Eventi Meteorologici Estremi

Eventi termici estremi

Alle medie latitudini dell’emisfero Nord gli eventi termici estremi sono stazionari nel periodo 1979-2012 (Screen & Simmonds, 2014).

Le analisi condotte sulla serie storica delle temperature di Milano Brera indicano invece un aumento delle ondate di caldo sull’Europa dopo il 1987 (Mariani, 2015).

Eventi pluviometrici estremi

Qui le cose sono assai meno chiare anche per la progressiva riduzione della qualità delle serie storiche di dati che rende proibitivo esprimere valutazioni in merito a serie storiche orarie. Ciò detto occorre rilevare che le evidenze osservative indicano che nella maggior parte delle aree mondiali non vi sono segnali di incremento nell’intensità degli eventi estremi. In proposito una ricerca pubblicata sul Journal of Climate nel 2013 a firma di Westra e altri ricercatori ha verificato le tendenze delle precipitazioni massime annue di un giorno per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). Il lavoro è stato riferito ad un totale di 8326 stazioni terrestri che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni mostra un decremento nelle piogge estreme,  l’8% un incremento e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

Si segnala inoltre che:

  1. I già citati Screen & Simmonds ( 2014), lavorando su un dataset di rianalisi relativo alle medie latitudini dell’emisfero Nord hanno evidenziato la sostanziale stazionarietà degli eventi pluviometrici e termici estremi nel periodo 1979-2012
  2. Mariani e Parisi (2013), analizzando un vasto dataset di dati pluviometrici giornalieri per stazioni dell’area euro-mediterranea per il periodo 1973-2010 ed utilizzando lo schema di analisi proposto da Alpert et al. (2002) hanno evidenziato l’infondatezza dell’aumento parossistico delle piogge estreme giornaliere affermato dagli stessi Alpert et al. in un lavoro del 2002
  3. Fatichi e Caporali (2009), lavorando sulle serie storiche di precipitazione di 785 stazioni della Toscana per il periodo 1916-2003, hanno posto in evidenza l’assenza di trend nel regime precipitativo medio e nell’intensità degli eventi estremi di 3,6 e 12 h in pressoché tutte le stazioni analizzate
  4. Pinna (2014) analizza le piogge estreme per l’area mediterranea e per la Toscana evidenziando l‘assenza di trend rilevanti riferibili agli eventi pluviometrici estremi.

Eventi alluvionali

Diversi studi paleoclimatici evidenziano che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale)  che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013).  Istruttiva può essere inoltre l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po (8 eventi noti nel XVIII secolo, 20 eventi nel XIX, 18 nel XX e 2 finora nel XXI).

Cicloni tropicali

Nel 2011 Maue ha pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letter uno studio sulla frequenza dei cicloni tropicali e sull’energia da essi liberata. I dati ottenuti con il metodo descritto in tale studio sono costantemente aggiornati  sul sito http://models.weatherbell.com/tropical.php. Da essi si evince che l’energia media annua liberata dai cicloni tropicali espressa in unità ACE è stata di 664 nel decennio 1971-80, di 716 nel 1981-90, di 857 nel 1991-2000, di 723 nel 2001-2010 ed infine di 689 nel 2011-15, il che evidenzia l’esistenza di un trend complessivo improntato alla decrescita dell’energia liberata da tali eventi estremi.

I numeri (comici) del Green New Deal

Posted by on 12:51 in Attualità | 6 comments

I numeri (comici) del Green New Deal

Negli ultimi giorni mi è capitato di imbattermi più volte in un articolo scritto da Roger Pielke Jr in materia di sostenibilità degli obiettivi di riduzione delle emissioni che si celano (sarebbe meglio dire celerebbero) dietro l’affascinante ed evocativa perifrasi del Green New Deal. Nata negli USA sotto la forma di una proposta che le Camere hanno buttato dalla finestra in men che non si dica, è poi giunta in Europa e in Italia volando nel letto del vento che soffia lungo l’Atlantico più velocemente di quanto non ci abbia messo Greta Thunberg a fare il percorso opposto sul fantastico veliero del Principe monegasco. Ed è subito piaciuta da morire.

Che a supportarla siano gli invasati di Extintion Rebellion ballando per le strade delle capitali occidentali o le grisaglie di esperti e decisori che ne dettagliano il percorso, la proposta ha un unico obbiettivo: arrivare a zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050. Bellissimo. Peccato che nessuno dica anche cosa questo significhi in termini di numeri. Lo ha fatto appunto Roger Pielke Jr con pochi semplici calcoli.

Il fabbisogno mondiale di energia primaria è di circa 12.000 Mtoe (Milioni di tonnellate di petrolio equivalente). Tenendo conto dell’aumento del fabbisogno energetico che a quella data avrà l’umanità, per produrre tutta l’energia senza far ricorso al fossile si dovrebbero aprire 3 centrali nucleari ogni 2 giorni, tutti i giorni (week end e feste comandate comprese) di qui ad allora. Anzi, considerato che i calcoli li ha fatti una quindicina di giorni fa siamo già indietro di una ventina di impianti. Non vi piace l’energia nucleare? Legittimo. Allora si dovrebbe inaugurare un parco eolico da 1500 turbine e circa 750 Kmq di suolo occupato, sempre ogni giorno, fino ad allora. Non è tutto. Finita l’inaugurazione quotidiana (diurna), si dovrebbe impiegare la notte a sbarazzarsi di una pari quantità di capacità generativa basata sulle fonti fossili. Se la cosa vi sembra possibile accomodatevi pure.

Prima di farlo però, visto che l’idea ci piace tanto, ripetiamo il calcolo per l’Italia.

Il nostro fabbisogno di energia primaria si aggira intorno a 170 Mtoe all’anno. Siccome siamo bravi, abbiamo tratto grande beneficio dalla (doppia) crisi finanziaria, diminuendolo di circa 20-25 Mtoe a partire dal 2008… Comunque, tant’è, si tratta dell’1,4% circa del fabbisogno globale. Lasciando stare per carità di patria il discorso sulle centrali nucleari, concentriamoci sulle turbine. Con una percentuale così piccola del fabbisogno ci basterebbe installarne… … … 21 al giorno, 630 al mese, 7560 l’anno. Alla fine ce ne saranno volute “solo” 231.000. Se vi sembrano tante sappiate che in Italia ce ne sono già 7.000 di generatori eolici, di cui però solo 368 con una capacità generativa compresa tra 200kW e 1 MW, con il limite superiore che rientra nei parametri del calcolo a stento.

Sempre tenendo conto della percentuale, 21 turbine al giorno occuperebbero poi appena 11 Kmq. A fine lavoro il Belpaese, il cui territorio è di circa 302.000 Kmq, sarebbe occupato da torri eoliche per poco meno della metà della sua estensione, ovvero per 121.000 Kmq. Escludendo l’acqua (circa il 2,4%), le città e le montagne, ce ne sarebbe probabilmente una, ma forse anche due in ogni spazio disponibile. Non so come si potrebbe fare a vedere un po’ del verde promesso ma questo è.

Lascio a chi volesse cimentarsi con la raccolta delle informazioni il compito di calcolare quanto acciaio (viva l’Ilva!), quanto cemento e, soprattutto, quanta energia ci vorrebbe per produrre tutti questi mulini a vento…

Buon week end.

PS: che si debbano perseguire politiche di salvaguardia dell’ambiente è fuor di dubbio. Sarebbe bello che fossero vere però. Così, tanto per intenderci.

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Sudden Warming downunder e qualche lettura interessante

Posted by on 15:50 in Attualità, Climatologia | 6 comments

Sudden Warming downunder e qualche lettura interessante

Siamo in ottobre, il mese che sia alcuni professionisti del settore meteo un po’ visionari, sia moltissimi appassionati alla materia considerano la spia dell’evoluzione della prossima stagione invernale boreale, cercando di capire se ci saranno o meno delle possibilità che arrivino eventi di freddo importante di cui potrebbe essere responsabile il Vortice Polare Stratosferico o, meglio, un episodio di Sudden Warming. Nel frattempo, si è concluso con un Sudden Warming epocale l’inverno australe, regalando cronache di freddo di fine stagione che molti weather addicted delle nostra parti avrebbero scambiato con gli affetti più cari ;-).

Ma, soprattutto, l’SSW arrivato sullla verticale del Polo Sud, ha offerto l’occasione per riflettere su quanto un evento di riscaldamento ad alta quota a carattere assolutamente naturale e regionale possa poi avere delle conseguenze a scala ben più ampia, quella emisferica, e di segno diametralmente opposto alla stessa quota. Ce lo spiega in un post molto interessante Roy Spencer, che insieme a John Christy gestisce i dateset delle temperature atmosferiche rilevate dalle sonde satellitari. Quel che sembrava a tutti gli effetti essere un errore strumentale – un consistente raffreddamento alle latitudini tropicali alla quota della tropopausa – , si è rivelato invece essere una conseguenza diretta dell’SSW, il cui aumento di temperatura si è propagato fino allo strato inferiore dell’atmosfera, attivando la circolazione meridiana nota come Brewer Dobson Circulation. Il tutto, si è poi riverberato sul computo delle anomalie mensili calcolate sempre sulla base dei dati satellitari.

Il post è questo: Record Antarctic Stratospheric Warming Causes Sept. 2019 Global Temperature Update Confusion

Da segnalare che, come anticipato anche dai dati del satellite Copernicus e dalle rilevazioni della NASA, la particolare dinamica di fine stagione del Vortice Polare Australe, ha avuto effetti importanti anche sul depauperamento dello strato di ozono, portandolo ad una estensione che risulterà alla fine tra le più basse degli ultimi decenni e ad una posizione molto spostata verso sud rispetto alla norma.

Il sistema è uno, è grande e complesso e, una volta di più la Natura dimostra che nessun approccio riduzionistico ha possibilità di successo. Per cui eccovi la seconda lettura, un discreto “mattone” che affronta tanto la fisica di base delle dinamiche del clima, quanto i concetti, sempre di base, dell’approccio alla loro valutazione compiuto nel mondo dell’informazione ai fini di policy, quella dell’IPCC. Come ha detto Judith Curry, da cui arriva la segnalazione a questo paper, si tratta di una lettura lunga ma che vale decisamente lo sforzo.

The Physics of Climate Variability and Climate Change

E, se di approccio olistico si deve parlare, certamente non si può lasciar fuori l’elemento primario, unica fonte di energia di tutto il sistema (con buona pace della CO2): la forzante solare e la ricerca per la comprensione della sua variabilità nel lungo periodo. Una significativa riduzione dell’incertezza, accompagnata da un ridimensionamento del limite superiore della stessa. Articolo complesso direi.

Revised historical solar irradiance forcing

Del resto, ci piacerebbe tanto che si potesse ridurre tutta la faccenda del clima al semplice ruolo di un gas presente in tracce che possa fungere da manopola termostatica, ma pare proprio che non sia così.

Buona lettura e buona serata.

 

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Le variazioni attuali sono troppo rapide per essere naturali(?)

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 15 comments

Le variazioni attuali sono troppo rapide per essere naturali(?)

Roberto Battiston (Fisico, già Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana) ha pubblicato un articolo divulgativo la cui ultima figura ho commentato su Climate Monitor. In questo post vorrei discutere un’altra sua affermazione, e cioè:

Cosa si impara da questi dati? In primo luogo, la nostra specie si è sviluppata in un contesto particolarmente stabile dal punto di vista climatico. Poi, che tutte le società esistite su questo pianeta si sono sviluppare nel corso di 11.000 anni di straordinaria stabilità climatica. Le piccole variazioni della temperatura globale, corrispondenti a meno di mezzo grado, hanno portato a cambiamenti climatici molto importanti, periodi caldi o mini glaciazioni, che hanno influenzato sostanzialmente la vita della specie umana.
Infine, che non vi è mai stata in tutta la storia del clima, una variazione così rapida come ai giorni nostri.

Intanto non è vero che la nostra specie si è sviluppata in un contesto particolarmente stabile dal punto di vista climatico: ha attraversato la glaciazione e la risalita delle temperature verso l’Olocene e questo significa che è stata in grado di superare (con più o meno “ammaccature”, certo) variazioni climatiche davvero estreme, molto diverse dagli estremi di oggi.
Solo dopo essere entrati in pieno nell’Olocene, l’alta temperatura e la sua relativa stabilità hanno favorito il cammino (nei citati 11000 anni) verso una società sempre più complessa che, passo dopo passo, attraverso la domesticazione di piante e animali, i ruoli sociali differenziati e specializzati (la stratificazione della società), la nascita della città è giunta fino a noi.
Ma la temperatura dell’Olocene quanto era stabile? Per cercare di capirlo propongo in figura 1 il grafico, derivato da carotaggi del NIS (Piattaforma Nord Islandese), della temperatura superficiale marina (SST) estiva, già pubblicato su Climate Monitor nel 2015, qui leggermente modificato per mettere in evidenza le salite (e le discese) rapide della temperatura, dello stesso tipo, o anche più ripide, della variazione che stiamo sperimentando da circa 170 anni (dal 1850).

Fig.1: Temperatura marina superficiale dell’Atlantico, in estate, a nord dell’Islanda, tra 9000 anni fa e il 1950. I pallini verdi indicano alcune salite e discese rapide.

Queste temperature sono superficiali e quindi risentono meno dell’inerzia termica dell’oceano. Ma un po’ di questa inerzia è ancora presente e quindi le temperature dovrebbero essere un po’ più smussate rispetto a quelle terrestri. Malgrado questo, chiunque può verificare l’esistenza di salite e discese (ma qui parliamo in particolare di salite da confrontare con quella attuale) con lo stesso ritmo che osserviamo oggi. I pallini verdi evidenziano alcune di queste variazioni rapide e sono solo indicativi. Si osservano salite di ~1.7 °C in poco più di un secolo o, se si preferisce, in meno di 2 secoli (secondo pallino da sinistra) o di ~2 °C in un tempo simile (secondo pallino da destra) e, tra questi, una vasta scelta di variazioni rapide della temperatura.

Se si pensa che le variazioni di temperatura più lontane da noi nel tempo possano non essersi ripetute nei periodi più recenti, si può controllare la figura 3 del post del 2015 che riporto di seguito senza modifiche:

Fig.2: Ingrandimento di figura 1 per il periodo compreso tra 1000 anni fa ed oggi (1950).La riga verticale verde (nel 1315) rappresenta il passaggio tra MWP e LIA.

Su questa scala una divisione piccola dell’asse x rappresenta 100 anni, per cui si osservano aumenti e diminuzioni di temperatura di 0.7-1 °C nell’arco di meno di 50 anni, ad un ritmo doppio o triplo rispetto a quello attuale.

Quindi l’ultimo capoverso dell’affermazione di Battiston riportata all’inizio non è vero: le variazioni rapide degli ultimi 9000 anni sono un evento abbastanza frequente da poterle considerare normale amministrazione, senza alcun intervento (o, nella parte destra del grafico, con un intervento minimo) dell’uomo e della sua organizzazione sociale.

Ma c’è un problema: come si concilia quanto ho scritto con il secondo grafico che mostra Battiston, derivato da Marcott et al.,2013, dove sono presenti variazioni piccole rispetto al picco attuale? Intanto noto che nell’articolo originale non trovo il grafico di Battiston (modificato, almeno per le scritte in italiano). La cosa più simile a quel grafico la trovo nel materiale supplementare e la riproduco nella sua interezza (compresa la didascalia). Noto anche che il grafico di destra e quello di Battiston sembrano spostati uno rispetto all’altro di circa 0.1°C: infatti questo grafico parte da -0.2°C e ha il massimo a circa 0.4°C mentre quello di Battiston parte da -0.3 e arriva a 0.3°C.

Fig.3: Figura S12 del materiale supplementare di Marcott et al., 2013 con la sua didascalia. A sinistra l’ingrandimento del periodo da 2000 anni fa ad oggi, a cui ho aggiunto tre numeri per identificare 3 massimi di temperatura; a destra l’intero dataset su 11 mila anni.

Il grafico di sinistra mostra sovrapposto un dato misurato (ancorchè composito) nel quale ho identificato (con 1,2,3) 3 massimi. Non potendo leggere dal grafico con accuratezza, ho misurato con un doppio decimetro sullo schermo del computer l’altezza dei tre picchi trovando, nell’ordine, 20, 18 e 17 mm; certo non un grande esempio di misura accurata, ma sufficiente per mostrare che su periodi simili è possibile avere variazioni simili (ovviamente 1 è il massimo attuale). I dati di Marcott sono fortemente smussati dalla media e dalla varietà delle fonti (73 dataset singoli di ogni tipo), ma l’uso dei dati sperimentali conferma, anche nella diversità delle misure (qui terra, in Islanda mare), che l’aumento odierno non è un caso unico.

Piogge in Australia durante l’Olocene
Fermo restando che l’articolo di Battiston si riferisce alla temperatura e alle sue variazioni e che quindi ho già risposto alle sue affermazioni, vorrei verificare se le variazioni rapide (entro 1-2 secoli) si possono avere anche nelle precipitazioni di un periodo analogo al precedente.
Uso per questo la serie di precipitazioni oloceniche in Australia, ricostruite da Barr et al., 2019 tramite il rapporto isotopico δ13C nelle foglie di Melaleuca quinquenervia conservate nei sedimenti olocenici di una piccola laguna (circa 2700 mq) dell’isola North Stradbroke (27°29′55″S: 153°27′17″E) senza immissari né emissari, come le numerose sue “colleghe” nella stessa isola.
La serie di precipitazioni è mostrata nella figura 4, con il fit lineare su tre distinti periodi (0-925, 925-3000 e 3000-7700 anni fa).

Fig.4: Precipitazione olocenica in Australia (isola North Stradbroke) tra 7700 anni fa e il 1950. Dopo il -2800 CE appaiono più numerose le oscillazioni di alta frequenza. L’unità di misura “ka” significa Kyr BP o migliaia di anni fa; RWP è il periodo caldo romano, MWP il periodo caldo medievale, LIA la piccola era glaciale.

Anche in questo caso si osservano forti variazioni su 1-2 secoli, con un aumento della loro frequenza di apparizione dopo il -2800 CE e con una maggiore evidenza di eventi siccitosi che in questo caso sono da attribuire a El Niño (gli autori scrivono: … where La Niña and El Niño conditions are associated with positive and negative rainfall anomalies, respectively).
Le variazioni di precipitazione in 1-2 secoli sono eventi frequenti e diventano quasi la norma da circa 3000 anni fa, anche in questa area quasi agli antipodi rispetto all’Islanda.

I dati di questo post sono disponbili nel sito di supporto.

Bibliografia

 

  • C. Barr, J.Tibby, M. J. Leng, J. J.Tyler, A. C.G. Henderson, J.T.Overpeck, G. L. Simpson, J. E. Cole , S. J. Phipps, J. C. Marshall, G. B. McGregor, Q. Hua & F. H. McRobie: Holocene El Niño–Southern Oscillation variability reflected in subtropical Australian precipitationScientific Reports9:1627, published on line 07 february, 2019. doi:10.1038/s41598-019-38626-3. (testo completo disponibile)
  • H. Jiang, R. Muscheler, S. Björck, M.-S. Seidenkrantz, Jesper Olsen, Longbin Sha, J. Sjolte, J. Eiríksson, L. Ran, K.-L. Knudsen, and M.F. Knudsen: Solar forcing of Holocene summer sea-surface temperatures in the northern North AtlanticGeology43,(3), 203-206, 2015. doi:10.1130/G36377.1 (testo completo per abbonati)
  • Shaun A. Marcott, Jeremy D. Shakun, Peter U. Clark, Alan C. Mix: A Reconstruction of Regional and Global Temperature for the Past 11,300 YearsScience,339, 6124, 1198-1201, 2013.
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Le Previsioni di CM – 7/13 Ottobre 2019

Posted by on 05:32 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 7/13 Ottobre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un profondo vortice è in azione sull’Atlantico settentrionale, eredità del ciclone Lorenzo. Più a est resiste la cellula anticiclonica scandinava sul cui bordo orientale continua ad affluire aria fredda dall’Artico con persistenza di condizioni meteorologiche invernali sull’area del Baltico. Condizioni depressionarie anche sul Mediterraneo centrale per l’approfondimento di un vortice alimentato proprio dall’aria fresca in discesa dalla Scandinavia. La cellula anticiclonica atlantica agisce sul vicino Atlantico estendendosi verso l’Iberia e la Francia occidentale (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata dall’azione del vortice atlantico che riuscirà finalmente a forzare il blocco anticiclonico scandinavo ristabilendo la prevalenza del flusso principale alle alte latitudini. Campo di massa in aumento alle latitudini inferiori, per l’estensione verso est della cellula atlantica. Sul finire di settimana, l’approfondimento di una vasta saccatura in Atlantico in direzione delle Azzorre provocherá la risposta dinamica anticiclonica sul Mediterraneo, prodromo di un possibile peggioramento di stampo autunnale sull’Italia nella settimana successiva.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì maltempo al primo mattino sulle regioni settentrionali con tendenza a rapido miglioramento e ampie schiarite già dalla tarda mattinata. Migliora anche al Centro dopo i temporali e i rovesci del mattino. Maltempo al Sud con fenomenologia diffusa a prevalente carattere di rovescio o temporale.

Temperature in ulteriore diminuzione. Venti tesi a circolazione ciclonica attorno al minimo in transito dal Tirreno al Canale di Sicilia.

Martedì ampie schiarite su tutto il Paese con residui addensamenti sulle regioni ioniche con associate precipitazioni sparse su Calabria e Sicilia.

Temperature in leggero aumento nei valori massimi. Ventilazione tesa dai quadranti orientali sullo Jonio.

Mercoledì rapido passaggio nuvoloso al Nord con nevicate sopra i 2000 metri sulle Alpi e rovesci sparsi sul Triveneto. Qualche pioggia anche sull’alta Toscana. Schiarite sulle regioni centro-meridionali. Persistenza di nuvolosità sulla Sicilia con rovesci sparsi specie sui settori meridionali dell’isola.

Temperature in diminuzione al Nord. Ventilazione tesa di maestrale su Mar Ligure e alto Tirreno, sciroccale sull’Adriatico e di levante sul Canale di Sicilia.

Giovedì ampie schiarite al Nord. Passaggi nuvolosi al Centro in assenza di precipitazioni significative. Schiarite anche al Meridione ma con persistenza di annuvolamenti e qualche precipitazione sui versanti ionici di Calabria e Sicilia.

Temperature stazionarie, ventilazione tesa orientale su Jonio meridionale e Canale di Sicilia.

Da Venerdì a Domenica generali condizioni di stabilità su tutto il Paese, salvo passaggi nuvolosi stratiformi sulle regioni centro-settentrionali e qualche residuo addensamento sul basso Ionio nella giornata di Venerdì.

Temperature stazionarie o in lieve aumento. Venti deboli, tendenti a disporsi dai quadranti meridionali sul Mar Ligure nella giornata di Domenica.

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Il Meglio del Peggio – 6 Ottobre 2019

Posted by on 06:00 in Attualità | 22 comments

Il Meglio del Peggio – 6 Ottobre 2019

Questo pezzo è firmato da Andrea Beretta.

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E come promesso eccoci arrivati alla seconda puntata del “Meglio del Peggio”. Sarà il cambio di stagione che influisce sull’umore dei giornalisti, sarà l’inerzia dell’informazione che batte sui soliti tasti, sarà il successo del nostro premio, ma comunque sia, gli spunti vanno moltiplicandosi.

Iniziamo allora da “La Stampa”, con l’imperdibile inserto TuttoGreen che titola con la solita sobrietà ed equilibrio: “Il Circolo Polare va a fuoco”.

Leggendo si scopre che si sarebbero contati “più di 100 incendi da giugno”. Non solo: questi incendi avrebbero rilasciato nei primi 14 giorni di luglio, “ circa 31 megatoni di CO2 . Eh già: il problema non è il verde andato in fumo, ma l’anidride carbonica emessa. Peraltro misurata non in moli, o kg, ma in megatoni. Premesso che il megatone è utilizzato per misurare l’energia, non si capisce il nesso tra l’energia e le emissioni di anidride carbonica. Per la cronaca, la famosa bomba Zar, che è il più potente ordigno mai sperimentato nella storia dell’umanità, fu fatta esplodere proprio a Nord del Circolo Polare Artico nel 1961 e misurò circa 50 megatoni. Non vorremmo che dalle parti di Torino qualcuno abbia confuso date, misure, cause ed effetti.

Se si ha la pazienza di leggere tutto l’articolo, si troveranno contraddizioni come “ le osservazioni sono state condotte per 17 anni”, che non è proprio un lasso di tempo significativo, ma anche informazioni preziose tipo “ tradizionalmente la stagione degli incendi boreali inizia a maggio e dura fino a ottobre, con picchi di attività tra luglio e agosto”. Dal che scopriamo che, se di tradizione si tratta, un incendio in questo periodo in Siberia non è proprio questo fatto eccezionale.

E a proposito di fatti eccezionali, il “Fatto Quotidiano” nella ormai famosa rubrica “Ambiente e Veleni” pubblica un’inchiesta intitolata: “Olimpiadi invernali, il clima è impazzito. E si rischia il cambio di programma”  Uno si chiede se il giornale sia ironico oppure a quale olimpiade si faccia riferimento: magari a quelle di Pechino del 2022. E così, per toglierci questo dubbio, siamo costretti a leggere tutto, e scopriamo che invece non c’è ironia e si parla proprio delle “nostre” Olimpiadi invernali, quelle del 2026. Le frasi da segnalare sarebbero tutte quante, ma mi limito, per questioni di spazio alle seguenti:

  • Va notato che sono tutte porzioni di Dolomiti già fortemente segnate dall’intervento dell’uomo nell’ultimo mezzo secolo e dallo sviluppo industriale dello sci da discesa, esempi da manuale del distrut-turismo

A parte il virtuosismo linguistico che chiude la frase, che non diverte ma almeno rispetta la nostra lingua, si fa notare che sulle Dolomiti la maggior parte delle piste si trova sopra i 2000 m, comunque oltre il limite boschivo delle Alpi, quindi il deserto a cui dopo farà riferimento il pezzo è al massimo limitato a poche strisce dove passano le piste più a valle. E in ogni caso gli enormi comprensori della zona, come il celebre Sella Ronda, permettono agli sciatori di spostarsi su tre province senza emettere la tanto odiata CO2, visto che i collegamenti tra le varie valli non vengono fatti tramite macchina. Andiamo avanti:

  • Sono state piegate dal maltempo altre strade dell’Alto Adige, con frane di detriti e fango, anche ad Anterselva, capitale del biathlon e località di gara per le Olimpiadi

Bene. Non si capisce però cosa leghi la desertificazione e la distruzione delle montagne ad Anterselva. La quale, come giustamente cita il giornale, è capitale del biathlon e non dello sci alpino…e il biathlon, essendo una variante dello sci di nordico, non ha bisogno di impianti di risalita che disboscano e rovinano i crinali.

Ma è nel seguito che l’articolo svela il suo obiettivo, che è poi la linea editoriale dell’intero giornale: le Olimpiadi, come molti grandi Eventi o molte grandi Opere, non sono da fare. È stato uno sbaglio candidarsi ad ospitarle, un errore aggiudicarsele, e saranno comunque un insuccesso perché: “nel febbraio in cui si dovrebbero tenere le gare olimpiche, l’insegnamento di queste ultime stagioni ci parla di sbalzi di temperatura con impennate di caldo anomalo in quota, anche per l’irraggiamento solare, e di una scarsità di precipitazioni irrituale rispetto alle serie storiche precedenti”

Per la cronaca, Torino si aggiudicò i Giochi del 2006 nel 1999, e si veniva da un deficit nevoso degli sciagurati inverni degli Anni 80/90, quando nei paesini di montagna si organizzavano nel cuore dell’inverno processioni religiose per pregare che il buon Dio mandasse la neve e salvasse stagione ed economia di quei posti. Già, forse il Fatto Quotidiano non lo sa, ma il turismo rappresenta per il Trentino circa il 15% del PIL, e oltre la metà è legato all’inverno e allo sci.

Ebbene, nonostante quel trend di aridità fosse abbastanza consolidato e pervicace, nessuno nel 1999 si sognò mai di prendere in considerazione l’idea di spostare le olimpiadi torinesi con 7 anni di anticipo…e infatti, l’edizione fu climaticamente felicissima e le gare furono salutate da una coreografia spettacolare, da Sestriere a Pragelato, tutte disputate su neve abbondante e naturale, come si può vedere dal seguente video. Si ha l’impressione che il “Fatto” getti letteralmente il cuore oltre l’ostacolo: niente Olimpiadi, non ci sarà neve. Anzi, non ci saranno nemmeno le montagne. E già che ci siamo, chiudiamo pure tutti i comprensori sciistici perché distruggono la natura. E lo sci di fondo? Ma sì, facciamo di tutta l’erba un fascio (spero si possa scrivere) e togliamo pure quello…

Ha fatto il giro del mondo la notizia che il luglio 2019 sarebbe stato il più caldo della storia. Tra i millemila articoli celebrativi, spicca quello di Avvenire, che già si è segnalato per le sue posizioni oltranziste sull’argomento. A parziale smentita del detto “venenum in cauda”, qui il veleno è (anche) nel titolo, e nel sottotitolo, che riportano:

  • I ghiacci della Groenlandia si sciolgono. In Nord Europa temperature record. E le previsioni a lungo termine non promettono nulla di buono. Il 28 luglio a Helsinki registrati per la prima volta 33,2°C. Guarda il video

La notizia è di quelle da scoop: scopriamo che in Groenlandia d’estate i ghiacci si sciolgono. A Helsinki, inoltre, frantumiamo il record di caldo (il precedente immagino fosse quello associato al momento in cui il pianeta era una palla di fuoco, 5 miliardi di anni fa). Per i cinefili, si può perfino aprire il video per vedere un ghiacciaio che si scioglie (altra immagine eccezionale). All’interno dell’articolo sono riscaldate (è il caso di dirlo, visto il tenore) le solite minestre fatte di previsioni pessimiste e il catastrofismo apocalittico:

  • “Se non interveniamo subito, gli eventi meteorologici estremi saranno solo la punta dell’iceberg e quell’iceberg si sta rapidamente sciogliendo“. Quali siano questi interventi non è dato sapersi, così come non è chiaro cosa ci sarebbe sotto la punta dell’iceberg oltre gli eventi metereologici “estremi”.

Chiosa finale: “Luglio ha riscritto la storia del clima, con dozzine di nuovi record di temperatura a livello locale, nazionale e globale”. Per un attimo spero infatti si faccia anche riferimento anche ai record negativi battuti in Siberia, ma il mio entusiasmo dura poco: si rimenzionano Parigi ed Helsinki, ma nessun cenno alle siberiane Susuman o Seimchan. Forse i nomi erano troppo difficili.

L’appuntamento, è per la prossima puntata!

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Grazie Greta

Posted by on 05:05 in Attualità | 17 comments

Grazie Greta

Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quando per la prima volta ebbi l’onore di scrivere un post su queste pagine: era l’Aprile del 2016 e il pezzo era dedicato all’imminente referendum sulle trivelle. In quella occasione si confermò il tradizionale approccio del nostro Paese alle questioni energetiche: scevro da fondamentalismi ambientalisti e orientato, piuttosto, ad un intelligente pragmatismo. A quell’articolo ne seguirono altri, tanti. E con questi, altrettante discussioni, confronti talvolta accesi. L’attenzione è stata spesso rivolta a quel “secondo livello”, politico e finanziario, che si manifestava sempre più chiaramente dietro alla cortina fumogena di una narrativa mediatica a senso unico. Ci siamo avventurati in questa indagine in beata solitudine, o meglio, in piccola e ottima compagnia, nello stile che da sempre ha contraddistinto il Villaggio di Asterix.

Poi è arrivata Greta. E tutto si è rivelato con una chiarezza sconosciuta fino ad allora. Che il fenomeno fosse legato a doppio filo con la politica si poteva intuire fin dalle origini, dall’affascinante intreccio di personaggi e di storie accomunate da un retroterra ideologico ben preciso, e dalle sorprendenti coincidenze. Il resto è storia nota, la storia di una protesta “contro il Sistema” fatta a colpi di selfie con gli esponenti più potenti e influenti dello stesso Sistema. Di comparsate agli happening più cari alle elites mondialiste. Di mega-bigiate collettive organizzate in strettissima prossimità di eventi elettorali importanti, a partire dalle elezioni europee per finire con le legislative in Austria di pochi giorni fa.

In pochi, tuttavia, hanno colto fin dall’inizio il valore squisitamente politico del fenomeno. Fino all’esito delle elezioni europee, quando unitamente al coro mediatico di sollievo collettivo per lo scampato pericolo, si è cominciato a parlare più esplicitamente, e con toni persino trionfalistici, del contributo di Greta & friends al salvataggio in extremis dell’Europa dal morbo sovranista. Da lì in poi, è stato un crescendo wagneriano: le foto con la T-shirt Antifa, la gita in barca col principe, il siparietto con Trump all’ONU, i legami con la galassia di Soros, Al Gore e Michael Bloomberg, e via dicendo.

Per chi scrive, tutto questo ha avuto il sapore di una liberazione. Finalmente il “secondo livello” era venuto allo scoperto, per urgenza, per necessità, per disperazione, vai a capire. Ma l’ha fatto, e finalmente tutta l’altisonante retorica sul global warming come materia di disquisizione destinata a sopraffine menti scientifiche votate alla salvezza del genere umano si è rivelata per quello che era: una costruzione mediatica con un fine politico ben preciso, e sottesa allo stesso, la trama fittissima di interessi dell’elite globalista che ad una certa area politica ha legittimamente affidato la realizzazione dei suoi progetti, e la difesa dei propri interessi.

A preparare il terreno a questa metamorfosi, è stata la scelta assolutamente incredibile da parte del mainstream scientifico, di dichiarare la ricerca “conclusa”: nel momento in cui la teoria dell’AGW è stata dichiarata a media unificati “scienza consolidata” (e come tale non più suscettibile di critica), essa ha perso nel medesimo istante la dignità stessa di scienza. Non esiste una “scienza consolidata” perché il divieto di fare ricerca (e divulgazione) in senso opposto all’opinione prevalente è la negazione della scienza stessa: è fondamentalismo, è ideologia, è politica. Quando la “scienza consolidata” ha consegnato le chiavi della ricerca climatica alla politica, il Global Warming è diventato solo uno dei tanti temi di battaglia politica. Chè un Global Warming oggi vale quanto una toilette gender-friendly o un utero in affitto, con buona pace di chi pensava di salvare il mondo in virtù delle sue raffinate conoscenze scientifiche.

Spianata la narrativa del consenso scientifico a colpi di napalm mediatico, si è avuto l’avvento di Greta. Un avvento che ha avuto del miracoloso, ma non (solo) nell’accezione dei fan adoranti. Perché è grazie a Greta e all’implacabile battage mediatico di questi mesi che è accaduto il vero miracolo: gli argomenti degli scettici climatici hanno trovato finalmente spazio sui media come nelle conversazioni da bar.

È grazie a Greta, infatti, che le voci di tanti scienziati non allineati, e forti di nomi assolutamente prestigiosi, sono finalmente arrivate al grande pubblico. È grazie a Greta che la bugia più odiosa, quella del mitico consensus al 97% (già messa in discussione da tempo su queste pagine), si è sgretolata nella forma di appelli pubblici, interviste, persino grafici spiattellati su alcuni giornali di larga diffusione. Giornali di area politica opposta a quella che sostiene Greta. Ma proprio questo è il punto: quando un argomento diventa materia di polemica politica, allora diventa divisivo di per sè, con buona pace della pretesa ridicola di essere “consolidato”. Chè non esiste niente di “consolidato” nemmeno in politica, a meno di trovarsi sotto una dittatura.

E allora sarà pur vero che l’avvento di Greta ha battezzato la grande operazione politica europea di ritinteggiatura di vecchi contenitori rossi in pessimo stato, in attraenti contenitori verdi scintillanti  a beneficio delle elites che di quei contenitori intendono continuare a servirsi. Ma il prezzo da pagare, per chi ha usufruito finora del diritto esclusivo di declamare i propri dogmi scientifici in beata solitudine, è stato altissimo: da oggi il global warming è tornato ad essere, per la prima volta da almeno 30 anni, oggetto di dibattito scientifico e non appannaggio di una elite di scienziati più illuminati (e coccolati) degli altri.

Da oggi ci sono partiti politici che vedono nel Global Warming un’arma politica da disinnescare, specularmente a quei partiti che nel Global Warming hanno visto, da tempo, una occasione imperdibile per accreditarsi come salvatori del Pianeta, a fronte di una agenda politica ormai a corto di argomenti. E questa è la premessa alla possibilità di investire finalmente fondi in una ricerca scientifica a 360 gradi che faccia giustizia di allarmismi inutili, infondati ed economicamente suicidi. E che restituisca agli scienziati il piacere di fare ricerca… per il semplice piacere di farlo, e non per la pretesa superomistica di salvare il Mondo.

Tutto ciò lo dobbiamo a questa piccola ragazzina e all’entourage che si porta dietro. E alla loro battaglia politica, non certo scientifica. Una battaglia assolutamente legittima, e per alcuni versi, persino benedetta.

 

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Il clima cambia anche naturalmente: ordunque, finalmente!

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 16 comments

Il clima cambia anche naturalmente: ordunque, finalmente!

E’ stato recentemente pubblicato su Climate Dynamics un articolo molto interessante dal titolo “Quantifying the importance of interannual, interdecadal and multidecadal climate natural variabilities in the modulation of global warming rates[1] elaborato da un gruppo di studiosi cinesi guidati da Meng Wei e Fangli Qiao che, aggiungerei finalmente, sgombra il campo da dubbi e perplessità su un tema veramente scottante per chi si occupi di comprendere quali siano i meccanismi che operano dietro l’incremento delle temperature medie globali.

Già, perché, al di là delle polemiche sull’hockey stick (a tal proposito sarebbe interessante approfondire la notizia di queste ultime settimane che ci narra di un Mann che avrebbe perso la causa per diffamazione contro il dott. Ball in quanto non ha presentato, come richiesto dalla Corte, i dati con cui ha stimato l’hockey stick stesso), come noto, dopo un rapido incremento nel periodo 1975-1997 le temperature globali hanno presentato un andamento sempre crescente, vero, ma con un tasso molto più basso, al limite della stazionarietà: è il periodo indicato come “hiatus”, iniziato nel 1998 e conclusosi nel 2013, che i modelli climatici faticano a simulare.

Secondo Wei M. e gli altri, la causa è da ricercare nella confusione esistente, in tali modelli, tra i trend provocati dall’azione antropica e quelli causati da variabilità intrinseche del sistema clima.

In particolare gli autori hanno analizzato due set di serie storiche di temperature globali:

  • 6 serie storiche relative al sistema combinato terra/oceani: “BEST” della Berkeley Earth, “GISS” della NASA/GISS, “HadCRUT4” del Met Office Hadley Centre, “HadCRUT4krig” elaborato da Cowtan and Way (2014), “JMA” dal JMA, e “MLOST” del NOAA/NCEI;
  • 6 serie storiche relative all’andamento della temperatura superficiale degli oceani (SST): “COBE-SST” e “COBE-SST2” dal JMA, “ERSST5” da NOAA/NCEI, “HadISST” e “HadSST3” dal Met Office Hadley Centre e “ICOADS3” dal NOAA/NCEI.

Per ciascuno dei 12 dataset hanno calcolato le anomalie mensili rispetto alla media 1981-2010.

Infine, hanno analizzato ciascuno di questi 12 set di valori di anomalia di temperatura mediante un metodo relativamente recente (proposto da Norden E. Huang nel 1998[2]) che permette di analizzare serie storiche anche non stazionarie e non lineari[3] (proprio come quelle in oggetto): tale metodo è l’EMD [4], cioè Empirical Mode Decomposition ed è basato sulla decomposizione del segnale originario in una serie di funzioni dette IMF (Intrinsec Mode Function) che rappresentano le differenti modalità di oscillazione intrinseca del segnale stesso: in particolare la serie originaria viene scomposta come somma di tante funzioni IMF (mediante una particolare tecnica di “sifting” cioè di “passaggio al vaglio”) ciascuna delle quali caratterizzata da frequenza variabile nel tempo ed ampiezza anch’essa variabile ma con media nulla, oltre a una funzione “residua” che rappresenta il trend di lungo periodo presente.

Gli autori, quindi, sulla base di questa tecnica decompongono ciascuna delle 12 serie di anomalie di temperatura in otto IMF e una funzione residuo:

  • le IMF 3, 4 e 5 sommate insieme rappresentano le “oscillazioni ad alta frequenza”, cioè le variabilità naturali inter-annuali denominate IAV;
  • la IMF 7 rappresenta la variabilità naturale a frequenze più basse delle precedenti, cioè inter-decadali, denominata IDV;
  • la IMF 8 rappresenta la variabilità naturale a più bassa frequenza, cioè multi-decadale, denominata MDV;
  • il residuo, infine, rappresenta il trend secolare (ST).

Per ciascuna serie storica analizzata, la somma IAV+IDV+MDV+ST ha dimostrato di ricostruire in ottimo accordo la serie storica originaria stessa.

Più interessante è invece investigare il significato fisico di queste variabilità naturali. Mentre, infatti, il ST si identifica con il trend indotto dal forcing antropico, le altre tre modalità chiave di oscillazione sono determinate, secondo gli autori, da fenomeni oscillatori climatici a scala globale: l’ENSO 3.4, la PDO e l’AMO.

In particolare, gli autori dimostrano, analizzando i “pattern” spaziali e temporali delle variabilità naturali desunte dalla decomposizione delle serie storiche e dei fenomeni oscillatori suddetti, che:

  • la IAV, cioè la variabilità naturale inter-annuale è determinata in gran parte dai cicli dell’ENSO 3.4;
  • la IDV, cioè la variabilità naturale inter-decadale, è influenzata dai cicli della PDO e dell’AMO;
  • la MDV, cioè la variabilità naturale di lungo periodo, è determinata in gran parte dai cicli dell’AMO.

Dimostrate queste analogie, gli autori hanno calcolato che:

  • il trend secolare dovuto al forcing antropico dagli anni ’20 del secolo scorso ad oggi, si è mantenuto grosso modo costante e pari a +0,1 / +0,13 °C/decade;
  • la IAV e la IDV hanno determinato lo hiatus 1998-2013 (trend +0,08 °C/decade), a causa del trend negativo che hanno mostrato in quegli anni (-0,06 °C/decade e -0,05 °C/decade rispettivamente), nonostante i trend positivi di ST (+0,13 °C/decade) e MDV (pari a +0,05 °C/decade);
  • l’alto tasso di crescita della temperatura media globale nel periodo 1975-1998 (trend +0,16 °C/decade) non è stato quindi, causato soltanto dal forcing antropico (che ha contribuito con +0,11 °C/decade) ma anche dalla variabilità naturale di lungo periodo, l’MDV, che ha presentato un trend di +0,05 °C/decade, con le altre variabilità naturali a trend nulli.

Visto che l’AMO è in procinto di passare in fase negativa è plausibile prevedere un nuovo hiatus del riscaldamento globale nei prossimi decenni, a meno di eventi di NINO 3.4 particolarmente intensi.

Insomma, gli autori di questo interessante paper hanno dimostrato ciò che chiunque dotato di cervello, ed etica, aveva da sempre sostenuto: l’andamento non stazionario e non lineare delle temperature medie globali, oltre che dal forcing antropico, è determinato da altre variabilità naturali. In particolare, secondo il paper stesso, esistono almeno tre variabilità a frequenze differenti: inter-annuali, inter-decadali e multi-decadali determinate in gran parte dall’ENSO 3.4, dalla PDO e dall’AMO (sarebbe interessante, aggiungo, io valutare analogie di queste variabilità naturali anche con i cicli solari).

Non tenerne conto nei modelli climatici, basati in prevalenza sul forcing antropico, produce l’incapacità degli stessi di ricostruire eventi di bassa crescita del riscaldamento come lo hiatus 1998-2013 conducendo, quindi, a potenziali previsioni distorte anche sui trend futuri.

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[1] https://doi.org/10.1007/s00382-019-04955-2

[2] N. E. Huang, Z. Shen, S. R. Long, M. L. Wu, H. H. Shih, Q. Zheng, N. C. Yen, C. C. Tung, and H. H. Liu. The empirical mode decomposition and hilbert spectrum for nonlinear and nonstationary time series analysis. Proc. Roy. Soc. London A, 454, 903–995, 1998.

[3] a differenza della “trasformata di Fourier” che richiede che il segnale da analizzare sia stazionario, lineare e scomponibile in una serie di sinusoidi

[4] In particolare nello studio è stata utilizzata una sua variante denominata EEMD, ovvero: Ensamble Empirical Mode Decomposition

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Le Previsioni di CM – 30 Settembre / 6 Ottobre 2019

Posted by on 04:30 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 30 Settembre / 6 Ottobre 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una vasta circolazione depressionaria interessa la Scandinavia, in seno alla quale affluisce aria fredda di origine polare in discesa lungo il fianco orientale di una cellula anticiclonica dinamica centrata sulla Groenlandia. Associate nevicate interessano vasti settori del Mare di Barents, spingendosi fin sul Mare del Nord e naturalmente sulla Scandinavia dove le condizioni del tempo sono decisamente invernali. Più a ovest il flusso principale si articola in un dipolo depressionario a gradiente piuttosto lasco alimentato da aria fredda in discesa dalla Baia di Hudson. Più a sud prevalenza del flusso secondario anticiclonico. Ad ovest delle Azzorre si nota l’uragano Lorenzo che in queste ore si approfondisce fino a valori di pressione di circa 930 mb con raffiche di vento associate fino a 230 kmh (Fig.1).

L’avvezione artica lascerà in eredità una cellula anticiclonica termica centrata sulle Svalbard, in fase con quella groenlandese. La formazione di un effimero ponte anticiclonico tra la cellula atlantica e quella artica favorirà l’ingresso di aria fredda e instabile sul Mediterraneo centrale, e conseguente peggioramento delle condizioni atmosferiche sulla Penisola. L’uragano Lorenzo sarà agganciato dalla circolazione principale, con conseguente approfondimento di una vasta a profonda circolazione ciclonica sull’Atlantico settentrionale, impossibilitata a evolvere in senso zonale per la persistenza della cellula artica. Questo potrebbe preludere ad un sensibile peggioramento del tempo di stampo autunnale sull’Italia all’inizio della settimana successiva, previsione che al momento ha tuttavia una attendibilità ancora molto bassa.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese, con passaggio di nubi alte e sottili al Settentrione, prodromo del peggioramento in arrivo.

Temperature in lieve aumento. Venti tesi occidentali su alto Tirreno, Canale di Sardegna e Canale di Sicilia.

Martedì aumento della nuvolosità al Nord con precipitazioni sparse per lo più di debole intensità. In serata deciso peggioramento sulle Alpi occidentali con rovesci, temporali e nevicate al di sopra dei 2000 metri. Sulle regioni centrali parzialmente nuvoloso, gran sereno al Sud.

Temperature in leggero aumento al Sud, in diminuzione le massime al Nord. Ventilazione meridionale con rinforzi di libeccio su Mar Ligure e alto Tirreno.

Mercoledì perturbato al Nord al mattino con rovesci temporali e nevicate sull’arco alpino centro-orientale al di sopra dei 2000 metri. Rapido miglioramento in serata. Sulle regioni centrali nuvolosità in rapido aumento con rovesci e temporali, in miglioramento in serata salvo persistenza di nuvolosità e fenomeni sulle Marche e a ridosso dell’Appennino tosco-emiliano. Al Meridione nuvolosità in aumento con i primi rovesci in serata sul Tirreno e qualche pioggia sparsa sul Salento.

Temperature in leggera diminuzione. Venti tesi in rotazione ciclonica attorno al minimo sull’alto Tirreno: entra il maestrale, forte, in serata sui bacini di NW. Grecale sostenuto sull’alto Adriatico, libeccio al Meridione.

Giovedì migliora al Nord, rovesci mattutini sulle regioni centrali in rapida attenuazione nel corso della giornata. Condizioni di instabilità perturbata al Meridione con frequenti rovesci e temporali.

Temperature in diminuzione, venti tesi a rotazione ciclonica attorno al minimo in transito verso il basso Tirreno.

Venerdì ancora piogge e rovesci sulle estreme regioni meridionali, in miglioramento dalla serata. Generali condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso sulle altre regioni.

Temperature in ulteriore diminuzione, venti forti di grecale.

Sabato ampie schiarite su tutto il Paese, con venti in attenuazione e temperature in ripresa. Domenica possibile nuovo peggioramento al Nord con piogge, rovesci e nevicate sulle Alpi al di sopra dei 2000 metri (attendibilità al momento bassa).

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Oceani ritirati

Posted by on 06:00 in Attualità | 5 comments

Oceani ritirati

Esattamente un anno fa Donato Barone, in una delle sue preziose analisi di letteratura scientifica, ci aveva raccontato dell’uscita di un paper in cui, neanche a dirlo, per il contenuto di calore degli oceani, la situazione sarebbe peggio del previsto. Vale a dire, se il riscaldamento non è nell’aria è nell’acqua e se nell’acqua ce n’è più di quanto si immaginasse prima è il caso di dire che… siamo fritti. Questo in sintesi il messaggio dell’articolo.

Già all’epoca, il paper, accolto in pompa magna dalla solita informazione mainstream, aveva ricevuto pesanti critiche metodologiche. Sovrastima dei risultati, uso della statistica piuttosto spericolato e sottostima dell’incertezza in particolare. Critiche culminate dopo non poca insistenza in un tentativo di correzione da parte degli autori.

E’ di pochi giorni fa la notizia che Nature, dove il paper era stato pubblicato, ha chiesto agli autori di ritirare l’articolo, ritenendo evidentemente che gli errori commessi non fossero sanabili.

Ora, qualcuno dirà che, pur con i suoi tempi e con le sue procedure, la scienza ha messo ordine, eliminando dal circuito un lavoro che evidentemente non meritava di starci.

Questo è vero solo in parte. Data la dimensione degli errori commessi, l’articolo non avrebbe mai dovuto passare lo screening dei referi, soprattutto su una rivista come Nature, quindi il processo presenta evidentemente delle falle non importanti. Se invece per scienza si intende anche il contributo esterno al circuito scientifico – le critiche sono state mosse sul proprio blog da un ricercatore indipendente, tal Nick Lewis – allora ok, alla fine il risultato è arrivato e quel che conta è la correzione.

Una lezione importante per tutti direi, specialmente perché nei giorni in cui è scoppiata la polemica, Judith Curry, che pure aveva ospitato Lewis sul suo blog per dei commenti e ne aveva prodotti di propri non proprio lusinghieri, aveva ricevuto addirittura una minaccia di morte per aver osato criticare quella che sembrava essere la scoperta della pietra filosofale del clima è invece era… oro di Bologna, evidentemente rosso dalla vergogna.

Per finire, ricordo che in quei giorni feci un post scrittum al commento di Donato Barone immaginando che, semmai ci fosse stata una correzione o un ritiro del paper, la notizia non avrebbe ricevuto neanche un millesimo del risalto dato invece alle conclusioni del paper risultate poi fallaci.

Quindi, se stiracchiando un po’ la faccenda si può dire che la scienza abbia fatto il proprio corso, circa l’informazione non si può dire proprio la stessa cosa. Del resto c’è da capirlo, perché rischiare di far venire qualche dubbio alle gioiose truppe manifestanti che riempiono la strada di cartacc…. ehm, di impegno per la salvezza del pianeta?

Buona fine settimana.

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Cara ONU ti scrivo

Posted by on 12:00 in Attualità | 30 comments

Cara ONU ti scrivo

Qualche tempo fa, forse lo ricorderete, nel nostro Paese c’è stata una battaglia di petizioni in tema climatico. Esortazioni a prendere sul serio gli allarmi climatici essenzialmente provenienti da chi li lancia ogni volta che piove o tira vento e appelli a non dar ascolto a questi ultimi da parte di chi è parecchio più freddo, perdonatemi la battuta, sui temi del clima. CM, lo sapete, non è il luogo delle petizioni, degli appelli o delle prese di posizione, semplicemente perché questi esercizi hanno sempre uno sfondo ideologico, spesso politico, che, giusto o sbagliato che sia, di fatto inquina il messaggio scientifico e divulgativo. Quindi qui, di liste di iscritti o di altre che proscrivono, difficilmente ne vedrete.

Capita però che una delle iniziative più recenti intrapresa dalla parte “fredda” del dibattito sul clima, abbia varcato i confini nazionali e raccolto un po’ di favore in giro. Non c’è da stupirsi, del resto le numerosissime iniziative “calde” raccolgono sempre consensi oceanici e endorsement globali, l’argomento è di interesse ed è un bene che se ne discuta. Così, a valle dell’iniziativa italica, un gruppo di aderenti ha pensato di scrivere una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite. Impegnato com’è a gestire l’ennesimo vertice privo di contenuti reali e gonfio di propositi virtuali, sarà difficile che Mr. Antonio Guterres possa essere raggiunto dalla missiva, specie perché temo che non sia proprio di suo gradimento, ma, tant’è, io ve la ripropongo qui sotto insieme al suo comunicato stampa, perché quel che si dice mi sembra sensato, parecchio più sensato degli allarmi di estinzione su cui si è discusso, ovviamente senza alcun costrutto, negli ultimi giorni.

Dopo averla letta, naturalmente, liberi di esprimere le vostre opinioni. Per parte mia, lieto di contribuire eventualmente a formarle, anche se nella fattispecie c’è da ringraziare soprattutto chi ha pensato di condividere con queste pagine la notizia dell’iniziativa.

Ecco qua.

Press briefing

European Climate Declaration

There is no climate emergency, say 500 experts

As THE LATEST U.N. climate summit begins in New York, a new, high-level global network of 500 prominent climate scientists and professionals has submitted a declaration that there is no “climate emergency”.

The group has sent a European Climate Declaration with a registered letter to António Guterres, Secretary-General of the United Nations.

Professor Guus Berkhout of The Netherlands, who organized the Declaration, said: “So popular is the Declaration with scientists and researchers worldwide that signatories are flooding in not only from within Europe but also from other countries such as the United States and Canada, Australia and New Zealand.”

The group’s letter warns the U.N. that “the general-circulation models of climate on which international policy is at present founded are unfit for their purpose”.

The Declaration adds that the models, which have predicted far more warming than they should (see diagram), “are not remotely plausible as policy tools”, in that “they … exaggerate the effect of greenhouse gases such as CO2” and “ignore the fact that enriching the atmosphere with CO2 is beneficial”.

The “climate emergency” that never was: Global warming predicted by climate models (purple and red cursors) is three times warming expected on the basis of officially-estimated manmade influences on climate (orange cursor) and four times observed warming (green cursor).

The letter invites the Secretary-General to work with the global network to organize a constructive, high-level meeting between world-class scientists on both sides of the climate debate in early 2020.

For further information, please contact Professor Guus Berkhout (guus.berkhout@clintel.org), +31 651 214 737,

or contact any of the National Ambassador listed in the Declaration

Lettera (pdf)

 

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