Eventi Meteorologici Estremi

Eventi termici estremi

Alle medie latitudini dell’emisfero Nord gli eventi termici estremi sono stazionari nel periodo 1979-2012 (Screen & Simmonds, 2014).

Le analisi condotte sulla serie storica delle temperature di Milano Brera indicano invece un aumento delle ondate di caldo sull’Europa dopo il 1987 (Mariani, 2015).

Eventi pluviometrici estremi

Qui le cose sono assai meno chiare anche per la progressiva riduzione della qualità delle serie storiche di dati che rende proibitivo esprimere valutazioni in merito a serie storiche orarie. Ciò detto occorre rilevare che le evidenze osservative indicano che nella maggior parte delle aree mondiali non vi sono segnali di incremento nell’intensità degli eventi estremi. In proposito una ricerca pubblicata sul Journal of Climate nel 2013 a firma di Westra e altri ricercatori ha verificato le tendenze delle precipitazioni massime annue di un giorno per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). Il lavoro è stato riferito ad un totale di 8326 stazioni terrestri che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni mostra un decremento nelle piogge estreme,  l’8% un incremento e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

Si segnala inoltre che:

  1. I già citati Screen & Simmonds ( 2014), lavorando su un dataset di rianalisi relativo alle medie latitudini dell’emisfero Nord hanno evidenziato la sostanziale stazionarietà degli eventi pluviometrici e termici estremi nel periodo 1979-2012
  2. Mariani e Parisi (2013), analizzando un vasto dataset di dati pluviometrici giornalieri per stazioni dell’area euro-mediterranea per il periodo 1973-2010 ed utilizzando lo schema di analisi proposto da Alpert et al. (2002) hanno evidenziato l’infondatezza dell’aumento parossistico delle piogge estreme giornaliere affermato dagli stessi Alpert et al. in un lavoro del 2002
  3. Fatichi e Caporali (2009), lavorando sulle serie storiche di precipitazione di 785 stazioni della Toscana per il periodo 1916-2003, hanno posto in evidenza l’assenza di trend nel regime precipitativo medio e nell’intensità degli eventi estremi di 3,6 e 12 h in pressoché tutte le stazioni analizzate
  4. Pinna (2014) analizza le piogge estreme per l’area mediterranea e per la Toscana evidenziando l‘assenza di trend rilevanti riferibili agli eventi pluviometrici estremi.

Eventi alluvionali

Diversi studi paleoclimatici evidenziano che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale)  che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013).  Istruttiva può essere inoltre l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po (8 eventi noti nel XVIII secolo, 20 eventi nel XIX, 18 nel XX e 2 finora nel XXI).

Cicloni tropicali

Nel 2011 Maue ha pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letter uno studio sulla frequenza dei cicloni tropicali e sull’energia da essi liberata. I dati ottenuti con il metodo descritto in tale studio sono costantemente aggiornati  sul sito http://models.weatherbell.com/tropical.php. Da essi si evince che l’energia media annua liberata dai cicloni tropicali espressa in unità ACE è stata di 664 nel decennio 1971-80, di 716 nel 1981-90, di 857 nel 1991-2000, di 723 nel 2001-2010 ed infine di 689 nel 2011-15, il che evidenzia l’esistenza di un trend complessivo improntato alla decrescita dell’energia liberata da tali eventi estremi.

Le Previsioni di CM – 23 / 29 Gennaio 2017

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Le Previsioni di CM – 23 / 29 Gennaio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Come previsto una settimana fa, il tilting anticiclonico ha portato all’isolamento di un minimo chiuso di geopotenziale sul Mediterraneo che in queste ore sta portando maltempo sulle regioni centro-meridionali italiane con il nord Italia ancora risparmiato dalla fenomenologia che, in considerazione della persistenza di un cuscinetto di aria fredda alle basse quote, sarebbe stata nevosa anche in pianura. Alle alte latitudini europee si nota il completo smantellamento della cellula anticiclonica russa e il concomitante approfondimento di una saccatura in Atlantico cui fa da contraltare il rafforzamento dinamico di un promontorio anticiclonico che dalle isole britanniche si spinge verso il Mare del Nord e la Scandinavia (Fig.1).

Fig.1. GFS, Lunedì 23 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Con riferimento alle previsioni della scorsa settimana, vale anche la pena notare come la quota neve si sia rivelata più alta rispetto alle previsioni, con le nevicate confinate alle zone interne e alla bassa collina, e le aree costiere che non hanno visto fenomeni nevosi né tanto meno accumuli significativi. La principale ragione è da ricercarsi nella diversa natura della massa d’aria affluita sull’Italia rispetto all’episodio freddo precedente: si è trattato, infatti, di aria all’origine meno fredda a causa del notevole addolcimento delle temperature registrato di recente sulla Russia europea proprio a causa del disfacimento dell’anticiclone russo per l’azione incisiva del vortice polare.

La situazione sinottica a livello emisferico è mutata sostanzialmente per la formazione di una profonda depressione sull’Artico cui si associano, in una simmetria quasi perfetta, altri 4 centri depressionari inframmezzati a due pulsazioni anticicloniche non particolarmente incisive sull’Artico canadese e sulla Siberia orientale. Il risultato è una figura che somiglia molto ad un frattale: una piccola opera d’arte, nel suo genere (Fig.2).

Fig.2. ECMWF, Lunedì 23 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana la configurazione sinottica a livello europeo evolverà verso la formazione di una nuova configurazione di blocco, per la traslazione verso levante della saccatura atlantica e della pulsazione anticiclonica ad essa associata, con formazione di una nuova cellula anticiclonica sulla Russia europea (Fig.3). A differenza di quanto accaduto nelle scorse settimane, tuttavia, il flusso principale riprenderà vigore per l’azione molto incisiva del getto alle medie latitudini atlantiche, con l’effetto di piegare la resistenza anticiclonica e  lasciare via libera allo scorrimento di westerlies molto tese sull’Europa, con l’Italia sotto l’azione del flusso anticiclonico secondario (Fig.4). Questa evoluzione è in accordo, del resto, con la configurazione sinottica a livello emisferico che mostra il compattamento del vortice polare associato al deciso incremento nei valori dell’indice di oscillazione artica (AO, Fig.5).

Fig.3. GFS, Giovedì 26 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.4. GFS, Sabato 28 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.5. AO Index – Previsione Ensamble. Fonte: www.cpc.ncep.noaa.gov

Avevo intenzione di spendere qualche parola sui soliti noti che dopo averci spiegato che fa più freddo perché fa più caldo, adesso ci insegnano che nevica troppo perché fa più caldo. Ma gli ultimi eventi che hanno colpito il centro Italia fanno passare la voglia di ironizzare. Resta il cordoglio e la partecipazione emotiva di questo Blog al lutto delle popolazioni così duramente colpite da una lunga catena di eventi naturali sfavorevoli: a loro, e in particolare alle vittime e ai loro cari vanno i nostri pensieri e le nostre preghiere.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì al Nord nuvolosità prevalentemente alta e sottile, più intensa sulle regioni occidentali e in assenza di fenomenologia significativa. Al Centro e sulla Sardegna condizioni generali di instabilità con precipitazioni diffuse anche a carattere di rovescio o temporale, più probabili e intense sul versante tirrenico, nevose al di sopra dei 1400-1600 metri. Maltempo al Sud con precipitazioni diffuse, localmente abbondanti e intense, anche a carattere di rovescio o temporale, in trasferimento dal basso Tirreno allo Jonio e all’Adriatico meridionale. Quota neve compresa tra 1400 e 1800 metri. Temperature generalmente stazionarie o in lieve aumento sulle regioni centrali. Venti sostenuti dai quadranti orientali sui bacini centro-settentrionali, forti sciroccali sullo Jonio.

Martedì ampie schiarite al Nord, in estensione nel corso delle ore a Toscana, Marche e Umbria. Condizioni di instabilità sul resto del Paese, con precipitazioni sparse. Quota neve tra 1200 e 1400 metri, in progressivo calo in serata. Temperature in diminuzione, più avvertita sul versante adriatico. Venti dai quadranti orientali, in progressiva attenuazione.

Mercoledì condizioni di stabilità al Nord e schiarite sempre più ampie anche sulle regioni centrali. Nuvolosità irregolare al Sud con precipitazioni sparse in rapida attenuazione col passare delle ore e quota neve intorno ai 1000 metri. Temperature in ulteriore lieve diminuzione sulle regioni centro-meridionali peninsulari. Venti di grecale con rinforzi su basso Adriatico e Jonio.

Giovedì ampie schiarite al Centro-Nord, salvo annuvolamenti sulle regioni centrali adriatiche. Passaggi nuvolosi al Sud, con sporadiche precipitazioni più probabili sulle regioni ioniche e quota neve tra i 600 metri dell’Appennino sannita e lucano e i 1400 metri di quello siculo. Temperature generalmente stazionarie o in ulteriore lieve diminuzione al Sud. Venti ovunque di grecale con rinforzi su Adriatico meridionale e Jonio.

Venerdì condizioni di stabilità al Centro-Nord e qualche residuo passaggio nuvoloso al Sud, in ulteriore miglioramento nel corso della giornata. Temperature stazionarie. Venti ovunque di grecale, con qualche residuo rinforzo su Adriatico meridionale e Jonio.

Sabato e Domenica generali condizioni di bel tempo ovunque, con ventilazione poco significativa e temperature in deciso aumento a partire da ovest. Possibile aumento della nuvolosità dal pomeriggio di Domenica a partire dalle regioni tirreniche per l’azione di una debole goccia fredda sul Mediterraneo occidentale.

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Il Re è nudo…e il Parruccone è pelato

Posted by on 17:22 in Attualità | 0 comments

Il Re è nudo…e il Parruccone è pelato

Perché fare blogging sul clima? E’ una risposta che cerco da dieci anni, cioè da quando ho iniziato a riempire queste pagine. Nel tempo mi sono fatto qualche idea, ma ce n’è una in particolare: non ho mai digerito il fatto – per me assolutamente risibile – che qualcuno potesse sostenere che la scienza, in tema di clima e sue dinamiche passate, presenti, ma soprattutto future, potesse essere definita; che si fosse cioè in possesso di tutte le informazioni necessarie a definire, senza ombra di dubbio, che quanto sta accadendo e quanto si immagina potrà accadere, sia da attribuire in gran parte alle modifiche che le attività umane avrebbero impresso al normale susseguirsi dei processi climatici.

Si diceva, già allora, che fosse ormai giunto il momento di discutere solo dei dettagli. Ecco, ditemi voi se le tre domande che seguono possono appartenere ad un ambito scientifico – da cui inoltre dovrebbero derivare delle policy – che possa definirsi “settled”:

  • Dove va il carbonio?
  • Come cambia il tempo in funzione del clima?
  • In che modo il clima influenza l’abitabilità di specifiche regioni?

Non sono io a porle queste domande, benché nei 4000 e più post di CM sarà capitato di parlarne chissà quante volte. Se le pongono invece alcuni ricercatori che hanno appena pubblicato un articolo su Nature Climate Change, lo spin-off di Nature dove si parla solo di clima che cambia:

Climate research must sharpen its view

 

Tre domande alle quali è necessario rispondere, altrimenti il Re è nudo e il parruccone che andava dicendo che la sceinza era definita, ormai è pelato.

Qui, su Science Daily trovate un approfondimento. Buona domenica quasi finita.

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Sorry

Posted by on 07:50 in Ambiente, Attualità | 10 comments

Sorry

Lavori in corso, sul sito della Casa Bianca.

Chi volesse accedere all’area dedicata al Climate Change attraverso il seguente link troverà infatti una pagina di scuse in cui si spiega che purtroppo il contenuto non è più disponibile.

È un vero peccato, perché l’anteprima di Google recita, promettente: “The Obama administration is taking action to combat climate change. … The United States is leading global efforts to address the threat of climate change”.

Immagino l’imminente mobilitazione di un esercito di novelli amanuensi intenti a fare “print-screen” di perle di saggezza ambientale molto liberal da proteggere e custodire per trasmettere ai nostri eredi tutta la gravità e l’emergenza che atterriva il pianeta Terra all’alba del 2017, al cospetto di temperature più alte della media di 0.24 °C , record di produzione agricola, successi di portata storica nella lotta alla fame e global greening fuori controllo.

La pagina di scuse, tuttavia, rimanda a delle “Useful Pages”, tra le quali fa bella mostra di sé un link alla pagina nuova di zecca intitolata, in modo altrettanto suggestivo, “An America First Energy Plan”.

Di cosa si parla? Proviamo a riassumere:

  • L’energia è un pilastro della vita degli americani e dell’economia mondiale. La nuova Amministrazione promuove politiche che abbassino il costo dell’energia per il lavoratore americano, massimizzando l’uso delle risorse interne.
  • L’eccessiva regolamentazione dell’industria energetica è stata un ostacolo per troppo tempo. Si elimineranno politiche inutili e dannose come il Climate Action Plan e il Waters of the US rule, risparmiando fino a 30 miliardi di dollari in 7 anni.
  • Si sfrutteranno le risorse locali di idrocarburi per creare lavoro e si useranno le risorse svincolate per realizzare opere infrastrutturali. Un’energia a buon mercato favorirà anche la produzione agricola.
  • Lo sfruttamento delle fonti energetiche tradizionali, incluso il carbone, permetterà di realizzare una indipendenza energetica completa dall’OPEC e da paesi ostili agli interessi americani.
  • Segue un paragrafo sulla necessità di proteggere l’ambiente, l’aria e le acque.
  • E infine la conclusione: un futuro più luminoso dipende da politiche energetiche che stimolino l’economia, garantiscano la sicurezza e proteggano la ricchezza degli americani.

Bestemmie? Eresie? Libro dei sogni? Qualunquismo becero?

O forse generiche parole di buon senso, assolute ovvietà che in altri tempi scevri di fondamentalismi ambientalisti più o meno interessati sarebbero suonate talmente scontate da non meritare menzione?

Forse è utile ricordare che l’alternativa elettorale, dal punto di vista energetico, era spendere 200 miliardi per tappezzare gli Stati Uniti con mezzo miliardo di pannelli solari con l’inevitabile effetto di pagare una bolletta energetica più salata, in cambio di ulteriori riduzioni di emissioni di CO2. È ovviamente un dettaglio insignificante notare che, solo incidentalmente, questo programma avrebbe beneficiato società come SunEdison, First Solar o Solar City, la prima già fallita, le altre sulla buona strada per farlo (1, 2) sulla falsariga della crisi generalizzata dell’industria mondiale del solare, più che mai affamata di sovvenzioni per garantirsi una stentata sopravvivenza.

E altrettanto incidentalmente, le stesse Solar City e First Solar avevano finanziato il Partito Democratico. E chissà che nel discorso inaugurale The Donald non facesse riferimento anche a questo, quando parlava delle tante belle parole dei politici seguite da pochi fatti che negli anni hanno beneficiato i soliti noti dei soliti circoli ristretti di Washington, a danno di Average Joe e di Mr. Johnes.

Gli americani hanno scelto, e la storia dirà se la loro è stata una scelta saggia, spericolata o semplicemente disperata. E dirà anche se chi è stato scelto sarà stato all’altezza delle tante aspettative di cambiamento manifestate con forza nella cabina elettorale.

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Eventi estremi o estreme valutazioni?

Posted by on 07:00 in Attualità | 11 comments

Eventi estremi o estreme valutazioni?

Poco prima della COP 22 e’ stato pubblicato dalla WMO il report “The global climate in 2011-2015” con lo scopo di “strengthen the scientific foundation for implementing the Paris Agreement and adjusting national policies as needed to reflect changing climate conditions.

La maggior parte del documento è dedicata alla descrizione degli eventi estremi negli anni 2011-2015: sebbene questi siano indice di drammatiche devastazioni e numerosi decessi, il punto e’ quanto/se questi stiano aumentando in intensità o frequenza e quanto siano attribuibili al riscaldamento globale.

A tal fine credo sia utile sottolineare la differenza tra evidenza statistica di eccesso di eventi estremi e calcolo probabilistico di attribuzione antropica di evento estremo: i due aspetti hanno consistenze ben differenti.

Riguardo al primo punto devo dire che le evidenze statistiche sono alquanto deboli se non nulle, come anche sostenuto dal documento dell’IPCC “Managing the risks of extreme events and disasters to advance climate change adaptation. Summary for policymakers“. Di ciò sembrano rendersi conto anche gli autori stessi del report del WMO, tanto che gia’ nell’introduzione sembrano mettere le “mani avanti” scrivendo “many individual extreme weather and climate events recorded during 2011–2015 had their likelihood of occurring substantially enhanced by human-induced climate change” senza far riferimento ad alcuna evidenza statistica.

Ma andiamo con ordine.

Le uniche “evidenze” nel report del WMO riguardano le ondate di calore: “The most consistent influence of anthropogenic climate change has been on the probability of extreme heat, at various timescales from a few days through to a full year, with some studies finding that the probability of the observed event has increased by 10 times or more as a result of anthropogenic climate change.

Osservo che si parla di “probability of extreme heat“, non di evidenza statistica di eventi al di fuori della media. Riguardo le evidenze statistiche, e’ illuminante l’articolo di Screen&Simmonds del 2014 “Amplified mid-latitude planetary waves favour particular regional weather extremes“, che analizza gli eventi estremi alle medie latitudini dell’emisfero boreale nel periodo 1979-2012, ove si legge:

A series of weather extremes have hit the Northern Hemisphere mid-latitudes in recent years, such as the European heat wave in summer 2003, cold and snowy winters in 2009/10, 2010/11 and 2013/14 in the northeast United States, the Russian heat wave in summer 2010, the Texas drought of 2011, and the summer 2012 and winter 2013/14 floods in the United Kingdom;

The months of extreme temperature and the months of extreme precipitation lie relatively evenly through the 34-year period, and there is no long-term trend.

Nessun trend di lungo periodo. Direi che il messaggio e’ molto chiaro.

Per quanto riguarda le precipitazioni estreme, il report del WMO è molto più cauto: “The contribution of anthropogenic climate change to precipitation extremes (both high and low) was found to be less consistent.

Ciò è coerente con quanto affermato dall’IPCC: “There is limited to medium evidence available to assess climate-driven observed changes in the magnitude and frequency of floods at regional scales because the available instrumental records of floods at gauge stations are limited in space and time, and because of confounding effects of changes in land use and engineering. Furthermore, there is low agreement in this evidence, and thus overall low confidence at the global scale regarding even the sign of these changes

Anche qui pero’ il WMO cerca la responsabilità umana:

One example of a precipitation extreme for which a discernibly anthropogenic influence could be identified was the extreme rainfall in the United Kingdom in December 2015, where it was found that climate change had made an event on the scale measured approximately 40% more likely.

Maximum flow rate of The Thames at Kingston. The red line marks the peak flow of December 2013 that was matched or exceeded on 14 occasions since 1880. Chart from The Met Office.

Sarà anche così, ma il grafico sopra riportato non mostra alcun andamento delle piene del Tamigi dal 1880.

Se ciò non bastasse, si consideri anche “The variability of European floods since AD 1500” di Glaser et al. nelle cui conclusioni si legge “Even for the last years from 1950 onward, when flood information is based on instrumental records, no consistent patterns of the flood development can be found…. Most significantly, recent changes in the variability of flood frequencies are not exceptional if compared to the flood frequency of the past 500 years and show no overall trend similar to the widely-cited “hockey-stick” trend for temperatures”.

Le attribuzioni antropiche del documento del WMO finiscono qui se si escludono lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord (al polo Sud stanno aumentando) e l’aumento del livello degli oceani (gli scenari peggiori dell’IPCC prevedono un aumento di qualche decina di centimetri per la fine del secolo: ricordo che durante l’ultima era glaciale gli oceani erano oltre 100 metri più bassi e da allora continuano a crescere, mentre durante l’ultimo interglaciale, circa 100000 anni or sono, erano 6/7 metri più alti, e non certo per cause antropiche): queste sono conseguenze del riscaldamento globale, sulle cui cause non e’ qui il caso di dilungarsi, e non rappresentano certo eventi estremi.

Altri eventi estremi di solito collegati ai cambiamenti climatici sono gli uragani, o cicloni, ed i tornado.

Ci  viene detto nel documento del WMO: “Overall global tropical cyclone activity was above normal in 2013 and 2015, with 94 and 91 cyclones reported, respectively (compared with the 1981–2010 average of 85).

Con un minimo di conoscenza di base della distribuzione di Poisson, si capisce subito che detti valori sono in perfetto accordo con quanto atteso e non hanno nulla di “estremo”.

Per una visione piu’ estesa del fenomeno, si osservi il grafico seguente che, direi, non evidenzia alcun trend, sebbene si riferisca al periodo di massima crescita della T globale.

Discorso simile per i tornado ove ci viene detto :” The United States had one of its most active tornado seasons on record in 2011.”

Dal grafico seguente si può concludere che quanto detto dal WMO sia corretto; altro discorso e’ se tale anno rappresenti un caso eccezionale o rientri in un trend significativo. Direi che non siamo nel primo caso e, se proprio vogliamo trovare un trend, questo piuttosto appare essere decrescente….

In definitiva credo si possa concludere che il report della WMO non riporta statistiche che dimostrino aumenti di intensità o frequenza degli eventi estremi e inoltre ritengo che gli studi di attribuzione antropica di eventi che non mostrano alcun trend abbiano una limitata consistenza. Ciò non vuol dire che con gli aumenti di T previsti dall’IPCC per fine secolo si possa escludere una recrudescenza di eventi estremi, ma questo e’ tutto un altro discorso che, in assenza di evidenza scientifica, rientra meglio tra le speculazioni probabilistiche.

Se fosse necessaria altra evidenza, riporto i grafici seguenti, prodotti da chi osserva tali eventi da un altro punto di vista: gli assicuratori.

Convective events, i.e. flash floods, hail storms, tempest storms, tornados, and lightning, deserve closer attention since these are possibly affected by global warming (Trapp et al. 2007, 2009; Kuntz et al. 2009). Figure 5a shows that there is no significant trend in global insured losses for these peril types. Similarly, there is no significant trend in insured losses for storm events, tropical cyclones  or precipitation-related events. Source: A trend analysis of normalized insured damage from natural disasters The Munich Re Program: Evaluating the Economics of Climate Risks and Opportunities in the Insurance Sector

Indennizzi assicurativi per danni alle colture in Italia espressi in % rispetto al capitale assicurato. I dati dal 1981 al 1998 sono tratti da Borrello (2003), quelli dal 1999 al 2004 sono tratti da Capitanio e Cioffi (2010) e quelli dal 2005 al 2011 da Ismea (2012).

Purtroppo, nonostante queste evidenze, sembra che i media abbiano accesso ad altre informazioni e forse questo è il motivo principale per cui siamo tutti portati a “vedere” eventi estremi in ogni occasione….

Incidence of the phrase “extreme weather” on the pages of The New York Times, one of the leading US newspapers from 1965 to 2014. The use of the phrase skyrocketed over the recent decade, completely out of proportion with observed trends in weather events. Source: Catastrophes of the 21st Century  R.Pielke Jr.  University of Colorado

Mi sentirei quindi di concludere che le uniche “evidenze scientifiche” sugli eventi estremi riguardano calcoli probabilistici di attribuzione di responsabilità antropica di eventi che non  mostrano alcuna intensificazione o aumento di frequenza….tranne naturalmente le evidenze che ci riportano i media, che alle volte conducono veramente a valutazioni….estreme!

________________________

PS: Sebbene personalmente non condivida la divisione del mondo in negazionisti e credenti, e non ritengo che un’opinione  non supportata da evidenze, anche se di persona alquanto esperta, possa spostare l’ago della bilancia, riporto qui un link di R.Muller, scienziato americano citato da molti come “negazionista convertito”, che non lascia scampo ai catastrofisti. Riguardo poi al grado °C di crescita della T globale nei prossimi 40 anni….chi vivrà, vedrà!…adesso siamo più vicini ad una crescita media di 0,1 C per decade.

 

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Outlook Inverno 2016-2017 – Ci siamo?

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Outlook Inverno 2016-2017 – Ci siamo?

Con questa brevissima appendice all’articolo di lunedì scorso vorrei descrivervi, in particolare per coloro che vogliono approfondire un po’ l’argomento, la partenza della dinamica dell’impulso che prenderà le mosse a partire dal prossimo 25 gennaio, e dello sviluppo della subtropical wave breaking, secondo l’ultima uscita modellistica disponibile di ECMWF riferita alla corsa delle 12 UTC del 17 gennaio.

Dall’animazione della figura 1, nel frame contrassegnato alla lettera “A” è possibile vedere un’onda spingersi il giorno 25 gennaio dal vicino atlantico verso la Gran Bretagna oltrepassando il parallelo dei 60°N (cerchio in nero). Il trasporto meridionale dei flussi di calore è indirettamente rilevabile dal frame contrassegnato alla lettera “B” con l’abbassamento della temperatura, cerchietto viola. Il flusso meridionale si sviluppa sotto il più basso flusso dei venti zonali del vortice polare stratosferico, ben visibile dal frame contrassegnato alla lettera “C” riferita alla vorticità potenziale alla superficie isoentropica di 475K. Lo svilupparsi dei flussi meridionali di calore, appartenenti all’onda di cui alle figure A e B, sotto il bordo del vortice implicherà una forte propagazione d’onda verso l’alto testimoniato dal frame contrassegnato dalla lettera “D”, proprio dalla deformazione della vorticità potenziale sempre rilevabile dalla posizione del cerchietto in viola.

In figura 2 possiamo invece vedere come si svilupperà la “Subtropical Wave Breaking“.

Nei frame contrassegnati dalla lettera “A” alla lettera “D”, riferiti alla superifice isoentropica di 1000 K (circa 10hPa), è possibile vedere la rotazione del vortice rilevabile dagli alti livelli di vorticità potenziale con elevata eccentricità e ben oltre la latitudine di 60°N a causa delle forzanti troposferiche. Il cambiamento di orientamento del vortice stesso determinerà un aumento della quantità di moto del flusso orizzontale come da frame alla lettera “E”, freccia nera, determinando inizialmente la propagazione equatoward (verso l’equatore) dell’onda di Rossby e successivamente una propagazione poleward (verso il Polo) appena rilevabile nelle sue fasi iniziali dal tracciante della vorticità potenziale nel frame contrassegnato dalla lettera “F” cerchietto verde.

Tutto questo per confermare che il countdown comincerà, come indicato nell’articolo, dalle dinamiche attese per la fine del mese.

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Pausa o non pausa, questo è il problema!

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Pausa o non pausa, questo è il problema!

Lo scorso anno fu pubblicato un articolo, Karl et al., 2015, in cui veniva descritto un procedimento di omogeneizzazione dei dati di temperatura globale che decretò la scomparsa della pausa nell’innalzamento delle temperature superficiali globali. A questo articolo dedicai un post in cui mettevo in evidenza alcune criticità di Karl et al., 2015. Riassumendo le conclusioni del post, criticavo due aspetti di Karl et al., 2015:

  • Le interpolazioni polari che determinavano un raddoppio del trend di innalzamento delle temperature atmosferiche dell’area;
  • Le correzioni dei valori delle serie di temperature della superficie del mare (SST) misurate dalle navi.

Al netto di queste due correzioni delle serie di temperatura globale, la pausa risultava ben evidente. Karl et al., 2015 è stato molto criticato negli ambienti scettici in quanto la sua opera viene considerata l’ennesimo esempio di modifica dei dati per adattarli alle esigenze della linea di pensiero principale e cioè fornire una base quantitativa alla narrazione qualitativa del riscaldamento globale o cambiamento climatico di origine antropica o ancora disordine climatico. Come sovente accade nell’ambito della ricerca scientifica non si può mai esprimere un giudizio definitivo su di una certa conclusione in quanto altri ricercatori, lavorando sullo stesso argomento, possono giungere a conclusioni concordanti con quella oggetto di discussione o possono dimostrarne l’infondatezza. Anche Karl et al., 2015 è passato attraverso questo processo di verifica e sembrerebbe che le conclusioni dell’articolo debbano considerarsi fondate.

In questi giorni la rivista Science ha pubblicato l’articolo che con metodologie diverse sembra avvalorare l’opera di Karl et al., 2015.

Assessing recent warming using instrumentally homogeneous sea surface temperature records di  Zeke Hausfather, Kevin Cowtan, David C. Clarke, Peter Jacobs, Mark Richardson e Robert Rohde (da ora Hausfather et al., 2017)

La superficie del mare risulta essere l’elemento dominante del pianeta Terra in quanto ne rappresenta il 71% della superficie globale. E’ ovvio, quindi, che la temperatura della superficie del mare rappresenta il fattore dominante della temperatura media globale superficiale. Oggi come oggi esistono fondamentalmente tre serie di dati che rappresentano la storia termica della superficie marina: ERSST4 della NOAA, HadSST3 dell’Hadley Centre del Met-Office e COBE-SST della Japanese Meteorological Agency’s. Ad essere sinceri esiste anche qualche altro dataset, ma le modalità di gestione piuttosto oscure e la scarsa diffusione ci consentono di trascurarli. Nel prosieguo ci concentreremo, pertanto, su queste tre serie di dati. Si tratta di tre compositi, cioè tre serie di temperature superficiali del livello del mare generate dalla composizione, previa opportuna omogeneizzazione, di diverse serie di temperature della superficie marina. Come ben sanno i lettori di CM si tratta di prodotti generati utilizzando pesantissimi processi di trattamento dei dati grezzi in quanto per poter comporre serie di dati misurati  con metodologie e strumenti diversi, è necessario omogeneizzare, sottoporre cioè a trattamenti statistici estremamente complessi, i dati grezzi. Karl et al., 2015 è intervenuto sulla serie di dati ERSST3 della NOAA, revisionando le serie di temperature che confluivano nel composito mediante opportuni algoritmi di omogeneizzazione. Allo scopo di rendere globale la copertura dei dati, mediante processi di rianalisi, ha ricostruito i valori della temperatura superficiale del mare anche nelle maglie della griglia in cui è stata suddivisa la superficie terrestre, in cui tali dati mancano per carenza di misurazione. Semplificando molto, Karl et al., 2015 ha messo in evidenza che il trend di variazione della temperatura globale nel periodo 1951-2012, non era affatto diverso da quello nel periodo 1997-2012: non esisteva alcuna pausa nel rateo di aumento delle temperature globali. Appare evidente, pertanto, che il core del lavoro di Karl et al., 2015 è rappresentato dalla tendenza delle temperature globali. Per quanto premesso, appare evidente che tutta la discussione ruota attorno alle temperature della superficie del mare perché se pausa ci deve essere, essa deve emergere dai dataset di tali temperature.

Allo scopo di controllare la bontà del lavoro di Karl et al., 2015, Hausfather et al., 2017 ha confrontato le tendenze dei tre compositi delle temperature superficiali del mare con quelle di alcune serie delle stesse temperature sulla cui omogeneità c’è poco da discutere (in realtà un poco da discutere c’è, ma lo vedremo alla fine, per adesso supponiamo che l’omogeneità delle serie di riferimento sia un dato di fatto).

Il ragionamento di Hausfather e colleghi non fa una grinza: se la tendenza di ERSST4 riesce a replicare quella delle serie di riferimento meglio di quanto non facciano gli altri compositi, bisogna riconoscere che l’omogeneizzazione di ERSST4 è efficace e corretta. Andiamo, ora, a dare un’occhiata alle serie di riferimento che Hausfather et al., 2017 ha preso in considerazione. La prima serie considerata dagli autori è quella della rete delle boe fisse o derivanti della rete ICOADS, la seconda serie di dati è quella generata da radiometro satellitare e curata dall’European Space Agency Climate Change Initiative (da ora in poi CCI), una seconda serie di dati radiometrici curata da Along Track Scanning Radiometer (ATSR) che da ora in poi definiremo ARC ed infine tre serie di temperature basate sulle boe galleggianti del progetto ARGO.

Queste serie di dati hanno sviluppi spaziali e temporali diversi, per cui devono essere trattate in modo piuttosto cauto. Esaminiamole una alla volta mettendone in evidenza pregi e difetti.

Le boe marine ormeggiate e derivanti costituiscono una rete piuttosto estesa che presenta una distribuzione spaziale abbastanza omogenea e che copre in maniera quasi continua un intervallo temporale che va dalla fine degli anni novanta del secolo scorso ai giorni nostri. Esse forniscono le temperature delle acque marine mediante misurazione diretta e non risentono di tutti quei bias riscaldanti o raffreddanti da cui sono affette le misurazioni delle temperature delle acque marine effettuate mediante secchi o mediante spillatura dalle condotte di raffreddamento dei motori delle navi. Oggi come oggi le temperature determinate con l’uso delle boe rappresentano circa l’ottanta per cento delle misure di temperatura delle acque marine. Tali misurazioni sono, però, affette da molteplici problemi legati al fatto che spesso le boe derivanti si arenano e per lungo tempo trasmettono misure di temperatura relative all’aria e non all’acqua. Altra fonte di incertezza in queste misurazioni è costituita dal fatto che quando esse vengono recuperate dalle navi che le incrociano per essere sottoposte a manutenzione, continuano a trasmettere misure della temperatura dell’aria e non dell’acqua marina. Esistono anche altre problematiche, ma è opportuno fermarci qui.

Le temperature misurate dai satelliti sono un tipico esempio di telerilevamento e si basano sulla radiazione emessa dalla superficie del mare e misurata da un radiometro basato su un satellite. Questo tipo di misurazione è il più completo dal punto di vista spaziale in quanto riesce a coprire quasi tutta la superficie terrestre con esclusione delle zone polari. Le misurazioni da remoto soffrono, secondo alcuni, di un bias freddo in quanto, in presenza di nubi, non sono in grado di misurare le temperature dello strato d’acqua sottostante o lo sottostimano in modo molto sensibile. Nel caso delle serie prese in esame da Hausfather et al., 2017, mentre ACR è esclusivamente satellitare, CCI è integrata anche con dati provenienti da boe ormeggiate, per cui è essa stessa un composito.

Infine troviamo le boe del progetto ARGO: si tratta di laboratori robotici galleggianti che sono in grado di misurare diversi parametri marini come salinità, velocità delle correnti, acidità ed ovviamente temperatura delle acque marine, oltre ad altre molteplici grandezze. Il pregio di questa rete di boe derivanti è che riescono ad eseguire queste misurazioni sull’intera colonna liquida compresa tra 0 e -2000 metri di profondità. Diciamo che esse rappresentano il top della misurazione di grandezze caratterizzanti le acque marine ed oceaniche.

Hausfather et al., 2017 ha elaborato sei serie di dati delle tendenze delle temperature superficiali del mare: una basata esclusivamente sulle boe, due basate esclusivamente sulle rilevazioni satellitari, una terza basata su rilevazioni satellitari e sulle boe del progetto ARGO (APDRC), una quarta basata su dati ARGO integrati con dati derivanti da boe normali (H2008) ed, infine, la sesta basata solo ed esclusivamente su dati del progetto ARGO (RG2009).

Da questa breve disamina ci rendiamo conto che in effetti tre sono le serie di misurazioni delle temperature superficiali del mare che possono essere considerate del tutto omogenee: quella derivata dalle boe ormeggiate e derivanti, quella satellitare ACR e, infine, quella delle boe Argo definita RG 2009.

Come già accennato, le serie prese in considerazione non sono perfettamente sovrapponibili né spazialmente, né temporalmente per cui bisogna individuare un periodo comune in cui esse possano essere sovrapponibili. Questo periodo è stato individuato dagli autori, relativamente alle serie che hanno inizio alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso, tra il 1997 ed il 2001. Per le temperature desunte dalle boe e per i dati satellitari, ciò è stato possibile in quanto esse raggiunsero una significatività spaziale quasi contemporaneamente intorno al 1997, per le misure ottenute a partire dalle boe ARGO, il periodo di sovrapposizione da prendere in considerazione, è quello successivo al 2005 in quanto prima di tale data la diffusione delle boe ARGO era poco significativa. La scelta del periodo di sovrapposizione delle serie è stata effettuata grazie all’utilizzo di modelli autoregressivi a media mobile (ARMA (1,1)) che hanno consentito di correggere i problemi di autocorrelazione che si presentano in questi casi.

Individuate le serie di confronto ed i periodi di sovrapposizione, Hausfather et al., 2017 hanno confrontato le tendenze dei quattro compositi disponibili (HadSST3, ERSST3, ERSST4 e COBE-SST) con le serie di riferimento. Per il periodo 1997-2015 il confronto è stato effettuato con la serie delle temperature misurate dalle boe e con la serie satellitare CCI. Il risultato globale del confronto tra ERSST3, ERSST4, la serie delle temperature desunte dalle boe e la serie satellitare CCI è quello rappresentato nella figura 1 del loro articolo che qui riproduco.

Come si vede chiaramente dal grafico, fino al 2003 le tendenze delle quattro serie prese in considerazione sono praticamente identiche. Successivamente cominciano ad esserci delle deviazioni che riguardano essenzialmente ERSST3 (linea tratteggiata). ERSST4 è, invece, coerente con le serie omogenee (satellitare e boe) fino alla fine. Assunto che le tendenze delle temperature satellitari e di quelle delle boe siano omogenee, l’unica logica conseguenza è che ERSST4 è coerente con le serie omogenee, mentre ERSST3 è affetto da un bias freddo. Detto in parole molto povere Karl et al., 2015 viene confermato in modo indipendente e tutte le critiche che gli sono state mosse devono essere considerate fuori luogo. La conclusione ovvia è che la pausa non è mai esistita, ma è frutto di un bias insito nella serie di dati.

Personalmente reputo del tutto corretto e sensato il ragionamento di Hausfather et al., 2017: se la misura di una grandezza fisica eseguita con uno strumento, coincide con quella effettuata con metodica e strumentazione diversa, quindi indipendente dalla prima, possiamo essere certi che le due misure sono corrette e che la grandezza fisica ha come valore più probabile, quello misurato. Lo faccio anch’io tutti i giorni e lo accetto senza alcun problema.

Fino ad ora non abbiamo visto, però, alcun confronto tra i compositi HadSST3 e COBE-SST e le serie campione, né dei compositi con le serie desunte dalle boe ARGO. Nell’articolo di Hausfather e soci questi confronti vengono effettuati in modo piuttosto rigoroso e con dovizia di particolari. Cercherò di riassumere brevemente questi confronti ed i test di verifica effettuati, rimandando all’articolo originale ed ai materiali supplementari, liberamente accessibili, ulteriori approfondimenti.

Sottraendo le serie campione dai compositi presi in considerazione, Hausfather et al., 2017 calcola i residui e li confronta statisticamente. Il calcolo evidenzia che rispetto ad ERSST4, tutti gli altri compositi presentano dei residui maggiori quando ad essi vengono sottratti i valori delle serie campione. Tale fatto è evidente per il periodo 1997-2015 mettendo a confronto i quattro compositi con le serie CCI, boe derivanti e ARC (Fig. 2 dell’articolo originale). Anche da questo controllo emerge, quindi, che ERSST4 è più performante degli altri compositi relativamente al periodo preso in considerazione.

Più interessante mi è sembrato il confronto tra i quattro compositi e le serie basate sui dati delle boe ARGO. Anche in questo caso due volte su tre ERSST4 appare migliore degli altri tre compositi. Solo il confronto tra i compositi e la serie RG2009, basata esclusivamente sulle boe ARGO, evidenzia residui che non consentono di discernere tra i quattro compositi presi in considerazione: tra essi non vi sono differenze statisticamente significative, sono tutti accettabili. Il grafico seguente, tratto sempre da Hausfather et al., 2017,  consente di visualizzare quanto ho appena scritto.

E’ appena il caso di sottolineare che gli autori hanno provveduto a effettuare un altro controllo, a mio giudizio estremamente significativo. Affinché il confronto tra due serie di dati sia congruo, è necessario che le due serie siano spazialmente e temporalmente coincidenti. Gli autori hanno, pertanto, individuato le maglie della griglia planetaria in cui erano presenti dati per tutto il periodo preso in considerazione ed hanno effettuato le sottrazioni dianzi descritte. I risultati non sono molto diversi da quelli appena illustrati. Hanno, infine, ricostruito per interpolazione i dati nelle maglie in cui non erano presenti tutte le misurazioni ed il risultato non è stato di molto differente anche se il margine di incertezza è aumentato e ciò non può suscitare meraviglia visto che i dati interpolati così ottenuti possono essere considerati virtuali.

A questo punto è necessario tirare le somme e giungere ad una conclusione. La conclusione non può che essere una: Hausfather et al., 2017 ha confermato e convalidato con metodologia indipendente Karl et al., 2015. Il discoro sembra chiuso fino a che qualcuno non dimostrerà che Karl et al., 2015 e Hausfather et al., 2017 sono sbagliati.

E per finire qualche considerazione personale. Il lavoro di Hausfather e colleghi è apprezzabile in quanto riesce a dimostrare l’assunto in modo estremamente elegante ed efficace. Da questo punto di vista lo considero migliore di Karl et al., 2015 sia dal punto di vista metodologico che da quello analitico. Diciamo che mi ha convinto e che ERSST4 nonostante le perplessità metodologiche che continuo a nutrire, è un prodotto migliore degli altri compositi. Nonostante ciò non posso nascondere che ho qualche perplessità che mi spinge ad aspettare ulteriori sviluppi della vicenda. Detto in altri termini, non credo che i giochi siano ancora chiusi.

La prima perplessità riguarda la lunghezza delle serie di confronto. Sono tutte molto brevi in quanto vanno da un massimo di venti ad un minimo di undici anni. Considerando che una parte della lunghezza deve essere utilizzata per la sovrapposizione, mi sembra che l’intervallo temporale efficace per le considerazioni quantitative sia estremamente ridotto: 15 anni per le serie basate sulle boe e sui radiometri, 6 anni o giù di lì per quelle desunte dalle boe ARGO. Poco, troppo poco per poter considerare definitivi i risultati di Hausfather e colleghi.

Altra perplessità riguarda la natura delle serie di confronto. La serie delle boe derivanti presenta i problemi di cui ho già parlato nel corpo del post. Le serie da radiometro sono esse stesse dei compositi e, quindi, non hanno le caratteristiche di omogeneità che caratterizzano le assunzioni su cui si basa il lavoro di Hausfather et al., 2017. Delle serie basate sulle boe ARGO, due sono dei compositi e solo RG2009 appare omogenea. Neanche a farlo apposta, premessa l’eccessiva brevità della serie, è quella che rende equiprobabili tutti e quattro i compositi. Sarà un caso o è qualcosa di più significativo? Io credo che sia qualcosa di diverso dal semplice caso in quanto RG2009 è, forse, l’unica serie veramente omogenea, ma in ogni caso è troppo breve per poter esprimere un giudizio definitivo.

L’ultima perplessità, forse quella più importante, è di natura logica. Tanto UAH, quanto RSS (i due dataset satellitari delle temperature della bassa troposfera), dimostrano che la pausa c’è stata ed essi sono del tutto indipendenti dagli altri dataset delle temperature superficiali. Secondo i sostenitori dell’AGW questi dati non sono probanti in quanto misurano grandezze diverse, cioè la temperatura della bassa troposfera e non quella superficiale che è quella che a noi interessa. Io non concordo con questo punto di vista e Hausfather e colleghi non dovrebbero vederla molto diversamente da come la vedo io, considerato che la maggioranza delle serie di controllo da essi individuate attinge a dati radiometrici di natura satellitare. Essi se ne rendono conto e mettono le mani avanti: i nostri dati satellitari sono riferiti alla superficie del mare che è ben definita e non ad una difficilmente definibile “bassa troposfera”. Mi sembra una giustificazione piuttosto ingenua, visto che le metodiche di rilievo e le problematiche connesse sono del tutto identiche. Ci troviamo, pertanto, di fronte ad un paradosso: da un lato le temperature globali della bassa troposfera determinate con metodo radiometrico, dimostrano l’esistenza di una pausa nel riscaldamento globale, dall’altro i dati radiometrici, seppur riferiti ad una temperatura diversa (quella della superficie del mare), avvalorano un set di dati che nega la pausa. Davvero un bel dilemma.

In conclusione restiamo con l’amletico dubbio: questa benedetta pausa c’è o non c’è?

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Aggiornamento Outlook inverno 2016-2017 – Allacciate le cinture!

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Aggiornamento Outlook inverno 2016-2017 – Allacciate le cinture!

Questa volta inizierò l’articolo partendo dalle conclusioni.

Stiamo ormai entrando nella fase decisiva che con tutta probabilità ci porterà ad un improvviso riscaldamento stratosferico di tipo principale (MMW) il cui incipit prenderà le mosse dalle dinamiche in vista per l’ultima decade di gennaio per poi conclamarsi verosimilmente tra la fine della prima decade e l’inizio della seconda decade di febbraio.

Prima di esporvi la dinamica che, nelle mie attese,  ci condurrà a quell’evento, vorrei fare un passo indietro spiegando da dove si è partiti. Secondo letteratura di Waugh e Polvani, come già più volte ribadito, si identifica un Evento Stratosferico Estremo quando questo è preceduto da anomalie di eventi dei flussi di calore alla quota isobarica di 100hPa, opportunamente calcolati su un intervallo di 40 giorni, e può considerarsi conclamato quando gli stessi eccedono la rispettiva soglia di ±5,5 K m/s. Gli eventi dei flussi di calore precedono le variazioni del NAM e non lo seguono giacché qualunque dinamica stratosferica ha origine da precisi impulsi troposferici. Detto questo qualunque altro fenomeno che non ha le caratteristiche sopra descritte non può essere classificato come Evento Stratoferico Estremo e quindi non avrà il comportamento come da letteratura né per la durata, più ridotta, e neppure nelle conseguenze troposferiche, in quanto viene meno il fenomeno di amplificazione del segnale troposferico stesso  tipico degli eventi T-S-T. Il grafico in figura 1 sintetizza chiaramente quanto appena scritto.

Premetto che il calcolo proprietario del NAM10hPa tiene conto sia delle anomalie del geopotenziale alla quota isobarica di 10hPa tra le latitudini comprese i 60°N e i 90°N rispetto la media di riferimento 1948-2011, che degli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni. Con tale funzione si ottiene un valore del NAM10hPa a mio avviso più aderente alle dinamiche tropo-stratosferiche non solo per quanto concerne le anomalie del geopotenziale tout court ma anche per queste ultime rapportate agli stessi flussi di calore le cui dinamiche sono le vere responsabili del rafforzamento o indebolimento del vortice polare. Inoltre c’è anche da tenere conto che la media utilizzata per il calcolo delle anomalie del geopotenziale è riferita al periodo 1948-2011 in quanto, come dimostrato nella pubblicazione dal titolo “Il clima del futuro? La chiave è nel passato“, esistono variazioni di massa atmosferica con periodo di circa un sessantennio che coinvolgono, per l’appunto, le masse artiche e delle medio-basse latitudini. Quindi utilizzando questa media si ottengono valori più rispondenti alla rappresentatività delle varie oscillazioni appartenenti all’intero campionario dei dati. Dal grafico 1 si nota quindi che il NAM10hPa, in ragione delle stesse vicende dei flussi di calore e delle dinamiche del geopotenziale, non ha superato la soglia di +1,5.

Infatti guardando anche il grafico di figura 2, dove è rappresentato solo il valore del NAM e della sua previsione, noteremo che dal raggiungimento dei massimi valori, avvenuta tra Natale e gli ultimi giorni dell’anno, ha poi iniziato a fluttuare e dalla previsione sembra possa continuare ancora per qualche giorno ma con la tendenza alla diminuzione.  In relazione alle dinamiche tropo-stratosferiche di cui si scorgono le avvisaglie dai modelli deterministici si ritiene che i valori del NAM10hPa siano destinati ad un brusco calo a partire dalla terza decade del mese corrente.  Al netto della lettura dei dati del NAM10hPa dovrebbe sorgere il dubbio se sia mai stata superata la fatidica soglia semplicemente analizzando i dati fino ad oggi disponibili dai quali si evince chiaramente il mancato accoppiamento tra stratosfera e troposfera il cui effetto è indispensabile negli eventi di tipo T-S-T (vedi figura 3).

A dire il vero questo scarso accoppiamento è stato sempre presente perfino quando si è raggiunto il massimo valore positivo dell’indice AO nello scorso dicembre nei giorni che hanno preceduto il Natale. Tale caratteristica è ben rappresentata dalle figure 4 e 4a, che rappresenta la cross section delle anomalie del geopotenziale tra le quote isobariche di 1000hPa e 0,4hPa, nelle quali si evidenzia come la stratosfera e la troposfera abbiano vissuto di vita propria firmando il mancato ESE cold per l’evidenziarsi di un mancato evento T-S-T a favore di una dinamica di tipo T-S.

A tale riguardo i gentili lettori, che hanno seguito questo nostro racconto fin dalle prime battute, compresi i vari commenti, ricorderanno quanto scrissi proprio in risposta a Fulvio che qui sotto riporto integralmente:

Fulvio

7 dicembre 2016

Dott. Tosti buon giorno, si legge un pò in giro in rete e anche vedendo le carte strato previste, che si possa seriamente andare incontro ad un forte raffreddamento in stratosfera con conseguente accorpamento del VPT. Al contrario, stanno sfumando le possibilità per un riscaldamento con smembramento successivo del VPT.
Secondo lei, quali sono le possibilità ad oggi, per una o l’altra ipotesi? rischiamo veramente di mandare in soffitta questo inverno ancora prima di vederlo iniziare? Anche perchè fin’ora, nonostante un VPT non in buona salute, abbiamo raccolto solo alte pressioni con clima mite sull’ovest-sud Europa e freddo solo sull’est con ripetuti affondi sempre sulle stesse zone.
Grazie.
Fulvio.

CarloCT

7 dicembre 2016

La poca attendibilità dei modelli nel lungo termine è il chiaro sintomo che si sta avvicinando un punto di svolta. Non possedendo sfere di cristallo allo stato attuale l’unica cosa seria da fare è attendere che i modelli deterministici comincino a frequentare in maniera più stabile un preciso pattern. Inoltre affidarsi a mappe oltre le 240/300 ore, come già scritto da te Fulvio, onestamente ha veramente poco senso a meno che le stesse non traccino una linea evolutiva ripetuta per più giorni e questo non mi sembra il nostro caso, almeno per quanto concerne la medio-bassa stratosfera e la troposfera. L’unica cosa che registriamo è ciò che ho descritto sarebbe avvenuto qualche commento sopra in risposta a Mauro. Al momento non abbiamo ulteriori indicazioni che possano farci propendere per un ulteriore sviluppo verso uno Stratcooling come anche il contrario. L’unico elemento di reale incertezza è riferito all’impulso troposferico dei primi di dicembre ben evidente nei piani isobarici compresi tra 500 e 200hPa. Se vi sarà una evoluzione verso uno Stratcooling il punto di partenza sarà proprio quello. Comunque al momento non bisogna avere fretta, in questi momenti può essere solo una cattiva consigliera.
CarloCT

La parte che vorrei porre alla vostra attenzione è quella in grassetto. Scrissi quella frase in ragione del fatto che un raffreddamento stratosferico avrebbe potuto avere il suo incipit solo da quell’impulso troposferico. Tale dinamica, solo sospettata, si confermò pochi giorni più tardi. Forse qualcuno ora entrerà in confusione perché fino a questo punto ho argomentato a suffragare il mancato ESE cold e ora vengo a scrivere che c’è stato uno stratcooling? Per meglio chiarire va ricordato che i fenomeni di raffreddamento e riscaldamento stratosferico si susseguono sempre, ogni anno dall’autunno alla primavera, ma solo alcuni di loro finiscono per essere classificati come ESE, ecco perché mi riferii ad un raffreddamento stratosferico e non ad un ESE. La poca convinzione che si potesse concretizzare l’ESE era proprio nella dinamica dei flussi di calore che non apparivano compatibili con uno scivolamento verso un Evento Estremo. Sembrerà una sottigliezza ma le dinamiche iniziali e le conseguenze tra le due condizioni sono abissalmente diverse. Se dietro a ciascun ESE c’è evidentemente uno stracooling o uno stratwarming non può dirsi la stessa cosa per il caso contrario, ed in fondo è ciò che è avvenuto. Per coloro i quali sono amanti delle stagioni invernali stile Lapponia consiglio di conservare i dati e mappe a vari livelli isobarici e di varie variabili inerenti la presente stagione perché la dinamica che si è prodotta è quella che lascia il segno nei ricordi e negli annali non solo per intensità ma anche per persistenza (vedi deterministici e cronache). Infatti da un lato è rara ma nello stesso tempo tipica quando vi sono forzanti troposferiche come quelle di questa stagione (vedi tutte quelle fin qui discusse che non riporto di nuovo in questo articolo) che finiscono per determinare una consequenzialità di eventi. Il mancato ESE, e quindi il mancato effetto T-S-T, e la posizione della cella convettiva equatoriale hanno determinato da un lato un flusso zonale sui 60°N ai limiti della tropopausa oscillante nei valori normali, salvo un picco in corrispondenza del massimo dell’indice AO raggiunto attorno al Natale, e dall’altro una conseguente attività d’onda mai doma.  In tutto questo gioco di sponde è fondamentale, come detto, l’attività convettiva equatoriale che alimenta le due onde principali (ricordate quanto ho scritto in merito? Ricordate anche quando scrissi che la prima decade di gennaio sarebbe stata il punto di svolta?). Uno degli artefici di tutta la dinamica è stata, e lo sarà ancora, la posizione della convezione equatoriale che anche se di scarsa ampiezza si è mantenuta principalmente nelle zone 6, 7, 8 e 1. In particolare il tipo di dinamica già discussa nel primo articolo impone un’accelerazione della corrente a getto non sul lato atlantico ma in quello pacifico in uscita tra la Cina e il Giappone, condizione che prelude ad una intensificazione dell’attività convettiva causata da un incremento del geopoteziale sulla destra del flusso zonale in corrispondenza della zona 7 della MJO, considerazione che approfondirò poco più avanti. Sul lato atlantico lo spostamento ad alte latitudini (ben più a nord del circolo polare artico) della corrente a getto ha determinato un’azione di tilting del blocco atlantico a più alta latitudine finendo per consegnare il Mediterraneo centrale ad una caduta del geopotenziale e a una circolazione retrograda fredda dall’Europa orientale. Sempre per la mancanza della sfera di cristallo tale situazione era stata vagamente immaginata nell’aggiornamento all’outlook pubblicato prima di Natale quando scrissi: “…Questo avrà l’effetto di rimodulare il treno d’onda arretrando verso l’Atlantico la seconda onda con relativa flessione del geopotenziale sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo e richiamando aria fredda proveniente dall’Europa orientale. Il periodo in questione da tenere sott’occhio è la prima decade di gennaio. Se tutto ciò troverà conferma, vedrà il riproporsi proprio dalla seconda metà dell’ultima decade del mese della ripresa dell’attività d’onda e dei flussi di calore, il cui pattern favorirà la loro propagazione verticale producendo nuovi disturbi al vortice polare stratosferico…“.

Tutta la dinamica proposta si è poi sviluppata come ormai nelle cronache, andando al di là di quanto poteva essere in quel momento previsto o immaginato ma centrando il quadro sinottico generale.

Consentitemi un po’ di partigianeria (visto il grande lavoro che c’è dietro) ma quest’anno si è meglio evidenziata l’efficacia del modello IZE con riferimento alla previsione dell’attività d’onda che sta confermando risultati eccellenti. Speriamo non tradisca le aspettative proprio ora. Questo prodotto non è certo il migliore ed è anzi migliorabile, ma presenta già ottime credenziali di efficacia ed affidabilità soprattutto se contestualizzato con tutti gli altri indici teleconnettivi già conusciuti ed in uso.

Ma torniamo a quanto accennato poche righe più su circa le vicende dell’attività convettiva equatoriale. Riprendo quanto scritto nell’ultimo articolo circa l’evoluzione della MJO: “…Questa evoluzione d’onda troposferica è incentivata dall’attività convettiva equatoriale, come descritto nel precedente Outlook, che si porterà progressivamente nelle fasi 6, 7 e 8. In tal senso riporto le previsioni della MJO di ECMWF in figura 4 per i prossimi trenta giorni. La media dei membri al momento non indica una buona presa di ampiezza del segnale, ma non escludo che questa potrà essere corretta in output successivi, in particolare per quanto concerne il periodo compreso tra l’ultima decade di gennaio e la prima decade di febbraio…

Nei grafici delle figura 5, 5a e 5b sono riportati rispettivamente il grafico pubblicato nell’articolo ci ho appena accennato e i successivi due aggiornamenti. Si può facilmente notare che la media dei membri tenda ad essere corretta verso una maggiore ampiezza verso la zona 7. Ovviamente si tratta di previsioni su base mensile e quindi da considerare con molta cautela, ma comunque sono indicazioni che danno supporto alle attese finendo per avere esse stesso un peso e validità maggiore. Vedremo i prossimi aggiornamenti che a mio avviso tenderanno a confermare la presa di ampiezza in fase 7. Se giungeranno le attese conferme ci sarà da tenerne conto perché statisticamente la fase 7 è la più favorevole nel precedere i fenomeni di stratwarming e pertanto ne prendiamo nota quale primo indizio verso questa soluzione.

Il secondo indizio, appena accennato in precedenza, proviene dagli stessi deterministici, che mostrano una dinamica stratosferica che dovrebbe portare la circolazione ad una sola onda con il vortice polare stratosferico spostato verso il comparto euro-asiatico. Questa posizione, nella piena maturità stagionale del vortice, è la più favorevole per lo sviluppo di intensi flussi di calore meridionale causati da intensi flussi di compressione per la caduta d’aria, dalle quote più alte, a seguito della forte convergenza orizzontale individuabile lì dove le isoipse si infittiscono lungo la linea di flusso (proprio sul lato siberiano settentrionale). In quella posizione i flussi diverranno via via più convergenti verso l’area polare.

Per il terzo indizio chiedo al lettore un ulteriore sforzo di concentrazione perché dovremo necessariamente tornare all’inizio del nostro ragionamento per spiegare al meglio la dinamica avvenuta aiutandoci con i grafici del lavoro di Waugh e Polvani. Come scritto precedentemente in questo articolo i raffreddamenti o riscaldamenti stratosferici si susseguono in ogni stagione invernale dall’autunno alla primavera causati da precise risposte alle variazioni dei flussi di calore alla quota isobarica di 100hPa a loro volta di matrice troposferica. Ho anche scritto che un raffreddamento o riscaldamento stratosferico differisce nettamente da un ESE sia per natura dinamica che conseguentemente per durata. Ora cercherò di spiegare tali differenze.

Il grafico in figura 6 è quanto in letteratura dal lavoro di Waugh e Polvani. Vi sono comparati gli eventi dei flussi di calore, opportunamente calcolati su 2 e 40 giorni, con il NAM10hPa. Il grafico di sinistra rappresenta la media dinamica appartenente ai casi con alti eventi di flussi di calore mentre il grafico di destra i casi con bassi eventi di flussi di calore. Le linee rosse continue rappresentano gli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni mentre le linee rosse tratteggiate rappresentano gli stessi eventi di flussi di calore ma calcolati su un intervallo di due giorni. Nel primo caso dopo un precondizionamento con una fluttuante flessione dei flussi di calore segue una netta ripresa che porta dritti ad un ESE warm. Nel secondo caso dopo un precondizonamento con alti flussi di calore segue una brusca caduta degli stessi che porta dritti ad un ESE cold. Sempre nello sudio di Waugh e Polvani si individua la soglia dei ±5,5 K m/s inerente gli eventi dei flussi di calore calcolati su 40 giorni il cui superamento diviene elemento caratterizzante di un ESE.

Nel grafico di figura 6a fissiamo l’attenzione sulle linee rosse tratteggiate rappresentanti gli eventi dei flussi di calore sull’intervallo di 2 giorni. Le frecce contrassegnate con i numeri 1-2 e 3-4 indicano il tempo intercorso tra il momento della riduzione dei flussi di calore e la loro ripartenza.

Nel grafico di sinistra, inerente i casi con alti eventi di flussi di calore, la dinamica che determina la riduzione dei flussi di calore non presenta caratteristiche tali da determinarne un blocco totale con una conseguente loro repentina caduta, tipico di un vortice polare troposferico già piuttosto chiuso con velocità zonali alle alte latitudini già rapide e in ulteriore rinforzo, ma piuttosto segue un andamento nel quale rimane la presenza delle onde principali le cui azioni meridiane sono in parte inibite dalla ripresa zonale ma al contempo non in grado di impedirne, alternativamente, azioni di disturbo. Al minimo raggiunto dei flussi di calore corrisponde dopo circa 5 giorni il massimo valore del NAM. In questo caso gli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni (linea rossa continua) non superano mai la soglia dei -5,5 K m/s a significare che la dinamica troposferica sopra descritta non consente un raffreddamento e accelerazione del vortice stratosferico in grado di condurlo verso un evento estremo. Il “rimbalzo” del segnale dalla stratosfera verso la troposfera non si concretizza, così si determina una dinamica di tipo troposferica-stratosferica (T-S). Questa evoluzione è piuttosto breve con un tempo medio non eccessivamente lungo e di poco superiore ai 20 giorni.

Se volgiamo l’attenzione al grafico di destra, inerente i casi con bassi eventi di flussi di calore, notiamo questa volta che l’interruzione degli eventi dei flussi di calore, calcolata su un intervallo di due giorni, è brusca e di notevole ampiezza, segno che in troposfera si è instaurata una circolazione con accelerazione e contrazione del vortice polare con annullamento dei flussi di calore oltre i 50°N. L’impulso generato (approfondimento e accelerazione) con caduta dei flussi di calore, si propaga in stratosfera e prosegue senza particolari disturbi. In questo caso tutto l’impianto circolatorio depone verso il raggiungimento e superamento della soglia dei -5,5 K m/s degli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni (linea rossa continua), ed in questo caso quasi simultaneamente (probabilmente con un ritardo medio di uno/due giorni) il NAM supera la soglia di +1,5. Il “rimbalzo” stratosferico del segnale troposferico in questo caso si realizza e raggiunge di nuovo la troposfera attuando la dinamica di tipo troposferica-stratosferica-troposferica (T-S-T) amplificando le dinamiche che hanno scaturito il primo impulso determinando un condizionamento troposferico con ulteriore approfondimento e accelerazione del vortice polare. Questa evoluzione è piuttosto lunga con un tempo medio di 40 giorni (mediamente il doppio del caso precedente).

Compreso questo meccanismo allora possiamo guardare ai grafici, sempre presi dal lavoro di Waugh e Polvani, della cross section del NAM a varie quote poste a confronto con i grafici dei flussi di calore appena analizzati e visibile in figura 6b. Ora risulterà più chiara tutta la dinamica descritta. Partendo dai due grafici di sinistra noteremo che gli impulsi troposferici, causa della riduzione dei flussi di calore, determinano un approfondimento del vortice stratosferico. Il segnale troposferico, rimbalzato al limite superiore della stratosfera, torna verso la troposfera senza raggiungerla perché si dissipa tra i 15 e i 22 Km di quota (circa 100 e 45hPa) deponendo l’intera dinamica ad un evento di tipo T-S. Da notare che la ripartenza dei flussi di calore in questo caso si realizza con un indice AO attorno alla neutralità con valori più tendenti al positivo.

Ora spostando lo sguardo ai grafici di destra si nota come la dinamica troposferica generi un aumento dei flussi di calore ma non ben incisivi. Da notare che questi subiscono una brusca interruzione in corrispondenza di un indice AO attorno alla neutralità con valori più tendenti al negativo. La flessione dei flussi di calore è diretta conseguenza di un approfondimento del vortice polare troposferico con intensificazione del flusso zonale alle alte latitudini che genera un impulso che si propaga in stratosfera. Il progressivo abbattimento dei flussi di calore produce un graduale approfondimento ed accelerazione zonale del vortice polare stratosferico. Il segnale in “rimbalzo” dal limite superiore della stratosfera raggiunge la troposfera visto che l’intera colonna troposferica si trova in accordo con anomalie del geopotenziale dello stesso segno, deponendo l’intera dinamica ad un evento di tipo T-S-T. Poiché il segnale trasporta impulso nella direzione in cui si propaga, quando viene riflesso produce un impulso di ampiezza maggiore di quello trasportato ragione per cui quando raggiunge la troposfera tende ad approfondire ulteriormente il vortice evidenziato da un aumento dell’indice AO, conclamando un condizionamento (vedi riquadro viola). E’ pure interessante notare come al raggiungimento dell’ESE cold si verifichi la ripartenza dei flussi di calore che inizialmente è forte in risposta alla dinamica dell’ESE stesso (vedi equazione di Ertel che definisce la vorticità potenziale su superfici isoentropiche) ma poi subisce una generale frenata causata proprio dalla costante divergenza degli stessi flussi di calore per l’intensa chiusura del vortice.

Ora supponiamo di non disporre dei dati del NAM10hPa quindi per decifrare gli avvenuti o meno Eventi Stratosferici Estremi dobbiamo lavorare unicamente con l’interpretazione dei dati. Useremo gli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 2 e 40 giorni (osservati e previsti), come da figura 7, l’anomalia del geopotenziale attraverso il grafico della cross section tra 1000 e 0,4 hPa già vista in figure 4 e 4a e il grafico dell’attività d’onda del modello IZE, come da figura 8.

Analizziamo i dati degli eventi dei flussi di calore di figura 7. Seguendo la curva azzurra, che rappresenta gli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 2 giorni, notiamo che un aumento dei flussi è iniziato il 22/09/2016 per giungere ad un massimo il 23/11/2016 per un tempo complessivo di 62 giorni. Notiamo già una prima differenza rispetto al comportamento medio analizzato da Waugh e Polvani che nei casi di eventi con bassi flussi di calore presenta una dinamica di precondizionamento caratterizzata da una fase di alti livelli dei flussi stessi prima di interrompersi bruscamente per un periodo complessivo piuttosto breve di circa una ventina di giorni. Dopo il 23 novembre si è assistito ad una interruzione dei flussi di calore con una flessione, raggiungendo il minimo il 22/12/2016, ovvero dopo 29 giorni. Qui il riscontro dei dati si fa ancora più interessante in quanto sappiamo che in caso di precondizionamento da alti flussi di calore allo sviluppo di un ESE cold decorre un tempo medio di circa 40 giorni ed invece in caso di precondizionamento da bassi flussi di calore allo sviluppo di una dinamica opposto è di una ventina di giorni. Vista la tempistica dei dati osservati si desume che il comportamento dei flussi di calore non è quello che avrebbe dovuto condurre ad un ESE cold ma piuttosto è quella facente capo ad una dianamica di precondizionamento che condurrà ad un ESE warm. I dati degli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di 40 giorni confermano quanto riscontrato visto che è stato raggiunto il valore minimo di -4,89 K m/s non corrispondente al superamento del valore di solgia di -5,5 K m/s segno inconfutabile per dichiarare conclamato un ESE cold.

Se sono stato sufficientemente bravo nella spiegazione di cui sopra, riguardando i grafici 4 e 4a ora riuscirete chiaramente a decifrare il “linguaggio” espresso dal susseguirsi delle varie anomalie e avrete anche individuato che si tratta della dinamica appartenente ai grafici riferiti agli alti eventi dei flussi di calore (grafici di sinistra) del lavoro di Waugh e Polvani e già discussa nel precedente aggiornamento all’outlook pubblicato lo scorso primo gennaio.

A questo punto cosa dobbiamo aspettarci? Sulla base di tutto quanto qui discusso direi che è già iniziata tutta la dinamica che ci porterà ad uno stratwarming che, con elevate probabilità, si conclamerà in un ESE warm (MMW) in un tempo medio di circa 40 giorni dal minimo raggiunto degli eventi dei flussi di calore calcolati su un intervallo di due giorni, così come da letteratura. Poiché il loro minimo è avvenuto lo scorso 22 dicembre allora possiamo stimare che ciò potrà avvenire non prima della fine di gennaio. Se torniamo al grafico di figura 6 possiamo notare che, dopo la ripartenza dei flussi contrassegnati nel grafico di sinistra con la freccia numero 2, una nuova e temporanea loro flessione, prima della forte ascesa che conduce all’ESE warm, si concretizza dopo circa 20 giorni dall’avvenuto minimo il che mi porta a ritenere che l’andamento del NAM fin dai prossimi giorni sarà evidenziato da un brusco calo che si protrarrà fino a circa la metà della terza decade di gennaio poi seguito da qualche giorno di sostanziale stazionarietà, o anche di lieve ripresa, arrivando così alla fine del mese. In verità alla data di stesura di questo articolo il modello GFS mostra nella coda della produzione stratosferica una evoluzione aderente a quanto sopra indicato. Al momento si evidenzia un disturbo collegato alle due onde con successiva e progressiva rotazione del vortice la cui azione determinerà l’abbattimento della seconda onda giungendo ad un disturbo a carico della sola onda pacifica con displacement del vortice e trasferimento di vorticità in zona atlantica. Tutto ciò determinerà nel corso della terza decade del mese corrente lo smantellamento delle condizioni bariche e di flusso zonale tra l’atlantico e il nord Europa che hanno determinato le ripetute e durature azioni artiche fino nel cuore del Mediterraneo con conseguente ripristino della zonalità. Ma a mio modesto parere questa evoluzione focalizza solo l’inizio dell’intera dinamica che ritengo debba prevedere una seconda rotazione del vortice polare con particolare riferimento alla quota isobarica di riferimento del NAM a 10hPa. Da qui il mantenimento, tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio, del flusso zonale troposferico. Ma sarà solo una fase temporanea quale preludio alla ripresa dell’attività d’onda che imprimerà una nuova azione meridiana che, come visibile nel grafico di figura 8 prevista dall’IZE, determinerà un’impennata dei flussi di calore che verosimilmente porterà al riscaldamento improvviso di tipo principale (MMW) nel corso della prima decade di febbraio o al più tardi entro la metà della seconda decade. In presenza di una dinamica da ESE cold conclamato, la tempistica media tra il picco di alti flussi di calore, quale precondizione all’ESE cold, alla successiva fase di alti livelli di flussi è di circa 100 giorni. In una dinamica di precondizionamento da alti livelli di flussi di calore che però non portano ad un ESE cold, come il caso di questa stagione, alla successiva fase di alti livelli dei flussi che portano ad un ESE warm è in media molto più breve ed è di circa 80/85 giorni. Infatti dal 23/11/2016, picco massimo degli eventi dei flussi di calore, calcolati sull’intervallo di due giorni, aggiungendo 80/85 giorni si arriva proprio al periodo compreso tra la fine della prima decade e l’inizio della seconda decade di febbraio.

In questa seconda fase, in ragione di quanto già indicato nel primo outlook e di quanto fin qui discusso, sono portato a ritenere che la nuova posizione assunta dell’asse del vortice polare stratosferico potrà essere favorevole alla ripartenza della seconda onda che, in attività congiunta alla prima, potrà portare, al conclamarsi dell’MMW, alla scissione del vortice stesso. Ovviamente questa è solo una mia ipotesi al momento suffragata solo da indizi che mi fanno considerare la dinamica esposta come soluzione prevalente rispetto ad una di tipo Displacement. Comunque per quanto concerne l’eventuale classificazione ritengo doveroso una rivalutazione sulla base di dati più completi che certamente arriveranno nei prossimi giorni.

A conforto e supporto della tesi esposta giunge anche l’ultima corsa disponibile, all’atto di stesura del presente articolo, delle anomalie settimanali del geopotenziale alla quota isobarica di 500hPa di CFSv2 come da figure 9 e 10 dalla seconda alla quarta settimana. Da queste si nota la prevista ripresa zonale basso atlantica fin sull’Europa meridionale con forte anomalia positiva del geopotenziale sul Canada nord orientale fino in zona islandese ad indicare una fase a NAO negativa. Nell’ultima settimana si nota la ripartenza dell’attività d’onda e dei flussi di calore sul lato euroasiatico. Tale dinamica è compatibile con i precursori troposferici di un imminente riscaldamento stratosferico.

Detto ciò corre l’obbligo di monitorare attentamente l’evoluzione nei prossimi giorni al fine di trovare conferme o smentite. Da tenere ulteriormente presente che la cosa più importante è la conferma della dinamica qui esposta in un arco temporale più o meno compatibile a quello indicato.

Infine per chi volesse approfondire, tra i tanti lavori in letteratura,  consiglio i seguenti:

  1. Waugh e Polvani – “Stratospheric Polar Vortices”;
  2. Waugh e Polvani – “Upwelling Wave Activity as Precursor to Extreme Stratospheric Events and Subsequent Anomalous Surface Weather Regimes”;
  3. Cohen e J. Jones – “Tropospheric Precursors and Stratospheric Warmings”.
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Le Previsioni di CM – 16 / 22 Gennaio 2017

Posted by on 08:39 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 0 comments

Le Previsioni di CM – 16 / 22 Gennaio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Aria fredda di recente origine artica marittima affluisce in queste ore fin nel cuore del Mediterraneo in conseguenza di un affondo incisivo del vortice polare che ha temporaneamente bucato il ponte di Voejkov tra la Scandinavia e l’Europa centro-orientale. Ne è conseguita la formazione di una depressione mediterranea, centrata in queste ore sull’Italia meridionale, che viene alimentata dall’aria molto fredda in discesa lungo il bordo orientale della cellula anticiclonica atlantica con conseguente maltempo sull’Italia, e in modo particolare sulle regioni centrali dove il richiamo di correnti orientali dai Balcani favorisce nevicate copiose anche al piano.

Una profonda depressione è in azione sulla Groenlandia con associate condizioni meteo-marine di burrasca forte sullo Stretto di Danimarca. Persiste il gelo sulla Russia e sull’Europa, con temperature minime negative sulla quasi totalità del continente europeo, spesso in doppia cifra (Figs. 1,2).

Fig.1. GFS, Lunedì 16 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.2. GFS, Martedì 17 Gennaio. Temperature minime (sotto lo zero nei toni dell’azzurro). Fonte: www.windytv.com

All’inizio della settimana il ponte di Voejkof si ricostituirà, con conseguente richiamo di aria fredda dalla Russia fin sull’Iberia passando per l’Europa centrale e per l’Italia centro-settentrionale. Si tratterà di aria dalle caratteristiche via via più continentali, non freddissima all’origine, a causa di un recente richiamo di correnti più miti sulla Russia dall’Asia centrale, ma povera di umidità. Le recenti nevicate sull’Europa centrale, unitamente ai rasserenamenti dei prossimi giorni, tuttavia, permetteranno il raggiungimento di valori minimi importanti su vaste aree del continente europeo. Persisterà, invece, il maltempo sul Mediterraneo per il persistente afflusso di aria fredda dai Balcani a interagire con quella più calda e umida richiamata dal Golfo di Gabès e della Sirte (Figs. 3,4).

 

Fig.3. GFS, Mercoledì 18 Gennaio. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.4. GFS, Mercoledì 18 Gennaio. Il tracciante di massa d’aria mostra il contrasto tra l’aria fredda e secca continentale e quella più umida mediterranea. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nella seconda metà della settimana il ponte anticiclonico subirà l’attacco del vortice polare nella forma di una poderosa saccatura che dal Mare di Kara affonderà in direzione del Caspio e delle steppe kazake, sbaragliando la cellula anticiclonica russa europea e separando la cellula europea dall’anticiclone termico stagionale sulla Siberia orientale. Ne risulterà un cambiamento sostanziale della configurazione sinottica emisferica. L’anticiclone europeo, orfano di quello russo, tenderà a schiacciarsi lungo i paralleli subendo anche l’iniziativa del redivivo flusso atlantico che proporrà una saccatura in avvicinamento dal medio Atlantico alla penisola iberica e alle isole britanniche.

Nel contempo, il vasto minimo chiuso di geopotenziale isolatosi sul Mediterraneo centro-occidentale per il tilting dell’anticiclone europeo, tenderà a muoversi retrogrado per entrare in fase con il flusso principale atlantico (Fig. 5). È proprio in questa fase che potrebbero realizzarsi condizioni favorevoli ad estese nevicate sulla pianura padana, per effetto della sovrapposizione di aria umida atlantica all’aria fredda accumulatasi nei bassi strati. Per quanto da manuale, questa evoluzione tuttavia resta al momento piuttosto incerta, per la complessità dell’evoluzione stessa e per la possibilità che l’anticiclone si mostri troppo forte alle medie latitudini europee (Fig.6).

Fig.5. GFS, Venerdì 20 Gennaio : Geopotenziale a 500 hPa e pressione al suolo.Fonte: www.wetterzentrale.de

 

Fig. 6. Ensamble GFS, Sabato 21 Gennaio: Elevata incertezza sull’evoluzione sinottica.Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì ampie schiarite sulle regioni settentrionali di nord-ovest, con quelle nord-orientali più soggette a passaggi nuvolosi prevalentemente stratiformi e in assenza di precipitazioni significative. Nuvolosità più intensa sulla Romagna, in intensificazione nel corso delle ore con nevicate associate, fino al piano. Al Centro: ampie schiarite su Toscana e Sardegna con passaggi nuvolosi associati a locali, deboli precipitazioni. Generalmente molto nuvoloso o coperto su Umbria, Marche e Abruzzo, con nevicate fino al piano, più probabili e abbondanti sul versante adriatico. Nuvolosità irregolare sul Lazio con qualche precipitazione sparsa, nevosa a quote collinari. Al Sud condizioni di spiccata instabilità con precipitazioni diffuse, localmente intense e nevose a quote relativamente basse, dai 2-300 metri dell’Appennino molisano agli 800-1000 metri dei rilievi calabresi e siciliani. Temperature: in ulteriore diminuzione le minime al Nord e sulla Toscana. Venti tra moderati e forti a rotazione ciclonica attorno al minimo centrato sulle regioni meridionali.

Martedì situazione poco evolutiva: nuvolosità variabile al Nord in sostanziale assenza di precipitazioni con l’eccezione della Romagna dove insisteranno le nevicate, anche al piano. Al Centro, cielo coperto con ulteriori nevicate fino al piano su Marche, Umbria e Abruzzo, con quota neve in progressiva risalita a partire dall’Abruzzo meridionale per richiamo di aria meno fredda in seno a correnti sciroccali in risalita dall’Adriatico meridionale. Nuvolosità variabile su Lazio e Toscana con ampie schiarite. Tempo perturbato sulla Sardegna con piogge e rovesci diffusi e nevicate a quote superiori ai 400-500 metri. Tempo perturbato anche al Sud, con piogge, rovesci e temporali diffusi e nevicate a quote superiori agli 800-1000 metri con accumuli notevoli sull’Appennino meridionale. Temperature in lieve aumento sull’Adriatico centro-meridionale e sullo Jonio. Venti tesi a circolazione ciclonica attorno al minimo sul Tirreno meridionale.

Mercoledì generali condizioni di stabilità al Nord salvo residui addensamenti sulla Romagna associati a nevicate, in miglioramento nel corso della giornata. Insiste la nuvolosità sulle Marche con precipitazioni in esaurimento, nevose anche a quote molto basse. Nuvolosità variabile sulle regioni tirreniche con qualche addensamento associato a locali precipitazioni. Da molto nuvoloso a coperto sull’Abruzzo, con precipitazioni anche intense ed abbondanti, nevose al di sopra dei 400-500 metri. Spiccata instabilità sulla Sardegna con piogge, rovesci e nevicate al di sopra degli 800 metri, in graduale miglioramento dalla serata. Ancora spiccata instabilità al Sud con piogge, rovesci e temporali diffusi e nevicate abbondanti sui rilievi al di sopra degli 800-1000 metri. Temperature stazionarie o in lieve aumento. Venti di grecale al Centro-Nord. A circolazione ciclonica attorno minimo centrato sulla Sicilia.

Giovedì il miglioramento delle condizioni atmosferiche si estenderà anche alle regioni centrali, pur in presenza di annuvolamenti più frequenti sulle regioni centrali adriatiche e sulla Sardegna, ma con scarsa possibilità di precipitazioni per lo più limitate all’Abruzzo e all’Isola, nevose al di sopra degli 800-1000 metri. Persistono nuvolosità e precipitazioni sulle regioni meridionali peninsulari, con fenomeni localmente intensi e precipitazioni abbondanti, nevose al di sopra dei 1000 metri. Schiarite più ampie sulla Sicilia. Temperature in lieve aumento all’estremo Sud. Venti generalmente moderati dai quadranti orientali su tutti i bacini, con l’eccezione dello Jonio dove persiste il libeccio, in attenuazione.

Venerdì iniziali condizioni di cielo generalmente poco nuvoloso al Centro-Nord, con tendenza ad aumento della nuvolosità stratiforme a partire da ovest. Nuvolosità in aumento sulla Sardegna con precipitazioni dalla serata, nevose sopra i 1300-1500 metri. Nuvolosità irregolare al Sud con residue deboli precipitazioni. Temperature in aumento al Sud e sulle regioni tirreniche. Venti orientali ovunque, da moderati a forti sui bacini centro-meridionali.

Sabato e Domenica tendenza a rapido aumento della nuvolosità su tutte le regioni con precipitazioni diffuse a partire dalla Sardegna, in estensione alle regioni tirreniche e successivamente al resto del Paese, nevose in pianura al Nord e a quote superiori ai 1200-1400 metri sulle regioni centro-meridionali. Temperature in ulteriore lieve aumento, venti sciroccali.

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Lampi di ragione

Posted by on 13:51 in Attualità | 13 comments

Lampi di ragione

Nell’ambito del tragicomico processo di passaggio di consegne che sta avvenendo al di là dell’oceano – comico perché il subentrante ha in effetti dei tratti di involontaria comicità, tragico perché i perdenti proprio non riescono a farsene una ragione – pare che durante le audizioni al Senato per la conferma della nomina del futuro capo della CIA, la componente democratica si sia a lungo soffermata sui temi del cambiamento climatico. Il WSJ ha ironizzato sull’argomento con un articolo dal titolo The Climate Intelligence Agency, da cui trapela chiaramente la convinzione che il clima che cambia sia argomento di sicurezza nazionale, più di quanto non lo siano il terrorismo, la questione medio orientale, le risorse energetiche e alimentari e così via.

La cosa non stupisce, perché il presidente uscente ha più volte dichiarato di essere convinto che il problema più grosso che il mondo sia costretto ad affrontare sia proprio il global warming. Non so se gli sfugga il particolare che le favorevoli condizioni climatiche e l’accresciuta concentrazione di CO2 delle ultime decadi hanno contribuito non poco a garantire una produttività agricola e quindi una disponibilità di risorse alimentari che garantiscono il sostentamento ad una popolazione globale in continua crescita, abbattendo al contempo il numero di quanti soffrono la fame. Oggi siamo 7,3 mld e ci sono 795 mln di persone affamate, 30 anni fa eravamo 5,7 mld e soffrivano la fame 1,1 mld di persone. Quindi la porzione della popolazione globale che soffre la fame si è ridotta da sesto ad un decimo del totale.

A questo, ha pesantemente contribuito lo sviluppo dell’agricoltura industriale, che ha sviluppato tecniche di coltura e di protezione dalle malattie – soprattutto uso di fitofarmaci – che hanno letteralmente compiuto un miracolo. Negli ultimi anni, tuttavia, si sta diffondendo sempre di più la convinzione che tutto questo sia un male, che solo ciò che è bio possa garantire la salubrità del cibo e che si debba tornare all’epoca in cui si poteva consumare solo quello che si riusciva a strappare alla terra con mille sacrifici.

Come in tutte le cose, certamente, il bene sta nel mezzo, come ci ha più volte spiegato Luigi Mariani intervenendo su questi argomenti sulle nostre pagine. Ma è davvero difficile sentire parlare con obbiettività di queste cose, specialmente sui media generalisti, che sono letteralmente invasi dal pensiero dominante della decrescita felice. Penso di farvi cosa gradita quindi proponendovi l’ascolto del podcast della trasmissione Fabbrica 2.4 condotta da Filippo Astone e andata in onda su Radio24 ieri sabato 14 gennaio. Ventiquattro minuti di autentici lampi di ragione e realismo. Cose che, tanto per fare un esempio, non è stato possibile vedere o sentire neanche per un secondo nei 6 mesi dell’EXPO di Milano, che invece proprio di questo avrebbe dovuto parlare.

Lo trovate qui. Buona Domenica.

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07/01/2017: a Montevergine mai così freddo dal 1963

Posted by on 09:54 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 0 comments

07/01/2017: a Montevergine mai così freddo dal 1963

Non è la prima volta che pubblichiamo dati e analisi relative all’Osservatorio di Montevergine, un sito osservativo molto importante dal punto di vista climatico per la sua particolare posizione geografica. Un sito però che “resiste”, nel senso che continua ad esistere, soltanto grazie all’opera volontaria di un gruppo di giovani appassionati di questa materia e non già, come dovrebbe e potrebbe essere in una situazione normale, perché l’interesse scientifico si traduce in impegno pratico da parte delle istituzioni, quali esse siano.

Ad ogni modo, la passione e l’impegno vincono sempre, per cui la serie storica di Montevergine continua ad essere arricchita giorno dopo giorno. Come per diverse altre località nel nostro Paese, i primi giorni di questo mese sono destinati a risaltare non poco nelle medie storiche.

Ecco quindi una nota sull’evento freddo dei giorni attorno all’Epifania mandatami da Vincenzo Capozzi, che oltre ad onorarmi con la sua amicizia, è nel gruppo che si danna per mantenere l’osservatorio operativo e svolge attività di ricercatore per l’Unipathenope di Napoli.

Dopo la lettura, non mancate di visitare il sito ufficiale dell’Osservatorio: www.mvobsv.org.

gg

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Sui bacini centro-orientali del Mediterraneo ha avuto luogo un’ondata di freddo di notevole rilievo. Lo scorso 7 gennaio presso l’Osservatorio meteorologico di Montevergine è stata una registrata una temperatura minima di -12.7°C. Si tratta del valore di temperatura più basso registrato negli ultimi 54 anni: è necessario, infatti, risalire al lontano 1963 per riscontrare valori termici ancor più rigidi. Come si evince dalla tabella riportata di seguito, la minima del 07/01/2017 si pone al trentanovesimo posto nella speciale classifica delle temperature minime più basse registrate dal 1884 ad oggi.

La temperatura massima registrata lo scorso 7 gennaio, pari a -10.7°C, assume ancora maggior rilievo: si tratta, infatti, della terza temperatura massima più bassa di sempre. Soltanto nel già citato inverno del 1963 (e più precisamente il 23/01/1963) e nel più famigerato inverno del 1929 (in particolare, il 03/02/1929) sono state registrate temperature massime più basse (rispettivamente -11.4°C e -11.0°C).

 

I dati registrati presso l’Osservatorio di Montevergine, dunque, testimoniano l’assoluta rilevanza della “cold wave” giunta sul Mediterraneo centro-orientale. La stessa sarà senz’altro annoverata, perlomeno sotto il profilo squisitamente termico, come una delle più intense degli ultimi decenni.

Precisiamo che dal 24/12/2007 i dati di temperatura sono rilevati attraverso strumentazione meteorologica automatica, posta in schermo solare passivo. Sino al 23/12/2007, invece, le rilevazioni termiche sono state affidate a termometri a massima e a minima, collocati all’interno di una capannina meteorologica e quotidianamente predisposti da un operatore.

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