Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

L’ascensore antartico

Posted by on 09:14 in Attualità | 5 comments

L’ascensore antartico

Donato Barone, autore del recente post sul bilancio di massa del ghiaccio antartico mi perdonerà, spero. Perché sto per aggiungere qualche informazione al suo interessantissimo articolo, ma sarà difficile farlo senza farsi scappare una risata. Il livello di patos con cui alcuni esperti del settore, che invece dovrebbero essere obbiettivi e distaccati, tenta di spiegare le cose è degno della miglior commedia. Quello che poi non si riesce davvero a digerire è perché un glaciologo dovrebbe cimentarsi in consigli sulle policy energetiche, lasciando trapelare un bias ideologico da cui chi fa ricerca farebbe bene a tenersi alla larga.

Dunque, prima la notizia, tratta da un tweet di Judith Curry:

Si tratta di uno studio appena uscito su Science, che ci ha pubblicato su anche un editoriale.

Rising bedrock below West Antarctica could delay catastrophic ice sheet collapse

Observed rapid bedrock uplift in Amundsen Sea Embayment promotes ice-sheet stability

Credo che ormai l’arcano sia svelato perché i titoli sono inequivocabili. Si parla di sollevamento isostatico, ossia innalzamento della crosta terrestre per effetto della diminuzione della pressione esercitata dalla massa glaciale. Un fenomeno che si innesca al termine delle ere glaciali e che dipende da molti fattori, come efficacemente spiegato appena qualche giorno fa.

Ora, sembra che grazie ad una recente campagna di misura, il team che ha pubblicato questo paper si sia accorto che la parte occidentale dell’Antartide, la Penisola Antartica, si stia sollevando alla considerevole velocità di 40mm all’anno. Di questo passo, scrivono, quella parte del continente si sarà sollevata di ben 8 metri di qui a fine secolo, e questo contribuirà in modo significativo a rallentare la perdita di massa glaciale.

Dagli esperti a vario titolo che hanno commentato questi risultati, traspaiono, mettiamola così, una certa prudenza mista a cauto ottimismo e, soprattutto, una dichiarata vocazione alle policy energetiche.

In primi gli autori che, evidentemente preoccupati di aver scoperto qualcosa di poco tragico, si affrettano a precisare:

Wilson dice che se le emissioni di gas serra continueranno senza sosta, l’innalzamento del livello del suolo sotto l’Antartide occidentale non sarà sufficiente a fermarne lo scioglimento. Tuttavia, in uno scenario di emissioni più moderato, le cose potrebbero andar meglio, naturalmente secondo le più moderne simulazioni modellistiche.

Segue tal Richard Halley, della Penn State University:

La comunità dei flussi di ghiaccio userà questi ed altri nuovi dati per fare migliori proiezioni. Credo che mentre si conducono questi nuovi esperimenti modellistici, i risultati di questo paper si dimostreranno importanti ma non decisivi e che le decisioni riguardanti il nostro sistema energetico siano ancora quelle che avranno la maggiore influenza sul futuro livello dei mari.

A seguire Robert DeConto, glaciologo:

Sono ottimista, ma attualmente il maggior contributo dell’Antartide al livello dei mari viene esattamente dalla regione da cui questo processo dovrebbe far rallentare le cose… … Non so per quanto le nostre linee di costa potranno aspettare che il morbido nucleo interno della Terra le possa salvare, non importa quanto viscoso possa essere.

Chiude Natalya Gomez della McGill University:

Per come la vedo io, con riferimento al lavoro di modellizzazione che ho fatto, questo feedback giocherà un ruolo importante nel fermare il ritiro dei ghiacci in questa regione in uno scenario a basse emissioni, molto meno in uno ad alte emissioni – con sufficiente riscaldamento in Antartide, questa regione si ritirerà e porterà ad un significativo innalzamento del livello del mare.

Niente da fare… mai una gioia 😉

 

 

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Un museo di meteorologia per il Generale Edmondo Bernacca

Posted by on 07:11 in Attualità | 8 comments

Un museo di meteorologia per il Generale Edmondo Bernacca

Dall’ANSA e da 3BMeteo:

Si terrà sabato 23 Giugno presso la Biblioteca civica della città di Fivizzano (MS) che Carducci definì “una perla sperduta fra i monti” l’inaugurazione del nuovo museo dedicato a Edmondo Bernacca, personalità illustre e che potremmo tranquillamente definire pioniere della moderna meteorologia italiana

Proprio a Fivizzano infatti, il Generale Bernacca, era solito trascorrere le vacanze estive avendo trovato un luogo praticamente perfetto che gli garantiva una tranquilla visione del cielo e dei fenomeni meteorici, essendo tra l’altro la Lunigiana una delle aree più piovose d’Italia.
Il sindaco di Fivizzano Paolo Grassi spiega che dedicare un museo a Bernacca tra l’altro nell’anno del 25° anniversario della sua morte fosse una atto dovuto ad una “figura preziosa e signorile che all’affidabilità dei modi e allo stile comunicativo personale, ma scientificamente rigoroso, univa la rara dote della semplicità”.
Tra l’altro già le precedenti amministrazioni comunali avevano insignito il celebre Generale della cittadinanza onoraria nonché nel 2009 avevano deliberato di intitolargli una via del Capoluogo.

L’istituzione del Meteo Museo Edmondo Bernacca (MMEB) continua il Sindaco “rappresenta un luogo di avvicinamento e di approfondimento al mondo della Meteorologia, un sito dove poter acquisire con l’ausilio, anche di strumenti multimediali, alcune nozioni basiche dello studio e della conoscenza del Tempo.
I figli Federica e Paolo e la Famiglia Bernacca hanno manifestato la volontà di lasciare in comodato d’uso al Comune il materiale storico-scientifico, i documenti ed i cimeli appartenuti al Generale.

L’Amministrazione Comunale, facendosi interprete del generoso gesto, con immenso piacere ha inteso dar vita al MMEB”.
Ci tenevo a concludere con una delle mie citazioni meteorologiche preferite ad opera proprio del Generale Bernacca, che a dire il vero nel Settembre 1971 momento in cui pronunciò queste parole era ancora solamente – si fa per dire- il Colonnello di tutti gli italiani: “L’importanza che le previsioni del tempo assumono nella vita e nelle attività umane è così grande che pur non potendo invocare la sicurezza assoluta, conviene tuttavia affidarsi almeno alla maggiore probabilità”.

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La stima della pioggia… dopo la pioggia!

Posted by on 06:00 in Attualità | 3 comments

La stima della pioggia… dopo la pioggia!

La quantità di precipitazione che effettivamente raggiunge il suolo è uno dei parametri più difficili da prevedere, ove non proprio il più difficile. Questo accade perché i processi che determinano tanto la formazione, quanto la caduta delle gocce di pioggia, avvengono a scale temporali e spaziali largamente inferiori a quelle raggiungibili dai modelli di simulazione. Inoltre, le interazioni dell’acqua precipitabile con l’ambiente in cui si forma, fanno sì che nella maggior parte dei casi la precipitazione – specie se convettiva – avvenga a macchia di leopardo, rendendone ancora più complicate sia la stima che l’osservazione.

Uno dei fattori che fa maggiormente la differenza tra l’acqua precipitabile e quella che realmente raggiunge il suolo, è il processo di evaporazione cui sono soggette le gocce d’acqua mentre precipitano. Un fattore che ha un peso significativo anche nel tempo che intercorre tra l’osservazione delle gocce tramite radar e la caduta al suolo delle stesse.

Nell’articolo che vi segnalo oggi, un gruppo di ricercatori, utilizzando delle osservazioni radar in combinazione con un modello a mesoscala delle precipitazioni, è riuscito a migliorare la stima della quantità di acqua precipitata in modo sensibile, simulando i processi appunto i processi di evaporazione osservando la dimensione delle gocce e inseguendone il movimento.

Accounting for rainfall evaporation using dual-polarization radar and mesoscale model data

Del paper ha parlato anche Science Daily in questo articolo:

New method makes weather forecasts right as rain

Naturalmente, perché questo metodo di stima abbia successo, è necessario che la precipitazione avvenga il più possibile in prossimità del radar, perché l’osservazione perde di efficacia all’aumentare della distanza. Questo la dice lunga sulla necessità di implementare anche la densità della rete di osservazione di pari passo con i progressi che si fanno nella simulazione ai fini della precisione del sistema di previsione.

A valle di tutto questo, naturalmente, ci sono tutte quelle realtà produttive per le quali conoscere con precisione la quantità di precipitazione avvenuta è cruciale, come ad esempio le coltivazioni, ma anche i sistemi di gestione delle risorse idriche.

Ai due link segnalati trovate gli approfondimenti. Buona giornata 😉

 

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Bilancio della massa glaciale della calotta antartica

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 12 comments

Bilancio della massa glaciale della calotta antartica

Mi sono interessato alla problematica della variazione di massa glaciale continentale, durante le lunghe ore passate a studiare il trend di variazione del livello del mare.
La variazione del livello del mare dipende infatti in misura considerevole dall’apporto di massa conseguente allo scioglimento delle calotte glaciali terrestri, mentre è del tutto indifferente allo scioglimento dei ghiacci galleggianti. Detto in altri termini se si sciogliessero completamente i ghiacci marini antartici o artici, il livello del mare non subirebbe variazioni. Qualora si sciogliessero completamente le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide, invece, il livello del mare subirebbe aumenti di oltre un centinaio di metri.

Oggi la discussione verte essenzialmente sul tasso di variazione della velocità di aumento del livello del mare e, in particolare, sull’influenza su tale tasso di variazione di tre parametri principali: aumento del contenuto di calore degli oceani (contributo sterico), scioglimento delle calotte glaciali terrestri e variazione del regime delle acque superficiali e sotterranee (che rappresentano, entrambe, il contributo di massa). La parte del leone nel determinare il tasso di variazione della velocità con cui cambia il livello del mare, a causa del contributo di massa, la fanno le calotte glaciali antartica e groenlandese. Per capire come evolverà il livello del mare, è, pertanto, necessario capire quanta parte della massa glaciale della calotta antartica e di quella groenlandese si stanno sciogliendo e come varia nel tempo questa quantità.

Da un punto di vista quantitativo il problema è estremamente complicato, in quanto non siamo in grado di calcolare con certezza né il valore assoluto, né quello relativo al tempo, della massa glaciale terrestre che si trasforma in acqua liquida. La parte più spinosa di questo problema è costituita dalla quantificazione della massa glaciale continentale antartica che si sta sciogliendo e di come questa quantità vari nel tempo.

Dal punto di vista operativo tre sono i metodi di stima della variazione della massa glaciale terrestre: metodo altimetrico, metodo gravimetrico e metodo input-output.

Il metodo altimetrico è basato su rilievi effettuati con altimetri imbarcati su satellite che registrano le variazioni di livello della superficie ghiacciata, rispetto ad una serie di punti fissi. Il problema principale di questo metodo deve ricercarsi proprio nei punti di riferimento, quelli che ho impropriamente definito fissi. In realtà di fisso sulla superficie terrestre vi è ben poco, per cui bastano piccole variazioni nella quota dei punti di riferimento e scadimenti qualitativi dell’altimetro satellitare (conseguenti alla variazione delle caratteristiche atmosferiche o orbitali del satellite) e tutto il castello di carte va a farsi friggere.
Il metodo gravimetrico è basati sulle variazioni di gravità rilevate da satelliti gemelli (GRACE, per esempio) che orbitano intorno al nostro pianeta. Poiché il ghiaccio ha una massa ben precisa, è ovvio che passando ripetutamente sullo stesso punto nel corso del tempo, le anomalie gravitazionali rilevate dagli accelerometri basati sui satelliti, sono una conseguenza della variazione della massa del ghiaccio. Neanche questo metodo è, però, esente da difetti.

Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro nel tempo e tener presente un aspetto della dinamica terrestre che a volte ci sfugge. Partiamo da un breve cenno relativo alla struttura della Terra: la crosta terrestre “galleggia” sul mantello che è molto più deformabile della scrosta stessa, diciamo che ha un comportamento elasto-plastico o viscoso. La viscosità del mantello non è costante per cui il suo comportamento varia da punto a punto. Dall’inizio dell’Olocene si è verificata la de-glaciazione della Terra e, conseguentemente, una diminuzione del carico gravante sul mantello e, quindi, un innalzamento dello stesso in alcuni punti ed un abbassamento in altri.
Quando la superficie terrestre è coperta da una coltre di migliaia di metri di spessore di ghiaccio, come accade durante le glaciazioni, il mantello si abbassa sotto la calotta glaciale e si alza sui bordi. E’ lo stesso fenomeno che si verifica quando si cammina sulla sabbia bagnata: sotto il piede la sabbia si abbassa, immediatamente all’esterno essa si solleva.
Quando si comprime una molla e, successivamente, la si lascia libera notiamo che essa durante la compressione si accorcia mentre durante la decompressione si allunga: il tutto è conosciuto come comportamento elastico dei corpi. Nel caso del mantello ci troviamo di fronte, però, non a fenomeni elastici come quello relativo alla molla, ma a fenomeni elasto-plastici o viscosi, per cui, mentre nel caso della molla il recupero di forma è immediato, nel caso del mantello sono necessari migliaia di anni. La circostanza incide sia sui dati desunti dai metodi gravimetrici, sia su quelli generati dai metodi altimetrici.

Appare subito evidente che sia le variazioni di gravità che quelle altimetriche misurate dai satelliti, dipendono anche dal recupero isostatico glaciale (da ora in poi indicato con l’acronimo inglese GIA) e non solamente dalla perdita o acquisto di massa. Quanta parte della variazione di gravità misurata è dovuta al GIA e quanta parte è dovuta allo scioglimento dei ghiacci o alla deposizione di nuova massa (nevicate)? Allo stato attuale dell’arte nessuno lo sa con certezza, in quanto non siamo in grado di conoscere quanto vale GIA. L’assestamento isostatico glaciale dipende da diversi fattori che, a loro volta, variano da zona a zona: la granulometria dell’olivina del mantello, l’entità dei flussi di calore geotermico, le variazioni meccaniche connesse alla velocità di rotazione terrestre, ecc., modificano le caratteristiche fisico-meccaniche che regolano l’assestamento isostatico del mantello. Detto in altri termini il mantello non ha la stessa viscosità ovunque, per cui bisogna andare a calcolare GIA punto per punto. Oggi come oggi si utilizzano modelli fisico-matematici estremamente complessi che sono costituiti da un mosaico di modelli più semplici, ognuno dei quali tiene conto di uno o più parametri tra quelli che ho sinteticamente indicato nelle righe precedenti. Ebbene, questi modelli ci consentono di effettuare delle stime dell’assestamento isostatico glaciale punto per punto.

Siccome il mantello è caratterizzato da una superficie e da un volume, esistono due tipi di modellazione del suo comportamento: quello unidimensionale e quello tridimensionale. La differenza tra le due tecniche consiste, ovviamente, in una diversa onerosità del calcolo. Sulla base di alcuni studi sembrerebbe che la reologia tridimensionale e quella unidimensionale non diano risultati molto differenti, ma la discussione in materia è ancora aperta. Per chi volesse approfondire la questione, molto interessante mi è parso un articolo pubblicato nel 2015 da W. van der Wal e colleghi (W. van der Wal et al, 2015). Solo per inciso preciso che W. van der Wal et al, 2015, ha potuto accertare che il modello tridimensionale del GIA, fornisce risultati più aderenti ai dati GPS relativi al livello del mare ed alle variazioni delle masse glaciali continentali.

Nel caso dell’Antartico la stima delle variazioni regionali della variazione di massa glaciale è resa ancora più complicata dalla differente viscosità del mantello al di sotto dell’Antartide Occidentale e dell’Antartide Orientale. Il risultato di tutta questa complessità è splendidamente esemplificato da questa tabella tratta da W. van der Wal et al, 2015 (tab. 2):

Dalla tabella si vede che, a seconda del modello GIA preso in considerazione, la variazione di massa glaciale dell’Antartico varia in modo estremamente consistente. Ho provato a fare qualche calcolo ed ho ottenuto un valore dell’incertezza della stima pari al 32% circa: detto in altri termini, confrontando il valore massimo con quello minimo (entrambi possibili) si ottiene un rapporto quasi pari a due. Il discorso appena concluso dimostra che quando si parla di GIA, si affronta un argomento piuttosto scivoloso, per usare un eufemismo.

Solo due parole per il terzo metodo di stima del bilancio di massa glaciale dell’Antartide, ovvero il metodo di input-output. In questo caso si utilizza un modello per simulare le precipitazioni nevose (input) ed a queste si sottraggono le perdite per sublimazione (stimate con un altro modello) e quelle legate al deflusso ottenuto dallo scarico a mare dei fronti glaciali (ottenuti da un terzo modello). Anche questo metodo è fondato su dati satellitari.

Il gruppo internazionale di ricerca IMBIE (Ice Sheet Mass Balance Inter-Comparison Exercise) è partito da questa situazione di fatto ed ha cercato di ottenere una stima più precisa del bilancio della massa glaciale antartica. I risultati sono stati pubblicati su Nature in un recente articolo:

Mass balance of the Antarctic Ice Sheet from 1992 to 2017 (da ora IMBIE, 2018).

L’articolo è stato oggetto di un recente post a firma di G. Guidi qui su CM, ma a mio modesto giudizio, merita qualche considerazione in più alla luce di quello che ho scritto fino ad ora.
Riassumendo brevemente quanto ha già scritto G. Guidi, i ricercatori hanno raggiunto la conclusione che la calotta glaciale antartica, dal 1992 al 2017, ha perso circa 3000 miliardi di tonnellate di ghiaccio. In questo post non vorrei soffermarmi troppo sul valore assoluto del saldo negativo, ma sul tasso di variazione della perdita di massa glaciale in funzione del tempo: considereremo pertanto la derivata prima della massa glaciale rispetto al tempo (dM/dt) in modo conforme a quanto hanno fatto gli autori dell’articolo.

IMBIE, 2018 svolge un lavoro di rianalisi di 23 serie di dati: 14 gravimetrici, 7 altimetrici e 2 elaborati mediante metodo input-output (Extended data fig. 1). Lo studio consiste nel “comporre” queste serie di dati (diversi per tipologia ed estensione temporale) in modo da avere un’unica serie numerica che copra l’intero periodo compreso tra il 1992 ed il 2017. Bisogna precisare, infatti, che allo stato esiste una sola serie di misure (su base altimetrica) che copra tutto il periodo preso in esame, per cui l’unico modo per ottenere un dato unitario è quello di comporre le serie a disposizione.

IMBIE, 2018 ha innanzi tutto diviso l’Antartico in tre regioni (Penisola Antartica, Antartico Occidentale ed Antartico Orientale), suddivise, a loro volta, in molteplici bacini di drenaggio del ghiaccio e, successivamente, ha calcolato la variazione di massa glaciale per ognuna di queste tre zone. La variazione di massa glaciale, calcolata per l’intero continente antartico, è stata ottenuta sommando algebricamente le variazioni di massa calcolate per ognuna delle singole aree prese in considerazione. Essi hanno trasformato, infine, le perdite di massa (regionali e globali) in contributo alla variazione del livello del mare, ottenendo il grafico seguente.

Questo fotogramma, tratto da qui, illustra in maniera sintetica quanto ho appena scritto. (fonte: IMBIE Planetary Visions).

Stando alle conclusioni di IMBIE, 2018 l’Antartico Orientale non ha subito variazioni di massa o, per essere più precisi, evidenzia un leggero aumento di massa. La penisola Antartica perde massa, ma in modo costante, anzi negli ultimi anni sembra che il tasso di variazione delle perdite di massa glaciale si sia stabilizzato intorno ad un valore costante. Ciò che preoccupa è il tasso di variazione della perdita di massa dell’Antartico Occidentale: a partire dal 2005 la variazione della massa glaciale è fortemente aumentata. Nel breve video che ho citato, ma anche nella mappa che fa da sfondo al grafico, le zone rosse sono quelle caratterizzate da perdita di massa, quelle azzurre da aumento di massa, mentre in quelle bianche non si ha nessuna variazione di massa glaciale.

Come gli autori tengono a sottolineare, il loro studio non fa ricorso a metodologie di omogeneizzazioni statistiche, per cui i dati sono quelli grezzi desunti dai 23 studi che sono citati in bibliografia. La composizione delle serie è stata ottenuta facendo coincidere le parti in cui esse si sovrappongono. A questo punto è necessario fare alcune considerazioni.

Il primo aspetto che balza agli occhi è l’ampiezza della fascia di incertezza dei dati. Come ha sottolineato robertok06 in un commento al post di G. Guidi, la fascia di incertezza è confrontabile alla misura: l’incertezza relativa della misura è di circa il 50%. Si tratta di valori enormi che si giustificano essenzialmente con la grande incertezza nel calcolo del GIA e con l’incertezza connessa con i metodi input-output. Gli autori hanno effettuato le loro stime, assumendo per GIA la media di 12 modelli di stima del suo valore (la maggior parte globali ed alcuni regionali). I modelli presi in considerazione forniscono valori di GIA che oscillano tra 12 Gt/anno e 81 Gt/anno: 56 Gt/anno è la media dei 12 valori presi in considerazione. Questo dato fa traballare, a mio modesto avviso, tutto l’impalcato su cui si basa IMBIE, 2018. Mi spiego meglio. GIA è positivo quando i sensori satellitari lo vedono come un aumento di massa glaciale, negativo in caso contrario. Ciò significa che la variazione di massa glaciale, misurata a partire dai dati satellitari, deve essere depurata del valore di GIA. Ipotizzando una diminuzione della massa glaciale (come accade nella realtà), GIA va sommato algebricamente alla variazione negativa per cui rende maggiore, in valore assoluto, la diminuzione. Si intuisce, pertanto, che se GIA fosse pari al valore minimo, ci troveremmo di fronte ad una relativamente piccola diminuzione della massa glaciale, viceversa, se GIA assumesse il valore massimo, ci troveremmo di fronte ad una grande diminuzione della massa glaciale. Lo stesso ragionamento va rifatto, ovviamente al contrario, se GIA viene visto dai satelliti con il segno meno. A questo punto si capisce che se io non conosco in modo preciso quanto vale GIA, ho grande difficoltà a capire di quanto varia la massa glaciale.

Si potrebbe pensare che essendo GIA un valore pressoché costante in 25 anni, se io alla massa di oggi (sbagliata quanto si vuole) detraggo quella di 25 anni fa, dovrei eliminare l’errore e trovarmi con la variazione della massa glaciale. Non è così semplice. In primo luogo la variazione di GIA può essere caratterizzata anche da oscillazioni ad alta frequenza, decadali o sub decadali, a seconda del flusso geotermico. In secondo luogo i dati messi a confronto non sono omogenei. Dal 1992 al 2017 (vedi Extended data fig. 1) abbiamo una sola serie di dati continua. Tutte le altre coprono una parte del periodo preso in esame. In particolare i metodi gravimetrici coprono solo il periodo compreso tra il 2005 ed il 2017: meno della metà della serie. Questo comporta due ordini di problemi. Il primo riguarda la disomogeneità dei dati posti a confronto, il secondo la lunghezza della serie di dati che non consente di escludere oscillazioni ad alta frequenza le cui cause ci sfuggono. Ciò non significa che dobbiamo sottovalutare la situazione, ma che dobbiamo essere cauti nell’estendere al futuro più o meno lontano le conclusioni.

Se passiamo ad Extended data fig. 5, possiamo vedere chiaramente che le oscillazioni ad alta frequenza non devono essere considerate un fatto impossibile: i dati su base gravimetrica dimostrano, almeno per la regione dell’Antartico orientale, una forte variabilità in tutto il periodo preso in esame. La disomogeneità dei dati appare evidente mettendo a confronto i dati su base altimetrica con quelli a base gravimetrica e con quelli basati su metodi input-output. Per la Penisola Antartica e l’Antartico orientale i dati altimetrici ed alcuni gravimetrici evidenziano una variazione di massa poco diversa da zero (diciamo che oscilla intorno allo zero). Quelli basati sull’input-output ed alcuni gravimetrici, evidenziano, invece, una perdita di massa consistente per la Penisola Antartica ed un andamento che oscilla intorno allo zero per la parte orientale del continente.

Nel caso dell’Antartide occidentale, invece, il dato è costante sia per i dati gravimetrici che per gli altri: si registra una diminuzione di massa a partire dal 2005 circa e fino ai giorni nostri. Si tratta di un evento inedito e definitivo o di un fatto temporaneo? Non siamo in grado di dirlo e, ad onor del vero, non lo dicono neanche gli autori dell’articolo che si augurano di poter continuare le ricerche anche per il futuro, in modo da seguire l’evoluzione di un fenomeno preoccupante.

E per concludere un piccolo passo indietro. Il grafico che rappresenta il contributo all’aumento del livello del mare della perdita di massa della calotta glaciale antartica, evidenzia un brusco cambio di pendenza in corrispondenza del 2005. Considerando che in quel periodo cominciarono ad essere utilizzati i metodi gravimetrici e che essi fanno registrare una fortissima diminuzione di massa glaciale nell’Antartico occidentale proprio tra il 2005 ed il 2010, non vorrei che questa accelerazione nell’aumento del livello del mare, fosse frutto di un fatto accidentale legato ad un’oscillazione ad alta frequenza, visto che negli anni successivi il trend si è stabilizzato e, secondo alcune serie di dati, addirittura invertito.

Come si può intuire da tutto quello che ho scritto, le variazioni di massa glaciale ci sono e questo è fuori di dubbio. Il problema è stabilire la loro entità, quantificare, cioè, il problema. E qui abbiamo grandi difficoltà dovute alle enormi incertezze che caratterizzano i metodi di stima utilizzati. Analogo problema riguarda l’evoluzione nel tempo di queste variazioni di massa: sono aumentate o sono costanti nel tempo? Dai dati in nostro possesso non possiamo fornire una risposta univoca. E, infine, resta un problema di attribuzione. A cosa sono dovute queste variazioni di massa? Sono una conseguenza del riscaldamento globale o una conseguenza del fatto che ci troviamo in un interglaciale? Dipendono da variazioni delle caratteristiche geodinamiche e geotermiche del mantello e della crosta o da fenomeni legati alla temperatura delle acque oceaniche? E, per finire, perché la parte occidentale dell’Antartico si comporta in modo molto differente da quella orientale?

IMBIE, 2018 non offre risposta a nessuna di queste domande e, credo, che nessuno sia in grado di dirlo. Per quel che mi riguarda, sono dell’avviso che dobbiamo solo aspettare e vedere come evolvono gli eventi. Anche perché l’Antartico occidentale, vuoi per la presenza di vulcani sub-glaciali, vuoi per la tendenza alla frammentazione delle piattaforme glaciali galleggianti, vuoi per il fatto che GIA è diverso da quello dell’Antartico orientale, si comporta in modo anomalo e, pertanto, merita grande attenzione.

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Le Previsioni di CM – 18/24 Giugno 2018

Posted by on 23:44 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 18/24 Giugno 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

La cellula di alta pressione atlantica si protende in queste ore in direzione dell’Europa centrale per l’efetto combinato dell’azione incisiva del getto sull’Atlantico settentrionale e del minimo chiuso di geopotenziale sulle Canarie. Una depressione atlantica piuttosto intensa è in azione ad est dell’Islanda con associate nevicate a quote basse sull’isola e condizioni di maltempo sulla Norvegia. Il campo di massa è ancora piuttosto debole sull’Italia e sul Mediterraneo centro-orientale per l’azione di una vasta ondulazione che continua a convogliare aria relativamente fresca e instabile dalla Russia fin sulla Cirenaica (Fig.1).

L’evoluzione sinottica nel corso della settimana sarà caratterizzata da una pulsazione atlantica in direzione delle Svalbard con conseguente richiamo di aria fredda di recente origine artica che irromperà sull’Europa centrale attraverso uno stretto corridoio tra la cellula atlantica e quella continentale russa. Inevitabile un calo vistoso del campo termico sull’Europa centrale, con temperature minime che si porteranno su valori autunnali compresi tra 5 e 7 gradi su gran parte del continente europeo a nord delle Alpi.

L’Italia resterà ai margini dell’irruzione artica a causa della protezione offerta dall’arco alpino e per la fisiologica difficoltà con cui l’aria polare marittima riesce ad avanzare in profondità nel Mediterraneo in prossimità del solstizio d’estate. Tuttavia le condizioni del tempo peggioreranno in modo piuttosto deciso nella giornata di venerdi in particolare sul Triveneto, e resteranno comunque improntate per tutta la settimana all’insegna dell’instabilità pomeridiana in un contesto comunque gradevole per l’assenza di picchi di temperatura significativi e per l’azione di masse d’aria continentali a basso contenuto di umidità.

In prossimità del solstizio d’estate la stagione continua a mostrare segnali di irrequietezza per l’insistenza di situazioni sinottiche di blocco associate alla presenza di aree anticicloniche alle alte latitudini europee.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì e Martedì generalmente sereno o poco nuvoloso al Nord e sulle regioni centrali tirreniche con debole instabilità pomeridiana su zone interne e montuose associata a qalche debole piovasco. Su centrali adriatiche e al Sud condizioni di variabilità con passaggi nuvolosi alternati a schiarite e vivace instabilità pomeridiana sull’Appennino meridionale peninsulare.

Temperature stazionarie, ventilazione settentrionale più accentuata sui versanti adriatici.

Mercoledì generalmente sereno o poco nuvoloso al Nord e al Centro, ma con instabilità in aumento associata a fenomenologia moderata nelle ore più calde su regione alpina e appenninica. Al Sud nuvolosità irregolare con precipitazioni sparse, più probabili e intense sull’Appennino nelle ore più calde.

Temperature in diminuzione al Nord e su centrali tirreniche, in ulteriore lieve aumento sulle regioni ioniche. Venti in prevalenza dai quadranti occidentali, deboli.

Giovedì soleggiato al mattino ovunque, con incremento della nuvolosità dalla tarda mattinata su zone interne e montuose con associata fenomenologia da instabilità. Possibile sconfinamento dei fenomeni sulla Valpadana nelle ore serali.

Temperature stazionarie o in lieve aumento al Nord. Venti deboli.

Venerdì peggiora ad iniziare dalle regioni di Nord-est con rovesci e temporali diffusi, anche di forte intensità, in progressiva estensione verso le regioni centrali adriatiche e il resto della pianura padana. Schiarite ampie si versanti tirrenici, Sud in attesa.

Temperature in forte diminuzione sul Triveneto in estensione in nottata al resto del Nord. Entrano correnti tese di grecale sull’Adriatico settentrionale.

Sabato e Domenica si libera il Nord con l’instabilità che si sposta verso le regioni centro-meridionali con manifestazioni prevalentemente pomeridiane sulle zone interne e montuose.

Temperature in diminuzione nella giornata di Sabato e in lieve aumento la Domenica al Nord. Ventilazione debole dai quadranti settentrionali.

 

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Numeri da leggere al contrario

Posted by on 06:00 in Attualità | 9 comments

Numeri da leggere al contrario

Cerchiamo di anticipare i media di massa, ecco qua:

Ice loss in Antarctica is increasingly contributing to global sea level rise da Eurkalert

Mass balance of the Antarctic Ice Sheet from 1992 to 2017 da Nature

Numeri da capogiro:

  • Tra il 1992 e il 2012 pare che l’Antartide perdesse circa 76mld di tonnellate di ghiaccio all’anno, contribuendo quindi per circa 0,2mm/anno all’innalzamento del livello del mare
  • Dal 2012 al 2017, la quantità di massa di ghiaccio perduta pare sia triplicata, 219mld, per 0,6mm/anno di aumento del livello del mare
  • In totale, nel periodo sui cui si è concentrato lo studio, la perdita di massa dell’Antartide avrebbe contribuito per 8mm (7.6 ± 3.9) all’aumento del livello del mare

Dal momento che i miliardi di tonnellate fanno girare la testa, girate i numeri e vedrete che passerà. Per esempio:

  • La massa totale del ghiaccio antartico è di circa 27,601,654 miliardi di  tonnellate, cioè 27,602 miliardi di miliardi di tonnellate
  • Il totale di quanto perso e segnalato nell’articolo è circa lo 0.011% quindi,
  • il 99,989% del ghiaccio è ancora lì.

La faccenda non è rappresentabile graficamente, come scrive giustamente chi ha fatto i conti, per manifesta inferiorità di uno dei due termini 😉

Nel frattempo, nel 2017 sul Journal of Glacology:

Mass gains of the Antarctic ice sheet exceed losses

il cui abstract recitava:

Mass changes of the Antarctic ice sheet impact sea-level rise as climate changes, but recent rates have been uncertain. Ice, Cloud and land Elevation Satellite (ICESat) data (2003–08) show mass gains from snow accumulation exceeded discharge losses by 82 ± 25 Gt a−1, reducing global sea-level rise by 0.23 mm a−1

Cioè, non si capisce. Un periodo di osservazione diverso e molto più corto ma incluso in quello dello studio precedente in cui il bilancio di massa per l’Antartide pare sia stato positivo, perché l’accumulo di neve ha superato di gran lunga la massa persa per lo scarico dei ghiacciai in mare.

Fatte quindi le debite proporzioni, la frase finale del comunicato stampa dell’università che ha patrocinato lo studio opportunamente virgolettata e quindi direttamente riconducibile agli autori che recita:

We view these results as another ringing alarm for action to slow the warming of our planet

…è totalmente priva di senso.

 

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Silenzio, parla Koko.

Posted by on 06:01 in Attualità | 11 comments

Silenzio, parla Koko.

Una scomoda verità (cit.) sembra emergere da un numero sempre maggiore di studi sull’evoluzione del quoziente intellettivo umano: stiamo diventando più stupidi. Non che i segnali in questo senso mancassero, in verità…

In barba alla narrativa del globalismo più becero che addebita le sue sconfitte ai “vecchi” e affida la sua salvezza ai “gggiovani”, pare proprio che siano i secondi a subire maggiormente gli effetti dello scadimento delle capacità intellettive dell’homo sapiens. Le ricerche in materia si susseguono da tempo, in un silenzio imbarazzato da parte di quella stampa liberal ultra-maggioritaria sostenitrice delle magnifiche sorti e progressive del genere umano (per lo meno di quel genere umano, sempre più esiguo, che ancora li legge e per giunta gli crede).

Il dramma è tutto nel grafico allegato, una linearizzazione degna del miglior IPCC con una diagnosi di assoluta certezza (come quelle dei modelli climatici): di questo passo il signor Rossi avrà presto un quoziente intellettivo inferiore a quello del gorilla Koko. L’alternativa è credere alle profezie di Elon Musk, che ci vedono soccombere all’intelligenza artificiale prima di allora. Se faccio un confronto tra Musk e Koko, propendo comunque per la prima ipotesi, e il problema dell’intelligenza artificiale non me lo porrei. Almeno per il momento.

 

Fonte: Dailymail

Gli studi

L’Express ci informa di un recente studio norvegese su 730,000 uomini che ha evidenziato un calo drammatico delle facoltà intellettive degli stessi rispetto ai loro papà, confermando a sua volta due studi inglesi precedenti che avevano collocato il calo del QI per decade in un range tra 2.5 e 4.3 punti: una enormità che nel giro di qualche decennio ci metterebbe sui banchi di scuola in compagnia di Lessie e Peppa Pig. Tutti a lezione dal professor Koko.

Gli studi in materia sono numerosi e i risultati in molti casi paragonabili, con un comune denominatore: dopo la crescita del quoziente intellettivo iniziata al termine della seconda guerra mondiale, il trend si è invertito e dagli anni ’70 mostra una decisa diminuzione. Alle ricerche in questione si aggiungono anche evidenze più empiriche, come quella fornita dall’Università di Loughborough che ha riscontrato un crollo verticale della qualità degli studenti nello “A-Level” (l’equivalente del nostro esame di maturità): un ottimo studente di oggi sarebbe stato considerato una schiappa senza speranza negli anni ’60.

Le cause

Se gli studi sul quoziente intellettivo umano sono discutibili gia di per sè, figurarsi le analisi sulle motivazioni del presunto istupidimento generale. Le più tradizionali associano l’evoluzione del QI a fattori educativi e più in generale collegati al benessere, e quindi vedono in questi dati una conferma dell’ormai avvenuto raggiungimento del picco di benessere nelle economie sviluppate. Altri, invece, ne fanno una questione genetica e sostengono che il benessere abbia solo mascherato un declino cognitivo già in corso da tempo. Per rimanere in ambito genetico, i più politicamente scorretti sostengono che le coppie più istruite facciano meno figli e questo limiti la trasmissione genetica di facoltà intellettive superiori alla media: un modo elegante per dire che la mamma dello scemo è sempre incinta.

A chi scrive appaiono più convincenti le riflessioni sull’evoluzione dell’intelligenza umana in relazione allo sviluppo della tecnologia. L’istruzione è sempre più epidermica, siamo sommersi da una quantità infinita di informazioni e la capacità di approfondimento e di analisi non è più richiesta, perché un copia e incolla ben fatto trasforma quello che un tempo era un lavoro complesso e metodico in una pratica da sbrigare in un paio di minuti. In altre parole, la tecnologia ci sta rendendo più informati, ma meno intelligenti.

A chi giova?

Ammesso che le nuove tecnologie ci stiano realmente rendendo più stupidi e incapaci di approfondire e analizzare le informazioni da cui siamo sommersi, è forse il caso di notare che dietro quelle stesse tecnologie ci sono i giganti dell’high-tech e i nuovi padroni del potere finanziario mondiale, come discusso già in un precedente articolo. E dietro quei giganti e quei padroni, la stragrande maggioranza della stampa mainstream mondiale.

È facile immaginare quegli stessi padroni del vapore nel porsi la domanda delle domande: “La gente non ci crede più perchè si è rimbecillita? O più probabilmente, non si è ancora rimbecillita abbastanza da credere alle nostre storie?” Ed è proprio in questa penosa gara di velocità tra il rimbecillimento collettivo da social network e la manipolazione delle informazioni da parte di chi quei network li controlla, che si gioca il destino del genere umano.

Male che vada, tutti a scuola dal professor Koko: a studiare ambientalismo, relativismo, climatismo e russofobia. E non si dica che non ce lo saremo meritato.

 

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Venghino signori venghino

Posted by on 06:00 in Attualità | 4 comments

Venghino signori venghino

Ancora sulle scienze sociali e sulle buone ma ideologiche cause al traino del clima che cambia. E’ uscito fresco fresco un documento dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) nota agenzia dell’ONU. Si tratta di un fantastico report in tema di sostenibilità – nella fattispecie convenienza – della transizione verso un’economia verde e verso un clima che limiti ai 2°C dell’accordo di Parigi il riscaldamento del Pianeta.

Pronti a salire sulla giostra? Ecco qui il comunicato stampa, da cui leggiamo che nel solo settore energetico sarebbero 24 i milioni di posti di lavoro che si genererebbero di qui al 2030, di cui ben 12 in Europa; sei quelli che andrebbero persi… ops, La Stampa, che ha rilanciato e tradotto il CS si è dimenticata di fare i conti e ha citato solo quelli in positivo… cosa volete che sia un errore del 30%?

Un’inezia, anche perché gli unici a rimetterci pare sarebbero i Paesi grandi produttori di combustibili fossili, meschini.

Ah, pare che nel breve medio termine non sarà una passeggiata, tanto che si consigliano altamente solide politiche di sostegno al reddito ma poi, quando gli estensori saranno tutti spariti dalla circolazione andrà tutto alla grande ;-).

Ah bis, ma i numeri reali? Qual è il saldo attuale dei posti di lavoro creati dopo il primo ventennio di policy salva-clima?

In compenso però sembra che una buona parte dei posti di lavoro persi saranno a carico dell’heat stress, cioè ore di lavoro perse a causa del caldo… no comment…

Consiglio, saltate a piedi pari il comunicato stampa che è un manifesto programmatico e, se proprio non avete di meglio da fare, scaricate qui il report per intero, possibilmente non nell’ora della sonnolenza post prandiale.

Enjoy.

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Grano salis nel clima

Posted by on 06:00 in Attualità | 5 comments

Grano salis nel clima

Molti la chiamano la guerra del clima, a torto ma anche a ragione. A torto perché il solo concetto di guerra in quello che dovrebbe essere un terreno scientifico va rigettato per se. A ragione perché, dimentichi di questo concetto di base, molti si comportano di fatto come se fossero in guerra, per fortuna e per ora solo dialettica ma, tant’è.

Sono passati solo pochi giorni da quando vi abbiamo segnalato un articolo del WSJ che presagisce la fine del climate change inteso come causa che agita i cuori e le masse, non essendosi mai davvero scaldati i primi e restando in larga misura indifferenti le seconde. Oggi, per restare in argomento, è la volta di un Tweet di Roger Pielke Sr, che riprende un post pubblicato da Judith Curry sul suo blog:

Nel post la Curry riprende a sua volta un paper in cui è stata compiuta un’analisi della destinazione d’uso dei generosi fondi messi a disposizione da varie associazioni filantropiche americane nel periodo 2011-2015 per la causa del clima che cambia. Si scopre che la maggior parte della cospicua somma di oltre 550mln di dollari devoluti, sono stati destinati a progetti di comunicazione del tema dei cambiamenti climatici, alle risorse rinnovabili ed alla opposizione alle fonti fossili, mentre solo una piccola parte, il 10% circa, è stato destinato a progetti tecnologici che affrontassero il problema in termini pratici.

La sensazione, molto più che tale in realtà, è che il tema sia molto autoreferenziale o, se preferite, autosostenuto, laddove l’esistenza di una problematica reale e di una consolidata volontà di risolverla, dovrebbero veder prevalere il senso pratico, ovvero la concentrazione degli sforzi maggiori verso l’unica soluzione possibile, quella della tecnologia e dell’innovazione.

Ma, nella guerra del clima, affrontare i temi con senso pratico, per esempio come fa l’altro Roger Pielke (quello jr), lavorando sodo sui dati dei costi derivati dagli eventi estremi e scoprendo che questi sono in realtà legati molto più a fattori infrastrutturali che climatici, è comunque visto come una forma di negazione della verità assoluta, quindi da non prendere in considerazione in quanto potenzialmente dannoso per la comunicazione del problema, dove guarda caso fluiscono la maggior parte delle risorse disponibili.

Ancora una volta, si legge nel paper, il segreto dell’insuccesso è nella politicizzazione del dibattito scientifico, avvenuta per appropriazione indebita della leadership da parte di gruppi di attivismo sociale sui cui temi l’approccio è divisivo per definizione. Di qui la netta quanto assurda separazione – se il problema clima esiste è di tutti – tra sostenitori della causa e oppositori della stessa, nella perfetta dicotomia del rosso e nero, della destra e della sinistra, del progressismo e della conservazione.

E’ un’analisi di cui vi consiglio la lettura, chissà che non torni buona a sfumare, quindi avvicinare qualche posizione, di quella che di fatto dovrebbe essere solo ed esclusivamente ricerca della conoscenza.

Buona giornata.

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Le Previsioni di CM: 11/17 Giugno 2018

Posted by on 06:01 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM: 11/17 Giugno 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Quadro sinottico mutato sul quadrante europeo per lo spostamento della cellula scandinava in direzione della Groenlandia e dell’arcipelago artico canadese, con conseguente insediamento di un dipolo depressionario tra il Mare di Kara e la Finlandia. Aria artica viene convogliata sul fianco orientale della cellula artica per effetto dell’azione del dipolo citato: nevicate estese interessano le Svalbard e il Mare di Barents, e l’aria fredda scava in queste ore un’ansa depressionaria tra la Francia e la penisola iberica, con isolamento di un minimo chiuso di geopotenziale che porta in queste ore rovesci e temporali intensi sull’Esagono.

In risposta dinamica all’approfondimento della saccatura sull’Europa occidentale, un cuneo anticiclonico interessa l’Italia con particolare riferimento alle regioni meridionali, più direttamente interessate dalla rimonta di aria calda africana (Fig.1).

L’azione del cuneo anticiclonico sull’Italia si rivelerà effimera per la facilità con cui la saccatura atlantica riuscirà ad avanzare nel cuore del Mediterraneo, anche grazie alla spinta di un getto insolitamente vivace per il periodo, che favorirà la distensione della cellula atlantica secondo i paralleli, in direzione del Mediterraneo occidentale. La ferita inflitta al geopotenziale sul Mediterraneo guarirà lentamente, con l’angolo nord-occidentale ad uscirne per primo, e il Sud Italia interessato da condizioni di vivace instabilità fino alla fine della settimana (Fig.2).

Proprio in prossimità del solstizio d’estate la situazione sinottica in Europa mostra segnali di un cambiamento che potrebbe essere piuttosto profondo: con l’estensione sul Mediterraneo della cellula atlantica le condizioni atmosferiche potrebbero volgere verso una sostanziale stabilizzazione, in assenza di eccessi termici significativi. Per eventuali conferme, l’appuntamento è ovviamente alla prossima settimana.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì instabilità in aumento sull’Arco alpino con fenomenologia in intensificazione e possibili sconfinamenti sulla Valpadana. Generalmente sereno o parzialmente nuvoloso sul resto del Paese con addensamenti pomeridiani sull’Appennino.

Temperature in ulteriore aumento al Sud. Venti deboli occidentali sui bacini di ponente, deboli variabili altrove.

Martedì Al Nord, Toscana e Umbria generali condizioni di instabilità con rovesci e temporali diffusi. Nuvolosità irregolare e fenomenologia più sporadica su Romagna e Marche. Sulle restanti regioni generali condizioni di cielo sereno o parzialmente nuvoloso salvo addensamenti pomeridiani sull’Appennino accompagnati da locali e sporadici rovesci tra la Lucania e la Puglia centrale.

Temperature in diminuzione al Nord e su centrali tirreniche, in ulteriore lieve aumento sulle regioni ioniche. Venti in prevalenza dai quadranti occidentali, deboli.

Mercoledì ancora instabilità al Nord, con estensione a tutte le regioni centrali peninsulari, con fenomenologia sparsa a prevalente carattere di rovescio o temporale. Sulle rimanenti regioni cieli prevalentemente poco o parzialmente nuvolosi.

Temperatura in diminuzione ovunque, specie al Meridione. Venti deboli dai quadranti occidentali; deboli variabili su Adriatico e Jonio.

Giovedì l’instabilità si estende alle rimanenti regioni italiane, più spiccata su quelle centrali e in diminuzione progressiva su quelle settentrionali. Fenomeni sparsi praticamente ovunque, a carattere di rovescio o temporale e più probabili e intensi nelle ore più calde e nelle regioni interne e montuose.

Temperature stazionarie. Venti sostenuti di maestrale su canali di Sardegna e Sicilia, deboli variabili altrove.

Venerdì si attenua l’instabilità al Nord e al Centro, con fenomenologia prevalentemente debole e sporadica. Si intensifica invece al Sud, con fenomeni diffusi a prevalente carattere di rovescio o temporale.

Temperature in lieve ulteriore diminuzione al Sud, ventilazione vivace dai quadranti settentrionali.

Sabato e Domenica si consolidano condizioni di stabilità al Nord e al Centro. Ancora instabile al Sud con fenomenologia ancora piuttosto intensa specie sulla regione appenninica e sulle zone interne, in lenta attenuazione a partire dalla giornata di Domenica.

Temperature in aumento al Nord e al Centro; un po’ di caldo sull’angolo nord-occidentale.

 

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