Anidride Carbonica

Secondo i dati rilevati a Mauna Loa (NOAA, 2015) i livelli atmosferici di CO2 sono passati da 315 ppmv del 1958 alle 400 ppmv odierne con un incremento medio di 1.5 ppmv/anno. Tale incremento è soggetto ad una sensibile ciclicità stagionale per effetto della quale la CO2 cala di circa 6 ppmv ogni anno in coincidenza dell’estate boreale per poi risalire all’avvicinarsi del’inverno boreale. Tale fenomeno è sintomo dell’efficacia della vegetazione spontanea e coltivata nell’incamerare CO2 trasformandola in biomassa.

L’anidride carbonica è il principale gas serra emesso dall’uomo e tramite il processo di fotosintesi è il mattone essenziale della vita sul nostro pianeta. In proposito invito tutti alla seguente riflessione: I 70 grammi di pasta di cui a pranzo si nutre un consumatore medio italiano corrispondono 70 * 44/30 = 103 g di CO2. Insomma: niente CO2 niente cibo3.

Sarebbe auspicabile dunque interrompere il “lavaggio del cervello” in nome del quale la CO2 viene indicata come un veleno in quanto ciò è anzitutto contrario alla verità. In proposito è intuibile  che se non si coglie l’essenza dell’anidride carbonica non si potrà mai pensare di controllarne i livelli atmosferici.

Analisi multi-scala dei cicli climatici basata su serie temporali climatiche e fenologiche

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Analisi multi-scala dei cicli climatici basata su serie temporali climatiche e fenologiche

Lo sviluppo delle piante è fortemente influenzato dalle condizioni meteorologiche. Questo è un dato di fatto e la maniacale attenzione con cui il mondo dell’agricoltura segue la meteorologia, costituisce una conferma dello stretto legame tra evoluzione delle piante e tempo meteorologico. Chi si occupa della coltivazione dei campi ha un’idea diversa di “bel tempo” e “cattivo tempo” rispetto a chi vive in città: se una o più giornate di pioggia vengono considerate per esempio una iattura da chi vive in città per i disagi che possono provocare, per chi si dedica all’agricoltura possono rappresentare la salvezza del raccolto ed il degno coronamento di un’intera stagione di lavoro.

L’interazione tra lo sviluppo delle piante ed il tempo meteorologico costituisce il campo di studio della fenologia, ossia di quella parte della biologia che studia lo sviluppo delle piante in funzione di fattori meteorologici come la piovosità, l’insolazione, le temperature etc. Come ben sanno tutti i lettori di CM, il clima è diverso dal tempo meteorologico, ma, su distanze temporali trentennali, l’evoluzione della temperatura acquista valore climatologico e non più meteorologico. Lo stesso si può dire per tutte le altre grandezze fisiche che caratterizzano il sistema. A questo punto appare evidente che i dati fenologici relativi ad una certa coltura, se coprono un intervallo temporale piuttosto esteso, potrebbero rappresentare degli ottimi dati di prossimità per studiare l’evoluzione del clima in aree più o meno estese. Io ho parlato di evidenza, ma questa evidenza è anche evidenza scientifica o si tratta di una semplice ipotesi, frutto di un ragionamento più o meno sensato? Per poter parlare di evidenza scientifica occorre verificare con dei dati l’ipotesi e questo è ciò che hanno fatto L. Mariani e F. Zavatti con uno studio estremamente interessante, i cui risultati sono stati pubblicati on-line dalla rivista Science of the Total Environment nell’articolo il cui titolo è qui sotto (da ora in avanti Mariani et al., 2017).

Multi-scale approach to Euro-Atlantic climatic cycles based on phenological time series, air temperatures and circulation indexes

In Mariani et al., 2017 si analizzano tredici serie di dati climatici e fenologici allo scopo di individuare ciclicità caratteristiche del clima europeo ed atlantico a diverse scale temporali. Di esse sei sono costituite da dati climatici: indice AMO, indice NAO, anomalie europee di temperatura o ETA, una serie di temperature misurate in Francia, una serie di temperature misurate in Svizzera ed una serie di misure di precipitazioni rilevate in Germania. Le restanti sette serie di dati sono riferite a fattori fenologici: la data di fioritura dei ciliegi in Svizzera e le date di vendemmia in diverse aree della Francia e dell’Italia (la Valtellina per la precisione).

L’indice AMO è determinato sulla base delle temperature superficiali dell’Atlantico settentrionale e la serie temporale presa in esame copre l’intervallo che va dal 1857 al 2015. L’indice NAO che è derivato dalla differenza di pressione tra l’Atlantico del nord e quello all’altezza delle isole Azzorre, viene misurato fin dal 1827. Entrambi gli indici sono estremamente importanti in quanto si influenzano a vicenda e sono in grado di determinare le correnti occidentali che condizionano la circolazione a macro scala nell’area atlantica.

Le anomalie delle temperature europee (ETA) coprono un intervallo temporale ancora più lungo: partono, infatti, dal 1660 e giungono fino al 2010. La serie è quella che compare in alto a destra nella home page di CM. Le altre due serie termometriche hanno lunghezza plurisecolare. La serie di precipitazioni presa in esame da Mariani et al., 2017 è quella della bassa Bavaria ed è stata ricostruita sulla base di analisi dendrologiche condotte su abeti rossi. Essa copre l’intervallo temporale compreso tra il 1480 ed il 1978. Le serie fenologiche riguardano periodi temporali variabili che vanno dal 1354 ai giorni nostri.

Nel corso della storia umana alcune tipologie di coltura hanno rivestito grande importanza. Un esempio è costituito dalla coltivazione della vite. Negli annali delle aree ove la vite ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento per intere popolazioni, è possibile risalire alle date di inizio e fine della vendemmia. In alcuni casi le date sono registrate in modo diretto, in altri tale data si può desumere dai registri di acquisto delle derrate destinate ai vendemmiatori e dalle date di assunzione dei lavoratori. La data di inizio della vendemmia dipende da diversi fattori. Il principale è costituito dal contenuto zuccherino degli acini. Questo dipende, a sua volta, dalle temperature primaverili ed estive, dal quantitativo di pioggia e, ovviamente, dalle caratteristiche del suolo. Per secoli i viticoltori europei hanno coltivato le stesse varietà di vite per cui le date di inizio della vendemmia rappresentano un potenziale dato di prossimità per stimare l’evoluzione del clima europeo. Mariani et al., 2017 ha analizzato questi dati tenendo conto anche di singolarità che ne hanno alterato l’omogeneità. Uno di questi eventi è rappresentato dalla comparsa in Europa della fillossera e di alcune fitopatologie fungine che hanno alterato il comportamento dei vitigni.

Mariani et al., 2017 indaga due “catene causali”:

  • MCTP (Macroscale Circulation => Temperature => Phenology)
  • MCPP (Macroscale Circulation => Precipitation => Phenology)

Lo scopo è quello di verificare se la circolazione a macro scala determinata dagli indici AMO, NAO ed ENSO sia in grado di influenzare la temperatura e le precipitazioni e queste ultime, a loro volta, la fenologia dei vegetali. Per poter verificare l’esistenza delle catene causali anzidette, Mariani et al., 2017 ha cercato di individuare nelle serie termometriche ed in quelle delle precipitazioni alcuni caratteri distintivi tipici degli indici circolatori. La stessa cosa è stata fatta, infine, per i dati fenologici.

Le serie di dati come quelle prese in esame dagli autori, non possono essere confrontate in modo diretto in quanto sono molto rumorose: le oscillazioni ad alta frequenza mascherano ogni forma di regolarità con frequenza più bassa. Si rende necessario pertanto sottoporle a trattamenti statistici che eliminino il rumore ad alta frequenza e consentano di isolare segnali a frequenza inferiore. Si tratta di metodiche di analisi spettrale piuttosto complesse che consentono, però, di ottenere dei risultati rilevanti.

Mariani et al., 2017 ha applicato alle serie di dati studiate che presentano una sostanziale continuità temporale, il metodo della massima entropia (MEM), mentre per le serie che presentano delle lacune e/o delle discontinuità, si è stato utilizzato il metodo Lomb-Spargle Periodogram (LOMB).

Sulla scorta delle elaborazioni numeriche eseguite, opportunamente verificate mediante test statistici atti ad escludere eventuali ipotesi nulle, si è potuto accertare che tanto nelle serie fenologiche che in quelle climatiche, possono essere individuati alcuni periodi particolari.

Mariani et al., 2017 ha potuto verificare che

  • il periodo di 65 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 24 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 20,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 13,5 anni è presente nel 50% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 11,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 7,7 anni è presente nel 75% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 5,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 4,1 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 3 anni è presente nel 50% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 2,4 anni è presente nel 67% delle serie prese in considerazione.

Messa così la cosa si riduce ad un semplice esercizio statistico, ma i dati ottenuti consentono di sviluppare delle considerazioni piuttosto interessanti da un punto di vista climatico.

L’aspetto a mio giudizio più importante di Mariani et al., 2017 è che i dati fenologici contengono al loro interno importanti informazioni relative all’evoluzione del clima nel corso del tempo. Detto in altri termini le serie fenologiche possono essere considerate efficaci dati di prossimità delle grandezze che caratterizzano il clima. Le implicazioni dello studio di L. Mariani e F. Zavatti sono, però, molto più profonde.

Prendiamo in considerazione, per esempio, il periodo di 65 anni. Esso è presente nella serie dell’indice AMO, ma non in quella dell’indice NAO, nella serie termometrica di Parigi e nel giorno di inizio della vendemmia in Borgogna. Possiamo dire che il periodo di 65 anni verifica la catena causale MCTP. Analogo discorso vale per gli altri periodi indagati. Il periodo di 7,7 anni è presente in quasi tutte le serie di dati prese in esame per cui è un forte indicatore dell’influenza della circolazione a macroscala sulle temperature e sulla fenologia vegetale. Tale periodo è guidato, secondo gli autori, da una combinazione di AMO e NAO e rappresenta, quindi, un forte indizio dei legami tra la circolazione a macroscala e gli aspetti termici e fenologici delle aree considerate.

Altro aspetto estremamente significativo di Mariani et al., 2017 è rappresentato dall’assenza di particolari legami tra la serie delle precipitazioni e gli indici di circolazione a macroscala. Le precipitazioni non mostrano, inoltre, periodi comuni con le serie fenologiche per cui dobbiamo dedurre che la catena causale MCPP non appare giustificata dai dati. Le motivazioni di questa mancanza di legami tra le serie devono essere ricercati, a giudizio dei ricercatori, nella peculiarità delle precipitazioni in area europea che sono fortemente condizionate dalla circolazione a mesoscala più che da quella a macroscala e dal fatto che le caratteristiche del terreno sono in grado di “tamponare” gli effetti delle precipitazioni alterando i periodi propri delle precipitazioni.

E per finire è opportuno considerare che l’esistenza dei periodi più brevi (2,4, 3 e 4,1) evidenza un legame con i periodi propri delle aree tipiche dell’ENSO. Dall’analisi dei dati sembrerebbe, quindi, che esistano delle chiare teleconnessioni anche tra ENSO e le condizioni meteo-climatiche europee.

In questo commento mi sono limitato a riassumere quelli che possono essere considerati a mio giudizio gli aspetti salienti di Mariani et al., 2017, ma l’articolo presenta molti altri aspetti meritevoli di approfondimento e che lo spazio di un post non consente di porre opportunamente in evidenza. A titolo puramente esemplificativo e non esaustivo vorrei citare l’analisi comparata delle cause giustificative dell’assenza di alcuni periodi da alcune serie e della loro presenza in altre che io, per esigenze di sintesi, ho completamente trascurato, ma che nell’articolo sono molto ben argomentate.

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Una risata li seppellirà

Posted by on 07:56 in Attualità | 10 comments

Una risata li seppellirà

Innanzi tutto buon 25 Aprile a tutti voi. Oggi avevo deciso di prendere una pausa e non pubblicare alcun post, ma poi mi è capitata tra le mani una cosa davvero divertente. Già divertimento, come quello che si spera di trovare passando all’aria aperta questi giorni di festa o come quello che, non potendo ricorrere ad altre emozioni per decenza, si prova leggendo quanto segue. La fonte secondaria è Twitter, quella primaria Nature (nientepopodimeno).


Ebbene sì, l’isteria da global warming e da conseguente (?!?) cambiamen… ehm, no disfacimento climatico, è talmente pervasiva da spingere un gruppo di ricercatori a indagare se e come potrebbero cambiare le abitudini di quanti si cimentano negli sport all’aria aperta da qui a…. fine secolo. Sorpresa delle sorprese, causa disastro climatico, ci sarà un aumento netto del tempo passato a ricrearsi e tenersi in forma, sebbene con ovvie (?!?) differenze tra una certa diminuzione delle condizioni ideali nei mesi estivi per effetto del troppo caldo, e un più significativo aumento delle sgambate invece nei mesi invernali, inevitabilmente meno freddi.

E li pubblicano pure su Nature, che probabilmente per il 1° maggio pubblicherà un’approfondita analisi del trend delle grigliate… anzi no, la carne non fa tendenza, quindi si esaminerà la disponibilità pro-capite di fave e pecorino, molto più politically correct e molto più trendy in quanto sufficientemente vintage ed ecosostenibile.

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Le Previsioni di CM – 24 / 30 Aprile 2017

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Le Previsioni di CM – 24 / 30 Aprile 2017

Questa rubrica è curata da Flavio______________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una cellula anticiclonica è in azione tra l’Atlantico settentrionale e la Groenlandia, dove assume caratteristiche termiche. Aria artica continua ad affluire lungo il bordo orientale della struttura in questione e, attraversato il Mare di Barents, irrompe in queste ore sul Mare del Nord portando nevicate sulle Shetland, le Far Oer e la Scozia, fino al piano. L’aria fredda artica ha alimentato una depressione centrata sulla Scandinavia meridionale con associate condizioni di marcato maltempo e nevicate fino a quote molto basse. Altra aria artica è stata convogliata sull’Artico canadese, dove gli effetti di un inverno particolarmente rigido si manifestano sotto la forma di spessori di ghiaccio notevolissimi in corrispondenza dell’arcipelago artico. Situazione ben più tranquilla alle latitudini più meridionali: la pressione si presenta livellata sul Mediterraneo, sebbene il campo di massa sia in calo per l’abbassamento del fronte polare associato all’irruzione di aria artica marittima in avvicinamento dal Mare del Nord (Fig.1).

Fig.1: GFS, Lunedì 17 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nei primi giorni della settimana l’irruzione artica marittima raggiungerà agevolmente l’Iberia e il bacino occidentale del Mediterraneo, attivando un richiamo di aria molto umida lungo il ramo ascendente del getto in direzione delle regioni settentrionali italiane dove si avranno finalmente precipitazioni diffuse e organizzate, in successiva estensione al resto d’Italia. Sebbene i fenomeni possano presentarsi in forma localmente intensa e diffusamente sotto la forma di rovesci e temporali, l’evento in questione non sembra dare il via ad una nuova fase dal punto di vista sinottico. Il blocco anticiclonico, infatti, verrà smantellato piuttosto rapidamente in Atlantico, con la ripresa associata del flusso principale e il trasferimento della cellula anticiclonica più a est, sulla Scandinavia. La saccatura atlantica evolverà in un’area di divergenza dal flusso principale posizionata in corrispondenza delle regioni italiane peninsulari, il che favorirà una certa persistenza dei fenomeni. Sul finire della settimana andrà aumentando il campo di massa da ovest in risposta alla ripresa del flusso principale alle alte latitudini atlantiche (Figs. 2,3).

L’episodio perturbato in arrivo contribuirà ad alleviare le condizioni siccitose che interessano da tempo le regioni settentrionali italiane. Non sarà risolutivo, certo, ma come direbbe il contadino lombardo: “Piutost che nigot, l’è mej piutost”.

Fig.2. GFS, Mercoledì 26 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.3: GFS, Sabato 29 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì al Nord molto nuvoloso o coperto con precipitazioni isolate a carattere debole o al più moderato sui rilievi centrali – nevose a quote superiori ai 1800-2000 metri. Nuvolosità stratiforme in aumento dal mattino sulle regioni centrali associata a qualche precipitazione debole e sporadica su Toscana e Umbria; ampie schiarite in serata specie sui versanti tirrenici. Al Sud poco nuvoloso o parzialmente nuvoloso. Temperature in lieve aumento al Centro-Sud. Venti ovunque dai quadranti meridionali, generalmente deboli.

Martedì ancora molte nubi al Nord e sulla Toscana, con precipitazioni più organizzate a nord del Po, e in particolare sull’arco alpino dove potranno risultare anche intense o abbondanti, con quota neve in calo fino a circa 1500 metri. Altrove le precipitazioni saranno più sporadiche e a carattere generalmente debole. Sulle restanti regioni cielo generalmente poco o parzialmente nuvoloso, con tendenza ad aumento della nuvolosità in serata sulla Sardegna e regioni centrali tirreniche. Temperature in ulteriore lieve aumento, specie nei valori minimi. Venti ovunque dai quadranti meridionali, in progressivo rinforzo su tutti i bacini.

Mercoledì perturbato al Nord con precipitazioni estese e persistenti, anche a carattere di rovescio o temporale e nevose al di sopra dei 1500 metri circa. Le precipitazioni saranno più insistenti a nord del Po, con possibile presenza di ombra pluviometrica su Emilia Romagna per Garbino. Al Centro, da molto nuvoloso a coperto sulla Toscana con precipitazioni diffuse specie sulla parte settentrionale della regione, localmente intense e a carattere di rovescio o temporale. Estensione delle precipitazioni dal pomeriggio anche all’Umbria. Sulle restanti regioni cieli parzialmente nuvolosi per nubi stratiformi ma in assenza di precipitazioni significative. Temperature in diminuzione le massime al Nord e sulla Toscana, in ulteriore aumento altrove. Venti ancora dai quadranti meridionali, da moderati a forti su tutti i bacini.

Giovedì ancora molte nubi e precipitazioni sulla regione alpina, con quota neve in ulteriore calo, fino a quote comprese tra gli 800-1000 metri delle Alpi occidentali e i 600 metri di quelle orientali. Sulle restanti regioni settentrionali cieli irregolarmente nuvolosi con precipitazioni sparse. Fenomeni in generale attenuazione dalla serata a partire da ovest. Da nuvoloso a molto nuvoloso sulle regioni centrali con precipitazioni sparse, specie su Toscana meridionale, Lazio e Abruzzo. Nuvolosità in aumento anche al Sud, con precipitazioni sparse in movimento dal basso Tirreno verso levante. Temperature in sensibile diminuzione al Nord e, dalla serata, anche sulle regioni Centrali. Venti in rotazione dai quadranti settentrionali al Nord e sul Tirreno centro-settentrionale dove irromperà con forza il maestrale; altrove ancora di scirocco.

Venerdì ancora nuvolosità al Nord con precipitazioni sparse specie sulla regione alpina e sul Triveneto e schiarite più ampie sulle regioni di nord-ovest. Molto nuvoloso o coperto sulle regioni centrali peninsulari con precipitazioni diffuse, anche abbondanti o di forte intensità. Nubi e precipitazioni sparse anche sulle regioni meridionali. Qualche schiarita in più su Sardegna e regioni centro-meridionali tirreniche. Temperature in forte diminuzione al Sud, in ulteriore diminuzione al Centro-Nord. Venti ovunque sostenuti dai quadranti settentrionali, di grecale sui bacini di levante e di maestrale su quelli di ponente.

Sabato migliora in modo deciso al Centro-Nord, con fenomenologia da instabilità sui rilievi, prevalentemente debole. Nuvolosità irregolare al Sud con precipitazioni sparse. Temperature in ulteriore diminuzione al Sud. Venti ovunque dai quadranti settentrionali, da moderati a forti sui bacini centro-meridionali.

Domenica ulteriore e generale miglioramento delle condizioni atmosferiche su tutto il Paese. Temperature in ripresa e venti in attenuazione.

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Letture domenicali

Posted by on 11:52 in Attualità | 0 comments

Letture domenicali

Due paper interessanti, uno datato ma “sempreverde” perché inerente le teleconnessioni tra il Vortice Polare Stratosferico e le dinamiche delle stagioni invernali in area Euro-Atlantica, l’altro molto più recente e d’attualità, che esplora il contributo delle oscillazioni oceaniche di medio-lungo periodo al trend dell’estensione del ghiaccio marino nell’Artico.

Il primo.

The North Atlantic variability structure, storm tracks, and precipitation depending on the polar vortex strength

Questo articolo del 2004, liberamente accessibile (pdf), individua un’interessante differenza del tipo di tempo che si manifesta nella stagione invernale in relazione alla “solidità” del Vortice Polare Stratosferico, ovvero all’intensità della componente zonale del flusso nella media ed alta troposfera, che regola i flussi di calore diretti verso le alte latitudini e la capacità delle ondulazioni anticicloniche di propagarsi verso il polo. La differenza si esplica nella distribuzione del campo di massa in area atlantica, quindi nella posizione della stormtrack, cioè nel percorso che seguono le perturbazioni. In pratica, attraverso l’analisi delle dinamiche del Vortice Polare, si identifica una NAO (North Atlantic Oscillation) in quota, laddove per definizione l’indice NAO – la differenza di pressione atmosferica tra le Azzorre e l’Islanda – si calcola invece nei bassi strati.

Il secondo.

Contribution of sea-ice loss to Arctic amplification is regulated by Pacific Ocean decadal variability

Questo articolo, ahimè paywalled, entra nel territorio minato dei feedback, ovvero di quei processi che si innescano nel sistema climatico e che sono in grado di amplificare e mitigare gli effetti di ciò che li ha innescati. In particolare, con riferimento all’estensione del ghiaccio marino artico ed all’amplificazione artica, ovvero al riscaldamento delle alte latitudini più che doppio rispetto a quanto accade alle latitudini medie, gli autori individuano un ruolo significativo per le dinamiche del ghiaccio marino nel segno della PDO (Pacific Decadal Oscillation). Dato un trend di lungo periodo che comunque vede una progressiva diminuzione dell’estensione del ghiaccio, il segno della PDO positivo (negativo) incide facendo aumentare (diminuire) la perdita di massa glaciale. Secondo gli autori, dati per stabili tutti gli altri fattori che concorrono a regolarne l’estensione, in vista di un prossimo passaggio della PDO verso il territorio negativo, sarebbe lecito attendersi un rallentamento del rateo di diminuzione del ghiacci artici. Se questo fosse vero avrebbe due postulati aggiuntivi: 1) si confermerebbe l’inconsistenza delle previsioni di prossima scomparsa dei ghiacci artici durante la stagione estiva e, 2) la “quota” di perdita di massa glaciale da imputare al segno positivo della PDO delle decadi recenti ridimensionerebbe non poco quelle che sono state descritte come dirette conseguenze del riscaldamento.

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Il Nulla Glaciale

Posted by on 09:28 in Attualità | 17 comments

Il Nulla Glaciale

Una notizia che gira da un po’, rimbalzando tra Twitter e altri social: “L’acqua scorre attraverso l’Antartide”. Scoperti fiumi che scorrono sopra e sotto il ghiaccio dalle montagne verso il mare.


Finora, pare che l’esistenza di questi fiumi fosse nota solo per la Penisola Antartica – dicono – ma adesso che li abbiamo trovati anche altrove sono senz’altro fonte di preoccupazione, nonostante 1) la temperatura laggiù, appunto a parte che per la Penisola Antarica, non è affatto aumentata; 2) il ghiaccio anziché diminuire come accade per l’Artico, non ha mai smesso di aumentare da quando lo si misura oggettivamente; 3) alcuni di questi fiumi, di cui era già nota l’esistenza, pare che invece contribuiscano alla stabilità del ghiaccio regolando i flussi verso il mare; 4) i dati attuali non sono sufficienti a trarre conclusioni.

Però, se leggete l’articolo di Science Daily, sembra stia arrivando l’armageddon. Ma questi chi li paga?

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Poveri ma Verdi

Posted by on 06:00 in Attualità | 15 comments

Poveri ma Verdi

Era il 1920 quando al termine di una conferenza durata un mese e tenuta presso il Madison Square Garden di New York, l’UNIA (Universal Negro Improvement Association and African Communities League) introdusse ufficialmente la “Bandiera Panafricana”: tre strisce orizzontali di colore rosso, nero e verde. Il rosso a simboleggiare il sangue versato per la libertà e che unisce tutte le persone di colore con antenati africani; il nero a simboleggiare la “nazione dei neri”, pur avulsa dall’esistenza stessa di uno stato-nazione; il verde a simboleggiare la ricchezza della terra d’Africa.

Erano altri tempi, in cui la rivendicazione dei diritti civili elementari prevaleva su quel politicamente corretto che nel corso degli anni ha finito per trasformare una parola un tempo rivendicata con orgoglio e dai risvolti letterari in un insulto sanguinoso, la cui sola pronuncia è oggi causa di crisi isteriche di pianto per le conduttrici televisive super-liberal (e super-bionde) della CNN.

Sistemato il “nero”, è poi toccato al “verde”. E qui l’operazione si è fatta più complessa. Se la ricchezza della terra africana è stata talmente apprezzata negli anni da suscitare appetiti finanziari e geopolitici di varia natura, è sul piano dello sviluppo economico ed energetico che l’interpretazione moderna in chiave liberal del colore verde ha prodotto i risultati più controversi.

Affronta in questi giorni l’argomento il Washington Times, quotidiano americano che, proprio dall’ombelico geografico del pensiero unico liberal, si permette il lusso di raccontare storie che non trovano spazio sulla stampa mainstream americana ed europea. E lo fa, in questo caso, affidandosi alla penna (o meglio alla tastiera) di Geoff Hill, giornalista e scrittore sudafricano che conosce la materia e che racconta l’Africa dall’Africa, non da un salotto liberal newyorchese o dall’ufficio stampa di qualche euro-burocrate. Esiste ancora una stampa che racconta storie senza fare il copia e incolla dei lanci della Reuters o dell’AP, vivaddio.

L’articolo

“Power-Starved Africa develops appetite for coal, dismisses environmental concerns in West”. Non ha il dono della brevità, il titolo dell’articolo, ma rende molto bene i contenuti trattati. Di seguito un riassunto dei punti che ho trovato più interessanti:

  • La Tanzania, forte di riserve di circa 5 miliardi di tonnellate di carbone, sta pianificando la costruzione della sua prima centrale elettrica a carbone. Come il Kenya. Altri paesi come Ghana e Nigeria si mostrano interessati all’uso del carbone per la generazione elettrica. Ma ci sono progetti di respiro ancora più ampio, transnazionale: in Botwsana è in costruzione una linea ferroviaria di circa 1,600 km per trasportare carbone da un porto della Namibia al resto del mondo. Del resto il carbone in Africa è una risorsa importante, e non da ieri: il Sudafrica, ad esempio, produce il 93% della sua energia proprio dal carbone. “Se c’è una guerra al carbone, in Africa, probabilmente la sta vincendo proprio il carbone”.
  • La demonizzazione degli idrocarburi, così popolare in occidente per l’azione dei gruppi di pressione ambientalisti sostenuti da solerti scienziati del clima, è portata avanti in Africa prevalentemente da espatriati bianchi e da organizzazioni non governative straniere.
  • John Owusu, ingegnere ghanese con un’esperienza cinquantennale nel campo energetico e sostenitore della prima ora delle energie alternative, fa notare che nonostante la narrativa occidentale di un’Africa piena di sole e pannellabile a più non posso, molti paesi hanno un clima che non è compatibile con la produzione solare a causa dell’esistenza di stagioni delle piogge prolungate in cui il sole può mancare anche per periodi molto lunghi: “Se cucini usando un falò, se non hai elettricità e vai a letto affamato, non rimani sveglio a pensare se sia meglio usare il solare, il gas o il carbone; e se non hai l’elettricità in città, non c’è spazio per investimenti e nuovi lavori. Conservare vaccini, sieri contro i morsi dei serpenti, medicine per l’HIV diventa impossibile senza frigoriferi, e in troppi posti non c’è energia elettrica per alimentarli”.
  • Si obbietterà che esistono zone in cui il solare può essere più efficiente, come quelle a clima arido. Il problema è che diversi esperimenti relativi all’uso di tecnologie verdi sono falliti a causa di problemi che con un eufemismo potremmo definire socio-culturali. In Sudafrica, racconta una imprenditrice, un gruppo di criminali ha sequestrato il suo staff e rubato pannelli e batterie sotto la minaccia delle armi, col risultato che si è deciso di riconnettersi alla rete nazionale. Storie simili vengono anche da altri paesi africani, asiatici, dal Brasile. Nei distretti rurali indiani vicini a Mumbai circa 2,000 villaggi sono stati elettrificati usando pannelli solari: da allora quasi tutte le infrastrutture sono state danneggiate o rubate e il governo sta ricollegando le aree in questione alla rete nazionale, che produce circa il 50% dell’energia grazie al carbone.
  • Il ministro delle finanze nigeriano Adeosun ha affermato l’anno scorso ad un meeting del Fondo Monetario Internazionale: “In Nigeria abbiamo tanto carbone, ma non abbastanza energia. Ci viene impedito di usarlo perché ‘non è verde’. Suona piuttosto ipocrita se si considera che lo sviluppo dei paesi occidentali è stato costruito proprio sull’utilizzo del carbone”.
  • Il tutto accade mentre in America Trump è criticato (dai soliti) per la riapertura delle miniere di carbone. Eppure il sostegno della nuova Amministrazione alle tecnologie per un “carbone pulito” potrebbe tornare utile proprio a quei paesi africani che cercano di regalarsi l’agognata sicurezza energetica. L’ultimo commento dell’articolo è affidato a Griffin Thompson, Assistente del Segretario di Stato per l’Energia: “È prerogativa di ogni stato decidere a quale mix energetico affidarsi. Che sia carbone o rinnovabile, l’importante è che favorisca la crescita economica”.

Qualche commento

È sempre più evidente, a mio parere, il confronto tra due mondi: quello liberal-elitista, fortemente ideologizzato e altrettanto scollato dai bisogni elementari della gente, e il mondo reale. Il mondo reale reclama sempre di più uno spazio che gli viene sottratto da troppo tempo nel nome di presunti problemi “di vitale importanza” ma che al cospetto della realtà quotidiana si rivelano per quello che sono: falsi problemi, distrazioni di massa, assiomi post-ideologici, fondamentalismi di ritorno inseriti in agende in apparenza più o meno colorate ma che nella migliore delle ipotesi sono puramente sgangherate, e nella peggiore, inconfessabili.

In questo specifico caso si parla di sviluppo dell’Africa. E per l’Africa il mondo liberal-elitista sembra proporci la seguente soluzione:

  • Imporre l’uso di energie verdi laddove queste non sono economiche o risultano inapplicabili per problemi di natura sociale o culturale.
  • In ottemperanza all’esigenza di imporre tecnologie più o meno verdi, lasciare centinaia di milioni di esseri umani nella condizione di non poter soddisfare i loro bisogni primari, che proprio sulla facilità di accesso all’energia si fondano.
  • Proporre, come panacea di tutti i mali, immigrazioni di massa dai paesi in via di sviluppo alla volta di quelli già sviluppati: ricetta davvero sorprendente visto che le risorse umane servono dove c’è potenziale di crescita, e non dove la fase di sviluppo più tumultuosa c’è già stata, e ha lasciato il posto a disoccupazione crescente, recessione economica e povertà di ritorno. Il tutto con il duplice effetto di portare disagio economico e distruzione dello stato sociale da una parte, e perpetrare uno stato di cronico sottosviluppo dall’altra, ovvero a danno di quei paesi che hanno un disperato bisogno di risorse umane giovani e motivate per poter spiccare il volo.

Lo scontro tra questi mondi è ovunque, persino in campo religioso, dove al grido di dolore dei vescovi africani che chiedono ai loro giovani di non emigrare per rincorrere impieghi inesistenti in Europa si contrappone la retorica vaticana very liberal dell’accoglienza indiscriminata. Come se svuotare l’Africa delle sue migliori risorse fosse il massimo esempio di misericordia cristiana.

La retorica vuota sulle energie verdi, i fondamentalismi climatici, l’abolizione dei confini nazionali, l’auspicio di un non meglio precisato melting-pot culturale e religioso, le rivoluzioni colorate, l’ossessione per alcune selezionate minoranze: tutto si presenta e si tiene insieme come parte di un armamentario di strumenti ideologici scollati dai bisogni reali della gente e funzionali ad altro. E le cronache di questi giorni non fanno che confermare questo scontro e questo clamoroso scollamento. Per esempio nel ruolo di certe ONG che si auto-definiscono “filantropiche” e sono oggi estremamente attive nel traghettare migranti economici da una parte all’altra del Mediterraneo. Il tutto mentre le (altre?) ONG di cui parla Geoff Hill cercano di fermare i progetti di sviluppo africani che non sono abbastanza “green” per i parametri dei liberal salvamondisti.

Ecco, forse la drammaticità e l’assurdità dello scontro è tutta qui: in questi sedicenti filantropi che nel nome di temperature globali aumentate di pochi decimi di grado in qualche decennio preferiscono lasciare milioni di persone senza vaccini, medicinali contro l’AIDS e sieri anti-vipera. E che nel nome di un non meglio precisato modello di civiltà ideale auspicano la deportazione di milioni di persone dalle loro terre, che di quelle stesse persone hanno bisogno più di ogni altra cosa: energia umana, prima ancora che elettrica, prima ancora che verde.

 

 

 

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Marcia che ti passa

Posted by on 06:32 in Attualità | 3 comments

Marcia che ti passa

Sabato prossimo, 22 aprile, gli scienZiati americani scenderanno in piazza per marciare. Dal momento che non si tratta di un evento sportivo e tanto meno di una parata, resta una sola ipotesi, trattasi di marcia di protesta inscenata dagli stessi a cui all’indomani della vittoria di Trump è stato messo a disposizione il sostegno psicologico negli atenei americani. Tanto leggiamo dalle pagine web prontamente messe on line in occasione dell’evento, che incidentalmente coincide con l’Earth Day:

Di fronte ad un allarmante tendenza a screditare il consenso scientifico e limitare le scoperte scientifiche, dobbiamo invece chiederci: possiamo permetterci di non scendere in piazza a difenderli?

L’allarmante tendenza e il pericoloso limite, risiedono naturalmente nel fatto che l’attuale amministrazione USA sente parecchio meno caldo della precedente, ed è perciò molto più prudente in materia di clima che cambia. Dopo la risibile corsa al salvataggio di dati che si temeva sarebbero stati fatti sparire, allarme cui non ha creduto nessuno perché i dati in questione sono talmente pubblici da non poter essere nascosti a nessuno, l’attenzione si è spostata sulle policy che, a tutti gli effetti, la nuova amministrazione ha deciso di intraprendere. Se fossimo dalle nostre parti questo segnerebbe la nascita del “partito della scienza”, con quella pratica tutta speciale che pretende di risolvere i problemi di tutti partendo dalla conoscenza di quelli di pochi, come il partito dei pensionati, quello degli animalisti, etc etc. Insomma, la scienza americana, fa coming out e scende in politica, dopo averla evidentemente praticata sottobanco per qualche decennio.

Qui si ferma l’analisi dell’evento, perché sono fatti loro. Veniamo piuttosto alle minacce di cui sopra che forse dovrebbero preoccuparci, perché in materia di scienza del meteo e del clima gli americani non sono secondi a nessuno perché vi dedicano soldi a palate. Appena ieri sono apparse due notizie su Twitter che sono forse sfuggite a quanti stanno preparando la marcia, evidentemente molto impegnati ad allenarsi.

Ecco la prima:

Ed ecco la seconda:

Così, mentre, si protesta per il sospetto di non essere “liberi” di lavorare per conto dello Stato pretendendo di dirgli cosa deve fare, quello stesso Stato legifera per dare impulso e risorse alla ricerca ed alle infrastrutture destinate a migliorare la qualità dei sistemi di previsione degli eventi atmosferici intensi, quelli che contano davvero. A corredo di questa simpatica dissonanza cognitiva, scopriamo anche che nel giro di uno o due anni, grazie ad una cospicua quantità di risorse messe a disposizione all’indomani della debacle previsionale della NOAA sull’atterraggio della Tempesta Tropicale Sandy in quel di New York – previsto invece correttamente e con largo anticipo dal modello europeo – sarà messo in linea un nuovo modello previsionale che promette faville, tanto in termini di affidabilità che di velocità di esecuzione dei calcoli che di efficienza.

Nel frattempo, spaventati dal sospetto di non poter più campare prevedendo come sarà il tempo tra cent’anni, loro marciano. Speriamo che non piova.

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Le cause della pausa nel riscaldamento globale

Posted by on 06:41 in Attualità, Climatologia | 8 comments

Le cause della pausa nel riscaldamento globale

In un recente post G. Guidi ha segnalato un interessante articolo, pubblicato su Nature Climate Change. in cui C. Hedemann, T. Mauritsen, J. Jungclaus e J. Marotzke (da ora in avanti Hedemann et al., 2017) analizzano una possibile spiegazione della pausa nel riscaldamento del clima terrestre, verificatasi nel corso della prima decade del 21° secolo.

The subtle origins of surface-warming hiatuses

Giusto per ricordarlo a me stesso, la pausa o iato è stato un fenomeno piuttosto controverso che ha agitato le acque della climatologia nel corso degli ultimi anni: il trend di aumento delle temperature superficiali terrestri è diminuito rispetto agli anni precedenti per cui sembrava scricchiolare il principale assunto dell’AGW: maggiore concentrazione di diossido di carbonio atmosferico => maggiore aumento delle temperature superficiali terrestri.

La pausa è stata riconosciuta come un fatto reale da molti ricercatori e, in modo alquanto sfumato, anche da IPCC che ha rivisto al ribasso i valori della Sensibilità Climatica all’Equilibrio; mentre molti altri ricercatori non hanno mai riconosciuto l’esistenza della pausa anzi ne hanno negato l’esistenza come nel caso di Karl et al., 2015. Le spiegazioni del fenomeno sono state molte, ma nessuna soddisfacente per cui, ad un certo punto, i ricercatori sembrava che avessero deciso di dedicarsi ad altro. Ciò anche in considerazione del fatto che con il forte El-Nino 2015 la pausa poteva considerarsi un fatto superato. Mi è parso strano, quindi, che un nuovo lavoro scientifico sull’argomento venisse pubblicato in questi giorni, per cui ho cercato di approfondire l’argomento, scoprendo molte cose interessanti (almeno per me, ovviamente).

Hedemann et al., 2017 non è liberamente accessibile, per cui ho potuto leggere solo l’abstract, i materiali supplementari, studiare i grafici di cui alle figure 1, 2 e 3 dell’articolo ed il commento sul sito del Max Plank Institut fur Meteorologie cui l’autore principale è associato. Molto interessante mi è parso il grafico di fig. 1 in quanto riassume in modo estremamente efficace l’andamento del trend di variazione della temperatura terrestre calcolato su un intervallo temporale standard di 15 anni. In altri termini il grafico rappresenta “l’accelerazione” delle anomalie termiche. Nel seguito riporto il grafico tratto dalla figura 1 di Hedemann et al., 2017 (qui la fonte).

E’ un grafico piuttosto complesso che richiede più di qualche parola per essere descritto in modo comprensibile. Il grafico rappresenta il trend delle Temperature Medie Superficiali Terrestri (GMST) espresso in gradi centigradi per decade nel corso degli anni. Esso è stato ottenuto come ensemble di 100 termini del modello matematico accoppiato oceano-atmosfera MPI-ESM1.1. La parte fino al 2000 è stata forzata in base all’andamento delle temperature reali, quella successiva ipotizzando le condizioni previste dallo scenario di emissioni RCP 4.5 (lo scenario prevede una riduzione delle emissioni rispetto a quelle attuali). Le zone colorate del grafico sono rappresentative del numero di membri dell’ensemble (più scuro maggior numero di membri, più chiaro, minor numero di membri). La curva in grigio rappresenta il membro minimo dell’ensemble, mentre quella blu rappresenta la media dell’ensemble e, quindi, la temperatura attesa nel corso degli anni compresi tra il 1850 ed il 2015.

La curva rossa rappresenta la “definizione di iato” o di pausa che dir si voglia ed è stata costruita mediante una traslazione della curva blu verso il basso di un vettore, con direzione verticale, il cui modulo è pari alla differenza tra il valore del trend misurato nel periodo 1998-2012 (croce gialla) e quello previsto dai modelli (croce nera) sempre nello stesso periodo. In tal modo si è definita una curva formata dai punti che, potenzialmente, individuano uno iato uguale a quello verificatosi nella prima decade del 21° secolo. Il valore della differenza tra il trend rappresentato dalla croce nera e quello rappresentato dalla croce gialla, è pari a 0,17°C per decade. Conoscere questo dato non è importante per capire il ragionamento degli autori, ma rappresenta un utile completamento del discorso, in quanto consente di avere un’idea della differenza tra quello che prevedono i modelli e quello che accade in realtà. E’ solo un inciso, ma credo che esso sia importante in un discorso più generale sulle performance dei modelli matematici e della climatologia in genere.

Gli autori definiscono pausa o iato un periodo durante il quale il membro minimo dell’ensemble si posiziona al di sotto della curva rossa. Questo significa che il trend delle temperature decadali è inferiore di 0,17°C per decade rispetto a quanto atteso e, quindi, ci troviamo di fronte ad uno iato maggiore o uguale a quello sperimentato dopo il 2000. Sulla base di quanto sono riuscito a capire dai documenti, tra il 1850 ed i giorni nostri sono stati sperimentati ben 364 periodi in cui la tendenza delle variazioni delle temperature medie superficiali è stata uguale o inferiore a quella dell’ultima pausa cioè -0,17°C per decade.

Hedemann et al., 2017 considera due possibili spiegazioni  per la pausa: un maggior riscaldamento degli oceani o un maggior flusso di calore che esca dall’atmosfera. Del resto se consideriamo il sistema climatico come una macchina termica e la temperatura superficiale una variabile che ne quantifica lo stato, la variazione della temperatura media superficiale può essere dovuta, stante la costanza del flusso di energia in entrata, o ad una variazione del contenuto di calore oceanico, oppure ad una variazione dell’energia emessa dal sistema attraverso la sua frontiera atmosferica che poi altro non è che il TOA. Ovviamente la causa potrebbe benissimo essere una combinazione di entrambe.

La fig.3 dell’articolo è fortemente esplicativa di quanto ho fin qui esposto e di quanto scriverò in seguito. Se consideriamo i flussi di calore da e verso l’oceano e quelli in uscita dal TOA, possiamo valutare l’anomalia tra quanto ci aspettiamo sulla base dei modelli e quanto misuriamo. Hedemann et al., 2017 hanno calcolato tanto le anomalie del contenuto di calore oceanico che quelle radiative al TOA ed hanno costruito un diagramma in cui hanno rappresentato il contributo allo iato della variazione del contenuto di calore oceanico e quello dello sbilanciamento radiativo al TOA. Il calcolo delle anomalie è esemplificato a pagina 2 (fig. 1) dei materiali supplementari e nelle pagine successive viene illustrato il complesso processo statistico con cui vengono quantificati i contributi dello squilibrio radiativo al TOA e delle variazioni del contenuto di calore degli oceani ai vari periodi di pausa individuati dagli autori dello studio.

Analizziamo la figura 3 di Hedemann et al., 2017. Notiamo che per tutti i periodi di pausa confrontabili con quello del 21° secolo, abbiamo avuto sia un contributo radiativo che di variazione del contenuto di calore oceanico. Gli autori hanno potuto calcolare che oltre il 70% dei periodi di pausa è stato determinato esclusivamente o con un sostanziale contributo dallo squilibrio radiativo al TOA. Altro aspetto degno di rilievo è che le pause sono determinate, contrariamente a quanto si pensava, da piccolissime variazioni nel flusso di calore dall’oceano all’atmosfera o dall’atmosfera allo spazio. La cosa è di fondamentale importanza in quanto le tecniche di misura dello squilibrio radiativo al TOA e del flusso di calore dall’oceano all’atmosfera NON consentono di misurare tali flussi di energia con sufficiente precisione, quindi, allo stato attuale dell’arte, siamo del tutto incapaci di stabilire la causa delle pause nel trend delle variazioni delle temperature superficiali medie globali. L’entità delle divergenze di flusso in grado di determinare le pause, sono, infine, talmente piccole da rientrare nella variabilità naturale del sistema. E con questo Hedemann et al., 2015 hanno assestato un bel colpo a chi crede che gli esseri umani abbiano completamente capito come funziona il sistema climatico terrestre e che restano da definire solo i dettagli.

Voglio, ora, svolgere alcune considerazioni che esulano un poco dal focus della ricerca di Hedemann e colleghi.

Credo che si sia capito che il lavoro commentato è basato quasi esclusivamente su elaborazioni di dati desunti da modelli matematici e di rianalisi, per cui ci troviamo di fronte a quelli che si chiamano “dati sisntetici”. Se ipotizziamo, però, che i modelli sono in grado di simulare il clima che cambia (come del resto fanno da decenni i ricercatori ed i decisori politici), possiamo fare alcune considerazioni circa le tendenze delle variazioni decadali delle temperature terrestri medie globali.

Tutte le considerazioni che seguono sono fatte con riferimento alla curva rossa che rappresenta “la definizione di iato”, ma valgono anche per la curva blu a meno di una semplice traslazione di 0,17°C per decade.

Guardando il grafico si nota come, a partire dal 1850, la tendenza della variazione delle temperature medie superficiali (da ora in poi deltaT per semplicità) vari in modo piuttosto bizzarro nel tempo.

  • Dal 1850 al 1860 (circa) deltaT  è cresciuto in maniera costante. Nel ventennio successivo deltaT è diminuito in modo non costante: ad una prima riduzione graduale ha fatto seguito una variazione repentina del trend che da -0,05°C per decade è passato a -0,35°C per decade.
  • Dalla metà degli anni settanta del 1800 il deltaT è cresciuto costantemente passando da -0,35°C per decade a +0,05°C per decade: un riscaldamento globale ruggente con i fiocchi.
  • In una decina d’anni il deltaT è tornato a diminuire oscillando tra circa -0,15° C per decade e -0,05°C per decade. Questo fino agli anni ’50 del secolo scorso, quando il deltaT ha cominciato a registrare un’altra serie di brusche oscillazioni. In un decennio (1945-1955) il deltaT è passato da -0,15° C per decade a -0,20°C per decade. Nel decennio successivo il deltaT è cresciuto fino ad arrivare allo zero e, tra alti e bassi, esso ha oscillato intorno a -0,05°C per decade fino alla fine degli anni ottanta del 20° secolo.
  • In quegli anni il trend ha iniziato a salire raggiungendo il picco di 0,20°C per decade intorno al 1990. Dopo il 1990 il deltaT è diminuito fino ad azzerarsi intorno al 2000. Detto in altri termini le temperature globali sono sempre cambiate e con tassi di variazione sempre diversi l’uno dall’altro.

Di fronte ad un grafico del genere si fa molta fatica ad imputare le variazioni del trend decadale di variazione delle temperature alla sola CO2, in quanto la sua concentrazione atmosferica è aumentata in modo monotono durante tutta l’era industriale, per cui appare logico tener conto di una variabilità interna al sistema che genera queste oscillazioni.

Questo grafico, per quel che mi riguarda, è una pietra tombale sull’ipotesi che il sistema sia guidato solo ed esclusivamente dalla CO2 in quanto DEVE esistere una variabilità interna al sistema di cui, oggi come oggi, non si tiene conto o la si considera del tutto secondaria rispetto al ruolo delle cause antropiche. Detto in altri termini resta grande come un macigno il quesito: quanta parte dell’ultimo riscaldamento è imputabile all’uomo e quanta parte alla variabilità interna al sistema? Evitare di rispondere a questo quesito, sulla scorta di posizioni ideologiche è negare la scienza. La scienza non pensa, infatti, fa ipotesi da sottoporre a verifica sperimentale. Ed il lavoro di Hedemann et al., 2017 va in questa direzione.

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La Pausa c’è, malgrado tutto…

Posted by on 07:12 in Attualità | 6 comments

La Pausa c’è, malgrado tutto…

Qualcuno ha ancora dei dubbi circa il fatto che lo studio ammazza-pausa uscito appena prima del summit di Parigi sia servito solo a spianare la strada agli accordi? Nature Climate Change:

The subtle origins of surface-warming hiatuses

Infingarde queste pause del riscaldamento globale. Non solo esistono, malgrado dopo aver individuato decine di possibili cause della loro occorrenza se ne sia decretata l’esistenza solo in dipendenza dal fatto che non siamo capaci di osservare correttamente il sistema – per la serie se la realtà non mi piace la cambio – ma continuano anche a mettere in discussione la validità delle proiezioni – per la serie l’immaginazione non basta.

Secondo questo paper di fresca stampa, né i gap nelle osservazioni, né le altre ipotesi avanzate per spiegare perché malgrado la persistenza del forcing da CO2 la temperatura ha smesso di aumentare hanno centrato il problema. Per farlo, scrivono, bisogna guardare in alto, verso il top dell’atmosfera, con la consapevolezza che forse una spiegazione vera e propria non la troveremo mai.

Sorge a questo punto un altro dubbio: ma se queste pause sono vere e dunque possibili, e se i modelli di cui disponiamo non riescono ad intercettarle, forse non si dovrebbero basare le policy climatiche su quei modelli.

Troppo razionale? Forse sì, dal momento che, sempre fresco di stampa, ecco un altro paper che, ignaro di tutta la vicenda, prende quelle proiezioni per oro colato, le applica al mondo finanziario e “scopre” che, in fondo, delle sane politiche di riduzione delle emissioni che prevedano una idonea transizione verso un mondo libero dai combustibili fossili (ma con la luce spenta) non avrebbero un impatto così serio sul sistema bancario, mentre ne avrebbero uno devastante sui fondi di investimento.

A climate stress-test of the financial system

Incidentalmente, pare che l’esposizione dei fondi di investimento sui settori che riceverebbero l’impatto maggiore da queste politiche salvamondo ma non salvadanaio, sia pari alla capitalizzazione delle banche.

Avete capito ora che gridare al disastro climatico senza avere la più pallida idea di quello che sta realmente accadendo non è un gioco?

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Le Previsioni di CM – 17 / 23 Aprile 2017

Posted by on 06:00 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 0 comments

Le Previsioni di CM – 17 / 23 Aprile 2017

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una cellula anticiclonica è centrata a nord delle isole britanniche, a componente mista: dinamica in Atlantico e termica sul Mare del Nord. Uno stretto corridoio sul Mare di Groenlandia mette in comunicazione l’anticiclone europeo con quello che insiste sull’Artico da alcuni giorni, favorendo il continuo afflusso di aria fredda sul Mare di Barents dove finalmente si vanno attenuando le anomalie termiche positive della superficie marina che hanno caratterizzato il settore da un paio d’anni a questa parte. A ovest del blocco anticiclonico citato prevalgono i sistemi depressionari: un vortice piuttosto profondo è in azione sulla Groenlandia, con associata discesa di aria molto fredda attraverso lo stretto di Davis che va ad alimentare, a sua volta, una depressione centrata sull’isola di Terranova interessata in queste ore da abbondanti nevicate. Nevica copiosamente anche sui versanti esteri alpini, a quote piuttosto basse per la stagione, dove è in transito una perturbazione che segna il confine tra l’aria fredda convogliata lungo il bordo orientale dell’anticiclone e l’aria mite che interessa ancora il Mediterraneo centrale (Fig.1).

Fig.1: GFS, Lunedì 17 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana l’anticiclone subirà un vistoso tilting in senso orario, per effetto dell’azione di sfondamento del ponte anticiclonico ad opera del vortice groenlandese. Questo favorirà l’afflusso di aria molto fredda di natura mista, artica marittima e continentale, in direzione dell’Europa centrale e del Mediterraneo centro-occidentale. Si tratterà di un evento fuori dall’ordinario sia per i valori termici molto bassi per la stagione, sia per l’associata fenomenologia prevalentemente nevosa fino al piano ed estesa dalla Francia orientale fino all’Europa orientale (Figs. 2-3).

Fig.2. GFS, Mercoledì 19 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

 

Fig. 3. Accumuli nevosi sull’Europa tra Domenica 16 Aprile e Venerdì 21 Aprile. Fonte: www.windytv.com

Anche l’Italia pagherà il suo tributo alla configurazione sinottica appena delineata, sotto la forma di una diminuzione sensibile delle temperature e di fenomenologia più diffusa e intensa lungo i versanti orientali del Paese, dove non mancheranno ovviamente le nevicate, anche a quote molto basse per la stagione.

L’ulteriore rotazione dell’anticiclone lungo i paralleli si assocerà ad un miglioramento delle condizioni atmosferiche sull’Italia, in attesa di un possibile nuovo peggioramento dai quadranti settentrionali tra la fine della settimana e l’inizio di quella successiva (Fig.4).

Fig.4: GFS, Domenica 23 Aprile 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì al Nord rapido miglioramento delle condizioni atmosferiche a partire dalle regioni occidentali, in estensione alle restanti regioni dopo le piogge e i rovesci su Triveneto e Romagna nelle prime ore del mattino. Sulle regioni centrali adriatiche e meridionali peninsulari precipitazioni al mattino, in rapido miglioramento a partire dalle regioni centrali in rapida estensione a quelle meridionali. Schiarite più ampie e durature su isole maggiori e centrali tirreniche. Temperature in generale diminuzione, più sensibile sui versanti orientali. Venti di maestrale sui bacini occidentali con qualche rinforzo su Canale di Sardegna e di Sicilia.

Martedì Da poco nuvoloso a nuvoloso sulle regioni nord-occidentali in sostanziale assenza di precipitazioni. Nuvolosità in rapido aumento sulle regioni nord-orientali con associate precipitazioni dalla tarda mattinata, in estensione ai settori centrali della Valpadana, nevose al di sopra degli 800-1000 metri. Sulle regioni centrali peninsulari nuvolosità in aumento dal mattino con associate precipitazioni anche a carattere di rovescio o temporale più probabili e intense sui versanti orientali e sull’Appennino, dove saranno nevose a quote superiori ai 1000-1200 metri. Schiarite più ampie sui versanti tirrenici dove le precipitazioni saranno generalmente deboli e sporadiche. Al Sud nuvolosità irregolare sulle regioni peninsulari con piogge e rovesci sparsi. Ampie schiarite sulle isole maggiori. Temperature in sensibile diminuzione al Nord e al Centro. Venti generalmente sostenuti, a circolazione ciclonica attorno al minimo sulle regioni meridionali: irrompe il grecale sulle regioni centro-settentrionali adriatiche, maestrale sostenuto su Tirreno centro-settentrionale, scirocco sullo Jonio.

Mercoledì ampie schiarite al Nord, centrali tirreniche, Sardegna e Sicilia occidentale. Nuvolosità irregolare altrove con precipitazioni sparse più probabili sui rilievi e nelle ore più calde per esaltazione dei fenomeni convettivi. Temperature in diminuzione al Centro-Sud, più sensibile sulle regioni orientali. Venti ovunque dai quadranti settentrionali, generalmente sostenuti sui bacini centro-meridionali.

Giovedì ampie schiarite al Nord, centrali tirreniche e isole maggiori dove tuttavia si avranno passaggi nuvolosi prevalentemente di tipo stratiforme, in assenza di precipitazioni significative. Sulle restanti regioni nuvolosità in rapido aumento a partire da est, con associate precipitazioni diffuse e nevose fino a quote molto basse per la stagione, a partire dagli 800 metri circa. Temperature in ulteriore diminuzione su centrali adriatiche e al Sud. Venti ovunque dai quadranti settentrionali, sostenuti al Centro-Sud con rinforzi sull’Adriatico centro-meridionale.

Venerdì prevalenza di sole al Nord, centrali tirreniche e Sardegna. Altrove ancora nuvolosità irregolare con precipitazioni diffuse, nevose al di sopra degli 800-1000 metri sull’Appennino. Temperature generalmente stazionarie o in lieve aumento sulle regioni nord-occidentali. Venti sostenuti di grecale sulle regioni centro-meridionali.

Sabato e Domenica le schiarite si estendono anche alle regioni centrali adriatiche e meridionali, dopo gli ultimi addensamenti e associati residui fenomeni nella mattinata di sabato. Temperature in progressiva ripresa e venti in attenuazione su tutto il Paese.

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