Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

Le Previsioni di CM – 28 Gennaio / 2 Febbraio 2020

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Le Previsioni di CM – 28 Gennaio / 2 Febbraio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Nessuna novità significativa a livello sinottico sul quadrante europeo per la persistenza di un flusso principale teso che solo episodicamente riesce a coinvolgere, seppur in modo marginale, le regioni italiane centro-settentrionali (Fig.1). L’ennesimo sistema perturbato è in azione in queste ore in prossimità dell’Islanda: pilota aria artica marittima in direzione delle isole britanniche con associate nevicate fino al piano in queste ore sulle Midlands inglesi. Le sue propaggini meridionali interessano l’arco alpino con associate nevicate limitate quasi esclusivamente ai versanti esteri.

Nel corso della settimana non si assisterà a modifiche significative del pattern circolatorio, con il fronte polare assai poco ondulato ed ingresso di aria mitissima sul Mediterraneo sotto l’azione incessante del getto.

Linea di tendenza per l’Italia

Martedì nevicate sull’arco alpino in prossimità dei crinali di confine, persistenti sulla Valle d’Aosta. Nuvolosità irregolare sui versanti tirrenici con qualche sporadica precipitazione più probabile su quelli meridionali peninsulari. Altrove prevalenti condizioni di stabilità con cieli per lo più parzialmente nuvolosi.

Temperature in lieve aumento al Centro-Sud. Ventilazione vivace di ponente su tutti i bacini con rinforzi sul Mar Ligure.

Mercoledì generali condizioni di stabilità, salvo passaggi nuvolosi sulle regioni tirreniche in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in diminuzione sulle Alpi, ventilazione vivace di ponente con rinforzi su Mar Ligure, medio e alto Tirreno.

Giovedì generali condizioni di stabilità con tendenza ad aumento della nuvolosità sul Nordovest con associate deboli nevicate sulla Valle d’Aosta e qualche rovescio possibile anche sulla Versilia.

Temperature in lieve diminuzione al Nord e versanti adriatici, ventilazione in attenuazione con residui rinforzi di tramontana sullo Jonio.

Venerdì qualche passaggio nuvoloso sulle regioni tirreniche e associate deboli e sporadiche precipitazioni su Sicilia e basso Tirreno peninsulare. Ampie schiarite sul resto del Paese.

Temperature stazionarie, ventilazione debole.

Sabato nubi in transito sulle regioni centrali con qualche sporadica precipitazione, bel tempo altrove.

Temperature in aumento, entra il libeccio sul Mar Ligure.

Domenica generali condizioni di stabilità.

Temperature in ulteriore aumento, venti generalmente deboli.

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La serie di CO2 in Groenlandia e in Antartide

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La serie di CO2 in Groenlandia e in Antartide

All’inizio di gennaio 2020 è apparso sul sito Watts Up With That (WUWT) un interessante articolo di Renee Hannon che riconsidera l’attendibilità delle serie (purtroppo frammentarie) della CO2 nelle carote groenlandesi (GRIP, GISP, GISP2, NEEM) a lungo ritenute “contaminate” perché non confermate dalle equivalenti serie antartiche e più in particolar mostrano ampie fluttuazioni di concentrazione, non presenti nelle serie del sud e anche valori mediamente più elevati. Queste oservazioni hanno portato all’idea che reazioni chimiche in-situ, dopo la formazione delle bolle d’aria, possano aver modificato (in entrambi i sensi: aumentato e diminuito) la concentrazione e la variabilità della CO2.

      Alcune carote groenlandesi:

  • GRIP:   GReenland Ice Core Project
  • GISP:   Greenland Ice Sheet Project
  • GISP2: Successore di GISP in altra stazione. Anche 1.55 m nella roccia.
  • NGRIP: North Greenland Ice Core Project
  • NEEM: North Greenland Eemian Ice Drilling Ice Core

 

da Smith et al.,1997:
“The in-situ reactions which contribute to the modification of the concentrations of paleoatmospheric CO2 may include both CO2 uptake as well as CO2 production.

One possible explanation for unusually low CO2 concentrations, first suggested by Neftel et al. (1982), is that CO2 is absorbed in the ice by reacting with carbonate occurring according to the equation
CO2+CO32-+H2O –> 2HCO3

Ciò ha reso di fatto inutilizzabili i risultati sperimentali, inibendo la disponibilità di altre serie di CO2 da carote groenlandesi (anche se non ho trovato serie di CO2 diverse da quella descritta qui, questa affermazione potrebbe non essere vera: vedere le molte carote groenlandesi nell’elenco, non tutte verificate).

Fig.1: Concentrazione di CO2 dal 1978 al 2018 nelle stazioni di Barrow (verde) e del Polo Sud (rosso). La linea blu è il fit parabolico di Barrow. La fase opposta delle oscillazioni dipende dalla stagionalità nord-sud. Da notare le oscillazioni di minore ampiezza e i valori mediamente inferiori della serie del Polo Sud.

La teoria delle reazioni in-situ a me sembra debole, sia perché l’andamento generale dei (pochi) dati disponibili non si discosta in modo vistoso dalle serie antartiche di CO2, ad esempio dalla serie composita di figura 3, sia perché le osservazioni dirette (moderne) di figura 1 e del suo ingrandimento (figura 2) mostrano le stesse caratteristiche osservate nelle carote groenlandesi. La recente disponibilità di filmati relativi alla distribuzione globale di CO2 evidenzia le differenze nord-sud, ad esempio in questo video. E’ vero che nel filmato le differenze massime sono di circa 20 ppm (gli estremi della scala cambiano) e che probabilmente queste non sono sufficienti ad intaccare il concetto di gas “ben distribuito spazialmente” nell’atmosfera del pianeta, ma è anche vero che ci sono differenze sistematiche tra nord e sud e che proprio oscillazioni di ±10 ppm distinguono la serie antartica da quella groenlandese in figura 2.

Fig.2: Ingrandimento di figura 1 per evidenziare le differenze nord-sud. Le parti discendenti della serie di Barlow identificano la fotosintesi, quando la CO2 viene assorbita ed usata nella crescita delle piante in primavera-estate. Le parti ascendenti rappresentano i processi catabolici, di cui un esempio è la respirazione cellulare, che rilasciano anidride carbonica, in autunno. In inverno si ha una fase di ridotta attività corrispondente ai massimi della curva. Queste fasi sono deboli nella serie antartica. Da notare l’intervallo di 20 ppm, simile a quello del filmato.

In figura 3 viene mostrato il confronto diretto tra due serie della concentrazione di CO2, da GISP2 (Groenlandia) e una composizione da Vostok ed EPICA (sia di Talos Dome che di Maud Land, in Antartide).

Fig.3: Confronto tra le serie di CO2 antartica (composita, rosso) e groenlandese (GISP2, grigio). La linea blu è un filtro passa-basso su 10 punti applicato alla serie di GISP2. Il dettaglio della composizione della serie antartica si può vedere in questo grafico nel sito di supporto.

Per un confronto più completo è importante includere anche le serie di temperatura (tramite il dato di prossimità δ18O o d180) come ho fatto in figura 4, consapevole della difficoltà di lettura di un grafico che quasi sicuramente contiene troppe informazioni. Per questo invito ad usare anche la versione semplificata con solo i dati filtrati.

Fig.4: Antartide e Groenlandia: temperatura (d180) a Vostok (Antartide, linea nera) e in Groenlandia (GISP2, linea verde); anidride carbonica in Antartide (Vostok, linea rossa) e in Groenlandia (GISP2, linea blu). Sono anche identificati un evento freddo (Younger Dryas o Dryas recente) e un evento caldo (Bølling- Allerød o B-A). Il grafico inferiore è un ingrandimento di quello superiore.

Un aspetto evidente delle figure 3 e 4 è che non sono disponibili abbastanza dati per la CO2 della calotta glaciale groenlandese, forse per i dubbi espressi all’inizio su questa grandezza, il che non contribuisce ad una maggiore comprensione dell’evoluzione climatica dell’emisfero nord e, in definitiva, dell’intero globo. L’uso comune di paleo-serie antartiche di CO2 anche per le regioni artiche contribuisce ulteriormente all’incertezza complessiva. Il concetto di “CO2 ben distribuita” cui si è accennato per il filmato, deve essere integrato, al minimo, con “a meno di 20-30 ppm” e quelle 20-30 ppm sono proprio la discriminante che permette di escludere o accettare la CO2 groenlandese. Anklin et al., 1995 scrivono nel riassunto: “The deviations between Antarctic and Greenland CO2 records raises up to 20 ppmv during the last millennium. We observe short term CO2 variations in the range 10-20 ppmv which cannot represent atmospheric CO2 variations.

Fig.5: Il corpo principale della serie groenlandese di CO2 (GISP2: Smith et al., 1997) con le bande di incertezza statistica (2σ, giallo) e i valori centrali (linee verdi) di alcuni eventi di Bond.

Una conferma, almeno parziale, della bontà dei dati di CO2 di GISP2 viene dalla figura 5 nella quale sono mostrati alcuni degli eventi di Bond (rapide fluttuazioni di temperatura) sia come valore centrale che come intervallo di incertezza, estratti dalla Tabella 1 di Bond et al., 1997. Le bande gialle, in alcuni casi, sono troppo ampie per essere utili ma in ogni caso identificano eventi durante i quali la concentrazione di CO2 varia rapidamente. I valori centrali definiscono l’età degli eventi e, in almeno un paio di casi (14.8 e 16.9 Ka), per la CO2 non lo fanno: nel complesso, però, anche considerando la bassa definizione della curva di calibrazione usata, il confronto con gli eventi di Bond sembra positivo.

 

In conclusione, se differenze di 10-20 ppm tra Nord e Sud nella concentrazione di CO2 sono considerate significative, è difficile parlare di distribuzione uniforme di questo gas serra e quindi è necessario avere a disposizione serie distinte di CO2.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto

Bibliografia

  • Anklin M., Barnola J-M, Schwander J., Stauffer B. and Raynaud D.: Processes affecting the CO2 concentrations measured in Greenland ice Tellus47B, 461-470, 1995. link
  • Gerard Bond, William Showers, Maziet Cheseby, Rusty Lo Peter Almasi, Peter deMenocal, Paul Priore, Heidi Cullen, Irka Hajdas, Georges Bonani: A Pervasive Millennial-Scale Cycle in North Atlantic Holocene and Glacial Climates , Science278, 1257-1266, 1997. link
  • Neftel, A., H. Oeschger, J. Schwander, B. Stauffer and R. Zumbmnn: Ice core sample measurements give atmospheric CO2 content during the past 40,000 yrNature295, 220-223, 1982.
  • H.J. Smith, M. Wahlen, D. Mastroianni, K.C. Taylor: The CO2 concentration of air trapped in GISP2 ice from the Last Glacial Maximum-Holocene transitionGeophysical Research Letters24/1, 1-4, 1997. http://dx.doi.org/10.1029/96GL03700

 

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Un po’ di sana lettura

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 5 comments

Un po’ di sana lettura

Torniamo alla scienza, anzi, come dall’ultimo accalorato appello lanciato anche a Davos, ascoltiamola. Purtroppo però, al riguardo non ci sono scorciatoie, quindi occorre leggere. Scatta quindi uno dei nostri consueti inviti alla lettura, nella fattispecie di tre paper molto recenti.

Il primo

Nel primo si parla di trend dello squilibrio del bilancio radiativo. Conoscere quanta energia entra nel sistema e quanta ne esce, appunto il bilancio, e sapere questo quanto e per quanto tempo si allontani dai numeri che si conoscono, è certamente cruciale in materia di global warming e conseguente climate change. Nelle prime due decadi di questo secolo, il trend dello squilibrio del bilancio radiativo è negativo, nonostante la persistenza delle forzanti antropiche. Questo conferma il rallentamento del global warming (se preferite hiatus, ancora visibile nelle osservazioni satellitari, meno in quelle superficiali) ma, soprattutto, conduce a bassi valori di sensibilità climatica, nota come la reazione del sistema all’aumento della concentrazione di gas serra. Molto, molto più bassi di quanto stimato, per un problema clima molto, ma molto meno grave di quanto prospettato.

Qui il paper, Decadal Changes of the Reflected Solar Radiation and the Earth Energy Imbalance, qui alcune interessanti considerazioni sul blog di Judith Curry: Climate sensitivity in light of the latest energy imbalance evidence.

Il secondo

L’ENSO o, più in generale il clima dell’area del Pacifico equatoriale, oltre ad essere determinanti per il clima di buona parte del pianeta, sono soggetti ad elevata variabilità ed a periodi di quiete anche molto lunghi, dell’ordine del millennio. Esiste un collegamento tra queste dinamiche ed i parametri orbitali? Difficile a dirsi, anche perché i modelli attualmente disponibili non riescono a riprodurle, né nel breve, né nel medio, né nel lungo periodo climatico.

Il paper è qui: Links between tropical Pacific seasonal, interannual and orbital variability during the Holocene.

Il terzo

Inverni più rigidi a causa del caldo? Non è detto, anzi, non può ancora esser detto. L’amplificazione artica, ossia il riscaldamento delle alte latitudini dell’emisfero nord è due volte più rapido della media globale. Un riscaldamento correlato con una tendenza al raffreddamento dei mesi invernali sulle aree continentali delle medie latitudini. Se questa correlazione possa diventare anche una causalità è investigato attraverso studi di attribuzione condotti impiegando dei modelli climatici. I risultati sono però discordanti, sia nella comparazione tra osservazioni e simulazioni, sia tra diversa tipologia di modelli. In sostanza, il freddo non viene dal caldo, almeno non ancora.

Il paper è qui: Divergent consensuses on Arctic amplification influence on midlatitude severe winter weather.

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Aggiornamento Outlook inverno 2019-2020

Posted by on 07:00 in Attualità, Meteorologia, Outlook | 11 comments

Aggiornamento Outlook inverno 2019-2020

In questo aggiornamento più che concentrarmi nel fare nuove proiezioni vorrei fissare maggiormente l’attenzione su ciò che sta avvenendo e, in parte alla sua origine, in quest’ultimo caso grazie al senno di poi.

Per prima cosa esaminiamo la posizione dell’asse e il centro di massa prevalente del vortice polare stratosferico nel mese di dicembre e in questo primo scampolo di gennaio attraverso le figure 1, 1a e 1b, rispettivamente del mese di dicembre, gennaio e la posizione dal primo dicembre all’11 gennaio. Come è possibile notare la posizione dell’asse è rimasta più o meno inalterata confermando la persistenza dello stesso schema già discusso nel precedente articolo. Come ben osservabile ci sono state piccole variazioni di posizione dell’asse che si notano per l’intero periodo esaminato, ad indicare che le rotazioni e le perdite di eccentricità sono state assai rapide e i disturbi mai del tutto scomparsi. Ovviamente c’è da tenere presente che il dato complessivo è fortemente influenzato dal fatto che per dicembre è disponibile l’intera serie, mentre per gennaio abbiamo solo la prima decade. Come scritto nel precedente articolo le posizioni sia dell’asse che del centro di massa non favoriscono la stazionarietà della prima onda che, nella sua progressione di sviluppo, scivola verso il continente nord americano imponendo dapprima un deciso disturbo e spostamento verso l’area Siberiana del vortice polare e poi, in fase di risoluzione, un accentramento della massa con raffreddamento, calo del geopotenziale e accelerazione zonale. Inoltre questo movimento ha sfavorito, nel migliore dei casi, o inibito completamente, nel peggiore, lo sviluppo della seconda onda. Da questo schema si può anche capire il perché dei flussi di calore mediamente divergenti (equatorward), salvo qualche rara eccezione. Questo quadro si è ripetuto durante questa prima parte invernale e ci sono già i presupposti per una riedizione.

Come secondo aspetto, connesso a quanto appena scritto, c’è la conferma del mancato ESE cold che più avanti illustrerò tecnicamente. Come scritto nei commenti al precedente articolo un Evento Stratosferico Estremo è un evento che incide profondamente nell’evoluzione stratosferica e troposferica. Riporto soltanto poche righe di risposta ad un commento che ritengo basilari e da tenere sempre presente.

“…Posso però anticiparti che a mio modesto avviso non si avrà l’ESE cold se non evidenziato nel numero del NAM10hPaOrmai è qualche anno che vado scrivendo che il valore del NAM10hPa non è di per sé esaustivo nell’interezza dei casi a descrivere sempre e comunque il conclamarsi di un evento stratosferico estremo. Ricordo che un evento stratosferico estremo trae origine da un’anomalia dell’attività d’onda troposferica che si evidenzia attraverso il tracciante dei flussi di calore traendo spesso origine da un’alterata attività convettiva tropicale a sua volta indice di alterazioni della quantità di calore latente e sensibile (vedi anche l’ENSO)”.

Un ESE, così come la letteratura insegna, è un evento che non evolve in un qualsiasi lasso di tempo attraverso una qualsiasi dinamica ma necessita di particolari processi di propagazione la cui durata è attorno ai 60 giorni. Questo significa che un comportamento che differisce sia nei processi di avvio che di propagazione nonché dei tempi indicati non è classificabile come ESE a prescindere dal superamento della soglia del NAM10hPa poiché non sono presenti le caratteristiche fisiche a supporto di tale dinamica. Questi eventi rientrano nei casi identificati con i nomi di Low/High Heat Flux Events (Waugh e Polvani) che hanno durata inferiore, attorno ai 40 giorni, e dinamiche diverse. Dunque un evento estremo, o un high/low heat flux events, hanno la loro genesi in troposfera ma differiscono nella dinamica e nella evoluzione. La loro causa è però sempre riconducibile ad una anomalia dei flussi di calore e, nel caso specifico di un ESE, Polvani ha individuato chiaramente il superamento del valore di ±5,5K m/s. Dunque limitarsi a classificare un ESE solo attraverso il superamento della soglia del NAM10hPa è quantomeno riduttivo e in taluni casi può esporre  a errori di valutazione e susseguente prognosi. Tornerò più avanti a discuterne.

Il NAM è assimilabile, semplificando, al valore normalizzato dell’anomalia del gradiente meridionale del geopotenziale rilevato tra i 20°N e i 90°N o anche tra i 60°N e i 90°N (le due modalità offrono alcune  differenze nei risultati).

Veniamo al caso attuale in cui il valore del NAM10hPa è stato superato, anche abbondantemente, come visibile in figura 2 a partire dal 12 gennaio scorso. In verità la variabile più interessante del grafico è rappresentata dalla curva dell’indice SEI (Stratospheric Event Index) che assimila sia il NAM10hPa che l’anomalia dell’attività d’onda espressa mediante l’anomalia dei flussi di calore alla quota isobarica di 100hPa recependo i risultati di ricerca di Polvani. L’indice è normalizzato al NAM10hPa seguendo le stesse soglie positive e negative così da essere da un lato facilmente fruibile e dall’altro comparabile allo stesso NAM10hPa. L’indice SEI ci informa che non sono state raggiunge le anomalie necessarie per dichiarare con sicurezza in atto una dinamica di ESE di tipo cold.

Dunque guardando la figura 3, inerente gli eventi dei flussi di calore calcolati su di un intervallo di 40 giorni, si nota che il loro valore raggiunto al superamento della soglia di +1,5 dell’indice NAM10hPa, è effettivamente ancora lontano dalla soglia critica dei -5,5K m/s. Dal grafico 2 si nota anche la notevole anomalia raggiunta dal vento zonale sempre alla quota isobarica di 10hPa che induce ad indicare un vortice piuttosto “chiuso”. In realtà guardando la figura 4, inerente l’indice del tipo di circolazione in atto e prevista (barotropica o baroclina) rispetto alla media attesa nel periodo, si evidenzia chiaramente il tipo di circolazione baroclina che indica la presenza di disturbi d’onda in grado di mantenere una sufficiente eccentricità tale da impedire una caduta dei flussi di calore.

Infatti dalla figura 5 inerente la media del geopotenziale alla quota isobarica di 10hPa dal 7 gennaio al 16 gennaio scorso si nota la forma ellittica del vortice, ma salta all’occhio la posizione dell’asse dello stesso tra il nord Atlantico e la Siberia nord orientale. In siffatta posizione la prima onda tende a scivolare verso il Canada provocando uno spostamento del vortice verso il lato siberiano mantenendo il centro di massa mai sotto i 75°N di latitudine.

Il complesso di queste informazioni deve far dubitare sulla realizzazione di un ESE cold ma per avere un ulteriore conferma analizziamo prima le differenze medie della distribuzione delle anomalie del geopotenziale attraverso i casi di Low Heat Flux Events (d’ora in poi abbreviato LHFE) e i casi di ESE cold con il superamento della soglia NAM10hPa e degli eventi dei flussi di calore (d’ora in poi abbreviato in HNE) visibile nei grafici in figura 6, tratti dal lavoro di Polvani.

Le zone contrassegnate dalle lettere rappresentano le impronte digitali delle due dinamiche i cui effetti troposferici possono apparentemente sembrare simili ma che in effetti consegnano processi e dinamiche di incipit ed evoluzione assai diverse.

Entriamo nello specifico: alle lettere contrassegnate A, B e C corrisponde una dinamica di High Heat Flux Event (d’ora in poi abbreviato HHFE) con evento T-S-T che mediamente trova i massimi effetti di anomalia positiva del geopotenziale nella media stratosfera, proprio attorno ai 10 hPa, e anomalie via via più contenute fino a scomparire nell’alta stratosfera ai limiti della stratopausa. Vediamo di individuare le corrispondenze, se ce ne sono, nella stagione 2019-2020. I grafici delle figure 7, 8 e 9 ci aiutano visivamente a ricostruire la scena con le medesime lettere. Come è possibile constatare tra la seconda metà di novembre e la prima di dicembre si è avuto un evento T-S-T prodotto da un HHFE. Se ci soffermiamo sui grafici alle figure 2 e 9 possiamo indicare il giorno 2/12/2019 in cui si è raggiunto il minimo valore del NAM10hPa e il giorno 12/01/2020 in cui si è raggiunto il valore di soglia positivo del NAM10hPa. Il tempo trascorso dunque tra l’HHFE e il momento zero del LHFE con il raggiungimento della soglia NAM10hPa di +1,5 è di 41 giorni perfettamente riconducibile alla dinamica media dei casi di cui alla figura 6 tratta dal lavoro di Polvani. Infatti se guardiamo nuovamente il grafico degli Eventi dei Flussi di Calore contrassegnato questa volta alla figura 10 riconosciamo chiaramente gli eventi HHFE e LHFE che si sono succeduti ad una distanza temporale di 43 giorni. Inoltre, sempre dalla figura 6, in un HNE rispetto ad un LHFE si possono chiaramente vedere i tipici impulsi dell’evento che, nel caso di un LHFE, non si presentano se non nel momento conclusivo dell’evento stesso nel periodo compreso tra i 20 e i 35 giorni successivi il tempo zero. Dalla figura 9 intanto mancano sia il primo impulso di risposta immediata al superamento della soglia di un HNE e i successivi di cui alla lettera O, ma si scorge nella previsione la pulsazione di cui alla lettera G, facente parte della chiusura dell’evento databile attorno alla fine di gennaio ovvero 15 giorni, o poco più, dal superamento della soglia.  Dunque tutti gli aspetti evidenziati ci portano ad escludere l’insorgere di un classico ESE cold.

Ma come si generano questi impulsi?

La stratosfera è assimilabile ad un sistema quasi barotropico caratterizzato da elevata stabilità statica e da onde lunghe quasi stazionarie. Questo significa che le isoipse sono assimilabili alle isocore ovvero, a volume costante, la pressione varia in funzione della temperatura.

Se il vortice polare è soggetto ad assenza di disturbi, provocati dalle onde principali, il centro di rotazione tende a conquistare una posizione prossima al polo geografico acquistando una struttura quasi barotropica. Ora la variazione di pressione può essere approssimata alla variazione di temperatura secondo la seconda legge di Gay-Lussac p=p0 (1+αΔt).

Come già scritto i processi che conducono verso un qualsiasi evento stratosferico trovano la loro origine in anomalie troposferiche di attività d’onda e di conseguenza dei flussi di calore. Nei 45/50 giorni che precedono un HNE si assiste ad una costante riduzione dei flussi di calore e la temperatura della media stratosfera diminuisce raggiungendo valori ben al di sotto dei valori medi del periodo. Alla cessazione dei disturbi provocati dalle onde planetarie il vortice conquista il polo geografico e assume una struttura quasi barotropica. Quindi secondo la legge di Gay-Lussac, considerate le anomale basse temperature raggiunte in area polare, si determina in maniera improvvisa un vero e proprio crollo del geopotenziale alla ricerca di un equilibrio con gli stessi bassi valori di temperatura.

In un processo di trasformazione isocora, l’energia interna del sistema U dipende dalla temperatura, quindi la variazione repentina del geopotenziale determina una variazione di energia interna ∆U che sarà di valore negativo. Secondo il primo principio della termodinamica la variazione di energia interna è la somma algebrica del calore e del lavoro scambiati: ΔU=Q-L. Poiché nelle trasformazioni isocore il volume rimane costante e la variazione di pressione è direttamente riconducibile alla variazione di temperatura ne deriva che il lavoro L è nullo e la variazione ΔU si riduce al solo scambio di calore Q. Quindi il calore perduto nell’abbattimento del geopotenziale quale energia interna del sistema, deve essere ceduto all’ambiente circostante. Ecco le pulsazioni del NAM10hPa che non sono altro che il rimbalzo del geopotenziale secondo le relative oscillazioni di temperatura. Questi segnali che si generano raggiungono la troposfera esacerbando una circolazione già compromessa con vortice piuttosto profondo e getti molto rapidi alle alte latitudini.  In seconda battuta la caduta di geopotenziale verso l’asse di rotazione determina un’accelerazione del flusso zonale  con sviluppo di superfici isobariche di tipo parabolidi di rotazione inducendo la comparsa alle basse latitudini di un aumento del geopotenziale e abbozzando una circolazione a due onde che gradualmente induce ad un incremento dell’eccentricità del vortice e ad un innesco di contenuti riscaldamenti a cominciare dalle quote più alte. 

Dalla figura 10a si nota bene come non compaiono queste figure, infatti, ad un abbassamento consistente del geopotenziale alle alte latitudini (curva blu) non corrisponde un aumento del geopotenziale alle basse latitudini (curva rossa) ad indicare che l’approfondimento si realizza con vortice baroclino come visto nella figura 4. Per capire cosa accade possiamo rilevarlo facendo un semplice esperimento. Riempite un recipiente cilindrico d’acqua che rappresenterà la nostra colonna atmosferica. Con un lungo cucchiaio cominciate ad imprimere una rotazione. All’aumentare della rotazione dal basso comincerà dall’alto a crearsi un vortice e se aumentate ancora di più la velocità di rotazione vedrete il vortice scendere verso il fondo e contemporaneamente l’acqua si solleverà verso i bordi. Ecco cosa sono le superfici isobariche di tipo paraboloidi di rotazione.


Questo processo si chiude nel momento in cui la temperatura in ripresa dalle quote superiori e con essa la risalita del geopotenziale non si trasferisce verso il basso. Questo è un vero terremoto atmosferico che per compiersi dal principio alla fine necessita dei tempi indicati nei vari studi in letteratura e quantificabili mediamente in una sessantina di giorni.

Ecco spiegati i vari motivi per i quali non siamo in presenza di un ESE cold e, benché non ancora a tiro dei modelli deterministici, è plausibile ritenere che non avremo a che fare con le classiche serie di pulsazioni.

Il grafico dell’attività d’onda elaborato secondo l’IZE risulta essere un prodotto assolutamente performante e unico nel suo genere, evidenziando efficacemente l’alternarsi nel trimestre invernale dell’anomalia dell’attività d’onda subtropicale in zona polare. Non ha per ora la capacità di spiegare la posizione delle onde (cosa a cui sto lavorando), però per capire la validità degli obiettivi fin qui raggiunti pubblico in figura 11 le tendenziali dell’attività d’onda frutto del calcolo del modello IZE e la tendenziale dei flussi di calore osservati dal primo dicembre scorso. Come è possibile constatare, le due curve sono quasi perfettamente correlate ad indicare la validità del prodotto stesso, ricordando che gli output scaturiscono dall’analisi atmosferica del mese di ottobre. Attualmente la massima difficoltà, a tale enorme distanza temporale dalla stagione invernale, è dare la giusta interpretazione a quei dati in mancanza di elementi importanti quale la prognosi della posizione d’onda.

Come scritto poco più su, l’alterata attività d’onda trae origine anche da un’anomalia dell’attività convettiva equatoriale che, come visibile in figura 12, è stata lungamente poco attiva ed incisiva, soprattutto tra la seconda metà di novembre fino alla prima metà della prima decade di gennaio. Non da meno è da considerare l’elevato valore positivo raggiunto dall’indice IOD (Indian Oscillation Dipole) all’origine della tremenda fase secca e calda in Australia. Nel primo articolo ho accennato al regime oceanico riconducibile all’indice PDO indicando, quale fattore precursore, la graduale modifica del regime atmosferico nel Pacifico settentrionale imputato al successivo lento cambiamento di segno dell’indice. Nell’articolo indicai il raggiungimento di una fase negativa tra la seconda parte dell’inverno o nel corso della primavera.

Questo segnale è confermato e potrebbe indicare l’atteso cambio di regime atmosferico. Vedremo.

Ora provando a spingerci oltre verso una possibile evoluzione futura, possiamo attenderci sia la ripresa dell’attività d’onda che dei relativi flussi di calore, come da grafico in figura 11. Il che potrebbe portare ad un altro HHFE entro la prima decade di marzo. Quindi potremmo aspettarci un cambiamento rispetto alle condizioni atmosferiche in atto più o meno ad iniziare dalla fine della prima decade o la metà di febbraio per un periodo che potrebbe rimanere favorevole fino alla metà di marzo. Seguiremo gli eventi attraverso i deterministici per le eventuali conferme o smentite.

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Le Previsioni di CM – 20/26 Gennaio 2020

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Le Previsioni di CM – 20/26 Gennaio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

La cellula atlantica piazza in queste ore i suoi massimi a sud-ovest delle isole britanniche, con valori del campo di massa e della pressione al suolo ragguardevoli, per il contributo dinamico offerto da due centri depressionari: il primo, associato all’area di divergenza a ovest delle Azzorre, il secondo (più strutturato) in azione tra l’Iberia e il Nordafrica. Quest’ultimo è alimentato da aria fredda continentale in discesa dall’Europa centrale, in transito attraverso le regioni settentrionali italiane. Il flusso principale continua a mantenersi a latitudini molto elevate (Fig.1).

Nel corso della settimana continuerà il tilting della cellula anticiclonica sotto la spinta, sempre fortissima, del getto. Il minimo chiuso di geopotenziale dal Mediterraneo occidentale tenderà lentamente a muovere retrogrado verso l’Atlantico, dove sul finire della settimana potrebbe fare da esca per l’intervento di una ondulazione del fronte polare in grado di farsi strada verso l’Europa centrale, con possibile interessamento dell’Italia.

Continua questa fase stagional caratterizzata da un vortice polare compatto e un fronte polare assai poco disturbato in assensa di pulsazioni anticicloniche significative a livello emisferico (Fig.2).

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì condizioni di maltempo sulla Sardegna con piogge e rovesci, localmente intensi. Nuvolosità diffusa sul resto del Paese, prevalentemente stratiforme, e in assenza di precipitazioni significative, tranne qualche isolato rovescio tra la Sicilia e la Calabria ionica.

Temperature in ulteriore lieve diminuzione al Nord e versanti adriatici. Venti ovunque sostenuti dai quadranti orientali.

Martedì residui rovesci sulla Sardegna orientale e Sicilia ionica, in miglioramento. Altrove condizioni generali di stabilità con schiarite via via più ampie a partire dai settori adriatici.

Temperature in aumento al Centro e al Sud, Ventilazione vivace di levante con rinforzi sui bacini occidentali.

Mercoledì residui addensamenti sulle isole maggiori, in assenza di precipitazioni significative. Stabile altrove.

Temperature in aumento, scirocco sostenuto sul Tirreno.

Giovedì condizioni di stabilità con addensamenti stratiformi sulla Sardegna e regioni di Nordovest.

Temperature in ulteriore leggero aumento, ventilazione sciroccale sul Tirreno, di maestrale sull’Adriatico.

Venerdì peggiora nuovamente sulla Sardegna con fenomeni in estensione al Tirreno settentrionale. Parzialmente nuvoloso al Nord e restanti regioni centrali, sereno o poco nuvoloso al Meridione.

Temperature in aumento su Sicilia e basso Tirreno, scirocco sostenuto sul Tirreno.

Sabato e Domenica nuvolosità irregolare al Nord e al Centro con addensamenti associati a precipitazioni sparse specie sui rilievi appenninici. Bel tempo al Meridione.

Temperature in diminuzione, venti forti di maestrale.

 

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Scempio solare

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Scempio solare

Ultimamente la Puglia pare diventata la cartina al tornasole delle follie energetiche, industriali e ambientali dei nostri tempi. Prima, anni di proteste contro la TAP: un tubo invisibile, ma colpevole di portare il gas azero in Italia approdando proprio sulla costa salentina. Poi, la catastrofe della xylella che ha messo fine ad una storia millenaria di produzione olivicola. Quindi la crisi dell’ILVA.

Si sentiva proprio il bisogno della ciliegina sulla torta, arrivata ancora una volta sotto la forma del neo-ambientalismo: il virus approdato anni fa in Europa dalla Silicon Valley californiana e che, mutato geneticamente in Svezia nella variante letale del gretinismo, si appresta a regalare la dolce morte alla manifattura europea.

In Puglia il gretinismo ha assunto una virulenza straordinaria: dopo l’attacco violentissimo che per anni ha colpito qualsiasi cosa somigliasse ad una iniziativa di tipo industriale, la nuova variante svedese del virus propone adesso di “passare all’azione“, come chiedono del resto a gran voce anche i gretini delle scuole pugliesi. Ed eccola servita, l’azione:  proprio nella forma di quegli “investimenti verdi”, che piacciono tanto a Greta, Ursula, Lagarde e a Black Rock (ne parleremo).

È notizia di questi ultimi mesi, infatti, la fioritura di progetti di costruzione di mega-parchi solari nel Salento. Prima a Corigliano d’Otranto: una distesa di pannelli di ben 17 ettari (l’equivalente di 25 campi da calcio) per produrre la miseria di 10.8 megawatt di potenza di picco, cui aggiungere una linea aerea di 8 km che attraverserebbe il territorio di 4 comuni. Alla gretinata di Corigliano, poi, si vorrebbe aggiungere la chicca di un mega-impianto solare nel nord del leccese, a ridosso dalle famose spiagge di Porto Cesareo e Punta Prosciutto: in questo caso parliamo di ben 44 ettari (60 campi da calcio), centomila pannelli, 23 cabine elettriche e un cavidotto interrato. Il tutto per una  produzione di picco di 46 MW.

Al lettore medio certi numeri diranno piuttosto poco, ma a chi mastica di energia dicono tanto, e dicono tanto male.

Pannello vs. Generatore a Gas

Per produrre una potenza di picco pari a quella dei due parchi solari, basterebbero un paio di turbogeneratori aero-derivativi TM2500 di General Electric, un’apparecchiatura talmente compatta da essere portatile: trasportabile via nave o persino con un aereo, in 11 giorni può essere messa in servizio. Impatto ambientale bassissimo, come per i moderni sistemi di generazione a gas. E con una differenza non da poco: quella potenza verrebbe prodotta in modo costante, quali che siano le condizioni atmosferiche o la stagione.

Fig. 1. Wärtsilä 31SG

Se si volesse invece produrre l’equivalente annuale dell’energia associata ai parchi-mostro in questione, basterebbe un modestissimo generatore con motore a gas, come il Wartsila 31 SG nella foto in Fig.1: praticamente “tascabile”.

Forse è il caso che qualcuno spieghi al cittadino salentino perché bisognerebbe sacrificare 85 campi da calcio di terreno coltivabile per produrre la stessa quantità di energia che si potrebbe generare con un impiantino che occupa la superficie di un piccolo bilocale: un rapporto di space occupancy di circa 15,000:1.  Qualcuno si offre volontario?

 

Lo scempio di un patrimonio nazionale

La questione più grave, infatti, è che si intenda occupare 600,000 metri quadrati di terreno agricolo coltivabile a vite o olivo, piuttosto che a melograno o a carciofi, per coprirlo con una distesa di specchi neri. Che renderanno quel terreno non più fruibile. E non solo per scopi agricoli, ma anche per fare una passeggiata nei campi, o per la fauna locale, nel silenzio tombale delle altrimenti attivissime associazioni animaliste. Per non dire dell’impatto osceno dal punto di vista paesaggistico: quello che vale per una ciminiera che rilascia un pennacchio bianco di vapore acqueo, evidentemente non vale per una distesa sconfinata di silicio su terreni fertili nel cuore del Mediterraneo.

Ché il vero punto è proprio questo: in un Paese in via di rapida deindustrializzazione e disfacimento economico e sociale come l’Italia, la geografia e il clima sono probabilmente tra le poche cose che non ci possono essere sottratte. Il clima giusto per produrre il vino ce l’abbiamo noi e pochissimi altri posti al mondo. Il clima giusto per produrre l’olio d’oliva ce l’abbiamo noi e pochissimi altri. Idem per il melograno (produzione di eccellenza proprio nell’area dell’eco-mostro solare da 44 ettari) e per tante altre colture che sono privilegio di pochi fazzoletti di terra a clima mediterraneo. Fazzoletti di terra che il mondo ci invidia e di cui la stragrande maggioranza dei paesi non potrà mai disporre a casa propria.

E noi cosa intendiamo fare, di questo patrimonio? Lo seppelliamo sotto distese di specchi neri per produrre una quantità risibile di energia, specchi che non aiutano in nessun modo il made-in-Italy (verrebbero importati dalla Cina) e che non creano posti di lavoro nemmeno nella gestione degli impianti. 600,000 mq di terreni fertili sacrificati. In cambio di nessun beneficio per la comunità locale.

Uno scempio rivelatore

Seppellire il Salento sotto una coperta nera di silicio sarebbe certamente uno scempio del territorio del tutto ingiustificabile. Ma avrebbe almeno il merito di rendere, plasticamente, la contraddizione tra una narrativa faziosa e interessata che pretende di vedere in queste gretinate un segno di progresso e di benessere, e una realtà che racconta una storia completamente diversa: quella di una corsa verso il baratro, a rotta di collo, in cui non si salva nulla. Tantomeno il territorio: ovvero l’ultimo asset di valore che ci rimarrà, quando questa follia  suicida pseudo-ambientalista sarà finalmente passata.

 

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Ruminanti: I tanti meriti e il presunto effetto “Climalterante”

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Ruminanti: I tanti meriti e il presunto effetto “Climalterante”

di Giuseppe Bertoni e Luigi Mariani

In un loro articolo del luglio 2019 dal titolo “Are U.S. cattle causing an increase in global warming?” (luglio 2019) i ricercatori Clarece Rotz (Usda – Ars) e Alan Hristov (Penn State University – College of Agricultural Sciences) ricordano che nell’ultimo decennio la zootecnia bovina è stata da moltissime parti posta sul banco degli accusati in quanto ritenuta causa importante dei cambiamenti climatici in atto sul pianeta Terra. In effetti anche in Italia i “media” si fanno spesse volte vettori dell’invito a “smettere” di mangiare carni (specie quelle rosse) e talora anche il latte (appello che giunge soprattutto dai vegani), con il duplice obiettivo di salvaguardare l’ecosistema e di ridurre le più o meno gravi malattie attribuite agli alimenti di origine animale.

Alcune considerazioni sull’impatto ambientale delle produzioni zootecniche

Prendendo dunque spunto dallo scritto dei colleghi Rotz e Hristov vorremmo intervenire con alcune puntualizzazioni sulle reali conseguenze ambientali degli allevamenti e dei più osteggiati in assoluto che sono, manco a dirlo, quelli intensivi, limitandoci per motivi di spazio agli aspetti legati alle emissioni di gas a effetto serra. Al riguardo rammentiamo allora che:

  • Sia il metano rilasciato dall’apparato digerente dei ruminanti e ceduto all’atmosfera per eruttazione sia il protossido d’azoto emesso dalla decomposizione delle loro deiezioni entrano a far parte, insieme all’anidride carbonica, del pool di gas a effetto serra, una “coperta” senz’altro benemerita perché protegge la Terra dall’eccessivo raffreddamento ma il cui eccesso corre il rischio di “farci sudare”;
  • L’anidride carbonica, pure rilasciata da vari processi, fra cui quelli vitali degli esseri viventi compresi i ruminanti, ha anch’essa un effetto “coperta” – ma può essere sottratta all’atmosfera dal processo di fotosintesi nelle piante che producono le sostanze nutritive che gli stessi esseri viventi hanno utilizzato rilasciando tale gas; dunque la CO2 emessa in agricoltura fa parte di un ciclo che la vede come frutto di CO2 prima assimilata con la fotosintesi, il che costituisce una differenza essenziale rispetto alla CO2 rilasciata bruciando combustibili fossili (petrolio, gas, carbone ecc.), a sua volta assorbita per la fotosintesi ma da piante vissute in epoche antidiluviane e stoccata nelle viscere della terra da milioni di anni;
  • Del ciclo di cui al punto precedente è parte anche il metano, il quale tuttavia può tornare in “circolo” solo subendo un’ossidazione sino a CO2 (figura 1), processo fotochimico lento che richiede circa 12 anni per essere completato (comunque è bene tenerne conto, perché significa che l’effetto negativo del metano non è “eterno”);
  • Dunque, è vero che il metano proveniente dal rumine rappresenta un contributo all’“appesantimento” dell’effetto “coperta” rispetto a quanto avveniva nel passato anche recente? Non esattamente, poiché laddove vi sono oggi ruminanti allevati (bovini, bufali, pecore, capre, yak ecc.) vi erano in passato ruminanti selvatici (bisonti, cervi, caprioli, mufloni, bufali, gazzelle, antilopi ecc.), la cui produzione di metano non era certo da meno. Ad esempio uno dei due autori citati prima (Hristov) ha pubblicato nel 2012 un articolo scientifico secondo cui negli Usa le emissioni di CH4 degli allevamenti attuali sono pari all’86% di quelle dei ruminanti selvatici dell’America pre-colombiana. Quest’ultima considerazione è giustificata anche dal fatto che negli ultimi decenni l’efficienza delle produzioni animali, specie del latte, è aumentata in maniera notevolissima e ciò ha fatto “crollare” i gas serra emessi per unità di prodotto[1].
  • Si noti che – a differenza della vulgata “politicamente corretta” che spinge per il ritorno dell’agricoltura a pratiche tipiche di un passato di miseria e di fame, il crollo dei gas serra si è verificato nei tanto vituperati allevamenti intensivi e non certo negli allevamenti estensivi e tantomeno nel caso delle vacche indiane che, in numero di 180 milioni, poco o nulla producono in termini di alimenti utili all’uomo e tantissimo emettono, senza che nessuno vi faccia “mente locale”. Giustamente si obietterà che, essendo le produzioni animali in continua crescita, le quantità assolute di gas serra vanno pure aumentando; verissimo, ma se è necessario produrre di più, non è certo per responsabilità degli allevamenti, bensì dei consumi più elevati che derivano dall’essenzialità delle produzioni zootecniche per la sana alimentazione di una popolazione mondiale in continua crescita, come cercheremo di argomentare nei punti seguenti.
  • Si noti anche che dall’articolo scientifico di Anne Mottet e altri dal titolo “Livestock: On our plates or eating at our table? A new analysis of the feed/food debate”, uscito nel 2017 sulla rivista scientifica Global Food Security (elsevier.com/locate/gfs) emerge che il bestiame contribuisce in modo sensibile alla sicurezza alimentare globale, fornendo macro e micronutrienti essenziali, lavoro e sottoprodotti – concimi, pellami, calore, ecc. – e generando reddito. Sempre Mottet et al., analizzando le razioni globali di foraggi-mangimi e le percentuali della loro conversione in cibo per l’uomo, stimano che il bestiame consumi annualmente come mangime 6 miliardi di tonnellate di sostanza secca, incluso un terzo della produzione mondiale di cereali. Di questi 6 miliardi, l’86% è costituito da alimenti non edibili per l’uomo. Inoltre produrre 1 kg di carne disossata richiede in media 2,8 kg di mangime commestibile per l’uomo nei sistemi a ruminanti (bovini, ovi-caprini) e 3,2 kg in quelli a monogastrici (suini, equini, avicunicoli, ecc.). Gli autori segnalano infine che la zootecnia consuma sì il 33% dei cereali ma produce il 25% delle proteine e il 18% delle calorie delle diete umane.
  • Le conclusioni di Mottet appaiono complementari a quelle raggiunte da Paolo Tessari, Anna Lante e Giuliano Mosca i quali nel loro articolo “Essential amino acids: master regulators of nutrition and environmental footprint?” pubblicato su Nature Scientific Reports nel 2016, si sono proposti di verificare il preconcetto secondo cui a parità di calorie o di peso secco, l’impronta ambientale degli alimenti di origine vegetale sarebbe di molte volte inferiore rispetto a quella degli alimenti di origine animale. Gli autori evidenziano che in tali confronti un aspetto spesso trascurato è il valore nutrizionale degli alimenti, visto soprattutto in termini di aminoacidi essenziali (EAA); ad essi fanno dunque riferimento i predetti autori nel valutare l’impronta ambientale (espressa sia come uso del suolo per la produzione sia come emissione di gas serra) di alcuni alimenti animali e vegetali in grado di fornire un apporto di EAA confacente ai requisiti umani. Il risultato ottenuto è che la produzione di proteine ​​in quantità sufficienti per corrispondere alle necessità giornaliere di EAA di un essere umano adulto richiede una quantità di suolo e un’emissione di gas serra che per le proteine animali non è molto diversa da quella necessaria per produrre proteine ​​vegetali. Questa nuova analisi ridimensiona il luogo comune secondo cui in termini d’impronta ambientale sarebbe assai più conveniente produrre proteine di origine vegetale rispetto a quelle di origine animale.
  • Da segnalare infine il lavoro di Williams e Hill (2017) i quali osservano che le diete ricche di cereali e povere di alimenti di origine animale e dunque di niacina[2], proprie del periodo successivo alla rivoluzione neolitica e che oggi persistono in vaste aree del globo, si sono tradotte in una elevata fertilità che è funzionale al fatto di colonizzare nuovi territori ma che ha come aspetti negativi una minore salute (più elevata sensibilità alle infezioni croniche, minore resistenza ai patogeni), un’altezza ridotta e minori capacità cognitive. La conclusione cui gli autori giungono è pertanto che gli alimenti di origine animale ricchi di niacina portano ad una naturale limitazione della fecondità umana oltre a dare effetti positivi su sviluppo, longevità e capacità intellettive degli individui. In sostanza dunque, secondo i predetti autori, sono le diete ricche di carboidrati a rendere il tasso di fecondità più elevato e dunque sarebbe auspicabile diffondere nei PVS alimenti di origine animale (anche in forma di latte, uova o fonti non convenzionali come gli insetti) per ottenere nel medio-lungo periodo una serie di effetti benefici fra cui (i) popolazioni umane più sane, più longeve ed intellettualmente più vivaci, (ii) riduzione del trend all’aumento della popolazione mondiale e delle conseguenti pressioni sull’ecosistema, (iii) riduzione nei ritmi di estinzione delle specie spontanee dovuta alla caccia di frodo a sua volta spinta dalla cronica carenza di niacina nelle popolazioni povere. In sostanza gli autori propongono l’idea, all’apparenza contro-intuitiva, che diete onnivore siano alla fine più sostenibili sul piano ecologico rispetto a quelle vegane, con ciò minando alcuni dei pilastri di un’ecologia a base ideologica che vorrebbe renderci tutti erbivori.

Figura – La produzione di metano da parte dei bovini fa parte del ciclo naturale del carbonio. Si noti che il metano si ossida nell’atmosfera convertendo il carbonio in CO2 che può essere fissata con la fotosintesi andando a produrre foraggi e mangimi con cui il bestiame si alimenta. All’interno di questo ciclo non vi è alcun impatto a lungo termine sul clima se le emissioni di metano e i processi di ossidazione restano in equilibrio.

Conclusioni

Dai dati sopra esposti emerge dunque che i prodotti di origine animale hanno moltissimi vantaggi per un onnivoro come l’uomo e che le emissioni degli animali da allevamento costituiscono una frazione della CO2 assorbita con la fotosintesi, componente del ciclo del carbonio essenziale per la vita sul nostro pianeta.

Ciò non significa che non vi sia spazio (e utilità) nel contenere il rilascio di gas serra da parte degli allevamenti, a partire dal miglioramento dei processi nel rumine, per passare ai mezzi che consentono l’aumento di produzione, per finire con una più razionale gestione delle deiezioni; il tutto per accrescere l’efficienza del sistema, obiettivo che – si noti bene –è assai più compatibile con gli allevamenti correttamente gestiti (intensivi) e non certo con quelli “presunti naturali”.

Da ultimo, si concorda con il suggerimento che in talune circostanze sia auspicabile promuovere la riduzione del consumo di carni rosse e di latte nei Paesi occidentali (talvolta in eccesso); per contro, nei Paesi poveri riteniamo assolutamente necessario aumentarlo.

Bibliografia

Capper J.L., Cady R.A., Bauman D.E., 2009. The environmental impact of dairy producti on: 1944 compared with 2007, J Anim Sci. 2009 Jun;87(6):2160-7

  • Hristov A.N., 2012. Historic, pre-European settlement, and present-day contribution of wild ruminants to enteric methane emissions in the United States, Journal of animal science, 2012, 90: 1371-1375.

Rotz C., Hristov A., 2019. Are U.S. cattle causing an increase in global warming?, Fact Sheet 21 in the Series: Tough Questions about Beef Sustainability,  https://www.beefresearch.org/CMDocs/BeefResearch/Sustainability_FactSheet_TopicBriefs/ToughQA/21_GlobalWarming.pdf

Tessari P., Lante A., Mosca G., 2016. Essential amino acids: master regulators of nutrition and environmental footprint? Scientific Reports 6, doi:10.1038/srep26074

Williams A.C. &  Hill L.J., 2017. Meat and Nicotinamide – A Causal Role in Human Evolution, History, and Demographics, International Journal of Tryptophan Research, Volume 10: 1–23, DOI: 10.1177/1178646917704661

[1] Al riguardo Capper et al (2009) evidenziarono che la zootecnia da latte statunitense del 1944, basata su bovine meno produttive allevate al pascolo, emetteva 3.6 kg di CO2 per litro di latte “al bicchiere del consumatore”, mentre oggi con una zootecnia intensiva praticata in grandi stalle aperte e basata su bovine geneticamente migliorate, l’emissione è di circa 1 kg di CO2 per litro di latte.

[2] Il tema è complesso e speriamo che la seguente nota esplicativa possa aiutare a chiarire la questione. Per il metabolismo umano è essenziale il coenzima NAD (Nicotinammide Adenin Dinucleotide – https://it.wikipedia.org/wiki/Nicotinammide_adenina_dinucleotide) che il nostro organismo produce a partire dalla niacina (vitamina B3, presente anche negli alimenti vegetali). Se carente, la stessa niacina può essere sintetizzata a partire dal triptofano (amminoacido poco presente in alimenti vegetali, ma più o meno elevato in quelli animali), già nell’intestino per azione dei batteri, ma anche nei tessuti. Negli alimenti la niacina è presente nei vegetali, ma in particolare in alcuni di origine animale; il fabbisogno umano, espresso in termini di niacina, è di 15-20 mg al giorno e non sempre le diete garantiscono il soddisfacimento di tale fabbisogno. Ad esempio il mancato soddisfacimento si ha con diete vegetali e monotone, specie quelle basate su farina di mais, la quale è povera di triptofano, mentre la  niacina è presente in buona misura, ma in una forma non utilizzabile dal nostro organismo. La conseguente carenza si traduce in una malattia terribile nota come pellagra e che dà luogo sia a potenti eruzioni cutanee (da cui il nome) sia a danni cerebrali irreversibili (demenza). Anche latte e uova prevengono la pellagra, ma in quanto si tratta di alimenti ricchi di triptofano; per contro, le carni la prevengono perché più o meno ricche di niacina.

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Le Previsioni di CM – 13/19 Gennaio 2020

Posted by on 00:32 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 13/19 Gennaio 2020

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale continua a proporre profonde depressioni in successione che muovono dal Canada in direzione del Mare del Nord, della Scandinavia e del Mare di Kara, sostenute da un getto sempre molto forte, cui si associa un fronte polare poco ondulato sul comparto europeo. Più a sud prevale il secondario anticlonico, ma con un minimo chiuso di geopotenziale che si estende dal Sahra alerino fin sulle regioni meridionali italiane dove le condizioni atmosferiche nello scorso weekend sono state all’insegna dell’instabilità. Un debole ponte anticiclonico mette in comunicazione la cellula atlantica con quella russa attraverso l’Europa centrale e i Balcani (Fig.1).

Nel corso della settimana l’approfondirsi di un vortice tra l’Islanda e le isole britanniche si assocerà alla formazione di una ondulazione del flusso principale fino in prossimità delle isole Azzorre, con conseguente rimonta anticiclonica secondo i meridiani sul Mediterraneo centrale e formazione di un ponte anticiclonico che dal Nordafrica si spingerà fin sulla Russia europea. La spinta del getto, tuttavia, potrebbe smantellare velocemente la struttura in questione, proponendo l’avanzata di sistemi depressionari a latitudini inferiori a quelle delle scorse settimane, con coinvolgimento delle regioni centro-settentrionali italiane.

Sul finire della settimana, una pulsazione anticiclonica dal vicino Atlantico in direzione delle isole britanniche potrebbe portare scompiglio sul quadrante europeo, con conseguenze ancora difficili da decifrare al momento.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì residui addensamenti sulle regioni ioniche associati a locali deboli rovesci in miglioramento nel corso della giornata. Altrove condizioni generali di stabilità salvo addensamenti stratiformi serali sulla Liguria associati a qualche debole e sporadica precipitazione.

Temperature in diminuzione al Nord. Venti sostenuti dai quadranti orientali sullo Jonio.

Martedì gli ultimi addensamenti abbandonano Sicilia e Calabria ionica, ancora stratificazioni nuvolose sulla liguria con deboli e sporadiche precipitazioni. Stabilità altrove. Foschie e nebbie in Valpadana e nelle zone pianeggianti e valli del Centro.

Temperature stazionarie, venti sostenuti di grecale sullo Jonio.

Mercoledì generali condizioni di stabilità su tutte le regioni. Nebbioso al Nord, specie su settori occidentali. Nebbie e foschie anche nelle valli e zone pianeggianti del Centro.

Temperature in leggero aumento. Venti sostenuti di tramontana su Jonio e basso Adriatico.

Giovedì condizioni di stabilità con stratificazioni nuvolose in transito dalle regioni centro-settentrionali verso il Meridione.

Temperature stazionarie, ventilazione vivace di maestrale sull’Adriatico e sullo Jonio.

Venerdì aumento della nuvolosità sul Nordovest con piogge e nevicate dalle quote collinari. Condizioni generali di stabilità altrove.

Temperature stazionarie, qualche rinforzo di tramontana sullo Jonio.

Sabato spiccata instabilità sulle regioni centro-settentrionali con piogge sparse e nevicate sui rilievi. Domenica peggiora al Meridione con schiarite al Nord.

Temperature in diminuzione, venti forti di maestrale.

 

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Sorpresa, Greta Thunberg ha 50 anni!

Posted by on 15:06 in Ambiente, Attualità | 4 comments

Sorpresa, Greta Thunberg ha 50 anni!

Chissà come la prenderanno le centinaia di migliaia, no, milioni di giovani che nella teen ager svedese paladina del clima e del pianeta si sono giustamente identificati negli ultimi mesi. Grata Thunberg ha 50 anni, non 17 appena compiuti. Non solo, non ha le trecce e porta anche i baffi e un accenno di pizzetto quindi, presumibilmente, ha anche attributi, ehm… diversi. Infine, naturalmente, non si chiama Greta, ma Svante, nome proprio maschile piuttosto comune in Scandinavia che chiarisce quanto sopra.

In fondo chi siamo noi se non quello che facciamo, diciamo, sosteniamo nel nostro vivere quotidiano? Ecco, pur essendo Greta effettivamente una ragazza di 17 anni molto impegnata sul piano climatico e ambientale, quel che fa, dice, sostiene non è, a quanto pare farina del suo sacco, quanto piuttosto appunto di tal Svante, che essendo il suo papà, si chiama anche lui Thunberg.

Come lo sappiamo? Ecco qua.

Giovedì scorso gli amministratori di Facebook hanno messo on line una modifica ai codici del padre di tutti i social media, niente di che, normale routine manutentiva. La modifica ha però avuto una conseguenza imprevista, come spesso accade quando si ha a che fare con programmi monstre come in effetti deve essere quello che gestisce tutte le funzioni di Facebook. Per effetto di questa modifica, è stato possibile per alcune ore visualizzare quali account, quindi quali utenti gestiscono effettivamente le pagine di altri utenti o account. Del resto aziende, personaggi pubblici, realtà pubbliche o private con centinaia di migliaia se non milioni di follower e con tantissime cose da fare, devono per forza essere gestite da terzi, spesso anche più di uno o veri e propri team. Per esempio, con riferimento ai personaggi politici, è nota la professione di spin doctor, cioè di esperti del settore che gestiscono tutta la vita social del soggetto di turno.

Il punto è che questi alter ego dovrebbero restare anonimi, altrimenti l’utente assetato del verbo del proprietario dell’account potrebbe non gradire capendo di aver a che fare con qualcun altro che gli, diciamo così, confeziona il messaggio. Il bug nel codice di Facebook è stato riparato venerdì mattina ma, nel frattempo, su alcuni altri social, qualcuno si è preso la briga di pubblicare gli screenshot che esponevano i nomi di chi opera dietro le pagine di un bel numero di personaggi famosi. E così, tra un ministro degli esteri straniero la cui pagina è gestita dalla fidanzata, tra i nomi (alcuni reali!) degli attivisti hacker dietro le pagine di Anonimous, è comparso anche l’editor della pagina di Greta Thunberg, appunto il suo papà, attore svedese cinquantenne, il cui pari impegno ambientale è fuori discussione, ma il cui fascino, come dire, di capopolo della rivolta giovanile ambientale è, a tutti gli effetti, alquanto deficitario.

La faccenda è spiegata bene qui, su Wired.

A questo punto sarebbe interessante sapere cosa pensa davvero Greta, quella vera, quale potrebbe essere in effetti il prodotto dei suoi pensieri e dei suoi ragionamenti proprietari, una volta privata dello smaliziato editor nonché genitore. Se poi voleste dare anche un’occhiata al sistema di marketing mediatico (e non solo) che gira a sua volta dietro, davanti e tutto attorno alla famiglia Thunberg potete fare un salto qui, ma, arrivando sulla pagina, per cortesia leggete per prima l’ultima parte dell’articolo, quella in cui è chiarito, per l’ennesima volta che l’interesse per i temi del clima, per l’ambiente e per la salvaguardia del nostro pianeta non sono in discussione, anzi, sono una cosa seria e come tali vanno trattati. Le campagne mediatiche di generazione di eroi dovrebbero quindi restarne fuori, per il bene stesso degli eroi, specie se sono dei ragazzini.

PS: pare che gli editor in realtà siano due, c’è anche tal Adarsh Prathap, che si definisce “climate crisis activist” sul profilo twitter personale. Va da se’ che senza una crisi climatica su cui essere attivi il nostro non avrebbe gran che da fare… 😉

 

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Le Vestali del Clima non sono Vergini

Posted by on 07:00 in Attualità | 5 comments

Le Vestali del Clima non sono Vergini

Una delle più frequenti e odiose accuse rivolte a quanti commettono l’imprudenza di sollevare dubbi sulla robustezza scientifica dell’attribuzione delle dinamiche del clima recente in via esclusiva alle attività umane – leggi soprattutto le emissioni di anidride carbonica derivanti dall’uso dei combustibili fossili – è quella di essere al soldo di gruppi di interesse che da una transizione verso fonti energetiche alternative subirebbero gravi danni economici, e avrebbero quindi tanto da guadagnare nel distogliere l’attenzione da un problema invece cogente e reale, a tutto discapito della salvezza del pianeta.

Vero? Probabilmente sì. Il mondo si regge da sempre sul perseguimento di interessi spesso inconfessabili. Ma è altrettanto vero che questo non può e non deve essere un assunto e certe accuse, rivolte in quanto ritenute infamanti, devono essere provate. E, in assenza di prove, il dubbio e le incertezze espresse, che sono oltretutto il fondamento della scienza, devono essere presi per quello che sono, ossia desiderio di capire, approfondire, e dare solidità al percorso della conoscenza. Un percorso che, alla luce dei fatti, è tutt’altro che solido.

Prendiamo infatti il caso opposto. Cosa pensereste se venisse fuori che ci sono fior di realtà finanziarie che hanno agito e agiscono, legittimamente e alla luce del giorno, per sostenere invece la tesi del disastro imminente? Personalmente, se il disastro fosse vero, li considererei dei benefattori dell’umanità. Ma se l’impegno, piuttosto che nella ricerca di solidità scientifica, fosse stato profuso nel consolidare una pratica scientifica gravemente deficitaria e instillare nell’immaginario collettivo e nelle conseguenti azioni dei decisori certezze che non ci sono, sarebbe la stessa cosa?

Non direi proprio.

Piaccia o no, questo è esattamente quello che è accaduto, ripeto, alla luce del sole e senza nessuna cospirazione, quanto piuttosto con il chiaro intento di attuare una strategia salvifica perché ritenuta necessaria e, soprattutto… utile ;-). Sentimento nobile, certamente, che però non giustifica in alcun modo l’assalto all’integrità della scienza. Attenzione, questo non perché la si ritenga intoccabile, in fondo le cose sono sempre andate così, quanto piuttosto perché le decisioni prese a valle di questo processo, rischiano gravemente di non essere giuste, di non affrontare il problema per quello che è e di proporre soluzioni che dissipano risorse nella direzione sbagliata, magari facendo comunque la fortuna di qualcuno…

Il tema è, fatevene una ragione, che pur essendo reale per molti aspetti l’influenza dell’uomo sulle dinamiche del tempo e del clima – urbanizzazione, cambiamento dello stato d’uso del suolo, emissioni di CO2 naturalmente – non è affatto vero che la conoscenza attuale permette di assegnare questo o quel risultato finale in materia climatica ai diversi percorsi che lo sviluppo della nostra società e il peso che le conseguenti attività antropiche potranno avere finiranno per generare. Ma tutti sono convinti del contrario, e cioè che sia assodato che questi risultati siano noti, alcuni in qualche modo più probabili di altri e tra questi quasi certi quelli più drammatici.

L’IPCC per esempio dice chethe future is inherently unpredictable and so views will differ as to which of the storylines and representative scenarios could be more or less likely. Therefore, the development of a single “best guess” or “business-as-usual” scenario is neither desirable nor possible“. In pratica non è possibile definire quale degli scenari proposti sia più probabile, compreso quello che viene normalmente definito BUS, appunto business as usual, che non è affatto identificabile con una completa assenza di policy né con dosi più o meno importanti di azioni di mitigazione.

Esistono invece diversi scenari, quattro per l’esattezza, molto differenti tra loro non solo per il “tipo di clima” cui si pensa potrebbero portare, ma soprattutto per il percorso attraverso cui ci si dovrebbe arrivare, ivi compresi aspetti dello sviluppo della società che hanno caratteristica di impredicibilità ancora maggiore di quella del clima, come l’uso dell’energia, l’economia e, non da ultima, la demografia. Questi scenari non sono quindi intercambiabili in funzione delle policy adottate, non si può semplicemente passare da uno all’altro, descrivono mondi completamente diversi che non comunicano tra loro. Per dirne una, tra lo scenario con effetti di minore impatto e quello che dovrebbe condurre al disastro c’è una differenza demografica di 3 miliardi di esseri umani ad abitare il pianeta.

Per questa ragione, è scientificamente sbagliato tanto immaginare che possa esistere uno scenario che possa essere definito BUS, tanto che questo possa coincidere con quello a maggiore impatto. Impostare la pratica scientifica su questi assunti è una grave inadempienza del processo scientifico, per il modo stesso con cui questi scenari sono stati costruiti. Nelle parole di chi li ha creati: “RCP8.5 cannot be used as a no-climate-policy reference scenario [”business as usual”] for the other RCPs because RCP8.5’s socioeconomic, technology and biophysical assumptions differ from those of the other RCPs.” The scenarios are completely independent from each other, and policy cannot “move” us from one to another.

Volete sapere la novità? Questo invece è esattamente quello che è accaduto negli ultimi anni ed ha visto coinvolta praticamente tutta la comunità scientifica, compresi naturalmente i lavori dell’IPCC.

Tutto è iniziato nel 2012 con l’opera di mecenatismo di tre (molto) facoltosi uomini politici americani, due dei quali incidentalmente oggi candidati alle prossime presidenziali, ma non allora ovviamente, e il terzo ex CEO di Goldman Sachs e ex membro del governo Bush. I nomi? Tom Steyer, Michael Bloomberg e Hank Paulson. Googolare per credere, i tre insieme valgono circa 63mld di dollari (quasi tutti di Bloomberg). Con un contributo di mezzo milione di dollari ciascuno, fondarono un gruppo di ricerca che produsse di lì a due anni un rapporto che aveva il chiaro intento di quantificare in termini finanziari gli effetti del climate change negli Stati Uniti. Questo rapporto: Risky Business: The Economic Risks of Climate Change in the United States. L’approccio fu esattamente quello discusso poche righe più su, identificare – sbagliando – il più impattante degli scenari IPCC come quello più prossimo al Business As Usual e basare tutti i risultati su quello scenario che, a tutti gli effetti, dall’essere il più lontano dalla realtà, diventava invece il più probabile, anzi, inevitabile a meno di opportune e anche molto ben descritte azioni di mitigazione. In una serie di talk e paper prodotti a valle di quel report, la pratica scientifica sbagliata diventava virale. Circa 12.000 (!) pubblicazioni scientifiche hanno citato lavori in cui si faceva riferimento allo scenario RCP8.5 come Business As Usual, tra queste circa 2.000 (!!) possono essere ricondotte direttamente al lavoro iniziato con il report e continuato poi con fortunate operazioni mediatiche come quella del Climate Impact Lab, che ha generato una serie di tool che consentono la navigazione nel “clima che verrà”, tutto basato esclusivamente sull’RCP8.5. Alla festa, naturalmente, si sono uniti vari assessment report di gruppi di studio istituzionali e l’IPCC nel recente Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate.

E così, la catastrofe climatica prossima ventura, da uno degli scenari possibili, anche se molto lontano dalla realtà – le proiezioni del consumo e del fabbisogno energetico dell’RCP8.5 sono già molto fuori strada, per esempio – è diventata l’unico futuro possibile “se non si agisce presto e bene”. Anzi, nella comunicazione quotidiana, è già una realtà assodata. Tutto questo perché “nessuno si è accorto” che nella pratica scientifica attuale in materia di clima, si continua a fare un uso distorto ed errato di strumenti di analisi nati per scopi molto diversi, ossia non per “prevedere” il futuro (e quindi venderlo come probabile) quanto piuttosto per compiere esperimenti sugli effetti di policy diverse applicate su modelli di sviluppo diversi.

Il risultato? Del disastro imminente (e improbabile) se ne parla molto, si fanno summit, si promettono mari e monti, ma, alla prova dei fatti, nessuno fa un accidente e molti finiranno (giustamente!) per smettere di crederci. E, se quello del clima è un tema serio, come lo è sempre stato perché l’adattamento è comunque necessario, sarà meglio affrontarlo seriamente, ad iniziare dalla pratica scientifica, per la quale, come per tutte le altre cose, il fine non giustifica i mezzi.

NB: le informazioni (più molto altro) contenute in questo post vengono da recenti pubblicazioni di Roger Pielke Jr.

 

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