Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

L’Outlook di CM – Inverno 2019-2020

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L’Outlook di CM – Inverno 2019-2020

Purtroppo per mancanza di tempo scrivo questo primo Outlook in ritardo; non potendolo argomentare come avrei voluto sono costretto ad andare dritto al dunque.

In premessa va ricordato che siamo in una fase di bassa attività solare e in un regime di Quasi Biennial Oscillation (QBO) alle quote isobariche di 10hPa, 30hPa e 50hPa rispettivamente negativa, neutra e positiva. L’indice ENSO è attorno alla neutralità, mentre assai più interessante è la graduale modifica del regime atmosferico che nel Pacifico settentrionale causerà un lento cambiamento di segno dell’indice PDO (Pacific Decadal Oscillation) che mi aspetto potrà virare in territorio negativo nella seconda parte dell’inverno o in primavera.

La dinamica attuale della stratosfera è più o meno corrispondente ad un Canadian Warming (CW), però è anche vero che non si può definire un CW per il solo movimento dell’Anticiclone stratosferico delle Aleutine verso l’Alaska e il Canada con relativo spostamento del vortice polare verso l’area siberiana. Men che meno si può dare per assodato che in tale circostanza si abbia come effetto diretto un incontrollato calo del geopotenziale a partire dal core del vortice durante la sua successiva rotazione e riconquista del polo geografico con sbocco inevitabile verso un ESE (Extreme Stratospheric Event) di tipo cold. A monte di tutto ciò risponde la fisica secondo il principio della conservazione del momento angolare.

Al momento dell’insorgere della migrazione verso l’Alaska e il Canada dell’anticiclone stratosferico delle Aleutine durante il periodo autunnale e l’inizio dell’inverno, dobbiamo verificare lo stato di salute del vortice polare. Più il vortice è profondo più sarà ben strutturato e viceversa. Se il vortice risulta prematuramente profondo ed esteso, minore sarà l’aumento della sua velocità angolare. Secondo l’equazione L=Iω (L è il momento angolare, I è il momento di inerzia e ω è la velocità angolare), poiché il momento angolare si conserva nei moti rotatori, I e ω devono essere tra loro inversamente proporzionali. All’aumentare dell’una deve diminuire l’altra e viceversa. Ma un vortice più profondo ed esteso, all’atto dello spostamento assume una forma piuttosto eccentrica rispetto ad una meno eccentrica e più simile ad una circolare nel caso di un vortice meno profondo e meno esteso. Infatti in questo caso il momento d’inerzia totale, dato da I=Σmr2 (sommatoria della massa moltiplicato il quadrato della distanza dal centro di rotazione), risulterà minore rispetto al caso con vortice più profondo ed esteso; quindi per la conservazione del momento angolare secondo l’equazione L=Iω, la velocità angolare ω sarà maggiore. Possiamo semplificare affermando che un vortice poco profondo che si accompagna ad una sua scarsa estensione meridionale a seguito dello sviluppo del Canadian Warming, avrà come effetto ultimo al riassorbimento del disturbo canadese un vistoso approfondimento del vortice con rapida acquisizione di una circolazione quasi-barotropica e con relativo forte raffreddamento fino, in molti casi, a raggiungere e superare in breve tempo la soglia del NAM10hPa di +1,5.

Inoltre, e questo è il caso di questi ultimi due anni, nel momento dello sviluppo e spostamento verso il Canada dell’anticiclone delle Aleutine, il vortice è già piuttosto profondo ed esteso, per cui al momento dello spostamento è costretto ad assumere una figura molto eccentrica (ellittica). Per quanto detto poco più su, il momento d’inerzia totale risulta essere maggiore con conseguente riduzione della velocità angolare. Detto questo, al riassorbimento del disturbo stratosferico in conseguenza del CW, possiamo aspettarci un tentativo di accelerazione che però, a mio avviso, non condurrà verso un ESE cold, anzi, tale accelerazione finirà per riattivare i flussi di calore riaprendo la strada verso tutt’altra soluzione trovando il suo naturale sbocco nel fenomeno denominato SSW di tipo maggiore con target temporale, più o meno, per l’ultima decade di dicembre.

Dalla figura 1, che si riferisce all’indice NAM10hPa, notiamo che nel mese di ottobre l’indice è stato lungamente in territorio positivo a denotare un vortice polare piuttosto in forma rispetto alle attese stagionali. Questa situazione rappresenta già un primo indizio ad indicare che il vortice è destinato a ricevere disturbi nella prima fase invernale.

Dalla figura 2, inerente l’andamento dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni, si evidenzia molto bene la causa del vortice così prematuramente approfondito. La letteratura ci viene in soccorso e ci fornisce ulteriori indizi circa l’insorgere di disturbi proprio a partire tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno meteorologico. Ma, ad oggi, cosa ci dicono i principali modelli? Al momento, diciamolo chiaramente, non c’è traccia di quanto supposto, anche perché siamo ben oltre la capacità previsionale. Tuttavia, dovremmo essere in grado di scorgere delle avvisaglie.

Per il modello GFS, la cui lunghezza temporale della previsione è maggiore (+384 ore), nelle code si evidenzia un approfondimento del vortice polare stratosferico con una accelerazione della circolazione zonale e un possibile raggiungimento della soglia NAM10hPa di +1,5. Per il modello ECMWF, l’evoluzione presenta un’ipotesi molto più possibilista. Infatti, al limite del range previsionale si notano i prodromi dell’insorgere dell’impulso troposferico a capo della  seconda onda (Wave2) in sviluppo dal Mediterraneo centro-occidentale alla penisola Scandinava, evoluzione che avvierebbe la dinamica  di partenza dell’intero meccanismo che porterebbe al MMW.

Questo impulso è previsto in propagazione nella medio-bassa stratosfera (100-50hPa), al di sotto del flusso occidentale riscontrabile nella medio-alta stratosfera (10-1hPa). Tale circostanza ci indica che l’impulso (se sarà confermato) potrà avere una buona propagazione verso l’alto. In definitiva ECMWF porterebbe ad avvalorare la tesi sopra indicata circa la propensione all’instaurarsi di una circolazione in grado di produrre un forte disturbo al vortice polare nell’ultima decade di dicembre, mentre GFS lo escluderebbe. Se guardiamo al grafico di figura 3, inerente l’attività d’onda espressa dal calcolo dell’indice IZE, che ricordo si conclude alla fine del mese di ottobre, notiamo che appare una buona coerenza con quanto l’atmosfera sta mostrando in questi primi giorni di dicembre e quanto previsto da ECMWF.

Ricordo che l’errore temporale del modello dell’indice IZE è di ±3 giorni per ogni singolo step di elaborazione, quindi dobbiamo mettere in conto un possibile scostamento temporale massimo per un singolo periodo di calcolo di 6 giorni. Per cui, senza prendere per dogma ogni singola data di previsione possiamo però avvalerci del più significativo messaggio della previsione dell’attività d’onda lungo l’intero periodo invernale, andamento che riassumo nel grafico di figura 4.

In figura 5 è rappresentato l’indice di Effetto di Attività d’Onda che esprime i massimi/minimi effetti dell’attività d’onda prevista dal modello IZE.

Se quanto indicato trovasse conferme nei prossimi giorni, potremmo ipotizzare una prima fase invernale piuttosto intensa causata dallo sviluppo dell’MMW. Successivamente, per la graduale ripresa zonale, dovremmo ipotizzare una circolazione troposferica ad alto indice zonale ma bassa di latitudine in ingresso nel Mediterraneo a complicare le cose fornendo un elevato contributo di umidità. L’evoluzione ulteriore nel corso della seconda parte del mese di gennaio e e in febbraio, porterebbe ad un graduale rinforzo del vortice polare ma senza raggiungere e superare la soglia critica del NAM10hPa di +1,5. Il proseguo vedrebbe una ripresa dell’attività d’onda verso la fine di febbraio con possibile altro innesco di un nuovo riscaldamento stratosferico per la metà di marzo circa. Su questo avremo modo di tornarci, comunque se questa evoluzione trovasse conferma il prossimo inverno potrebbe essere piuttosto lungo.

Nel frattempo, non possiamo che monitorare attentamente l’evoluzione del prossimo futuro. Se la realtà dovesse essere diversa da quanto qui indicato faremo i dovuti aggiornamenti.

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COP 25: chiusi i tavoli tecnici, la parola passa alla politica

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COP 25: chiusi i tavoli tecnici, la parola passa alla politica

La prima settimana della COP 25 si è conclusa. Tralasciando gli aspetti di colore (sessione inaugurale, eventi collaterali, sfilate per le vie di Madrid, Greta Thunberg et similia) che incidono poco o niente sulla sostanza delle trattative in corso, è opportuno fare una bilancio di questa prima settimana di lavoro. Contrariamente a quanto mi aspettassi, le notizie vere sono giunte nella giornata di sabato e, precisamente, tra sabato pomeriggio e sabato sera.

Sono state pubblicate, infatti, le prime bozze dei documenti su cui si gioca il destino di questa Conferenza delle Parti. Mi riferisco ai documenti elaborati dai corpi secondari che si occupano di questioni finanziarie e di contabilizzazione delle emissioni, oltre che di problematiche scientifiche. Nei post precedenti ho avuto modo di porre in evidenza che il successo o l’insuccesso della COP 25 si sarebbe giocato su quattro punti: il controllo delle emissioni per evitare il doppio conteggio, il mercato del carbonio, i meccanismi compensativi per far fronte ai danni e perdite dei Paesi in via di sviluppo (i famigerati cento miliardi di dollari da trasferire annualmente dai Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo) e gli impegni di riduzione delle emissioni (NDCs) dei singoli Stati.

Queste problematiche sono contemplate dall’art. 6 del Protocollo di Parigi, per cui appare evidente che rendere operativo questo articolo, renderà operativo l’intero Accordo di Parigi.

La discussione sull’art. 6 si svolge all’interno di diversi corpi sussidiari la cui denominazione è piuttosto impegnativa. Le discussioni vertono intorno a tre paragrafi dell’art 6: 6.2, 6.4, 6.8 ed hanno generato altrettante bozze di documento finale. Gli stessi documenti alla fine della COP 24 contenevano oltre cinquecento punti di disaccordo e, per circa un anno, pochi di tali punti sono stati definiti. All’inizio della Conferenza di Madrid i punti da definire  erano circa 500 e, dopo una settimana di trattative, si sono dimezzati. Restano, comunque,  quasi 250 punti di disaccordo tra le Parti. Di essi alcuni sono squisitamente politici e dovranno essere definiti nella settimana che va ad iniziare, altri sono molto tecnici e, probabilmente, slitteranno al prossimo anno, salvo accelerazioni dell’ultima ora che, nelle trattative ONU, sono sempre possibili. Un segnale negativo si è avuto sabato sera: la sessione notturna di incontri è stata annullata. Ciò non significa, però, che il dialogo si sia interrotto: le trattative continuano, probabilmente, in altro modo e sotto altra forma.

E con questo abbiamo capito, grossomodo, come si stanno evolvendo le cose. Per chi è meno interessato ai dettagli tecnici, la lettura può concludersi a questo punto.

Coloro che sono interessati ai tecnicismi giuridico-economici, potranno seguirmi nella disamina dei principali punti di disaccordo ancora in essere. Lo faranno, però, a loro rischio e pericolo! 🙂 .

A solo titolo esemplificativo consideriamo il documento:

SBSTA 51 agenda item 12(a) –  Matters relating to Article 6 of the Paris Agreement: Rules, modalities and procedures for the mechanism established by Article 6, paragraph 2, of the Paris Agreement.

Il frutto del lavoro di questo tavolo di trattativa è condensato in una bozza pubblicata alle 18,00 di sabato 7 dicembre. Sono quasi cento paragrafi, racchiusi in 13 pagine e costituiscono il quadro normativo entro cui devono muoversi i legislatori nazionali e sovranazionali, per rendere operativa una parte dell’Accordo di Parigi. Questo e gli altri documenti elaborati dai vari corpi sussidiari della COP 25, costituiscono quello che può essere definito in modo un po’ impreciso, ma efficace, il “regolamento attuativo dell’Accordo di Parigi”. La loro definizione è il discrimine tra il successo e l’insuccesso della trattativa in corso. Molto importante è anche il modo in cui essi saranno definiti: a seconda delle opzioni adottate, potremo stabilire se l’Accordo di Parigi sarà vincolante e, quindi inciderà sulle nostre vite o resterà ciò che attualmente è, ovvero una mera dichiarazione d’intenti. Nelle righe seguenti analizzeremo i punti critici di questo documento.

Partiamo dal punto VIII  della lettera F della bozza. Si tratta della parte che riguarda il mercato del carbonio e, in particolare, la contrattazione bilaterale dei crediti di carbonio. Il meccanismo di base può essere così riassunto. Un Paese A si impegna a raggiungere un certo livello di emissioni, ma non riesce ad ottenere i risultati previsti. Può compensare il mancato raggiungimento dei suoi obbiettivi, trattando con un Paese B che, invece, ha raggiunto e superato i suoi obbiettivi e, quindi, è in grado di cedere, previa corresponsione di un compenso in denaro, quelli che potremmo definire dei “crediti in carbonio”. In gergo tecnico si parla di ITMO (Internationally Transferred Mitigation Outcomes ). La questione circa le modalità con cui queste contrattazioni possono essere effettuate e certificate a livello internazionale, non sono state ancora definite ed i paragrafi 52, 53 e 54 della bozza sono altrettante possibili opzioni. Leggendo le tre possibili opzioni, si capisce che esse graduano in modo differente la libertà di contrattazione dei singoli stati: si passa da un automatismo piuttosto rigoroso, alla completa volontarietà della questione. La cosa buffa è che tutto il punto VIII della lettera F è racchiuso in parentesi quadre: significa che può essere completamente eliminato dal documento finale. Della serie l’importante è partecipare….

Il punto IX della medesima lettera F della bozza (paragrafo 55) è definito “anti-Australia”. in quanto l’Australia ha chiesto di conteggiare le emissioni secondo l’unità di Kyoto, ovvero le definizioni del Trattato di Kyoto di unità di emissione e non secondo le definizioni dell’Accordo di Parigi. Se resta la formulazione attuale, l’Australia non sarebbe in grado di raggiungere il suo NDC, ma sarebbe in grado di farlo,  se le emissioni fossero conteggiate in base alle vecchie unità. Anche questa parte è compresa in parentesi quadre per cui vale lo stesso discorso del punto VIII.

Il punto VII della lettera F della bozza (paragrafi da 45 a 51) riguarda l’accantonamento di una quota dei proventi derivanti dal mercato degli ITMO, per l’attuazione di iniziative di adattamento nei Paesi in via di sviluppo. Il numero di risultati ottenibili attraverso la combinazione delle possibili alternative, è tale da far girare la testa, per cui tutto è possibile. Per inciso anche tale punto è tra parentesi quadra: può essere eliminato del tutto dal documento finale.

Un altro punto della trattativa che resta irrisolto è contemplato nella parte della bozza contraddistinta con la lettera E (paragrafo 23). Esso riguarda le regole relative alla compensazione, ovvero alla libertà di contrattare le emissioni (commercio degli ITMO). La gamma di possibilità è vasta: si va dal divieto alla limitazione. Inutile dire che anche questa parte è compresa entro parentesi quadre, per cui interamente eliminabile dal documento finale.

Le altre parti della bozza, pur presentando diverse opzioni, appaiono meglio definite.

La lettera B (da paragrafo 9 a 14) regola il mercato del carbonio ed il modo in cui devono essere contabilizzate le emissioni dei singoli Paesi, in modo da escludere la doppia contabilità. In altri termini si vuole evitare che un pannello fotovoltaico prodotto in Cina ed acquistato dalla Germania, venga contabilizzato due volte in termini di riduzione delle emissioni. Le alternative in campo sono ancora parecchie, ma il grosso è stato definito. Diciamo che su questo punto non ci dovrebbero essere problemi.

L’altra bozza di documento pubblicata sabato sera, riguarda il paragrafo 4 dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Scorrendo il documento si nota un’imbarazzante “somiglianza” con quello relativo al paragrafo 6.2. Le ragioni di tale somiglianza deve essere ricercata nelle ambiguità con cui fu concepito l’art. 6 quattro anni fa. Sulla base di interpretazioni giuridiche che occupano centinaia di pagine, sembra che esistano due tipi di contabilità del carbonio: una sotto il controllo delle Parti ( paragrafo 6.2) ed un’altra sotto il controllo della Conferenza delle Parti (paragrafo 6.4).  Ciò a rendere più trasparenti (si fa per dire) le cose.

Si tratta di un documento meno “contestato” dell’altro, in quanto le opzioni non riguardano interi punti, ma solo parti dei singoli paragrafi, su cui si è raggiunto un accordo di massima. In questo documento spiccano per difficoltà negoziali i paragrafi da 73 a 76 relativi all’accantonamento di una quota dei proventi derivanti dal mercato del carbonio, per l’attuazione di iniziative di adattamento nei Paesi in via di sviluppo. La decisione su questo punto non è tecnica, ma politica e potrebbe essere presa in settimana. Ribadisco che solo ad un esame superficiale questo punto del documento sembrerebbe una replica di quanto già scritto nella bozza precedentemente discussa. In realtà si tratta di proventi diversi: nel primo caso mercato degli ITMO, nel secondo mercato del carbonio in generale.

Altri aspetti su cui si dovrà discutere molto nel corso della prossima settimana, sono i paragrafi da 77 ad 81 riguardanti la mitigazione globale ed il conteggio delle emissioni. Anche per essi possiamo ripetere quanto scritto nel commento al documento relativo ai corrispondenti argomenti della bozza di regolamento del paragrafo 2 dell’art. 6. E per finire un cenno ai paragrafi da 86 a 94. Si tratta delle procedure per passare dalla contabilità sulla base delle unità di emissione di Kyoto a quelle di Parigi. Il punto è tutto compreso tra parentesi quadre, per cui potrebbe essere completamente cancellato dal documento definitivo.

Come si vede, la carne al fuoco è ancora tanta e molto lunga ed insidiosa la strada fino al traguardo.

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Le Previsioni di CM – 9/15 Dicembre 2019

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Le Previsioni di CM – 9/15 Dicembre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale ha preso a correre indisturbato alle alte latitudini del quadrante europeo negli ultimi giorni,con il fronte polare che si è articolato in ondulazioni poco accentuate sotto la spinta di un getto molto teso. Alle latitudini inferiori la cellula atlantica fatica ad avanzare verso levante per la debolezza del campo di massa sul Mediterraneo centrale, che proprio in queste ore fa da “esca” per l’affondo di una saccatura alimentata da aria fredda di recente origine polare marittima, stante l’opposizione di un debole anticiclone sulle steppe kazake. Le condizioni del tempo volgono al peggioramento sull’Italia in queste ore, con le regioni meridionali più esposte, vista la direttrice nord-sud dell’avvezione fredda citata (Fig.1).

L’ondulazione nord-atlantica evolverà rapidamente verso sud-est, con la formazione di un promontorio anticiclonico tra le regioni settentrionali italiane e l’Europa centrale. Sotto l’azione di un getto fortissimo, tuttavia, la cellula atlantica subirà un tilting in senso orario mentre la depressione mediterranea evolverà in un’area di divergenza dal flusso principale tra la Grecia, l’Egitto e l’Anatolia. Nel contempo la cellula sull’Europa orientale andrà assumendo gradualmente caratteristiche termiche.

La settimana sarà caratterizzata da condizioni del tempo piuttosto instabili, specie sulle regioni centro-meridionali, con schiarite sulle regioni settentrionali (sottovento alla circolazione principale) e nevicate frequenti sulle creste alpine di confine, specie sui settori occidentali. Il contesto sarà decisamente fresco e ventilato, ma la disposizione molto tesa delle correnti limiterà persistenza e intensità delle precipitazioni, e con queste anche il rischio di fenomeni di dissesto idrogeologico su aree gia’ duramente provate dal maltempo nel corso delle ultime settimane.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nevicate sui crinali di confine delle Alpi nord-occidentali, ampie schiarite sulla Valpadana centro-occidentale, in estensione alle centrali tirreniche e all’Emilia Romagna dopo i piovaschi del mattino. Nuvolosità irregolare sul resto del paese con frequenti passaggi nuvolosi associati a precipitazioni sparse, prevalentemente deboli e più probabili sulle regioni meridionali tirreniche. Ampie schiarite sul basso Adriatico e regioni ioniche.

Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Maestrale teso sui bacini di ponente.

Martedì ampie schiarite al Nord e regioni tirreniche centro-settentrionali. Condizioni di instabilità altrove, con precipitazioni diffuse anche a carattere di rovescio o temporale. Nevicate sull’Appennino centrale a quote superiori agli 800 metri e su quello meridionale al di sopra dei 1300 metri circa.

Temperature in sensibile diminuzione. Ventilazione sostenuta dai quadranti settentrionali.

Mercoledì giornata di tregua su tutto il Paese, con ampie schiarite e tendenza ad aumento della nuvolosità stratificata al Nord nella seconda parte della giornata.

Temperature in ulteriore lieve diminuzione. Ventilazione tesa dai quadranti settentrionali, assai sostenuta sullo Ionio.

Giovedì passaggi nuvolosi su tutto il Paese con nevicate sparse sui crinali alpini di confine e sull’Appennino tosco-romgagnolo. Qualche rovescio qua e là anche sulle regioni centro-meridionali, più probabile sui versanti tirrenici e sui rilievi. Schiarite più ampie su basso Adriatico e Ionio. In serata peggiora al Nordovest, con nevicate sulle Alpi occidentali al di sopra dei 600 metri.

Temperature in leggera ulteriore diminuzione al Nord. Venti ovunque tesi di maestrale, più intensi su Mare e Canale di Sardegna.

Venerdì nevicate intense sulle Alpi occidentali, in estensione ai crinali di confine dei settori centrali e orientali e in possibile sconfinamento sui settori settentrionali della Valpadana. Ampie schiarite a sud del Po, con nuvolosità e fenomeni in rapido trasferimento verso le regioni centrali e meridionali peninsulari, con piogge e rovesci sparsi.

Temperature in aumento, venti tesi di maestrale.

Sabato migliora al Sud dopo i rovesci del primo mattino, nevicate sui crinali alpini di confine e ampie schiarite sul resto del Paese. Domenica generali condizioni di bel tempo su tutta l’Italia. Temperature in aumento, ventilazione forte di maestrale in graduale attenuazione dalla giornata di Domenica.

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Dalla scienza all’apocalisse, senza passare dal via

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Dalla scienza all’apocalisse, senza passare dal via

Come tutti, ma proprio tutti sanno, in questi giorni è in corso l’ennesima Conferenza delle Parti (in breve COP25) dell’UNFCCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di clima. Mentre la conferenza è più o meno a metà strada, i lavoro vanno decisamente a rilento e l’unico sussulto, ammesso che si possa considerare tale, è stata la comparsa dell’icona climatica di questi ultimi mesi, Greta Thumberg. Al termine di una seconda traversata a vela dell’Atlantico (seguita in tempo reale da tutti i media del globo), è arrivata appena in tempo per lamentarsi di non meglio specificati tentativi di silenziare la sua giovane voce in una sala stampa gremita affollata da appena 400 giornalisti, tutti evidentemente dotati di silenziatore ;-).

Non mi dilungherò oltre sulla cronaca della kermesse climatica, in parte perché la trovo mortalmente noiosa, in parte perché, doverosamente, c’è già chi ne parla puntualmente sulle nostre pagine, un lavoraccio di cui non finirò mai di ringraziare l’amico Donato Barone.

L’argomento COP25 è però utile per riflettere su qualcosa che sta emergendo prepotentemente negli ultimi mesi e cioè, che i negoziati vadano o meno a buon fine, che si riesca o meno a trovare un accordo, quali ne possano essere i contenuti, sarà comunque tutto inutile (in termini climatici s’intende), in quanto basato su presupposti che stanno mostrando sempre di più la loro inadeguatezza. Il tema è, forse lo avrete capito, che l’accelerazione che la discussione sui temi del clima ha subito negli ultimi anni, passando dalla ricerca di comprensione del livello di contributo antropico sulle dinamiche del sistema ad annunci ripetuti di catastrofe imminente, nulla ha a che vedere con i temi scientifici – che progrediscono con i loro modi ed i loro tempi – quanto piuttosto attiene in via esclusiva agli ambienti della politica, dell’attivismo e di una cassa di risonanza mediatica sciatta e superficiale, che ha ormai sostituito la divulgazione con la proclamazione.

E’ pur vero, che l’incipit a questa accelerazione lo ha dato proprio l’IPCC, organo che raccoglie risultati scientifici per tradurli in comprensione politica. Come spiega Roger Pielke Jr in uno dei suoi ultimi editoriali su Forbes, è stato proprio l’IPCC, tra il 4° e il 5° Report pubblicati, ha dato il via ad un cambiamento di paradigma sostanziale. Inizialmente e fino appunto al 4AR, l’IPCC, il cui lavoro si basa sulla definizione di diversi scenari climatici associati a diversi scenari di emissione e quindi anche economici e sociali, non aveva mai assegnato maggiore probabilità di occorrenza a nessuno di questi scenari, lasciando quindi spazio all’incertezza. Il tutto nell’impossibilità, tutt’ora esistente, di restringere il range delle probabilità nella determinazione delle reazioni del sistema al persistere, mitigarsi o accrescersi del contributo antropico alle dinamiche del clima. Con il quinto Report (AR5), si è deciso, vista la persistenza di ratei di emissioni elevati, di assegnare maggiore – anzi quasi esclusiva – probabilità di occorrenza al peggiore degli scenari possibili, quello appunto con impatto sul sistema ritenuto più devastante.

Di lì in avanti, siamo stati letteralmente inondati di letteratura che ha proiettato questo impatto in ogni settore dello scibile umano, appunto presagendo disastri, alimentando atteggiamenti di attivismo che invocano il ritorno all’età della pietra e suscitano grande simpatia (purché restino alla dovuta distanza dall’orticello di ognuno di noi) e facendo la fortuna di un sistema della comunicazione letteralmente impazzito.

Ma, si dirà, questi disastri potrebbero anche essere veri…

E qui viene il punto. Lo scenario peggiore, già poco probabile all’atto della sua definizione, è divenuto ad oggi del tutto improponibile se non addirittura impossibile. La crescita economica e le relative emissioni ad esso associate, sono sempre più lontane dalla realtà e sono, con riferimento al futuro, molto ma molto diverse dalle proiezioni più recenti. E’ notizia di questi giorni che le emissioni potrebbero essere all’inizio di un lunga fase di stazionarietà, comunque a livelli elevati, ma non destinate a crescere ai livelli immaginati. In poche parole, le policy su cui si cerca di trovare un accordo, sono basate su un mondo che non esiste.

E, pare, nel prossimo report IPCC la musica sarà la stessa.

Già, ma il clima? Qui piove, tira vento, fa caldo, fa freddo, insomma, uno sfacelo… Bé, la battaglia è anche su questo. Proprio all’inizio della conferenza è uscito un paper fresco fresco che sottolinea come molte delle previsioni fatte dai modelli climatici già venti anni fa si siano rivelate corrette. Quindi, scenari o no, sembra proprio che abbiamo un problema. Probabilmente più d’uno. Il primo è che certamente le attività antropiche hanno – tutte, non solo le emissioni – un peso sul clima, ma il secondo è che non sappiamo quale sia questo peso e attribuire capacità predittive a modelli che riproducono la realtà solo dopo essere stati ri-aggiustati con le osservazioni reali è un esercizio che attira la stampa come la carta moschicida ma respinge la possibilità che si possa arrivare ad una soluzione.

Del resto, senza l’ardire di trovarla questa soluzione, ma ponendosi giustamente una domanda, appena un paio di giorni fa abbiamo visto come, stranamente, la realtà stia seguendo una strada ben diversa da quella delle proiezioni climatiche. Una strada in apparente (ma solo perché inspiegabile) contraddizione, come concludono Luigi Mariani e Franco Zavatti:

I modelli sembrano rappresentare al meglio i dati osservati dal 1986 al 2018 quando si utilizza il loro inviluppo inferiore, anche se non è chiaro il significato di tale inviluppo.

L’inviluppo inferiore, esempio unico tra tutti i casi che abbiamo potuto verificare, ricostruisce anche la pausa, cioè la stasi della temperatura globale tra il 2001-02 e il 2013 (prima che El Nino 2015-16 potesse prendere il sopravvento).

Non siamo in grado di fornire una spiegazione del perché l’inviluppo inferiore fornisca la migliore rappresentazione delle osservazioni. Offriamo questo aspetto dell’analisi del clima come contributo ad eventuali, ulteriori discussioni.

Vi lascio con una previsione, alla COP26 di Glasgow saremo ancora qui a parlarne… ;-).

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COP 25: alcuni punti di vista

Posted by on 12:00 in Attualità, Climatologia, COP25 - Madrid | 4 comments

COP 25: alcuni punti di vista

Sono passati già quattro giorni dei tredici previsti e da Madrid non trapela nulla di rilevante. Alla Conferenza delle Parti sono accreditati oltre quattromila giornalisti, ma non si riesce ad avere alcuna notizia. Uno dei principali organi di stampa del Paese ospitante, l’autorevole El Pais, pubblica qualcosa, ma ciò che pubblica sa più di cronaca che di notizie sullo stato d’avanzamento dei lavori.

Per capire dove andremo a parare voglio offrirvi il parere di uno scienziato presente a Madrid. Egli ha rilasciato un’intervista a El Pais il giorno dell’apertura dei lavori della COP 25. Cercherò di riassumerla in quanto mi sembra emblematica dello stato d’animo degli scienziati. Il ricercatore intervistato, è Bjorn Stevens, direttore dell’Istituto di Meteorologia del Max Planck Institute di Amburgo. Egli pone diverse questioni interessanti ed anche condivisibili in quanto sono logiche a priori, indipendentemente dal cambiamento climatico. Secondo lo studioso non è utile chiedere ai cittadini di dare il proprio contributo individuale per ridurre le emissioni. Essi possono anche farlo, ma non cambiano di molto la situazione. Si è soliti criticare i viaggi in aereo perché sarebbero più inquinanti di quelli in treno, per cui molte persone hanno cominciato a spostarsi in treno. Il risultato è che per andare da Madrid ad Amburgo, per esempio, si impiegano due giorni. Utilizzando altre tecnologie (TAV?), lo stesso viaggio potrebbe essere fatto in sette ore. Detto in altri termini il cambio di stile di vita può essere chiesto ed ottenuto, con ricadute rilevanti a livello ambientale e climatico, se si riuscisse ad offrire, a parità di costi economici e sociali, lo stesso servizio in modo più sostenibile. Come dargli torto?

Altro aspetto che Stevens mette in rilievo è la necessità di una grande collaborazione internazionale di ricercatori sulle tematiche relative allo sviluppo di tecnologie per la mitigazione delle cause del cambiamento climatico e per l’aumento della resilienza delle strutture e della società agli effetti del cambiamento climatico. A titolo di esempio addita la grande collaborazione internazionale che ha portato alla nascita del CERN e che ha generato tutte le scoperte effettuate nel campo della fisica delle particelle e non solo. Solo una grande comunità di scienziati che lavorano tutti su una stessa problematica, potrà consentire di risolvere le problematiche ambientali e climatiche. Questo aspetto del suo discorso è meno condivisibile del primo, ma rientra in una logica corretta e, posto che il cambiamento climatico in atto sia dovuto a cause antropiche, quella di B. Stevens mi sembra una proposta interessante.

Altro punto rilevante della sua intervista che condivido pienamente riguarda le sue aspettative circa la COP 25. La sua risposta è di una chiarezza disarmante. Lui non si aspetta nulla da questa COP perché essa avrà la stessa sorte di tutte le 24 che l’hanno preceduta: si concluderà con un nulla di fatto. Concordo e sottoscrivo. Secondo il ricercatore la soluzione al problema climatico potrà trovarsi in un accordo tra Nazioni nell’ambito del G7.

Nell’intervista c’è anche la solita genuflessione di rito alla narrativa corrente circa il cambiamento climatico: ghiacci che si sciolgono, artico in fiamme, disastri a rotta di collo e via discorrendo, ma era scontata.

C’è anche una caduta di stile riguardo agli scettici del cambiamento climatico: egli li liquida con un secco “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Non sono proprio le sue parole, ma il senso è quello.

Altrettanto interessante mi è parso un articolo  pubblicato su The Guardian da Anne Bell, nota attivista, che fa parte del gruppo dirigente di Possible, un’associazione caritatevole che ha come scopo quello di battersi contro il cambiamento climatico. Ella traccia una breve storia delle COP che si sono succedute nel corso dei decenni dal punto di vista di un’attivista. Secondo Bell la lotta al cambiamento climatico ha conosciuto tre momenti estremamente importanti: Kyoto, Copenaghen e Parigi. Mentre Kyoto e  Parigi hanno rappresentato due punti di svolta nella lotta contro il cambiamento climatico nella direzione voluta dagli attivisti, Copenaghen ha rappresentato una disfatta inimmaginabile per il movimento ambientalista. Il resto delle COP può essere considerato solo un fatto di folklore e nulla più. Nessuno se ne è accorto. Concordo e sottoscrivo. Quella di Madrid potrebbe andare diversamente, grazie al movimento di opinione innescato nel mondo da G. Thunberg. Dal contesto sembra, però, che Bell abbia poca fiducia circa l’esito della COP in corso e, difatti, si augura che il movimento di opinione sia ad ampio raggio e, quindi, possa protrarsi fino alla prossima Conferenza delle Parti: la COP 26 di Glasgow. Questa, a giudizio di A. Bell, sarà la Conferenza della svolta ed a Glasgow potremo assistere ad una nuova Kyoto o ad una nuova Copenaghen. Molto dipenderà, secondo l’autrice, dalla capacità del movimento ambientalista innescato da G. Thunberg di resistere fino al prossimo dicembre. Dalla lettura del suo articolo, sembrerebbe che la Bell sia una persona che crede nella ciclicità degli eventi: una sorta di corsi e ricorsi storici in salsa ambientalista. E vabbè, tutto rinviato al prossimo anno, dunque.

Ho voluto riportare questi due punti di vista circa le aspettative sui risultati della COP 25. Si tratta del punto di vista di un esponente dell’ala “scientifica” del movimento ambientalista e del punto di vista di un’esponente dell’ala “politica” dello stesso. Si, perché di questo, ormai, si tratta. La scienza utilizzata dai politici per portare avanti la loro agenda.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo giudizio è frutto del mio atteggiamento scettico (negazionista, secondo la vulgata imperante a Madrid e dintorni). Non è così. E’ quanto sostengono i principali leader politici impegnati in prima linea nella lotta al cambiamento climatico: N. Pelosi, P. Sanchez, A. Guterres. in questo articolo  pubblicato su El Pais che, in fatto di attivismo climatico, è forse peggio di The Guardian o qualche testata nostrana. La scienza utilizzata come clava contro gli scettici e per convincere, si convincere, i riluttanti politici presenti alla COP.

Nel frattempo anche il Papa ha fatto sentire la sua voce alla COP 25. In un messaggio inviato ai partecipanti egli invita a non perdere un’opportunità unica, per bloccare il cambiamento climatico attraverso “un cambiamento di prospettiva che metta la dignità al centro della nostra azione, chiaramente espressa nel ‘volto umano’ delle emergenze climatiche”. E’ un chiaro invito a modificare il nostro sistema di sviluppo in un senso comunitario. In tal modo si salverà il genere umano come promette la scienza. Tutti applaudono il Pontefice ambientalista, salvo attaccarlo appena tocca altri argomenti cui l’area politica che gravita attorno al movimento salvapianeta è molto sensibile ed ha posizioni opposte a quelle di Papa Francesco.

Qualche giorno fa un lettore di CM si chiedeva a quanto ammontassero le emissioni delle COP. Oggi è stata pubblicata una velina  di fonte ONU in cui si spiega che l’impatto della Conferenza, in termini di emissioni di diossido di carbonio, è neutro. Più avanti ci comunica che entro la prossima primavera il Paese organizzatore certificherà le emissioni della COP e che le stesse saranno caricate alla Spagna che ridurrà le proprie di una quantità uguale. L’ONU predisporrà, infine, una serie di certificati che potranno essere acquistati dalle imprese ed organizzazioni partecipanti alla COP per “ridurre” le proprie emissioni non legate alla COP. Il solito giochetto delle tre carte, insomma. Apprendiamo, infine, che la COP ha bandito la carta: tutti i documenti sono stati digitalizzati ed è possibile partecipare virtualmente agli eventi collaterali alla COP. Sarebbe stato più interessante partecipare virtualmente ai lavori, ma resterà un semplice auspicio.

Tornando alle trattative tra i delegati, posso ribadire che poco o nulla si muove. Chi abbia voglia di farsi un’idea del tipo di discussioni in corso, può dare un’occhiata a questo documento . In perfetto stile burocratese dice che la macchina dei negoziati funziona a pieno regime, ma produce solo chiacchiere.

Molto più importante, invece, una prima bordata della Cina che diffida gli europei dal fare i furbi.

In una dichiarazione  riportata dalla Reuters, uno dei delegati cinesi ha chiarito che l’Accordo di Parigi potrà considerasi finito se l’EU metterà in pratica un’idea del Commissario all’ambiente Timmermans e che costituisce una delle colonne portanti del Green New Deal, proposto dalla nuova Commissione Europea. Si tratta di un dazio da applicare alle merci entranti in Europa e provenienti dai Paesi in cui le legislazioni in materia di emissioni sono molto più blande (leggi Cina). I cinesi hanno mangiato la foglia al volo ed hanno realizzato che una simile tassa avrebbe reso vincolanti gli impegni di Parigi, indipendentemente dalla volontà del Paese produttore. Da qui la reazione piccata dei negoziatori cinesi già scottati pesantemente dai dazi imposti da Trump. Eh, si. Il mercato del carbonio e l’art. 6 dell’Accordo di Parigi saranno gli scogli su cui potrebbe naufragare questa COP. Tutto come previsto.

Nel frattempo si attende l’arrivo di G. Thunberg previsto per domani. Forse la COP 25 avrà un sussulto.

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Temperatura Globale – Modelli e Osservazioni

Posted by on 14:58 in Attualità, Climatologia | 12 comments

Alcune riflessioni sulla Figura 11.25 di IPCC AR5, di Luigi Mariani e Franco Zavatti

La figura 11.25a del report IPCC AR5 (WG1) riportata sotto come figura 1, è davvero di una pregnanza unica. Il report non indica chi ne sia l’autore, ma leggendo negli Acknowledgements in fondo al capitolo si trova una frase che restringe l’indagine a due persone: “The authors thank Ed Hawkins (U.Reading, UK) for his work on key sinthesis figures and Jan Sedlacek (ETH, Switzerland) for his outstanding work on the production of numerous figures“.

Fig.1: Figura 11.25 di AR5. Si riportano le previsioni al 2050 di più di 100 modelli con tutti gli RCP e le osservazioni. Da questa figura sono stati ricavati gli inviluppi di figura 2 e dai valori numerici il grafico di HC4

Più nello specifico, la figura 11.25 mostra l’andamento delle temperature globali dal 1986 al 2050, espresse come anomalia, rispetto alla media delle temperature globali misurate, per il periodo 1986-2005 (dati tratti da 4 dataset osservativi globali fra cui HadCrut4) per i seguenti casi:

  1. 41 run “storiche” e cioè riferite al periodo 1986-2005 (linee grigie).
  2. 137 run previsionali con modelli AOGCM riportate con colori diversi a seconda dello scenario emissivo considerato, da quello con meno CO2 (RCP 2.6) a quello con più CO2 (RCP 8.5).
  3. Andamenti termici globali dei 4 dataset osservativi per il periodo 1986-2012 (linea spessa nera) e cioè HadCrut4 (Hadley Center/Climate Research Unit gridded surface temperature data set, Morice et al., 2012); la Interim reanalysis delle temperature globali dell’aria in superfice (ERA-Interim) dello European Centre for Medium Range Weather Forescast (ECMWF), Simmons et al, 2010; il dataset GISTEMP (goddard Institute of Space Studies Surface Temperature Analysis), Hansen et al., 2010 e infine l’analisi dalla NOAA, Smith et al., 2008.

Non siamo gli unici ad aver riflettuto su questa figura, come potete vedere nell’articolo “Comparing CMIP5 & observationspubblicato su Climate-lab e dove si aggiungono alla figura gli andamenti termici osservati per il periodo 2013-2019. Nella discussione che segue il post interviene anche il succitato Ed Hawkins offrendo alcune utili precisazioni e fornendo altresì per il periodo 2005-2050 i valori delle linee del 5 e 95% riferite alle run dei 137 modelli. Anche in base a questi dati abbiamo prodotto l’immagine di figura 2 che riporta i tratti essenziali della figura 11.25a., gli inviluppi superiore e inferiore degli oltre 100 modelli riportati, e lo abbiamo confrontato, in figura 2, con la temperatura globale HadCrut4 (d’ora in poi HC4).

Fig.2: Alcune linee essenziali dedotte dalla figura 11.25 di IPCC AR5, Inviluppi superiore e inferiore e la loro mediana, confrontate con le temperature globali HC4 aggiornate al 2019.

Da questa figura appare che

  • l’inviluppo superiore rappresenta con difficoltà  i dati reali (e vediamo in figura 1 come essi vengano rappresentati dalle singole run dei modelli) e che questi si collocano costantemente nello spazio compreso fra linea di inviluppo inferiore (linea rossa più bassa) e mediana (linea grigia centrale)
  • la linea di inviluppo inferiore descrive in modo efficace la pausa tra il 2001 e il 2013, il periodo di mancata crescita delle temperature globali i cui limiti temporali sono definiti dai due forti El Nino del 1997-98 e del 2015-16 (eventi che come noto i modelli GCM non sono in grado di descrivere per mancanza di basi teoriche). Questa ci sembra un’informazione nuova: i modelli non sono in grado di descrivere la pausa tra il 2001 e il 2013 ma il loro inviluppo inferiore sì. Come mai?

Se proviamo a scalare verso il basso HC4 di 0.2°C otteniano la figura 3 che mostra in maggiore dettaglio come l’inviluppo inferiore ricostruisca la pausa.

Fig.3: Come figura 2, con soltanto gli inviluppi (superiore, Tn: rosso ; inferiore Tx: rosa) e con HC4 scalata verso il basso di 0.2°C rispetto alla figura 2.

Fatta questa constatazione, è necessario capire se gli inviluppi hanno un senso e se la loro esistenza può essere associata a qualcosa di fisico, di reale. Gli inviluppi sono i valori estremi, massimo e minimo, della figura 1 indipendentemente dal modello che ha generato gli estremi.

Il valore minimo di ogni modello dipende dall’RCP, dal modo di trattare aspetti specifici e meno noti della macchina climatica e dal set di parametri iniziali (da ricordare un esperimento condotto da NCAR/UCAR e descritto in https://judithcurry.com/2016/10/05/lorenz-validated/, dove 30 modifiche inferiori ad un trilionesimo di grado nella temperatura atmosferica globale hannno prodotto, nei modelli, 30 risultati molto diversi tra loro).

Per tentare un confronto tra le osservazioni e i singoli modelli, proponiamo i modelli, ottenibili da KNMI, BNU-ESM e CSSM4 per gli RCP 8.5 e 2.6, confrontati con HC4, …

Fig.4: Due modelli CMIP5, ognuno calcolato per due RCP, confrontati con HC4 (linea blu).

…oppure il modello ACCESS 1.3 con RCP 4.5, confrontato sempre con HC4 solo nel periodo delle osservazioni.

Fig.5: Il modello ACCESS1.3, RCP 4.5, confrontato con HC4 (linea blu).

Come si vede chiaramente, il confronto con le osservazioni non fa certo ben sperare per la qualità delle previsioni. Anche il modello di figura 5, che complessivamente sembra compatibile con i dati iniziali, mostra importanti differenze e, dal 2000, l’inizio della divergenza già evidente in altri modelli, e l’abituale mancanza della pausa.

Al contrario, l’inviluppo inferiore (figura 3) rappresenta bene i dati osservati; ma l’insieme dei parametri, della gestione delle situazioni specifiche, degli RCP come può gestire e giustificare l’inviluppo? Intanto notiamo che se è vero che i minimi di ogni modello dipendono da vari fattori, difficilmente questi valori derivano dagli RCP più elevati (questa situazione è teoricamente possibile, ma in un numero molto piccolo di casi, tale da non modificare sostanzialmente l’aspetto dell’inviluppo). Allora, la migliore ricostruzione dei dati osservati si ha con i valori più bassi di RCP, e quindi con previsioni al 2100 per nulla catastrofiche (in figura 3 abbiamo i dati fino al 2050, ma nulla lascia pensare ad un improvviso rialzo nei restanti 50 anni).

Per verificare il comportamento dei modelli su tutta l’estensione di HC4 abbiamo calcolato il minimo dei 4 modelli scaricati da KNMI (ACCESS1.3, BNU-ESM, CSSM4 e INMCM4) e lo abbiamo confrontato con gli inviluppi di figura 1 e con HC4 (ove necessario, le serie sono spostate arbitrariamente per ottenere la migliore sovrapposizione). Il risultato è mostrato in figura 6, dove si vede che ancora l’insieme dei valori più bassi dei modelli e l’inviluppo inferiore descrivono i dati in modo ragionevole.

Fig.6: Confronto tra gli inviluppi di figura 3, HC4 e il minimo dei 4 modelli usati. Tx e HC4 sono spostati arbitrariamente, come indicato nel grafico.

Conclusioni
I modelli sembrano rappresentare al meglio i dati osservati dal 1986 al 2018 quando si utilizza il loro inviluppo inferiore, anche se non è chiaro il significato di tale inviluppo.

L’inviluppo inferiore, esempio unico tra tutti i casi che abbiamo potuto verificare, ricostruisce anche la pausa, cioè la stasi della temperatura globale tra il 2001-02 e il 2013 (prima che El Nino 2015-16 potesse prendere il sopravvento).

Non siamo in grado di fornire una spiegazione del perché l’inviluppo inferiore fornisca la migliore rappresentazione delle osservazioni. Offriamo questo aspetto dell’analisi del clima come contributo ad eventuali, ulteriori discussioni.

I dati di questo post sono disponibili nel sito di supporto.
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COP 25: una Conferenza nata sotto una cattiva stella

Posted by on 06:46 in Attualità, Climatologia, COP25 - Madrid | 21 comments

COP 25: una Conferenza nata sotto una cattiva stella

Certo, non ne va bene una! L’anno scorso ci eravamo lasciati in quel di Katowice, in Polonia, commentando il magro bottino di una COP 24 in tono minore e dandoci appuntamento a Santiago del Cile. Ad onor del vero doveva essere il Brasile a organizzare la Conferenza, ma il cambiamento politico al vertice del Paese latino-americano, ha determinato il passo indietro del governo brasiliano ed ha fatto entrare in gioco quella che, allora, era considerata una potenza economica emergente del Sud America, cioè il Cile.
Nonostante la falsa partenza, la COP 25 si preannunciava scoppiettante, in quanto i gruppi di pressione dell’America Latina, non avrebbero fatto mancare calore e colore intorno alla Conferenza delle Parti. Nel frattempo Greta Thunberg si era avviata per tempo e, stante il suo ostinato rifiuto ad utilizzare l’aborrito aereo perché forte emettitore di CO2, aveva attraversato l’Atlantico tra gli osanna dei suoi seguaci che non cessavano di sottolinearne l’ardente ambientalismo: pur di non danneggiare l’ambiente, si era sottoposta ad un faticoso viaggio in una barca a vela. Che si trattasse di uno dei più lussuosi e confortevoli yacht in circolazione, veniva taciuto. Nulla sembrava, ormai, impedirle la trionfale marcia su Santiago del Cile, ove avrebbe tentato di condizionare la Conferenza, forte dell’appoggio plebiscitario di tutti i giovani del globo e dopo aver preso, come sua abitudine, a pesci in faccia gli inetti governanti del mondo, rei di non salvaguardare il futuro delle nuove generazioni.

Le cose sono andate, invece, in ben altra direzione. All’inizio di novembre il Cile ha dato forfait. Le manifestazioni di piazza, i morti ed i feriti e la stretta autoritaria imposta dalle autorità preposte alla tutela dell’ordine pubblico cileno, rendevano impossibile lo svolgimento in sicurezza dell’incontro, per cui era sembrato che la COP 25 dovesse essere annullata. L’annullamento è stato scongiurato in extremis grazie alla Spagna che si è offerta di ospitare la Conferenza delle Parti n° 25. Non è che lì le cose vadano molto meglio: instabilità politica, spinte secessioniste, manifestazioni di piazza in Catalogna. A Madrid però le cose funzionano meglio che a Santiago del Cile o a Barcellona e, quindi, la cosa si poteva fare. Si sono dovute organizzare, in fretta e furia, le strutture per ospitare le decine di migliaia di partecipanti alla Conferenza. Siccome senza soldi non si cantano messe, il sacrificio finanziario non è stato di poco conto, ma si è puntato tutto sul guadagno di immagine di cui il traballante Primo Ministro spagnolo ha tanto bisogno. Si è resa necessario, in ogni caso, una riduzione dei partecipanti: dai trentamila della Polonia, si è passati ai circa venticinquemila di Madrid. Secondo il copione già collaudato a Bonn, in Germania, in occasione della COP 23, la presidenza cilena della Conferenza delle Parti 2019 è stata confermata.

Grossi problemi per Greta Thunberg, comunque: tra lei e la COP 25 c’era l’Atlantico e poiché i servizi a vela transatlantici sono stati soppressi da tempo, si rendeva necessario trovare un altro yacht che potesse trasbordare l’attivista svedese sulle coste europee. Il servizio è stato offerto da due blogger australiani che hanno messo a sua disposizione il loro modesto trimarano, attrezzato con tanto di pannelli solari, micro turbina eolica ed ammennicoli vari rigorosamente green. Niente di paragonabile al battello del principato monegasco, ma in ogni caso una barca di tutto rispetto in grado di circumnavigare il globo senza troppi problemi. Non so dove in questo momento si trovi e, onestamente, non mi importa neanche.

Dopo il gossip è opportuno, però, tornare al tema della COP 25 vera e propria. Il panorama è ancora una volta desolante: si tratterà dell’ennesima conferenza interlocutoria. Come tutte le altre che sono seguite alla pirotecnica Conferenza di Parigi di quattro anni fa. Pensando a queste conferenze, non posso fare a meno di ricordare gli Ent del Signore degli Anelli: Barbalbero, rispondendo agli Hobbit che chiedevano l’aiuto del Popolo degli Alberi Parlanti nella lotta contro le forze del male, descrisse in modo superbo il lentissimo processo decisionale che regolava le azioni degli Ent e che poteva durare anche secoli. Ecco, alle COP succede più o meno la stessa cosa: si procede a passi piccoli piccoli e, difatti, sono passati oltre trenta anni ed ancora non si è riusciti a cavare un ragno dal buco. Le emissioni di diossido di carbonio continuano ad aumentare ed hanno raggiunto i livelli più alti registrati nel corso degli ultimi 800.000 anni. Tale è, almeno, il parere dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Il raggiungimento degli obiettivi previsti a Parigi (mantenere l’incremento delle temperature globali entro i 2°C, possibilmente entro 1,5°C), è una pia illusione. Studi pubblicati negli ultimi giorni da vari gruppi di ricerca, hanno messo in evidenza che qualora tutti gli impegni presi a Parigi venissero mantenuti, le temperature globali al 2100 supererebbero i 3,2°C.

In questo quadro appare addirittura ottimistico il grido d’allarme lanciato oggi dal Segretario Generale dell’ONU A. Guterres dalla tribuna della COP 25 durante la cerimonia inaugurale. Egli ha detto, infatti, che “il mondo deve scegliere tra speranza e capitolazione”. Subito dopo ha sottolineato come gli sforzi messi in atto dai Paesi del mondo siano allo stato “totalmente insufficienti”.

Il compito della COP 25 è, a dir poco, titanico. Manca una leadership politica in grado di guidare il mondo verso un’economia decarbonizzata e, ammesso che ci fosse, è assolutamente utopistico immaginare che in trenta anni sia possibile procedere ad una transizione energetica totale. Perché di questo si tratta e non di altro. In un mondo dove l’energia prodotta proviene per oltre l’ottanta per cento da fonti fossili è, infatti, utopia parlare non solo di decarbonizzazione, ma addirittura di emissioni nette nulle nel 2050. Ciò significherebbe delle trasformazioni del nostro sistema industriale (passaggio integrale all’economia circolare) ed all’implementazione di tecniche di cattura e stoccaggio delle emissioni. Di tali trasformazioni non mi sembra, però, di scorgere traccia.

Passando dai sogni alla realtà, vediamo che cosa sta succedendo oggi nel mondo. Le speranze di tutti sono puntate sulla Cina, ma da quelle parti si predica bene e si razzola male. Secondo una ricerca del Global Energy Monitor, nei diciotto mesi tra gennaio 2018 e giugno 2019 la capacità di bruciare carbone della Cina è aumentata di oltre 40 GW, mentre quella del resto del mondo è diminuita de circa 8 GW. La Cina sta finanziando, inoltre, la costruzione di centrali a carbone in Sudafrica, Pakistan e Bangladesh. Per fare un dispetto a Trump i cinesi prometteranno mari e monti alla COP 25, ma ai fini pratici non cambieranno il loro modello di sviluppo per molti anni a venire. Non dimentichiamo, infatti, che i cinesi si considerano un Paese emergente che non può essere assoggettato a vincoli sulle emissioni come i Paesi cosiddetti ricchi.

E, vista la citazione, un accenno alla posizione degli USA. A Madrid non ci sarà una delegazione politica, ma solo una delegazione tecnica il cui compito sarà quello di spianare il terreno di gioco in modo tale da consentire alle imprese statunitensi parità di trattamento nel mercato globale. America first, ora e sempre. Tradotto significa che le imprese americane dovranno godere degli stessi diritti ad emettere di quelle cinesi e, quindi, game over.

Se mettiamo insieme le emissioni di USA e Cina, sfioriamo il 50% delle emissioni globali (lo superiamo se consideriamo anche l’India), come ci si può rendere conto dal grafico seguente, tratto da qui.

Come si vede il controllo di oltre la metà delle emissioni globali è in mano a tre stati che, in modo esplicito o implicito, non ne vogliono sapere di rinunciare all’economico fossile per produrre energia.

L’Unione Europea sarà, invece, capofila dei volenterosi. Si batterà per rendere tutto vincolante, per raggiungere tutto e di più. Per noi saranno dolori, ma per le emissioni mondiali non cambierà proprio nulla: tutti insieme gli europei incidono per meno del 10% delle emissioni globali. Siamo nani politici e nani emettitori.

Gli europei giocheranno, però, un ruolo importante nel prenderci in giro. Non potendo rinunciare in modo rapido alle emissioni, in quanto il costo sarebbe enorme sia a livello economico che elettorale, punteranno tutto sull’implementazione del famigerato articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Si tratta del contestatissimo articolo che prevede il rilancio del mercato del carbonio. Detto in soldoni, i grandi emettitori pagano i Paesi in via di sviluppo, affinché evitino di emettere CO2 e sviluppino tecnologie prive di emissioni (pannelli fotovoltaici, turbine eoliche e via cantando). Dal punto di vista morale non è una bella cosa: ti pago per poter emettere al posto tuo. Alla fine questi soldi andranno a finanziare le corrotte amministrazioni dei Paesi in via di sviluppo e noi potremo continuare ad emettere come ci pare e piace. La povera gente di quei Paesi continuerà, invece, a vivere in povertà ed in condizioni inumane. Il mercato del carbonio è, però, miseramente crollato dopo la crisi finanziaria del 2008 e, ad oggi, non si è ripreso che in minima parte. Nel passato le truffe in questo campo sono state all’ordine del giorno: i Paesi in via di sviluppo vendevano i loro crediti a più acquirenti, creando una bolla speculativa di dimensioni colossali. Sorge, quindi, la necessità di contabilizzare in modo preciso le emissioni ed imputarle in modo esatto ai vari emettitori: più facile a dirsi che a farsi.

E, ultimo, ma non per importanza, il problema dei cento miliardi di dollari che i paesi sviluppati dovrebbero trasferire annualmente a quelli in via di sviluppo: su questo scoglio si sono infrante tutte le precedenti COP e, presumo, quella che è iniziata oggi, seguirà lo stesso destino.

Alla luce di tutto ciò non stupisce, quindi, il titolo di un post su Facebook del TG3: “COP 25: una missione quasi impossibile”. Si perché per poter dire che la COP 25 sarà un successo, dovrebbero essere prese decisioni per rendere operativo a livello globale l’Accordo di Parigi ed andare anche oltre, visto l’insufficienza delle misure previste per limitare il riscaldamento globale. E, per ora, non mi sembra che ci siano le condizioni. Probabilmente verrà rinviato tutto alla dead line ineludibile: la COP 26 del 2020. Sperando che Trump non sia più il presidente degli USA.

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Il Meglio del Peggio – 3 Dicembre 2019

Posted by on 02:50 in Attualità | 9 comments

Il Meglio del Peggio – 3 Dicembre 2019

Questa rubrica è a cura di Andrea Beretta

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A rischio di essere accusati di favoritismi, attingiamo nuovamente al Fatto Quotidiano, ed alla sua sempre prolifica rubrica “Ambiente e Veleni”. Avevamo già evidenziato come dalle parti del Fatto le Olimpiadi proprio non le hanno digerite. Secondo loro sarebbe addirittura meglio rinunciare da subito perché nel febbraio 2026 di neve, stante il trend degli ultimi anni, non ce ne sarà. Non dobbiamo tuttavia illuderci che le copiose nevicate di questo novembre, che permetteranno a numerose località sciistiche di aprire in anticipo, facciano cambiare la linea editoriale.

Anzi. Leggendo questo pezzo, si intuisce invece come la neve scesa in questi giorni sia addirittura “dispettosa” forse perché contraddice la narrativa. Si passa, infatti, da una malcelata stizza per le condizioni attuali che vedono imbiancato tutto l’arco alpino dai 1200 m in su, ad un masochistico compiacimento per le impennate di temperature previste dai soliti “infallibili” modelli che impedirà lo sci al di sotto dei 2100 m entro il 2030 (praticamente domani). Ma in fondo, per i profeti della decrescita (in)felice, la cosa più inaccettabile è che qualcuno faccia profitto con la neve “ […] gli scenari sono chiacchiere rispetto agli affari. E perciò dappertutto sull’arco alpino impazzano grandi lavori per ampliare la rete degli impianti di risalita”.

Eh già, pare proprio strano per il Fatto Quotidiano che un imprenditore pretenda di investire e fare per giunta profitti. O forse, vale solo l’equazione imprenditore = evasore (= manette). Eppure la domanda nasce spontanea: ma se un imprenditore, il cui scopo è quello di generare profitto per definizione semantica del termine, credesse in questi scenari climatici apocalittici, davvero investirebbe tanto in imprese così temerarie? Non sarà invece che gli imprenditori per primi hanno capito che le profezie di liquefazione delle Alpi sono solo frescacce buone a riempire i soliti giornali e nient’altro?

Venusiani supersonici

Ma cambiamo argomento e saliamo, se possibile, di livello, pur restando in casa della solita testata: questa volta, per accedere all’articolo intitolato “Venere era simile alla Terra. Il clima di un pianeta cambia: per questo dobbiamo attrezzarci”, dobbiamo entrare nientemeno che nella sezione “ Scienza”.

Le prima frase del pezzo riesce a incuriosire: “ci sono notizie che, per quanto interessanti, è opportuno lasciare decantare per evitare che qualsiasi cosa si dica venga fraintesa, perché il tempo è sbagliato”. Toni da Oracolo di Delfi, o da Mago Otelma, se si preferisce. Le righe successive svelano l’arcano, ovvero che”Venere in un tempo passato, lontano ma realepossa avere avuto atmosfera, clima e meteorologia molto simile a quella della Terra di oggi”.

Interessante, è interessante…Passato, reale e ipotetico si abbracciano in una frase che vuol dire tutto e niente. Fatto sta, ci si chiede perché sia così necessario far “decantare” uno scoop del genere. Forse ad aver bisogno di un decanter è la seguente successiva rivelazione, ovvero che su Venere soffierebbero zefiri supersonici“anidride carbonica e nuvole di acido solforico spinte da venti che le fanno viaggiare alla velocità media di 3760 chilometri all’ora”. Per fortuna basta una piccola ricerca su internet per capire che il giornale si è fatto scappare uno zero di troppo. Poco importa. Del resto, si sa, i numeri quando non tornano, si interpretano. Un po’ come le previsioni sgangherate dei modelli dell’IPCC. E uno zero, non conta niente, se si deve salvare il Mondo.

Ovviamente il pezzo attribuisce con certezza assoluta alla CO2 la colpa della trasformazione di Venere da Paradiso Terrestre dove scorrevano fiumi di latte e miele, all’inferno spazzato da venti supersonici (!) che è oggi. Di più: il motivo per cui questa scoperta, come detto nell’introduzione, doveva essere fatta decantare è presto detto: “Perché non parlarne prima? Perché pochi avrebbero ascoltato e molti avrebbero usato l’informazione a proprio vantaggio. Erano i giorni di Greta Thunberg che parla alle Nazioni Unite, di Donald Trump che twitteggia, garrulo, pallido e assorto, le sue sciocchezze; dello scontro senza dialogo fra negazionisti e fondamentalisti del cambiamento climatico. Chissà se 750 milioni di anni fa è accaduto lo stesso su Venere”

In sostanza, ora che c’è Greta il suo esercito di sciopera(n)ti, siamo finalmente pronti, dopo 100 mila anni di negazionismo, ad accettare la rivelazione finemondista: la Terra diventerà come Venere, punto. Perché a nulla vale, al cospetto del gretinismo imperante, l’esistenza di una vasta letteratura scientifica che sminuisce il ruolo della CO2 attribuendo la causa principale del riscaldamento di Venere alla pressione: ovvero la “teoria adiabatica” dell’effetto serra.

Polvere di balle

Accettato tuttavia il postulato del clima che cambia “perché adesso abbiamo Greta e quindi siamo pronti”, cambiamo con esso anche testata. Nei giorni immediatamente successivi all’eccezionale alta marea di Venezia, Repubblica s’è scatenata e ha titolato, il 19 novembre: ”Clima, così le catastrofi sono diventate normali. Le polveri sottili ‘rubano’ sei mesi di vita ai nostri nipoti”. Cosa c’entrino le polveri sottili col cambiamento climatico, è presto detto: “non è il riscaldamento globale a generarle, ma il cambiamento climatico le rende più letali, perché i loro effetti sull’organismo sono più frequenti e più incisivi quando l’aria è secca, calda, ferma, come accade quando l’atmosfera si riscalda”

Cosa colleghi il tenore di umidità con la temperatura dell’aria e l’assenza di vento, lo sanno solo nella redazione di Repubblica. Sommessamente ricordo solo che le difese immunitarie dell’organismo si abbassano in corrispondenza di cicli freddi: basti pensare alle influenze, raffreddori e perfino alle pestilenze medievali. L’articolo in sé riprende un leit motiv tipico del Mainstream, il pessimismo apocalittico dei tanti San Giovanni laici di oggi, che ci ricordano come, per causa nostra, tutto vada sempre peggio, e la fine sia vicina (se non compriamo la Tesla).

Eppure, basterebbe solo cambiare paradigma e guardare al bicchiere mezzo pieno: quanti anni di vita abbiamo regalato ai nostri nipoti in Europa grazie alla drastica diminuzione delle polveri sottili degli ultimi 30 anni? Grazie al progresso scientifico, e allo sviluppo di tecnologie sempre più efficienti per i motori a combustione interna? Domande che resteranno ovviamente inevase, giacché approfondire certe questioni non giova alla narrativa, e agli interessi economici che la sostengono.

L’appuntamento è alla prossima puntata di questa rubrica. Con la certezza che i soliti giornali non ci deluderanno.

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Le Previsioni di CM – 2/8 Dicembre 2019

Posted by on 00:18 in Attualità | 2 comments

Le Previsioni di CM – 2/8 Dicembre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione sinottica in evoluzione sul quadrante europeo, per il rafforzamento e l’associato tilting della cellula atlantica con conseguente cut-off dell’ansa depressionaria sull’Iberia e  formazione di un’area di divergenza dal flusso principale estesa dal Marocco all’Europa centrale, responsabile del peggioramento delle condizioni atmosferiche sulle regioni centro-settentrionali in queste ore. In linea con il calendario, e con l’ingresso dell’inverno meteorologico, il flusso principale si articola in due centri depressionari decisamente profondi: il primo sull’Artico canadese, e il secondo in prossimità della Lapponia con associate diffuse nevicate sulla Scandinavia (Fig.1).

Il cut-off iberico sarà nuovamente alimentato da un contributo di aria fresca atlantica nella giornata di mercoledì, rinvigorendosi. Successivamente si ristabilirà un ponte anticiclonico disposto secondo i paralleli, che metterà in comunicazione la cellula atlantica con quella est-europea. Più a sud permarrà una lacuna barica che continuerà a condizionare il tempo sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo.

La struttura anticiclonica si mostrerà comunque piuttosto vulnerabile proprio sul quadrante centro-europeo, dove sul finire della settimana potrebbe affondare una irruzione di aria artica marittima, che all’inizio della prossima settimana potrebbe puntare con decisione sul bacino centrale del Mediterraneo, apportando un peggioramento di stampo invernale.

 

La settimana sarà caratterizzata da condizioni di instabilità sulle regioni centrali e soprattutto su quelle meridionali, con il Nord che usufruirà della protezione offerta dal ponte anticiclonico europeo.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì migliora al Nord dopo gli ultimi fenomeni al mattino sul Triveneto. Tempo perturbato al mattino sull’alta Toscana, con precipitazioni anche intense e persistenti, in estensione al resto delle regioni centrali peninsulari. Parzialmente nuvoloso al Meridione, in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in lieve aumento al Centro-Sud. Ventilazione tesa di scirocco.

Martedì condizioni di bel tempo al Nord. Nuvolosità variabile al Centro e al Sud, con schiarite via via più ampie.

Temperature in diminuzione al Nord. Ventilazione vivace di tramontana sull’Adriatico, di levante sui bacini occidentali

Mercoledì piogge, rovesci e temporali sulla Sardegna fin dal mattino, e peggioramento delle condizioni atmosferiche anche sulla Sicilia con fenomeni a prevalente carattere di rovescio o temporale, in estensione nella serata alle regioni ioniche. Nuvolosità in aumento anche sul basso tirreno con possibili precipitazioni in nottata. Parzialmente nuvoloso sulle regioni centrali tirreniche. Condizioni di stabilità altrove con addensamenti nebbiosi nelle ore più fredde.

Temperature in lieve diminuzione al Centro-Sud. Ventilazione tesa dai quadranti orientali sui bacini di ponente.

Giovedì condizioni di stabilità al Nord con foschie e nebbie diffuse in Valpadana. Parzialmente nuvoloso sulle regioni centrali con qualche debole e locale piovasco sul basso Lazio. Nubi e precipitazioni sul basso Tirreno, a prevalente carattere debole. Maltempo su Calabria ionica e Puglia con precipitazioni diffuse, localmente intense e persistenti.

Temperature stazionarie. Scirocco teso su Ionio e Adriatico centro-meridionale.

Venerdì condizioni di stabilità al Nord e al Centro, nuvolosità irregolare al meridione con qualche residuo piovasco, in miglioramento.

Temperature stazionarie, venti tesi occidentali sui bacini di ponente.

Sabato e Domenica bel tempo al Nord, generali condizioni di variabilità con qualche piovasco sulle regioni centro-meridionali. Temperature stazionarie, venti generalmente deboli, entra il maestrale sui bacini più occidentali nella giornata di Domenica.

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La piena passa il messaggio resta

Posted by on 06:00 in Attualità | 9 comments

La piena passa il messaggio resta

E’ caduta tanta pioggia recentemente, quantità che hanno probabilmente colmato il deficit della prima parte della stagione autunnale, decisamente più secca e stabile. E, come purtroppo accade abbastanza spesso in autunno, le precipitazioni abbondanti hanno un impatto importante sul territorio. Passati gli effetti immediati, c’è ancora apprensione per la portata del fiume Po, che raccoglie praticamente tutte le piogge che arrivano nel catino padano che, per chi non lo sapesse, è una piana alluvionale. Questo significa che la sua morfologia è stata plasmata nel tempo (tanto tempo) secondo le esigenze di run off del versante interno delle Alpi e di quello nord dell’Appennino settentrionale. C’è poco da fare, quando piove di lì l’acqua deve passare.

E, infatti, c’è memoria di numerosi e frequenti episodi alluvionali, ovvero di esondazioni anche catastrofiche. Ora, poteva mai essere quella di questi giorni una normale piena autunnale, anche importante? Certamente no, se prima il fiume riprendeva ogni tanto il controllo della situazione a causa della sua natura e della sua morfologia, ora lo fa perché ci sono i cambiamenti climatici.

La prova? Semplice, gli eventi di piena sono in aumento per frequenza. Tanto ha dichiarato un esperto di clima in diretta televisiva nazionale appena ieri mattina.

Essendo completamente a digiuno sull’argomento, ho cercato di acquisire un po’ di dati per capirci qualcosa di più. Non con molta fortuna per la verità, per cui invito i lettori più attenti che ne siano a conoscenza a dare una mano a chiarire il tema, magari indicando qualche dataset che possa essere analizzato.

Qualcosa però l’ho trovato. Si tratta di un documento redatto dall’ARPA Emilia Romagna liberamente consultabile sul web.

Vi si legge che, in effetti, tra la prima e la seconda metà del secolo scorso, gli eventi di piena sono aumentati (soprattutto di numero, un po’ meno di intensità). Ma vi si legge anche che:

L’incremento del numero di eventi principali, riscontrato nel secondo periodo osservato rispetto al primo, può trovare in gran parte giustificazione nell’estensione del sistema arginale e nel cambiamento nell’uso del suolo.

Questo per il passato. Per il futuro, le proiezioni sono per un incremento degli eventi più intensi accompagnati però da una diminuzione della frequenza degli stessi.

Per una sbrigativa quanto utile spiegazione, poco importa che siano stati rinforzati gli argini e che questo aumenti la velocità delle acque accrescendo il rischio di esondazioni violente; poco importa che siano state costruite infrastrutture nelle aree golenali (che ora si vorrebbe non facessero il loro mestiere); ciò che conta è che il clima cambia. Peccato però, che giustificare l’attribuzione degli eventi di piena di oggi al cambiamento climatico appare in contrasto con le proiezioni del cambiamento climatico. Bisognerà porre rimedio a questa discrasia, in attesa della prossima piena.

Il documento è questo: Le piene del Po tra passato e futuro. Buona lettura.

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