Eventi Meteorologici Estremi

Eventi termici estremi

Alle medie latitudini dell’emisfero Nord gli eventi termici estremi sono stazionari nel periodo 1979-2012 (Screen & Simmonds, 2014).

Le analisi condotte sulla serie storica delle temperature di Milano Brera indicano invece un aumento delle ondate di caldo sull’Europa dopo il 1987 (Mariani, 2015).

Eventi pluviometrici estremi

Qui le cose sono assai meno chiare anche per la progressiva riduzione della qualità delle serie storiche di dati che rende proibitivo esprimere valutazioni in merito a serie storiche orarie. Ciò detto occorre rilevare che le evidenze osservative indicano che nella maggior parte delle aree mondiali non vi sono segnali di incremento nell’intensità degli eventi estremi. In proposito una ricerca pubblicata sul Journal of Climate nel 2013 a firma di Westra e altri ricercatori ha verificato le tendenze delle precipitazioni massime annue di un giorno per il periodo dal 1900 al 2009 (110 anni in tutto). Il lavoro è stato riferito ad un totale di 8326 stazioni terrestri che i ricercatori hanno ritenuto di “alta qualità” ed ha portato a concludere che il 2% delle stazioni mostra un decremento nelle piogge estreme,  l’8% un incremento e il 90% non presenta alcuna tendenza significativa.

Si segnala inoltre che:

  1. I già citati Screen & Simmonds ( 2014), lavorando su un dataset di rianalisi relativo alle medie latitudini dell’emisfero Nord hanno evidenziato la sostanziale stazionarietà degli eventi pluviometrici e termici estremi nel periodo 1979-2012
  2. Mariani e Parisi (2013), analizzando un vasto dataset di dati pluviometrici giornalieri per stazioni dell’area euro-mediterranea per il periodo 1973-2010 ed utilizzando lo schema di analisi proposto da Alpert et al. (2002) hanno evidenziato l’infondatezza dell’aumento parossistico delle piogge estreme giornaliere affermato dagli stessi Alpert et al. in un lavoro del 2002
  3. Fatichi e Caporali (2009), lavorando sulle serie storiche di precipitazione di 785 stazioni della Toscana per il periodo 1916-2003, hanno posto in evidenza l’assenza di trend nel regime precipitativo medio e nell’intensità degli eventi estremi di 3,6 e 12 h in pressoché tutte le stazioni analizzate
  4. Pinna (2014) analizza le piogge estreme per l’area mediterranea e per la Toscana evidenziando l‘assenza di trend rilevanti riferibili agli eventi pluviometrici estremi.

Eventi alluvionali

Diversi studi paleoclimatici evidenziano che la frequenza degli eventi alluvionali in Europa è stata sensibilmente più bassa durante le fasi calde (es: optimum romano, optimum medioevale)  che durante quelle fredde (es: piccola era glaciale) (Wirth et al., 2013).  Istruttiva può essere inoltre l’analisi del numero delle grandi alluvioni del Po (8 eventi noti nel XVIII secolo, 20 eventi nel XIX, 18 nel XX e 2 finora nel XXI).

Cicloni tropicali

Nel 2011 Maue ha pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letter uno studio sulla frequenza dei cicloni tropicali e sull’energia da essi liberata. I dati ottenuti con il metodo descritto in tale studio sono costantemente aggiornati  sul sito http://models.weatherbell.com/tropical.php. Da essi si evince che l’energia media annua liberata dai cicloni tropicali espressa in unità ACE è stata di 664 nel decennio 1971-80, di 716 nel 1981-90, di 857 nel 1991-2000, di 723 nel 2001-2010 ed infine di 689 nel 2011-15, il che evidenzia l’esistenza di un trend complessivo improntato alla decrescita dell’energia liberata da tali eventi estremi.

Segnalazioni e riflessioni

Posted by on 10:21 in Attualità, Climatologia, Energia | 5 comments

Segnalazioni e riflessioni

Da alcuni giorni le nostre pagine sono occupate da un’accesa discussione in tema di energia nucleare. In realtà, come sempre accade, l’autore del post che ha dato origine al dibattito lo aveva spiegato bene e anche ribadito nei commenti: l’intento era quello di parlare del reale potenziale delle risorse rinnovabili di far fronte alla domanda di energia attuale e futura nel contesto di un mondo che vorrebbe abbassare la propria intensità di carbonio, ove non abbatterla del tutto. Il confronto non può che essere con l’energia nucleare, l’unica davvero “pulita” in termini di emissioni, ma notoriamente problematica per tante altre ragioni. Così siamo finiti nel solito ginepraio di nucleare sí, nucleare no che caratterizza le discussioni su questo tema.

Il punto è che nel nostro Paese, dove più che mai gli argomenti che richiederebbero atteggiamenti razionali e ragionati finiscono per essere dei campi di battaglia tra opposte fazioni ideologiche, la discussione sull’energia nucleare è quanto di più inutile e sterile si possa immaginare, semplicemente perché le scelte fatte a suo tempo e ribadite (già inutilmente) di recente, hanno chiuso definitivamente il capitolo.

Ce lo ha ricordato appena ieri IlSole24Ore, pubblicando un interessante articolo sui costi e sul percorso da compiere, ancora dopo soli trent’anni, per smantellare le centrali che abbiamo deciso di smettere di utilizzare, perdendo tempo, know how e capacità produttiva, appunto chiudendo il capitolo. Costi che sono aumentati, arrivando alla bella cifra di 7,2 mld di Euro, percorrendo però una roadmap che, almeno sulla carta, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia derivata dall’Atomo) considera virtuosa, ovvero da esempio per quanti volessero intraprendere il cammino per liberarsi dal “problema”.

Ex centrali atomiche, smantellamento più caro – Il Sole24Ore, 20 settembre 2017.

Ma perché decarbonizzare il pianeta? Ormai non più perché le risorse fossili sono in esaurimento, dal momento che in barba all’incubo del picco del petrolio con cui siamo cresciuti, ora tra nuove tecniche di estrazione e nuovi giacimenti il petrolio non si sa più dove metterlo. Per non parlare del carbone, che ancora abbonda ben oltre l’orizzonte di utilizzo. Il mondo, dicono, va decarbonizzato per aggiustare il clima, il giocattolo con cui ormai tutti vogliono giocare che però le perfide attività in cui ci cimentiamo per stare al mondo avrebbero rotto.

Allora torna utile un’altra segnalazione, un nuovo paper che sta avendo, per dirla in gergo, parecchia stampa a fargli da eco. In Italia lo ha ripreso solo Il Foglio, unico media che ancora pubblica notizie non allineate al pensiero unico in tema di clima.

Modelli sbagliati, clima giusto – Il Foglio, 20 settembre 2017.

Ebbene sì, su Nature Geoscience è uscito un lavoro, per una volta, spiega che le cose vanno meglio del previsto. Il mondo si è scaldato meno di quanto si pensava avrebbe fatto, per cui abbiamo ancora qualche possibilità di raggiungere gli obbiettivi dell’accordo di Parigi, ovvero di limitare il riscaldamento a quei famosi 1,5 gradi centigradi che sono piaciuti tanto alla politica, specie quella degli annunci.

Il problema è che il pianeta se ne frega di tutto. Della CO2 supposta in eccesso – ove con questo si intenda qualcosa di esclusivamente dannoso – degli 1,5 gradi, degli annunci, delle proiezioni climatiche, dei modelli, dei dibattiti e di tutto il circo che ruota attorno a questo tema. E questo paper lo dimostra, chiarendo per esempio il fatto che i conti con cui sono stati stabiliti i limiti della sopportabilità e dei tempi del riscaldamento erano sbagliati. Il che vuol dire che, forse, non abbiamo capito proprio bene come funzionano le cose, con buona pace di chi vorrebbe convincerci del contrario.

Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5 °C

Della serie, non avevamo capito, ma visto che le cose non vanno proprio male ce la possiamo ancora fare. Per cortesia continuate a credere nelle nostre “certezze” 😂😂😂

Buona giornata.

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Un Mese di Meteo – Agosto 2017

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Un Mese di Meteo – Agosto 2017

IL MESE DI AGOSTO 2017[1]

Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio con significative eccezioni al Nord e anomalie termiche positive in prevalenza moderate

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra l’anticiclone delle Azzorre in posizione arretrata, in pieno Atlantico, mentre sull’Italia domina un promontorio dell’anticiclone africano, struttura meteorologica che si è riproposta con frequenza in questa estate 2017 e che è all’origine della principale andata di caldo di agosto e dell’intero 2017, quella dell’1-10 agosto. Fra i due anticicloni subtropicali (Azzorre e Africano) e il ciclone d’Islanda (lettera B in alto in figura 1) si mantiene un regime di veloci correnti occidentali che nel loro flusso da ovest verso est trasportano le perturbazioni atlantiche, più attive a nord delle Alpi. Il settore ionico infine è interessato da un regime di correnti settentrionali (mMeltemi) che fluiscono fra l’anticiclone africano e la depressione anatolica, quest’anno particolarmente attiva.

Da tale regime circolatorio è conseguito un totale di solo 3 perturbazioni transitate rispettivamente fra il 5 e il 6, fra l’8 e il 12 e fra il 20 e il 22 e in coincidenza delle quali  le temperature sono temporaneamente scese al di sotto della norma.

La piovosità è risultata generalmente al di sotto della norma con le significative  eccezioni del Trentino-Alto Adige, della Lombardia Nord orientale e di alcune limitate aree di Puglia, Basilicata, Sicilia e Toscana. A ciò si è associato il prevalere di anomalie termiche positive nelle temperature minime e massime.

Per quanto riguarda poi la distribuzione delle anomalie termiche positive nel corso del mese, si osserva che le stesse si sono concentrate intorno ai giorni 1-6, 17-18 e 27-28.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale). 

Giorni del mese Fenomeno
1-4 agosto Un promontorio anticiclonico africano interessa la nostra area determinando tempo stabile e soleggiato.
5-6 agosto L’arretramento del promontorio espone le regioni settentrionali al transito di una saccatura atlantica con variabilità perturbata e attività temporalesca localmente intesa (perturbazione n. 1).
7 agosto Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo attività temporalesca a carattere locale limitata al settore tirrenico del meridione
8-12 agosto Transito una saccatura atlantica da ovest che interessa in modo più diretto le regioni centro-settentrionali. (perturbazione n. 2).
13-15 agosto Si afferma un promontorio anticiclonico mobile da sudovest che martedì 15 mostra segni di cedimento sulle Alpi ove si assiste ad una vivace attività temporalesca pomeridiana e serale.
16-17 Agosto mercoledì 16 e giovedì 17 agosto l’Italia è stata in gran parte interessata da un campo di pressione alta e livellata garantito da una sella che raccorda l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone presente sulla Russia. Una certa variabilità si osserva sul settore ionico per effetto di una saccatura da sudest associata alla depressione anatolica.

 

18-19 agosto Dalla serata di venerdì 18 cedimento della sella con transito di una saccatura che interessa dapprima il settentrione e poi le regioni centrali del settore adriatico (perturbazione n. 3).
20-22 agosto Sul settentrione si afferma un promontorio anticiclonico da ovest mentre un regime di correnti da Nordest interessa il meridione con condizioni di variabilità.
Agosto 23-31 Periodo dominato da un anticiclone africano rafforzato da una depressione stazionaria con centro ad ovest della penisola iberica che si presenta giovedì 24 in forma di saccatura per poi isolarsi dal flusso perturbato atlantico da sabato 26 agosto. Attività temporalesca locale è registrata in ambito alpino nei giorni 23, 24, 30 e 31 agosto.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) manifestano anomalie positive più spiccate nelle massime, più sensibili al forcing sinottico, che nelle minime, che dipendono maggiormente  da fattori attivi a scala locale. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che l’anomalia positiva delle massime è più spiccata al centro-nord nelle prime due decadi e al centro-sud nella terza, il che è sintomatico del regime circolatorio sopra descritto. Si noti inoltre la forte anomalia delle massime riscontrata al nord nella seconda decade.

Il raccordo fra l’anomalia termica mensile sull’Italia e l’anomalia globale non ci è a momento possibile in quanto la carta del mese di agosto prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville non è tutt’oggi disponibile. I lettori interessati sono pregati di verificarne l’uscita attesa per i prossimi giorni al sito http://nsstc.uah.edu/climate/.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

 

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna centro-orientale, Mantovano, Friuli Venezia Giulia, regioni centro meridionali e Sicilia. Prevalgono le anomalie positive sulle restanti aree del Paese con massimi su Lombardia nord orientale e Trentino Alto Adige Occidentale.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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Un Mese di Meteo – Luglio 2017

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Un Mese di Meteo – Luglio 2017

IL MESE DI LUGLIO 2017[1]

Prevale un regime circolatorio tipicamente estivo con temperature in prevalenza nella norma. Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra una struttura circolatoria tipicamente estiva, con l’Anticiclone delle Azzorre che espande un proprio promontorio longitudinalmente verso la penisola iberica e l’Italia. Al contempo le perturbazioni atlantiche corrono a Nord delle Alpi spingendosi temporaneamente verso sud a lambire le regioni settentrionali, come mostra la caratteristica curvatura a valle dell’arco alpino presente nell’isoipsa di 1530 m che è evidenziata in blu sulla carta di figura 5a. Sull’Europa centro settentrionale domina invece un regime di veloci correnti atlantiche che fluiscono fra una depressione d’Islanda molto ben strutturata (figura 5b) e l’anticiclone della Azzorre. Il meridione è invece esposto a un regime di deboli correnti settentrionali (Meltemi) che fluiscono fra la parte distale del promontorio anticiclonico atlantico e la depressione anatolica. Nel corso del mese sono transitate un totale di 6 perturbazioni.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

 

Giorni del mese Fenomeno
1luglio Una depressione inizialmente centrata sulle isole britanniche e in graduale moto verso il Baltico influenza la nostra area dando luogo a un regime perturbato con precipitazioni a prevalente carattere temporalesco (perturbazione n. 1)
2 luglio Promontorio anticiclonico in espansione da Ovest verso la nostra area determina una progressiva stabilizzazione, con lieve episodio di foehn alpino al settentrione e instabilità residua su Abruzzo, Campania, Basilicata e Puglia.
3-9 luglio L’Italia è soggetta all’influsso di un promontorio anticiclonico subtropicale da sud che mantiene condizioni di tempo stabile e soleggiato salvo attività temporalesca sparsa registrata su Alpi, Prealpi e fascia pedemontana alpina.
10-11 luglio L’anticiclone arretra temporaneamente verso sud esponendo le regioni centro-settentrionali a un regime di correnti atlantiche con condizioni di variabilità a tratti perturbata (perturbazione n. 2).
12-14 luglio Regime di correnti atlantiche da ovest con transito di una saccatura da Nordest nella nottata fra il 13 e il 14 luglio. Ne consegue attività temporalesca che dall’areale padano-alpino si estende rapidamente all’Italia centro meridionale peninsulare (perturbazione n. 3).
15-18 luglio Un promontorio da Ovest dell’Anticiclone delle Azzorre si afferma sul centro-nord mentre un regime di correnti Nord Orientali interessa il meridione con lieve variabilità residua.
19-22 luglio Un debole promontorio anticiclonico subtropicale da sudovest interessa l’area italiana dando luogo a prevalenti condizioni di tempo stabile salvo attività temporalesca sparsa su Alpi e Prealpi.
23-25 luglio Il cedimento dell’anticiclone espone le regioni del cento nord e del meridione peninsulare al flusso perturbato atlantico al cui seguito transita una perturbazione fra lunedì 24 e martedì 25 (perturbazione n. 4).
26-28 luglio Sull’Italia flusso di correnti nordoccidentali con apporto di masse d’aria più fresche ed instabili di origine nord-atlantica. Ne consegue attività temporalesca sparsa sull’intera penisola (perturbazione n. 5).
29 luglio Transito di una debole perturbazione sul settentrione (perturbazione n. 6).
30-31 luglio Un promontorio anticiclonico da sudovest determina tempo stabile e soleggiato sull’intera area italiana, salvo instabilità residua sui settori alpini e prealpini.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) evidenziano massime in prevalenza nella norma o lievemente al di sotto della stessa mentre anomalie positive da deboli a moderate si colgono sul versante adriatico centro-meridionale. Anomalie positive da deboli a moderate prevalgono invece nelle minime, specie al centro-sud e in Emilia Romagna.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia massime in prevalenza nella norma, salvo deboli anomalie positive nella prima decade al Nord, nelle prima e nella seconda decade al centro e nella seconda decade al sud. Anche le minime sono in prevalenza nella norma salvo deboli anomalie positive al centro nelle tre decadi e al sud nella prima decade.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

Le lievi anomalie positive segnalate in particolare al centro-sud risultano coerenti con la carta globale dell’anomalia mensile per la bassa troposfera prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville (figura 6). In particolare tale carta mostra che l’anomalia del nostro centro-sud si raccorda con un più vasto campo a debole anomalia positiva che interessa il mediterraneo Centro-Orientale.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)]

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) indica una piovosità in prevalenza al di sotto della norma, pur in presenza di aree relativamente ampie con piovosità nella norma o al di sopra della stessa, reperibili ad esempio in Piemonte, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Lombardia centro-orientale, Liguria, Lazio settentrionale, Calabria meridionale e Puglia settentrionale. Per quanto concerne le anomalie decadali (tabella 2) nelle prime due decade prevalgono anomalie negative ovunque moderate salvo con l’eccezione del centro che nella seconda decade appare soggetto a un’anomalia forte. Si noti infine la moderata anomalia positiva cui è esposto il Settentrione nella terza decade del mese.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

 

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Le Previsioni di CM – 18 / 24 Settembre 2017

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Le Previsioni di CM – 18 / 24 Settembre 2017

Le Previsioni di questa settimana sono a cura di Alessandro__________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una profonda saccatura con minimo sulla Groenlandia è protesa fino alle medie latitudini atlantiche e spinge  aria subtropicale verso l’Atlantico settentrionale, mentre una seconda saccatura presente sulle aree artiche russe estende la sua influenza sino al bacino del Mediterraneo con l’isolamento di una goccia fredda in quota su centro Europa.

La predetta risalita di aria stabile atlantica subtropicale permetterà la formazione in quota di una cella di alta pressione su Mar di Barents che eroderà il campo ciclonico artico dando origine alla discesa verso l’Europa centro meridionale di nuova aria fredda in quota nelle giornate di lunedì  e martedì.

Il nucleo di aria fredda si sposterebbe più ad est stazionando nei gg successivi tra Balcani ed Europa orientale, tuttavia nella giornata di sabato i modelli matematici a 300 mb prevedono che una parte del flusso umido atlantico dal Mare del Nord possa tuffarsi sulla valle del Rodano determinando una retrogressione ad ovest della circolazione depressionaria dall’Europa orientale  e quindi apportando nuova instabilità nel bacino del Mediterraneo centrale proprio nel prossimo fine settimana. Il prestigioso modello europeo ECMWF ipotizza per domenica 24 settembre una sinottica particolare (Ponte di Voejkov) ovvero una vasta figura di alta pressione che si instaura dall’unione dell’anticiclone delle Azzorre e dell’anticiclone russo-scandinavo:

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì  18 settembre 2017

Nuvolosità compatta su tutto il centro nord con piogge e rovesci sparsi in intensificazione nel pomeriggio; poco nuvoloso sul resto d’Italia. In serata si avrà un’intensificazione dell’attività temporalesca su Liguria, Toscana, Piemonte meridionale e alto Lazio. Temperature minime in diminuzione, in particolare al sud. Venti dai quadranti occidentali forti su Levante ligure, Toscana ed Appennino tosco-emiliano .
Martedì 19 settembre 2017

Al mattino ancora locale nuvolosità sulle aree costiere adriatiche settentrionali, Marche, Umbria, medio e basso Lazio, Campania ed aree tirreniche di Basilicata, Calabria e Sicilia, con rovesci sparsi. Velato sul resto d’Italia. Temperature sotto la media stagionale. Venti dai quadranti occidentali forti sulla Sardegna e moderati sulle coste tirreniche; orientali al nord-est, forti sulle coste adriatiche settentrionali, deboli settentrionali sul resto del Nord.

Mercoledì’ 20 settembre 2017

Ancora molte nubi sull’arco alpino, sulle regioni centrali adriatiche, basso Lazio, Molise, Gargano, Campania e coste tirreniche di Basilicata e Calabria, con rovesci sparsi; poco nuvoloso sulle regioni nord occidentali. Velato sul resto d’Italia. Dalla tarda mattinata aumento della nuvolosità al sud e sulle regioni adriatiche centrali con rovesci in graduale attenuazione nel pomeriggio. In serata parzialmente nuvoloso al sud con deboli locali piovaschi specie sulle coste, poco nuvoloso sul resto d’Italia. Temperature ancora sotto l norma, ma stazionarie.

Giovedì’ 21 settembre 2017

Generalmente sereno o poco nuvoloso, salvo addensamenti al centro sud e sul triveneto nelle ore centrali della giornata, ma senza piogge. Temperature stazionarie.

Venerdì 22 settembre 2017

Poco nuvoloso su gran parte d’Italia, salvo annuvolamenti durante la giornata su tutte le regioni occidentali. Temperature stazionarie.

Sabato 23 settembre 2017

Deciso aumento della nuvolosità sulle regioni nord occidentali con rovesci e temporali sparsi. Estese velature sul resto d’Italia. Temperature stazionarie.

Domenica 24 settembre 2017

Condizioni di instabilità con probabile circolazione ciclonica sull’Italia. Temperature in lieve diminuzione al Nord est, stazionarie sul resto d’Italia.

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Lettura serale

Posted by on 18:22 in Attualità | 0 comments

Lettura serale

Harvey e Irma sono Storia, Jose continua a fare l’indeciso, mentre Maria galoppa verso i Caraibi, con una traiettoria un po’ più bassa di quella seguita da Irma. Quest’anno la stagione degli uragani sta spuntando il calendario.

Sventura per chi da quelle parti ci vive, manna dal cielo per il catastrofista generico medio, che nelle evoluzioni dei Cicloni Tropicali in Atlantico è convinto di trovare la prova schiacciante delle nostre colpe climatiche.

Uragani e Climate Change… Se volete sapere come stanno davvero le cose su questa non-relazione spacciata per consolidata, leggete questo post sul blog di Fabius Maximus. Ah, una raccomandazione, la rassegna stampa che fa nell’introduzione al post, è da voltastomaco… resistete e andate avanti.

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Equivoci Verdi

Posted by on 07:26 in Ambiente, Attualità, Energia | 51 comments

Equivoci Verdi

Care lettrici e cari lettori del blog di Climatemonitor,

spesso sulla stampa, dai media mainstream alle pubblicazioni più piccole e di nicchia (a volte con ambizioni tecniche o scientifiche, a volte semplici fogli di parte), si leggono le promesse di un futuro green nel campo dell’energia, promesse a dir poco mirabolanti. In realtà, esse si basano su alcuni grossi equivoci, per usare un eufemismo, che qui andremo a vedere.

Il primo equivoco è che il kW di potenza installata rinnovabile valga il kW fossile/nucleare (prendo il kW, e non il W o il MW, per semplicità). Sembrerà strano che la stessa unità di misura sia diversa, anzi sembrerà proprio un’eresia: infatti c’è il trucco. Il kW della potenza installata, come appunto dice il nome, si riferisce alla potenza dell’impianto; in quell’istante, è capace di produrre la stessa energia, da cui i mirabolanti record di ore o anche giorni a 100% energia rinnovabile in qualche località. Ma per l’energia dobbiamo passare ad un’altra unità di misura, il kWh, cioè quanti kW vengono prodotti in un’ora: e l’energia rinnovabile, funziona per le stesse ore di quella “convenzionale”? Direi proprio di no, vediamo come va negli il fattore di capacità, cioè quanta parte dell’anno le centrali elettriche producano realmente energia, fonte EIA per gli USA:

Come ben si vede, in realtà ci vogliono es. da 3kW a 7kW rinnovabili installati, per pareggiare ogni 1kW nucleare installato. Per il solare, inoltre, con picchi massimi estivi comunque non comparabili, e picchi minimi invernali anche prossimi allo 0%.

Il secondo equivoco che ne deriva, è appunto quello dei costi. Essi possono abbassarsi ad libitum, ma siccome le energie rinnovabili dipendono da variabili esterne – principalmente meteorologiche ed astronomiche – non controllabili, allora il costo è in realtà un fattore secondario: per assurdo non ha nessun senso avere un costo nullo, se non si produce nulla. Anzi il costo reale viene quasi sempre taciuto, dato che non è il solo costo dell’impianto, col pannello solare o la pala eolica sempre più economici, ma pure i tre costi:

  • degli interventi necessari sulla rete elettrica, ora sottoposta a stress per i (troppo) frequenti picchi minimi e massimi di potenza immessa in rete, a volte anche con altri problemi connessi (es. le piccole variazioni di frequenza elettrica dei generatori eolici);
  • degli annessi impianti a gas e a batteria, necessari a compensare e a coprire i picchi minimi di energia, ovvero ad immagazzinarla durante i picchi massimi;
  • ripetendo quanto detto sopra, il kW installato in sé potrà costare quanto gli altri o anche meno, ma ce ne vogliono comunque di più a parità di energia.

Se siete scettici sul tema, ed è giusto che lo siate, guardate il famoso grafico dei prezzi dell’elettricità in Europa, e chiedetevi chi ha l’Energiewende (Germania) e chi invece oltre i due terzi di nucleare (Francia), fonte Eurostat:

Qualche media nei giorni scorsi ha provato a convincerci che, passando al 100% di rinnovabili, avremmo diminuito sensibilmente i costi energetici all’utenza(1). Peccato che invece, leggendo l’articolo fino in fondo, si scopra che tale risparmio sia dovuto esclusivamente al quasi dimezzamento dei consumi: a quel punto, conta pure poco come si produce l’energia. Anche sui posti di lavoro ci sarebbe molto da ridire, visto che pare che nessuno lavori con le altre fonti di energia (vi assicuro che, per alcuni, l’uscita dell’Italia dal nucleare a fine anni ’80 fu un evento tragico). La realtà è che invece alcuni mega-progetti rinnovabili si stanno dimostrando dei clamorosi fallimenti, anche se su di essi è calato il silenzio dei principali quotidiani: non un disastro mentre li si costruisce (ritardi e aumenti dei costi appartengono a tutti i grandi progetti), ma un disastro finanziario mentre sono operativi, con energia che dovrebbe essere praticamente gratis. Vedere Ivanpah(2)(3), la mega-centrale solare (termica) californiana. Disastro ampiamente coperto dai soldi dei contribuenti di tutti gli USA.

Il terzo equivoco è quello della sostenibilità ambientale e umana. Sorvolo sul trattamento sia dell’ambiente che dei lavoratori nelle miniere di terre rare ed altri materiali indispensabili alle rinnovabili, assumendo che in molte miniere di carbone od uranio le condizioni siano simili (anche se non è proprio vero). Sicuramente invece il carbone è più inquinante, ma contrariamente a quanto si pensi, non lo è il nucleare (scorie incluse – anche le rinnovabili andranno smaltite). Voglio invece concentrarmi sul consumo di suolo, tanto giustamente esecrato quando si parla di poco utili nuovi “capannoni” o case, quanto ingiustamente dimenticato quando si parla di impianti solari, eolici ed idroelettrici. Faccio un solo esempio, dalla lontana California. L’unica centrale nucleare rimasta nello stato, Diablo Canyon(4), ha una potenza installata di 2200MW ed occupa una superficie di 900 acri, cioè circa 3km2 e mezzo. La già attiva centrale solare (fotovoltaica) di Topaz(5) ha un fattore di capacità del 23% annuo, con 550MW installati su 25km2: avete letto bene, facendo i calcoli produce ogni anno ca. 1100GWh contro i ca. 4200GWh annui di un equivalente reattore nucleare, cioè praticamente un quarto dell’energia e occupando 27 volte la sua superficie! Se non vi basta, nel centro dello stato americano è progettata la costruzione della più grande centrale solare (fotovoltaica) del mondo, Westlands(6), da 2700MW su 24.000 acri: quasi 100km2. Avete letto bene: cento chilometri quadrati. E nonostante la potenza installata sia superiore, come già detto produrrà molta meno energia ogni anno (solo un terzo) della centrale nucleare di Diablo Canyon, ma occupandone una superficie 27 volte maggiore! Perdonate i punti esclamativi.

Veniamo ora al quarto equivoco, quello per cui la gran parte delle rinnovabili sembra essere solare ed eolico. In realtà non è affatto così: anche idroelettrico e biomassa mantengono un impatto rilevante, anzi il primo rimane la prima fonte rinnovabile. Per la seconda, sì, esatto, bruciamo legna e rifiuti per produrre elettricità, e la consideriamo pure una fonte rinnovabile (che in effetti è):

Il quinto equivoco è infine quello legato alla mobilità elettrica, su ben tre punti. Ben venga l’elettrificazione dei trasporti, se significa meno inquinamento ad esempio: ma è davvero così? Non sempre, infatti dipende da come viene prodotta l’energia, in molti casi la situazione rimane quasi costante, in qualcuno peggiora pure almeno per la CO2:

Si dirà che si può produrre l’energia con fonti rinnovabili: molto semplice a dirsi, quanto molto difficile a farsi, per non dire quasi impossibile. Sostituire il parco veicoli odierni con veicoli elettrici infatti implicherebbe quasi il raddoppio della produzione di energia elettrica, con uno sforzo finanziario ed industriale senza precedenti in pochi decenni; e probabilmente inutile, se il nucleare (a bassissimo impatto di CO2) non sarà la parte principale della soluzione. Infine una constatazione più terra-terra: le auto elettriche non solo hanno scarsa autonomia e lunghi tempi di ricarica (pur in miglioramento), ma hanno anche sollevato grossi problemi di sicurezza legati agli incendi(7). Questo per una buona ragione: l’energia in forma “fossile”, cioè petrolio e carbone, è anche altamente stabile e facilmente maneggiabile. Gli accumulatori elettrici, non solo non raggiungono la stessa densità di potenza, ma sono anche meno stabili; inoltre la ricarica veloce dei veicoli, con gli alti amperaggi implicati, aumenta il rischio di sovraccarichi termici o elettrici. La mobilità elettrica a batteria (fuori quindi da treni, tram e filobus) rimane la grande promessa del futuro, non ancora la realtà del presente, in attesa di grandi miglioramenti su questi punti.

In conclusione, se il nostro obiettivo è quello di decarbonizzare l’economia, è meglio farlo con criterio, utilizzando tutto il mix energetico senza puntare troppo su soluzioni ancora troppo incerte e sperimentali, escludendone altre di ormai rodate e ampiamente sicure; anche i tempi devono essere congrui alle tecnologie ed alle risorse finanziarie disponibili, senza “balzi in avanti” di tragica memoria. L’ambientalismo radicale ha dimostrato di essere inapplicabile in ogni campo; ma anche le derive populiste di certi governi sul tema, cavalcando paure poco razionali e progettando scenari tecnicamente e finanziariamente improbabili, hanno creato notevoli danni nel breve e nel medio periodo (sul lungo ancora non sappiamo, ma, come diceva un noto politico, saremo tutti morti). La storia della generazione elettrica in Italia nell’ultimo trentennio ed in Germania nell’ultimo lustro è lì a dimostrarlo: alti costi, grossi problemi, riduzione delle emissioni molto blanda se non inesistente al netto delle crisi economiche. Le soluzioni alternative ci sono, anche a livello europeo es. con grandi e nuove interconnessioni tra stati; basta non gettarle alle ortiche in nome di un cultismo neo-pagano ed irrazionale.

autore: Ing. Filippo Turturici, MBA

  1. http://www.repubblica.it/economia/2017/09/06/news/un_italia_a_energia_rinnovabile_farebbe_risparmiare_6_500_euro_a_testa_e_creerebbe_mezzo_milione_di_posti_di_lavoro-174683185/
  2. https://www.fool.com/investing/general/2016/04/02/how-a-22-billion-solar-plant-became-a-money-pit.aspx
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Ivanpah_Solar_Power_Facility#Fossil_fuel_consumption
  4. https://en.wikipedia.org/wiki/Diablo_Canyon_Power_Plant
  5. https://en.wikipedia.org/wiki/Topaz_Solar_Farm
  6. https://en.wikipedia.org/wiki/Westlands_Solar_Park
  7. https://www.technologyreview.com/s/521976/are-electric-vehicles-a-fire-hazard/
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Già fatto?

Posted by on 05:59 in Attualità | 14 comments

Già fatto?

È una di quelle frasi che nessun uomo vorrebbe mai sentirsi dire, in certe occasioni. Figuriamoci se l’uomo in questione è eletto a grande esploratore contemporaneo, addirittura emulo del mitico Shackleton. Il fatto è che il confronto tra i due è davvero tutto lì: nelle quattro settimane di Pen Hadow rispetto ai 24 mesi di Shackleton. E il fatto che la nave di Sir Ernest e dei suoi coraggiosi compagni di viaggio si chiamasse Endurance (“Resistenza”) deve suonare davvero come l’ultima beffa per questi campioni di precocità che, partiti con squilli di tromba alla conquista del Polo Nord all’insegna del celodurismo salvamondista, tornano frettolosamente con le pive nel sacco, inseguiti dai ghiacci che si richiudono al loro passaggio, e da temperature abbondantemente sotto lo zero.

Prologo

Ne avevamo parlato pochi giorni fa: nel clamore dei media che inneggiavano allo scioglimento ormai imminente del ghiaccio artico, Pen Hadow & Friends erano partiti con le loro barchette a vela alla conquista del Polo Nord. Si erano espresse nell’articolo precedente tutte le perplessità legate all’ottimo stato di salute dei ghiacci artici dopo una estate insolitamente fresca, e alla luce di una configurazione sinottica non propriamente favorevole. Insomma, non c’erano gli ingredienti ideali per una riuscita dell’impresa. E in effetti avevamo anche sottolineato come i toni del Blog fossero molto meno pomposi e celebrativi di quelli di certa stampa di regime climatista…

Ma tant’è, certe missioni si organizzano molto tempo prima, gli sponsor i soldi li hanno già tirati fuori in buona parte, e quindi non resta che indossare le tute griffate, scattare le foto di rito, recitare accigliati i  soliti discorsi salvamondisti di circostanza e infine mollare gli ormeggi per una sveltina tra i ghiacci e gli orsi bianchi cercando di non farsi troppo male.

La cronaca

La cronaca della “impresa” è proporzionale alla sua durata: bastano poche righe, quindi.

  • 16 Agosto: si parte!
  • 24 Agosto: Wow! Orsi bianchi!
  • 26-28 Agosto: si prelevano campioni di acqua e si fanno selfie con lo zooplankton. Ma la vita è dura: tocca scrostare le cime dal ghiaccio al mattino perché, inopinatamente, la notte fa più freddo e le temperature scendono di parecchi gradi sotto lo zero.
  • 31 Agosto: dietro-front. C’è troppo ghiaccio e non si riesce ad andare avanti. Ci si ferma all’80o Nord, e a circa 1000 km di distanza dall’obbiettivo dichiarato della missione.
  • 15 Settembre: navi ancorate in porto. Se ne riparla un’altra volta (finché qualcuno ci mette i soldi).

Grande Giornalismo

Mi sono sentito un po’ in imbarazzo a seguire le evoluzioni delle barchette di Hadow & Friends, in quanto vittima anche io dei miei confirmation bias, ovvero del mio intimo convincimento che l’impresa fosse semplicemente impossibile. Con una certa malcelata perfidia ho seguito il rallentare e l’annaspare impacciato e disperato della barchetta a fronte di un pack compatto, spesso e rinvigorito da temperature costantemente inferiori allo zero. Con la stessa perfidia ridevo sotto i baffi nel leggere sul Blog commenti del tipo: “aspettiamo un po’, così il ghiaccio si scioglie”, quando le carte sinottiche suggerivano che il tempo faceva solo il gioco del pack e degli orsi, e non certo quello di Hadow.

Mi sono chiesto in quanti seguissero real-time l’umiliante esibizione di chi, dovendo conquistare il Polo Nord, si era poi ritrovato a fare selfie con il plankton “nel nome della scienza” e a scrostare alberi e cime ghiacciate in fuga precipitosa dall’assalto del pack e dalla minaccia di orsi bianchi apparentemente in ottima salute.

La risposta me l’ha data Delingpole in un godibilissimo articolo in cui il giornalista americano fa notare, tra altre cose, che a seguire realmente le “imprese” più o meno ridicole di quelle che lui chiama “Le Navi dei Cretini” sono poche persone, in gran parte scettiche. Perché lo scettico è l’unico interessato a scoprire come va a finire davvero la storia, mentre il mainstream e i suoi megafoni sciocchi e/o in mala fede, non hanno bisogno di conoscere l’epilogo, perché  la notizia è nell’annuncio stesso: “Pen Hadow alla conquista del Polo Nord ormai libero dai ghiacci con la barchetta a vela!”. Se poi la conquista in questione si risolve in farsa, basta non parlarne, e rimarrà il messaggio originario, ovvero che il Polo Nord è libero dai ghiacci e quindi si presume che l’impresa sia riuscita.

Sono i metodi di quel “grande giornalismo” che nei suoi nobili intendimenti ci dovrebbe difendere dalle fake news, e invece le bufale le produce in prima persona, laddove la mancanza di una smentita rumorosa al pari dell’annuncio diventa conferma implicita (e falsa) del successo dell’impresa. E la narrativa è salva. Anche perché magari nel frattempo arriva provvidenziale un ciclone a distogliere l’attenzione dall’Artico che non si squaglia come si vorrebbe.

Le Navi dei Salvamondo

Rubo (ed edulcoro opportunamente) l’espressione di Delingpole per un’ultima riflessione. Nel guardare l’annaspare triste e insieme ridicolo della nave di Hadow a 1000 km dall’ambiziosa meta ho pensato tra me e me: “ma tanto valeva andarci in kayak, se dovevi fermarti così presto, no?” Salvo scoprire poco dopo che in effetti qualcuno ci aveva già provato nel 2008 a raggiungere il Polo in kayak: anch’egli partito tra squilli di tromba salvamondisti, e fermatosi, curiosamente, più o meno alla stessa distanza di 1000 km dalla meta dichiarata.

La verità è che di queste navi ce n’è ogni anno un numero non meglio quantificato: circumnavigazioni in barca a vela, passaggi a Nordovest in barca a vela, kayak, gare di velocità tra rompighiaccio e chi più ne ha più ne metta. Del resto, finché c’è uno sponsor che paga per ripulirsi l’immagine o per speculare sul terrorismo climatico, perché gli skipper in questione dovrebbero rinunciare ad una crociera tra i ghiacci artici, gratis e all-inclusive?

In questo stranissimo periodo storico in cui si pretende di “salvare” il Pianeta con i soldi altrui arricchendosi in prima persona, non può essere certo scandaloso che si butti via il denaro in inutili crociere tra gli orsi bianchi per dimostrare che (non) moriremo tutti di caldo. Al cospetto dei trilioni che si bruciano nel camino ogni anno con l’intento di “de-carbonizzare” (ovvero di affamare le piante e far pagare l’elettricità il doppio agli utenti), i soldi buttati nelle crociere dei salvamondo sono proprio, è il caso di dirlo, solamente la punta dell’iceberg. Ma rappresentano un ottimo investimento pubblicitario, in quanto sostengono proprio la narrativa della de-carbonizzazione dietro alla quale si sperperano i soldi veri.

PS: giusto per alzare il tono nel finale, mi permetto di consigliare una lettura: un grande classico sull’incredibile avventura di Shackleton e dei suoi compagni: “Endurance: Shackleton’s Incredible Voyage” di Alfred Lansing. Per non dimenticarci di che pasta fossero fatti i veri esploratori, quelli che un secolo fa partivano alla volta di missioni impossibili armati solo di carte nautiche, bussola, sestante, binocolo, macchina fotografica e tanto, tantissimo coraggio.

La differenza di statura morale, umana, culturale e scientifica tra gli esploratori di allora e i velisti salvamondisti di oggi è tutta nel confronto, impietoso, tra l’Impresa per eccellenza di Shackleton e la farsa del viaggio di Pen Hadow. A confermare, se davvero ce ne fosse bisogno, il vecchio adagio secondo cui ogni periodo storico ha gli “eroi” che si merita.

 

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Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 11 comments

Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

di Uberto Crescenti

Ogni anno, generalmente in autunno, in Italia accadono fenomeni di dissesto idrogeologico (frane e alluvioni) con gravi danni alla popolazione ed al territorio in generale. Il problema si è sempre più acuito nel tempo, a causa dell’intenso sviluppo delle attività antropiche che si sono insediate sul territorio in aree pericolose, tenendo poco conto delle propensioni al dissesto del nostro Paese. La letteratura specializzata, ma anche le notizie di cronaca, sono ricche di informazioni riguardanti questi fenomeni particolarmente frequenti in Italia a causa delle caratteristiche geologiche, morfologiche e climatiche proprie del nostro territorio. Eppure, ormai da diversi anni, ogni volta che accadono eventi catastrofici quale quello recente in Toscana, i mass media affermano che ciò e dovuto al cambiamento climatico causato dalle attività antropiche (in particolare immissione in atmosfera della famigerata anidride carbonica). Ma non è così.

Questa situazione di dissesto idrogeologico ha da tempo sollecitato l’impegno della nostra società che si è realizzato attraverso due itinerari distinti e cioè attraverso la emanazione di leggi da parte dello Stato e attraverso la ricerca scientifica perseguita da strutture nazionali (Università, C.N.R., Servizio Geologico d’Italia e Servizi Geologici regionali). Da tempo ci sono leggi che tutelano la sicurezza della popolazione per quanto riguarda lo sviluppo futuro delle attività antropiche, in particolare urbanizzazioni e aree industriali, che devono realizzarsi in aree idonee e al riparo dal rischio idrogeologico, ma non sempre queste leggi sono state rispettate. La speculazione edilizia purtroppo molto diffusa ha portato in molti casi ad utilizzare aree non idonee. La conseguenza è nota a tutti; assistiamo a calamità che provocano ingenti danni perché sono state urbanizzate aree aventi geologicamente naturali propensioni a subire alluvioni e frane.

Tanto per fornire alcuni dati sul dissesto idrogeologico in Italia, ricordo di seguito alcuni eventi particolarmente disastrosi. Nel 1951 ci fu l’alluvione del Polesine che provocò circa 100 morti, la distruzione di 52 ponti, 170.000 persone senza tetto. Nel 1966 ricordiamo l’alluvione di Firenze, associata anche a frane, con 96 morti, 20.000 persone senza tetto. Nel 1987 le frane della Val Pola in Lombardia, con 40 vittime e 19.500 senza tetto. Nel 1994, alluvione e frane in Piemonte, con 70 vittime, 2.226 senza tetto, 10 ponti distrutti. Nel 1998 i dissesti a Sarno e Quindici con 153 morti e 1500 senza tetto e nel 2000 a Soverato con 12 morti. Per non parlare degli ingenti danni registrati negli ultimi anni in Liguria e Toscana. L’elenco è ancora molto lungo, purtroppo.  Per un quadro, sia pure molto sintetico del problema, si veda la figura tratta da una nota di Canuti, Caciagli e Tarchi pubblicata a Roma nel 2001 nel dossier della XIV Legislatura.

Questa figura ci dà un quadro della notevole diffusione delle frane nel nostro Paese, dei relativi danni e costi, e riporta anche alcuni eventi eccezionali.

In fatto di danni provocati dalle frane, l’Italia è al 2° posto assieme all’India ed agli Stati Uniti, con perdite di 1-2 miliardi di Euro all’anno, mentre per quanto riguarda le vittime siamo al 4° posto nel mondo dopo i Paesi Andini, la Cina e il Giappone, con una media di 59 vittime all’anno (F. Guzzetti 2000, IRPI, CNR Perugia).

Questa rapida rassegna, certamente incompleta, è comunque sufficiente a testimoniare il grave problema del dissesto idrogeologico in Italia per quanto riguarda la salvaguardia sia di beni sia della pubblica incolumità. Le numerose ricerche, l’esperienza del passato, i dati raccolti consentono oggi di affrontare la difesa da queste calamità con approcci nuovi  rispetto al passato. E’ ormai da tutti accettato il concetto che la migliore difesa dagli eventi calamitosi è la previsione dei loro effetti. Si dice: “Bisogna correre davanti alle calamità naturali, non dietro”. Significa, questa considerazione, che è opportuno far prevalere progetti e programmi di prevenzione a quelli di bonifica e consolidamento.

Se in teoria tutti, anche politici ed amministratori, sono d’accordo su questo concetto, in pratica si investe ancora molto di più nel risanamento.

Per dare concretezza a questa mia breve nota ai fini della salvaguardia dagli eventi calamitosi, riporto di seguito alcune considerazioni che tengono conto delle conoscenze acquisite dalla ricerca scientifica.

E’ ormai accettato da parte della comunità scientifica che le notizie storiche sono molto utili ai fini della previsione nelle aree soggette a frane e alluvioni, anzi sono il punto di partenza per una corretta lettura dei fenomeni in esame. Le frane cosiddette di nuova generazione (ossia che avvengono su versanti mai colpiti da questi eventi) sono assai rare, non superano qualche punto percentuale rispetto a quelle che si riattivano lungo versanti già colpiti da questi fenomeni. Per esempio nella Regione Emilia e Romagna sono meno del 5% del numero totale di frane accadute dal 1950 alla fine del secolo. Da qui la grande utilità della ricerca storica.

Altri strumenti abbiamo per la previsione, come la modellazione matematica sulla stabilità di versanti indiziati di fenomeni franosi, il monitoraggio di tali versanti con tecnologie sempre più sofisticate atte a verificare la evoluzione sia di movimenti superficiali sia profondi.

Credo infine sia pleonastico affermare la importanza della ricerca geologica ai fini della previsione delle calamità naturali fin qui considerate, sottolineando in particolare i progressi che ci sono stati nella interpretazione di grandi fenomeni franosi. Desidero ricordare che fenomeni di instabilità di grande dimensione, derivanti dalla evoluzione di lenti movimenti su aree di grande estensione, sono stati bene studiati a partire dal 1980 in poi. Mi riferisco in particolare alle cosiddette deformazioni gravitative profonde di versante, diffuse nel nostro Paese ed evidenziate da specifiche ricerche di vari gruppi di ricercatori italiani e stranieri. Di questi grandi fenomeni legati alla evoluzione geodinamica dei nostri territori, si dovrebbe tenere conto in una prospettiva di pianificazione futura del territorio.

Cosa fare di fronte a questa vera e propria “malattia” del nostro Paese? Potrebbe sembrare che la parola “malattia” sia usata a sproposito. Ma non è così. Il nostro Pianeta è un vero e proprio organismo vivente e come tutti gli organismi viventi è in costante, sia pure lenta, evoluzione. Le montagne nascono, si sviluppano, evolvono, e infine scompaiono, per essere sostituite da altre montagne o da bacini oceanici. Bisogna conoscere in dettaglio questo modo di esprimersi della Natura, prevederne il comportamento per difenderci da quelle variazioni che possono risultare nocive alla comunità. Conoscere per prevenire gli effetti dannosi di queste modifiche. Ogni territorio ha un proprio modo di evolvere, bisogna quindi conoscerne in dettaglio le modificazioni. Le frane e le alluvioni, come tutte le altre calamità naturali (terremoti, vulcani in particolare) rappresentano malattie proprie di ciascun territorio, in relazione alle relative caratteristiche geologiche, geomorfologiche e climatiche.   Per una conoscenza capillare del comportamento di un certo territorio, ecco allora la necessità di affidare tale compito ad un esperto “medico di questo organismo”. E il medico dell’Organismo Terra è proprio il geologo, capace di studiarne la storia evolutiva, il comportamento di fronte ad eventi critici di piovosità e di prevederne le reazioni. Ecco allora il concetto di geologo “condotto”, che vive con il territorio, sa prevederne il comportamento, come ad esempio cosa può accadere quando piovono 50 mm di pioggia, o 100, 200 e così via. Questo controllo capillare, costante, che consente di prevedere, è a mio modesto avviso il modo migliore per difendersi da queste malattie naturali. Si tratta di un controllo a basso costo; piccoli comuni potrebbero consorziarsi per dotarsi di questa figura professionale, cui potrebbe anche essere affidato il parere sulla fattibilità geologica degli interventi sul territorio stesso.

Esistono ormai le competenze, ci sono i progressi degli studi geologici applicativi, perché continuare a non tenerne conto a difesa della pubblica incolumità? E soprattutto non attribuiamo questi eventi al riscaldamento globale che è ormai di moda criminalizzare ad ogni occasione.

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L’acqua va al mare, ma dipende da come ci arriva…

Posted by on 13:00 in Attualità, Media Monitor | 6 comments

L’acqua va al mare, ma dipende da come ci arriva…

Breaking news

Confessiamo di non essere da anni utente dei servizi televisivi statunitensi della giornalista RAI Giovanna Botteri, che crediamo di aver lasciato sulla torretta di un carro armato americano il giorno in cui i militari Usa presero Bagdad. Tuttavia la frase pronunciata da lei (o forse da una sua collaboratrice) in un servizio sull’uragano Irma andato in onda questa sera sul TG1 e che ci è stata segnalata da un amico è troppo curiosa per essere passata sotto silenzio:

La paura viene dal mare, il cui livello continua ad alzarsi per le piogge.

Tale frase peraltro porta a ragionare su un problema colpevolmente trascurato e cioè quello per cui un eccesso di precipitazioni possa interferire con il livello degli oceani.

E qui si scopre che in almeno un caso ciò è stato verificato. Il caso è costituito dalle imponenti alluvioni registratesi nell’entroterra australiano fra 2010 e 2011 in occasione della Nina. Tali alluvioni avrebbero infatti interferito con la crescita del livello globale degli oceani, come indicato qui. Peraltro questo fa venire in mente che un bacino chiuso come il Mediterraneo potrebbe prestarsi più dell’oceano ad osservare fenomeni del genere.

Sembra tuttavia che nel caso di Irma un tale fatto non possa sussistere in quanto i cicloni tropicali prosperano su oceani tropicali caldi da cui pompano enormi quantità d’acqua in forma di vapore che vengono poi restituite all’oceano stesso in forma di pioggia rilasciata da migliaia di cumulonembi temporaleschi che compongono i cicloni. Fra questo a dire che l’oceano aumenta di livello in modo significativo c’è di mezzo il mare. In effetti, gli allagamenti delle aree costiere prodotte da Irma sono da un lato dovuti al moto ondoso e dall’altro alla pioggia prodotta dall’uragano che cade nell’entroterra e il cui deflusso avviane lentamente e può essere anche ostacolato dal moto ondoso stesso… ma non solo.

Il fenomeno si definisce Storm Surge. Pur nel contesto di eventi con hanno mai né una sola causa né un solo effetto, tutte cose che concorrono a rendere difficile inquadrarli, nel caso dei Cicloni Tropicali parlare di aumento del livello del mare perché piove è fuori da ogni contesto. Gli allagamenti verificatisi per il passaggio di Irma sono dovuti allo Storm Surge, effetto di innalzamento del livello del mare conseguente al passaggio del minimo. Ad esso concorrono i venti (e l’impossibilità per fiumi e torrenti di restituire lepiogge al mare), la conformazione delle coste, l’accumulo per spinta del moto ondoso e, da ultimo, l’effetto barometro inverso, ovviamente più significativo – sebbene perdente rispetto alle altre cause – nel caso di depressioni molto profonde.

C’è una letteratura abbastanza vasta al riguardo e ci sono studi modellistici che danno ottimi risultati. Tra questi quelli portati avanti dal JRC, che ha messo a punto un modello che gira anche per il nostro territorio. Per chi volesse documentarsi, anche sommariamente, sul sito dell’NHC di Miami, per ogni ciclone tropicale che si avvicina alle coste, ci sono delle mappe interattive molto interessanti sulla previsione di storm surge, sebbene si tratti ancora di strumenti sperimentali. E’ tra l’altro un fenomeno che abbiamo conosciuto anche in Italia più volte, l’ultima nel febbraio del 2015 a Ravenna e dintorni (ma ci sono notizie di eventi di minore significatività con discreta frequenza), con un picco di innalzamento di quasi un metro, che risultò nell’allagamento di alcuni tratti di costa per diverse centinaia di metri verso l’entroterra. In termini assoluti, tecnicamente, è comunque il mare che avanza più che un’impossibilità dell’acqua di defluire. Infatti ai danni dell’allagamento si aggiunge sempre anche il deposito di acqua salata.

Anche in questo caso, come ormai siamo abituati a vedere, sarebbe stata sufficiente una breve ricerca per evitare una magra figura.

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Grandi Giornalisti Grandi Balle

Posted by on 06:00 in Attualità, Media Monitor | 27 comments

Grandi Giornalisti Grandi Balle

Oggi, Lunedì 11 settembre alle ore 13, ascoltavo su radio24 la rubrica “America24” dedicata agli USA e tenuta da Mario Platero. La trasmissione la  potete ascoltare qui e queste sono alcune frasi che ho trascritto e che voglio segnalare all’attenzione dei lettori:

Qualcuno su twitter ha scritto che se non è la fine del mondo ci avviciniamo alle grandi prove generali. Qui non mi riferisco solo a Irma. Oggi ci sono 3 uragani in contemporanea, cosa che non accade mai. Dietro Irma ci sono Jose e poi Katia e anche se non sono previsti impatti terrestri, c’è un altro forza cinque. Pensate: dal 1851 vi sono stati solo 3 uragani forza 5 mentre ora ne abbiamo avuti 2 in una sola settimana. E che dire del gigantesco iceberg staccatosi dall’Antartide? La sua superficie è più grande della Liguria… Molti iniziano a pensare che questa non sia una coincidenza e che siano le emissioni umane non contenute…..

Confesso che questi considerazioni mi hanno molto spaventato per l’incisività, l’enfasi retorica e l’autorevolezza che riconoscevo alla fonte. Tuttavia, per un’innata malfidenza rispetto a questo tipo di notizie, sono andato a verificare le statistiche sugli uragani di categoria 5 e questi sono i dati che in 20 secondi 20 ho trovato su Wikipedia:

The list of Category 5 Atlantic hurricanes encompasses 32 tropical cyclones that reached Category 5 strength on the Saffir–Simpson hurricane wind scale within the Atlantic Ocean (north of the equator), Caribbean Sea and Gulf of Mexico. Hurricanes of such intensity are somewhat infrequent in the Atlantic basin, occurring only once every three years on average. Only five times—in the 1932, 1933, 1961, 2005, and 2007, hurricane seasons—has more than one Category 5 hurricane formed. Only in 2005 have more than two Category 5 hurricanes formed, and only in 2007 has more than one made landfall at Category 5 strength.

Insomma: dal 1851 non 3 ma 32 uragani forza 5 e in ben 5 casi (1932, 1933, 1961, 2005, and 2007) più di uno in un solo anno.

Conclusione: una bufala dietro l’altra. Non si può andare avanti istupidendo gli ascoltatori in questa maniera. Io dico che almeno uno sforzo per cercare dati corretti andrebbe fatto, specie da parte delle emittenti che raggiungono milioni di spettatori e quando reperire dati corretti è tanto semplice. Ma evidentemente il difetto sta nel manico e la menzogna è un dato strutturale per un sistema mediatico che peraltro, non vedendo la trave che sta nel proprio occhio, si erge a strenuo accusatore di internet, dipinto come diffusore di bufale.

______________________________

Post Scrittum: chissà se Mario Platero vedrà mai qusta pagina. Se così dovesse essere, potrà tornargli utile questa immagine del 1 settembre 1979, quando cinque (5!) sistemi tropicali erano contemporaneamente attivi in Atlantico. Due uragani, una tempesta tropicale e due depressioni tropicali. Ah, com’era bello e buono il tempo prima dell’AGW!
gg

Five tropical cyclones were active on September 1 – Hurricanes David and Frederic, Tropical Storm Elena, and two unnumbered tropical depressions
By National Oceanic and Atmospheric Administration – http://www.ncdc.noaa.gov/gibbs/image/SMS-2/IR/1979-09-01-00, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22209212

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