativa stabiliti dal presidente americano: tanto per dare qualche numero, in campagna elettorale CNN ed NBC ne hanno parlato male per il 93% del tempo. L’Europa, se possibile, ha fatto ancora peggio (o meglio, secondo i punti di vista) con l’informazione pubblica tedesca che ha denigrato il presidente americano per il 98% del tempo.

Questa copertura mediatica che con ogni probabilità è stata più negativa di quella tutt’ora riservata ai più sanguinari dittatori nella storia dell’ultimo secolo, si è completata con una censura pressoché totale sui social media che, nella foga di cancellare dalla rete ogni traccia di uno scandalo che avrebbe distrutto la reputazione di qualsiasi sfidante, non hanno esitato a bannare per quasi due settimane il sito del New York Post (primo giornale conservatore americano per diffusione) e persino quello del Partito Repubblicano al Congresso USA.

Ben lungi dal voler fare un qualsiasi endorsement del presidente uscente, che rimane evidentemente figura controversa, resta il fatto che l’impegno censorio dei media ha suscitato anche l’indignazione di voci libere (incluso un premio Pulitzer) che si sono chieste se abbia ancora senso parlare dell’esistenza di una deontologia professionale, se non addirittura dell’esistenza di una professione giornalistica in quanto tale. E se la “grande stampa” occidentale non abbia piuttosto assunto caratteri tipici di un sistema totalitario che niente ha a che vedere con la tradizione e la storia della cultura occidentale, ma che al contrario pare ispirarsi al nuovo golden standard proposto dalla Repubblica Popolare Cinese.

Una chiave di lettura molto interessante di questo fenomeno viene offerta da alcune importanti personalità del mondo accademico, italiano e straniero.

Uno scontro feroce

Carlo Pelanda, in un brillante editoriale pubblicato sulla Verità, sottolinea come sia in atto uno scontro feroce a livello mondiale tra due modi di accesso alla ricchezza. Con il primo dei due, quello rappresentato dal ceto medio produttivo, letteralmente assediato dalla strana alleanza tra le élites finanziarie e high-tech e una sorta di internazionale dell’assistenzialismo, ovvero quella corrente di pensiero che predica l’accesso alla ricchezza “per diritto”.

Uno scontro che vede coalizzati miliardari speculatori e giganti del web al fianco di quella che Luca Ricolfi ha definito la “società parassita di massa”: quella cioè costituita da persone che riescono a sbarcare il lunario solo grazie ad un sistema di sussidi statali. Parassiti per necessità e paperoni per diritto acquisito, uniti contro la classe media: spina dorsale dello sviluppo economico e sociale nelle economie occidentali dal dopoguerra.

La strana alleanza, è ovviamente una alleanza di interessi. I miliardari che governano la finanza, possiedono la totalità dei media e dominano l’high-tech, non amano la concorrenza. Anzi, la detestano, e non si fanno scrupolo di dirlo ad alta voce, come Warren Buffet che è arrivato a sostenere candidamente che “la competizione è un pericolo per la (grande) ricchezza”: potendo scegliere, molto meglio il monopolio. I miliardari del resto possono scegliere, e infatti hanno scelto di mettere una piattaforma politica a disposizione dei volontari di tutto il mondo. Per puro tornaconto personale.

Un partito in franchising

Una piattaforma globale, un partito-franchising che sia spendibile praticamente ovunque, e che per questo motivo deve essere totalmente ideologico: non deve risolvere i problemi di nessun cittadino in nessuna parte del mondo, perché una piattaforma globale non può essere adattata alle specificità di ogni Stato, di ogni provincia, di ogni comune.

Ma farà fare bella figura ai suoi finanziatori più o meno palesi,  perché quella piattaforma sarà bellissima, fighissima: innanzitutto sarà “green”, poi sarà “inclusiva”, predicherà la “resilienza” e discetterà di “diritti” con fine eloquenza politically correct. Sarà “gggiovane”, combatterà i “crimini d’odio” e salverà il mondo dal Global Warming. E sarà osannata, lisciata e proposta come l’unica socialmente accettabile proprio dai media di proprietà della stessa élite che quella piattaforma l’ha pensata, creata, e messa a disposizione.

…E uno scambio di favori

I monopolisti, come spiega bene Pelanda, offriranno sostegno incondizionato ai volenterosi che adotteranno quella piattaforma cool e salvamondista: sostegno economico innanzitutto (la campagna presidenziale americana ha mostrato una sproporzione evidente tra i mezzi finanziari messi a disposizione dei due contendenti). E offriranno soprattutto il sostegno di una propaganda politica esclusiva, tambureggiata H24 su tutti i media di proprietà del monopolio.

In cambio, il partito salvamondista regalerà ai giganti della finanza e soprattutto dell’high-tech, la protezione del loro monopolio. Per legge. E racimolerà da quello stesso monopolio spiccioli di elemosina fiscale utili a sostenere la società parassita di massa che di quel partito costituirà la base elettorale principale. Parassita per necessità, più che per scelta: perché di lavoro “vero” i monopolisti non intendono crearne affatto, nei paesi occidentali. Anzi, si propongono solo di distruggerne altro, grazie a provvedimenti economicamente suicidi come il tanto decantato “Green New Deal”: perno imprescindibile della politica economica della piattaforma in questione. Oppure servendosi di eufemismi come la tanto decantata “digitalizzazione” che mascherano solo l’intento di incrementare ulteriormente i profitti azzerando i posti di lavoro ancora occupati dagli esseri umani.

Il ceto medio va all’inferno

La classe produttiva occidentale in questo contesto finisce direttamente all’inferno, privata di lavori nel settore manifatturiero (delocalizzati in Asia), piegata da un diluvio di tasse e regolamentazioni “green” e dai costi insostenibili di fonti energetiche vendute come innovative e rinnovabili ma che in realtà condividono la tecnologia con i mulini a vento. Messa fuori gioco dalla concorrenza sleale di mega-corporations che operano in sostanziale regime di elusione fiscale. Immagine resa plasticamente dal negoziante oppresso da un carico fiscale del 65% che abbassa la serranda durante il lockdown per non rialzarla mai più, proprio nello stesso momento in cui Amazon raddoppia il suo valore in borsa (versando all’Erario l’equivalente di una elemosina).

A chi orgogliosamente rivendica nella piattaforma-franchising una versione 2.0 dell’ideale socialista, risponde l’accademico e scrittore americano Rectenwald che vede piuttosto in questo sistema una versione aggiornata di quel socialismo corporativo nato nell’800 in cui il monopolio non è detenuto dallo Stato (come invece prevede il socialismo “classico”), quanto piuttosto dalle grandi compagnie: le mega-corporations di oggi. Una forma di socialismo imposta dall’alto ad una massa di impoveriti e di nuovi schiavi che ha come obbiettivo primario la difesa degli interessi del monopolio stesso. Un ritorno in grande stile dei maiali di Orwell, forse mai veramente scomparsi dalla scena.

Magra consolazione

Non sono concetti sorprendenti per chi frequenta questo Blog, che già più di tre anni fa, seppure in modo più embrionale e decisamente meno accademico, di queste cose predicava nel deserto più desolato. Ed è anzi motivo di orgoglio che certe intuizioni si siano rivelate fondate, abbiano fatto breccia e siano state sviluppate, circostanziate e inquadrate storicamente, politicamente e socialmente anche da studiosi e pensatori di area progressista e liberale come alcuni di quelli citati in questo pezzo. Lontani anni luce da quelle istanze politiche tanto avversate dai giornaloni di oggi.

Ma “averci visto giusto” è ben magra consolazione al cospetto della sensazione che il Global Warming – tema scientificamente serio in quanto riferito alle dinamiche planetarie – sia diventato solo uno mero strumento di propaganda tra i tanti a disposizione dei nuovi maiali di Orwell. Uno strumento tra i tanti da usare per l’arricchimento di pochissimi a danno di tutti gli altri. In una lotta di potere brutale, in cui non si faranno prigionieri. E in cui ad uscirne sconfitto sarà con ogni probabilità quel modello economico e sociale che ci ha regalato 60 anni di prosperità, di benessere, e di libertà.

Altro che “salvare il Mondo”.

 

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Quando il silenzio può equivalere a una falsità: il caso dei tornado negli USA

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 2 comments

Quando il silenzio può equivalere a una falsità: il caso dei tornado negli USA

Gran parte dell’enfasi sulla cosiddetta “crisi climatica” verte sulla questione degli eventi meteorologici estremi, che starebbero aumentando (per frequenza e intensità) in ragione del riscaldamento globale. È quindi del tutto evidente che sia di fondamentale interesse l’analisi delle relative serie storiche, dai cui risultati possono emergere conferme o smentite della teoria poco prima citata.

Detto così, sembrerebbe tutto semplice, ma in realtà le cose sono ben più complesse, perché nel dibattito sul cambiamento climatico riveste un’importanza enorme anche il modo col quale i risultati delle verifiche sono presentati e divulgati. Anche senza dire alcunché di scorretto, pure un silenzio può avere gli stessi effetti negativi di una falsità: è il caso – a mio giudizio – delle valutazioni sull’andamento dei tornado negli USA.

Sul sito ufficiale della NOAA c’è una pagina dedicata alla climatologia dei tornado, nella quale è riportato tra gli altri l’istogramma della frequenza annua, dal 1954 al 2014, degli eventi intensi (F3/+), cioè di quelli ricadenti nelle classi F3, F4 ed F5.

Il commento a tale figura si esaurisce con queste parole: «il grafico a barre indica che negli ultimi 55 anni c’è stato un debole trend nella frequenza dei tornado più forti»; si badi bene che i nostri amici americani si limitano proprio a dire soltanto “little trend” senza nemmeno specificare se esso sia positivo o negativo (Nota: perché poi si parli di 55 anni quando la serie ne conta 61 rimane un mistero).

La serie in oggetto ha un trend lineare decrescente con R2 pari a 0,1325; ne risulta quindi, secondo il test di Pearson, un livello di confidenza del 99%. Applicando il test di omogeneità non parametrico di Pettitt, si appura che la decrescita è dovuta ad un change-point negativo (confidenza del 99%), la cui collocazione temporale è nell’intervallo 1977-1985; pressoché identica indicazione è fornita anche dal test parametrico di Buishand, con confidenza attorno al 98%.

Dal punto di vista dell’interpretazione climatologica, l’evoluzione della frequenza annua dei tornado F3/+ negli USA vede pertanto uno sviluppo secondo due periodi ben distinti:

  1. 1954-1977, con media pari a 58,4
  2. 1986-2014, con media pari a 35,9

Tra di essi una fase di transizione, 1978-1985, con media pari a 43,3.

Si può in sostanza affermare che, verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo, la frequenza dei tornado di forte intensità ha subìto una marcata variazione, con decremento del valore medio annuo di quasi il 40%.

Nulla di tutto ciò emerge dal report della NOAA, cosicché un lettore non troppo attento e/o non sufficientemente esperto ne trae l’impressione che non siano avvenuti dei mutamenti rilevanti. Sarebbe bastato presentare il grafico nel modo sotto indicato, per rendere chiara a chiunque la situazione.

Non credo sia possibile suggerire delle interpretazioni attendibili in merito alle cause di quanto evidenziato dall’analisi della serie, tuttavia è indiscutibile che si tratti di un caso per il quale la correlazione fra temperature ed eventi estremi appare opposta rispetto a quanto sostenuto dalle teorie ufficiali.

Tacere su fatti di questo genere non è corretto e incide sui dibattiti alla pari di una diffusione di dati falsati.

Anche la passione per i record climatici pare essere “unidirezionale” – I lettori avranno certamente notato le ricorrenti notizie sui media di record che testimonierebbero la rilevanza dei cambiamenti in atto. Un esempio lo abbiamo avuto nello scorso giugno, quando un picco termico raggiunto a Verkhoiansk in Siberia è stato oggetto di ampia attenzione da parte di tutte le fonti informative più autorevoli a livello nazionale.

Ebbene, pure sui tornado intensi si sono registrati ultimamente dei record di rilievo, ma nessuno ne ha ricevuto informazione (chissà come mai …).

Andando sul sito web dello Storm Prediction Center della NOAA, visto che le statistiche sono aggiornate al 2018, possiamo infatti constatare che:

  • anno 2017 = eguagliato il numero il numero minimo annuo (15) di tornado F3/+; silenzio assoluto del mondo della divulgazione.
  • anno 2018 = Record Minimo Assoluto! Gli F3/+ sono stati soltanto 12. Ed erano tutti F3, in quanto, per la prima volta dall’inizio delle registrazioni nel 1950, non vi sono stati F5 e neppure F4. Qualcuno ve ne ha parlato? Penso proprio di no.

Anche se non è bello fare il processo alle intenzioni, non ho dubbi nel ritenere che, se per caso nelle due suddette annate consecutive i record fossero stati di massimo invece che di minimo, si sarebbe scatenato un putiferio, con i soliti allarmi per la catastrofe incombente e le immancabili affermazioni di qualche sedicente esperto in merito al continuo aumento dell’intensità del fenomeno.

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NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore

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