Temperature Globali

Trend in atto

Dopo la fine della piccola era glaciale, fase fredda che ha interessato più direttamente il periodo compreso fra il XVII e la prima metà del  XIX secolo, le temperature globali hanno ripreso a salire (“grazie a Dio”, perché fare agricoltura prima che la “perfida azione dell’uomo” iniziasse ad alterare il clima era assai più proibitivo rispetto ad oggi).

Circa l’andamento delle temperature globali al suolo, secondo il dataset internazionale Hadcrut4 per il periodo 1850-2015 (CRU di East Anglia University e Hadley Center), ad una fase di aumento che ha avuto il proprio apice nel 1878 (+0.5°C rispetto al 1850)  ha fatto seguito una fase di decremento con minimo nel 1911 (-0.2°C rispetto al 1850). Ad un nuovo incremento fino al 1945 (che si è collocato a +0.5°C rispetto al 1850) è seguita una diminuzione protrattasi fino al 1976 (anno che a livello globale si colloca a soli +0.1°C rispetto al 1850). Dal 1977 al 1998 le temperature globali sono di nuovo aumentate portandosi nel 1998 a +0.85°C rispetto al 1850. Dal 1998 ad oggi infine si è osservato un lieve aumento residuo che tuttavia non trova conferma nei dati da satellite MSU relativi alla bassa troposfera, e che indicano piuttosto la sostanziale stazionarietà delle temperature globali dopo il 1998.

Occorre evidenziare che la salita delle temperature fino ai valori odierni è stata tutt’altro che continua, nel senso che a un trend di incremento pari a +0.85°C dal 1850 ad oggi si è costantemente sovrapposta una ciclicità sessantennale che ha mostrato minimi negli anni 1850, 1910, 1977 e massimi negli anni 1878, 1945 e 1998. Inoltre si è assistito ad una accentuata variabilità interannuale con la rapida alternanza di annate più calde e più fredde.

Oggi sappiamo che la ciclicità sessantennale è imposta da una ciclicità delle temperature marine che per il Nord Atlantico è espressa dall’indice AMO, fenomeno del tutto naturale, la cui presenza è dimostrata per lo meno per gli ultimi 8000 anni (Knudsen et al 2011). La grande variabilità interannuale è anch’essa un fenomeno del tutto naturale e che deriva dall’alternarsi di regimi circolatori diversi. La sua presenza anche remota ci è mostrata ad esempio dalla serie storica delle date di vendemmia in Borgogna dal 1370 ad oggi (Labbé e Gaveau, 2013).

Sul trend di +0.85°C non possiamo invece escludere l’influenza umana legata all’emissione di gas serra di origine antropica (anidride carbonica, metano, protossido d’azoto) cui si sovrappongono fenomeni naturali come l’attività solare. In tal senso fra le possibili interpretazioni citiamo quella di Ziskin & Shaviv (2012) i quali applicando un Energy Balance Model, hanno stimato che il 60% del trend crescente delle temperature osservato nel XX secolo è di origine antropica ed il 40% e di origine solare. Anche se la scienza non procede di regola per “colpi di maggioranza”, occorre evidenziare che le valutazioni di Ziskin & Shaviv sono confortate dal fatto che il 66% dei 1868 ricercatori operanti in ambito climatologico e intervistati da Verheggen et al. (2014) ha espresso l’idea che le attività antropiche siano all’origine di oltre il 50% dell’aumento delle temperature globali registrato dal 1950 ad oggi.

Aspetti paleoclimatici

Lo studio del paleoclima ci indica che l’olocene è stato interessato da episodi caldi (gli optimum postglaciali) fra cui rammentiamo il grande optimum postglaciale, l’optimum miceneo, l’optimum romano, l’optimum medioevale e la fase di riscaldamento attuale. A tali fasi si sono alternate fasi di “deterioramento” segnate da cali termici ed avanzate glaciali. Per inciso l’uso di “optimum” e “deterioramento” non è affatto casuale e gli optimum erano così chiamati i quanto la vita era più facile, la mortalità più ridotta e le fonti di cibo ed energia più abbondanti. Lo stesso padre spirituale della teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW), Svante Arrhenius, vedeva nel riscaldamento globale da CO2 un fenomeno positivo poiché in grado di rendere più vivibili e meglio fruibili per l’uomo i gelidi areali nordeuropei, sogno questo che si starebbe oggi avverando.

Si deve per forza passare per scemi

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Si deve per forza passare per scemi

Alessandro Milan, giornalista di Radio24, conduce ogni mattina un’interessante rassegna stampa la cui parte più divertente è quella in cui ricorda a chi ascolta che la carta costa, perché di lì a poco darà notizia dell’articolo più inutile della giornata.

Bé, in tema di climate change la carta evidentemente la regalano, nonostante le eroiche battaglie ambientali combattute su questa preziosa materia. E’ uscito infatti l’ennesimo articolo in cui il sociologo prestato alla causa del clima di turno, spiega perché non sempre chi solleva dei dubbi sul terrore climatico sia poco informato, ignorante o in qualche modo incapace di capire (sic!), quanto piuttosto, che possano esserci altre ragioni per questa ostinata attitudine a non voler seguire il branco (o gregge, nella fattispecie). Quali ? Eh, per esempio potreste essere impiegati di un’industria che opera nel settore del petrolio, e quindi subire l’eventuale condizionamento dell’impatto di misure che la possano danneggiare… Ergo, in un caso simile la vostra ostinazione avrebbe all’origine del sano egoismo o, se preferite conflitto di interessi…

Understanding alternative reasons for denying climate change could help bridge divide

A chi è venuta in mente questa perla? Trattasi di un gruppo di lavoro dell’università della Luoisiana, Stato degli USA meridionali che affaccia sul Golfo del Messico e … … campa di petrolio e suoi derivati. Dev’essere per questo che, a sentir loro, da quelle parti è pieno di scettici. I nostri sociologi prestati alla climatologia si stupiscono infatti del fatto che, nonostante le coste dello Stato siano minacciate dall’erosione e ci siano tanti programmi ambientali per porvi rimedio, la gente ancora non voglia convincersi che il clima cambia e cambia male, ovvero bagnando loro le caviglie.

Sentiamo un po’ cosa dice l’EPA, equivalente americano del nostro Ministero per l’ambiente e certamente non scettico anzi, piuttosto schierato come tutti gli enti governativi che si rispettino, a proposito di Louisiana, erosione e climate change (queste le paroline magiche che ho messo su google):

Rising sea level is likely to accelerate coastal erosion caused today by sinking land and human activities

What Climate Change Means for Louisiana – Agosto 2016

Quindi, nonostante le solite inverificabili previsioni di accelerazione dell’erosione per l’innalzamento del livello del mare, il loro problema sono il suolo che sprofonda e l’urbanizzazione delle coste. Per quale ragione questo dovrebbe convincere qualcuno che sente i piedi bagnati che questo accada a causa di quello che guida, mangia o produce è un mistero che il solerte sociologo si guarda bene dall’investigare.

Però, sempre lui, ci spiega che c’è chi non crede al climate change antropico. Non sarà mica per le balle che raccontano anche quelli come lui? Ah, per inciso, nel gergo tutto nuovo e particolare della scienza del clima che cambia male, “likely” significa “non lo sappiamo”, perché ci sono altri due livelli di certezza nella scala del convincimento, ossia “very likely” e “vìrtually certain”… vuoi che se non avessero avuto qualche straccio di prova in più gli eroici salvamondo dell’EPA non li avrebbero usati?

La carta costa…e i bit pure, quindi mi fermo qui.

Buona giornata.

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Se l’alluvione è fuori stagione

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 9 comments

Se l’alluvione è fuori stagione

Dalla newsletter quotidiana di Science Daily arriva la notizia della pubblicazione di un lavoro interessante, sebbene si possa arrivare ad apprezzarne i contenuti solo dopo essersi sorbiti un bel po’ della solita retorica del clima che cambia, titolo e abstract compresi. Un lavoro che suscita anche qualche perplessità…

Changing climate shifts timing of European floods

Già molte volte sulle nostre pagine abbiamo ricordato ad un certo pubblico con molto attivismo e poca memoria, che lo stato dell’arte delle attuali conoscenze non consente di stabilire se ci sia un nesso tra il trend positivo delle temperature globali e gli eventi atmosferici estremi, di cui certamente le alluvioni sono uno degli effetti più dirompenti. Né, ovviamente, hanno trovato sin qui adeguata verifica o conferma le proiezioni che questi eventi li vedrebbero aumentare sia per frequenza che per intensità, anzi.

Il problema è nei dati, che sono scarsi e poco affidabili e suggerirebbero prudenza, ma è anche nel livello di conoscenza dei meccanismi che mettono in comunicazione le diverse scale temporali a ci agisce il sistema, quella climatica e quella del tempo meteorologico. Sicché questo folto gruppo di ricercatori (oltre 30), ha pensato di guardare al problema da un’altra prospettiva, andando ad investigare non gli aspetti quantitativi – come e quanto – degli eventi alluvionali, quanto piuttosto “quando”.

Nell’ambito delle importanti differenze del clima europeo, che va comunque dal tipo glaciale al tipo mediterraneo, gli eventi alluvionali, se analizzati nel loro complesso, sono connessi a periodi stagionali diversi ed a cause diverse da zona a zona. In alcune aree gioca un ruolo determinante lo scioglimento delle nevi invernali, in altre l’insorgenza delle perturbazioni, in altre ancora l’umidità del suolo, tutti fattori questi che naturalmente sono soggetti a dinamiche che subiscono variazioni a tutte le scale temporali, anche quindi nel lungo periodo.

Accade così che mettendo in relazione le date di occorrenza degli eventi alluvionali e l’eventuale trend di anticipazione o ritardo con le serie relative a questi fattori, si possono ipotizzare delle connessioni con il trend climatico in senso più generale. Qui sotto la Fig. 1 del lavoro in questione, che mette in evidenza le zone dove le date medie di occorrenza degli eventi alluvionali hanno subito un ritardo o un’anticipazione.

Nonostante la discussione spieghi abbastanza chiaramente le deduzioni fatte in termini di attribuzione, la situazione appare a prima vista un po’ confusa e di difficile interpretazione, specie riducendo la scala spaziale. In Italia, ad esempio, fissate le stagioni in cui arrivano la maggior parte delle alluvioni, ci sarebbe un trend di anticipazione della data media di occorrenza per il nord-ovest, per le isole maggiori e per l’alto e medio Tirreno, mentre ci sarebbe un posticipo per il nord-est e per il meridione peninsulare. Una differenza di comportamento non banale. Ed è però qui che l’articolo si fa interessante, sebbene opinabile, perché nella loro analisi gli autori hanno focalizzato l’attenzione su 6 hot spot in cui i trend temporali (positivi o negativi) sono più evidenti, ed uno di questi è l’alto Adriatico. Per gli autori la ragione di questo shift in avanti dell’occorrenza delle alluvioni tra i Balcani e l’est della Penisola potrebbe essere in uno spostamento verso sud della stormtrack, cioè della fascia latitudinale dove scorrono le perturbazioni, per effetto degli eventi a mesoscala che queste innescano. Quel che mi sfugge, tuttavia, è come possa questo aver causato anche un’anticipazione delle alluvioni sul versante ovest del nostro Paese, che è notoriamente molto più esposto agli eventi a mesoscala originati dai flussi atlantici di cui parlano proprio gli autori. In sostanza si parla di NAO (North Atlantic Oscillation) e di distribuzione della massa atmosferica, ma a prima vista i conti non tornano, almeno per l’Italia.

Ma, c’è di più. Concentrandosi su di un altro hot spot, La Norvegia, gli autori individuano come fattore di origine del trend rilevato proprio l’evoluzione della NAO, che avrebbe subito una modifica a partire dagli anni ’80, attribuendone però l’origine piuttosto vagamente al riscaldamento dell’Artico e trascurando di ricordare che proprio in quegli anni, per effetto dei cambiamenti di fase delle oscillazioni multidecadali sia dell’Atlantico che del Pacifico, si ebbe quello che viene definito lo shift climatico, ossia un notevole cambiamento nei regimi circolatori europei. In sostanza, se un cambiamento c’è stato, l’origine è ben più complessa e articolata di quanto non spieghi un non meglio specificato cambiamento climatico da riscaldamento globale…

Infine, dal momento che dalla rappresentazione grafica che gli autori fanno dei trend se ne percepiscono solo l’ampiezza e la componente lineare, partendo dai dati che dovrebbero aver messo a disposizione sarebbe interessante investigare sulla presenza di eventuali discontinuità nelle serie, magari proprio con riferimento agli anni ’80. So che ci sono dei lettori di CM che potrebbero raccogliere l’invito… aspettiamo 😉

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Invasione di campo…ottico!

Posted by on 06:00 in Attualità | 5 comments

Invasione di campo…ottico!

Oggi facciamo un’invasione di campo, anche se, a pensarci bene siamo comunque in un ambito affine all’interesse che accomuna buona parte dei lettori di CM. Il campo è quello della fotografia e, più nello specifico, della cattura di immagini da grandi distanze. E qui entra in gioco la meteorologia, perché va da se che il mezzo attraverso cui le immagini da catturare vengono trasmesse – l’atmosfera – ha un ruolo fondamentale.

Avreste mai immaginato di poter vedere a occhio nudo e quindi immortalare in una fotografia qualcosa lontana oltre 400 km? Bé, lo hanno fatto degli specialisti del settore, che  ho scoperto con grande sorpresa essere popolato di dipendenti da immagini più di quanto non lo sia di cacciatori di fiocchi di neve ;-).

Sul blog Beyond Horizons, espressamente dedicato all’argomento, c’è un’interessante descrizione di come le condizioni atmosferiche abbiano reso possibile l’impresa. Siamo in Francia, il 12 agosto, subito dopo il passaggio della perturbazione che poi è arrivata anche da noi. Un cambiamento di massa d’aria drastico e repentino, dopo il lungo periodo di caligine e subsidenza, che ha confinato su gran parte dei Paesi mediterranei quantità abbondanti di aerosol di ogni genere. Arriva l’aria fredda, arriva il Maestrale sul Golfo del Leone, ed ecco che all’alba, guardando a nord-est dai Pirenei, appaiono le Alpi Marittime. Dal punto di osservazione alla cima riconoscibile (Canigó – Barre des Écrins), ben 412 Km!

Lanciarsi la sfida, pianificarla seguendo accuratamente l’evoluzione delle condizioni atmosferiche e portare a termine l’impresa deve essere stato fantastico, chissà se si tratta di un record, magari qualcuno di voi lo sa…

Ah, naturalmente, tutta la descrizione dell’evento e tutte le foto sono qui. Grazie a Fabrizio per la segnalazione!

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Ferragosto a mezz’asta

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Ferragosto a mezz’asta

Senza la pretesa di rovinare la festa a nessuno, questo Ferragosto, con un tempo finalmente “normale” per il Belpaese, è comunque listato a lutto. Il tempo meteorologico ha colpito ancora, duramente. Così la BBC:

A mudslide in Regent, near Sierra Leone’s capital Freetown, has buried houses in mud.

Flooding is not unusual in the west African state, where unsafe housing is regularly swept away by heavy rains

 

Come riportato anche da tutti gli altri media, le violente piogge degli ultimi giorni hanno provocato un’alluvione con centinaia di vittime in Sierra Leone. La vicenda stupisce per la portata del disastro, in un Paese che vede comunque nel mese di agosto il massimo della piovosità annuale e u na endemica moderna fragilità infrastrutturale, trovandosi in quella porzione di costa dell’Africa occidentale da cui prendono origine le onde atmosferiche che poi si trasformano in uragani nell’Oceano Atlantico.

Appena a nord dell’equatore, la Sierra Leone si trova in quella fascia dell’Africa equatoriale compresa tra 5° e 15°N, dove a governare il tempo – e le stagioni – è la Zona di Convergenza Intertropicale (ITCZ). Una zona in cui convergono gli Alisei da nord-est dell’emisfero nord e quelli da sud-ovest dell’emisfero sud, questi ultimi deviati nella loro direzione di provenienza originaria per effetto del passaggio attraverso l’equatore e quindi il cambiamento di segno della forza di coriolis, che nel nostro emisfero esercita una forza che entra nel computo della direzione del vento deviandolo verso destra.

Fonte: Eumetrain.org

Due flussi uguali e contrari quindi che danno origine ad una fascia costantemente occupata da enormi nubi temporalesche, che, a loro volta, raggiungono a quelle latitudini il massimo sviluppo verticale possibile, anche 16-17 km, per effetto della quota massima raggiunta dalla Tropopausa, il loro limite naturale. E quando piove viene giù il cielo.

 

Sembra una congiura, non è vero? E’ la Natura invece, purtroppo spesso spietata, come in questo drammatico episodio.

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Le Previsioni di CM – 14/20 Agosto 2017

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Le Previsioni di CM – 14/20 Agosto 2017

Questa rubrica è curata da Flavio_________________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Come preannunciato una settimana fa, le condizioni atmosferiche sono cambiate sostanzialmente sull’Italia per l’afflusso di aria più fresca dai quadranti settentrionali che ha portato ad un auspicato rimescolamento della massa d’aria. Non sono mancate la precipitazioni, localmente di forte intensità, ma il cambiamento più evidente ha riguardato proprio il campo termico, riportatosi in condizioni di normalità (o persino di anomalia negativa) dopo tanti giorni di caldo eccezionalmente intenso.

In queste ore una cellula anticiclonica piazza i suoi massimi al suolo sull’Europa centrale, con l’effetto di convogliare lungo il suo fianco orientale aria fresca continentale che irrompe retrograda sul Mediterraneo passando proprio attraverso la penisola italiana. Continuano a persistere condizioni di tempo molto instabile e fresco sulle isole britanniche per il susseguirsi pressoché ininterrotto di perturbazioni atlantiche in movimento dal Labrador verso la Scandinavia.

Pur in presenza di un cambiamento radicale di massa d’aria sull’Italia si fa notare, ancora una volta, la persistenza del blocco “a omega” che ci accompagna ormai da mesi e che si  manifesta attraverso la presenza del solito cavo d’onda sul vicino Atlantico e di un altro, meno esteso, tra i Balcani e il Mar Nero.

Fig.1: GFS, Lunedì 14 Agosto 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana si riproporrà per l’ennesima volta un copione già visto: l’ondulazione atlantica non riuscirà ad entrare sul Mediterraneo per la rimonta di aria calda in quota in risalita dal Sahara algerino. Le temperature aumenteranno nuovamente contestualmente alla stabilizzazione della massa d’aria.

Rispetto all’onda di calore precedente, tuttavia, i valori termici saranno inferiori. Sarà possibile raggiungere localmente picchi termici importanti ma l’assenza di valori particolarmente elevati del geopotenziale, il ricambio recente della massa d’aria e il declino dell’intensità dell’irraggiamento solare (siamo ormai a quasi due mesi di distanza dal solstizio), renderanno questo episodio caldo decisamente meno incisivo.

Fig.2: GFS, Giovedì 17 Agosto 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Sul finire della settimana persiste una notevole incertezza previsionale. Al momento si segnala la possibilità di una nuova sventagliata di correnti fresche settentrionali a spazzare via la calura, sebbene non si possa escludere la possibilità che le condizioni di stabilità persistano ulteriormente per l’appiattimento dell’anticiclone lungo i paralleli con peggioramento delle condizioni meteo molto più graduale e rimandato alla settimana successiva.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì generali condizioni di stabilità su tutte le regioni con l’eccezione dell’arco alpino dove si manifesteranno condizioni di instabilità associate a fenomenologia pomeridiana sotto forma di rovesci o temporali sparsi. Temperature: in lieve aumento. Venti: generalmente deboli dai quadranti settentrionali con rinforzi su Jonio e Adriatico meridionale.

Martedì condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni con l’eccezione dei rilievi alpini soggetti ad incremento della nuvolosità pomeridiana accompagnata da qualche rovescio o temporale più probabile sulle Alpi centrali. Temperature in aumento. Venti ancora piuttosto sostenuti dai quadranti settentrionali su Adriatico meridionale e Jonio, generalmente deboli altrove.

Mercoledì nuvolosità stratiforme diffusa al Nord. Da sereno a parzialmente nuvoloso sulle regioni Centrali con nuvolosità più compatta sulla sardegna sud-occidentale dove potrà aversi qualche locale debole precipitazione. Si intensifica l’instabilità pomeridiana sulle Alpi e si estende all’Appennino centro-settentrionale, in locale sconfinamento fin sulla Riviera di Levante. Generalmente sereno o poco nuvoloso al Sud. Temperature in ulteriore aumento. Valori piuttosto elevanti su Sardegna, Sicilia e centrali tirreniche. Venti generalmente deboli. Resiste il maestrale sullo Jonio e Adriatico meridionale.

Giovedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese salvo passaggi nuvolosi stratiformi in movimento verso le regioni meridionali peninsulari. Si attenua decisamente l’instabilità sulla regione alpina con fenomenologia isolata e debole. Temperature stazionarie o in ulteriore lieve aumento. Caldo su regioni centrali e isole maggiori. Venti: generalmente deboli. Ancora settentrionali su Adriatico meridionale e Jonio.

Venerdì aumenta la nuvolosità al Nord con precipitazioni sulle Alpi in progressiva intensificazione ad iniziare da ovest. Parzialmente nuvoloso sulle regioni centrali. Sud ancora in attesa. Temperature generalmente stazionarie o in lieve diminuzione al Nord. Venti che tendono a ruotare dai quadranti meridionali sulle regioni centro-settentrionali.

Sabato e Domenica possibile peggioramento generale delle condizioni atmosferiche su tutto il Paese con precipitazioni diffuse anche a carattere di rovescio o temporale, localmente intense. Venti tesi dai quadranti settentrionali e temperature in sensibile diminuzione.

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Clima nuovo Scienza nuova

Posted by on 09:26 in Attualità, Climatologia | 12 comments

Clima nuovo Scienza nuova

Clima nuovo scienza nuova, con buona pace di quella vecchia.

Una volta funzionava così: hai un’ipotesi, fai della ricerca, proponi delle spiegazioni che la sostengano, conduci dei test per validare i risultati, l’ipotesi diventa una teoria: qualcun altro la prende, riproduce i test, se giunge agli stessi risultati la teoria è valida, altrimenti tutto da rifare.

Ora leggete qui come intende il suo lavoro una ricercatrice australiana che si danna per investigare il collegamento tra eventi estremi e cambiamenti climatici (ripreso qui e qui da WUWT):

Climate change has changed the way I think about science. Here’s why

Sophie Lewis
Research fellow, Australian National University
August 10, 2017 3.30pm AEST

I’ve wanted to be a scientist since I was five years old.

My idea of a scientist was someone in a lab, making hypotheses and testing theories. We often think of science only as a linear, objective process. This is also the way that science is presented in peer reviewed journal articles – a study begins with a research question or hypothesis, followed by methods, results and conclusions.

It turns out that my work now as a climate scientist doesn’t quite gel with the way we typically talk about science and how science works.

1. Methods aren’t always necessarily falsifiable

Falsifiability is the idea that an assertion can be shown to be false by an experiment or an observation, and is critical to distinctions between “true science” and “pseudoscience”.

Climate models are important and complex tools for understanding the climate system. Are climate models falsifiable? Are they science? A test of falsifiability requires a model test or climate observation that shows global warming caused by increased human-produced greenhouse gases is untrue. It is difficult to propose a test of climate models in advance that is falsifiable.

Science is complicated – and doesn’t always fit the simplified version we learn as children.

This difficulty doesn’t mean that climate models or climate science are invalid or untrustworthy. Climate models are carefully developed and evaluated based on their ability to accurately reproduce observed climate trends and processes. This is why climatologists have confidence in them as scientific tools, not because of ideas around falsifiability.

Sicché, in assenza di efficaci metodi di verifica, semplicemente la si elide, dimenticando un fatto fondamentale: i modelli climatici NON sono strumenti che riproducono il comportamento del sistema, sono espressioni dell’ipotesi che l’unico driver del clima sia la CO2, nella fattispecie quella che le attività antropiche introducono nel sistema; quindi, NON possono essere utilizzati per confermare l’ipotesi. Il fatto che siano stati “sviluppati con cura”, ovvero che si sia lavorato per anni a cercare di insegnar loro di riprodurre il passato, spesso mettendo anche le mani al passato stesso, NON dà alcuna garanzia che questi siano idonei al loro scopo, cioè dirci quale sarà l’evoluzione del clima con o senza contributo antropico, perché la cura messa nella sviluppo è l’adattamento all’ipotesi.

A Popper verrebbe un colpo.

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Fa caldo in Italia, ma la temperatura globale media della Terra sta calando

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Energia | 41 comments

Fa caldo in Italia, ma la temperatura globale media della Terra sta calando

di Ernesto Pedrocchi

Una strategia efficace sul piano demagogico per far credere che le emissioni antropiche di CO2 siano responsabili del cambiamento del clima globale del pianeta (AGW), è quella di continuare a ripeterlo in modo ossessivo, come se fosse un’ovvietà contro la quale nessuno possa obiettare. E’ questa una situazione che da noi raggiunge il suo apice in questo periodo in cui abbiamo in generale in Italia  e in parte dell’Europa temperature medie sopra la norma.

La gente è istintivamente portata a pensare che lo stato meteorologico locale, quello che sente, sia corrispondente al clima globale, dimenticando che più del 70% della superficie della Terra è coperto dai mari e del restante 30% solo una modesta frazione concentrata prevalentemente nell’emisfero nord e minore del 10% (JRC, Commissione Europea) è significativamente antropizzato; a ciò si aggiunga che la superficie dell’Italia costituisce meno dello 0,06% della totale superficie terrestre. La realtà del clima globale, in genere rappresentato da quella variabile di sintesi che è la temperatura globale media (Tgm), è totalmente diversa come si può rilevare dal diagramma seguente:

Fonte: http://www.climate4you.com/

In esso sono rappresentate le variazioni normalizzate della Tgm ricavate da tre prestigiosi istituti di ricerca che utilizzano i dati rilevati dai satelliti o quelli rilevati sulla superficie terrestre. Si vede che la Tgm dopo un picco raggiunto all’inizio del 2016 e dovuto essenzialmente al forte fenomeno di El Nino del 2015/16 sta ora ritornando ai livelli del periodo di pausa o di lieve crescita che si era registrato dopo il 2000. Quindi, pur sperimentando questa estate in Italia un periodo di caldo abbastanza anomalo, la Tgm registra invece in modo concomitante un calo. Nei media italiani nessuno ha parlato di questa situazione che pure è facilmente rilevabile dalla misure sperimentali agevolmente reperibili. Un fatto analogo accadde nel 2003. Ci fu nel sud-ovest dell’Europa un’estate piuttosto calda, ma la Tgm non segnò alcun aumento e rimase al livello che ha caratterizzato il primo decennio dell’attuale secolo.

È scontato che l’uso dei combustibili fossili, che coprono tuttora circa l’80% del fabbisogno energetico mondiale, debba avvenire con la preoccupazione di contenere al massimo i veri inquinanti (ossidi di zolfo, ossidi di azoto, incombusti e particolato); ma la CO2 non è un inquinante quanto piuttosto il fertilizzante base di tutta la biosfera e, anche in concentrazioni più elevate dell’attuale, non è pericolosa per l’uomo. Inoltre l’ipotesi dell’AGW non è fondata su rigorosi dati sperimentali: infatti, pur essendo la CO2 un gas serra, non c’è prova dall’uscita dell’ultima glaciazione, circa 22.000 anni or sono, che ci sia correlazione tra aumento della sua concentrazione in atmosfera e aumento della temperatura globale media (Tgm) della Terra ( www.climate4you.com).

L’AGW condiziona pesantemente tutta la politica energetica mondiale, forzando e imponendo la riduzione delle emissioni antropiche di CO2 e incentivando le fonti rinnovabili con costi molto elevati. Per la green economy si spende circa 1 G$/d. Tutto questo si ripercuote in alcuni paesi sviluppati con un forte aumento del costo dell’energia e nei paesi in via di sviluppo potrebbe ridurne la disponibilità e ostacolare lo sviluppo economico. Emblematico il caso Italia, in cui dal 2008 ad ora il costo medio dell’energia elettrica è aumentato in media del 30% a fronte di riduzione dei prezzi sul mercato mondiale che è stato del 30% del carbone e del 15% del gas naturale, le due più importanti fonti per la produzione di questa energia.

I paesi in via di sviluppo, in particolare Cina e India, hanno urgente bisogno di contenere le emissioni di inquinanti, ma non sono disponibili se non in un futuro indecifrato a subire limitazioni sulle loro emissioni di CO2. Inoltre per la mancanza di sicure basi scientifiche, alcuni importanti paesi sviluppati sull’esempio degli USA potrebbero defilarsi dall’accordo di Parigi. L’UE che vuole giocare il ruolo di leader morale, ma contribuisce per meno del 10% alle emissioni, rischia di restare sola in questa avventura penalizzando gravemente i propri Paesi membri.

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Se questa è Scienza

Posted by on 06:01 in Attualità | 29 comments

Se questa è Scienza

Signore e signori, oggi proviamo a descrivere cosa è una scienza “consolidata”. Una scienza “settled”, come amano declamare i cantori del Mainstream con riferimento alla teoria del global warming antropogenico e alle sue mille declinazioni nei termini della religione mondialista per eccellenza: il Climatismo. Lo faremo prendendo spunto da tre studi referati e pubblicati di recente e di cui, per altro, si è già discusso su questo stesso Blog. Tutti e tre i paper riguardano la sorprendente (!) mancanza di coerenza tra i dati satellitari, quelli terrestri “omogeneizzati” e i modelli di simulazione.

  • Cominciamo con Nature che ci informa che i modelli di calcolo negli ultimi 20 anni non ci hanno preso granché, avendo previsto aumenti di temperatura clamorosamente smentiti dai dati satellitari. Tuttavia la spiegazione è semplice ed è nella sottovalutazione, da parte dei modelli in questione, delle “forzanti esogene” (il Nino e i suoi fratelli). Riassumendo, i modelli si sono sbagliati, la pausa nell’aumento delle temperature esiste e lotta insieme a noi.
  • Il secondo articolo, pubblicato negli stessi giorni su Scientific Reports è a cura dello stesso autore di quello sopra (B. Santer): i contenuti sono sostanzialmente simili, ma il taglio è molto diverso. Si tratta, infatti, di un articolo a carattere spiccatamente politico con tanto di pistolotto introduttivo con cui ci si propone di smentire le dichiarazioni al Congresso di appena tre mesi prima da parte di Pruitt, il nuovo boss dell’EPA assai sgradito ai catastrofisti del mainstream. Il paper è stato accettato a tempo di record: 29 giorni dalla presentazione, evidentemente per una impellenza scientifica assoluta. Di fatto si tratta di una rielaborazione del paper precedente in cui però si sottolinea, con un esercizio semantico degno di miglior causa, che non sono i modelli ad essersi sbagliati, ma è tutta colpa del satellite perché mostrando una pausa nelle temperature manda un messaggio “sbagliato”: le temperature sembrano stabili, ma non lo sono, perché le forzanti naturali hanno mascherato un riscaldamento altrimenti in linea con i modelli. Le stesse forzanti naturali che il mainstream aveva bollato come insignificanti rispetto all’intervento antropico, rientrano dalla finestra all’occorrenza, in sourplasse: Nino, Pacific Oscillation, eruzioni vulcaniche... Mancano solo il terremoto, l’inondazione, le cavallette, e le scuse di John Belushi nei Blues Brothers ci sono praticamente tutte.
  • Il terzo articolo, infine, fa letteralmente a pezzi i dati del passato del data set RSS, “revisionandoli” alla luce di presunti difetti nei rilevamenti satellitari. Correzioni che, del tutto sorprendentemente, modificano in senso più catastrofico il trend di aumento delle temperature e fanno sparire, magicamente, la pausa. Poco importa che a seguito di questo massaggio i dati satellitari di RSS non siano più congruenti con quelli “gemelli” (pre-massaggio) di UAH, quelli dei radiosondaggi e con gli stessi dati terrestri non-massaggiati che mostrano tutti l’esistenza dello hiatus. Ormai la sintesi sembra essere che lo hiatus scompare dai data-set massaggiati (o “omogeneizzati” se vi piace di più), mentre continua ad esistere sui dati “raw”, “grezzi” o non-massaggiati che più vi piaccia. La sostanza, comunque, è che secondo questo articolo il satellite aveva torto, la pausa non c’è e le forzanti esterne non c’entrano un fico secco.

Come funziona una “scienza settled

Tre studi nell’arco di un fazzoletto di settimane. Il primo dice che i modelli si sono sbagliati perché non hanno tenuto conto delle forzanti esterne, e quindi la pausa c’è. Nel secondo si puntualizza meglio il concetto appena espresso una settimana prima: la pausa sembra esserci ma in realtà non c’è, perché senza le forzanti esterne (Nino, vulcani…cavallette) le temperature sarebbero aumentate come previsto dai modelli. Il terzo studio taglia la testa al toro: le forzanti non contano nulla e il satellite aveva bevuto troppo: gli abbiamo tolto il fiasco e adesso legge bene l’assenza dello hiatus.

Tre studi in cui si dice tutto e il contrario di tutto e che sostanzialmente si contraddicono l’un l’altro, col risultato che la pausa nell’aumento di temperatura appare, scompare o è un’illusione ottica. Le cause? Si va dal satellite ubriaco al modello climatico distratto passando attraverso l’attività vulcanica e il Nino: chi più ne ha più ne metta.

Facili previsioni

Sostiene Tony Heller nel suo blog negazionista che Roy Spencer, il guru dei dati satellitari di UAH, aveva già previsto tutto tempo addietro. In particolare, aveva previsto che i dati “ex-gemelli” di RSS sarebbero stati “corretti” al rialzo con una revisione ad hoc sostenuta da un paper. In particolare Spencer aveva previsto che:

  • Nè lui nè il suo collega e collaboratore John Christy sarebbero stati chiamati a revisionare il paper (nonostante siano riconosciuti come i massimi esperti del settore).
  • Il paper avrebbe passato a tempo di record la peer review. Mentre la revisione del dataset di UAH (curato dagli stessi Christy e Spencer) aspetta invano di essere accettata ad un anno dalla sottomissione.
  • Il paper sarebbe stato presentato con una valanga di co-autori contenente il gotha dei soloni del catastrofismo climatico, a partire da Santer. Santer chi? Lo stesso autore dei primi due paper citati in apertura di questo articolo.

Ha centrato le prime due previsioni, Roy. Vale la pena sottolineare che quello di UAH è il data set satellitare che, pur al netto di modifiche varie apportate nel tempo, continua a segnalare l’esistenza di uno hiatus e di un rateo di incremento termico significativamente inferiore ai data set terrestri. E forse vale anche la pena segnalare che i colpi di pistola indirizzati “casualmente” al loro ufficio in occasione del “Giorno della Terra” non hanno ancora fatto cambiare idea ai due scienziati sulla necessità di “migliorare” le performance della loro creatura, allineandola ai desiderata della narrativa dominante.

Conclusione

Dopo questa breve disamina forse abbiamo finalmente capito cos’è una scienza settled. Proviamo a riassumere:

  • La scienza settled produce articoli a raffica con referaggi-lampo secondo necessità, ove questo termine comprende anche l’esigenza di controbattere ad audizioni sconvenienti tenute al Congresso americano.
  • La scienza settled produce articoli scientifici che si contraddicono tra loro in modo ridicolo, ma che vengono comunque referati e pubblicati. Gli stessi articoli, in modo del tutto casuale, pur partendo da premesse completamente diverse e in aperta contraddizione, offrono talvolta risultati sorprendentemente congruenti.
  • La scienza settled si nutre di massaggi, omogeneizzazioni e rivisitazioni a babbo morto di dati più o meno grezzi che per anni (o decenni) erano stati riconosciuti come validi e adeguati, e sui quali si era costruita l’intera architettura teorica di una teoria messa successivamente in crisi dall’evidenza dei dati reali.
  • La scienza settled è fortunata: ritrovandosi nella condizione di dover rimaneggiare i dati del passato per “omogeneizzarli”, del tutto casualmente e inopinatamente scopre che i nuovi dati “massaggiati” confermano le stesse teorie che quelli vecchi non supportavano più.
  • Altrettanto fortuitamente, la scienza settled produce revisioni a babbo morto di dati grezzi che incredibilmente hanno sempre l’effetto di incrementare il trend oggetto della narrativa dominante.
  • La scienza settled, come il Don Abbondio manzoniano, si nutre di “latinorum”: chiude la bocca agli scettici nascondendosi dietro la foglia di fico di metodologie complesse e non accessibili al volgo. Come Renzo Tramaglino però, anche il volgo scettico è in grado di cogliere, al di là del latinorum, l’assurdità e l’insensatezza ridicola della narrativa nel suo complesso.

E allora ridatemi la scienza unsettled, quella che si nutre di dati non-massaggiati, di evidenza sperimentale incontrovertibile e ripetibile, e di fondamenta teoriche solide. Quella di Sabin e di Fleming, di Newton e Galileo, di Einstein e Fermi. Farò invece volentieri a meno della scienza settled: quella di Di Caprio e Al Gore.

E mi si perdonerà, se continuo a preferire la insicurezza unsettled di Heisenberg e del suo Principio di Indeterminazione alla sicurezza settled di un cinepanettone catastrofista hollywoodiano.

 

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Erostrato, chi era costui?

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 1 comment

Erostrato, chi era costui?

Pochi dei lettori ricorderanno immagino lo psicologo e psicoanalista milanese Cesare Musatti. Io me lo ricordo bene perché quando facevo il servizio militare a Udine, nel 1981, in gruppo operativo di artiglieria da campagna, vi furono alcuni casi di suicidi fra i giovani di leva (non nel mio gruppo, per il vero) e in tale occasione mi colpì l’affermazione di Cesare Musatti, il quale in totale solitudine sostenne (sul Corriere, mi pare) che l’unico modo per evitare che accadessero altri suicidi era quello di evitare nel modo più assoluto di parlare di quelli già accaduti, in modo tale da non stimolare l’emulazione.

Una affermazione  tanto drastica pone ovviamente un problema delicato e cioè quello dell’autocensura da parte della stampa e delle televisioni e tuttavia mi torna spesso alla mente in questi giorni allorchè assisto all’esagerato spazio che sulle emittenti radiofoniche e televisive viene dato al tema degli incendi boschivi associati al caldo e alla siccità. L’impressione è che più se ne parla e più il problema esplode. Non sarà forse un caso analogo a quello di cui parlava Musatti? Delinquenti a parte infatti abbiamo a mio avviso parecchie persone che sono affette da piromania, che è un problema psichico come un altro. Da ciò l’idea che se se ne parlasse meno sui media i casi scemerebbero. Ma può ovviamente darsi che mi sbagli…

E a proposito di piromani mi torna in mente la vicenda di Erostrato, il quale per ansia di acquisire fama incendiò il tempio di Artemide a Efeso. Gli abitanti di Efeso, forse seguaci ante litteram di Musatti, stabilirono che il nome dell’autore di un tale scempio non dovesse essere mai più pronunciato, sentenza questa che si rivelò un fiasco tremendo, tant’è vero che ancor oggi siamo qui a parlare del piromane Erostrato.

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Che Maltempo fa?

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Economia | 10 comments

Che Maltempo fa?

Brutta estate questa del 2017, sotto molti punti di vista. No, non perché è uscito il sequel del film di Al Gore, con il titolo in parte riciclato “An Inconvenient Sequel: Truth to Power “, anche perché pare che gli americani non stiano facendo la fila al botteghino per ammirare la verità al potere. E’ una brutta estate per il deficit idrico dell’inverno e della primavera che sta presentando il conto, sebbene in alcuni casi con numeri molto meno spaventevoli di quanto si racconti, e lo è per il susseguirsi di configurazioni della circolazione atmosferica che stanno penalizzando il Mediterraneo, continuando a far affluire aria che arriva dal Nord Africa e persistenti onde di calore.

Ne beneficia ovviamente l’industria turistica, mentre quella agricola pare sia in sofferenza, ed è probabile che si registreranno impatti anche in termini di salute pubblica, come accadde nel 2003.

A conti ancora da fare, è comunque ben difficile che si rientri nella norma. Anzi, nel medio periodo, che questo accada è fisiologicamente impossibile per le precipitazioni ed altamente improbabile per le temperature, perché dovrebbe fare un freddo siberiano per i prossimi 40 giorni per portare il conto della stagione in pareggio, pur senza cancellare i valori comunque già raggiunti. Quindi, il caldo e la siccità che stiamo vivendo si possono definire estremi, nel senso che i numeri che li riguardano occupano gli estremi della distribuzione statistica, cioè si vedono di rado.

Tuttavia, sebbene sia giusto e utile avere attenzione per il proprio orticello, quando si parla di clima e di riscaldamento si tende a dimenticare che questo, per essere in modo comunque non ancora misurabile attribuibile alle attività umane, deve essere preceduto dalla parola “global”. Perché globale è la distribuzione della CO2, globali sono i modelli climatici, globale è la media delle temperature superficiali. Ha quindi senso andare a dare un’occhiata a quello che è successo in termini di eventi climatici negli ultimi tempi a livello planetario.

La chiave di lettura è di quelle comprensibili. Niente formule matematiche o dotte spiegazioni, si parla di soldi, cioè, ne parla qualcuno che promette di rifondere i danni subiti se dovesse essere necessario, guadagnando se questi non arrivano, le assicurazioni. Munich Re, pubblica ogni sei mesi un report in cui quantifica i danni da eventi climatici e meteorologici estremi in relazione al PIL globale e, puntualmente, ha fatto i conti del primo semestre del 2017.

Il pallino su queste cose, che dovrebbero avere ben altra diffusione mediatica di un semplice Tweet (che so, discuterli all’ONU o in Commissione Europea prima di emanare editti in materia di finanza climatica?) ce l’ha Roger Pielke Jr, non uno scettico, ma uno che ha lavorato con e per l’IPCC sebbene avendo l’abitudine di dire le cose come stanno, pratica che lo ha costretto a smettere di parlarne direttamente, pena smettere di lavorare.

Ma i numeri continua a leggerli, specie quelli di Munich Re, e così abbiamo la possibilità di leggere, anzi, rileggere, che nonostante l’AGW, nonostante il clima che cambia e cambia male, nonostante Al Gore e le sue predizioni disattese, il mondo sta vivendo una fase climatica decisamente benigna, in cui i danni causati da eventi estremi scendono e il PIL sale, quindi di sicuro – per essere conservativi ma ci sarebbero tutti i presupposti per sbilanciarsi in senso positivo – non aumentano gli eventi estremi.

Non aumentano anzi diminuiscono gli uragani, non aumentano le alluvioni, non aumentano le siccità e, forse, soltanto forse, aumentano gli episodi di onda di calore.

Quindi, oltre che concettualmente sbagliato in termini scientifici perché un anno non fa clima e un luogo non fa mondo, dire che quello che stiamo vivendo è la conferma di quanto dovrebbe riservarci il clima per effetto del riscaldamento globale e si deve correre ai ripari perché il conto è già salatissimo, è anche decisamente falso.

Piuttosto, visto che il clima cambia da sempre e questa fase “fortunata” nessuno sa quanto durerà e perché sia arrivata, varrebbe la pena prepararsi al peggio, perché prima o poi finirà. Siamo pronti? No, l’unica reazione immediata cui assisteremo sarà quella di quanti si affretteranno a dire “ve lo avevamo detto”.

Ah, naturalmente, un po’ di numeri e grafici ve li dovrete sorbire comunque, sono qui di seguito.

 

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