Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Meteorologia – Profilo Storico – Parte 4, Epicurei, stoici e dibattito sulle piene del Nilo

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 4, Epicurei, stoici e dibattito sulle piene del Nilo

La meteorologia epicurea

Due grandi scuole filosofiche dell’antichità greco-romana, epicureismo e stoicismo, utilizzarono la meteorologia per scopi morali. In particolare l’obiettivo di Epicuro (342-270 a.C.) era quello di guidare i suoi seguaci verso uno stato di affrancamento dagli affanni per le pene che affliggono l’umanità, e in particolare dal timore della morte (ataraxia). Pertanto la principale motivazione dell’interesse degli epicurei per la meteorologia non è tanto il desiderio di conoscenza in sé quanto il fatto che attraverso lo studio dei fenomeni terrestri rovinosi e fortuiti si acquisissero prove certe del fatto che il nostro destino non è guidato da nessun agente consapevole. In tal senso Lucrezio (94-55 a.C.), spiegando i fenomeni che gli uomini erroneamente attribuiscono agli dei, era convinto di poter vanificare i timori e le superstizioni che atterriscono i mondo.

Seneca e Columella

Un obiettivo morale guidava anche l’interesse per la meteorologia dello stoico Lucio Anneo Seneca (4-65 d.C.), il quale riteneva che lo studio dei fenomeni meteorologici fosse utile all’uomo pubblico poiché ne allontanava la mente dalle cose mondane e dalle preoccupazioni limitate della vita di tutti i giorni, incoraggiandone altresì il giusto senso delle proporzioni ed la consapevolezza dell’inevitabile vulnerabilità della propria posizione nel più vasto ordine delle cose.
L’obietivo morale guidò anche il grande agronomo romano Lucio Giunio Moderato Columella (4-70 d.C.), conterraneo e coetaneo di Seneca, il quale nell’introduzione al suo De re rustica scrive all’amico Publio Silvino segnalandogli che cittadini illustri di Roma ritenevano che la terra troppo sfruttata dall’uomo non fosse più in grado di dare frutti e che il clima non fosse più idoneo a supportare l’agricoltura e conclude con un lapidario “quanto a me, Publio Silvino, ritengo queste cose per lontanissime dalla realtà”.

Ma se Seneca riteneva che la meteorologia dovesse guidare le classi dirigenti a una visione serena ed equilibrata degli eventi naturali e al contempo se gli epicurei e Lucio Giunio Moderato Columella si ponevano il problema di contrastare le campagne di colpevolizzazione dell’uomo in atto ai loro tempi, siamo evidentemente di fonte a qualcosa di fortemente intrecciato con lo spirito umano e che vediamo ancor oggi all’opera?

L’origine delle piene del Nilo come dibattito esemplare

Un dibattito che tenne banco a lungo presso gli antichi senza trovare una spiegazione definitiva fu quello sull’origine delle piene del Nilo, che oggi sappiamo essere innescate dalle intense piogge monsoniche estive che in estate interessano l’altipiano etiope. Attorno alle piene del Nilo, più regolari e meno distruttive di quelle dei fiumi mesopotamici Tigri e Eufrate e dunque meglio gestibili in termini agricoli, gli Egizi avevano organizzato una delle agricolture più produttive dell’antichità, da cui dipese a lungo l’approvvigionamento di cereali per l’Urbe prima e per Bisanzio poi. Nello specifico ad agosto e settembre il livello del fiume aumentava lasciando la pianura alluvionale e il delta sommersi da 1,5 m d’acqua al colmo di piena[1]. A ottobre poi le acque si ritiravano e gli agricoltori si ritrovavano le riserve idriche dei suoli ricostituite e le falde ricaricate mentre il suolo era ricoperto da uno strato di sedimenti che arrivano dall’altopiano etiopico. In tale mese si effettuava la semina dei cereali vernini che venivano poi raccolti nei successivi mesi di aprile e maggio.

Il fenomeno rimase a lungo una sfida aperta per la scienza antica e sarà spiegato solo fra XVI e XIX secolo. Infatti nel 1588 Giovanni Gabriel scopre le sorgenti del Nilo Azzurro sul lago Tana (Conti Rossini, 1941; Surdich, 2005) mentre solo nel 1858 Richard Francis Burton e John Hanning Speke scoprono le sorgenti del Nilo bianco sul lago Vittoria.

Riguardo al problema delle piene del Nilo possiamo anzitutto citare Lucrezio (94-50 a.C.), il quale ritiene che i venti Etesii[2] facciano ritrarre le acque del fiume che spingono nella direzione opposta (da sud a nord) provocando l’inondazione. Altra possibile causa, secondo Lucrezio, potrebbe essere la sabbia che, depositata dal mare presso il delta, ostacola il deflusso delle acque.

Le alluvioni del Nilo sono trattate anche da Lucio Anneo Seneca (4 a.C., 65 d.C.) nel Naturales questiones, ove il libro IV è una sorta di “De Nilo” perché è dedicato a tale fiume. Purtroppo ce ne resta solo la metà per cui non conosciamo le conclusioni di Seneca circa le piene ma le considerazioni note sono comunque di grande interesse perché mostrano che in questo dibattito “meteorologico” fossero intervenuti anche illustri filosofi e scienziati greci: “Ora esaminerò le cause per cui il Nilo cresce in estate, cominciando dalle spiegazioni più antiche. Anassagora (496-428 a.C.) dice che dalle catene montuose dell’Etiopia le nevi che si sciolgono scendono fino al Nilo. Tutta l’antichità condivise questa opinione […] ma che essa sia errata, è dimostrato chiaramente da più prove. Prima di tutto il colorito abbronzato degli uomini […] indica che l’Etiopia è un paese caldissimo […] e anche l’austro, che viene da quella regione, è il più caldo dei venti [….]. Inoltre, se questa fosse la causa che fa crescere il Nilo, esso sarebbe in piena all’inizio dell’estate, poiché proprio quello è il momento in cui le nevi sono ancora intatte e si sciolgono gli strati più molli: il Nilo, invece, si ingrossa per quattro mesi e il suo accrescimento è regolare. Talete (640-547 a.C.) sostiene invece che sono i venti etesii a contrastare la discesa del Nilo”. In sostanza dunque Talete avrebbe sviluppato la medesima tesi che sarà in seguito sostenuta da Lucrezio.

[1] Le piene del Nilo sono oggi regolate dalla diga di Assuan che rendono le alluvioni del delta assai poco probabili.

[2] Venti che nella stagione estiva interessano il Mediterraneo orientale con direzione da Nord – Nordest e che sono frutto della presenza di una depresone stagionale sull’Anatolia attorna alal quale le masse d’aria ruotano in senso antiorario.

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I Breakpoint della fine del secolo scorso nelle serie di Temperatura da radiosonde

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I Breakpoint della fine del secolo scorso nelle serie di Temperatura da radiosonde

Riassunto: vengono studiate le anomalie di temperatura da radiosonde di sette stazioni nei due emisferi, su cinque livelli di pressione, per definire la presenza o meno di break point nel 1987 e nel 1996. Si osserva che negli anni indicati o nelle loro vicinanze la presenza di cambiamenti improvvisi è relativamente frequente o almeno tale da far pensare ad uno studio più accurato sui break point.
Abstract: Temperature anomalies from radiosondes are studied for seven world-wide stations, in five pressure levels, in the aim to define the existence (or not) of break points in 1987 and 1996. In such or neighbour years, abrupt changes can be observed with a relatively high frequency so that a more accurate analysis on the break points position may be indicated.

In un post del 2016 su CM avevo analizzato le temperature emisferiche e globali da radiosonde disponibili al sito NOAA RATPAC per alcuni dei 13 livelli di pressione (altezza) misurati. Questi dati sono noti come RATPAC-A.
In un post di giugno 2017 su WUWT, C. Samuels usa le temperature da radiosonde di singole località, misurate a 00z e a 12z (ora di Greenwich) per sviluppare una sua idea (estranea a questo post); nota però che i dati mostrano alcune particolarità nel 1996 e si chiede che cosa fosse successo in quell’anno.
Luigi Mariani, sia in articoli scientifici (v. ad esempio Mariani et al, 2012) che su CM (ad esempio in un commento a questo post) ha spesso fatto notare la presenza di un cambiamento improvviso nei parametri meteo-climatici degli anni ’80 (shift climatico, presumibilmente attorno al 1987) presente almeno nell’emisfero nord.
Rispondendo ad un commento del lettore Alessandro, su CM, sempre Luigi Mariani definisce la presenza, nel 1996, di un salto improvviso nelle temperature medie di Bologna Borgo Panigale.
Questi tre elementi: shift climatico degli anni ’80; qualcosa di diverso accaduto nel 1996 nei dati da radiosonde e il break point (BP) del 1996 nelle temperature di Bologna B.P. mi hanno portato a pensare di analizzare i dati da radiosonde (anomalie di temperatura) di stazioni variamente distribuite sul globo, per vedere se nel 1987-88 e nel 1996 sia possibile identificare due cambiamenti di pendenza.

In questo post non ho quindi calcolato l’anno di due break point ma ho fissato a priori i due anni e verificato se le pendenze delle rette dei minimi quadrati prima e dopo i BP fossero diverse, sia tramite un test statistico che con ispezione visuale.
La retta dei minimi quadrati è stata calcolata negli intervalli: inizio del dataset – dicembre 1987; gennaio 1988 – dicembre 1996; gennaio 1997 – fine dataset.

I dati mensili utilizzati derivano dal sito NOAA RATPAC da cui ho preso i valori di ratpac-B che si riferiscono a 85 stazioni: per ognuna di queste stazioni sono disponibili le temperature (anomalie) misurate alle ore 00 e 12 di Greenwich (00z e 12z) per ognuno dei 13 livelli, da surf a 30 hPa (mb nel file originale). Per questo post ho selezionato tre livelli troposferici (surf, 850 e 500 hPa) e due livelli stratosferici (100 e 30 hPa) e sette stazioni di cui 4 nell’emisfero nord (3 ad alta e una a media latitudine; 2 nel continente americano, una europea e una asiatica) e 3 nell’emisfero sud (2 in Antartide -agli estremi opposti del continente- e una in Nuova Zelanda).
I valori numerici sono stati “mascherati” per eliminare i dati mancanti (identificati da 999.0) e poi smussati con un filtro passa-basso a passo 13 punti (equivalenti a 13 mesi se sono presenti tutti i dati e ad un intervallo maggiore in caso di dati mancanti).
Le stazioni (tab.1) sono state indentificate con le prime tre lettere del nome (a volte impegnativo come Molodeznaja, stazione antartica russa) e con un valore numerico (o “su”) per il livello di pressione; così, ad esempio, sod30-0012 (.txt,.png,.pdf) identifica i dati di Sodankyla a 30 hPa misurati a 00z e 12z e sodsu-0012 gli stessi dati misurati sulla superficie. I file con una “f” nel nome (es. sodf500.png) mostrano i fit lineari.

Tabella 1. Stazioni usate in questo post. AY=Antartide, CH=Cina
# NAME ID CC LAT LON ELEV WMO OBTIMES
02 SODANKYLA sod FI 67.37 26.65 178 02836 00z 12z …
28 KASHI kas CH 39.47 75.98 1291 51709 00z 12z …
44 BARROW bar US 71.30 -156.78 12 70026 00z 12z …
51 BAKER LAKE bkl CA 64.30 -96.00 49 71926 00z 12z …
68 MOLODEZNAJA mol AY -67.67 45.85 40 89542 00z 12z …
70 MCMURDO mcm AY -77.85 166.67 24 89664 00z … …
78 INVERCARGILL inv NZ -46.42 168.32 4 93844 00z 12z …

Alcuni esempi di fit ben definiti (fig.1, pdf); mal definiti per assenza di veri break point alle date prefissate (fig.2, pdf) e praticamente non definibili per mancanza di dati o per il dataset poco esteso (fig.3, pdf) sono mostrati nelle figure successive.

Fig.1: I fit definiscono tre zone precise. Vedere anche mcmfsu.png.

 

Fig.2: I fit definiscono tre zone che possono facilmente diventare due o forse una, per l’assenza di veri BP. Vedere anche mcmf500.png o invfsu.png.

 

Fig.3: I fit definiscono forse due zone, ma sicuramente la terza non ha un numero di dati sufficienti per un fit significativo. Vedere anche kasfsu.png dove il passaggio dalla seconda alla terza zona è poco significativo a causa dei molti dati mancanti (linea orizzontale tra il 1992 e il 1997).

 

Il risultato complessivo, basato sull’esame visuale dei fit, è riportato in tabella 2. I risultati del test di Student (t-test) sono disponibili nel sito di supporto qui.

Tabella 2: Situazione dei 3 fit per Ratpac-B di 7 stazioni. Si mostra la diversità ;(Y) o l’uguaglianza (N) delle pendenze dei due fit successivi.

St\hPa 30 100 500 850 Surf
Sod Y/Y Y/Y Y/Y Y/Y Y/Y
Kas N/Y N/Y N/N Y/Y Y/Y
Bar N/Y Y/Y N/N N/Y Y/N
Bkl N/Y N/N ?/? Y/Y Y/Y
Mol Y/N Y/? Y/? Y/? N/?
Mcm Y/? Y/Y N/Y ?/Y Y/Y
Inv Y/Y N/Y N/Y ?/Y N/N
Nota: Sono usati i file relativi al paragrafo “linear fits of a single pressure level” nel sito di supporto. Y/Y: il 1.o Y (o N) si riferisce al confronto tra il primo e il secondo tratto (BP=1987); il 2.o Y (o N) si riferisce al confronto tra il secondo e il terzo tratto (BP=1996).

Note alla ispezione visuale dei fit. I commenti si riferiscono a (riga,colonna) della tabella precedente: ad esempio (1,1) è Sod, 30 hpa. BP è “break point”.
(1,1) OK
(1,2) OK
(1,3) OK
(1,4) OK
(1,5) il 1997 potrebbe non essere un BP
(2,1) un solo BP nel 1999
(2,2) un solo BP nel 1998
(2,3) nessun BP
(2,4) un BP nel 1997
(2,5) dati mancanti; un BP nel 1990
(3,1) un solo BP nel 1995
(3,2) stessa pendenza prima e dopo il 1987-1996
(3,3) un fit parabolico sembra migliore dei 3 fit lineari
(3,4) crescita continua; nessun BP alle date fissate
(3,5) forse un solo BP nel 1997
(4,1) forse un solo BP nel 1996
(4,2) forse un solo BP nel 1997
(4,3) poco chiaro; forse un solo BP nel 2000
(4,4) OK. Il 2.o BP forse nel 2000
(4,5) OK. Il 2.o BP forse nel 2001
(5,1) dati mancanti: solo il BP del 1987
(5,2) dati mancanti: solo il BP del 1987
(5,3) poco chiaro: forse i BP nel 1980 e nel 1989
(5,4) nessun BP alle date indicate; forse un BP nel 1980
(5,5) nessun BP alle date indicate; forse nel 1980 e nel 1993
(6,1) dati mancanti: solo il BP del 1987
(6,2) OK; il BP del 1987 forse in altra data precedente
(6,3) forse solo un BP nel 1999
(6,4) il BP del 1996 forse nel 2000
(6,5) OK; il BP del 1996 forse nel 2000
(7,1) OK; il BP del 1996 forse nel 2000
(7,2) forse un solo BP nel 1997
(7,3) forse un solo BP nel 1997
(7,4) forse un solo BP 997
(7,5) Nessun BP evidente

Se si osservano, per le singole stazioni, le anomalie sui cinque livelli di pressione come in fig.4 (pdf) si vede che, in genere ma con varie sfumature, le maggiori variazioni hanno luogo nei livelli stratosferici mentre i livelli troposferici mostrano break point più sfumati.

Fig.4: Anomalie per Sodankyla sui cinque livelli di pressione usati. Si usano le osservazioni a 00z sia perché sono comuni a tutte le stazioni sia per la notevole somiglianza con le osservazioni a 12z.

La stessa situazione si nota per la stazione meridionale di Invercargill in fig.5 (pdf)

Fig.5: Anomalie per Invercargill sui cinque livelli di pressione usati. Anche qui i livelli troposferici non mostrano BP o li mostrano con molta incertezza.

Le stazioni antartiche mostrano qualche problema: Molodeznaja per la breve durata del dataset che, nell’intervallo disponibile, appare quasi costante; McMurdo per le ampie fluttuazioni, in particolare quella a 30 hPa con diminuzione di 7-8 °C nel giro di 8 anni. Complessivamente, però, questa stazione ha un andamento non dissimile da quello di Invercargill, con una maggiore evidenza di break point ai livelli stratosferici. Ai livelli troposferici, McMurdo mostra un brusco cambiamento attorno al 1976-77.

Conclusioni
I livelli stratosferici mostrano variazioni di temperatura più accentuate in anni non distanti o coincidenti con quelli scelti a priori, sia nell’emisfero nord che in quello sud anche se forse per cause diverse.
Nei livelli troposferici i break point appaiono meno definiti, ma ancora c’è qualche indicazione di cambiamenti nel 1987 e nel 1996 o negli anni limitrofi.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • L. Mariani, S. G. Parisi, G. Cola & O. Failla: Climate change in Europe and effects on thermal resources for crops, Int. J. Biometeorol., 56, 6, 1123-1134. doi:10.1007/s00484-012-0528-8

 

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Trasformazione e Declino della Stampa Mainstream

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui i giornali erano diversi tra loro. Al lettore era data la possibilità di scegliere tra una varietà di quotidiani o settimanali più o meno in linea con le sue idee politiche, la sua concezione della società, la sua fede religiosa o, semplicemente, le sue abitudini. Ché difficilmente chi aveva letto un quotidiano per vent’anni lo abbandonava per la concorrenza, analogamente a quanto avveniva con i partiti politici, del resto. Andare in giro con un certo quotidiano sotto il braccio, a quel tempo, diventava un tratto distintivo inequivocabile, un vero e proprio biglietto da visita.

Sembrano passati secoli, invece si tratta appena due o tre lustri. Una quindicina d’anni in cui è cambiato tutto. I giornali che erano “di sinistra” oggi sono globalisti, interventisti, filo-americani (quando governano i democratici), cristianofobici, fondamentalisti verdi, anti-russi e vicini alle posizioni dei grandi gruppi bancari. E quelli “della borghesia”? Praticamente identici a quelli un tempo “di sinistra”. Con la differenza che la borghesia non si sa neppure cosa sia, e ammesso che esista ancora, è una specie in via di rapida estinzione. Proprio come la classe operaia, del resto.

E quindi? Cosa sono diventati i giornali di oggi? E chi rappresentano veramente? Sono domande difficili ma ineludibili, alle quali si proverà a rispondere in questo e in altri articoli sull’argomento. Argomento che è comunque interessante per chi si occupa di clima, perché anche il climatismo, il catastrofismo e il salvamondismo, dall’essere tratti distintivi ed esclusivi della stampa “di sinistra”, hanno finito per diventare parte integrante dell’armamentario globalista di tutta la stampa mainstream.

La rana nella pentola

Ci si chiede come sia stato possibile che il lettore di un giornale 15 anni fa in prima linea nella lotta contro la globalizzazione, si sia ritrovato a leggere oggi un quotidiano con lo stesso nome che considera il globalismo la soluzione a tutti i mali del mondo. O che il lettore di un giornale un tempo filo-americano senza se e senza ma, oggi si ritrovi a leggere editoriali pieni di insulti indirizzati al Presidente degli Stati Uniti o di pippettoni verdi salvamondisti che erano un tempo esclusivo appannaggio della “concorrenza”.

Il punto è che tanta gente non se n’è nemmeno accorta. Proprio come la rana nella pentola: se la butti nell’acqua bollente lei salterà fuori istantaneamente. Se la metti nell’acqua fredda, lei se ne starà buona, si godrà il calduccio, e quando si accorgerà che l’acqua è troppo calda, sarà troppo tardi per scappare. Così è stato per i lettori di certi giornali: molti di loro non se ne sono nemmeno accorti, di leggere qualcosa che dieci anni prima gli avrebbe provocato conati di vomito. E continuano leggerli quei giornali, e si ritrovano cucinati a puntino, come la rana, ma in salsa globalista. Tanti altri lettori, invece, si sono accorti in tempo del cambiamento e sono saltati fuori dal pentolone di fronte alle prime avvisaglie del “nuovo corso”, come raccontano, spietati, i dati sulle vendite dei quotidiani.

Un monocolore mediatico

Resta il fatto che il mondo dell’informazione è cambiato, completamente. E che la stampa mainstream è oggi sostanzialmente monocolore, e monocorde. Porta i colori smorti e confusi di un ambizioso super-governo mondiale, fatto di temi adattabili a qualsiasi paese e in massima parte collocabili nel filone della politica liberal americana: globalismo, ambientalismo, salvamondismo, climatismo, politically-correct, gender, sincretismo, cristianofobia, russofobia, melting-pot, rivoluzioni colorate, guerre democratiche. Armamentario che nel vecchio continente si arricchisce di un ingrediente autoctono: la germanofilia.

Nonostante le tesi complottiste abbondino in materia, l’omogeneizzazione della stampa mainstream non appare come un fenomeno teleguidato, ordito da una spectre internazionale con ambizioni di dominio globale. Piuttosto, si configura come un naturale e spontaneo allineamento di interessi tra gruppi editoriali omogenei dal punto di vista delle strategie delle rispettive proprietà. Del resto il fenomeno dell’accorpamento dei media in grandi gruppi editoriali controllati da poche mani, e molto forti, non nasce certo oggi visto che è osservato e studiato da almeno una ventina d’anni a questa parte.

Quel che è certo, è che il processo di accorpamento e concentrazione dei gruppi editoriali, nato a seguito di una naturale esigenza di business, ovvero di razionalizzazione dei processi e ottimizzazione delle risorse, ha portato ad un inevitabile cambiamento nella funzione del giornale stesso.

Domanda o Propaganda?

Un tempo i giornali erano dei semplici strumenti per fare profitto. In linea con il principio della domanda e dell’offerta, gli editori andavano a occupare nicchie (o praterie) per poter piazzare il loro prodotto, in base ai gusti dei potenziali acquirenti. Oggi non è più così. In molti casi le proprietà dei giornali sono riconducibili a entità estremamente ricche e altrettanto influenti. Talmente ricche e influenti che fa sorridere l’idea che le stesse proprietà si accontentino di usarli per realizzare profitti (quando va bene) dell’ordine di qualche milione di dollari.

Un caso emblematico è offerto dal Washington Post, comprato nel 2013 per 250 milioni di dollari dal secondo uomo più ricco del mondo. Il giornale in questione vale all’incirca lo 0.3% del patrimonio del proprietario. Se questa ricchezza non è frutto del caso, bensì delle indubbie e straordinarie capacità imprenditoriali del signor Bezos, è lecito ritenere che l’acquisto del giornale abbia un significato strategico per la sua azienda e per i suoi interessi. E che quindi il giornale sia uno strumento utile a formare l’opinione pubblica e a difendere gli interessi della proprietà, piuttosto che un prodotto da vendere per realizzarne direttamente un profitto.

Ben inteso, la cosa è assolutamente legale, legittima e funzionale in un’ottica imprenditoriale. La disfunzionalità, semmai, sta nel fatto che i quotidiani mainstream di tutto il mondo scopiazzino gli articoli del Washington Post presentandoli come espressione di un giornalismo “imparziale”. La spiegazione è semplice e naturale da un punto di vista imprenditoriale: lo fanno perchè le loro proprietà condividono gli stessi interessi, molto semplicemente. A prescindere dai confini geografici, dalla storia o dal retroterra culturale e sociale dei loro lettori in tutto il mondo. In fondo, se si chiama globalizzazione una ragione dovrà pure esserci: parliamo della globalizzazione degli interessi di una élite, prima di ogni altra cosa.

Informazione vs. Formazione

Ad ogni modo, una cosa è chiara: da mezzi di informazione a disposizione dei lettori, i grandi media del mainstream sembrano diventati strumenti di formazione del lettore stesso: trattano sostanzialmente gli stessi temi in modo ossessivo con il fine, nemmeno troppo celato, di educare il lettore piuttosto che informarlo. E sembrano in apparenza disinteressati alla necessità di realizzare un profitto. Solo in apparenza, però, perché l’uso propagandistico e pubblicitario di un mezzo di (in)formazione può fruttare guadagni molto maggiori per la proprietà di quanti se ne possano ottenere dalla vendita del prodotto stesso. È proprio questa la chiave di lettura della metamorfosi in atto nel mondo dell’informazione planetaria.

I meccanismi che sottendono all’evoluzione dei grandi gruppi editoriali sono gli stessi, sia per i media mainstream che per le mosche bianche della grande informazione non-mainstream. Persino Breitbart, unico caso di grande news-network libertario e criptonite del mainstream di mezzo mondo, si giova di importanti contributi economici da parte del magnate americano Robert Mercer. Il punto è che la quasi totalità dei media di largo consumo sono sulla sponda opposta, quella del mainstream, profondamente liberal e sostanzialmente ispirata (quando non direttamente legata) agli interessi imprenditoriali dei veri dominatori della finanza mondiale: i colossi dell’high-tech, a loro volta inevitabilmente connessi con il mondo delle grandi banche di investimento.

E siccome il brand dell’high-tech si pasce di fondamentalismo ambientalista, salvamondismo e climatismo, questo spiega come mai questi temi siano dominanti su tutti i media del mainstream. Alla fine della fiera, climatismo, catastrofismo e salvamondismo sono una pura e semplice forma di marketing, mediata proprio attraverso i mezzi di informazione proprietari: “Come puoi leggere sui media autorevoli, il mondo va a scatafascio e moriremo tutti di caldo per colpa della CO2 o annegati per l’innalzamento dei mari. Se vuoi salvarti dall’annegamento e dall’arrostimento e giocare a nascondino con l’orso bianco tra cumuli di neve candida, compra i miei prodotti verdi ed eco-compatibili. E compra le mie azioni, piuttosto che quelle dei rovinamondo. E soprattutto, vota per i politici che difendono i miei interessi”.

Pentole e coperchi

Il rovescio della medaglia di una strategia apparentemente perfetta, è che buona parte dell’editoria è in crisi proprio in virtù della strategia stessa, ovvero per la mancanza di prodotti che soddisfino una domanda di informazione alternativa lasciata deliberatamente insoddisfatta dai grandi gruppi editoriali semplicemente perché non funzionale ai loro interessi primari, ovvero proprio quelli non-editoriali. Col risultato che il fondamento stesso dell’economia di mercato, ovvero il rapporto tra Domanda e Offerta, viene del tutto ignorato nel nome di un’illusoria  sicurezza nei propri mezzi e di una fiducia illimitata nelle proprie strategie. È un fenomeno che gli americani chiamano “groupthink“: “pensiero di gruppo“. Mentre i nostri nonni direbbero, più prosaicamente, che i grandi strateghi in questione hanno fatto le pentole, ma non i coperchi.

Il conto, salatissimo, non ha tardato a presentarsi.

Suicidio di Mass(medi)a

La stampa mainstream, qualche anno fa, compatta come una testuggine romana, inneggiava trionfante al “ruolo di internet” nelle rivoluzioni colorate che essa stessa sosteneva con enfasi militaresca ed entusiasmo adolescenziale. La solfa era che “i popoli” si rivoltavano perché “grazie a internet” potevano informarsi e liberarsi dal giogo della propaganda dei regimi. Sorvolando sull’esito in gran parte assai poco democratico di quelle rivoluzioni, il ragionamento della grancassa dell’informazione mainstream in apparenza filava: la gente oggi si informa attraverso altri canali, e i regimi fanno fatica a gestire il dissenso.

In un beffardo gioco di specchi, però, i media del mainstream non si rendevano conto che la fine dei vituperati regimi stavano per farla proprio loro. Proprio la disponibilità di informazione alternativa su internet, infatti, ha trasformato il presunto uovo di Colombo in una frittata: messo di fronte all’evidenza di una stampa tanto uniformata quanto inutile, il lettore le informazioni se l’è andate a cercare altrove: nella galassia di fonti alternative disponibili online. Galassia che include certamente tante patacche ma almeno altrettante gemme preziose, di cui il lettore si innamora e che non abbandona più.

Comprensibilmente in preda al panico per la tardiva realizzazione di essere diventata essa stessa vittima dello strombazzato progresso tecnologico, alla stampa mainstream non è restato altro da fare che accusare l’informazione non-manistream di essere falsa, di produrre fake news. È da questa esigenza che è partita la campagna sulle fake news. Campagna divenuta martellante e disperata, dopo la drammatica constatazione che, nonostante un dispiegamento formidabile di media del mainstream, gli elettori hanno disobbedito clamorosamente al volere degli editori, in occasione della Brexit e soprattutto delle elezioni americane.

Il goffo tentativo del mainstream di imputare il fallimento “formativo” dei loro media al proliferare incontrollato delle fake news è tuttavia naufragato rovinosamente in un diluvio di bufale prodotte dal mainstream stesso, e risolto in alcuni casi in un ripiegamento doloroso e umiliante, in smentite pubbliche quando non in vere e proprie confessioni di tarocco e di malafede da parte di direttori di networks di fama mondiale. Cose di cui nessun media del mainstream, ovviamente, si è curato di informarvi.

Lo faremo noi, nelle prossime puntate di un viaggio sul viale del tramonto dell’informazione mainstream. Viaggio, o meglio, via crucis che si articolerà in diverse tappe, la prossima delle quali sara dedicata proprio al tema delle “fake news”.

 

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Le Previsioni di CM – 24/30 Luglio 2017

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Le Previsioni di CM – 24/30 Luglio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio_________________________

 

Situazione ed evoluzione sinottica

Condizioni sinottiche in rapido e sostanziale cambiamento in queste ore per la discesa di un nocciolo di aria fredda di origine atlantica che, seguendo una dinamica insolita per la stagione, è stato agganciato da un flusso di correnti settentrionali innescato dalla formazione di un blocco anticiclonico esteso dalle Azzorre al Mare di Kara. Il tempo è perturbato sull’Europa centrale, con piogge, rovesci e temporali diffusi accompagnati da un calo significativo delle temperature.

A livello sinottico si fa notare la formazione di un anticiclone dinamico sulla Groenlandia, che si assocerà ad un tardivo ed effimero scioglimento dei ghiacci dopo gli accumuli record dell’ultimo anno, e prima della trasformazione stagionale della stessa figura in una analoga ma con caratteristiche termiche. Sull’Artico persistono le condizioni di tempo fresco e nuvoloso che aiutano i ghiacci a mantenere una estensione in linea con la media degli ultimi anni.

Sull’Italia le condizioni del tempo volgono al peggioramento per l’avvicinarsi del nocciolo freddo che non troverà significativa opposizione per lo sbilanciamento verso nord dell’anticiclone delle Azzorre. I contrasti termici con l’aria calda preesistente favoriranno l’innesco di fenomeni convettivi anche di forte intensità.

E chissà se dopo aver scoperto che a Roma sono rimasti senz’acqua per colpa di Trump (e non perché si perde per strada il 43% dell’acqua a causa di tubature colabrodo), adesso si attribuiranno allo stesso personaggio le “bombe d’acqua” e il “clima impazzito” di cui parleranno immancabilmente i nostri grandi media del mainstream nei prossimi giorni. Nel frattempo le raccomandazioni sono quelle di sempre: non andate a fare windsurf quando avvistate una tromba d’acqua, non cambiate l’antenna condominiale durante un temporale e non accampatevi con la tenda nel letto asciutto di una fiumara.

Fig.1: GFS, Lunedì 24 Luglio 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

 

 

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì condizioni di tempo instabile al Nord con rovesci e temporali diffusi, più probabili e intensi sull’arco alpino e in sconfinamento frequente sulla Valpadana, con l’estremo Nordovest in possibile ombra pluviometrica. I fenomeni potranno assumere carattere di persistenza e di forte intensità sul Triveneto nella seconda parte della giornata. Nevicate sull’arco alpino al di sopra dei 2,500 metri. Sulle regioni centrali nuvolosità in graduale aumento ma con precipitazioni limitate alle zone interne e montuose peninsulari. Ancora in attesa il Sud, con gli ultimi picchi termici che si attardano sulle regioni ioniche.

Temperature: in sensibile diminuzione al Nord e al Centro, in estensione alle regioni meridionali tirreniche dal tardo pomeriggio.

Venti: entra il maestrale, forte, sui bacini occidentali. Resiste ancora per poche ore lo scirocco sulle regioni ioniche.

Martedì condizioni di variabilità perturbata al Nord, con precipitazioni frequenti sulle Alpi, e in estensione dal pomeriggio alla Valpadana centro-orientale dove si avranno rovesci e temporali sparsi. Sulle regioni centrali condizioni di instabilità con fenomenologia frequente e diffusa sulle zone interne e montuose, in probabile sconfinamento sulle regioni costiere abruzzesi e marchigiane nella prima parte della giornata, e su quelle laziali dal tardo pomeriggio. Generalmente poco nuvoloso al Sud, ma con nuvolosità in aumento sulle regioni meridionali tirreniche associata a qualche precipitazione sporadica.

Temperature in ulteriore diminuzione ovunque, forte sulle regioni meridionali.

Venti di mastrale su tutti i bacini occidentali, con rinforzi.

Mercoledì condizioni di variabilità al Nord con ampie schiarite in Valpadana e annuvolamenti intensi associati a rovesci e temporali sull’arco alpino centro-orientale. Possibilità di piogge più organizzate sulla Romagna dal pomeriggio. Al Centro ampie schiarite sulle regioni costiere in mattinata, nuvolosità in aumento sui rilievi peninsulari associata a piogge, rovesci e temporali dal pomeriggio, localmente forti e in sconfinamento possibile sulle coste laziali. Parzialmente o poco nuvoloso sulla Sardegna. Al Sud condizioni di variabilità perturbata con precipitazioni frequenti e diffuse sui rilievi appenninici peninsulari. Parzialmente nuvoloso sulla Sicilia.

Temperature generalmente stazionarie.

Venti ancora di maestrale, tesi, sui bacini occidentali. Deboli altrove.

Giovedì migliora al Nord e al Centro con ampie schiarite ovunque e qualche addensamento pomeridiano limitato alle Alpi, ma con bassa probabilità di precipitazioni. Ancora instabilità al Sud con precipitazioni diffuse sulla regione appenninica peninsulare e schiarite più ampie sulle coste, specie in mattinata. Ampie schiarite sulla Sicilia.

Temperature in aumento al Nord e sulle regioni centro-settentrionali tirreniche.

Venti: si attenua gradualmente il maestrale sul bacini occidentali.

Venerdì gran sereno su tutte le regioni, temperature in aumento ovunque, venti deboli.

Sabato e Domenica persistono condizioni di tempo stabile e soleggiato su tutto il Paese con temperature in ulteriore aumento. Possibile incremento dell’instabilità pomeridiana sull’arco alpino, in locale sconfinamento sulla Valpadana. Caldo ovunque, seppur in assenza di picchi termici particolarmente elevati.

 

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Chi comanda davvero?

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Chi comanda davvero?

 

Sostiene il Mainstream che il mondo va in malora perché gli inquinatori e gli sfasciamondo, forti della loro potenza economica, continuano ad inquinare impunemente. Pur di rovinare il Pianeta con sadico accanimento, i rovinamondo manipolano l’informazione e corrompono le menti dei più deboli, sostenuti dal gotha della finanza, molto vicino agli interessi delle mega-corporations petrolifere, energetiche, chimiche e industriali in generale. Del resto, parliamo di società la cui capitalizzazione in borsa permette di fare attività di lobby come nessun’altra società. Chi si oppone alle mega-corporations in questione, invece, è privo di sostegno e di mezzi economici, e non ha voce in capitolo, schiacciato com’è dal potere economico dei cattivi.

Ma è davvero così?

In Fig.1 possiamo vedere quali sono le società più capitalizzate al mondo, ovvero le più “ricche”, per farla semplice. La classifica è riferita a intervalli temporali di 5 anni e mostra una evoluzione di cui il Mainstream non ama parlare.

Fig.1. I magnifici 5

Si scopre, per esempio, che tra il 2001 e il 2011 le società petrolifere erano molto ben rappresentate, con Exxon, Total, Shell e PetroChina. Troviamo anche General Electrics, gigante americano molto legato all’industria dell’energia, della tecnologia e dei servizi. E poi le banche, immancabili, con Citigroup e la China Investment Bank. Nel 2011, però, irrompe Apple che si piazza direttamente al secondo posto della speciale classifica.

I giganti high-tech in questione, non casualmente, sono rappresentati in verde in Fig. 1: sono proprio loro, infatti, a sostenere la narrativa della nuova economia sostenibile salvamondo, a bassa emissione di CO2. Viene da pensare a come si sosterrebbero, i giganti in questione, se qualcun altro non producesse energia elettrica a basso costo per consentire un accesso globale ai loro prodotti, ma questa ovviamente è un’altra storia.

Quel che è certo, è che nel 2016 lo scenario è completamente cambiato. Nessuna società petrolifera, banca, gruppo industriale, grande distribuzione. Solo tecnologici ai primi 5 posti, nell’ordine: Apple, Alphabet (Google), Microsoft, Amazon e Facebook. Definirlo un ribaltone è dire poco. I cosiddetti FANG (Facebook-Amazon-Netflix-Google), del resto, sono stati protagonisti indiscussi della bolla azionaria degli ultimi anni, in cui hanno clamorosamente sovraperformato l’indice di riferimento, l’S&P500 (Fig.2).

Fig.2. Performance in borsa dei FANG vs. S&P 500 (fonte)

 

Particolare non di poco conto, esiste una correlazione strettissima (Fig.3) tra l’incremento di capitalizzazione dei FANG e il Balance Sheet delle 3 più grandi banche centrali al mondo (FED, Bank of Japan, BCE). Cosa vuol dire in parole semplici? Che c’è una probabilità molto alta che i trilioni riversati dalle banche centrali di mezzo mondo sui mercati negli ultimi anni siano finiti per gonfiare, direttamente o meno, proprio le quotazioni delle mega-corporations tecnologiche in questione.

 

Fig.3. Dove finiscono i soldi dei Quantitative Easing? Fonte: zerohedge

 

Di certo il peso economico dei salvamondo high-tech si fa sentire, anche nella disputa tra produzione di energia fossile e rinnovabile. Solo a titolo di esempio, vale la pena citare la Breakthrough Energy Coalition (BEC), fondata in piena COP21 con l’intento di finanziare progetti per la produzione di energia a zero emissione di CO2. Indovinate un po’ chi fa la parte del leone tra i finanziatori di questa indispensabile iniziativa? Ben tre dei cinque “unicorni” di Wall Street (li chiamano così) in testa alla classifica delle società più ricche nel 2016; nello specifico: Facebook, Amazon e Microsoft.

L’impegno verde degli unicorni non ha tanto valore commerciale quanto, piuttosto, di immagine. Gli investimenti nel solare, del resto, hanno prodotto risultati catastrofici negli ultimi anni (SunEdison, First Solar, SolarCity-Tesla solo per fare qualche nome tra i caduti più celebri). Se quindi da una parte la fanfara del catastrofismo climatico puo’ dare una mano a prolungare gli incentivi che hanno tenuto in piedi la baracca fino ad oggi, dall’altra parte mostrarsi verdi, salvamondo ed eco-compatibili ha un valore enorme dal punto di vista del marketing.

Sono soldi ben spesi, quindi, quelli del Breakthrough Energy Coalition e delle altre millemila iniziative volte a riversare miliardi o trilioni di dollari in investimenti che in una pura ottica di business sono nella gran parte dei casi catastrofici. Soldi ben spesi solo per i FANG & Friends, naturalmente, perché a fronte di investimenti a loro carico relativamente limitati (il BEC comporta un impegno per “solo” un miliardo di dollari in 20 anni), la parte del leone la fanno i finanziamenti pubblici dei governi ovvero, in ultima analisi, i soldi dei contribuenti, gettati letteralmente nel camino per finanziare progetti energetici senza alcun senso da un punto di vista economico.

Ma quel che è ancora più importante, la demonizzazione dei giganti decaduti dell’energia e dell’industria, e la concomitante esaltazione dell’high-tech in ottica salvamondo, hanno un risvolto ancora più pratico. Basti pensare ai tanti gruppi di pressione, lobby ambientaliste in testa, che a gran voce chiedono agli investitori più ricchi e potenti di distogliere i loro investimenti dalle società rovinamondo. L’effetto del tam-tam ambientalista e salvamondista, in ultima analisi, è proprio quello di gonfiare ulteriormente le capitalizzazioni degli unicorni a tutto danno delle altre società quotate in borsa.

Proviamo quindi a riassumere.

  • Nonostante la narrativa del mainstream, le società più ricche del mondo oggi sono quelle high-tech, mentre quelle legate all’energia, alle risorse minerarie e all’industria arrancano.
  • Le stesse società high-tech attraggono la grandissima parte della carta cartamoneta che viene stampata dalle banche centrali nel disperato tentativo di far ripartire l’economia e salvare il debito dei paesi scassati. In altre parole, si stanno ingrassando impunemente grazie a soldi che avrebbero potuto sostenere una ripresa economica vera, piuttosto che l’ennesima gigantesca bolla finanziaria.
  • La narrativa catastrofista e salvamondista è utilizzata dalle stesse società per mere questioni di marketing, per apparire più etiche, belle e oneste rispetto ai rivali tradizionali: brutti, sporchi e rovinamondo per definizione.
  • La demonizzazione degli avversari in ottica salvamondista si associa all’azione di lobby ambientaliste che pretendono il ritiro degli investimenti nelle società energetiche per motivi “etici” con la conseguenza di gonfiare ulteriormente la bolla del tecnologico.

Dulcis in fundo. Forse a qualcuno interessa sapere che il boss di Amazon è casualmente anche il proprietario del Washington Post, quotidiano da cui i giornali mainstream di mezzo mondo scopiazzano, traducono e incollano impunemente una parte significativa dei “loro” articoli. Inutile dire quali siano le posizioni del Washington Post in fatto di Climate Change, vero?

Direi che il cerchio si chiude abbastanza bene così.

Colgo l’occasione per anticiparvi che del rapporto tra la stampa mainstream e il climatismo catastrofista parleremo molto presto, in un articolo in uscita all’inizio della prossima settimana. Ché saranno pure giorni di vacanza, ma Climatemonitor non va in ferie, neppure quest’anno. Così ci potete leggere anche sotto l’ombrellone.

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 3, La Meteorologia nei Filosofi Greci dell’Età Classica

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 3, La Meteorologia nei Filosofi Greci dell’Età Classica

Socrate

La speculazione sui fenomeni naturali atmosferici occupò probabilmente una posizione di rilievo nelle attività dello stesso Socrate (470-399). Infatti quando, nell’Apologia di Platone, Socrate prende la parola per difendersi nel giudizio che avrebbe deciso della sua vita, spiega che la parodia di Aristofane nella commedia Le nuvole gli aveva ingiustamente nuociuto: “Sono le solite cose che si sogliono dire contro tutti i filosofi, e cioè che speculo sulle cose del cielo e di sottoterra” (Apologia Socratis, 23 d). Inoltre Senofonte, nel suo studio sulla vita di Socrate, narra che a chi lo accusava di essere un meteorologo e di studiare “le cose che stanno in aria”, egli replicava domandando al suo interlocutore se esistesse qualcosa di più elevato degli dèi.

Platone e Aristotele

Platone (428-348 a.C.) sviluppa una filosofia della Natura vista alla luce di un principio teleologico che vede la Natura volta alla ricerca del bene. In tale contesto nel Timeo, nell’excursus sui fenomeni terrestri, lancia al lettore un significativo ammonimento: “Se alcuno, per desiderio di riposo, lasciando i discorsi intorno alle cose, che sono sempre, ed esaminando le ragioni verosimili delle cose generate, prende un piacere senza rimorsi, si potrebbe procacciare nella vita un passatempo moderato e ragionevole.” (Timaeus, 59, c-d). Tale affermazione indica la non contrarietà di Platone all’indagine sulla Natura, il che lo avvicina ad Aristotele. Quest’ultimo spiega i fenomeni terrestri come frutto dell’interazione fra elementi fisici e più nello specifico identifica la meteorologia con lo studio e la spiegazione dei problemi associati alle interazioni fra i quattro elementi – terra, aria, fuoco e acqua –  che hanno per teatro la regione che include la Terra e si estende fino ai limiti della sfera descritta dall’orbita della Luna. Egli chiama «sfera sublunare» l’ambiente terrestre sede degli eventi meteorologici, preoccupandosi di distinguerla dalla «regione sovralunare», che è sede del quinto elemento, l’etere, ed è retta da peculiari teorie fisiche e dinamiche. In breve, per Aristotele la meteorologia è una branca pratica della teoria degli elementi. (Vallance, 2001).

Teofrasto

Per quanto attiene alla meteorologia, nel solco tracciato da Esiodo e seguito dai presocratici, Aristotele e Platone si pone anche Teofrasto di Ereso (371-287 a.C.) successore di Aristotele e autore del trattato De signis tempestatum nel quale prende in esame una serie di problemi che vanno dalle connessioni tra il tempo atmosferico terrestre e il sorgere e il tramontare dei corpi celesti, ai legami esistenti tra il comportamento delle piante e degli animali e i fenomeni atmosferici, al potere prognostico dell’osservazione delle configurazioni dei venti e delle formazioni delle nubi. Teofrasto, come Esiodo, non si sofferma sulla spiegazione teorica di queste connessioni, ma si limita a esporre le relazioni tra i fenomeni così come le ha osservate o come gli sono state riferite (Vallance, 2001). La tendenza ad associare meteorologia e astronomia sarà pratica diffusa per secoli come provano il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo (100-170 d.C.) e il De ostensis del bizantino Giovanni Lido (490-557).

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Quando il Bias Colpisce anche i più grandi

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Quando il Bias Colpisce anche i più grandi

Non c’è niente da fare, siamo uomini, tutti dotati dello stesso potenziale intellettuale, alcuni in grado di sviluppare meglio quel potenziale, altri, molto pochi, capaci di essere geniali.

Stephen Hawking, fisico teorico, è uno di questi ultimi, indiscutibilmente. Eppure, in una recente intervista concessa alla BBC, neanche lui ha saputo resistere alla tentazione di scendere nell’agone politico e mescolare il suo sapere scientifico con le sue opinioni.

Ne abbiamo avuto notizia da corriere.it, in un articolo che non ha mancato di sottolineare il sapore politico della critica mossa da Hawking alla recente decisione del presidente USA Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi sul clima raggiunti alla COP21 di Parigi alla fine del 2015.

Incurante o immemore del fatto che gli USA non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto, a seguito di un voto al Senato talmente combattutto da aver fatto segnare un 95-0 e che lo stesso Senato non avrebbe mai approvato l’adesione concessa dall’ex presidente Obama alla COP21, Hawking ipotizza, senza alcun solido fondamento scientifico, che la decisione di Trump potrebbe portare la Terra a diventare come Venere, il pianeta più caldo del sistema solare.

Possiamo supporre che egli alluda all’innesco di quel runaway greenhouse effect che porterebbe ad un riscaldamento incontrollato e sempre più insopportabile, del tipo di quello che appunto c’è su Venere, la cui atmosfera è però formata quasi interamente di anidride carbonica (96%). Quello stesso effetto che la Terra non ha mai conosciuto, anche quando la concentrazione di CO2 è stata diversi ordini di grandezza superiore all’attuale, con o senza il recente contributo antropico.

Questo perché, nonostante quello che dicono i modelli climatici, che non hanno mai superato la prova sperimentale, cioè non sono mai stati efficacemente verificati e continuano ad allontanarsi dalla realtà di ciò che accade, la CO2 non è il driver principale del clima del nostro pianeta. Ne è un fattore, certamente importante, ma non l’unico e neanche il più incisivo.

Questo ruolo, con buona pace di quanti invece gli assegnano un ruolo da spettatore, è invece del Sole e, piaccia o no a quanti teorizzano il disastro imminente, sarà proprio il Sole a portare la Terra a somigliare a Venere. Questo però accadrà tra poco più di un miliardo di anni, quando la nostra stella, lungo il cammino della sua Sequenza Principale, avrà aumentato la sua luminosità e, conseguentemente, l’energia che ci trasmette, di circa il 10% rispetto ad oggi. Circa un punto percentuale di luminosità in più ogni cento milioni di anni, questo è quello che accade da sempre e, ineluttabilmente, continuerà ad accadere.

A seguire, quando tutto il combustibile del Sole sarà stato consumato (sorpresa, anche il Sole non è rinnovabile 😉 ), la stella comincerà ad espandersi diventando una Gigante Rossa e, probabilmente, ingloberà Mercurio, Venere e, forse, anche la Terra.

Ora, dal momento che tutte queste cose sono note, come nota è la storia climatica di questo pianeta, perché utilizzare la propria indiscussa fama scientifica per un attacco politico? E perché ipotizzare eventi catastrofici che nulla hanno a che vedere con la realtà di ciò che accade?

Forse perché siamo uomini, tutti dotati dello stesso potenziale intellettuale, e il bias non perdona.

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La Repubblica della Follia

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La Repubblica della Follia

Riciclare, viaggiare poco (in aereo), passare ad una dieta vegetariana, guidare un’auto elettrica… pensavate con queste buone pratiche di poter dare un contributo alla salvezza del pianeta e quindi salvare le vostre coscienze? Scordatevelo, tutto questo, in termini di risparmio di CO2, al malanno del pianeta – che nel frattempo si ostina a non mostrare segni di malattia – gli fa un baffo.

Quel che serve, secondo un articolo pubblicato da un team di ricercatori svedesi e ripreso da La Repubblica qualche giorno fa, è, udite udite, non fare figli. La ragione è semplice, per crescerli consumerete cose e produrrete quindi CO2, e quando saranno cresciuti avranno anche la pretesa di riprodursi a loro volta, consumando cose e producendo altra CO2.

The climate mitigation gap: education and government recommendations miss the most effective individual actions

Quattro le azioni individuate dai ricercatori per fare il proprio dovere e guadagnarsi un posto nel paradiso dei salvamondo, ma una sola la soluzione finale, appunto quella di cancellarsi. Ma, gli stessi autori si rendono conto che questo possa non piacere o risultare problematico, bontà loro, per cui si “limitano” ad un asettico suggerimento.

Che poi tanto asettico non è. Questa la considerazione  virgolettata che dovrebbe aprire gli occhi a chi legge secondo Repubblica e che invece rischia di essere la palese dimostrazione del buio della mente di certi approcci ideologici:

Io non ho figli – conclude la ricercatrice Kimberly Nicholas – ma quella di averli o meno è una scelta a cui sto riflettendo e che discuto con il mio compagno. Nella nostra decisione di formare o meno una famiglia, il cambiamento climatico è certamente un fattore che prenderemo in considerazione, anche se non sarà l’unico

Gli altri saranno dei redditi adeguati garantiti dal dispensare questi pensieri illuminati, delle scuole di livello dove mandare i pargoli (possibilmente religiose), e una casa in riva al mare dove farli crescere (magari appena un po’ in collina però, perché il mare potrebbe alzarsi troppo e bagnargli i piedini).

 

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 2, In Grecia Prima di Socrate

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Meteorologia – Profilo Storico – Parte 2, In Grecia Prima di Socrate

Parte 2 – In Grecia prima di Socrate (qui per la Parte 1)

Esiodo e i presocratici

L’approccio fisico ai fenomeni naturali passa attraverso la presa di coscienza del fatto che i fenomeni meteorologici sono eventi naturali che hanno cause naturali. Tale presa di coscienza si registra di Esiodo (VIII-VII sec. a,.C.), che nella sua opera Le opere e i giorni attribuisce i fenomeni meteorologici a cause naturali (terrestri o astronomiche) e in base a tale presupposto ordina l’anno agricolo in base al sorgere e al tramontare di alcune importanti costellazioni e alle stagioni che esse annunciano. Per questo troviamo frasi del tipo della seguente: «Quando, poi, Zeus avrà fatto passare sessanta giorni invernali dopo il solstizio, ecco l’astro d’Arturo che, lasciate le sacre correnti di Oceano, appare sul far della sera per primo e più fulgente di tutti» (versi 564-567). In tal modo Esiodo si pone a capostipite di una lunga tradizione d’indagine sull’utilità prognostica in meteorologia di precursori geofisici o astronomici (nubi di forma particolare, direzione dei venti, sorgere di particolari stelle o costellazioni, ecc.)  (Vallance, 2001). Sempre in Le opere e i giorni Esiodo riflette inoltre sulle cause dei fenomeni atmosferici, ad esempio sostenendo che la pioggia ha la sua origine nel vapore umido proveniente dal suolo. Tale affermazione sarà poi focalizzata da Aristotele che la confronta con quelle di alcuni filosofi presocratici (Senofane, Ippone e Parmenide). Il mondo dei presocratici è infatti ricco di riflessioni sulla Natura e in particolare ciò accadde in Talete di Mileto (640-547 a.C.), Ione di Chio (490-422 a.C.), Diogene di Apollonia (V secolo a.C.), Senofane (570-475 a.C.), Ippone di Reggio (V secolo a.C.), Empedocle (495-430 a.C.), Parmenide di Elea (541-450 a.C.) Anassimandro di Mileto (610-546 a.C.), Anassimene di Mileto (586-528 a.C.) e Empedocle (V secolo a.C.), per i quali la carenza di fonti dirette è in parte compensata da fonti indirette fra cui in particolare (Vallance, 2011):

  • Aristotele (384-322 a.C.), il quale nelle sue trattazioni sui fenomeni meteorologici (presenti nei suoi vasti Meteorologica, nel libro I della Metafisica e  nel De caelo) inizia presentando le idee dei suoi predecessori fra cui quelle di Talete, di cui ai suoi tempi non era sopravvissuto alcuno  scritto
  • Lucio Anneo Seneca (4-65 d.C.) che nel suo Naturales questiones richiama i giudizi in tema di meteorologia dati dai filosofi più antichi
  • Diogene Laerzio (180-240 d.C.), tardo biografo dei filosofi greci e che nel suo Vite dei filosofi apporta fra l’altro testimonianze originali sugli stessi presocratici
  • Alessandro di Afrodisia (II-III secolo d.C.) che commentando i Meteorologica di Aristotele cita le concezioni meteorologiche del presocratico Anassimene (586-528 a.C.).

E’ proprio in base alle idee espresse dai presocratici che Aristotele introduce il concetto di principio elementare originale, l’arché, indicando chiaramente che essa era approvata dai suoi predecessori: “essi affermano che è elemento e principio delle cose esistenti appunto ciò di cui tutte quante le cose esistenti sono costituite e da cui primamente provengono e in cui alla fine vanno a corrompersi, anche perché la sostanza permane pur cangiando nelle sue affezioni” (Metaphysica, A, 3, 983 b, 7). Talete lo identificava nell’acqua, prosegue Aristotele, Anassimene nell’aria, Empedocle postulava quattro «radici» – fuoco, aria, acqua e terra – e Anassimandro individuava un principio da lui detto «l’illimitato». L’idea di un divenire fisico come interazione di radici, pur rifiutata da Parmenide il quale ne sosteneva l’impossibilità logica appellandosi a un essere immutabile, offriva il substrato idoneo allo svilupparsi dei diversi eventi meteorologici, per cui ad esempio Anassimandro sosteneva la produzione dei venti da parte di soffi leggerissimi che si staccano dall’aria e, raccoltisi, si mettono in movimento; la pioggia a opera del vapore che sotto l’azione del Sole s’innalza dalla terra e, infine, i fulmini come risultato del vento che, piombando sulle nuvole, le squarcia (Vallance, 2001).

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Le Previsioni di CM – 17 / 23 Luglio 2017

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Le Previsioni di CM – 17 / 23 Luglio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio_________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Una cellula anticiclonica è in azione sull’Europa centrale, estesa dalle isole britanniche all’Ucraina occidentale. In quota, si giova dell’effetto stabilizzante legato all’azione del solito promontorio nord-africano proteso verso il Mediterraneo centro-occidentale, eredità della configurazione a omega che si ripresenta a più riprese ormai da mesi, con effetti penalizzanti sul campo termico e precipitativo specialmente sulla penisola italiana. A ovest e ad est del promontorio anticiclonico africano agiscono, rispettivamente, una ondulazione in cui si inserisce una depressione in azione sul medio Atlantico, e una goccia fredda che porta in queste ore insolito maltempo sulla penisola ellenica e sull’Egeo.

Le depressioni, per quanto a gradiente lasco, dominano alle latitudini più settentrionali dell’Atlantico. Si nota la presenza di una profonda depressione in azione sulla Baia di Hudson e sull’arcipelago artico canadese dove porta condizioni di maltempo associate a nevicate a quote molto basse. Depressione che andrà ulteriormente approfondendosi nei prossimi giorni, fino a raggiungere valori di geopotenziale estremamente bassi per la stagione. Sono i primissimi segni del declino della stagione estiva, a quasi un mese dal solstizio. Stagione estiva, per altro, che proprio tra l’arcipelago canadese e la Groenlandia è stata caratterizzata dalla persistenza di temperature inferiori alla media, come accade ormai da diversi mesi a questa parte.

E a proposito di temperature basse, si segnala l’aggiornamento del record di temperatura minima a Luglio per l’emisfero Nord: in data 4 Luglio 2017 -33C, proprio in Groenlandia, a Summit. Letteralmente polverizzato il record precedente di -30.7C. Ne avrete sicuramente sentito parlare diffusamente su giornali e telegiornali italiani e stranieri, per cui non vi annoio oltre.

Fig.1: GFS, Lunedì 17 Luglio 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Poche variazioni sono attese in campo sinottico per la settimana appena iniziata. La saccatura in Atlantico continuerà nel suo lento avvicinamento all’Europa occidentale. Ad oggi è estremamente difficile prevederne con esatezza l’evoluzione. Quel che è certo, è che come al solito la risposta dinamica all’avvicinamento della saccatura spingerà un ennesimo promontorio anticiclonico africano in direzione dell’Italia, dove le temperature andranno aumentando gradualmente, fino a portarsi su valori superiori alla media sul finire della settimana.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso su tutto il Paese, salvo locali addensamenti pomeridiani sulle Alpi associati a debole e isolata fenomenologia da instabilità. Temperature: in lieve aumento al Nordovest e su centrali tirreniche. Venti tesi di tramontana al Centro-Sud.

Martedì condizioni invariate, con moderato incremento dell’instabilità pomeridiana sull’arco alpino. Temperature in lieve aumento su tutte le regioni. Venti: si attenua la tramontana sulle regioni meridionali, generalmente deboli altrove.

Da Mercoledì a Venerdì condizioni meteo sostanzialmente invariate: unici disturbi limitati alla regione alpina, in particolare sulla Val d’Aosta dove i fenomeni da instabilità pomeridiana saranno più probabili e intensi. Temperature in ulteriore aumento, in particolare sulle regioni centrali, con l’estremo Sud inizialmente risparmiato per la persistenza di una leggera ventilazione settentrionale. Venti generalmente deboli.

Sabato e Domenica persiste il solleone su tutto il Paese con i soliti deboli disturbi pomeridiani sulle Alpi ed estensione del caldo anche al resto del Sud. Venti generalmente deboli variabili.

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