Eventi Meteorologici Estremi

Eventi termici estremi

Alle medie latitudini dell’emisfero Nord gli eventi termici estremi sono stazionari nel periodo 1979-2012 (Screen & Simmonds, 2014).

Le analisi condotte sulla serie storica delle temperature di Milano Brera indicano invece un aumento delle ondate di caldo sull’Europa dopo il 1987 (Mariani, 2015).

Eventi pluviometrici estremi

Qui le cose sono assai meno chiare anche per la progressiva riduzione della qualità delle serie storiche di dati che rende proibitivo esprimere valutazioni in merito a serie storiche orarie. Ciò detto occorre rilevare che le evidenze osservative indicano che nella maggior parte delle aree mondiali non vi sono segnali di incremento nell’intensità degli eventi estremi. In proposito una ricerca pubblicata sul Journal of Climate nel 2013 a firma di Westra e altri ricercatori ha verificato le tendenze delle precipitazioni massime annue di un giorno per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). Il lavoro è stato riferito ad un totale di 8326 stazioni terrestri che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni mostra un decremento nelle piogge estreme,  l’8% un incremento e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

Si segnala inoltre che:

  1. I già citati Screen & Simmonds ( 2014), lavorando su un dataset di rianalisi relativo alle medie latitudini dell’emisfero Nord hanno evidenziato la sostanziale stazionarietà degli eventi pluviometrici e termici estremi nel periodo 1979-2012
  2. Mariani e Parisi (2013), analizzando un vasto dataset di dati pluviometrici giornalieri per stazioni dell’area euro-mediterranea per il periodo 1973-2010 ed utilizzando lo schema di analisi proposto da Alpert et al. (2002) hanno evidenziato l’infondatezza dell’aumento parossistico delle piogge estreme giornaliere affermato dagli stessi Alpert et al. in un lavoro del 2002
  3. Fatichi e Caporali (2009), lavorando sulle serie storiche di precipitazione di 785 stazioni della Toscana per il periodo 1916-2003, hanno posto in evidenza l’assenza di trend nel regime precipitativo medio e nell’intensità degli eventi estremi di 3,6 e 12 h in pressoché tutte le stazioni analizzate
  4. Pinna (2014) analizza le piogge estreme per l’area mediterranea e per la Toscana evidenziando l‘assenza di trend rilevanti riferibili agli eventi pluviometrici estremi.

Eventi alluvionali

Diversi studi paleoclimatici evidenziano che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale)  che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013).  Istruttiva può essere inoltre l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po (8 eventi noti nel XVIII secolo, 20 eventi nel XIX, 18 nel XX e 2 finora nel XXI).

Cicloni tropicali

Nel 2011 Maue ha pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letter uno studio sulla frequenza dei cicloni tropicali e sull’energia da essi liberata. I dati ottenuti con il metodo descritto in tale studio sono costantemente aggiornati  sul sito http://models.weatherbell.com/tropical.php. Da essi si evince che l’energia media annua liberata dai cicloni tropicali espressa in unità ACE è stata di 664 nel decennio 1971-80, di 716 nel 1981-90, di 857 nel 1991-2000, di 723 nel 2001-2010 ed infine di 689 nel 2011-15, il che evidenzia l’esistenza di un trend complessivo improntato alla decrescita dell’energia liberata da tali eventi estremi.

Come ti scaldo il satellite

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Come ti scaldo il satellite

Alcuni giorni fa, un lettore non proprio entusiasta dei nostri contenuti, ha puntato il dito contro una supposta colpevole omissione delle problematiche connesse con le misurazioni della temperatura troposferica effettuata per il tramite dei sensori satellitari.

Oggi quel lettore sarà contento di notare su queste pagine un post dedicato proprio a questo problema. Lo faremo alla nostra maniera, ossia indicando un paper che se ne è recentemente occupato e lasciando libertà di interpretazione e comprensione dell’argomento.

Quindi, direttamente dal dipartimento “la realtà non ci piace e quindi la cambiamo per allinearla con le nostre convinzioni” ecco un intero studio dedicato a smontare le recenti dichiarazioni del nuovo capo dell’EPA, l’equivalente USA del nostro Ministro dell’Ambiente, reo di aver fatto cenno ad un recente appiattimento del trend di riscaldamento rilevato dalle serie storiche dei dati satellitari.

Tropospheric Warming Over The Past Two Decades

Le misure della temperatura dell’aria effettuata in superficie con termometri tradizionali e quella della bassa troposfera rilevata dai satelliti, si sa, rappresentano il classico esempio delle mele e delle pere. Benché riferite alla stessa grandezza fisica, non sono in alcun modo paragonabili, per l’ambiente cui sono riferite, per le modalità con cui si giunge al dato, e per tanti altri motivi. Entrambi i metodi, inoltre, soffrono di difetti che rendono l’intorno della misura abbastanza ampio, rendendo il dato molto più incerto che assoluto. Quel che è paragonabile, tuttavia, è il trend, nel senso che pur misurando ambienti diversi in modalità diverse, comunque rendono l’idea della tendenza. Con riferimento ai dati superficiali, si tratta di una misura puntuale, che assume caratteristica areale solo per il tramite di complesse e spesso eccessive operazioni di interpolazione destinate a coprire le aree dove la misura non è disponibile. Circa le misure satellitari, la copertura spaziale è senz’altro molto più omogenea, ma questo non vale per l’intera superficie del globo, in particolare non per le zone polari.

Sta di fatto che i trend delle serie disponibili sono molto differenti. Secondo i dati superficiali il mondo si scalda e si è scaldato parecchio (pur con un rallentamento del rateo dall’inizio di questo secolo), mentre secondo i dati satellitari l’atmosfera si è scaldata sì, ma molto meno e molto più lentamente.

Ma, siccome la realtà non ci piace se non si adegua alle nostre aspettative, questo ora non è più vero. Prendi le serie satellitari, correggi quel che è correggibile per portare il numero sulla giusta casella della roulette, ed ecco che anche le serie provenienti dai satelliti mostrano il giusto livello di riscaldamento. Laddove per giusto si intende quanto previsto dalla relazione tra effetto antropico e temperatura, ovviamente.

Obbiettivo dunque raggiunto. Il nuovo capo dell’EPA è sbugiardato ed il dato è stato riportato alla sua giusta dimensione di asservimento alla buona causa, sebbene tra le righe del paper si legga che di questo sbandierato sbugiardamento non sono così convinti neanche gli autori, che pure non mancano di sottolineare la curiosa operazione che si sono inventati, cioè quella di scendere nel dibattito politico attraverso le pubblicazioni scientifiche.

Leggiamo infatti dai loro results che tutti possibili periodi di 20 anni estratti dai 38 anni di misurazioni satellitari presentano un trend positivo, ma i trend dei periodi più recenti sono più piccoli. Se questo non è un rallentamento ditemi voi cos’è. Comunque, pare che questo sia dovuto, secondo la realtà virtuale del modello di simulazione climatica con cui è stato fatto il paragone, alle oscillazioni delle temperature oceaniche, ad un El Niño molto intenso alla fine degli anni ’90, al recente minimo solare, all’attività vulcanica dei primi anni del secolo ed all’aumento degli aerosol antropici degli ultimi anni. Cioè, esclusi gli aerosol, il rallentamento sarebbe dovuto a cause naturali.

Inutile dire che queste allontanano la realtà dalla simulazione se spingono dalla parte opposta rispetto a quanto atteso, viceversa l’avvicinano se si sommano al trend che si ritiene di dover attribuire alle attività antropiche. Tuttavia, gli autori escludono che il segno positivo del riscaldamento della troposfera che i dati mostrano dopo questo trattamento possa essere interamente dovuto a oscillazioni naturali, perché, scrivono, questo vorrebbe dire che i modelli utilizzati sottostimano la variabilità naturale di un fattore 2,5 e non ci sono evidenze che i modelli siano così tanto fuori target. A no?

Eppure mi risulta che per l’acclarato rallentamento del trend di riscaldamento di inizio secolo – comune comunque anche ai dati superficiali – siano state proposte decine e decine di cause naturali, tutte, evidentemente, non previste dalle simulazioni.

Ma, ne converrete, queste sono quisquilie. Quel che conta è che, finalmente, anche i dati satellitari hanno avuto la loro dose di aggiustamento, che per ironia della sorte segue lo stesso destino di quanto accaduto per i dati superficiali, cioè va verso un riscaldamento più incisivo di quanto non dicano i dati grezzi.Ora siamo tutti più tranquilli e possiamo anche smettere di preoccuparci degli eventuali errori di misura che possono presentare.

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La forzante solare – Redux

Posted by on 12:00 in Attualità, Climatologia | 0 comments

La forzante solare – Redux

Da WUWT, con buona pace di tutti i benpensanti del clima che cambia e cambia male:

The Smoking gun of the Ice Ages

Un breve commento ad un articolo uscito su Science nel dicembre scorso che a sua volta rimanda ad un paper vecchio di quaranta anni in cui l’evidenza del contributo orbitale e delle dinamiche del sistema solare è schiacciante.

Variations in the Earth’s Orbit: Pacemaker of the Ice Ages

A volte mi capita di pensare dove sarebbe la conoscenza sul clima se non ci fossimo ubriacati di CO2 negli ultimi decenni, se queste teorie, di gran lunga più solide e realistiche di quelle della “mosca cocchiera antropica”, fossero state investigate mettendoci almeno pari impegno e risorse di quanto fatto per il contributo antropico all’evoluzione del clima.

Magari avrete già visitato il link, ma se così non fosse stato, ecco il settimo ed ultimo punto del loro abstract:

Un modello del clima futuro basato sulla relazione osservata tra clima e fattori orbitali, ma che ignora gli effetti antropogenici, prevede che il trend di lungo periodo per i prossimi settemila anni vada verso estese condizioni glaciali per l’emisfero nord.

Per quanti non lo sapessero, l’ultimo massimo glaciale è stato 18.000 anni fa e da 12.000 anni ci stiamo “godendo” condizioni interglaciali, ovvero di aumento della temperatura, in cui incidentalmente la specie umana ha prosperato. A seguire… beh, a seguire, se non ci pensa la CO2, che non ci penserà, piaccia o no alle vestali del clima, farà freddo. Considerato tutto quello che è successo negli ultimi cento anni, un abbondante numero di multipli di questo periodo vedrà cose al largo dei bastioni di Orione che neanche Harrison Ford di Blade Runner avrebbe saputo immaginare.

E noi qui a fare le mosche cocchiere…

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3.000.000

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3.000.000

E noi, diabolicamente, perseveriamo. Oggi si fa festa, decisamente. Climatemonitor, che con un clamoroso autogol il salvamondo di turno definì il “villaggio di Asterix” alcuni anni fa, ha passato ieri la bellezza di 3.000.000 di visualizzazioni.

Un po’ poco per un covo di cospiratori al soldo delle multinazionali, che sicuramente avrebbero potuto far meglio. Niente male per il rifugium peccatorum del pensiero non omologato. Decisamente bene per un’operazione nata e continuata per hobby, dove gli unici che hanno peccato prendendosi troppo sul serio sono stati e continuano ad essere i detrattori.

Un passo alla volta, un post alla volta, a volte interessante, a volte ironico, a volte inutile, a volte sbagliato, a volte, semplicemente, un post di CM.

Circa come si possano festeggiare questi traguardi brancolo nel buio, quindi vado a senso. Grazie, una, due, tre  milioni di volte grazie a tutti quelli che in questi anni ci hanno letti, corretti, incitati, sostenuti e, naturalmente, criticati. Perché senza quelle critiche non saremmo mai cresciuti abbastanza.

Eccoci qua. Buona giornata 😉

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Il Pene come Causa del Climate Change

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Il Pene come Causa del Climate Change

Tenetevi forte perché l’argomento è decisamente…hot.

Due accademici americani: Peter Boghossian, insegnante di filosofia all’Università di Portland e James Lindsay, dottore in matematica con studi in fisica, hanno pensato bene di dimostrare quanto fosse ridicolo, assurdo e politicamente motivato il processo di peer-review di paper che trattano argomenti cari al versante liberal. Per farlo, hanno deciso di inventarsi di sana pianta un paper con il seguente titolo: “Il Pene Concettuale come Costrutto Sociale”. Un paper-bufala, volutamente privo di alcun senso, basato su due cavalli di battaglia molto cari al versante liberal più militante: ovvero la critica di qualsiasi espressione di mascolinità in ogni sua forma e, ovviamente, il Climate Change. Il tutto condito da termini ed espressioni roboanti quanto del tutto prive di significato.

Il loro esperimento ha avuto successo: il paper-bufala in questione è stato infatti referato e pubblicato dalla rivista Cogent Social Sciences, che orgogliosamente si definisce “rivista multidsciplinare che offre peer-review di alta qualità nel campo delle scienze sociali”.

L’Abstract:

Cominciamo subito con l’Abstract, semplicemente esilarante nonostante l’obbiettiva difficoltà che si incontra nel tradurre un testo volutamente sconclusionato:

Il pene anatomico potrebbe anche esistere, ma come le donne transgender hanno un pene anatomico prima dell’oprerazione, allo stesso tempo si può sostenere che il pene a fronte del concetto di mascolinità è un costrutto incoerente. Noi sosteniamo che il pene concettuale si comprende meglio non come organo anatomico, ma come costrutto sociale isomorfico ad una tossica mascolinità prestazionale. Attraverso una dettagliata critica discorsiva post-strutturalista e basandoci sul’esempio del climate change, questo paper sfiderà la visione prevalente e dannosa che il pene venga concepito come organo sessuale maschile, e gli assegnerà, piuttosto, il ruolo più consono di elemento di prestazione maschile”.

Con un Abstract del genere, si può intuire facilmente che l’articolo è ricco di perle. Come questa, per esempio:

Così come la mascolinità è intimamente legata alla prestazione, allo stesso modo lo è il pene concettuale (…). Il pene non dovrebbe essere considerato come onesta espressione dell’intento dell’attore, quanto piuttosto dovrebbe essere presentato in un’ottica di performance di mascolinità o super-mascolinità. Quindi l’isomorfismo tra il pene concettuale e quello che la letteratura femminista defnisce “super-mascolinità tossica” è definito attraverso un vettore di “machismo braggadocio” culturale maschile, con il pene concettuale che gioca il ruolo di soggetto, oggetto, e verbo dell’azione

Il giudizio dei reviewers

Cogent Social Sciences ha accettato l’articolo con giudizi incredibilmente incoraggianti, e assegnando voti altissimi in quasi tutte le categorie. Uno dei reviewer ha commentato: “L’articolo cattura l’argomento della super-mascolinità attraverso un processo muti-dimensionale e non lineare”. L’altro reviewer l’ha giudicato “Outstanding” in ogni categoria. Tuttavia prima della pubblicazione Cogent Social Sciences ha richiesto alcune modifiche per rendere il paper “migliore”. Modifiche che gli autori hanno apportato in un paio d’ore senza particolari patemi, aggiungendo qualche altra scempiaggine come il manspreading (la tendenza che certi uomini hanno a sedersi con le gambe allargate), e “la gara a chi ce l’ha più lungo”.

E il Climate Change?

Gli autori hanno sostenuto nel paper che il climate change è concettualmente causato dai peni: “Il pene è la fonte universale prestazionale di ogni stupro, ed è il driver concettuale che sottende alla gran parte del climate change”.

Approfondendo l’ovvio concetto nel seguente modo:

Gli approcci distruttivi, insostenibili ed egemonici maschili nel mettere sotto pressione la politica e l’azione ambientalista sono il risultato prevedibile di uno stupro della natura causato da una mentalità dominata dal maschio. Questa mentalità si comprende meglio riconoscendo il ruolo che il pene concettuale riveste nei confronti della psicologia maschile. Applicato al nostro ambiente naturale, specialmente agli ambienti vergini che possono essere spogliati facilmente delle loro risorse naturali e abbandonati in rovina quando i nostri approcci patriarcali al guadagno economico li hanno privati del loro valore intrinseco, l’estrapolazione della cultura dello stupro inerente al pene concettuale appare nella sua chiarezza”.

Il pensiero degli autori

Gli autori dell’articolo-bufala dedicano ampio spazio ai motivi che li hanno spinti a scrivere il paper in questione, e criticano senza pietà i fondamentalismi legati all’ideologia liberal prevalente. Fondamentalismi che sottendono anche alle pubblicazioni scientifiche e, in particolare, a quel processo in sè delicatissimo di peer-review che dovrebbe aiutare a distinguere la cattiva ricerca da quella buona.

Gli autori intendevano provare o meno l’ipotesi che l’architettura morale costruita dai settori accademici più liberal fosse la discriminante prevalente nella decisione se pubblicare o meno un articolo su una rivista. In particolare, la tesi degli autori era che gli studi sul gender fossero inficiati dalla convinzione quasi-religiosa nel mondo accademico che la mascolinità fosse causa di ogni male. A giudicare dal risultato, si può ben dire che la loro ipotesi sia stata pienamente confermata.

Il “dietro le quinte”

Tra le curiosità più degne di nota va segnalato che gli autori, al fine di sostenere la teoria della causa peniena del climate-change, hanno anche allegato un riferimento totalmente sconclusionato ad un articolo inesistente creato da un generatore algoritmico di paper a sfondo culturale chiamato “Postmodern Generator”.

Inoltre hanno volutamente riempito l’articolo di termini gergali, contraddizioni implicite (come la tesi secondo cui gli uomini super-mascolini sono sia al di fuori che all’interno di certi discorsi nello stesso momento), riferimenti osceni a termini gergali riferiti al membro maschile, frasi insultanti per gli uomini (come la tesi secondo cui chi sceglie di non avere figli non è in realtà capace di “costringere una compagna”).

Dopo aver scritto il paper gli autori l’hanno riletto attentamente per assicurarsi che “non significasse assolutamente niente” e avendo avuto entrambi la sensazione che non si capisse di cosa il paper parlasse, hanno concluso che il risultato era stato pienamente raggiunto.

Infine gli autori concludono che il fatto che un articolo del genere sia stato pubblicato su una rivista di scienze sociali solleva questioni serie sulla validità di argomenti come gli studi sul gender, e sullo stato delle pubblicazioni accademiche in generale “Il Pene Concettuale come Costrutto Sociale non avrebbe dovuto essere pubblicato perché concepito per non avere nessun significato: è pura insensatezza accademica senza alcun valore”.

Pensieri alternativi

  • Per quanto ricco di spunti obbiettivamente esilaranti, l’esperimento di Boghossian e Lindsey pone delle questioni serie, gravi e ineludibili sullo stato della scienza, delle pubblicazioni accademiche, del processo di peer-review e in generale sull’influenza e la pervasività che in ambito accademico hanno certe posizioni fideistiche, para-religiose (ma rigorosamente laiche e laiciste) legate alla politica e al pensiero liberal prevalente.
  • Il climate change fa parte a pieno titolo dell’armamentario di cui i pasdaran dell’ortodossia liberal si servono per giustificare, spiegare, sostanziare qualsiasi cosa. Dalle guerre alle migrazioni, passando per la finanza e la sociologia, il climate change c’entra sempre. O non c’entra nulla. Questione di punti di vista.
  • Molto spesso capita di leggere su paper di argomento climatico delle postille messe lì in modo apparentemente posticcio, a mo’ di pietosa foglia di fico che suonano come: “questa ricerca sembra mettere in discussione la narrativa sul global warming antropogenico, ma in realtà non è così”. In quanti casi sono gli stessi reviewers di riviste completamente esposte e schierate sul versante del climate change catastrofista, a richiedere espressamente l’aggiunta di queste postille?
  • E in quanti casi, paper scientificamente validi saranno stati bocciati per il solo fatto di contraddire la narrativa e la “linea editoriale” della rivista in questione? E come si traduce tutto questo nella libertà di fare ricerca, da scienziato vero, e libero, e non da lavoratore a cottimo pagato per dimostrare quello che gli sponsor della ricerca si aspettano? E quello che gli editori della rivista vogliono leggere?

Sono tutte domande che restano inevase, ma l’esperimento in questione conferma che si tratta di domande legittime che attengono alla qualità del sistema di referaggio scientifico e, soprattutto, all’uso politico che si fa della ricerca scientifica.

…E riflessione finale

Mi si perdonerà l’espressione poco accademica, ma credo proprio che qualcuno si sentirà un po’ più libero, da oggi, nel dire che “il Climate Change è propio una teoria del c*zzo”. Del resto, c’è anche un paper accademico a sostenere questa tesi. Un paper referenziato da una rivista che “offre peer review di alta qualità”. E se le referenze sono la stampella su cui i soloni del mainstream appoggiano teorie sempre più zoppicanti alla luce dell’evidenza sperimentale, non si vede perché lo scettico sboccato (ed esasperato) debba essere ingiustamente privato dello stesso privilegio.

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Le Previsioni di CM – 22 / 28 Maggio 2017

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Le Previsioni di CM – 22 / 28 Maggio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio_________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Situazione piuttosto caotica a livello sinottico sul continente europeo, per la presenza di diverse figure sinottiche in un contesto di generale attenuazione dei gradienti barici, come è lecito attendersi in prossimità dell’inizio dell’estate meteorologica. Un dipolo depressionario è in azione sull’Atlantico, ostacolato nel suo movimento verso est dalla presenza di un pur blando ponte anticiclonico che mette in comunicazione la cellula anticiclonica subtropicale con quella termica sulla Groenlandia nord-orientale, passando attraverso l’Europa e il Mare del Nord. Una depressione artica è in azione tra le Svalbard e la Novaja Zemlija, associata ad una persistenza di condizioni insolitamente fredde rispetto a quanto visto negli ultimi anni sul Mare di Barents: rovesci nevosi anche intensi hanno interessato il settore, in movimento verso il Mar Bianco e la Penisola di Kola.

La pressione è livellata sul Mediterraneo, con i valori più alti del campo di massa sul settore sud-occidentale, mentre quello orientale risulta più esposto all’azione di correnti fresche in discesa dalla Russia in direzione dell’Anatolia. La pressione al suolo non è comunque elevata, per la temporanea riluttanza della cellula subtropicale atlantica ad avanzare verso l’Europa centrale e il Mediterraneo (Figs. 1,2).

Fig.1: GFS, Lunedì 22 Maggio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Fig.2. Generale attenuazione delle anomalie termiche negative sul Mare di Barents. Fonte: www.dmi.dk

Nel corso della settimana il consolidamento di una robusta cellula anticiclonica sulle isole britanniche aprirà la strada alla formazione di un ponte anticiclonico che metterà in comunicazione la cellula subtropicale europea con quella termica sul Mar di Groenlandia: una classica struttura a omega, che come tale presenta caratteristiche di persistenza. L’asse del ponte anticiclonico sarà tuttavia posizionato leggermente ad ovest dell’Italia, lasciando la Penisola esposta all’ingresso di correnti fresche in quota, specialmente sui settori orientali e meridionali, mentre le regioni occidentali saranno più soggette all’azione dell’aria calda in risalita dal nord-Africa (Fig.3).

Fig.3. GFS, Giovedì 25 Maggio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Conseguiranno condizioni di tempo spesso soleggiato, ma caratterizzato anche da annuvolamenti che con regolarità interesseranno le zone interne e montuose nelle ore più calde, associati ai soliti fenomeni di instabilità. Sul finire della settimana potrebbe intensificarsi ulteriormente il caldo sulle regioni nord-occidentali, in estensione al resto del Nord e alle regioni tirreniche centro-settentrionali.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì iniziali condizioni di cielo sereno o parzialmente nuvoloso su tutte le regioni con tendenza ad aumento della nuvolosità alta e sottile a partire dai settori occidentali e in estensione al resto del Paese. Nelle ore più calde generale aumento della nuvolosità sulla regione alpina e appenninica peninsulare con associata fenomenologia, a carattere generalmente debole o al più moderato, in attenuazione dalla serata. Temperature in generale aumento. Venti generalmente deboli, a regime di brezza lungo le coste. di maestrale sull’Adriatico, con qualche rinforzo.

Martedì iniziali condizioni di cielo generalmente sereno al Nord e parzialmente nuvoloso sul resto del Paese, con tendenza ad aumento della nuvolosità cumuliforme su Alpi e Appennino peninsulare, e coinvolgimento dei rilievi orientali siciliani, con associata fenomenologia più organizzata e intensa sulla regione appenninica peninsulare, in attenuazione dalla serata. Temperature in lieve aumento al Nord-ovest. Venti deboli, a regime di brezza lungo le coste. Maestrale sull’Adriatico, con qualche rinforzo.

Mercoledì condizioni generali di cielo sereno o parzialmente nuvoloso su tutte le regioni, con aumento della nuvolosità pomeridiana e associati fenomeni di instabilità sulle regioni montuose con la sola eccezione della Sardegna. I fenomeni si presenteranno più organizzati sull’Appennino meridionale, con possibili sconfinamenti fin sulle zone costiere, e a macchia di leopardo sulle Alpi e sull’Appennino centro-settentrionale. Al solito, generale miglioramento in serata. Temperature in lieve diminuzione al Sud. Venti dai quadranti settentrionali generalmente deboli con qualche rinforzo sull’Adriatico.

Giovedì nuvolosità stratiforme in movimento dal Nord verso le restanti regioni peninsulari e fenomenologia da instabilità pomeridiana sui rilievi, in attenuazione rispetto ai giorni precedenti. Temperature in aumento ovunque, più sensibile sulle regioni nord-occidentali. Venti di maestrale generalmente deboli con qualche rinforzo sull’Adriatico. Tenderanno a disporsi da libeccio sui bacini nord-occidentali.

Venerdì iniziali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso ovunque, con tendenza ad aumento della nuvolosità cumuliforme sulle Alpi e sull’Appennino associato a fenomenologia da instabilità che tenderà a sconfinare anche sulle zone costiere e pianeggianti orientali, dal Veneto all’Emilia Romagna, alla costiera adriatica e regioni ioniche. Temperature generalmente stazionarie. Caldo al Nord-ovest con zero termico a quote superiori ai 4,000 metri. Venti deboli variabili, tendenti a disporsi dai quadranti occidentali e a rinforzare sul Mar Ligure.

Sabato e Domenica probabile ulteriore aumento del campo di massa da ovest, con associata diminuzione dell’attività cumuliforme pomeridiana per l’effetto stabilizzante della risalita di aria molto calda in quota dal nord-africa. Persistenza di condizioni calde sul Nord-ovest in estensione alle restanti regioni settentrionali e alle centrali tirreniche, con associato aumento dell’afa.

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Se la bomba non è una bomba 

Posted by on 07:00 in Attualità, Meteorologia | 3 comments

Se la bomba non è una bomba 

Tutto a posto, neanche oggi parleremo dell’opportunità o meno di usare il termine bomba d’acqua. Per quel che mi riguarda  è… acqua passata ;-). La bomba che non è una bomba è in questo caso quel generico evento atmosferico che al suo accadimento è sempre giudicato come il peggiore mai registrato, con l’ovvio postulato dell’ansia da disastro imminente che piace tanto a chi fa un certo genere di informazione.

In realtà, purtroppo (nella fattispecie per fortuna), disponiamo di informazioni storiche che, se tenute nella giusta considerazione, sono testimoni del fatto che in meteorologia non è affatto semplice che vengano battuti dei record, né è semplice il processo di attribuzione. Ancora meno semplice, è valutare nel contesto storico gli impatti di quegli eventi in termini di perdita di vite umane.

L’OMM, Organizzazione Meteorologica Mondiale, già da tempo mantiene un database di informazioni storiche riferite ai parametri atmosferici con lo scopo di registrare i valori record da essi raggiunti. Sono informazioni vagliate attentamente, a volte con indagini che durano anni o intervengono dopo molti anni, che solo al termine del processo di validazione possono essere ufficialmente ritenute “record”. Ad esempio, il record della temperatura più alta mai registrata, caso che ci riguardava molto da vicino perché risalente al periodo dell’occupazione Italiana in Libia, è stato recentemente rivisitato e annullato. Altri record o presunti tali, pur essendo stati annunciati non sono mai entrati nel computo (è il caso questo dell’innevamento nell’Appennino centro-meridionale che ha tanto appassionato recentemente uno dei nostri lettori 😉 ).

Quel che mancava sino ad ora, era un database delle vittime causate dai diversi tipi di eventi atmosferici, sia direttamente, come ad esempio le persone colpite dai fulmini, che indirettamente, come quelle decedute perché il fulmine ha colpito un’infrastruttura amplificando i rischi e le conseguenze. Si scopre così, non solo che gli eventi atmosferici intensi non sono purtroppo affatto una novità e tantomeno un “regalo” delle condizioni climatiche attuali, quanto piuttosto che molti record risalgono a tempi decisamente non sospetti. Ancora per esempio, l’errata percezione che l’uragano Katrina del 2005 sia stato il più terribile di sempre avendo causato più di 2000 vittime, numero che scompare al cospetto dei 300.000 morti che sempre un ciclone tropicale ha causato in Bangladesh nel 1970.

Un’iniezione di “ragione” non da poco, se si pensa al cialtronesco sistema informativo su cui compaiono in genere i commenti agli aventi intensi ed ai danni d essi causati.

Qui le  pagine web WMO dedicate a questi dataset. E qui ancora l’articolo che Science Daily ha dedicato all’argomento. Buona lettura.

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A lezione di redenzione

Posted by on 06:47 in Attualità | 3 comments

A lezione di redenzione

Questa mattina ho giusto il tempo per una segnalazione. Avete mai pensato di redimervi dalla vostra riprovevole condizione di scettici? Essendo – si presume – esseri senzienti, è assolutamente necessario però tornare sulle proprie convinzioni. Quindi ecco uno scettico illuminato e alquanto ironico, che propone a tutti quelli che scettici non sono una serie di argomenti da trattare o non trattare nelle conversazioni con quelli che devono essere redenti per avere qualche speranza di riportarli all’ovile.

È Scott Adams lo scettico in questione, che ha scritto un post nel marzo scorso elencando gran parte degli argomenti su cui discutiamo sempre. L’affidabilità delle proiezioni, le previsioni per il “passato” che non garantiscono affatto efficienza per il futuro, il paradosso della differenza di trend tra ghiacci artici e antartici, l’attribuzione del climate change alle attività antropiche, i presunti effetti nefasti del riscaldamento che ad oggi sono solo benefici etc etc…

Lo trovate qui:

How to convince skeptics that climate change is a problem

Buona giornata.

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Le Gravity Waves per “pesare” gli Uragani

Posted by on 06:00 in Attualità, Meteorologia | 0 comments

Le Gravity Waves per “pesare” gli Uragani

Volereste dentro un uragano? Magari uno Storm Chaser, uno di quei pazzi furiosi che insegue i temporali sperando di imbattersi in un Tornado darebbe un occhio per farlo, ma quelli, appunto, sono fuori di testa. Eppure, ad oggi, l’unica possibilità di vedere cosa succede dentro un uragano è proprio quella delle misurazioni effettuate dagli aerei al servizio della NOAA, una flotta di alcuni velivoli equipaggiati con sensori di ogni genere che si infilano nei Cicloni Tropicali per raccogliere le informazioni necessarie a nutrire i modelli che ne prevedono l’evoluzione.

Non dev’essere un’attività a buon mercato, se si pensa che soltanto tra il 2015 e il 2017 i due velivoli Lockeed WP-3D Orion che insieme al Gulfstream IV ed ai C-130 compongono la flotta, hanno ricevuto un restyling costato ben 35 mln di dollari per migliorarne la sensoristica e l’avionica. Logico quindi che si cerchino altri sistemi per osservare nel dettaglio la struttura e l’intensità di questi fenomeni.

Lo spunto viene da un paper pubblicato sul GRL in cui sono pubblicati i risultati di una campagna di osservazione condotta raccogliendo dati sia in volo che con sensori di superficie, cercando di cogliere i segnali dei moti verticali generati dalle onde di gravità prodotte dalla intensa convezione che caratterizza gli uragani.

Spiral gravity waves radiating from tropical cyclones

Delle gravity waves avevamo parlato anche due anni fa, sempre con riferimento agli eventi convettivi. Deboli movimenti dell’atmosfera spesso riconoscibili dalle immagini da satellite, che in questa campagna di osservazione sono stati invece rilevati da sensori che hanno permesso di metterli in relazione con l’intensità del vento all’interno degli uragani.

Una relazione che, se confermata, potrebbe consentire la stima dell’intensità del vento a partire da questo diverso genere di misure, andando a tutto vantaggio della qualità delle previsioni di dettaglio che con questi eventi fanno davvero la differenza.

Se volete approfondire, oltre naturalmente al paper che però è a pagamento, c’è anche il consueto articolo di Science Daily che spiega abbastanza bene di cosa si tratti.

How atmospheric waves radiate out of hurricanes

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Un Mese di Meteo – Aprile 2017

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Un Mese di Meteo – Aprile 2017

IL MESE DI APRILE 2017[1]

Mese caratterizzato dal prevalere di condizioni di blocco anticiclonico sul vicino Atlantico con prevalenza sulla nostra area di correnti settentrionali che fra il 18 e il 22 aprile si sono orientate da nordest con sensibile calo delle temperature minime

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5) mostra il vicino Atlantico dominato da un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco esteso dall’Africa del Nordovest verso il Golfo di Biscaglia ed evidenziato dalla lettera A. L’azione di tale struttura fa sì che la circolazione media sull’area italiana risulti da  Nordovest, con un carattere favonico sul settentrione attestato dal “naso di foehn” evidente a Nord dello spartiacque alpino.

Figura 5 – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Fin qui la media, la quale non ci mostra da un lato il transito di 5 perturbazioni e dall’altro l’elemento più critico dal punto di vista agricolo e cioè la gelata tardiva verificatasi nel periodo compreso  fra il 18 e il 21 aprile, allorché un anticiclone con centro sul vicino Atlantico a Ovest delle isole Britanniche ha spinto un proprio promontorio verso gli Urali dando luogo  sull’Italia a un regime di correnti da est-nordest con afflusso di aria gelida di origine artica e polare continentale che ho provocato un sensibile calo delle temperature specie sul Centro-Nord e sulla Sardegna. Si noti inoltre che la massa d’aria fredda in virtù della traiettoria da Est ha potuto penetrare nel bacino padano senza alcuna interferenza da parte dell’arco alpino che in molti casi protegge tale bacino dalle irruzioni fredde.

Come in gran parte dei fenomeni di gelata, una componente chiave è stata costituita  dall’irraggiamento verso lo spazio, in virtù del quale la superficie del suolo si raffredda e di conseguenza raffredda lo strato d’aria che la ricopre, che dunque risulta più fredda dell’aria sovrastante (inversione termica). L’irraggiamento è contrastato dall’effetto serra, il quale è mediamente determinato per il 51% dal vapore acqueo, per il 24% dalle nubi e per il 18% dalla CO2. Nel caso in esame tale fenomeno benefico è stato attenuato dal fatto che la massa d’aria in arrivo è risultata particolarmente povera di vapore acqueo e che i cielo era in gran parte sgombro da nubi.

A ciò si aggiunga che più cielo la superficie del pianeta vede, più energia emette verso lo spazio e più si raffredda. In tal senso la cima di una montagna o di una collina si raffredda molto più rispetto ai fondivalle e dunque produce moltissima aria fredda, che però non si mescola con quella calda ed essendo più densa drena vero le zone più basse, che dunque vengono raffreddate per l’aria fredda che scende dai rilievi. Tale fenomeno, noto come avvezione locale, è stato una componente essenziale della gelata in questione ed è apparso significativo non solo in coincidenza con i rilievi più potenti ma anche con riferimento a rilievi collinari di piccole e medie dimensioni.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da correnti occidentali con variabilità perturbata).
Giorni del mese Fenomeno
1-4 aprile Sabato 1 aprile una saccatura atlantica ha fatto il suo ingresso sul Mediterraneo occidentale per poi isolare una depressione sull’Alto Tirreno domenica 2. Tale depressione si è poi mossa  verso sudest raggiungendo la Sicilia martedì 4 (perturbazione n. 1).
5-8 aprile sull’Italia un debole regime di correnti da Nordovest che sul settentrione ha assunto lieve carattere favonico, come evidenzia il “naso di foehn” presente a Nord dello spartiacque alpino.
9-11 aprile Locali infiltrazioni di aria fredda da Nord nella giornata di domenica 9 hanno provocato sporadica attività temporalesca su Alpi occidentali e Appennino tosco-emiliano con occasionali piovaschi pomeridiani e notturni, in estensione al resto dell’areale padano-alpino e all’Italia peninsulare fra lunedì 10 e martedì 11 (perturbazione n. 2).
12-16 aprile mercoledì  12 promontorio da ovest dell’anticiclone atlantico influenza la nostra area con tempo stabile salvo variabilità sul basso Tirreno associata ad attività temporalesca locale.
13-17 aprile Da giovedì 13 a lunedì 17 l’arretramento dell’anticiclone espone le nostre regioni a un regime di correnti da nordovest con attività temporalesca locale (perturbazione n. 3).
18-20 aprile Un anticiclone con centro sul vicino Atlantico a Ovest delle isole Britanniche protende un proprio promontorio verso gli Urali. Tale struttura dà luogo sull’Italia a un regime di correnti da nordest con afflusso di aria gelida di origine artica e polare continentale che provoca un sensibile calo delle temperature con gelate tardive anche in pianura sul Centro-Nord e la Sardegna.
21-24 aprile il promontorio anticiclonico è di nuovo arretrato verso ovest spostando il proprio centro sul vicino Atlantico ad ovest delle Isole britanniche ed esponendo la nostra area ad un regime di più miti correnti da Nordovest.
25-28 aprile La nostra area è sotto l’influenza di una saccatura Atlantica con asse da Nordest connessa ad un minimo depressionario sul Baltico e che dà luogo a tempo perturbato sulle regioni centro-settentrionali (perturbazione n. 4). Il transito si conclude venerdì 28 allorché si assiste and un rapido miglioramento a iniziare da Nordovest.
29-30 aprile Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo attività temporalesca residua nella nottata fra venerdì e sabato su Alto Adriatico e Basso Tirreno. Dalla serata del 30 nuovo peggioramento per effetto di una saccatura atlantica con asse da Ovest (perturbazione n. 5) associata a una profonda area depressionaria in Atlantico.

Andamento termo-pluviometrico

Per quanto concerne le temperature mensili (figure 1 e 2) domina una debole anomalia positiva nelle massime mentre vicine alla norma appaiono le minime, salvo locali anomalie positive o negative. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia nelle prime due decadi anomalie positive moderate nelle massime e deboli nelle minime cui subentrano anomalie negative nella terza decade.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Tale andamento termico può essere raccordato con quello globale osservando la carta globale di anomalia termica media mensile della bassa troposfera (figura 6). Si notino le anomalie positive sull’area siberiana e sulla penisola Iberica e quelle negative sul Nordest Africano e sul Nord Europa (più spiccate sul Baltico). Le temperature sull’Italia appaiono invece nella norma o in lieve anomalia positiva.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia il prevalere di anomalie negative su quasi tutta l’area con eccezioni in Veneto, Trentino Alto Adige, Romagna, Valle d’Aosta, Lombardia centro meridionale, Sicilia Occidentale e Calabria. Anche a livello decadale (tabella 2) dominano deboli anomalie negative con la sola eccezione della debole anomalia positiva al sud nella prima decade e al centro nella terza

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

(*) LEGENDA:
Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.
Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche sono evidenziate con i colori (giallo o rosso per anomalie positive rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C; azzurro o blu per anomalie negative rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C) . Analogamente le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate con i colori ( azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%; giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%) .

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Global Warming: miti, bufale (e soldi facili)

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Global Warming: miti, bufale (e soldi facili)

Oggi parliamo di Richard Lindzen, la criptonite del salvamondo-medio: ce le ha tutte lui. Innanzitutto è uno scettico, o un negazionista come preferisce chiamarlo con disprezzo il salvamondo in questione. In secondo luogo è un combattente, uno che scende in campo con la forza delle sue idee e senza paura di sfidare i sepolcri imbiancati del politicamente corretto con iniziative anche clamorose, come la petizione al presidente USA per il ritiro dalla Convenzione dell’ONU sul Climate Change. Ma soprattutto, è uno scienziato con un curriculum di tutto riguardo: fisico dell’atmosfera, professore di Meteorologia al MIT per 30 anni e autore di più di 200 tra pubblicazioni e libri. Per giunta, è anche un raffinato divulgatore che si serve delle sue conoscenze per affondare i dogmi antropo-serristi con una leggerezza e un’ironia che dall’altra parte della barricata non hanno mai trovato ospitalità.

Riflessioni

Pochi giorni fa è uscito un articolo scritto dallo stesso Lindzen, che tradotto in italiano suonerebbe come “Riflessioni sulla Narrativa del Climate Change”. L’articolo è stato pubblicato sul Merion West, una piccola gemma nella galassia dell’informazione online che si permette il lusso di pubblicare pezzi scritti da 3 diverse prospettive politiche: destra, centro e sinistra, servendosi di contributi di studenti, accademici, politici o attivisti di diversa estrazione. Proprio come i giornali mainstream italiani, insomma.

L’invito è a leggere direttamente il pezzo in questione. Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, mi permetto di farne un sunto qui di seguito.

  • Il mito del 97%

Il mito in questione soddisfa il bisogno psicologico di tante persone di sentire di essere “dalla parte giusta”, ed è stato smontato sul WSJ da Joseph Bast dell’Hertland Institute e da Roy Spencer dell’UAH [Spencer è un altro nemico del popolo salvamondo, a causa dei dati satellitari non-taroccati che gli sono probabilmente valsi una salva di proiettili sulla finestra del suo ufficio in occasione della “Marcia per la Scienza”, ché notoriamente i proiettili verdi non fanno male, anzi profumano e hanno una bassa carbon footprint].

Uno dei tanti punti che vengono contestati al mito del consenso sta nel fatto che agli scienziati era stato chiesto se concordassero sul fatto che la CO2 è aumentata, che la Terra si è scaldata un pochino, e che l’uomo può aver avuto un qualche ruolo in questo. Domanda alla quale chiunque può rispondere di sì, senza per questo avallare posizioni catastrofiste. Per non parlare della scarsa rappresentatività del campione esaminato e della tendenza generale a sparare numeri a casaccio sull’argomento, come quelli citati dal Christian Science Monitor che arriva a sostenere che di 70,000 articoli pubblicati tra il 2013 e il 2014, solo 4 sostengono che l’uomo non sia responsabile del global warming. Numeri senza senso e sbugiardati persino dallo stesso IPCC.

Lindzen sottolinea che le statistiche sulle pubblicazioni non possono comunque esulare dal fatto che la grandissima parte della ricerca in campo climatico è sponsorizzata dai governi, prevalentemente al fine di corroborare l’ipotesi antropogenica [ché il terrorismo procura voti, mentre il buon senso li fa perdere]. In un ambiente del genere, promuovere studi o ricerche che vanno nel senso opposto al mainstream e all’orientamento stesso dello sponsor equivale ad una missione suicida, che stroncherebbe le velleità di carriera di qualsiasi ricercatore.

  • Il mito dell’anno più caldo di sempre

Lindzen comincia col sottolineare che ogni progetto di demonizzazione si basa sull’identificazione di un male assoluto, in questo caso il caldo. Eppure non risulta che i pensionati più facoltosi vadano a svernare in Artico quanto piuttosto in Florida o alle Hawaii. Allo stesso modo la “velenosa” CO2 viene pompata nelle serre per favorire la crescita delle piante e aumentarne la produttività.

Segue una sezione piuttosto lunga e articolata in cui si fa notare come dal 1998 le temperature siano rimaste sostanzialmente stabili. Visto che nel 1998 è stato stabilito un record del caldo, consegue che tutti gli anni seguenti, a fronte di temperature sostanzialmente stabili su quei livelli, siano stati battezzati come “anni più caldi”. A nessuno, però, è parso altrettanto interessante il fatto che la stabilizzazione delle temperature implicasse l’esistenza di una forzante di intensità paragonabile a quella antropica, e di segno opposto. In altri termini, se la CO2 aumenta e le temperature rimangono stabili, come risolviamo il problema? [Karl l’ha risolto a secchiate, ma i dati satellitari continuano a dargli torto]

Segue una sezione in cui si discute dei margini di incertezza nelle misure e nelle analisi, e della tendenza diffusa ad usare questa incertezza per dare una rappresentazione grafica dei dati più affine alla narrativa dominante. Se ne riparlerà più avanti, a proposito del solito Karl et al.

Un ulteriore paragrafo è dedicato alla sensibilità climatica all’aumento di CO2: Lindzen fa notare come questa sia notevolmente inferiore a quanto stimato dai modelli (Fig.1, colonna rossa vs. colonne grigie).

Fig.1: Osservazioni Vs. Previsioni

Il finale di questa sezione, beffardo, è dedicato alla mitica hockey stick di Mann e, soprattutto, all’infame studio di Karl et al., citato come esempio di utilizzo in malafede dei margini di incertezza nelle misurazioni. Peccato che tale studio, pur criticatissimo nelle sue assunzioni di base, non sia riuscito comunque a far fare bella figura ai modelli climatici usati dall’IPCC: su un totale di 108 di questi modelli prodotti tra il 1998 e il 2014, il grande sforzo di Karl et al. relega il supposto aumento di temperatura globale ad un misero 2.4o percentile (Fig.2). Tante secchiate per nulla, è proprio il caso di dire.

 

Fig. 2: Tante secchiate per nulla.

  • Il mito degli eventi estremi

Chiunque si occupi di meteorologia sa che gli eventi estremi si verificano ovunque, con cadenza pressoché quotidiana. La tentazione di attribuirli al climate change è quindi platealmente disonesta. Roger Pielke Jr. ha scritto un libro in cui si dimostra che non esiste un trend definito in nessuna tipologia di evento estremo, semmai un trend verso la diminuzione degli stessi. Cosa del tutto in linea, per altro, con il fatto che un pianeta che si scalda vedrebbe diminuire il gradiente termico tra poli e regioni tropicali, con conseguente diminuzione dei fenomeni estremi e dell’instabilità baroclina – che di quel gradiente è conseguenza e che di quei fenomeni è una delle cause scatenanti.

La teoria secondo cui i fenomeni estremi siano in aumento è semplicemente falsa ed infondata ed è utilizzata con l’unico scopo di sostenere la narrativa del disastro imminente, al fine di spaventare la gente.

  • Innalzamento del livello del mare

Lindzen fa notare che l’innalzamento del livello del mare è legato molto più a dinamiche tettoniche che a presunti riscaldamenti globali. Dopo aver fatto notare che l’aumento del livello dei mari è di entità trascurabile Lidnzen conclude, beffardo, che gli investimenti di Al Gore e Susan Solomon (ex-dirigente all’IPCC) in proprietà immobiliari fronte mare sono la pistola fumante dell’inesistenza del problema: se non ci credono nemmeno loro…

  • Ghiacci artici

Le serie di misurazioni satellitari dei ghiacci artici parte dal 1979. Un tempo infinitesimo se paragonato alle dinamiche di evoluzione delle temperature terrestri. Pretendere di linearizzare l’andamento dell’estensione dei ghiacci su un intervallo così breve è come voler linearizzare l’andamento delle temperature usando come intervallo di riferimento quello compreso tra alba e crepuscolo di un singolo giorno: la conclusione sarebbe che nel giro di pochi giorni saremmo in un forno. I modelli stessi di estensione dei ghiacci artici, del resto, brancolano nel buio e sfornano previsioni talmente diverse tra loro da essere, semplicemente, inutilizzabili.

Al solito, eventi tutt’altro che catastrofici vengono presentati come esiziali per l’umanità, al fine di sostenere la narrativa del disastro imminente. Ad esempio, l’uomo ha sempre sognato di poter attraversare i Passaggi a Nord-Ovest ma oggi, misteriosamente, quella che sarebbe una buona notizia per tanti motivi, diventa la prova del fatto che moriremo tutti. Citando Mencken, Lindzen conclude che lo scopo dei politici è spaventare la gente al punto da portarla a reclamare con forza l’intervento salvifico dei politici stessi. Un’arte che l’ambientalismo ha portato in questi anni alla sua massima espressione.

  • Il mito degli orsi polari

La narrativa ambientalista salvamondista ama sottolineare come gli orsi bianchi siano minacciati dal climate change. Eppure esiste una banale correlazione tra la conta degli orsi polari e la pratica della caccia: quando è consentita, diminuiscono; quando è vietata tornano ad aumentare [al solito, in barba al Rasoio di Occam, il salvamondo coltiva spiegazioni astruse e sgangherate laddove ce ne sono di assolutamente ovvie alla portata: gli orsi non li ammazzano i cacciatori, ma la CO2 che scalda la Terra, scioglie il pack e fa annegare l’orso].

Lindzen conclude sostenendo che non esiste alcuna prova che un clima piu caldo arrechi danno ai simpatici plantigradi, tanto più che questi sono in grado di nuotare per distanze superiori a 100 miglia. Abbastanza da trovare un nuovo frammento di banchisa a cui aggrapparsi, se non la terraferma stessa.

Conclusione

Dopo aver proposto un paio di interessanti hyperlink relativi ad altri due miti cari ai salvamondo (l’acidificazione degli oceani, e lo sbiancamento dei coralli) Lindzen passa alle conclusioni:

  • Oggi si attribuisce alla CO2 e al relativo global warming qualsiasi evento infausto, sfidando il buon senso e il senso stesso del ridicolo. Ad esempio, la “velenosa” CO2 è talmente tossica che livelli superiori di 10 volte (e oltre) a quelli atmosferici sono comunque ritenuti sicuri per l’uomo [per non parlare degli effetti ovviamente benefici per le piante e per l’agricoltura in generale].
  • Il circo della politica salvamondo ha speso risorse enormi per cercare di contenere temperature e CO2, per altro fallendo miseramente nel raggiungere l’agognato obbiettivo. Fallimento provvidenziale, alla luce dell’evidenza che aumenti di CO2 e temperature terrestri sono decisamente più benefici che dannosi per l’uomo. Resta, tuttavia, l’immane spreco di risorse dilapidate per una causa sgangherata, alla luce delle tante cause più giuste e più urgenti di questa, sul nostro pianeta.
  • Un raddoppio del tenore di CO2 in atmosfera ha un peso pari a circa il 2% del bilancio energetico terrestre. Ritenere che questo 2% legato ad una singola variabile prevalga sull’infinità di fattori che influenzano il clima terrestre equivale a credere nella magia. Eppure vi raccontano che credere a questa assurdità equivale a credere nella “scienza”. C’è qualcosa di palesemente sbagliato in questa presunzione, conclude Lindzen, perché la scienza è una modalità di indagine conoscitiva, e non una religione.

…E Fatti Alternativi

Come d’abitudine concludiamo questo articolo con qualche fatto alternativo, anzi con una riflessione alternativa. Negli stessi giorni in cui Lindzen scriveva l’articolo in questione, l’ex-presidente degli Stati Uniti preparava il discorso di 45 minuti da tenere a Milano e che sulla base del tariffario fissato di recente, dovrebbe avergli fruttato all’incirca 400,000 dollari. Un discorso all’insegna delle fake news: o perché francamente indimostrabili, come il mito del global warming che fa migrare milioni di persone [altro affronto ridicolo al già citato Rasoio di Occam: la gente emigra in massa e improvvisamente perché le temperature aumentano di qualche decimo di grado in 30 anni, e non a causa degli esiti disastrosi di rivoluzioni più o meno colorate]. O perché clamorosamente false, come l’incredibile affermazione che a causa del global warming i raccolti stiano diminuendo e il costo del cibo stia aumentando.

Dell’aumento spettacolare della produzione agricola russa abbiamo già parlato. Ma la clamorosa fake news per ascoltare la quale 3,500 persone hanno pagato 850 euro a cranio è tutta nel grafico in calce a questo articolo, che mostra l’andamento dei prezzi sul mercato dei futures del frumento: crollati del 50% in 4 anni a causa dell’elevata offerta. Se questo è l’effetto dell’incremento della CO2, non ci resta che bruciare montagne di carbone per avere pane e pasta gratis per tutti.

È tutto in questo grafico, il senso della narrativa sul global warming: 45 minuti di discorso infarcito di bufale climatiche valgono il totale degli stipendi di una vita da ricercatore.

Follow the money: lunga vita al global warming.

 

Fig.3: Futures del Frumento. Leggere al contrario per interpretare in modo Liberal.

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