Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Le Previsioni di CM – 25/31 Gennaio 2021

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Le Previsioni di CM – 25/31 Gennaio 2021

Questa rubrica è a cura di Flavio

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Il flusso principale si distende indisturbato alle medie latitudini con una serie di ampie ondulazioni del fronte polare in seno alle quali si articolano vortici in movimento dal Labrador in direzione dell’Europa orientale. In queste ore una vasta ondulazione interessa l’Europa centrale e il bacino centrale del Mediterraneo, mentre in prossimità di Terranova nuovi centri depressionari si vanno approfondendo per l’afflusso retrogrado di aria artica dallo Stretto di Groenlandia. La cellula atlantica si posiziona su latitudini insolitamente basse, piazzando i suoi massimi in prossimità delle Canarie. A livello emisferico, persistono condizioni anticicloniche sul bacino centrale dell’Artico (Fig.1).

Nel corso della settimana, la conca depressionaria centro-europea evolverà lentamente verso l’Egeo e l’Anatolia, mentre il centro depressionario sull’Atlantico canadese avanzerà altrettanto lentamente in senso zonale, sospingendo la cellula atlantica in direzione del Mediterraneo sotto l’azione incessante del getto. Tuttavia la tendenza della cellula anticiclonica artica a sbilanciarsi verso la Groenlandia sembra poter creare le premesse per ondulazioni più marcate del fronte polare sul finire della settimana, quando una saccatura piuttosto pronunciata potrebbe farsi largo fin sul Mediterraneo centro-occidentale alimentata da aria molto fredda di origine artica.

La settimana meteorologica sull’Italia sarà caratterizzata da condizioni di stabilità sulla penisola italiana, dopo il rapido passaggio di una perturbazione tra lunedi e martedi. Da segnalare la possibilità di un peggioramento sul finire del periodo, al momento difficile da definire nei dettagli.

Consigli per il Rescue Team

Ottimo lavoro del Rescue Team di Repubblica, che con buona parte dell’Asia letteralmente surgelata e minime inferiori ai -50C per qualche milione di kmq, riesce a scovare una piccola bolla calda sul sud-est australiano (dove l’estate è all’apice) e a presentarla come “fenomeno estremo”: ben 16 gradi sopra la media (sic)!

Mettendo da parte l’involontaria ironia del pezzo che presenta l’ondata di caldo in questione come “la prima della stagione” (implicitamente riconoscendo che fino ad ora l’estate era stata piuttosto fresca da quelle parti) forse giova ricordare che sbalzi termici di 15-20 gradi fanno parte a pieno titolo della normalità climatica australiana, nel momento in cui la fresca brezza marina cede il passo all’alito rovente del deserto, o viceversa. Specie nell’area di Sydney dove si somma l’effetto dei venti di caduta. A conferma di questo, oggi la massima a Sydney è assolutamente normale (28C), martedì si toccheranno i 33 C mentre mercoledì la temperatura crollerà in poche ore di circa 12 gradi grazie all’intervento di aria molto fresca pilotata da una cellula anticiclonica a sud della Tasmania che regalerà temperature autunnali nella zona di Melbourne dove si farà fatica a raggiungere i 20C. Temperature freschissime che persisteranno per migliaia di chilometri di costa da Sydney ad Adelaide passando per Melbourne per quasi tutta la settimana.

Trasformare due giorni di caldo estivo in un angolo d’Australia, all’apice dell’estate, in una “notizia” (per di più in un contesto insolitamente fresco) è l’apoteosi del Rescue Team. Giù il cappello, applausi, e tutti a correre in concessionario a comprare una Stellantis elettrica per salvare gli australiani dal caldo estivo (e far contento, incidentalmente, l’editore).

PS: nell’immagine allegata, tutto il talento del Rescue Team nel cercare l’ago autraliano caldo nel pagliaio del gelo siberiano.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì ampie schiarite al Nord, nuvolosità irregolare sulle regioni centrali associata a qualche piovasco o nevicata sull’Appennino, in rapido trasferimento verso il Meridione dove il tempo peggiorerà in serata con rovesci sparsi a partire dalle regioni tirreniche.

Temperature in ulteriore lieve diminuzione al Centro-Nord. Ventilazione vivace dai quadranti nord-occidentali.

Martedì bel tempo al Nord e al Centro. Al Sud, al mattino rovesci e nevicate sull’Appennino anche a quote basse, in rapido miglioramento già dalla tarda mattinata con ampie schiarite in serata.

Temperature in forte diminuzione al Meridione. Ovunque venti tesi di maestrale, forti su basso Adriatico e Ionio.

Mercoledì generali condizioni di bel tempo su tutta l’Italia con addensamenti nuvolosi sul basso Adriatico in assenza di precipitazioni significative.

Temperature in aumento su Sardegna e regioni di Nordovest. Freddo sul basso Adriatico. Ancora maestrale forte su basso Adriatico e Ionio, in graduale attenuazione sugli altri bacini.

Giovedì ancora prevalenza di condizioni di stabilità. In serata addensamenti nuvolosi nei bassi strati sulle regioni tirreniche meridionali con qualche debole precipitazione associata.

Temperature in sensibile aumento. Venti occidentali tesi sui bacini di ponente.

Venerdì generali condizioni di bel tempo, con addensamenti sui crinali alpini di nord-ovest associati a qualche nevicata, specie sulla Valle d’Aosta.

Temperature in ulteriore aumento al Centro e al Sud. Venti tesi dai quadranti meridionali.

Sabato e Domenica possibile passaggio di una debole perturbazione con il Nord saltato, e nuvolosità in trasferimento dalle regioni centrali a quelle meridionali associata a rovesci sparsi e nevicate sull’Appennino. Possibile peggioramento dalla serata di domenica a partire dall’arco alpino, con nevicate diffuse in prossimità dei crinali di confine.

Temperature in diminuzione. Ventilazione vivace di maestrale.

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Un nuovo sguardo all’effetto Urban Heat Island

Posted by on 07:00 in Attualità | 1 comment

Un nuovo sguardo all’effetto Urban Heat Island

Quello che segue è un commento ad un paper di Nicola Scafetta, scritto e pubblicato da Andy May sul suo blog. Nicola lo ha tradotto per noi, di fatto validandone i contenuti. Ringrazio entrambi per aver voluto condividere questi contenuti con le nostre pagine.


Nicola Scafetta ha appena pubblicato un nuovo articolo su Climate Dynamics dove esamina le prove dell’effetto isola di calore urbano (UHI) (Scafetta, 2021). Il documento non è protetto da paywall e può essere scaricato qui. In sintesi, Scafetta mostra che parte del recente riscaldamento mostrato nella serie di temperatura globale HadCRUT 4 potrebbe essere dovuto all’effetto UHI. Utilizza un’analisi delle temperature diurne massima (Tmax) e minima (Tmin) sulle terre emerse (CRU TS), l’output dei modelli climatici e un confronto tra le temperature della superficie del mare (SST) e le temperature della terraferma per stimare la possibile influenza sul record HadCRUT4.

I vari record di temperatura delle terre emerse non sono specificatamente corretti per l’effetto UHI. La NOAA e l’Hadley Climatic Research Center fanno affidamento su algoritmi di omogeneità per attenuare le anomalie. La NOAA chiama il processo di omogeneizzazione “PHA” e l’algoritmo del Centro Hadley è simile (Menne & Williams, 2009a). Sebbene questi algoritmi abbassino la temperatura nelle città, aumentano anche la temperatura nelle aree rurali intorno ad esse. A peggiorare le cose c’è che gli ultimi 70 anni sono stati un periodo di rapida crescita demografica e crescente urbanizzazione. La popolazione mondiale è passata da 2,5 miliardi di persone nel 1950 a 7,5 miliardi nel 2020. Si stima che l’UHI di Londra abbia raggiunto i 2,8 °C nelle estati tra il 1990 e il 2006.

L’effetto UHI fa sì che Tmin aumenti più di Tmax e fa diminuire nel tempo l’intervallo di temperatura diurna (DTR). Scafetta utilizza le registrazioni della temperatura dell’Hadley Climatic Research Unit (CRUTS e HadCRUT) e i dati del Coupled Model Intercomparison Project 5 (CMIP5) per esaminare questo problema, confrontando una media dell’insieme dei dati CMIP5 Tmax e Tmin con tali serie climatiche ed esaminandone le differenze.

Figura 1. Queste sono le anomalie globali Tmax (rosso) e Tmin (blu) da HadCRUT (A) e CMIP5 (B). Le differenze sono riportate in C e D. Fonte: (Scafetta, 2021).

La Figura 1 confronta i record di anomalia globale Tmin (blu) e Tmax (rosso) da CRUTS con i valori medi dell’insieme CMIP5 che Scafetta ha utilizzato nel suo studio. Le registrazioni sono anomalie dal 1945 al 1954. Confrontando i decenni 1945-1954 e 2005-2014, le differenze Tmax-Tmin (DTR) sono diverse. Il DTR HadCRUT4 è 0,25 e il DTR CMIP5 è 0,1. In entrambi i casi Tmin si è riscaldato più di Tmax.

La Figura 2 mostra come vengono distribuite le differenze di anomalia Tmin-Tmax nel set di dati CRUTS.

La Figura 2 mostra come vengono distribuite le differenze di anomalia Tmin-Tmax nel set di dati CRUTS. Arancione, viola e rosso indicano che Tmin si sta riscaldando più velocemente di Tmax. Le aree bianche, inclusi gli oceani, non hanno dati Tmin e Tmax. La maggior parte delle aree terrestri mostra un valore positivo, il che significa che Tmin è aumentato più velocemente di Tmax. I dati CRUTS della Figura 2 mostrano che vaste aree del Nord America e dell’Asia hanno Tmin che aumenta molto più velocemente di Tmax. Ciò è particolarmente evidente nella Cina in rapida urbanizzazione e nelle aree in crescita di Stati Uniti e Canada.

Nella Figura 3 vediamo come vengono distribuite le anomalie Tmin -Tmax (DTR) dell’insieme CMIP5. Le anomalie Tmin-Tmax modellate sono molto più attenuate e più vicine allo zero rispetto ai valori misurati e omogeneizzati.

Figura 3. Distribuzione globale delle anomalie Tmin-Tmax CMIP5 (DTR). Ai poli, l’estremo nord e parti dell’Asia e dell’Africa centrale mostrano che Tmin si sta riscaldando leggermente più velocemente di Tmax. La maggior parte del resto del mondo è vicino allo zero, compresi gli oceani. (Scafetta, 2021).

Solo vicino ai poli i modelli mostrano un notevole aumento di Tmin-Tmax, insieme ad aree sparse in Asia e Africa. La Groenlandia è una grande isola con una popolazione molto piccola, circa 56.000 persone, e mostra poca differenza tra i valori modellati ei valori misurati. I valori effettivi variano da -0,2 a 0,2 °C e i valori modellati sono compresi tra 0 e 0,2 °C.

Scafetta mostra con numerosi esempi “che il record climatico terrestre è influenzato da significativi tendenze non climatiche“. Tmin e Tmax non esistono nelle serie SST (temperatura della superficie del mare), ma possiamo confrontare le serie SST con quelle terrestri HadCRUT tramite l’insieme del modello CMIP5.

Si scopre che, dopo aver tenuto conto delle differenze termodinamiche tra terra e oceano, le simulazioni CMIP5 corrispondono ai record terrestri nella macroarea di maggiore urbanizzazione, ma sovrastimano in modo significativo le temperature dell’oceano e quelle delle aree a più bassa urbanizzazione. Una simulazione terrestre della differenza di temperatura tra la media 1940-1960 e la media 2000-2020 mostra un modello per la differenza HadCRUT di soli 0,06 °C. Il confronto tra CMIP5 (+ 0,69 °C) e HadSST (+ 0,41 °C) sugli oceani, ha mostrato un riscaldamento di 0,28 °C, che è cinque volte superiore.

Il riscaldamento della temperatura del terreno secondo HadCRUT è di circa un grado dal periodo 1940-1960 al periodo 2000-2020. Se il rapporto tra le temperature delle terre e dell’oceano predetti dai modelli CMIP5 e i record HadSST sono accurati, le temperature delle terre mostrano un riscaldamento eccessivo uguale a + 0,36 °C. Quasi un errore del 60% sul valore reale.

Discussione

Lo studio di Scafetta mostra un potenziale bias sistemico nei record HadCRUT delle terre emerse. La maggior parte del bias, come mostrato nella Figura 2, è in aree con un rapido sviluppo urbano nel periodo di studio dal 1940 al 2020. Ci sono altre anomalie, quella notevole in Bolivia potrebbe essere dovuta alla rapida deforestazione di quell’area. Le anomalie nelle zone aride del Nord Africa possono essere dovute ad un effetto urbano inverso, poiché in queste zone l’urbanizzazione può creare un’area più fresca, rispetto alle aree rurali circostanti.

Tutti i dati utilizzati nello studio contengono errori. Non si possono trarre conclusioni definitive. Ma sembra che la porzione terrestre del record HadCRUT4 sia più calda di quanto dovrebbe essere rispetto alle temperature dell’oceano. È anche probabile che questo abbia influenzato la calibrazione dei modelli CMIP5. I valori recenti di DTR (Tmax-Tmin) sono diminuiti più di quanto previsto dai modelli CMIP5. Questo potrebbe essere dovuto ad un problema dei modelli nelle aree urbane, oppure agli algoritmi di omogeneizzazione utilizzati dall’Hadley Climatic Research Center, che spalmano il riscaldamento delle isole di calore urbano su vaste aree. In ogni caso, Scafetta ha dimostrato che questi set di dati non sono coerenti e, uno o più di essi, possono contenere un bias sistemico significativo.

Un ultimo punto. Quando i dati vengono corretti per l’apparente bias appena descritto, e poi confrontati con la temperatura media globale UAH della troposfera inferiore (Spencer, et al., 2017), vediamo che il record HadCRUT corretto è più vicino a questo rispetto all’originale, che è in nero nella Figura 4B. Questo confronto mostra che l’apparente bias rilevato dallo studio di Scafetta ha un certo supporto empirico.

La Figura 4A confronta il record originale HadCRUT 4.6, in nero, con quello corretto da Scafetta in rosso. La media dell’insieme del modello CMIP5, in giallo, è mostrata insieme a 106 simulazioni indipendenti in verde. Le figure 14A e 14B usano gli stessi colori. La Figura 14B aggiunge la temperatura media globale della troposfera inferiore UAH in blu. Tutte le curve sono anomalie rispetto al periodo 1940-1960. Rispetto al periodo 1940-1960, la curva HadCRUT originale mostra 0,59 °C di riscaldamento. il record UAH mostra 0,44 °C e 0,48 °C utilizzando le correzioni di Scafetta. I modelli climatici CMIP5 mostrano 0,78 °C di riscaldamento.

È possibile, secondo la correzione di Scafetta, che fattori non climatici possano aver contribuito per un quinto al riscaldamento globale di HadCRUT segnalato dal 1940-1960. È anche possibile che i modelli climatici CMIP5 sovrastimano il riscaldamento di un terzo. Questi sono problemi significativi.

La Figura 4. Il grafico A mostra il modello individuale eseguito in verde, la media CMIP 5 in giallo, il record HadCRUT, non corretto in nero, e il record HadCRUT corretto in rosso. B mostra lo stesso record corretto HadCRUT in rosso, il record UAH nella bassa troposfera in blu e il record originale HadCRUT in nero. Le linee rosse e nere in A e B sono le stesse.

Bibliografia

 

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Il freddo non viene dal caldo, con buona pace del Rescue Team

Posted by on 12:16 in Attualità, Climatologia, Media Monitor, Meteorologia | 7 comments

Il freddo non viene dal caldo, con buona pace del Rescue Team

Rescue Team: ogni individuo, gruppo di interesse, media o organizzazione che garantisca rapidità ed efficacia di intervento quando succede qualcosa che, realmente o virtualmente, metta in pericolo una efficace penetrazione del mantra della catastrofe climatica nel comune sentire.

Vaccata infinita: articolo di giornale, meglio se lancio di agenzia copiato e incollato su più giornali, in cui si affronta un tema proposto su letteratura scientifica, non ci si capisce nulla, si fanno numerosi esempi del tutto fuori luogo, giungendo però ad una sana e rassicurante conclusione scontata. In materia di clima, la conclusione è… siamo fritti. Nella stesura ci si avvale di colui/colei che, virgolettato o no, suggerisce la vaccata. In molti casi, infatti, l’argomento è così alto ma allo stesso tempo maldestramente espresso, da poter essere stato solo suggerito e, ovviamente, non compreso, ma pur sempre efficacemente argomentato.


A volte mi chiedo se certi studi siano fatti su commissione, con lo scopo cioè di sostenere tesi preconcette. Poi mi dico di no, che non è possibile, si tratta sempre e solo di coincidenze. Esattamente come quella in cui durante i giorni più freddi dell’anno (sin qui) fa sì che esca un paper largamente ripreso dalla stampa che, malgrado non lo dica affatto, può essere interpretato per attribuire il freddo al riscaldamento globale. Che, nonostante si tratti concettualmente di una capriola del pensiero abbastanza impegnativa, hai visto mai che a qualcuno possa venire in mente che il tempo smentisce il clima. Lo stesso, compresa l’uscita dei paper, sarebbe bello accadesse anche d’estate, quando il solleone corrobora per affinità le tesi del clima del fornaio.

La vaccataPerché fa così freddo? E’ il riscaldamento globale.  ADN Kronos, 13 gennaio 2021.

Il paperDecoupling of the Arctic Oscillation and North Atlantic Oscillation in a warmer climate – Nature Climate Change

Bene, sul lancio di agenzia è necessario stendere un velo pietoso. Fa letteralmente scempio della materia che vorrebbe affrontare e fa venire in mente solo una cosa: è tutto finito. Una bugia ripetuta all’infinito non diventa mai una verità, però ultimamente diventa… giornalismo.

Qualche parola però, la spendiamo sul paper.

Innanzi tutto, quel che è doveroso. Neanche nelle pieghe più recondite, neanche nelle formule più complesse (non ce ne sono affatto), neanche nei dati supplementari più barbosi si fa mai menzione del fatto che… il freddo possa venire dal caldo! Né si fa alcun riferimento, come invece accade nell’articolo, agli eventi di freddo del passato recente in chiave clima che cambia. Anzi, semmai, nel paper si legge che quanto sappiamo che di norma accade sta continuando ad accadere e, bontà loro, potrebbe smettere di accadere solo tra un paio di secoli e a determinate condizioni.

Qui però cade il primo asino. Lo studio simula il comportamento di due ben noti e ben correlati indici atmosferici di cui sono noti gli effetti sul tempo invernale, proiettandone il comportamento al secolo 23, ossia tra il 2200 e il 2300. Avete letto bene, tra 100/200 anni. Se credete, possiamo anche salutarci qui. Ma se proprio vi interessa, sappiate che per farlo viene utilizzato il famigerato scenario RCP8.5 (detto del disastro che verrà), ossia non solo il più distopico e implausibile scenario che sia stato mai partorito, ma anche quello che sulle pagine della stessa rivista che ospita il paper è stato praticamente liquidato.

Ma, non è tutto qui, quello di torturarsi con letteratura alla Mad Max sarebbe comunque un esercizio lecito, per quanto inutile, il problema è, semmai, altrove.

Gli indici di circolazione atmosferica oggetto di questa indagine, hanno ovviamente dimensioni spaziali e temporali. Nella fattispecie, si tratta della NAO (North Atlantic Oscillation) e AO o NAM (Arctic Oscillation o Northern Annular Mode). Sfiorando appena l’argomento, il primo esprime la latitudine a cui si muove la storm-track, cioè dove viaggiano il getto e le perturbazioni che dall’Atlantico si muovono verso l’Europa accompagnate dalle onde planetarie; il secondo descrive l’intensità, calcolata su tutta la circonferenza dell’emisfero nord, delle cosiddette westerlies o correnti zonali, fornendo quindi un’indicazione sulla propensione delle onde planetarie ad essere più o meno sviluppate lungo la longitudine, favorendo così gli scambi d’aria tra le alte e le basse latitudini.

Dal momento che l’indice NAO è una porzione dell’indice AO, i due sono fortemente correlati, almeno lo sono nell’assetto di circolazione che definisce il clima dell’emisfero nord, intendendo con esso tutto il complesso delle dinamiche che lo caratterizzano, compresa l’attività convettiva tropicale, le correnti e le temperature di superficie degli oceani e così via. Attore principale di queste dinamiche, nei mesi invernali, è il Vortice Polare Stratosferico, circolazione depressionaria che occupa tutta la colonna atmosferica e che, in funzione delle dinamiche troposferiche, può essere più o meno intenso, arrivando in alcune situazioni ad essere completamente, sebbene temporaneamente, indebolito o distrutto, fasi queste che hanno poi chiare ripercussioni in troposfera, quindi sugli indici di cui stiamo parlando.

Queste dinamiche quindi si definiscono TST, cioè partono in troposfera, si propagano in stratosfera, tornano con i loro effetti in troposfera. Ora, nel paper, si identifica come limite inferiore della debolezza del Vortice Polare, il valore soglia dell’indice NAM a 10hPa di -1,5 sigma. La letteratura sull’argomento, compresa quella contenuta nella bibliografia del paper (Baldwin e Dunkerton, 2001 – Stratospheric Harbingers of Anomalous Weather Regimes, un lavoro seminale), identifica invece come valore soglia della debolezza del vortice -3 sigma. Tra i due valori c’è una differenza abissale, il primo si raggiunge diverse volte durante la stagione invernale e non è quindi associato né associabile in modo chiaro e diretto alle successive dinamiche troposferiche, men che meno ad eventi estremi. Il secondo è invece quello che porta, praticamente sempre, a quelli che vengono definiti eventi stratosferici, da cui deriva sempre una sostanziale benché temporanea modifica degli assetti della circolazione atmosferica, quindi anche gli eventi estremi. A titolo di esempio, all’evento stratosferico della prima decade di questo mese, si sono associate le nevicate storiche in Spagna e il caldo quasi estivo arrivato tra Grecia e Turchia (due facce della stessa medaglia).

Ora, per quale motivo gli autori abbiano utilizzato per definire gli eventi di vortice debole un valore soglia molto diverso da quello consolidato in letteratura che inoltre non identifica affatto tale debolezza, non è dato saperlo, anche perché non c’è traccia di spiegazione nel paper. Sorge il dubbio che il disaccoppiamento che scaturisce poi nelle proiezioni secolari forse non sarebbe venuto fuori se si fossero presi in considerazione solo gli eventi di reale debolezza e/o distruzione del vortice polare. Questa però è una speculazione del tutto personale e come tale va considerata. Resta il fatto che, per dimostrare che in un ipotetico e improbabile clima disfatto dal caldo, queste dinamiche subirebbero una modifica non è stato applicato quanto ampiamente consolidato in letteratura.

Infine, pretendere che una testata giornalistica potesse condurre una analisi del genere è probabilmente troppo, ma almeno porsi il dubbio che, per quanto si possano fare capriole, il freddo non può venire dal caldo, infatti continua a venire dal freddo (lo dice lo stesso paper), questo sì, sarebbe legittimo.

Ma non sarebbe da Rescue Team.

Enjoy.

 

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Eppur crescono!

Posted by on 16:26 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 3 comments

Eppur crescono!

Lo scorso mese di luglio ho commentato, qui su CM, un interessante articolo (Masselink et al., 2020), in cui venivano illustrati i risultati di un’indagine sperimentale relativa all’evoluzione degli atolli corallini. Gli autori avevano costruito un modello fisico di un atollo e ne avevano seguito l’evoluzione all’interno di una vasca che simulava il comportamento dell’oceano: variazione del livello del mare, variazione del moto ondoso e così via. L’esperimento ha dimostrato che gli atolli modificavano il loro profilo e, quindi, non venivano sommersi dal mare. Un modello matematico riusciva a simulare il comportamento del modello fisico, per cui una volta tanto, abbiamo potuto vedere un modello matematico che viene validato da un modello fisico.

Lo scorso mese di novembre è stato pubblicato su Geophysical Research Letters l’articolo  a firma di M. R. Ford, P. S. Kench, S. D. Owen & Q. Hua (da ora Ford et al., 2020):

Active Sediment Generation on Coral Reef Flats Contributes to Recent Reef Island Expansion

Il paper è a pagamento, per cui non ho avuto modo di leggerlo. Mi sono dovuto accontentare dell’abstract, del comunicato stampa dell’Università di Auckland, cui è affiliato il primo firmatario di questo studio, dei materiali supplementari accessibili liberamente e di diversi commenti che sono riuscito a trovare in rete.

Degno di nota, secondo il mio modesto parere, il fatto che la seconda firma di Ford et al., 2020 sia uno degli autori della ricerca di cui mi occupai a luglio (Masselink et al., 2020): significa che lo studio pubblicato da Ford e colleghi, si inquadra in un filone di ricerca unitario, articolato in ricerca teorica (matematica e fisica), verifica sperimentale in laboratorio dei modelli matematici elaborati teoricamente e, per finire, verifica delle conclusioni teoriche e sperimentali, mediante il confronto con la reale evoluzione delle isole coralline. Chapeau!

Con questa ricerca quindi gli scienziati hanno potuto verificare che il meccanismo studiato da Masselink et al., 2020, funziona non solo nella vasca per le simulazioni idrodinamiche, ma anche nella realtà.

Ford et al., 2020 ha studiato, infatti, il caso dell’isola di Jeh, un atollo esteso poco più di due chilometri quadrati che fa parte dello stato insulare delle Isole Marshall, ubicato nell’Oceano Pacifico a circa metà strada tra l’Australia e le isole Hawaii.  I ricercatori, sulla base di immagini aeree e satellitari, hanno potuto accertare che l’isola di Jeh ha aumentato le sue dimensioni del 13% circa, nel periodo che va dal 1943 ai giorni nostri.

Nell’immagine che segue, tratta dai materiali supplementari di Ford et al., 2020, si vede chiaramente la parte di isola che si è formata nel periodo indagato: in rosso è riportato il profilo costiero risalente al 1943. Nella parte meridionale dell’isola di Jeh diversi degli isolotti esistenti nel 1943, oggi sono uniti, dando luogo ad una stretta lingua di terra. Nell’inserto in basso a sinistra si può apprezzare meglio l’evoluzione del profilo costiero meridionale dell’isola. Anche nella parte settentrionale si è avuto, però, un vistoso cambiamento dell’andamento della costa in conseguenza della fusione tra due isole.

In Masselink et al., 2020 veniva descritto con dovizia di particolari il processo che consentiva alle isole coralline di crescere, in modo tale da seguire l’aumento del livello del mare: era il materiale che costituiva la piattaforma corallina su cui poggiava l’isola che veniva dislocato ed andava ad accumularsi sulle spiagge modificandone il profilo e consentendo all’isola di non essere inghiottita dal mare. Forti di questa esperienza, Ford e colleghi hanno cercato di capire qual era la provenienza dei materiali che hanno accresciuto le dimensioni dell’isola di Jeh.

Sulla base di altri studi condotti in passato, si è visto che le isole coralline sono formate da materiale relativamente giovane: nella stragrande maggioranza dei casi ha meno di 5000 anni. Essendo le isole coralline costituite quasi esclusivamente di detriti costituiti dagli esoscheletri di coralli e molluschi che popolano la barriera corallina, per stabilire l’età dei sedimenti che costituiscono gli atolli, basta determinare l’età dei foraminiferi e degli altri organismi i cui gusci sono contenuti nel terreno costituente le isole. Nel caso dell’isola di Jeh i ricercatori hanno utilizzato la tecnica del radiocarbonio, per accertare l’età dei sedimenti che si erano accumulati, dopo il 1943, nelle aree dell’isola di nuova formazione. I risultati delle indagini hanno consentito di appurare che i sedimenti accumulati in queste aree, sono molto giovani: si sono formati nel periodo compreso tra gli anni cinquanta del secolo scorso ed i giorni nostri, si tratta, cioè, di materiale moderno.

Da quanto mi è parso di capire, pertanto, i meccanismi di formazione e di sostentamento delle isole coralline, sono basati sull’esistenza di sedimenti, costituiti da materiale organogeno, originato dai processi vitali che si svolgono sulla barriera corallina. Risulta evidente, da quanto dichiara M. Ford nel comunicato stampa dell’Università di Auckland che, fino a quando esiste la possibilità di mobilizzare i sedimenti della barriera corallina, gli atolli cambieranno il loro profilo, per reagire all’innalzamento del livello del mare. Il processo di modifica del profilo costiero ed altimetrico delle isole coralline, si arresterà, nel momento in cui la barriera corallina smetterà di produrre materiale sedimentario da dislocare. Per usare le parole di M. Ford, la barriera corallina è la sala macchine che consente agli atolli di resistere all’innalzamento del livello del mare. Appare ovvio, quindi, che tutto il meccanismo potrà funzionare nel migliore dei modi ad una condizione: che la barriera corallina goda buona salute.

Possiamo, quindi, sperare che gli stati insulari non sono destinati a sparire nei prossimi decenni, come suggerisce la narrativa corrente. Durante le lunghe ore passate a seguire le COP degli ultimi anni, il tema di discussione più ricorrente, è stato quello della sorte degli stati insulari. Tuvalu, Kiribati e via cantando, sono sempre stati additati come le vittime predestinate ed incolpevoli del cambiamento climatico di origine antropica. Le iniziative destinate a contenere l’innalzamento delle temperature globali, gli obiettivi ambiziosi da raggiungere, avevano, tra l’altro, anche lo scopo di evitare la sommersione degli atolli corallini che avrebbe generato centinaia di migliaia di “profughi climatici”. Ford et al., 2020 ridimensiona notevolmente queste paure e, in un certo qual modo, spunta una delle armi più care agli attivisti climatici di mezzo mondo.

Con ciò non voglio assolutamente dire che gli stati insulari non corrano più alcun pericolo, lungi da me. Voglio solo mettere in evidenza che i primi seri studi condotti su questi temi, dimostrano che esiste una resilienza interna al sistema mare-isole coralline-barriera corallina che contrasta i danni conseguenti all’aumento del livello del mare. Anche nell’ipotesi peggiore, abbiamo più tempo per prendere i necessari provvedimenti e, soprattutto, conoscendo i meccanismi che guidano l’evoluzione delle isole coralline, individuare le migliori strategie per salvaguardarle.

I risultati di Ford et al., 2020 rappresentano, in buona sostanza un’ottima notizia. Non per tutti, però.

Diverse volte ho affrontato su queste pagine il tema della cattiva comunicazione che accompagna il dibattito climatico. Ora vi fornirò, un altro caso di studio su cui riflettere. Premesso che questa notizia non è stata oggetto di molti rilanci, vediamo come è stata affrontata e commentata da una delle roccaforti della linea di pensiero principale (unico?) in campo climatico. Mi riferisco alla CNN che ha dedicato all’articolo un lungo servizio. Un passaggio sul sito dell’emittente vale la pena di farlo, non foss’altro per gustare una splendida immagine che mostra l’evoluzione dell’isola di Jeh nell’ultimo secolo.

Vediamo, però, come l’autrice affronta la questione. Il fenomeno scoperto da Ford e colleghi è “sconcertante” per la giornalista. Nonostante lo sconcerto, ella riesce a fornirci un resoconto abbastanza preciso dei risultati della ricerca e, successivamente, parte il fuoco di fila dell’artiglieria pesante.  E’ vero che Ford e colleghi hanno dimostrato l’esistenza di un meccanismo di autosostentamento delle isole coralline, in grado di contrastare l’innalzamento del livello del mare ed è anche vero che sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano che le isole coralline tendono a crescere e non a diminuire la loro superficie, ma …., c’è un ma. L’US Geological Survey del 2018 sostiene che le isole del Pacifico saranno inabitabili nel giro dei prossimi 50 anni ed il presidente della Banca asiatica di sviluppo Takehiko Nakao ha dichiarato che

per gli stati insulari, il cambiamento climatico non è una minaccia lontana che riguarda le generazioni future, ma un’emergenza immediata, con tempeste tropicali e livello del mare in aumento che mettono a dura prova vite umane, mezzi di sussistenza ed infrastrutture.

Da dove lo abbia dedotto questo signore, non è dato sapere: ipse dixit.

Lo studio si, va bene, ma se contraddice il credo, bisogna andarci piano, sembra dirci la giornalista. Soprattutto se qualche altro studio sembra mettere in dubbio i risultati di Ford.

Bisogna subito andare a vedere quest’altro studio. Sulla stessa rivista che ha pubblicato Ford et al., 2020, troviamo una ricerca, praticamente una rianalisi di dati di altre ricerche, condotta nel chiuso di un ufficio di qualche università, che paventa una forte instabilità delle isole coralline. Ipotizzando, infatti un innalzamento del livello del mare di 1,91 metri al 2100 ….. E no! Da dove diavolo hanno preso questo numero i ricercatori, visto che l’IPCC prevede un innalzamento del livello del mare al 2100 di meno di un metro, nell’ipotesi peggiore?

Da qualche modello semi-empirico, ovviamente! Anzi peggio: hanno estrapolato il record geologico degli ultimi 5000 anni al 2100, ipotizzando un tasso di aumento del livello del mare di molto superiore a quello dell’IPCC, accusato di essere troppo prudente nella sua valutazione.

Se avrò tempo e voglia, cercherò di scrivere un commento anche su questa ricerca, ma non ci contate troppo.

Da un lato una ricerca basata su dati reali e su modelli fisico-matematici validati, dall’altra una ricerca basata su ipotesi più o meno verificabili e su numeri piuttosto opinabili, tutta basata su modelli matematici, scenari più o meno catastrofici ed estrapolazioni di dati. Io non ho dubbi su quale delle due scegliere, ma per la giornalista l’una serve a controbilanciare, insieme al rapporto del servizio geologico statunitense, i facili entusiasmi che potrebbe far nascere Ford et al., 2020.

Non finisce qui, però, perché, sostiene un geologo intervistato dalla giornalista, non è detto che le barriere coralline continuino a produrre materiale per rimodellare gli atolli: sostiene, infatti, costui che tra il 70% ed il 90% delle barriere coralline, versa in precarie condizioni di salute a causa del cambiamento climatico, dell’acidificazione degli oceani, dell’innalzamento del livello del mare, dell’aumento della violenza dei fenomeni estremi e così via.

E, dulcis in fundo, il colpo del KO. Sarà pur vero che il dislocamento della sabbia sulle isole le salvaguarderà dalla sommersione, ma come la mettiamo con gli abitanti delle isole, costretti a trasferirsi continuamente da una zona all’altra, per seguire le variazioni della linea di costa e della conformazione altimetrica degli atolli? In nessun punto del lungo articolo della CNN è scritto che Ford et al., 2020, non deve essere preso sul serio, ma da tutto il contesto, questo è il messaggio che trapela.

Qualche giorno fa, conversando con l’amico F. Zavatti, gli ho confidato che, ogni tanto, mi viene il dubbio che il mio scetticismo, riguardo ai cambiamenti climatici di origine esclusivamente antropica, possa deformare la comprensione del mondo che mi circonda, soprattutto alla luce del fatto che tanti altri sostengono tesi opposte alle mie. E sono numerosi ed autorevoli. Poi leggo articoli come quelli della CNN e mi convinco che, guardare il mondo con le lenti dell’ideologia, fornisce un’immagine molto più distorta della realtà e, quindi, mi tranquillizzo.

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Le Previsioni di CM – 18/24 Gennaio 2021

Posted by on 07:30 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 18/24 Gennaio 2021

Questa rubrica è curata da Flavio

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Circolazione a gradiente lasco alle medie latitudini europee, per la presenza di un debole promontorio anticiclonico che dall’Iberia si spinge in direzione dell’Europa centrale. La cellula atlantica agisce in fase con quella termica russa, ma è incalzata ad ovest dall’azione del getto che si produce in una serie di vortici in movimento dal Labrador in direzione della Scandinavia. Anticiclone sull’Artico tra il bacino Centrale e il Mar Siberiano Orientale (Fig.1).

Nel corso della settimana il promotorio anticiclonico sull’Iberia sarà smantellato facilmente per l’assenza di un contributo stabilizzante nordafricano in quota. Nel contempo l’ingresso in fase della cellula artica con l’anticiclone stagionale groenlandese convoglierà aria polare marittima in senso retrogrado dal Mare di Kara in direzione dell’Islanda, rinvigorendo un vortice atlantico sul Mare del Nord che con la sua azione caratterizzerà le condizioni del tempo sul comparto europeo per buona parte della settimana (Fig.2).

 

Consigli per il Rescue Team

Il freddo sarà intensissimo in Siberia, in particolare nell’Oblast di Krasnoyarsk dove si potrebbero registrare valori record di temperatura, prossimi ai -60 C. Non parlarne già sarebbe un ottimo servizio alla causa. Ma se proprio bisognerà parlarne, allora d’obbligo puntare gli occhi sull’Alaska, dove l’interazione tra una pulsazione anticiclonica sul Pacifico settentrionale e una intensa depressione sulle Aleutine richiamerà aria molto mite oceanica, e le temperature si porteranno sopra lo zero in alcune zone.

Già pronto il mantra, sperimentato più volte in passato: “freddo record sulla Russia, ma l’Alaska si sta sciogliendo a Gennaio”. Così il freddo record russo fornirà l’assist per trasformare 3 giornate di clima mite in Alaska in disgelo epocale dell’Artico. Roba da maestri del ribaltamento dei fatti, roba da… Rescue Team!

Se invece si vuole rimanere in provincia, si potrebbe puntare su qualche mareggiata (a rischio l’alto Tirreno) per gridare al climate change nella variante “clima impazzito”, ché notoriamente a Gennaio il Mediterraneo è una tavola e non tira un filo di vento.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì migliora anche al Meridione dopo gli ultimi rovesci sulle regioni ioniche e le ultime nevicate sulla Sila nella prima mattinata. Sul resto del Paese generali condizioni di stabilità.

Temperature in ulteriore lieve diminuzione, freddo pungente sulle regioni ioniche. Ultimi refoli di tramontana sullo Ionio, venti deboli altrove.

Martedì e Mercoledì generali condizioni di bel tempo su tutto il Paese, ma con frequenti addensamenti nuvolosi nei bassi strati sulle coste tirreniche centro-settentrionali e su quelle liguri.

Temperature in sensibile aumento a partire dalle regioni tirreniche. Rotazione dei venti di libeccio su tutti i bacini, in rinforzo.

Giovedì rapido aumento della nuvolosità su Sardegna e regioni nord-occidentali con precipitazioni sparse, nevose sulle Alpi marittime anche a quote basse. Fenomeni in rapido trasferimento sul resto delle regioni settentrionali con precipitazioni sporadiche in pianura padana e più organizzate sulle Alpi e Prealpi dove saranno nevose a quote superiori agli 800 metri circa. In serata ulteriore peggioramento sulla Liguria e intensificazione delle nevicate sulle Alpi, specie versanti centro-orientali.

Ancora persistenza di nubi basse sulle regioni centro-meridionali tirreniche in assenza di precipitazioni significative. Ampie schiarite sui versanti adriatici centro-meridionali e su quelli ionici.

Temperature in aumento sulle regioni adriatiche, mite ovunque. Libeccio intenso su tutti i bacini, con rinforzi su Mar Ligure e alto Tirreno.

Venerdì migliora al Nordovest, persistono rovesci e nevicate sul Nord-est in miglioramento dalla tarda mattinata. Nubi e rovesci si trasferiscono verso le regioni centrali e meridionali, con fenomeni più probabili a ridosso dei rilievi e sui versanti tirrenici, mentre le schiarite saranno più frequenti sui versanti adriatici.

Temperature in diminuzione al Centro-Nord. Venti forti occidentali sui bacini di ponente, con rinforzi su Tirreno centro-settentrionale. Libeccio intenso su Adriatico e Ionio.

Sabato e Domenica al Nord addensamenti sulle Alpi, specie sulle creste di confine, con nevicate sparse. Schiarite prevalenti sulla Valpadana. Sulle regioni centrali e meridionali spiccate condizioni di instabilità con frequenti occasioni per precipitazioni anche carattere di rovescio o temporale e nevose a quote medie sull’Appennino centrale.

Temperature in ulteriore lieve diminuzione al Nord e al Centro. Ancora ventilazione intensa dai quadranti occidentali su tutti i bacini, possibilità di mareggiate sul Tirreno centro-settentrionale.

 

 

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Il vulcano Okmok in Alaska e alcuni eventi storici nel Mediterraneo

Posted by on 17:25 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 5 comments

Il vulcano Okmok in Alaska e alcuni eventi storici nel Mediterraneo

Fig.1: Figura 1 di McConnell et al., 2020 con la sua didascalia, che inquadra la posizione geografica dei soggetti di questo post.

Un articolo dell’Accademia Nazionale delle Scienze (PNAS, USA) uscito a giugno 2020 tratta l’eruzione di un vulcano dell’Alaska l’Okmok (mappa a scala minore e a scala maggiore), avvenuta nel 43 BCE, di indice VEI 6, probabilmente la più potente degli ultimi 2500 anni.
Il lavoro (McConnell et al., 2020, d’ora in poi mcc20), ad iniziare dal titolo, associa questa eruzione alla fine della Repubblica Romana, con la relativa uccisione di Cesare e seguente inizio dell’Impero Romano. L’argomento è scabroso sia per la lontananza del vulcano (figura 1) che per l’associazione tout-court di eventi politici che hanno cambiato la storia con cambiamenti meteorologici (innescati o influenzati dalle ceneri del vulcano e dalla diminuzione della temperatura) di durata decennale che dovrebbero aver favorito una modifica sociale, un punto di rottura nel corso della storia.

Il fatto che gli autori evidenzino questo legame meteo-politico e lo documentino con frequenti riferimenti letterari dell’epoca o di epoche successive (da Cicerone a Virgilio, passando per Plutarco e Appiano) e con analogie ed esempi meteo-climatici (temperatura nella grotta di Shihua, in Cina, che si abbassa attorno al 43 BCE, in analogia a quella europea; serie della densità relativa degli elementi insolubili nelle ceneri vulcaniche, sia di maggiori che di medie dimensioni; simulazioni meteo relative al periodo attoro al 43 BCE) è più che accettabile, anche se contrasta con l’affermazione, più nascosta:

However, given that they are reported as occurring before the probable date of the Okmok II eruption in 43 BCE, that all of the sources referring to them originate in Italy or the central Mediterranean, and that NH proxies show no large-scale climate effects, the comparatively minor, historically well documented eruption of Etna in 44 BCE is a plausible candidate for their cause.

Questa precisazione si premura di rendere l’eruzione dell’Okmok meno legata agli eventi storici del Mediterraneo, che senz’altro avranno subìto qualche contraccolpo dovuto alle variazioni meteo climatiche.

Le stesse considerazioni valgono anche per la tentata associazione con la fine del regno dei Tolomei in Egitto, che ugualmente gli autori documentano con varie fonti letterarie e storiche sulla frequente mancanza in quegli anni delle piene del Nilo e sulle altrettanto frequenti carestie.

Il fatto che le cinque carote groenlandesi analizzate in mcc20 mostrino (figura 2) sia variazioni nell’abbondanza degli isotopi, in particolare il δ18O, proxy della temperatura nella grotta di Shihua, che forti segnali di aumento di varie quantità osservate (tipo lo scattering della luce laser in GISP2 o lo nssS, no-sea-salt Sulfur, sia in NGRIP2 che in GISP2) sono senza dubbio indicazioni forti dell’eruzione dell’Okmok, che viene indicata con Okmok II, e della sua potenza, ma per verificare se poi le emissioni siano state in grado di condizionare la meteorologia mediterranea è stato necessario per gli autori utilizzare un modello che permettesse di simulare le condizioni dell’atmosfera negli anni vicini all’evento eruttivo. Questa operazione è stata fatta (v. figura 3) e c’è stata una conferma dell’influenza del pennacchio (sicuramente stratosferico vista la potenza dell’eruzione) in Europa centro meridionale, fino in Cina.

Fig.2: Figura 2 di McConnell con anche la temperatura della grotta di Shihue.

Fig.3: Figura 2G di McConnell con la simulazione della (anomalia di) temperatura negli anni 44 e 43 BCE. Notare le basse temperature negli Stati Uniti occidentali, fino alla California. Nelle aree punteggiate l’anomalia non è significativa.

Dopo aver visto l’articolo, e prima di averlo letto, ho cercato una conferma dell’eruzione dell’Okmok nel 43 BCE in una estesa (~5000 anni) serie di anelli di accrescimento del pino californiano, data anche la relativa vicinanza con l’Alaska. Ho quindi ingrandito una piccola porzione della serie ca667 (http://www.climatemonitor.it/?p=37717) attorno agli anni che interessano l’eruzione. Il risultato, su due intervalli temporali di ampiezza 400 e 120 anni, è nella figura successiva.

Fig.4: Larghezza degli anelli di accrescimento in pini californiani. Qui vengono mostrate due sezioni della serie che copre quasi 5000 anni.

Come si vede in entrambi i grafici, si osserva una forte diminuzione della larghezza degli anelli di accrescimento nel 34 BCE; intorno, verso gli anni 44-43, nulla. Quindi la diminuzione non può essere ascritta al vulcano Okmok.
Ho pensato che le correnti occidentali (westerlies) avessero portato le ceneri esclusivamente verso la Groenlandia e l’Europa, ma la simulazione di figura 2 mi smentisce: la diminuzione della temperatura (causata dall’eruzione) ha raggiunto la California e quindi si dovrebbe trovare una sua traccia – pari a una diminuzione della temperatura di circa 1-2 °C- nella serie dendrologica. L’unica traccia è di 10 anni antecedente l’eruzione e io non sono in grado di spiegarmi la mancata presenza di un indizio se non con una forte incertezza nella temperatura calcolato dal modello per quei due anni. Sarebbe anche possibile una correzione nella data di ca667, ma non trovo elementi a supporto di questa ipotesi; anzi Sigl et al., 2015 scrivono:

The hypothesis of chronological errors in tree-ring-based temperature reconstructions offered to explain this model/data mismatch has been tested and widely rejected.

Non ho quindi possibilità di capire il segnale di ca667, mentre sembra andare meglio con la temperatura della grotta di Shihua, in Cina. Il dataset originale (Tan et al., 2003) per il periodo 80 BCE ÷ 40 CE viene mostrato in figura 5: la temperatura minima del periodo si ha nel 45 BCE, con un “rimbalzo” nel 43 BCE, senza dubbio compatibile con l’eruzione in Alaska nel 43 BCE, anche se gli autori, come da figura 2, riportano un minimo di temperatura a metà del 43 BCE e il rimbalzo a metà del 41 BCE. Eppure abbiamo usato lo stesso dataset.

Fig.5: La serie di temperatura della grotta di Shihua (Cina) in una sezione di circa 120 anni attorno al 43 BCE. E’ disponibile anche la serie completa (750 BCE-2000 CE).

Commenti conclusivi
Credo che questo tipo di analisi del rapporto clima-situazione sociale e politica vada fatta ogni volta che i dati la rendano possibile, magari evidenziando meglio gli elementi di incertezza (come gli autori hanno fatto, forse un po’ troppo nascostamente). Questo ci darà una visione più ampia e corretta di come le società reagiscono (in ogni epoca) alle variazioni climatiche che, lo sappiamo, condizionano nascita ed evoluzione delle popolazioni. Una migliore conoscenza impedirà, ad esempio, che sia dato peso agli attuali proclami sui “migranti climatici” che tali non sono (semmai sono “economici”), basati su modelli climatici che non sono in grado di ricostruire le temperature se non per i periodi su cui sono stati “sintonizzati”.

Bibliografia

 

  • Joseph R. McConnell, Michael Sigl, Gill Plunkett, Andrea Burke, Woon Mi Kim, Christoph C. Raible, Andrew I. Wilson, Joseph G. Manning, Francis Ludlow, Nathan J. Chellman, Helen M. Innes, Zhen Yang, Jessica F. Larsen, Janet R. Schaefer, Sepp Kipfstuhl, Seyedhamidreza Mojtabavi, Frank Wilhelms, Thomas Opel, Hanno Meyer and Jørgen Peder Steffensen: Extreme climate after massive eruption of Alaska’s Okmok volcano in 43 BCE and effects on the late Roman Republic and Ptolemaic KingdomPNAS117 (27), 15443-15449, 2020. https://doi.org/10.1073/pnas.20027221171073
  • Sigl, M., Winstrup, M., McConnell, J. et al.: Timing and climate forcing of volcanic eruptions for the past 2,500 years. Nature523, 543–549, 2015. https://doi.org/10.1038/nature14565
  • Ming Tan M, Liu T, Hou J, Qin X, Zhang H, Li T: Cyclic rapid warming on centennial-scale revealed by a 2650-year stalagmite record of warm season temperature GRL30, 191-194, 2003. https://doi.org/10.1029/2003GL017352
    Tutti i dati e i grafici sono disponibi nel sito di supporto

 

 

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La pioggia che fa tremare la Terra

Posted by on 17:32 in Ambiente, Attualità | 1 comment

La pioggia che fa tremare la Terra

Di questi tempi potrebbe capitare di imbattersi in qualche lancio d’agenzia che definisca la pioggia così forte da far tremare il terreno. Del resto se ci sono le bombe d’acqua, perché la terra non dovrebbe tremare? Non è questo il caso, per fortuna. L’argomento è in realtà molto più serio ed esula un po’ (solo un pochino) da quello che vi può capitare di leggere su CM.

E’ una storia di pioggia sì, ma anche di terremoti, per fortuna non intensi, sebbene molto numerosi. Vi sarà capitato forse di leggere recentemente dell’attività sismica piuttosto frequente che si sta registrando nell’area dei Campi Flegrei (qui la storia eruttiva sul sito dell’INGV). I giornali della Campania ne stanno parlando molto, quelli nazionali quasi per nulla, ma del resto siamo anche in un periodo in cui non mancano le notizie in grado di catalizzare l’attenzione dei media. I terremoti nell’area dei Campi Flegrei però ci sono, e stanno anche rendendo la vita difficile a quanti la abitano.

Capita quindi con un tempismo perfetto l’articolo di cui gli amici Nicola Scafetta e Adriano Mazzarella hanno ottenuto la pubblicazione su Water:

On the Rainfall Triggering of Phlegraean Fields Volcanic Tremors 

Il titolo è esplicativo, l’argomento molto interessante. Confrontando i periodi di massima frequenza degli eventi sismici con gli eventi precipitativi importanti, gli autori hanno trovato delle correlazioni significative che indicano che, oltre ai “tremori” causati dalla pressione endogena del sistema magmatico profondo, alcune fasi di breve periodo con alta frequenza di eventi sismici con magnitudo fino a 3 possono essere indotti dalle precipitazioni. L’acqua penetra negli strati saturi sub-superficiali, riducendo la solidità e la rigidità del suolo, per poi bollire quando si mescola con il caldo fluido magmatico di risalita. Il collasso strutturale del suolo saturato e il rimescolamento del flusso meteorico con i flussi caldi di profondità inducono l’attività sismica.

Questo di seguito è l’abstract:

We study whether the shallow volcanic seismic tremors related to the bradyseism observed at the Phlegraean Fields (Campi Flegrei, Pozzuoli, and Naples) from 2008 to 2020 by the Osservatorio Vesuviano could be partially triggered by local rainfall events. We use the daily rainfall record measured at the nearby Meteorological Observatory of San Marcellino in Naples and develop two empirical models to simulate the local seismicity starting from the hypothesized rainfall-water effect under different scenarios. We found statistically significant correlations between the volcanic tremors at the Phlegraean Fields and our rainfall model during years of low bradyseism. More specifically, we observe that large amounts and continuous periods of rainfall could trigger, from a few days to 1 or 2 weeks, seismic swarms with magnitudes up to M = 3. The results indicate that, on long timescales, the seismicity at the Phlegraean Fields is very sensitive to the endogenous pressure from the deep magmatic system causing the bradyseism, but meteoric water infiltration could play an important triggering effect on short timescales of days or weeks. Rainfall water likely penetrates deeply into the highly fractured and hot shallow-water-saturated subsurface that characterizes the region, reduces the strength and stiffness of the soil and, finally, boils when it mixes with the hot hydrothermal magmatic fluids migrating upward. The structural collapse of the saturated fractured soil and the mixing of the meteoric fluid with the hot deep fluids triggers the local seismic activity.

L’articolo è liberamente accessibile qui: Water 202113(2), 154; https://doi.org/10.3390/w13020154

Buona lettura, un ringraziamento sincero al Prof. Nicola Scafetta e al Prof. Adriano Mazzarella per aver voluto condividere questo lavoro con le nostre pagine.

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La Deriva Ambientalistica di The Lancet

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità | 4 comments

La Deriva Ambientalistica di The Lancet

Il cambiamento climatico distruttivo additato come emergenza assoluta; l’agricoltura intensiva indicata come concausa della crisi climatica e di danni alla salute della popolazione mondiale (ivi inclusa la genesi del Covid19). Con questi preconcetti non si può pensare di garantire un progresso stabile e duraturo. Colpisce che tutto ciò venga da una categoria, quella dei medici, che forse dovrebbe apprezzare i giganteschi vantaggi in termini di salute che sono derivati all’umanità dall’innovazione tecnologica e che si stanno traducendo in una sensibile crescita della speranza di vita a livello mondiale e locale.

di Luigi Mariani e Gianluca Alimonti

Il commento “Climate and COVID-19: converging crises”, uscito su The Lancet il 2 dicembre scorso, rende pienamente ragione del concetto espresso nel titolo. Il commento si richiama anzitutto al movimento giovanile che lo scorso anno reclamava interventi immediati contro la crisi climatica e prosegue richiamando per sommi capi quanto emerge dal report “The 2020 report of The Lancet Countdown on health and climate change: responding to converging crises” (Watt et al., 2020), pubblicato sullo stesso numero della rivista e firmato da ben 87 autori, che ci parla degli effetti deleteri del cambiamento climatico sulla salute umana, anche mentale, in virtù del maggiore inquinamento, degli incendi boschivi, della minore sicurezza alimentare (calo delle rese e diete più povere), della minore disponibilità di spazi verdi e dell’aumentato rischio di stress da caldo della popolazione di età superiore a 65 anni.

Sarebbe troppo lungo ed un tantino donchisciottesco sottoporre a critica le svariate tematiche chiamate in causa dal “report degli 87”. Donchisciottesco in quanto il report si auto-presenta nel modo che segue:

This report represents the findings and consensus of the 35 leading academic institutions and UN agencies that make up The Lancet Countdown, and draws on the expertise of climate scientists, geographers, engineers, experts in energy, food, and transport, economists, social, and political scientists, data scientists, public health professionals, and doctors.

E chi siamo noi per contrastare una simile macchina da guerra? Ci limiteremo pertanto a controbattere ad alcune affermazioni presenti in Watt set al., 2020, utilizzando dati desunti da bibliografia o da dataset internazionali.

  • global yield potential for major crops declined by 1·8–5·6% between 1981 and 2019 (indicator 1.4.1).” Le 4 colture che oggi garantiscono il 64% della sicurezza alimentare globale (mais, riso, frumento e soia) manifestano una crescita delle rese unitarie del 3-4% l’anno e tale incremento prosegue stabilmente dagli anni ‘60 del XX secolo. Le rese potenziali saranno una gran cosa ma quelle reali raccontano una storia diversa. Perché dunque non citarle? Forse perché potrebbero generare dubbi sull’esistenza della crisi climatica? Inoltre, se con il concetto di “minor qualità dei prodotti agricoli” ci si riferisce al calo del tenore proteico nel fumento, si ricorda che esistono da oltre un secolo i concimi di sintesi prodotti dall’azoto atmosferico che sono somministrabili anche per via fogliare e con i quali è possibile mantenere elevato il tenore in proteine.
  • wildfires—headline finding: in 114 countries, there was an increase in the number of days people were exposed to very high or extremely high risk of danger from fire in 2016–19 compared with 2001–04”. L’osservazione satellitare mostra che la superficie globale bruciata nel nostro pianeta è diminuita di circa il 25% dal 1998 al 2015, come riportato dal lavoro di Andela et al. del 2017. Il motivo per cui il rischio di esposizione della popolazione agli incendi sia aumentato nello stesso periodo, va probabilmente ricercato nella mancata o cattiva gestione delle risorse forestali e/o nel minor distanziamento tra gli insediamenti umani e le aree boschive, specie in areali in cui le aree boschive si stanno espandendo. In tal senso si ricorda l’angoscia con cui molti sindaci di località montane italiane vivono l’inesorabile avvicinarsi del bosco ai paesi. In tal senso sono interessanti i dati riportati da Strader (2018), secondo i quali dal 1940 al 2010 le abitazioni negli Stati Uniti occidentali edificate in aree a medio o elevato rischio di incendi boschivi sono passate da 0,6 a 6,9 milioni il che non può che tradursi in un più elevato rischio per i residenti, non determinato però dal cambiamento climatico.
  • in 2018, the global land surface area affected by excess drought was more than twice that of a historical baseline”. L’analisi delle aree globalmente interessate da siccità indica che l’areale interessato da siccità a livello globale è stazionario nel periodo compreso fra 1950 e 2017 (Scott M. e Lindsey, 2018).

Inoltre, si considerino le seguenti evidenze:

  • A livello globale il numero totale di catastrofi naturali è in significativo calo dal 2000 ad oggi e quelle di natura meteo-climatica sono stazionarie (fonte: CRED).
  • Nei paesi posti alle latitudini medio-alte (Italia inclusa) la mortalità più elevata si registra in inverno come conseguenza delle malattie da raffreddamento e non in estate. Pertanto, l’atteso aumento delle temperature globali dovrebbe portare a significativi cali nella mortalità, come evidenziato per l’Europa da Ballester et al. (2016). Lo stesso COVID19 alle latitudini medio-alte ha manifestato una virulenza nettamente più elevata durante la stagione fredda che non in quella calda.
  • Alle latitudini medio-alte l’inquinamento dell’aria per molte specie chimiche e per le polveri appare correlato in modo diretto con la frequenza e persistenza di strutture anticicloniche che non sembrano mostrare trend collegabili a quelli delle temperature globali.
    – L’aumento delle temperature globali si accompagna a minori necessità in termini di riscaldamento domestico (in Italia -8% dagli anni ’70 ad oggi, secondo le stime di uno degli autori di questo commento), il che si traduce anche in minori emissioni di sostanze inquinanti.
  • La vita media è in costante aumento: siamo a oltre 82 anni in Italia e a 70 anni a livello mondiale (analisi demografiche di fonte ONU).
    Ma veniamo al “nucleo politico” dell’analisi di The Lancet e cioè al fatto che, alla luce del nesso causale arbitrariamente stabilito fra cambiamento climatico e salute umana, si giunge a sostenere la necessità di cambiare il modello di sviluppo rifiutando l’agricoltura intensiva a favore di modelli agricoli estensivi.

Al riguardo pesa come un macigno il seguente brano:

Curbing the drivers of climate change will help to suppress the emergence and re-emergence of zoonotic diseases that are made more likely by intensive farming, international trade of exotic animals, and increased human encroachment into wildlife habitats, which in turn increase the likelihood of contact between people and zoonotic disease. Increased international travel and urbanisation leading to higher population density encourage the rapid spread of zoonoses once they spill over into the human population. These factors also have an important role in climate change as environmental determinants of health.

Come si può dimenticare che malattie come il carbonchio, la listeriosi, il tetano, la tubercolosi bovina e la brucellosi la fanno da padrone nelle agricolture arretrate mentre sono letteralmente scomparse negli allevamenti bovini intensivi? In Italia negli anni 50/60 non vi era una stalla che non fosse minata dalla tubercolosi, eppure erano stalle con un massimo di 30 vacche.
Come dimenticare poi che il contatto con animali selvatici e domestici e con le relative zoonosi è di gran lunga più rilevante nei paesi con larghe fasce della popolazione impegnante in attività agricolture di sussistenza, cosa che del resto accadeva in Italia fino agli anni ’50 del XX secolo.

Su tale tema l’analisi di The Lancet mostra appieno la propria debolezza sul piano culturale, in quando alla rivista sfugge il fatto che garantire sicurezza alimentare a una popolazione mondiale che è oggi di oltre 7,5 miliardi di abitanti è un’impresa ardua e solo un sistema agricolo intensivo ed aperto all’innovazione può affrontarla con successo e rispettando i requisiti di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Giova peraltro ricordare che gli impatti sulla salute dell’innovazione tecnologica in agricoltura sono stati di recente evidenziati da von der Goltz et al. (2020), i quali, analizzando 600.000 nascite avvenute in 21604 località di 37 paesi in via di sviluppo nel periodo fra 1961 e 2000, hanno posto in evidenza che la diffusione di varietà di colture moderne ha ridotto la mortalità infantile di 2,4-5,3 punti percentuali rispetto a una baseline del 18%, con effetti più significativi per le famiglie povere. Gli autori auspicano che tale contributo dovrebbe essere tenuto in dovuta considerazione in sedi di programmazione delle politiche di sicurezza alimentare globale. Questa è solo una delle tante evidenze del successo dell’innovazione tecnologica in agricoltura, che si compendia nel fatto che la percentuale della popolazione mondiale al di sotto dalla soglia di sicurezza alimentare è passata dal 50% del 1945 al 31% del 1970 all’11% odierno.

Conclusioni

Ci pare opportuno concludere con una citazione tratta da un recentissimo scritto scientifico di Bjorn Lomborg (2020):

Il riscaldamento globale è ormai diventato una priorità assoluta in tutto il mondo, con quasi tutte le nazioni impegnate a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 ° C o appena sopra. Ciò è in parte dovuto al fatto che gli impatti del clima vengono presentati ripetutamente come catastrofici, portando molte persone a credere che il cambiamento climatico possa portare a vite devastate, società al collasso e persino all’estinzione della specie umana. Tali affermazioni, pur se quasi del tutto ingiustificate, sono tuttavia in grado di spingere la collettività e i singoli a prendere decisioni sotto la spinta della paura o addirittura del panico con conseguente allocazione di risorse in politiche climatiche irrazionali.

L’impietosa analisi di Lomborg ci riporta peraltro alla mente le profetiche parole pronunciate anni fa da di Richard Lindzen:

le generazioni future guarderanno attonite al fatto che il mondo sviluppato dell’inizio del XXI secolo sia stato colpito da un panico isterico in seguito all’aumento della temperatura media globale di pochi decimi di grado e, in base a grossolane esagerazioni di proiezioni informatiche altamente incerte combinate in catene inferenziali non plausibili, abbia potuto concepire l’idea di porre fine dell’era industriale.

Bibliografia

  • Ballester J., Rodo X., Robine J., Herrmann F., 2016. European seasonal mortality and influenza incidence due to winter temperature variability Nature Climate Change,July 2016, 6(10):927-930, DOI:10.1038/nclimate3070
  • Lomborg B., 2020. Welfare in the 21st century: Increasing development, reducing inequality, the impact of climate change, and the cost of climate policies, Technological Forecasting & Social Change 156 (2020) 119981
  • Scott M. e Lindsey R., 2018. Global drought in Usa state of climate, 2017 edition (https://www.climate.gov/news-features/featured-images/2017-state-climate-global-drought)
  • von der Goltz J., Dar A., Fishman R., Mueller N.D., Barnwal P., McCord G.C., 2020. Impacts of the Green Revolution: Evidence from 600,000 births across the Developing World, Journal of Health Economics, 74(2020), 102373
  • Strader, S. M., 2018. Spatiotemporal changes in conterminous us wildfire exposure from 1940 to 2010. Natl. Hazards 92 (1), 543–565.
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Le Previsioni di CM – 11/17 Gennaio 2021

Posted by on 05:26 in Attualità | 6 comments

Le Previsioni di CM – 11/17 Gennaio 2021

Questa rubrica è a cura di Flavio

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La cellula atlantica si protende verso NW in direzione delle isole britanniche e della Francia, con il flusso principale che impedisce l’ingresso in fase con la cellula termica sulla Russia europea. Alta pressione anche sul Mediterraneo orientale. Un’area di divergenza dal flusso principale agisce tra l’Europa centrale e il Mediterraneo occidentale, con asse SW/NE (Fig.1).

Nei primi giorni della settimana, l’area di divergenza citata verrà riassorbita dal flusso principale, ma la persistenza della cellula termica russa, e il suo temporaneo ingresso in fase con la pur debole cellula termica groenlandese, comporterà un abbassamento di latitudine del flusso principale sui Balcani e sul Mediterraneo orientale, con associato richiamo di correnti fredde continentali sulle aree citate.

Nella giornata di giovedì si formerà un effimero ponte di Wejikoff tra la cellula atlantica e quella russa, con ulteriore richiamo di aria fredda continentale in direzione del Mediterraneo centrale. Tuttavia il nocciolo freddo in quota non pare destinato al momento a fare irruzione nel cuore del Mediterraneo, per la formazione di una vasta depressione sul Mar Nero e per il concomitante riassorbimento del nocciolo stesso da parte di una ondulazione del getto sulla Russia.

La settimana meteorologica sull’Italia sarà caratterizzata da condizioni di bel tempo nella prima parte, e da un peggioramento nella seconda metà, in particolare sulle regioni adriatiche e meridionali dove la neve potrebbe far visita anche a quote molto basse.  La previsione rimane al momento piuttosto incerta e merita di essere seguita nelle sue evoluzioni nel corso dei prossimi giorni, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che la seconda metà della settimana sarà caratterizzata da condizioni di freddo intenso.

Consigli per il Rescue Team

Ottimo lavoro dei media che hanno relegato a fatto di folklore senza importanza la nevicata record che ha interessato la Spagna (immagine in copertina), che a quanto pare è risultata essere la più intensa degli ultimi 50 anni. Robetta, evidentemente.

Viene sempre da sorridere al pensiero (in questi giorni ricorrente) che quelli che tutto sanno, già parecchi anni fa ci avevano annunciato che i bambini non avrebbero mai più visto la neve per colpa del Global Warming. La realtà dei fatti conferma che a fare questi annunci sono personaggi che niente sanno, ma su quel niente si è deciso di costruire la più gigantesca bolla finanziaria di sempre, e quindi tale insipienza ha comunque una nobile causa, o meglio, un nobile riscontro.

Vale forse la pena sottolineare anche che la scorsa settimana ha seminato record di freddo a tappeto sulla Corea, dove le temperature registrate sono state le più basse degli ultimi 35 anni, con punte di quasi -20 gradi a Seoul. Quindi anche i bambini coreani hanno visto la neve che non dovevano (più) vedere. Questa settimana probabilmente toccherà a tanti bambini del sud Italia, con quelli del Nord che hanno già dato (meglio, avuto).

Tanti sorrisi dei bambini per la tanta neve che continua a visitare regolarmente l’emisfero Nord anche a latitudini temperate. Ci specchiamo nei sorrisi dei nostri figli, e ci ricordiamo che la vita è bella. E se non si dà alcun peso alle previsioni sempre sbagliate dei profeti di sventura climatica, allora la vita è più bella tutto l’anno, e non solo quando nevica.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di tempo stabile, ma con stratificazioni nuvolose nei bassi strati specie sui versanti adriatici centrali, sulla Sardegna occidentale e sulla costa tirrenica calabrese.

Temperature in diminuzione al Centro-Sud. Ventilazione debole dai quadranti settentrionali con qualche rinforzo su basso Adriatico e Tirreno centrale.

Martedì ampie schiarite al Nord e al Centro, permane nuvolosità irregolare al Meridione, in particolare tra Sicilia e Calabria con qualche associato rovescio, e miglioramento serale.

Temperature in ulteriore diminuzione al Sud, in aumento al Nord, specie Nordovest per venti di caduta. Entra il maestrale molto forte sul Canale di Sardegna e di Sicilia, moderato su Tirreno meridionale e Adriatico centro-meridionale.

Mercoledì generali condizioni di bel tempo su tutta l’Italia con l’unica eccezione di annuvolamenti sui crinali alpini di confine con qualche sporadica nevicata associata.

Temperature in aumento sui versanti tirrenici. Ancora maestrale forte su Canale di Sardegna e di Sicilia, moderato sui restanti bacini centro-meridionali.

Giovedì ancora soleggiato al Nord e al Centro. Nuvolosità irregolare al Meridione con le prime sporadiche nevicate a quote basse per infiltrazioni di aria fredda dai Balcani.

Temperature in diminuzione, sensibile sui versanti adriatici. Ventilazione vivace dai quadranti settentrionali.

Venerdì in prevalenza soleggiato al Nord, peggiora sulle regioni centrali con precipitazioni sparse, nevose a quote basse. Peggiora in serata al Sud, con nevicate a quote basse sull’Appennino calabro-lucano e rovesci sulla costiera tirrenica meridionale.

Temperature in diminuzione su Sardegna e centrali tirreniche. Maestrale vivace sui bacini di ponente.

Sabato ancora bel tempo al Norde e sulle regioni centrali tirreniche. Neve a quote basse fin dal mattino sulle regioni centrali adriatiche e su quelle meridionali peninsulari, localmente fino al piano sulla costiera adriatica. Rovesci sparsi sul resto del Meridione in un contesto di spiccata instabilità.

Temperature in ulteriore diminuzione, specie sui versanti adriatici. Freddo intenso anche nelle ore centrali della giornata. Venti tesi di grecale, con rinforzi su Adriatico e Ionio.

Domenica nevicate sparse fino al piano sulla Puglia e sulla costiera ionica calabro-lucana. Nuvolosità irregolare associata a rovesci e nevicate sparse sul resto del Sud. Bel tempo altrove.

Persistono condizioni di freddo intenso, specie sui versanti orientali peninsulari. Ventilazione di grecale in attenuazione.

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Pestilenze nell’Europa preindustriale e ciclicità climatiche pluridecennali

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 10 comments

Pestilenze nell’Europa preindustriale e ciclicità climatiche pluridecennali

Le epidemie di peste fanno in genere seguito a periodi freddi e siccitosi, il che potrebbe giustificare un’influenza della variabilità climatica multi-decennale caratteristica del clima europeo (Mariani, 2020) nel guidare le epidemie di peste che hanno ciclicamente imperversato in Europa nell’era pre-industriale. Tale peso è stato indagato da Yue e Lee (2018), i quali hanno evidenziato un nesso causale esistente fra la variabilità climatica multidecennale in Europa e le epidemie di peste in Europa nell’era preindustriale (1347-1760).

Gli autori applicano l’analisi causale di Granger per identificare la relazione causale tra variabili climatiche e focolai di peste e a seguito di ciò applicano l’analisi Wavelet per esplorare l’associazione non lineare e non stazionaria tra variabilità climatica e epidemie di peste. I risultati ottenuti mostrano che la temperatura ritardata di 5 anni e l’indice di aridità sono determinanti significativi delle epidemie di peste nell’Europa preindustriale. Su scala temporale multi-decennale si evidenzia una maggiore frequenza dei focolai in coincidenza con fasi climatiche freddo – aride e si evidenzia altresì che l’elemento chiave nel guidare i focolai di peste sia a livello continentale che a livello nazionale è l’interazione fra temperatura e indice di aridità piuttosto che il loro effetto individuale.

Circa il ritardo fra l’insorgere di una fase fredda e l’insorgere dell’epidemia di peste, gli autori ipotizzano che esso sia da attribuire alla complessità dei sistemi ecologici e sociali attraverso i quali il clima esercita la propria influenza sulle dinamiche della peste.

I risultati ottenuti possono contribuire a migliorare la nostra comprensione dell’epidemiologia della peste e di altre malattie infettive trasmesse da roditori e pulci e di conseguenza a migliorare il livello di comprensione di fenomeni storici di grandissima rilevanza.

Su quest’ultimo aspetto si pensi alle pestilenze che colpirono Milano nel XVII secolo ed in particolare alla peste di Carlo V (1524-29), quella di San Carlo (1576) e quella Manzoniana (1630), la cui insorgenza è separata rispettivamente da 52 e 54 anni, intervalli compatibili con le ciclicità quasi-sessantennali caratteristiche degli indici AMO, NAO e PDO.

Bibliografia

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