Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Arrivano 5 anni di caldo, parola di nuovi metodi di previsione

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 12 comments

Arrivano 5 anni di caldo, parola di nuovi metodi di previsione

Tanto per chiarire, la novità è nel metodo, non nei risultati. Un nuovo approccio alla previsione di breve periodo per la scala temporale climatica che gli ideatori definiscono PROCAST, acronimo di probabilistic forecast.

A novel probabilistic forecast system predicting anomalously warm 2018-2022 reinforcing the long-term global warming trend

Per la verità non si parla proprio di clima, ma della sola temperatura media superficiale annuale e, se la temperatura in se non è l’integrale del sistema, la sua media annuale lo è ancora meno, ma tant’è, per i prossimi 5 anni secondo questo paper avremo a che fare con un incremento del trend positivo della temperatura del pianeta. Il metodo, che potete andare a conoscere personalmente perché il paper è liberamente disponibile, ha il pregio di aver bisogno di capacità di calcolo risibili, per non dire praticamente insignificanti, rispetto alle enormi risorse necessarie per far girare i modelli climatici tradizionali: pochi secondi di un laptop rispetto alle due/tre settimane dei supercalcolatori, tale è la differenza. E’ pur vero però che per iniziare a lavorare, questo metodo ha bisogno degli output dei modelli tradizionali, per cui il miglioramento sarà semmai nei risultati, qualora questi, in sede di verifica, dovessero essere migliori di quanto ottenuto finora.

Che non è un gran che, visto che i modelli climatici prevedono un rateo di aumento della temperatura globale ben superiore a quello che si sta verificando dall’inizio di questo secolo. E, proprio con il periodo di stasi (o iato) della temperatura globale giunto inaspettatamente (cioè imprevisto 😉 e per l’ennesima volta consacrato a livello scientifico nonostante i duri e puri dell’AGW non ne vogliano sentir parlare ) nelle ultime due decadi, è stato condotto l’esperimento di hindcast (cioè la previsione del passato al fine di paragonare gli output con le osservazioni note) di questo nuovo metodo, con risultati che, secondo gli autori, hanno equiparato i sistemi tradizionali, ovvero con approccio non probabilistico.

Come in tutti questi tipi di ricerca, il lavoro si basa tuttavia su assunti piuttosto condizionanti, che sempre gli autori giudicano comunque “ragionevoli”. La risposta, ed è forse questo il vero valore aggiunto di questa previsione, la darà comunque la realtà delle osservazioni e, trattandosi di soli cinque anni di previsione, non ci sarà da aspettare molto. Sarà inoltre piuttosto interessante vedere come questa previsione reggerà al confronto dell’attuale minimo solare e dell’attività ridotta cui sembra stia andando la nostra stella, fattori che invece “tirano” il parametro temperatura nella direzione opposta.

Una curiosità. Nel commento che Science Daily ha dedicato a questo paper, leggiamo che più che all’aumento dei fenomeni di caldo, il rafforzamento del trend delle temperature dovrebbe venire dall’assenza di importanti episodi di freddo, naturalmente tutto spalmato nel tempo e nello spazio. Inoltre, all’origine del riscaldamento dovrebbe esserci una significativa tendenza al riscaldamento dell’Oceano Atlantico, che invece è in significativa anomalia negativa. Del resto su questo bisognerà prima o poi prendere una decisione: o l’Atlantico si raffredda perché si sciolgono i ghiacci artici, e questo ha impatto (freddo) sul clima europeo, oppure si riscalda e questo ha impatto sulla temperatura globale. Le due cose insieme non possono accadere.

Basta così, vi lascio al paper e mi godo i miei primi cinquant’anni 😉

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Le Temperature a Plateau Rosà

Posted by on 10:00 in Attualità, Climatologia | 3 comments

Le Temperature a Plateau Rosà

La stazione di Plateau Rosa (codice sinottico 160520) afferisce alla rete del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare ed è mi pare la più alta in Europa essendo collocata a 3488 metri di quota.

Partendo dai dati giornalieri di temperatura massima e minima (Tx e Tn) disponibili nel dataset GSOD dal 1973 al 2018 ho dapprima calcolato le temperature orarie utilizzando l’algoritmo di Parton e Logan e ho poi calcolato i cumuli di risorse termiche orarie al di sopra della soglia di 0°C, che immagino efficaci per dar luogo a scioglimento dei ghiacci.

I cumuli sono riferiti per ogni anno al periodo da 1 gennaio a 4 agosto (data fino alla quale dispongo dei dati per il 2018).

I dati sono riportati nel diagramma in figura 1. Si noti che purtroppo sono assenti le annate del 2000 al 2004 in cui la stazione probabilmente non funzionava. Peccato perché sarebbe stato interessate vedere il cumulo di risorse termiche del 2003.

Quel che emerge è un sensibile trend positivo nel cumulo annuo di risorse termiche con 2015, 2017 e 2018 che sono le tre annate più calde in assoluto, seguite ad 1983 e 1990. Una verifica del sito in cui è collocata la stazione e che non sono in grado di svolgere potrebbe dare informazioni accessorie utili ad interpretare il significato locale e/o sinottico delle elevate risorse termiche registrate negli anni 2015, 2017 e 2018.

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Primo (unico) vero blog post di Climatemonitor

Posted by on 06:00 in Attualità | 38 comments

Primo (unico) vero blog post di Climatemonitor

Forse qualcuno dei lettori più affezionati avrà notato che quest’anno CM non ha pubblicato gli auguri per Ferragosto. Nessuna intenzione di emulare il Corriere della Sera, che da quando non è più tra noi la penna di Giovanni Sartori ha smesso di pubblicare articoli dedicati (che abbiamo anche commentato sovente). E’ stata piuttosto una personalissima voglia di silenzio. Anche dalla parola scritta.

Quanto successo martedì scorso ha una sola descrizione: inaccettabile e troppo, troppo triste e assurdo per far finta di nulla il giorno dopo o per pubblicare inutili parole di contrizione.

A questo, lo ammetto ed è qui che questo blog post diventa personale, si è aggiunto il fatto che uno dei più accaniti troll che abbiamo mai incrociato su queste pagine, sia tornato con nuova identità ma vecchio IP e, soprattutto, vecchio livore, a vomitare insulti che solo una lunga esposizione al sole può aver generato. Eccoli qui sotto:

 

Fausto

Bella la barzelletta che la temperatura globale è cresciuta poco o nulla, peccato che la temperatura stia aumentando esponenzialmente e l’ anno più caldo con Nino, l’ anno più caldo con Nina e l’ anno più caldo ENSO neutro appartengono agli ultimi tre.
Mi chiedo se quella del Sig. Guidi è semplicemente allucinante ignoranza anche delle basi dell ‘aritmetica di prima elementare (il che comporterebbe una truffa di tutti i suoi titoli scolastici) o è pagato per mentire, truffare, diffamare falsificare, manipolare etc, (il che costituirebbe comunque un crimine).
In ogni caso ci troviamo di fronte a violazioni multiple della legge che andranno segnalate per far cessare questa attività criminosa. Provvederò.

Fausto

Frenata ? Mamma mia quanta ignoranza e quante menzogne racconta questo.

Il GW continua ad aumentare , l’ anno Nino più caldo, seguito dall’ anno Nina più caldo, dall’ anno neutro più caldo e questo menzognero dice che la temperatura è aumentata poco o niente. Ma quanto la pagano per diffondere dati falsi, dire menzogne , diffamare e insultare i climatologi di tutto il mondo ?

E’ giunto il momento di avvisare le autorità in modo che restituisca i soldi dei suoi stipendi che ha succhiato per anni ai contribuenti italiani per poi alla sera sfogare le sue frustrazioni con diffamazioni,falsità e menzogne in questo blog.

Fausto

Frenata ? Mamma mia quanta ignoranza e quante sporche menzogne racconta questo.
La frenata ce l’ ha lei nel suo cervello.
Il GW continua ad aumentare , l’ anno Nino più caldo, seguito dall’ anno Nina più caldo, dall’ anno neutro più caldo e questo menzognero dice che la temperatura è aumentata poco o niente. Ma quanto la pagano per diffondere dati falsi, dire menzogne , diffamare e insultare i climatologi di tutto il mondo ?
Se dovessero darle un millesimo di secondo per ogni crimine che commette (falsificazione dati, manipolazione, diffusione di dati falsi, ingiuria, diffamazione, calunnia etc…) sarebbe in gattabuia 1 migliardo di anni.
E’ giunto il momento di avvisare le autorità in modo che restituisca i soldi dei suoi stipendi che ha succhiato per anni ai contribuenti italiani per poi alla sera sfogare le sue frustrazioni con diffamazioni,falsità e menzogne in questo blog.

Fausto

Mamma mia quanta ignoranza e quante menzogne . Anno con Nino piu caldo della storia, seguito da anno neutro piu caldo della storia seguito dall’ anno Nina piu caldo della storia ma secondo questo mentitore incallito il GW non esiste.
Mi dica signor Guidi, quanto è pagato per mentire, manipolare e falsificare ?
Spero meglio del suo stipendio che prende illegalmente da anni ai danni dei contribuenti italiani.
E’ giunto il momento di avvisare le autorità di questa attività criminosa che si commette da anni in questo sito, con menzogne, falsità, falsificazioni, manipolazioni, etc….
Se dovessero dargli 1 secondo di galera per ogni dato falsificato, per ogni bugia, per ogni scienziato insultato e diffamato, starebbe in carcere 1 milione di anni.

Tutto ciò, dovrebbe far sorridere, ma abbiate pazienza non ci riesco proprio. Il fatto che in giornate così ci sia qualcuno così palesemente incapace di cambiare il proprio atteggiamento fa decisamente passare la voglia di avere a che fare con questa forma di comunicazione. E fa riflettere sulla sua utilità.

Sulle fesserie e le accuse che scrive inutile commentare, le pubblico per le vostre valutazioni e, per ora, non so se e quando mi passerà la nausea.

Ciao.

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Potere alla parola… di pochi!

Posted by on 08:44 in Attualità | 11 comments

Potere alla parola… di pochi!

All’inizio c’era il Global Warming. Poi quando è arrivata la frenata – per inciso, al netto degli ultimi El Niño la temperatura media superficiale globale è cresciuta poco o nulla – è subentrato il Climate Change. Ma qualcuno ha fatto notare che, in effetti, il clima cambia da sempre, quindi se proprio si vuol dare risalto al cambiamento meglio parlare di Climate Disruption. Anche questo neologismo però è stato fagocitato dal suo stesso ambiente. Se usi termini sempre più assurdi per descrivere qualcosa in modo da tener alta l’attenzione mediatica, sarai costretto a inventarti sempre qualcosa di nuovo.

E, puntuale, questa estate è arrivato in soccorso un paper appositamente redatto per gettare l’osso al mondo dei media e siamo arrivati alla Hothouse Earth. Che in realtà significa serra, né più né meno come greenhouse, ma, vuoi mettere?

Trajectories of the Earth System in the Anthropocene

Dunque, trattasi di un pistolotto che in termini scientifici non dice nulla di nuovo. Modelli e scenari – altamente fallibili i primi, completamente distopici i secondi – si dimostra che se non dovesse esser messa seriamente mano al problema, potremmo finire cotti a puntino, ovvero oltrepassare quel limite (!?) oltre il quale anche riducendo le emissioni il clima andrebbe comunque per fatti suoi, cioè, a ramengo.

Dal punto di vista tecnico, si diceva, non c’è niente di nuovo, se non l’osso gettato ai media, che si sono subito innamorati della nuova definizione ed hanno quindi dato ampio risalto alla faccenda.

Obbiettivo raggiunto quindi, soprattutto se quello che si voleva era far passare un altro tipo di messaggio, quello che segue:

Collective human action is required to steer the Earth System away from a potential threshold and stabilize it in a habitable interglacial-like state. Such action entails stewardship of the entire Earth System—biosphere, climate, and societies—and could include decarbonization of the global economy, enhancement of biosphere carbon sinks, behavioral changes, technological innovations, new governance arrangements, and transformed social values.

Forza, tutti insieme verso un nuovo ordine globale.

Enjoy.

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Le Previsioni di CM – 14 / 19 Agosto 2018

Posted by on 07:19 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 1 comment

Le Previsioni di CM – 14 / 19 Agosto 2018

Queste previsioni sono di Flavio___________________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Sul nord Atlantico continuano a susseguirsi varie onde depressionarie, ma proprio all’inizio di questa settimana una di queste onde è prevista abbassarsi di latitudine lungo il fianco orientale dell’anticiclone delle Azzorre, infiltrandosi tra Baleari e Sardegna all’interno di un campo di alta pressione fino ad oggi abbastanza livellato su tutto il Mediterraneo.

La differenza termica tra l’aria atlantica entrante sul Mediterraneo e l’aria calda preesistente darà luogo a fenomenologia intensa e di conseguenza le temperature risulteranno sotto la media del periodo.

Lo scenario sinottico europeo continuerà ad essere caratterizzato dall’influenza dell’anticiclone delle Azzorre sulla parte occidentale del continente, mentre sulla sua ala orientale continuerebbe a scorrere altra aria instabile, in particolare, nella giornata di venerdì un’altra infiltrazione di aria instabile atlantica potrebbe spingersi fino alle latitudini italiane rinnovando la genesi di temporali e di rovesci durante il fine settimana inizialmente al nord e successivamente sul sud della penisola.

Linea di tendenza  per l’Italia

Lunedì  peggioramento delle condizioni atmosferiche dalla seconda parte della mattinata su nord ovest, zone alpine e prealpine con rovesci  o temporali da sparsi a diffusi che si estenderanno e si intensificheranno dal pomeriggio interessando anche Liguria orientale e Toscana settentrionale. Su centro Italia aumento della nuvolosità, mentre al sud condizioni di bel tempo con aumento di velature  dal pomeriggio.

Martedì al mattino ancora rovesci o temporali al nord con tendenza al miglioramento dal pomeriggio sera, mentre su Toscana ed Umbria il tempo continuerà ad essere instabile  con fenomeni in estensione sul restante settore peninsulare e Sardegna centro settentrionale. Al sud assisteremo ad un generale peggioramento con fenomeni più probabili su Sicilia, in serata rovesci o temporali più probabili su coste tirreniche peninsulari e adriatiche di Molise e Puglia garganica. Temperature in generale diminuzione.

Mercoledì giorno di Ferragosto, molte nubi al primo mattino su Emilia Romagna regioni centrali e aree costiere meridionali tirreniche con rovesci o temporali, poco nuvoloso al nord e velato al sud. Dalla seconda parte della mattinata peggioramento e fenomenologia che interesserà anche il sud e graduale attenuazione del maltempo su Emilia Romagna e Toscana, miglioramento che interesserà nel pomeriggio anche le restanti regioni centromeridionali tirreniche. In serata ancora molto nuvoloso al sud con rovesci e temporali sparsi in particolare lungo le aree costiere, da poco a parzialmente nuvoloso al centro nord.

Giovedì  il maltempo si farà sentire in particolare sulle regioni ioniche e sulle regioni centro meridionali adriatiche, sul resto del paese cielo poco nuvoloso con aumento della nuvolosità durante le ore centrali della giornata sulle aree montuose del nord e al centro-sud con rovesci o temporali sparsi, ma miglioramento in serata con cielo poco nuvoloso escluso regioni ioniche.

Venerdì generalmente poco nuvoloso o velato ad esclusione delle regioni ioniche dove potrebbero verificarsi ancora deboli rovesci o temporali. Durante la giornata sviluppo di nubi cumuliformi al nord ovest, sulle aree alpine, prealpine, appenniniche settentrionali e al centro sud con rovesci o temporali sparsi.

Sabato cielo sereno o poco nuvoloso con fenomeni di instabilità durante il pomeriggio su regioni alpine, Liguria, Emilia Romagna  occidentale, regioni centrali tirreniche e regioni meridionali.

Domenica condizioni di tempo stabile con debole instabilità ancora presente al sud della penisola.

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Ondata di calore . . . . e di falsità

Posted by on 06:00 in Attualità | 13 comments

Ondata di calore . . . . e di falsità

Come le temperature sul nostro territorio sono salite al di sopra dei valori medi, si è scatenato il consueto putiferio di idiozie in merito al calore ed ai rischi ad esso connessi.

In tema di conseguenze del caldo sulla salute umana, ha avuto una certa eco sui media una recente relazione di Legambiente, nella quale, riprendendo i risultati di un’indagine condotta dal Dipartimento di Epidemiologia del Sistema sanitario della Regione Lazio, si dichiarava: «Tra il 2005 e il 2016 in 23 città italiane le ondate di calore hanno causato 23.880 morti e soltanto a Roma, dal 2000, sono circa 7.700 le morti attribuibili alle ondate di calore». L’obiettivo di tale intervento era ovviamente quello di portare l’attenzione sui (presunti) gravissimi pericoli del global warming; infatti Edoardo Zanchini – vicepresidente di Legambiente – ha rilasciato le seguenti parole all’Ansa: «Se vogliamo ridurre i pericoli per le persone e prevenire anche le ondate di calore, servono nuove politiche per le città, risorse e un coordinamento nazionale per aiutare i sindaci di fronte a fenomeni di una portata senza precedenti. Al governo chiediamo di approvare quanto prima il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici e di mettere al centro gli interventi che riguardano le città».

Mi è parso allora necessario fare una serie di precisazioni, per riportare la questione entro limiti reali; faccio notare che, pur tenendo aggiornate le serie storiche sulla mortalità mensile italiana a partire dal 1950, i valori trattati in questa sede sono riferiti solo ai dati successivi al 2002, in quanto direttamente scaricabili dal sito demo.istat.it e quindi strumento per facili verifiche, da parte del lettore, sulle mie valutazioni.

  • Per quanto concerne gli effetti sulla popolazione delle ondate di calore (come di quelle di freddo), non si deve parlare di morti in modo analogo a certi altri disastri naturali, perché si può soltanto fare un raffronto fra il numero dei decessi in un dato periodo ed il relativo valore statisticamente atteso, la cui stima è sempre opinabile. Ne risulta quindi che le valutazioni saranno necessariamente affette da un notevole grado di approssimazione
  • Gli eccessi di mortalità, che si verificano in corrispondenza di condizioni termiche eccezionali, riguardano quasi esclusivamente persone anziane (> 75 anni), che si trovavano già in condizioni precarie per ragioni anagrafiche e/o di patologie pregresse. Si tratta in molti casi di un’anticipazione del decesso che sarebbe presumibilmente avvenuto dopo non molto tempo; l’analisi delle serie storiche evidenzia infatti che le annate di forte mortalità sono spesso seguite da altre con un numero di morti assai inferiore alla media, mostrando così una sorta di almeno parziale compensazione nel lungo periodo.
  • In inverno vi sono più decessi rispetto alle altre stagioni. La ripartizione 2003-2017 in % è questa: Inverno = 27,6  Primavera = 25,3  Estate = 23,4  Autunno = 23,7 (in pratica oggi ci attendiamo in inverno circa 27 mila morti in più rispetto all’estate). L’inverno è anche la stagione con la maggiore variabilità interannuale del dato; i Cv, espressi in %, delle serie storiche ammontano infatti a: Inverno = 7,2  Primavera = 5,0 Estate = 5,1  Autunno = 4,7; ciò significa che è in inverno che statisticamente mi devo aspettare dei picchi di mortalità più elevati rispetto alle altre stagioni.
  • Per il periodo 2005-2016, ho sommato gli eccessi positivi di mortalità da me stimati per i mesi di giugno, luglio ed agosto, ottenendo un totale di circa 36800. Tenendo conto che le 26 maggiori città italiane non arrivano complessivamente a 12 milioni di abitanti (su un totale nazionale di oltre 60), trovo poco comprensibile il valore di 23880, di cui parla Legambiente.
  • Sempre per il periodo 2005-2016, la somma degli eccessi positivi di mortalità da me stimati per i mesi di dicembre, gennaio e febbraio è di circa 44500 unità. I tre valori più elevati in questa fase appartengono ai mesi di febbraio 2005, 2012 e 2015 e ammontano rispettivamente a 9700, 9800 e 6700 decessi in più sulla norma (si noti che in estate il massimo è del luglio 2015 con 7200). Vale la pena di ricordare che l’ondata di freddo del gennaio 2017 ha causato un surplus di circa 14500 unità, un valore davvero impressionante e quasi ignorato dal sistema dell’informazione.
  • A chi parla di “fenomeni di una portata senza precedenti” voglio solo ricordare che l’ondata di caldo del luglio 1983 è quella con le conseguenze di gran lunga peggiori (circa +24% di morti nel mese), nonostante che all’epoca la percentuale di soggetti anziani fosse molto minore di oggi. Il leggendario freddo del febbraio 1956 produsse addirittura un +56% dei decessi, sul dato normale di allora.
  • Negli anni più recenti sembra manifestarsi in Italia una ripresa del tasso di mortalità e forse anche del livello di stagionalità dei decessi. In tutto ciò il clima gioca ben poco; il fattore fondamentale è il continuo invecchiamento della popolazione.

Fatte queste considerazioni, credo si possa arrivare alle seguenti due conclusioni:

  1. Parlare di rapporti fra clima e mortalità, limitandosi agli effetti delle ondate estive di calore non ha scientificamente senso ed è del tutto fuorviante dal punto di vista della divulgazione e della difesa della salute pubblica.
  2. Lanciare allarmi in merito a futuri incrementi della mortalità in funzione dell’ipotizzato riscaldamento globale appare cosa dettata solo da presupposti ideologici, in quanto si può genericamente ritenere che eventuali problemi nella stagione estiva sarebbero comunque abbondantemente compensati dai vantaggi di un clima più caldo in quella invernale. (Nota: chi è fieramente convinto che il global warming produrrà anche un incremento, per frequenza ed entità, delle grandi ondate di freddo, non perda tempo a riflettere su queste mie conclusioni, visto che è ufficialmente autorizzato a credere a qualunque panzana; non c’è infatti modo di far capire a tali persone qualcosa di sensato in tema di cambiamenti climatici.)

NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore.

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Livello dell’Oceano globale e del Mediterraneo e loro spettri

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Livello dell’Oceano globale e del Mediterraneo e loro spettri

Premessa
L’annunciata serie di articoli sul livello del Mediterraneo, di Donato Barone, di cui è uscita la prima puntata su CM, mi ha spinto a ricontrollare i risultati di due miei articoli precedenti, sulla crescita e l’accelerazione del livello del mare in varie zone del globo, tra cui l’Italia, il primo (d’ora in poi CM49) e sulla presenza dello shift climatico della fine degli anni ’80 del secolo scorso nei dati mareografici del Mediterraneo il secondo (d’ora in poi CM83).

Poi, un commento di Robertok06 all’articolo di Donato Barone mi ha rimandato alla tesi di dottorato (2016) di Marco Olivieri dove, tra le molte informazioni interessanti, si accenna ad una possibile periodicità di 60 anni presente nelle misure.
L’articolo di Olivieri e Spada del 2013, sempre citato da Robertok06, mi è sembrato meno interessante ai fini di questo articolo. Forse si possono trovare lavori e dati globali più completi (ad es. Jevrejeva et al, 2008; Colorado Univ. Sea Level Research GroupEPA).

Ho quindi deciso di utilizzare i dati EPA (medie annuali globali) per verificare la presenza del periodo di circa 60 anni riferito nella tesi di Olivieri.

Nel riguardare i dati mensili delle stazioni del Mediterraneo, ho notato (v. fig.1, pdf) che la funzione di autocorrelazione (ACF) delle tre stazioni italiane presenta sistematicamente una maggiore persistenza, rispetto alle altre tre stazioni, che testimonia la necessità di correggere gli spettri per la memoria a lungo termine.

Fig.1: Confronto tra le ACF di tre stazioni italiane e tre stazioni dell’Adriatico orientale. Notare come le stazioni italiane contengano più persistenza delle altre. Il grafico in basso è lo zoom sui primi 5 mesi (lag).

Ricordo brevemente che per dati teorici non autocorrelati l’ACF vale 1 a lag 0 e 0 per tutti gli altri lag. Dati reali non autocorrelati avranno lo stesso andamento ma con fluttuazioni più o meno ampie attorno allo zero. Nel caso di figura 1, le stazioni della costa ex-jugoslava mostrano proprio fluttuazioni attorno allo zero, in particolare se si considera l’andamento asintotico; per le stazioni italiane l’oscillazione avviene attorno al valore 0.3 e mostra la presenza di memoria a lungo termine, anche se non particolarmente forte.

I Dati
Qui uso due tipi di dati:

  1. il livello marino medio globale disponibile sul sito dell’EPA (agenzia americana per la protezione dell’ambiente) come valori annuali dal 1880 al 2013 e
  2. il livello marino medio mensile di 23 stazioni mareografiche del Mediterraneo, disponibili al sito PSMSL; queste ultime sono le stesse mostrate in CM83 con l’aggiunta della stazione di Bakar (Croazia) e quindi sono vincolate alla presenza di dati nel periodo attorno allo shift climatico della fine degli anni ’80. L’estensione temporale di queste serie è compresa tra 28 e 143 anni. Rimando a CM83, al suo sito di supporto e al sito di supporto di questo articolo per tutti i valori disponibili.

Dati globali
I dati globali sono in figura2 (pdf) insieme ai fit lineare e parabolico e ai loro parametri.Da notare il valore dell’accelerazione molto vicino a quello pubblicato in Church and White, 2006 (0.013±0.006 mm/yr^2, da Olivieri, tesi, pag.27). Nei quadri in basso lo spettro Lomb a due livelli di dettaglio.

Fig.2: Dati annuali globali del livello marino e loro spettro Lomb. Nello spettro sono identificati i periodi (in anni) di molti massimi, indipendentemente dalla loro potenza. La “siepe” di massimi di bassa potenza nella parte sinistra dello spettro in basso è l’insieme delle firme di El Nino.

In questo spettro, oltre al massimo principale a 132 anni, il massimo di periodo 55-60 anni sembra confermare quanto scritto da Olivieri nella sua tesi e anche il fatto che le grandi oscillazioni oceaniche (AMO, NAO, AO, PDO, …) lascino un segno nello spettro del livello marino. I periodi tra 7.5 e 30 anni trovano anch’essi un riscontro nello spettro di NAO invernale (DJFM), ad esempio nella figura 6 di questo articolo su CM (in cui NAO è confrontata con l’Indice Mediterraneo MOI).

Nella “siepe” di massimi di bassa potenza e alta frequenza dei dati EPA si notano -pur non essendo indicati dal valore del periodo- quelli a ~1.3 e a ~3.9 anni e in generale quelli tra 1 e 7 anni (estremi esclusi) che identificano l’influenza di El Niño (ad es. qui, figura 5).

Quando, però, si osserva la funzione di autocorrelazione dei dati EPA di figura 3 (pdf) e la si confronta con quella della derivata prima numerica dei dati “osservati” si vede che una correzione è necessaria.

Fig.3: ACF dei dati globali EPA e confronto con l’ACF della derivata prima dei dati stessi. Si noti come la derivata cancelli quasi completamente l’autocorrelazione. Come ormai abituale, i valori di H (l’esponente di Hurst) non sono attendibili, essendo calcolati sull’ACF a lag 1 mentre dovrebbero tenere conto del valore asintodico dell’autocorrelazione.

La correzione, mostrata in figura 4 (pdf), cambia poco la distribuzione dei massimi spettrali (cancella il massimo a 132 anni e, forse, ne trasferisce in parte la potenza ai due massimi a 73 e 51 anni) ma cambia il rapporto tra le potenze, in particolare rendendo quella della “siepe” tra 1 e 7 anni ricordata sopra la maggiore di tutto lo spettro. I massimi tra 7 e 30-35 anni sono ancora facilmente identificabili.

Fig.4: I dati EPA e il loro spettro Lomb, dopo l’uso della derivata prima. Come in tutti i grafici, i periodi minori o uguali a 1 anno non vengono presi in considerazione, assumendo che rappresentino fluttuazioni stagionali.

In conclusione, i dati globali del livello del mare, dopo la correzione per la memoria a lungo termine, non confermano -o confermano in modo non troppo nitido e con bassa potenza- la possibilità di un periodo di 60 anni derivabile dai mareografi. Viene invece messa in evidenza l’influenza globale di El Niño.

Dati del Mediterraneo
Per le 23 stazioni mareografiche del Mediterraneo elencate nella tabella successiva ho calcolato gli spettri Lomb dei valori osservati e delle loro derivate prime ed anche le funzioni di autocorrelazione di entrambe.

Tide Gauge
Station
Country Range
(yr)
Extent
(yr)
Alexandria EG 1944-2006 63
Alexandroupolis GR 1969-2016 48
Alicante 1 ES 1952-1996 45
Alicante2 ES 1960-1996 37
Bakar CR 1930-2013 84
Ceuta ES 1944-2016 73
Genova1 IT 1884-1997 114
Iraklion GR 1984-2011 28
Khalkis-n GR 1969-2016 48
Khalkis-s GR 1977-2016 40
Khios GR 1969-2015 47
Koper SL 1962-1991 30
Malaga ES 1944-2013 70
Marseille FR 1885-2017 133
Nice FR 1978-2017 40
Port Vendres FR 1984-2017 34
Siros GR 1969-2016 48
Soudhas GR 1969-2011 43
Split1 CR 1952-2011 60
Thessaloniki GR 1969-2016 48
Trieste1 IT 1875-2017 143
Varna BG 1928-1996 69
Venezia4 IT 1909-2000 92

La tabella riporta il nome della stazione, la nazione, l’estensione temporale e l’intervallo dei dati. Il foglio di calcolo nel sito di supporto riporta anche la presenza di almeno un massimo spettrale nei 6 intervalli in cui sono stati divisi i periodi disponibili (1=presenza; 0=non presenza) e per l’intervallo 1-7 anni (El Niño) il dettaglio dei periodi su 6 intervalli. Le stesse informazioni sono ripetute per le derivate prime -i dati corretti per la persistenza. Dodici “brutali” istogrammi mostrano, anche in forma grafica, in quanti dei primi 6 intervalli sono presenti massimi spettrali.
Rimando al sito di supporto per i grafici e i valori numerici di tutte le stazioni, mentre i parametri dei fit lineare e parabolico sono qui.
Mostro a titolo di esempio il più breve (28 anni, Iraklion) e il più lungo (143 anni, Trieste1) dei dataset disponibili.

Fig.5: (pdf). Spettro dei valori osservati di Iraklion.

Fig.6: (pdf). Spettro delle derivate prime di Iraklion. Con una serie lunga 28 anni e con una mancanza di dati di circa 3 anni complessivi, il periodo molto debole di 35 anni deve essere considerato spurio o, almeno, soggetto ad una incertezza molto elevata.

Fig.7: (pdf). Confronto fra le ACF delle due serie precedenti.

Fig.8: (pdf). Spettro dei valori osservati di Trieste 1.

Fig.9: (pdf). Spettro delle derivate prime di Trieste 1.

Fig.10: (pdf). Confronto tra le ACF delle due serie precedenti.

In conclusione, i mareografi del Mediterraneo mostrano molte similitudini con il livello dell’Oceano globale;

 

  • in particolare il periodo 60-80 anni che viene registrato dalle serie osservate di adeguata lunghezza, ma che scompare con l’uso della derivata prima.
  • I periodi legati (presumibilmente) a El Niño sono massicciamente presenti nelle serie mediterranee (dal 100% dei casi per 1-2 anni al 50% per 6-7) e denotano una vasta influenza dell’oscillazione del Pacifico tropicale, anche dopo la correzione per la persistenza (ad es. per 6-7 anni la percentuale scende dal 50 al 46).
  • I periodi nell’intervallo 10-50 anni nel Mediterraneo si osservano anche negli spettri (sia osservato che corretto per la persistenza) dell’indice SOI (Southern Oscillation Index) calcolato dal BOM (Bureau Of Meteorology) australiano, che io ho chiamato SOIBOM, il più esteso tra quelli disponibili (1876-Nov.2016). SOIBOM e il suo spettro è disponibile sul sito dell’atlante spettrale o, su CM, qui.

Un’ultima curiosità: A pagina 40 della tesi di Olivieri si sottolinea l’esistenza di una relazione tra la lunghezza del record e l’accelerazione; questa relazione viene mostrata in forma grafica nella figura 2.9. Applicando lo stesso sistema ai dati del Mediterraneo (sia all’accelerazione che alla pendenza) si ottengono i grafici di fig.11 (pdf).

 

Fig.11: Relazione tra accelerazione e pendenza dei fit parabolici e lunghezza in anni dei dataset. Questa figura può essere confrontato con la figura 2.9 a pag.40 della tesi di Olivieri.

Le accelerazioni di dataset con estensione temporale minore di 50 anni sembrano essere più disperse di quelle con range più estesi. La relazione lineare tra range e accelerazione, per estensioni minori di 50, anni dovrebbe essere solo apparente e dovuta al numero non elevato dei dataset: infatti il confronto con la figura 2.9 di Olivieri mostra che in generale la dispersione più grande è simmetrica rispetto alla linea di accelerazione nulla.
Una situazione analoga si verifica con la pendenza, più stabile dopo i 50 anni di estensione del dataset.

Bibliografia

  • Church, J. A., White, N. J.: A 20th century acceleration in global sea–level. Geophys. Res. Lett.33, L01602, 2006.
  • S. Jevrejeva, J.C. Moore A., Grinsted and P. L. Woodworth: Recent global sea level acceleration started over 200 years ago? Geophys. Res. Lett.35, L08715, 2008.dx.doi.org/10.1029/2008GL033611
Tutti i dati relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui
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A Qualcuno Piace Caldo (non solo il clima)

Posted by on 06:00 in Attualità, Sole | 2 comments

A Qualcuno Piace Caldo (non solo il clima)

No, non avete sbagliato blog, non siete finiti al cinema e non stiamo per buttarci in un revival anni 50. Ma in questi giorni d’estate, caldi sì, ma tutto sommato di stagione, il titolo ci sembrava decisamente appropriato per raccontarvi che se voi sentite un po’ di caldo…beh, tra poco qualcuno ne sentirà decisamente di più. Ma tanto, tanto di più.

E’ in partenza infatti da Cape Canaveral una delle missioni più ambiziose che la NASA abbia mai messo in cantiere, perché destinata a lavorare in uno degli ambienti più ostili del Sistema Solare, l’atmosfera del Sole. Lei, la sonda, si chiama Parker Solar Probe in onore di Eugene Parker, lo scienziato americano (ancora in vita) in forza alla Università di Chicago, che per primo, negli anni 50, elaborò una teoria sul vento solare e sul complesso sistema di plasma, campo magnetico e particelle che lo originano. Non solo. A Parker si devono anche importanti studi sulla eliosfera e sulla inaspettata natura della atmosfera del Sole, la corona, che, contrariamente a quanto prevedono le leggi della fisica, è estremamente più calda della fotosfera, cioè della “superficie” della nostra stella: 15 milioni di Kelvin contro 6mila.

Enigmi ancora senza una spiegazione, ma talmente importanti per il rapporto Sole-Terra, da convincere le più importanti agenzie spaziali del pianeta a finanziare due missioni destinate proprio allo studio dei meccanismi che regolano – da 4 miliardi e mezzo di anni -la vita della nostra stella, e, quindi, la nostra. Insieme alla sonda della NASA infatti, a distanza di 12 mesi, partirà anche una missione della Agenzia Spaziale Europea, chiamata Solar Orbiter. Che avrà obiettivi scientifici simili, tanto che le due sonde lavoreranno in coppia, come una vera squadra. Osservando il Sole da due punti di vista diversi: la Parker Solar Probe arriverà a sfiorare il Sole, più o meno a 6 milioni di chilometri (contro i 150 della Terra) dove le temperature toccano i 1400 gradi. In orbita equatoriale, studierà il vento solare e tutto ciò che succede nella fotosfera, dai flares alle espulsioni di massa coronale: dati fondamentali per una società come la nostra ormai completamente dipendente dalla tecnologia, che daranno un impulso fortissimo non solo alla fisica solare ma anche alla meteorologia spaziale.

Partenza nel 2020 invece per il Solar Orbiter di ESA. Con una differenza: lavorerà fuori dal piano equatoriale del sole arrivando a studiare anche una zona impossibile da vedere da Terra, i poli, per capire le origini del potentissimo e ancora per molti versi misterioso campo magnetico. Ma da una distanza maggiore rispetto alla quasi gemella americana: circa 43 milioni di chilometri, dove le temperature sono di circa 600 kelvin. A proteggere i delicatissimi telescopi delle due sonde da temperature così estreme, due scudi termici costruiti con tecnologie mai tentate prima, in grado di mantenere gli strumenti al fresco, appena 30 gradi centigradi contro i 1400 o 600 dell’ambiente esterno.

L’intelligenza artificiale penserà al resto: gli 8 minuti necessari per dialogare con i computer di bordo da Terra hanno costretto gli scienziati a dotare le sonde di un vero e proprio “cervello”, per gestire in autonomia e in tempo reale qualsiasi emergenza – 8 minuti a quelle temperature infatti le distruggerebbero in una manciata di secondi.

Il primo appuntamento è per l’11 agosto, giorno in cui si alzerà da Cape Canaveral un razzo Delta IV Heavy con la Parker Solar Probe. O dovrebbe alzarsi: il liftoff – già rimandato due volte – potrebbe slittare ancora avanti, fino al 23 agosto. Si chiama “finestra di lancio”: un insieme di date utili durante le quali una sonda deve necessariamente decollare per raggiungere nel più breve tempo possibile – e nei giusti valori di velocità – la sua destinazione. Se tutto andrà bene, il primo perielio è previsto per il 5 novembre, ma per il vero e proprio tuffo nel sole, a 6 milioni di chilometri, bisognerà aspettare il 22mo, nel dicembre 2024, quando sarà già affiancata dal Solar Orbiter. Ma la scienza inizierà subito, e come per tutte le grandi missioni, ogni scoperta poterà con sé tante nuove domande.

NB: qui i link alle missioni:

  • Parker Solar Probe: http://parkersolarprobe.jhuapl.edu/index.php
  • Solar Orbiter: http://sci.esa.int/solar-orbiter/

L’immagine in testa al post viene da: NASA/JHUAPL

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Le Perseidi del 2018

Posted by on 06:00 in Attualità, Sole | 4 comments

Le Perseidi del 2018

E come tutti gli anni, eccoci all’appuntamento più estivo di tutti, insieme al ferragosto: quello delle cosiddette Lacrime di San Lorenzo. Quelle lacrime che, secondo tradizione, il santo avrebbe versato durante il supplizio e che si ricorda proprio il 10 agosto. Ma nello spettacolo che offre il cielo, quella notte, non c’è nulla di doloroso, anzi, è un evento di una bellezza straordinaria, come pochissimi altri nel corso dell’anno.

Tutti ormai sanno cosa sono le stelle cadenti, ma visti gli strafalcioni che si sono sentiti in giro durante la recente eclissi di luna – e cioè che la luna era rossa per il riflesso di Marte, roba da far venire l’orticaria ad ogni matricola di astronomia del pianeta – repetita juvant.

E allora eccoci qui a ricordare che gli sciami di stelle cadenti non sono affatto stelle, ma piccoli frammenti di roccia lasciati dietro di sé da una cometa lungo la sua orbita attorno al Sole. Quando la Terra incrocia quella zona, i frammenti entrano in atmosfera dove bruciano, lasciando dietro di sé scie più o meno lunghe e più o meno luminose a seconda della grandezza, della temperatura e della composizione chimica. La cometa che ha dato origine allo sciame delle Perseidi – che prendono il nome dalla costellazione da cui per effetto ottico sembrano originarsi, Perseo – è la Swift-Tuttle, che si è avvicinata al sole per l’ultima volta nel 1992 per tornare nel 2126.

In realtà, lo sciame inizia già da fine luglio per concludersi a fine agosto, ma il picco massimo nella frequenza di stelle cadenti è attorno al 10 agosto. In realtà, da quando ci furono le prime osservazioni 2000 anni fa la precessione degli equinozi l’ha spostato dal 10 al 12, ma si sa, le tradizioni hanno i loro diritti di precedenza, soprattutto se sono occasione di festeggiamenti estivi.

Prima di lasciarvi al cielo, un piccolo manuale per capire cosa state guardando: le meteore (o stelle cadenti) sono le scie lasciate nel cielo dai meteoroidi, i frammenti dispersi nello spazio dalle comete oppure i residui di scontri di asteroidi o della formazione della nube primordiale che ha originato il sistema solare. I meteoroidi entrano in atmosfera con velocità che vanno dagli 11 ai 72 km/s, e quello che resta – se resta – al termine della combustione, cioè quello che arriva sulla superficie della terra, sono i meteoriti. Ogni anno piovono sulla Terra circa 15mila tonnellate di meteoroidi, e molti – della dimensione di polveri – impiegano giorni, se non settimane, per toccare il suolo. A volte la Terra incontra meteoroidi di notevoli dimensioni, che bruciando in atmosfera producono anche fenomeni acustici, e sono visibili anche di giorno: in questo caso si definiscono non meteore ma bolidi.

Ora che sapete tutto, non vi resta che piazzarvi una zona buia, lontana dalla città e cercare la costellazione di Perseo (se non la trovate, è vicina alla più famosa ed identificabile doppia w di Cassiopea). Poi, con tanta pazienza aspettate (dovrebbero esserci circa 100 meteore all’ora), e già che siete tenete pronti un po’ di desideri. Qui si fa scienza, ma non si sa mai che ogni tanto anche la tradizione abbia il suo perché.

PS: qui per la mappa del cielo

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E’ Estate e a Milano fa Caldo

Posted by on 06:00 in - Stazioni Meteo, Attualità, Climatologia, Meteorologia | 6 comments

E’ Estate e a Milano fa Caldo

Per l’areale milanese il 2018 non è stato fin qui particolarmente estremo dal punto di vista dello stress termico da caldo.

Era il 38 luglio e faceva molto caldo ed era scoppiata l’afa”… ve la ricordate la canzoncina degli Squallor del 1971 (testo e storia)? E’ chiaro che senza il talismano, il piede di porco a pile della zia Woller, mettersi a “ragionare di climatologia” significa volersi fare del male, e poi fa troppo caldo….. Ciò nonostante nei giorni scorsi mi sono cimentato nell’analisi dei dati di temperatura massima e minima dell’areale rurale circostante a Milano per confrontare il 2018 con i 67 anni precedenti in termini di occorrenze di temperature estreme e di stress termico. Qui di seguito riporto i dati utilizzati e il metodo adottato in modo da porre tutti gli interessati in condizione di ripetere l’analisi svolta e commento brevemente i risultati ottenuti.

Dati e metodi

Ho utilizzato una serie storica di temperature massime e minime giornaliere costruita con i seguenti dati:

  • 19510108-19721231: Linate 16080 (fonte Servizio Meteo AM)
  • 19730101-19921231: Linate 16080 (fonte dataset GSOD)
  • 19930101-20171231: Montanaso Lombardo (fonte CREA)
  • da 20180101: Linate 16080 (fonte dataset GSOD).

Si noti che Montanaso Lombardo (figura 2) è stata da me introdotta per limitare l’effetto Isola di calore urbano (UHI) che su Linate si fa ormai sentire in modo sensibile. Purtroppo la Banca Dati Agrometeorologica Nazionale (BDAN) che fino al 2017 veniva aggiornata con solo pochi giorni di ritardo rispetto alla misura, ha i propri dati fermi al gennaio 2018, per cui ho dovuto tornare ad utilizzare i dati di Linate. Segnalo inoltre che i pochi dati risultati mancanti nei 68 anni della serie storica considerata sono stati ricostruiti sulla base di dati di stazioni limitrofe con un semplice modello a medie pesate con peso inversamente proporzionale al quadrato delle distanze previa omogeneizzazione per la quota.

Per ogni anno ho estratto il numero di giorni con temperatura massima maggiore o uguale a 33 e a 35°C (TX33 e TX35) e temperatura minima maggiore o uguale a 23 e a 25°C (TN23 e TN25). Al riguardo si consideri che sulle temperature minime l’isola di calore di Milano pesa oggi circa 2/5°C, per cui 25°C registrati nell’area rurale significano grossomodo 27/30°C a Milano.

A questo punto ho prodotto un indice empirico di stress termico strutturato come segue:

IEST=TX33+TX35*2+TN23+TN25*3

Si noti che il maggior peso da me attribuito a TN25 deriva dal fatto che per chi vive come me in città lo stress termico da caldo è legato soprattutto al disturbo del sonno, che si registra quando nelle nostre stanze da letto le temperature notturne non scendono sotto i 30°C.

Tutti i valori ricavati dal 1 gennaio al 4 agosto per gli anni che vanno dal 1951 al 2018 sono riportati in  tabella 1 e nel diagramma in figura 1.

Figura 1 – Indice di stress termico IEST per l’area rurale prossima a Milano. Analisi riferita al periodo 1 gennaio – 7 agosto per gli anni che vanno dal 1951 al 2018.

Risultati

Dall’analisi del diagramma di figura 1 si notino anzitutto i 4 anni con livelli di stress più elevati dell’intera serie e cioè il 2015 con IEST di 40 seguito 2003 E 2017 (25), dal 2013 (21) e 1983 (20). Il 2018, con un punteggio di 13 si colloca al 9° posto in termini di stress a pari merito con 1952 e 2016.

Si noti anche il trend all’incremento dei livelli di stress, con IEST che da una media di 3,2 del periodo 1951-1990 è salito a 4,3 nel 1991-2000 per giungere a 10,1 nel periodo 2001-2010 e a 16,5 nel periodo 2011-2018. Ciò riflette il cambiamento climatico registratosi in Europa e pone in evidenza il nuovo clima con cui dobbiamo oggi confrontarci.

Alcune riflessioni finali

Il nuovo clima che ho delineato in termini di stress termico può divenire problematico soprattutto in ambito urbano per effetto del’isola di calore (figura 2). Ciò porta a suggerire per chi sta all’aperto di sfruttare il più possibile l’effetto di ombreggiamento di alberi ed edifici. Per chi staziona all’interno di edifici non ben coibentati è consigliabile far ricorso ad un oculato uso dei condizionatori  e a tenere ben arieggiati i locali cercando il più possibile di sfruttare le “correnti d’aria”. Peraltro riguardo a questo ultime so per esperienza diretta che gli anziani sono ahimè diffidentissimi in virtù di secoli di pregiudizio (“sole di vetro e aria di fessura portano alla sepoltura”…).

Figura 2 – l’areale rurale circostante Montanaso Lombardo (al centro – la stazione Crea si trova in coincidenza con il pallino giallo) confrontato con un frammento del centro di Milano (a sinistra) e con dell’aeroporto di Linate (a destra). Si notino i diversi livelli d’intensità dell’urbanizzazione che si traducono in diversi livelli dell’isola di calore urbano.

Concludo evidenziando il fatto che dai dati da me analizzati e riferiti all’area rurale circostante alla grande conurbazione milanese (accreditata di oltre 7,5 milioni di abitanti) risulta che il 2018 non è stato fin qui particolarmente estremo dal punto di vista dello stress termico da caldo.

Ribadisco inoltre che il nuovo clima con cui ci stiamo confrontando dagli anni ’90 ha grandi vantaggi nel periodo invernale, durante il quale si registra il picco annuo di mortalità per cause meteorologiche, picco che la maggior mitezza termica tende a moderare.

Si tratta di concetti fondati su dati che i nostri grandi media (TV, quotidiani) ignorano scientemente con l’obiettivo di incrementare l’audience creando ansia nella collettività. Si tratta di una strategia che non mi stancherò mai di condannare perché la trovo particolarmente odiosa nei confronti delle fasce della popolazione più deboli ed influenzabili. Peraltro la strategia si palesa nella risposta data da Aldo Cazzullo, giornalista di norma assai equilibrato nei suoi giudizi, sul Corriere della sera del 5 agosto 2018 alla lettera del lettore Aldrea Bucci:

scrive Andrea Bucci: “Caro Aldo, ricordo che dopo la maturità sono stato al lago di Kemijarvi nella Lapponia finlandese una cinquantina di km a Nord del circolo polare. Era fine luglio, eppure io e il mio compagno di avventure nordiche abbiamo fatto il bagno tranquillamente mentre alcune ragazze prendevano il sole sulla spiaggetta. Più a sud c’era Turku, l’antica capitale delle Finlandia. La piscina all’aperto era costantemente affollata. Trent’anni fa il riscaldamento globale non c’era. Ora, grazie ai 390 gradi registrati al circolo polare, si prevedono sfracelli climatici. Procurare allarme conviene.  Tanta gente è infatti convinta che in Scandinavia ci sia neve anche ad agosto.”

Risponde Aldo Cazzullo: “Caro Andrea, come ho sentito dire da qualche parte negare il riscaldamento del pianeta perché fa fresco o si aveva già avuto caldo in passato è un po’ come negare la fame nel mondo perché si è appena mangiato un cheeseburger. Si rassegni: per quanto possiamo essere affezionati a noi stessi non siamo il centro dell’universo.”

La lettera di Andrea Bucci, per quanto “tagliata” per ragioni di spazio, esprime dubbi circa il dogma, e la risposta di Cazzullo afferma di fatto la morte della climatologia come scienza: non contano prove documentali come quelle addotte da Andrea Bucci o magari dati osservativi, il dogma è dogma e non si discute! A questo punto trovo che abbia ragione da vendere Sergio Pinna che nel suo scritto di critica a un articolo uscito guarda caso sul Corriere conclude come segue: in doveroso ossequio alle verità ufficiali, l’articolo del Corriere si conclude con una frase di alto significato (scientifico e morale): «e pensare che c’è chi ancora dubita del cambiamento climatico». Senza dubbio una bella frase, alla quale però preferirei questa: «e pensare che fino ad una ventina d’anni fa si poteva ancora discutere di climatologia . . .».

Se almeno avessimo il talismano della zia Woller….

Tabella 1 – Giorni con temperature maggiori o uguali a determinate soglie critiche per l’area rurale prossima a Milano. Analisi riferita al periodo 1 gennaio – 7 agosto per gli anni che vanno dal 1951 al 2018.

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