Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Le Previsioni di CM – 19/26 Agosto 2019

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Le Previsioni di CM – 19/26 Agosto 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una vasta conca depressionaria si estende dall’Artico canadese alla Scandinavia, col suo asse principale disposto in senso meridiano tra le Svalbard e le Azzorre. Un centro depressionario a gradiente piuttosto lasco agisce sul Mare del Nord, mentre il flusso secondario prevale alle latitudini inferiori, con l’Europa centrale contesa tra il respiro umido atlantico e l’avvezione calda nordafricana in risposta dinamica all’azione della conca depressionaria citata. Anticiclone termico sulla Groenlandia, indizio sinottico inequivocabile dell’imminente fine della stagione estiva, con le temperature che sull’altopiano dell’isola sono diffusamente inferiori ai -15 C (ne riparleremo più avanti).

La situazione si manterrà poco evolutiva nel corso della settimana, con l’azione dei centri depressionari alle alte latitudini che si farà ancora più incisiva, contribuendo così allo spostamento ulteriore verso nord del flusso secondario, con associata formazione di una cellula di alta pressione sull’Europa centrale nella seconda parte della settimana. Questo, a sua volta, contribuirà ad un indebolimento generale del campo sul Mediterraneo, con attenuazione graduale del caldo e incremento dell’instabilita’ sull’Italia per l’effetto combinato di una minore subsidenza e dell’afflusso di aria continentale più fresca dai quadranti settentrionali.

Groenlandia, Groenlandia!!!

Groenlandia sugli scudi, da un po’ di tempo a questa parte. Prima per via della narrativa catastrofista dello scioglimento dei ghiacci (i giornaloni hanno scoperto che i ghiacci d’estate si sciolgono anche al Polo Nord, da qualche milione di anni a questa parte). Poi perché si è diffusa la notizia che Trump volesse comprare la Groenlandia.

Stranamente, invece, è passata del tutto sotto silenzio la notizia che lo strombazzatissimo record di temperatura più alta sulla Groenlandia, sul quale avevano speso (inutilmente) migliaia di litri di inchiostro i giornaloni di mezzo mondo…era un falso clamoroso. È intervenuto addirittura il prestigioso (…) DMI in persona per smentire quanto comunicato in precedenza, e spiegare che il falso record di temperatura più alta a Summit, sull’altopiano groenlandese, era dovuto ad un errore di misura. Errore non da poco, visto che invece dei 2.7/4.7 gradi annunciati, la temperatura effettiva era stata di circa -2 gradi: non una differenza da poco.

Fatto sta, il falso record di temperatura è stato macinato in tutte le salse e in tutte le lingue del mondo dai giornaloni del mainstream globalista, mentre la smentita non è arrivata che a pochi (ostinati) appassionati della materia, condivisa per lo più attraverso social network.

Niente di nuovo sotto il sole di questa assurda estate 2019 che finalmente volge al termine: nonostante la penosa foglia di fico del DMI che si autoconsola sostenendo che il falso-record è in fondo una “buona notizia per il clima”, resta la sequela impressionante di record di temperatura palesemente falsi o per lo meno sospetti, tra stazioni di rilevamento assediate dall’asfalto e dal cemento o dalle siepi, in prossimità dei tubi di scappamento dei parcheggi, o in clamoroso disaccordo con le stazioni limitrofe. Un’informazione a senso unico che strilla record anche dove non ci sono e che vede segnali di fine del mondo anche in fenomeni del tutto naturali, come si fa nelle sette finemondiste più scalcagnate. Il tutto mentre riviste scientifiche che si vogliono definire prestigiose, chiedono di chiudere il becco a tutto ciò che non è consensus, con tanto di liste di proscrizione dal sapore stalinista.

Se Dio vuole l’estate è ormai alla frutta, e la prossima settimana avrà inizio l’autunno meteorologico, e la preoccupazione dei giornaloni tornerà quella di sempre nel semestre freddo: minimizzare gli eventi freddi, andarsi a cercare col lanternino qualche montagna dove ancora non è nevicato, e cercare disperatamente record di calore nell’emisfero australe, dovesse fare troppo freddo dalle nostre parti. Il rimedio è quello di sempre: non leggerli, quei giornaloni, e assaporare le cose belle di una vita che non merita di essere sprecata dietro a isterie etero-dirette, false emergenze e fake news finemondiste.

 

Linea di tendenza per l’Italia

Da Lunedì a Mercoledì condizioni di bel tempo su tutto il Paese, con instabilità pomeridiana sulle Alpi e associata fenomenologia in locale sconfinamento sulla Valpadana centro-occidentale.

Temperature in aumento con condizioni di caldo piuttosto intenso sulle regioni centrali e meridionali, specie nella giornata di Mercoledì sui versanti orientali del Centro-Sud peninsulare. Ventilazione vivace di scirocco sui canali di Sardegna e Sicilia, generalmente debole altrove.

Giovedì l’instabilità si estende alla regione appenninica peninsulare, con fenomeni associati. Ancora bel tempo sul resto del Paese. Ventilazione dai quadranti settentrionali, più sostenuta sull’Adriatico con temperature in associata, lieve diminuzione.

Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Venti di maestrale tesi sui bacini di ponente, con rinforzi sul Tirreno centro-settentrionale. Generalmente deboli altrove.

Venerdì ulteriore intensificazione dell’instabilità sulle regioni interne e montuose del Centro-Sud, con associati rovesci e temporali in locale sconfinamento fin sulle aree costiere.

Temperature in diminuzione, ventilazione vivace di maestrale, sui bacini di levante.

Sabato e Domenica condizioni sostanzialmente invariate con spiccata instabilità sulle zone interne e montuose di tutto il Paese (con la sola probabile eccezione della Sardegna), temperature in ulteriore lieve flessione e ventilazione dai quadranti settentrionali, più avvertita sul basso Adriatico e sullo Jonio.

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Se questa è Scienza…

Posted by on 14:41 in Attualità | 10 comments

Se questa è Scienza…

…io sono Paperino.

Ci sta che qualcuno lo pensi davvero e, in termini di “peso” nel dibattito e nel mondo del clima e del meteo, magari il paragone può aver senso.

Ma, la pubblicazione su Nature – ripeto, Nature – di una ridicola lista di proscrizione mascherata da paragone dell’esposizione mediatica tra scienziati del clima e non meglio specificati “contrari”, non è scienza. Non ci si avvicina neanche. Ma, pur essendo lontana anni luce dai canoni della correttezza nella circolazione delle informazioni scientifiche, la scienza la sporca, la rende opaca, contribuendo in modo forse decisivo ad aprire (nuovamente e tristemente) l’era dell’informazione a senso unico, pilotata, autoritaria e non autorevole.

Questo l’articolo:

Discrepancy in scientific authority and media visibility of climate change scientists and contrarians

E questo l’abstract:

We juxtapose 386 prominent contrarians with 386 expert scientists by tracking their digital footprints across ∼200,000 research publications and ∼100,000 English-language digital and print media articles on climate change. Projecting these individuals across the same backdrop facilitates quantifying disparities in media visibility and scientific authority, and identifying organization patterns within their association networks. Here we show via direct comparison that contrarians are featured in 49% more media articles than scientists. Yet when comparing visibility in mainstream media sources only, we observe just a 1% excess visibility, which objectively demonstrates the crowding out of professional mainstream sources by the proliferation of new media sources, many of which contribute to the production and consumption of climate change disinformation at scale. These results demonstrate why climate scientists should increasingly exert their authority in scientific and public discourse, and why professional journalists and editors should adjust the disproportionate attention given to contrarians.

La lista dei contrari ha contribuiti a produrla DeSmogblog, un sito web nato nel 2006 per combattere la disinformazione in materia di cambiamenti climatici, naturalmente a senso unico. E quelli di Nature hanno pensato bene di ammetterne la pubblicazione. Se vorrete togliervi la curiosità, ci troverete anche qualche italiano, in un minestrone di scienziati, opinionisti e personaggi pubblici.

Ad ogni modo, lascio a voi giudicare se questa sia scienza oppure no, personalmente penso che sia uno dei punti più bassi che la comunicazione sul tema del clima abbia mai raggiunto. E vi lascio una riflessione. Ho aperto questo blog nel 2006, con il chiaro intento di creare un ambiente di discussione, un attrattore di pensiero che mi consentisse di continuare ad imparare. E ho imparato molte cose, come credo sia accaduto per i nostri lettori e per quanti negli anni hanno contribuito a queste pagine. Molto semplicemente, secondo gli scopi dichiarati di questo articolo, letteralmente un appello all’esercizio dell’autorità (non autorevolezza) da parte degli scienziati allineati e la pratica della censura da parte dei media (soprattutto tradizionali e quindi controllabili), il nostro villaggio di Asterix non potrebbe né dovrebbe esistere. So che per molti questa sarebbe una conquista, ma ricorderei loro le parole di un Padre della Patria: a fare a gara tra i puri, troverai sempre uno più puro di te che ti epura.

Enjoy

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Una su mille ce la fa

Posted by on 05:02 in Attualità | 13 comments

Una su mille ce la fa

Chi si illudeva che le vacanze estive avrebbero sottratto Greta alla luce dei riflettori, evidentemente si sbagliava. Eppure il buon senso suggeriva che avendo scioperato tutti i venerdi dell’anno scolastico, magari in estate potesse recuperare le lezioni perdute. Buon senso sprecato, perché pur non andando a scuola, in pagella aveva già incassato voti altissimi in tutte le materie. E sarà per questo che la fanciulla prodigio ha appena annunciato urbi et orbi che salterà l’intero anno scolastico 2019/2020, per ripresentarsi (forse) nel 2020/2021: con i criteri di valutazione della buona scuola svedese, un anno intero di bigiate le varrà come minimo una laurea ad honorem.

Fatto sta, dopo un anno obbiettivamente faticoso e per giunta concluso da un tour elettorale che nemmeno John Kennedy nel 1960, Greta è andata in barca. Letteralmente, nel senso che ha preso il largo a bordo di una barca a vela per attravesare l’Atlantico e presenziare all’ennesimo happening sul clima dall’altra parte dell’Atlantico. Dove ritroverà i soliti potenti della Terra che con le solite durissime parole spronerà a fare… quello che loro vorrebbero tanto fare, ma che suona molto meglio sulla bocca di una minorenne con le trecce.

L’aspetto più intrigante della vicenda, è che Greta il viaggio non lo farà su una barchetta, ma sul panfilo del principino di Monaco: sua altezza Pierre Casiraghi. E per chi ha alle spalle qualche lustro in più dell’impegnatissima fanciulla svedese, subito viene in mente la gita in barca di Fantozzi, ingaggiato come mozzo insieme a Filini dal Conte Piermatteo Barambani Megalom: “Posseggo una barchetta… Mi costa un miliardo… Ma io sono anche democratico! La mia famiglia… siete voi poveracci!

Eh sí, perché proprio mentre Greta si imbarcava col principino per le meritate vacanze dopo un anno di quasi nullafacenza scolastica, la crema del democraticissimo Jet Set mondiale si dava appuntamento… in Sicilia. Per un happening plurimilionario organizzato da Google e dedicato all’”argomento dell’anno” (sic). Indovinate quale?…. Salvare i poveracci dal global warming naturalmente! Ragion per cui i trilionari della Terra hanno pensato bene di sfidare eroicamente il caldo agostano della Sicilia. In un resort extra-lusso da 1000 euro a notte.

A differenza di Greta, che per dare l’esempio farà la pupù nel secchio e si laverà con acqua di mare, gli ospiti di Google non hanno badato alla forma, e si sono prodotti in un viavai di jet privati che hanno lasciato dietro di sè una carbon footprint di circa 100 tonnellate di CO2. L’agenda del meeting, al di là della solita foglia di fico scaldamondista, non è stata rivelata. Ma l’atmosfera di segretezza, i nomi dei partecipanti e soprattutto quello dell’organizzatore lasciano poco spazio all’immaginazione: l’evento ha avuto tutto il sapore di una Davos estiva, ché la neve svizzera sarà pure bella, ma vuoi mettere col mare e la cucina del Mediterraneo? E poi c’è da preparare il programma politico da distribuire ai governi di mezzo mondo: l’autunno incombe e la finanziaria globale lacrime e sangue dei fantozziani “poveracci”, va preparata e sottomessa per tempo: più tasse per tutti, ma per salvare il mondo dal Global Warming, neh?

Una cosa è certa: gran parte della stessa crema elitista, ancora fresca di vacanze siciliane spesate da Google, si ritroverà magicamente poco più tardi a New York con la stessa Greta appena sbarcata dal principesco panfilo. Dove la diva del climacatastrofismo si riunirà agli ormai familiari VIP che salvano il mondo dal caldo assassino. E mentre i “vecchi” possono sorridere amaro all’idea dell’esercito di gretini virtualmente arruolati come mozzi sul panfilo regale, alla maniera di Fantozzi e Filini sulla barca del Megalom, la verità è una sola: Greta ce l’ha fatta. Le è riuscito l’equivalente di una vincita al superenalotto per un adolescente: selfie coi potenti, gite a sbafo in barca coi principi, pagelle perfette senza spendere nemmeno un giorno a scuola, e tutto questo al prezzo economicissimo di un discorso (sempre uguale) declamato nelle occasioni che contano, con claque di trilionari plaudenti.

Ché una su mille ce la fa, e tutti gli altri a guardare ammirati, come fanno i nostri ragazzi quando spiano le pagine Facebook dei figli dei miliardari, immortalati mentre sperperano i soldi dei genitori nei modi più originali. Con una differenza, però: che ad essere sperperati, qui, sono i soldi dei poveracci europei, democraticamente buttati alle ortiche sotto la forma di tasse verdi per “salvare” il Pianeta. Soldi magicamente reintrodotti, “circolarmente, nelle tasche degli stessi trilionari col contributo decisivo del circo mediatico che essi stessi controllano, attraverso incentivi verdissimi che tengono in piedi imprese economiche temerarie e scriteriate, quando non francamente ridicole. Indegne di ospitalità in un mondo che si vorrebbe definire tecnologico e sviluppato.

E viene il dubbio che sia proprio questa, l’essenza della mitica economia circolare di cui si riempiono la bocca i paperoni salvamondisti, tra una Davos e l’altra: la circolazione dei risparmi accumulati con fatica dai Fantozzi di tutto il mondo nelle tasche dei democraticissimi Megalom. Ché così è sempre andato il mondo, anche quando la pietra filosofale delle elites non si chiamava ancora Global Warming ma prendeva il nome di una delle tante altre utopie che con cadenze regolari hanno rovinato la vita della maggioranza degli esseri umani, a tutto vantaggio di pochi (non) eletti.

 

 

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Fasi Climatiche Calde ed Eventi Alluvionali Estremi – Evidenze Storiche

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Fasi Climatiche Calde ed Eventi Alluvionali Estremi – Evidenze Storiche

Riassunto

Diodato et al. (2019) hanno ricostruito gli eventi idrologici dannosi (DHE – Damaging Hydrological Events) in Italia per il periodo ottobre-aprile degli ultimi 1400 anni (800-2017) evidenziando che durante il periodo caldo medievale i DHE erano meno frequenti. Viceversa eventi più frequenti e intensi hanno prevalso durante la piccola era glaciale (PEG) e infine a partire dalla metà del XIX secolo, con l’uscita dalla PEG, si è assistito al declino dei DHE, accentuatosi nel corso degli ultimi decenni. Tali conclusioni sono in accordo con una robusta bibliografia in parte citata in questo commento.

Note introduttive

Il 10 luglio scorso sulla rivista scientifica Nature Scientific Reports è uscito l’articolo da titolo “A millennium-long reconstruction of damaging hydrological events across Italy” a firma di Nazzareno Diodato, Fredrik Charpentier Ljungqvist e Gianni Bellocchi, articolo disponibile al sito https://www.nature.com/articles/s41598-019-46207-7.

L’articolo analizza una serie storica di eventi idrologici dannosi (DHE – Damaging Hydrological Events) per l’Italia riferita al periodo 800-2017 e che comprende un totale di 674 eventi. Per ogni annata è stata presa in esame la stagione compresa fra ottobre e aprile applicando ad essa come criterio classificatorio le seguenti 5 classi di gravità (SSI – Storm Severity Index) e cioè 0 (normale), 1 (perturbato), 2 (perturbato con alcune alluvioni), 3 (perturbato con grandi alluvioni) e 4 (straordinariamente perturbato con alluvioni eccezionali), in modo tale da trasformare i dati in una serie temporale continua. Si è altresì analizzata la correlazione con l’Atlantic Multidecadal Oscillation alias Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO), indice rappresentativo delle temperature di superficie dell’Oceano Atlantico settentrionale. L’analisi condotta conclude che durante il periodo caldo medievale, dominato da una fase positiva dell’AMO, gli eventi idrologici estremi  erano meno frequenti mentre eventi più frequenti e intensi hanno prevalso durante la fredda piccola era glaciale (PEG), dominata da una fase negativa dell’AMO. Infine a partire dalla metà del 19 ° secolo con l’uscita dalla PEG si è assistito ad un declino degli eventi idrologici estremi che si è accentuato nel corso degli ultimi decenni.

Si noti che gli eventi idrologici estremi sono stati rintracciati sia consultando fonti documentali e diaristiche sia effettuando una ricerca in google books (https://books.google.com) con le parole chiave “rainfall, storm, flood  and alluvial” che ha consentito di individuare così circa 1000 occorrenze. Ciò a mio avviso conferma la straordinaria valenza culturale e storiografica delle svariate iniziative volte a mettere in rete libri antichi.

Risultati

La classificazione dei 674 eventi idrologici dannosi in classi di gravità ha prodotto 232 eventi per la classe 1, 292 per la 2, 112 per la 3 e 38 per la 4. Tali eventi risultano distribuiti in sette regioni d’Italia (Tabella 1) e ricadono in regioni amministrative (Marche, Calabria e Sicilia insieme) o bacini fluviali (Adige nel nord Italia, Arno e Tevere nel centro Italia e Calore nel sud Italia). Vi sono infine eventi accaduti in siti non identificabili o in siti noti ma che non rientrano nelle 7 regioni sopra elencate e che sono genericamente attribuiti alla regione “Hotspot Italy”. In figura si riportano gli andamenti dell’indice SSIS raffrontato con gli andamenti dell’indice AMO (Wang et al., 2017) e del numero decadale di grandi piene del Po (Taricco et al., 2015). Si coglie una correlazione diretta dell’indice con le piene del Po e una inversa con l’indice AMO.

Figura 1 – andamento degli eventi idrologici dannosi espressi come indice SSIS. L’indice viene confrontato con gli andamenti dell’indice AMO (Wang et al., 2017) e del numero decadale di grandi piene del Po (Taricco et al., 2015).

Commenti

Il lavoro di Diodato et. al (2019) conferma i risultati emersi in vari studi paleoclimatici in cui si evidenzia che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa nelle fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale) rispetto a quelle fredde (es: piccola era glaciale). Ciò viene posto ad esempio in evidenza da Wirth et al., 2013 che operando su dati relativi alle Alpi Centrali evidenziano la presenza di più eventi alluvionali durante la Piccola era glaciale e viene confermato da Wilhelm et al. (2012) che esaminando le inondazioni nel Mediterraneo (Alpi francesi) nel corso degli ultimi 1400 anni scoprono che le precipitazioni estreme e le inondazioni sono meno comuni e meno estreme durante i periodi caldi rispetto ai periodi freddi. A conclusioni simili sono pervenuti anche Yiou et al. (2006), che analizzando i trend delle piene fluviali in Boemia per i fiumi Elba e Moldava evidenziano (a) che il trend di frequenza e intensità è in generale decrescita nel XX secolo, (b) che il XIX secolo è stato di gran lunga più esposto a tali fenomeni rispetto al XX e c) che gli eventi registrati nel XIX secolo non hanno paragone nel secondo millennio, confermando così i risultati otetnuti da Mudelsee  et  al. (2003 e 2004) per Elba e Oder in Germania.

Sempre per l’Italia Taricco et al. (2015) hanno ricostruito le portate del fiume Po negli ultimi 2200 anni, evidenziando portate molto ridotte fino a 1100, portate molto elevate durante la PEG con un massimo intorno al XVI secolo e un successivo calo delle portate successivo al 1850.

Interessante anche sul piano operativo è citare le conclusioni cui è pervenuto un gruppo di climatologi storici di cui fanno parte gli italiani Bertolin e Camuffo (Glaser et al., 2010):

I recenti cambiamenti nella variabilità delle frequenze delle inondazioni non sono eccezionali rispetto alla frequenza delle inondazioni degli ultimi 500 anni e non mostrano alcuna tendenza paragonabile a quella dell’ampiamente citato “hockey-stick” delle temperature. A una conclusione simile è pervenuto il progetto SPHERE che per il Nord-est della Spagna ha dimostrato che gli eventi degli ultimi 400 anni hanno prodotto deflussi significativamente maggiori rispetto a quelli osservati nei più grandi eventi di piena registrati in tempi moderni (Thorndycraft et al. 2005). Pertanto lo studio delle inondazioni storiche è ancor oggi utile per una più completa analisi dei rischi volta a pianificare le opere di protezione dalle inondazioni.

Istruttiva è infine l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po che indica 20 eventi nel XIX secolo, 18 nel XX e 2 finora nel XXI (Cati, 1981; Casale_informa, 2019; Progetto Water2adapt, 2011). Una lista delle grandi alluvioni del Po in epoca storica senza dubbio meno completa ma più ampia in termini di arco temporale indagato è reperibile nel libro di Wilson Piagnaioli “Diciamo male del Po, inondazioni e rovine nel suo bimillenario cammino” (1952).

Conclusioni

In sostanza per l’area italiana ed europea esiste una vasta bibliografia favorevole alla tesi secondo cui i periodi caldi siano anche i meno esposti a eventi alluvionali estremi.

Concludo con alcune considerazioni a latere:

  1. come indica la lista degli aventi alluvionali del Po riportata da Piagniaioli (1952), singoli eventi idrologici estremi di entità rilevantissima si sono manifestati anche durante periodi caratterizzati da portate medie molto ridotte, per cui le conclusioni degli autori non devono indurre in alcun modo ad abbassare la guardia rispetto alla necessità di realizzare, mantenere e razionalizzare le opere di difesa idraulica e regimazione dei corsi d’acqua
  2. L’attenzione alle opere di difesa idraulica e regimazione dei corsi d’acqua è particolarmente cruciale in un Paese come l’Italia, caratterizzato da una sorgente inesauribile di umidità per le perturbazioni (il mar Mediterraneo), dalla vicinanza di importanti regioni sorgenti di masse d’aria fredda (area polare e area artica), dalla presenza di un’orografia imponente e di una morfologia peculiare, tutti fattori favorevoli al realizzarsi di eventi pluviometrici estremi
  3. le considerazioni sopra esposte potrebbero rivelarsi utili anche per una riflessione più generale rispetto alla fase di “magra” che i ghiacciai alpini stanno vivendo dopo la fine della PEG e che si è accentata a partire dagli anni ’80 del XX secolo. In tal senso ricordo che il volume glaciale è funzione non solo dei fattori che incidono sul bilancio energetico di superficie (temperature e radiazione solare globale in primis) ma anche dell’entità delle precipitazioni nevose, la cui importanza è attestata ad esempio dal fatto che gli unici ghiacciai europei oggi in avanzata sono quelli della Scandinavia come mostra il diagramma presente qui: https://www.eea.europa.eu/data-and-maps/indicators/glaciers-2/assessment.

 

Bibliografia

  • Casale informa, 2019. altezze idrometriche dei colmi delle massime piene del Po, http://www.casaleinforma.it/pcivile/rischio_idro/scarica/colmi_piene_storiche_del_po.pdf
  • Cati L., 1981. Idrografia e idrologia del Po, Poligrafico dello Stato
  • Glaser R. et al., 2010. The variability of European floods since AD 1500, Climatic Change (2010) 101:235–256, DOI 10.1007/s10584-010-9816-7
  • Mudelsee, M., Börngen, M., Tetzlaff, G. & Grünewald, U. (2003) No upward trends in the occurrence of extreme floods in Central Europe. Nature 425, 166–169.
  • Mudelsee, M., Börngen, M., Tetzlaff, G. & Grünewald, U. (2004) Extreme floods in central Europe over the past 500 years: role of cyclone pathway “Zugstrasse Vb”. J. Geophys. Res. 109, D23101, doi:10.1029/2004JD005034.
  • Piagnaioli W., 1952. Diciamo male del Po, inondazioni e rovine nel suo bimillenario cammino, EDITRICE A.B.E.S. – BOLOGNA (https://bibliotecapersicetana.it/node/236)
  • Progetto Water2adapt, 2011. Analisi degli eventi di piena straordinaria del fiume Po, http://www.feem-project.net/water2adapt/files/W2A_Flood-events_ita.pdf
  • Wilhelm, B., Arnaud, F., Sabatier, P., Crouzet, C., Brisset, E., Chaumillon, E., Disnar, J.-R., Guiter, F., Malet, E., Reyss, J.-L., Tachikawa, K., Bard, E. and Delannoy, J.-J. 2012. 1400 years of extreme precipitation patterns over the Mediterranean French Alps and possible forcing mechanisms. Quaternary Research 78: 1-12.
  • Taricco, C. et al. Marine sediment remotely unveil long-term climatic variability over Northern Italy. Sci. Rep. 5, 12111 (2015).
  • Wang, J. et al. Internal and external forcing of multidecadal Atlantic climate variability over the past 1,200 years. Nat. Geosci. 10, 512–517 (2017).
  • Wirth S.B., Glur L., Gilli A., Anselmetti F.S., 2013. Holocene flood frequency across the Central Alps – solar forcing and evidence for variations in North Atlantic atmospheric circulation, Quaternary science reviews, 80(2013), 112-128.
  • Yiou P., Ribereau P., Naveau P., Nogaj M., Brázdil R., 2006. Statistical analysis of floods in Bohemia (Czech Republic) since 1825, Hydrological Sciences Journal, 51:5, 930-945, DOI: 10.1623/hysj.51.5.930.
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Le Previsioni di CM – 12/18 Agosto 2019

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Le Previsioni di CM – 12/18 Agosto 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale scorre poco disturbato alle alte latitudini europee, giovandosi di contributi di aria fredda che continuano ad affluire dal bacino centrale dell’Artico con l’effetto di rinvigorire i centri depressionari in prossimità dell’Islanda. Alle latitudini inferiori prevale il flusso secondario anticiclonico, che tuttavia risente delle ondulazioni associate al transito dei sistemi perturbati alle latitudini superiori. L’approfondimento di un vortice sull’Islanda in queste ore si associa ad un’onda di Rossby piuttosto accentuata che affonda sulla penisola iberica attivando una rispsota calda sul bacino centrale del Mediterraneo, con coinvolgimento diretto delle regioni centrali e meridionali italiane dove le temperature raggiungono in queste ore valori molto elevati (Fig.1).

Nel corso della settimana l’ondulazione iberica riuscirà ad avanzare nel Mediterraneo, complice lo spanciamento della cellula atlantica per effetto del rinvigorimento del getto. Conseguirà una diminuzione del campo termico sull’Italia, pur in assenza di fenomenologia rilevante. Condizioni atmosferiche ben diverse al di là delle Alpi, dove l’estate mostra evidenti segni di affaticamento, in linea del resto con il calendario che annuncia  l’avvicinarsi inesorabile dell’equinozio di autunno.

 

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì spiccata instabilità sull’arco alpino con temporali diffusi in locale sconfinamento sulla Valpadana nelle ore serali. Altrove condizioni di cielo generalmente sereno o parzialmente nuvoloso.

Temperature molto elevate al Centro e al Sud, con punte intorno ai 40 gradi nelle zone interne. Venti generalmente deboli, entra il maestrale in serata sulla Sardegna.

Martedì si attenua l’instabilità sull’arco alpino occidentale. Ancora qualche temporale sulle Alpi orientali con locali sconfinamenti su Triveneto ed Emilia Romagna. Cieli generalmente parzialmente nuvolosi al Centro, gran sereno al Sud.

Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Venti di maestrale tesi sui bacini di ponente, con rinforzi sul Tirreno centro-settentrionale. Generalmente deboli altrove.

Mercoledì generali condizioni di bel tempo al mattino, ma tendenza ad aumento della nuvolosità su tutti rilievi con associati rovesci e temporali in locale sconfinamento dall’Appennino sui versanti adriatici, specie su quelli meridionali.

Temperature in sensibile diminuzione su tutto il Paese. Venti tesi di maestrale su tutti i bacini.

Giovedì sulle Alpi instabilità pomeridiana in aumento con rovesci e temporali specie sui versanti orientali. Altrove condizioni generali di bel tempo salvo passaggi nuvolosi in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in ulteriore calo sulle estreme regioni meridionali. Venti tesi di maestrale su tutti i bacini.

Da Venerdì a Domenica generali condizioni di bel tempo ovunque, con temperature in graduale ripresa e ventilazione in progressiva attenuazione.

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Fit a tratti delle temperature globali

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Fit a tratti delle temperature globali

Nel 2010 è apparsa qui, su Wattsupwiththat, la figura 1 seguente, che aveva lo scopo di mostrare che l’aumento della temperatura globale era in realtà un susseguirsi di aumenti e di diminuzioni o di stasi con quasi nessuna correlazione con la CO2.

Fig.1: Diagramma che mostra come la temperatura media globale sia stata un insieme di alti e bassi, ben poco correlati al livello di CO2.

Ho voluto verificare l’esistenza di questi “alti e bassi” nelle tre serie annuali di temperatura globale (terra+oceano) di figura 2:

  • GISS (NASA, USA) dal 1880 al 2018
  • HadCRUT4 (HC4, Hadley Climate Research Unit, UK) dal 1850 al 2018
  • NOAA (NOAA,NCDC, USA) dal 1880 al 2018

Tra le serie, GISS e NOAA appaiono notevolmente simili, mentre HC4 si discosta in diversi punti dalle altre due. Tra il 1915 e il 1935 GISS e HC4 sono quasi sovrapponibili e NOAA si allontana.

Fig.2:Grafico delle tre serie utilizate. Si notino le diversità e le somiglianze tra i valori delle temperature, anche tenendo conto che i dati NOAA sono anomalie rispetto al periodo 1901-2000 mentre le altre sono calcolate rispetto al periodo 1961-1990.

Ho quindi calcolato i fit lineari di 6 (7 per HC4) tratti di lunghezza variabile delle tre serie. I risultati sono nella figura 3, riassuntiva dei fit e dei parametri. I valori numerici sono in Tabella 2.

Fig.3: Fit lineari, su tratti di dimensione variabile, per le tre serie annuali GISS, HC4 e NOAA fino al 2018. Nel sito di supporto sono disponibili anche i singoli grafici con i rispettivi spettri.

Nella parte finale delle serie ho calcolato due fit distinti per i periodi 2001-2018 e 2001-2013 con lo scopo di visualizzare l’influenza di El Niño 2015-16 sulle temperature globali. Il fit tra il 2001 e il 2018 appare come una normale continuazione del fit del periodo precedente, mentre tra il 2001 e il 2013 viene evidenziata, in verde, la “pausa”, interrotta dall’instaurarsi del forte El Niño di quattro anni fa. El Niño, anche se in forma debole, prosegue tuttora.

La lunghezza dei tratti di figura 3 è stata definita visualmente, osservando le caratteristiche dei grafici. Questa pratica fa nascere il sospetto di una scelta opportuna dei punti di inizio e fine di ogni sezione (cherry picking, o scelta delle ciliege migliori, ad una ad una) perchè il risultato finale rispecchi le conclusioni di chi fa la scelta. E a nulla servono, in queste pratiche, affermazioni -anche accorate- di buona fede.

In questa ottica, ho fatto anche la scelta neutrale di iniziare dal più lungo dei dataset (HC4, dal 1850) e scegliere tratti di lunghezza fissa 31 anni (1850-1880; 1880-1910; ecc.) per tutti i dataset, esclusi ovviamente i tratti 2000-2018 (a causa della fine dei dati) e 2000-2013 (per eliminare l’influenza di El Niño 2015-2016). Il risultato della serie di fit sui tratti di lunghezza fissa è mostrato in figura 4.

Fig.4: Fit lineare per le tre serie su periodi fissi di 31 anni, a partire dal 1850, primo valore dei dati HC4.

I valori della pendenza dei singoli fit, sia a lunghezza fissa che variabile, oltre che nelle figure precedenti si possono vedere nelle tabelle 1 e 2 rispettivamente.

Con riferimento alla figura 4 è possibile confrontare la pendenza dei tratti in salita e in discesa per ognuna delle tre serie, ad esempio tramite i dati raccolti in tabella 3

La tabella 3 è organizzata in questo modo:

  • Per ogni serie, viene calcolato il rapporto percentuale delle pendenze positive tra il primo tratto (1910-1940) e il secondo tratto (1970-2000) [cioè il valore assoluto di (0.12-0.16)/0.16=4/16, colonna “?”] e viene specificato quale dei due tratti ha la pendenza maggiore (colonna “#”, 2o+ = il secondo tratto ha pendenza maggiore)
  • La stessa operazione per le pendenze negative (1880-1910 e 1940-1970).
  • Lo stesso confronto viene fatto tra il tratto 1940-1970 e quello 2001-2013 per vedere come “la pausa” si comporta nelle tre serie.

Si vede chiaramente che, per tutti i dati globali, il secondo tratto delle serie in salita ha pendenza maggiore rispetto al primo tratto, il che significa che il ritmo di crescita delle temperature aumenta nel tempomentre, nel caso dei tratti in discesa si verifica sempre che il primo tratto ha pendenza maggiore rispetto al secondo tratto. Questo significa che i raffreddamenti globali avvengono ad un ritmo sempre inferiore man mano che il tempo passa.

Vuole dire che la teoria dell’AGW è vera e che il riscaldamento avviene a ritmi sempre più elevati, come previsto dai modelli?
No, per una serie di motivi:

  1. L’estensione temporale delle serie (la loro lunghezza) è molto limitata e non si può estendere in avanti (estrapolare) un modello che già non ricostruisce i dati osservati (per non parlare di quelli storici e preistorici). Il modello ricostruisce dopo essere stato sintonizzato (tuned) sui dati di interesse, ma se gli stessi parametri (lo stesso tuning) vengono usati per ricostruire il clima di un passato più remoto, il modello fallisce.
  2. I modelli non tengono conto (o tengono conto poco e male) dell’influenza solare (non necessariamente della sola TSI).
  3. I modelli non ammettono (se non in maniera molto blanda) le retroazioni (feedback) negative, ma la storia della Terra, di 4.5 miliardi di anni, dimostra che queste retroazioni negative esistono, sono forti e stabilizzano il sistema dopo fluttuazioni climatiche anche molto più potenti di quelle che si vorrebbero presenti oggi (tutte da dimostrare).
  4. Le salite e le discese che sono state descritte qui (e presenti in altre innumerevoli situazioni) sono quasi scorrelate dal livello di CO2, per cui la teoria AGW, che si basa sull’influenza della CO2 sul riscaldamento (catastrofico, visti i soli feedback positivi) globale, non funziona (è sbagliata).
Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui
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Lo Scioglimento dei Ghiacciai Groenlandesi – Rilevanza e Correlazione con l’Indice AMO

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Lo Scioglimento dei Ghiacciai Groenlandesi – Rilevanza e Correlazione con l’Indice AMO

Qualche giorno fa al TG5 delle ore 20 e immagino su altre emittenti è andata in onda l’ennesima sceneggiata sulla fine del mondo con ghiacciai groenlandesi allo stremo che stanno scomparendo e persone che si affrettano a raccogliere l’ultimo ghiaccio presente negli iceberg per farne bevande che a quanto pare vanno molto di moda. Ma cosa ci dice la letteratura scientifica al riguardo?

Quest’anno sui Proceedings della National Academy of Sciences è uscito l’articolo “Forty-six years of Greenland Ice Sheet mass balance from 1972 to 2018” a firma di Jérémie Mouginot, Eric Rignot, Anders A. Bjørk, Michiel van den Broeke, Romain Millan, Mathieu Morlighem, Brice Noël, Bernd Scheuchl, and Michael Wood (Mouginot et al., 2019) che è reperibile gratuitamente qui, Mentre l’informazione di supporto si trova a quest’altro link.

Il bilancio di massa è nel file dell’informazione di supporto pnas.1904242116.sd02.xls (table 2 MB_GIS in fondo – valori a riga 39) e viene rappresentato nel diagramma in figura 1, da cui si nota che le perdite più rilevanti si sono avute nel 2012 con -397+/- 57 miliardi di tonnellate mentre i guadagni più rilevanti si erano avuti nel 1973 (+144 +/- 68).

Figura 1 – Bilancio di massa dei ghiacciai groenlandesi nel loro complesso (Mouginot et al., 2019). Valori espressi in miliardi di tonnellate.

Rispetto a questi dati si pongono a mio avviso 3 ordini di commenti:

  • quello di Willis Eschenbach (https://wattsupwiththat.com/2019/08/03/greenland-endures/) secondo cui le perdite sono di ridotto rilievo rispetto alla massa glaciale totale dei ghiacci della Groenlandia che è pari a 2.6E+15 (2,600,000,000,000,000) tonnellate.
  • quello di Mouginot et al., 2019 i quali fanno rilevare che dal 1972 ad oggi il contributo dello scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia all’innalzamento del livello globale degli oceani è pari a 13.7 +/- 1.1 mm e che tale contributo potrebbe crescere in futuro per effetto soprattutto dello scioglimento dei ghiacciai delle parte Nord della Groenlandia.
  • il diagramma in figura 1 indica una strettissima correlazione con l’andamento dell’indice AMO (figura 2) che come noto rappresenta la temperature di superficie dell’Atlantico settentrionale che è passato in fase positiva nel 1994 e per il quale nei prossimi anni è atteso il passaggio in fase negativa, il che implicherebbe un ritorno a un equilibrio come lascia intuire lo stesso andamento negli anni più recenti della serie in figura 1. La correlazione fra i due dati mostra un R2 di -0.43 che sale a -0.52 se si elimina il 1998, probabile outlyer. Si tratta di una correlazione altamente significativa (R di Pearson = -0.658 che su 47 valori indica un P-Value is < .00001 e una significatività di oltre il 99%).

Figura 2 – Andamento dell’indice AMO cambiato di segno per meglio evidenziarne la correlazione con il Bilancio di massa dei ghiacciai groenlandesi in figura 1 (Atlantic Multidecadal Oscillation) dal 1972 al 1998 (fonte: NOAA – https://www.esrl.noaa.gov/psd/data/correlation/amon.us.data)

Conclusioni

A mio avviso la correlazione fra bilancio di massa dei ghiacciai groenlandesi e AMO è di grandissimo  interesse e suscettibile di riflessioni sul ruolo di tale indice nel clima globale e sulle cause delle sua variabilità che come noto si caratterizza per un ciclo di 55-80 anni che pervade l’intero olocene. Il peculiare comportamento di AMO è discusso ad esempio da Wei e Lohmann  nell’articolo “Simulated Atlantic Multidecadal Oscillation during the Holocene” uscito nel 2012 sul Journal of climate (DOI: 10.1175/JCLI-D-11-00667.1) e di cui consiglio agli interessati di leggere almeno il paragrafo 4, “Discussion and conclusions”.

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Il Declino Globale di Incendi di Boschi e Praterie

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Il Declino Globale di Incendi di Boschi e Praterie

Una vasta bibliografia e molteplici dati ufficiali attestano il declino globale degli incendi di boschi e praterie tanto in termini di numero di eventi che di superficie percorsa dal fuoco. Si tratta di un fenomeno in controtendenza rispetto al global warming, che vede l’Africa come entità territoriale più virtuosa e che è colpevolmente ignorato dai media, troppo impegnati nel propagandare l’olocausto climatico prossimo venturo per documentare quanto di positivo sta accadendo.

Gli incendi di boschi e praterie sono fenomeni legati ad una serie di variabili atmosferiche quali le temperature, le precipitazioni e il vento (velocità, direzione, grado di turbolenza) che influenzano sia l’entità del combustibile (lettiere forestale, materiale vegetale secco) sia la possibilità di innesco e successiva propagazione del fuoco. Ovviamente il ruolo dell’uomo nell’innesco e nella propagazione degli incendi è rilevante così come lo è quello dei fulmini. La crucialità delle precipitazioni in tale contesto si coglie in Italia per il fatto che il massimo rischio di incendi è nel semestre estivo (caldo e siccitoso) nell’areale a clima mediterraneo (Csa di Koeppen) mentre nell’areale alpino il massimo rischio è nel semestre invernale, in coincidenza con il minimo pluviometrico annuo e la massima frequenza dei venti di foehn, particolarmente insidiosi.

Global warming e incendi

I media enfatizzano spesso il “perverso” legame esistente fra anthropogenic global warming e frequenza degli incendi di boschi e praterie. Ad esempio l’altra mattina (2 agosto 2019) due giornali radio delle ore 6 (Radio 24 e GR1) hanno diffuso la notizia di incendi boschivi incontrollati che hanno colpito 2 milioni di ettari lasciando la Siberia in una morsa di fiamme e fumo. La giornalista del GR24 ha chiosato la notizia affermando che la principale causa degli incendi siberiani risiede nell’anthropogenic global warming.

Al riguardo mi preme anzitutto richiamare l’abstract dell’articolo scientifico di Doerr S.H. e Santin C. apparso nelle Philosophical transactions part B della Royal society nel 2016 e che viene presentato come contributo al meeting “The interaction of fire and mankind’ (di qui in avanti Doerr e Santin, 2016):

“Gli incendi sono un importante processo che interessa la superficie e l’atmosfera della Terra da oltre 350 milioni di anni e le società umane hanno convissuto con il fuoco fin dalla loro comparsa. Anche se molti considerano gli incendi come un problema in accelerazione … si deve dire che, importanti eccezioni a parte, le prove quantitative disponibili non supportano tale percezione. Infatti l’area globale soggetta a incendi appare complessivamente diminuita negli ultimi decenni, e vi sono prove crescenti che vi sono meno incendi nel panorama globale oggi rispetto a secoli fa mentre per quanto riguarda la gravità degli incendi i dati disponibili sono assai limitati. Per gli Stati Uniti occidentali i dati indicano complessivamente poche variazioni e anche l’area soggetta a incendi più gravi è complessivamente diminuita rispetto al periodo antecedente la colonizzazione europea…”.

I trend globali

Per quanto attiene ai trend globali, Andela et al. (2017) analizzando dati satellitari evidenziano un calo del 24,3% nella superficie totale bruciata per il periodo 1998-2015 e un calo del 13% nel numero di incendi per il periodo 2003-2015 con un trend negativo più deciso nelle aree a savana. Più nello specifico per quanto riguarda l’area bruciata gli autori evidenziano trend negativi per l’Africa (significativo al 99%) mentre sul resto del globo dominano trend non significativi e dunque possiamo parlare di stazionarietà. Per quanto riguarda invece il numero di incendi abbiamo trend negativi significativi per il Sud America (significativo al 90%), l’Eurasia (significativo al 95%) e l’Africa (significativo al 99%)  mentre sul resto del globo dominano trend non significativi (stazionarietà).

I trend per macroaree

Molto interessanti sono anzitutto i dati ufficiali degli incendi boschivi per il periodo dal 1980-2018 riferiti al Canada (Nazione con una superficie forestale enorme e molto attenta al tema degli incendi boschivi) e che ho tratto dal Canadian National Forest database (https://cwfis.cfs.nrcan.gc.ca/ha/nfdb; http://nfdp.ccfm.org/en/data/fires.php). Tali dati mostrano una stazionarietà in termini di area interessata al fuoco (pur con grandissima variabilità interannuale e massimi negli anni 1981, 1989, 1994 e 1995) e un significativo calo in termini di numero di incendi con trend lineare negativo significativo al 90%* (figura 1).

Figura 1 – Serie storica 1980-2018 degli incendi boschivi in Canada. Si noti la stazionarietà nell’aera bruciata e il calo nel numero totale di incendi – elaborazioni dell’autore su dati del Canadian National Forest database (https://cwfis.cfs.nrcan.gc.ca/ha/nfdb; http://nfdp.ccfm.org/en/data/fires.php).

Si noti che in Canada ogni anno si verificano oltre 8000 incendi e bruciano in media oltre 2,1 milioni di ettari di bosco. Impressionante in tale peculiare contesto è il ruolo dei fulmini, responsabili del 50% degli incendi e dell’85% dell’area annualmente bruciata.

Per l’areale euro-mediterraneo sono oggi essenziali i dati dell’European Forest Fire Information System (EFFIS) (San-Miguel-Ayanz et al., 2016) perché raggruppano statistiche di ben 40 Paesi euro-mediterranei e cioè 25  stati dell’Unione Europea (Austria,  Belgio,  Bulgaria,  Croazia,  Cipro,  Repubblica Ceca,  Estonia,  Finlandia,  Francia, Germania,  Grecia,  Ungheria,  Irlanda,  Italia, Lituania, Polonia, Portogallo,  Romania, Slovacchia , Slovenia, Spagna, Svezia, Olanda  Gran Bretagna),  10 Paesi Europei non aderenti all’UE (Albania, Bosnia & Erzegovina,  Serbia e Macedonia,  Kosovo,  Montenegro,  Norvegia, Russia, Serbia, Svizzera e Turchia), e infine 5  Paesi MENA (Algeria, Israele, Libano, Marocco e Tunisia). Le serie storiche di sintesi nazionali per il periodo 1990-2016 su numero di incendi e superficie bruciata (tabelle dalla 67 alla 70 da pagina 116 in avanti – San-Miguel-Ayanz et al., 2016) riportano tuttavia i dati di 33 dei 40 Paesi copra citati. Di questi ho considerato solo quelli che nella serie del numero di incendi hanno almeno il 65% dei valori per cui i Paesi si sono ridotti a 19, per ognuno dei quali ho sostituito gli eventuali dati mancanti (in tutto solo il 6% del totale) con la media dei dati presenti. Ho così ottenuto i diagrammi in figura 2 dalla cui analisi statistica si evidenziano trend negativi significativi al 90% per il numero di incendi e al 95%  per le aree bruciate*.

Figura 2 – Serie storica 1990-2016 degli incendi boschivi totali per 19 Paesi dell’area europea e mediterranea per i quali sono disponibili serie storiche sufficientemente complete (Bulgaria, Croazia, Finlandia, Germania, Ungheria, Lettonia, Lituania, Marocco, Polonia, Romania,Slovacchia, Svezia, Svizzera, Turchia,Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia). Si noti il significativo trend in calo sia nelle superfici totali che nel numero totale di incendi [elaborazioni dell’autore su dati EFFIS (San-Miguel-Ayanz et al., 2016]

Sempre EFFIS (San-Miguel-Ayanz et al., 2016) riporta per il periodo 1980-2016:

  • i dati relativi a 5 paesi dell’Europa Mediterranea (Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Grecia), dalla cui analisi visiva si evince un trend negativo nel numero di incendi in atto grossomodo dal 1995 e un trend negativo nella superficie bruciata su tutta la serie (figura 3).
  • i dati relativi all’Italia che evidenziano un calo sia della superficie percorsa dal fuoco sia del numero di incendi (figura 4).

Figura 3 – Serie storica 1980-2016 degli incendi boschivi in 5 Paesi dell’area mediterranea (Portogallo,Spagna, Francia, Italia, Grecia). Si noti il significativo trend in calo sia nelle superfici che nel numero di incendi – [dati EFFIS, San-Miguel-Ayanz et al., 2016]

Figura 4 – Serie storica 1980-2016 degli incendi boschivi in Italia. Si noti il trend in calo nelle superfici e nel numero di incendi [dati EFFIS, San-Miguel-Ayanz et al., 2016]

Conclusioni

Dai dati mostrati si coglie che gli incendi boschivi sia a livello globale sia per alcune importanti macroaree (area Euro-mediteranea, area canadese, Africa, ecc.) sono in significativo calo sia in termini di numero che di area percorsa dal fuoco e dunque in controtendenza rispetto all’aumento delle temperature globali. Sul trend degli incendi agiscono le politiche gestionali di prevenzione e spegnimento che si sono affinate non poco negli ultimi decenni e che hanno portato ad esempio all’attivazione di iniziative di cooperazione internazionale di cui EFFIS è un esempio.  Al riguardo spiace costatare l’incapacità dei media di prendere atto di evidenze circa le quali la documentazione quantitativa resa disponibile da fonti ufficiali e da lavori scientifici originali è particolarmente vasta e sufficientemente univoca. Peraltro colpisce in modo positivo che molti ricercatori si stiano negli ultimi anni spendendo per affermare una verità basata su dati, come attestano ad esempio i lavori di Andela et al (2017), Doer e Santin (2016) e lo stesso report EFFIS (San-Miguel-Ayanz et al., 2016).

(*) Trend analizzati con il SW Makesens del Servizio meteorologico finlandese che implementa il test di Mann-Kendall e il test di Sen per la significatività delle pendenze delle rette (Salmi et al., 2002).

Bibliografia

  • Andela N., D. C. Morton, L. Giglio, Y. Chen, G. R. van der Werf, P. S. Kasibhatla, R. S. DeFries, G. J. Collatz, S. Hantson, Kloster, D. Bachelet, M. Forrest, G. Lasslop, F. Li, S. Mangeon, J. R. Melton, C. Yue and J. T. Randerson, 2017. A human-driven decline in global burned area (6345), 1356-1362. 356 Science, DOI: 10.1126/science.aal4108
  • Doerr S.H., Santin C., 2016. Global trends in wildfire and its impacts: perceptions versus realities in a changing world. Phil. Trans. R. Soc. B 371: 20150345.  http://dx.doi.org/10.1098/rstb.2015.0345
  • Salmi T. et al., 2002. detecting trends of annual values of atmospheric pollutants by the Mann-Kendall test and sen’s slope estimates the excel template application makesens, Publications on air quality No. 31, Meteorologiska Institutet Finnish Meteorological Institute, Helsinki
  • San-Miguel-Ayanz J., Durrant T., Boca R., Libertà G., Branco A., de Rigo D., Ferrari D., Maianti P., Artés Vivancos T., Schulte E., Loffler P. (2017), Forest Fires in Europe, Middle East and North Africa 2016. Joint Research Centre, Publications Office, Lussemburgo http://effis.jrc.ec.europa.eu/media/cms_page_media/40/Forest_fires_in_Europe_Middle_east_and_North_Africa_2016_final_pdf_JZU7HeL.pdf)
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Le Previsioni di CM – 05/11 Agosto 2019

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Le Previsioni di CM – 05/11 Agosto 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale interessa le alte latitudini dello scacchiere europeo con una cintura depressionaria estesa dal Labrador al Mare di Kara, all’interno della quale agiscono tre centri depressionari rispettivamente sul Canada, sulle isole britanniche e sulla Russia europea. Quest’ultimo decisamente più vasto e persistente rispetto ai precedenti, e che fa da contraltare sinottico all’altrettanto persistente cellula dinamica sulla Groenlandia. Il flusso secondario interessa le basse latitudini euopee, con ondulazioni anticicloniche che si susseguono specularmente all’avanzare delle depressioni alle latitudini superiori (Fig.1).

Nel corso della settimana la situazione sinottica non muterà in modo sostanziale. La depressione canadese avanzerà zonale in direzione delle isole britanniche dove si gioverà di un contributo di aria fredda, approfondendosi ulteriormente e portando condizioni di intenso maltempo su Irlanda e Regno Unito. Il vortice russo rimarrà sostanzialmente stazionario, spostando i suoi minimi verso il Mare di Kara e continuando a dirottare aria fredda dall’Artico in direzione del Mare di Barents dove le nevicate in prossimità delle Svalbard annunciano l’incombere della stagione fredda. In linea con la diminuzione del soleggiamento, la cellula groenlandese perderà gradualmente le sue caratteristiche dinamiche in favore di quelle termiche, con associato crollo delle temperature (di che parleranno i giornaloni?). Quanto all’Italia, l’approfondimento del vortice britannico inevitabilmente favorirà la risalita di aria calda dal nord-africa, con coinvolgimento maggiore delle regioni meridionali rispetto al Settentrione che risentirà di infiltrazioni di aria umida, foriere di diffusa fenomenologia temporalesca sull’arco alpino.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese con debole fenomenologia da instabilità pomeridiana sull’arco alpino.

Temperature in lieve aumento. Venti settentrionali sulle regioni ioniche, in attenuazione. Generalmente deboli altrove.

Martedì incremento dell’instabilità al Settentrione con temporali che dalle Alpi sconfineranno localmente in Valpadana dal tardo pomeriggio. Sereno altrove.

Temperature in aumento, specie sulle isole maggiori. Entra lo scirocco sui canali di Sicilia e di Sardegna, con rinforzi.

Mercoledì ulteriore peggioramento sulle Alpi con fenomeni che dalla serata interesseranno piuttosto diffusamente anche la Valpadana. Parzialmente nuvoloso sulle regioni centrali, sereno al Meridione.

Temperature in aumento al Meridione. Venti sciroccali su tutti i bacini, con rinforzi su quelli di ponente e sull’Adriatico.

Giovedì addensamenti al mattino tra Triveneto, Emilia Romagna e alta Toscana, con piogge sparse, e tendenza a miglioramento dal pomeriggio. Generalmente sereno o poco nuvoloso altrove.

Temperature in ulteriore aumento sulle estreme regioni meridionali con condizioni di caldo intenso su quelle ioniche, in lieve diminuzione al Nord e al Cento. Insiste lo scirocco sulle regioni ioniche e sul basso Adriatico con associate condizioni di disagio.

Da Venerdì a Domenica generali condizioni di tempo stabile e soleggiato su tutto il Paese con i soliti addensamenti sull’arco alpino e associata fenomenologia, prevalentemente debole, in locale sconfinamento sulla Valpadana e in particolare sul Triveneto.

Temperature nuovamente in aumento, venti settentrionali su Ionio e basso Adriatico, generalmente deboli altrove.

 

 

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La Piccola Era Glaciale è stato un evento globale? (1)

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La Piccola Era Glaciale è stato un evento globale? (1)

Circa dieci anni fa cominciai ad interessarmi al cambiamento climatico in corso. Fu un evento fortuito. In quel periodo fui incuriosito dalle notizie relative al profondo minimo solare che caratterizzò il passaggio tra il ciclo 23 e quello 24. Gironzolando in rete, mi imbattei in siti come Climalteranti o Climatemonitor, in cui si discuteva animatamente riguardo a tematiche di tipo climatologico e, da allora, sono restato invischiato nel dibattito.

Prima di allora ero perfettamente al corrente del fatto che i cambiamenti climatici rappresentano uno dei principali motori dell’evoluzione della vita sulla Terra. L’estinzione dei dinosauri, l’evoluzione dei mammiferi e degli esseri umani, in particolare, mi avevano convinto che una delle principali cause dell’evoluzione sono i cambiamenti climatici. Fui piuttosto sorpreso, quindi, quando scoprii che esiste un gran numero di persone che è dell’avviso che il clima sia sempre stato “normale” fino a che gli esseri umani non hanno cominciato ad “alterarlo”. Qualcuno mi dirà che questa è una visione ingenua del problema, in quanto nessuno nega che il clima sia cambiato in passato. E’ vero, ma a sentire certi “sermoni” il dubbio viene!

Che poi il clima stia cambiando in un modo mai visto, si vede anche lanciando un’occhiata distratta al famigerato diagramma di M. Mann, noto come “hockey stick”.

Secondo alcuni, in particolare, quello attuale è un cambiamento climatico globale, mentre quelli verificatisi in passato (Periodo Caldo Romano, Periodo Caldo Medievale e Piccola Era Glaciale) o non sono proprio esistiti o hanno riguardato aree limitate del globo (l’emisfero boreale, al massimo).

Analizzando diverse fonti, sembrerebbe che le cose stiano diversamente. In un  articolo pubblicato recentemente su Nature Geoscience, Last phase of the Little Ice Age forced by volcanic eruptions, a firma di S. Bronnimann e colleghi (da ora Bronnimann et al., 2019) viene sostenuta l’ipotesi che una parte delle PEG (Piccola Era Glaciale o LIA) non abbia rappresentato un fatto locale, ma globale. In questo post voglio esporre alcune considerazioni relative all’articolo.

L’articolo in questione è molto breve ed è del tutto allineato alla linea di pensiero principale circa la natura antropica del cambiamento climatico odierno, ma, leggendolo attentamente, si scoprono alcuni aspetti particolarmente interessanti.

Bronnimann et al., 2019 indaga la fase finale della PEG e, quindi, i primi decenni del 19° secolo. La tesi degli autori è che cinque eruzioni vulcaniche, verificatesi in quel periodo storico, ritardarono di oltre un trentennio l’uscita dalla PEG e sottolineano la natura globale del fenomeno. Gli autori fanno notare che non è ancora chiara la causa della PEG: secondo alcuni essa fu conseguenza di eruzioni vulcaniche, secondo altri alla variazione del flusso solare. I risultati dello studio di cui ci stiamo occupando, avrebbero chiarito, invece, le cause del calo termico verificatosi nella parte finale della PEG. Cerchiamo, però, di esaminare con ordine le argomentazioni di Bronnimann e colleghi.

I ricercatori pensano di aver individuato cinque eruzioni vulcaniche verificatesi in area tropicale tra il 1800 ed il 1830. Su tali eruzioni esiste, però, un certo margine di incertezza: non tutti gli studiosi sono d’accordo circa la loro reale esistenza ed intensità.  Come inizio non c’è male! Lo studio è basato su re-analisi di dati paleo-climatici relativi a circa un secolo a cavallo del 1800 (1750-1850, per la precisione). Le re-analisi effettuate, hanno consentito di accertare che tra il 1750 ed il 1800 il clima terrestre era piuttosto caldo, ma dopo il 1800 si verificò una sensibile diminuzione delle temperature globali: circa 0,5°C. La causa di questo “picco freddo” andrebbe ricercata nell’effetto schermante degli aerosol vulcanici sulla radiazione solare.  Gli effetti della forzante vulcanica si manifestano per due o tre anni dopo l’evento eruttivo, ma le re-analisi eseguite su diversi proxy, dimostrano la persistenza di questi effetti per periodi decadali o multidecadali. Evidentemente gli oceani hanno modulato, con il rilascio o l’acquisizione di calore, il fenomeno che, da meteorologico, è diventato climatico.

Bronnimann et al., 2019 ha studiato quattro indicatori climatici: i monsoni, la risposta oceanica, le variazioni delle masse glaciali terrestri e lo spostamento verso sud delle correnti a getto tropicali. Il tutto basandosi su serie termometriche (essenzialmente europee), spessore degli anelli degli alberi, foraminiferi e via cantando.

Nella prima metà del 19° secolo il monsone fu caratterizzato da notevoli variazioni che determinarono stagioni secche in tutta l’Africa tropicale. Ciò è testimoniato dal flusso idrico del Nilo e dai livelli dei lagni africani. I dati sono piuttosto discontinui, ma rappresentano uno spaccato accettabile della situazione. Tali dati sono coerenti con i risultati di due simulazioni modellistiche (modelli accoppiati FUPSOL ed HadCM3) forzate con gli effetti di eruzioni vulcaniche verificatesi in successione. Questo fatto farà storcere il naso a molti lettori di CM, ma è ciò che è successo: i dati sintetici hanno avvalorato l’ipotesi che nei primi anni del 19° secolo si siano verificate diverse ed intense eruzioni vulcaniche in rapida successione.

Per quel che riguarda la risposta oceanica, le simulazioni effettuate consentono di appurare che una sequenza di eruzioni è in grado di determinare variazioni del contenuto di calore oceanico sia nello strato più superficiale che in quello più profondo. La variazione del flusso di radiazione in entrata nel sistema, determina un raffreddamento della parte superiore dell’oceano per circa tre anni dall’eruzione. Il rimescolamento oceanico genera, però, flussi di calore tra la parte superficiale e quella profonda che sono in grado di prolungare gli effetti del raffreddamento dello strato più superficiale. La variazione del contenuto di calore oceanico, infine, è coerente con la riduzione della tendenza all’aumento del livello del mare registrata dai mareografi durante il periodo studiato. Gli autori, dimostrando una grande onestà intellettuale, precisano che il segnale climatico della forzatura vulcanica negli oceani ha la stessa struttura della variabilità oceanica decadale e multidecadale (PDO), per cui la forzatura esterna del sistema è difficilmente distinguibile dalla sua variabilità interna. Personalmente considero questo aspetto della questione estremamente importante. Gli aumenti della temperatura globale, oggi come oggi, sono attribuiti esclusivamente alla forzante antropogenica, ma la storia dimostra (e Bronnimann et al., 2019 ne è un esempio) che la variabilità interna del sistema, può spiegare una parte non piccola delle variazioni climatiche.

Nel corso della prima parte del 19° secolo si registrò un sensibile aumento delle masse glaciali terrestri (certificato dai dati relativi ai ghiacciai alpini) che ebbe il suo picco negli anni ’20 del secolo. Questo aumento della massa glaciale è indice di estati più fredde di quelle del periodo climatico precedente e, quindi, di una minore fusione estiva. Ciò sembrerebbe coerente con uno spostamento verso sud del flusso perturbato che determinò maggiori precipitazioni tanto nel periodo estivo che in quello autunnale. La conseguenza di tutto questo, fu un aumento del numero di eventi alluvionali estivi nelle aree temperate rispetto al periodo precedente ed a quello successivo (un po’ come accade anche ai nostri giorni, per esempio).

E per finire Bronnimann et al., 2019, sulla scorta di una re-analisi dei dati di pressione atmosferica e di alcune serie relative all’ampiezza degli anelli degli alberi, sono in grado di ricostruire una diminuzione di latitudine tanto del getto sub-tropicale che del ramo discendente della cella di Hadley. Anche in questo caso gli autori sottolineano che tali fenomeni potrebbero essere spiegati con la variabilità interna del sistema legata all’Oscillazione Multidecadale Atlantica (AMO).

Tutti questi indizi portano gli autori a dedurre che nella prima metà del 19° secolo una serie di eruzioni vulcaniche determinò un picco freddo che interessò l’intero globo e, quindi, rappresentò un fenomeno climatico globale. Questa spiegazione è, però, alternativa ad altre che coinvolgono la variabilità interna del sistema (AMO e PDO) e la riduzione del flusso solare legato al concomitante minimo di Dalton. Il riscaldamento conseguente alla fine del primo trentennio del 19° secolo rappresenta, pertanto, un recupero dal picco freddo precedente, le cui cause potrebbero essere state diverse, ma sicuramente non di origine antropica.

I ragionamenti che ho qui cercato di riassumere, portano a due considerazioni che condivido con gli autori dell’articolo:

a) Non è possibile individuare un unico clima pre-industriale (prima del 1850) in quanto cause naturali determinarono una sensibile diminuzione della temperatura rispetto al periodo 1750-1800. Quando si parla, perciò, di temperature eccezionalmente alte rispetto all’epoca preindustriale sorge un dubbio. Stiamo considerando il periodo anteriore al 1750 o quello precedente il 1850?

b) E’ molto difficile distinguere tra la variabilità forzata e quella naturale. Ciò vale per il passato e, secondo me, anche per il presente e per il futuro. In proposito ho potuto notare, però, che gli autori mi sembrano un poco incoerenti. Mentre per il periodo studiato, il clima può dipendere tanto dalle forzanti esterne che dalla variabilità interna, per quello successivo (a partire dal 1850) non c’è alternativa: esso varia solo ed esclusivamente a causa della forzante antropica esterna.

E per chiudere il discorso iniziato con questo post, mi sembra che l’ipotesi della natura globale della PEG esca rafforzata da questo studio, in quanto variazioni della temperatura dell’emisfero boreale, determinano conseguenze in tutto il globo. Non tutti la pensano, però, così e, a breve, ne avremo un esempio estremamente significativo (tempo permettendo, ovviamente).

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