Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

Piove, Governo ladro!

Posted by on 23:17 in Attualità | 2 comments

Piove, Governo ladro!

Il New Jersey è noto per essere uno degli stati americani con il regime di tassazione più feroce. Caratteristica che lo accomuna agli altri “blue states” americani: stati che spendono tanto, e che tanto chiedono di conseguenza alle tasche dei loro cittadini. Ma siccome i soldi non bastano mai, allora tocca ricorrere alla fantasia per rastrellarne di altri.

Pare infatti che il governatore Phil Murphy stia per introdurre una ennesima tassa: la “Rain Tax”, con la quale si intenderebbero tassare i cittadini del New Jersey in rapporto alla quantità di pioggia caduta sulle loro proprietà. In realtà la questione è più complessa, perché la burocrazia non ha mai il dono della semplicità: in un tentativo disperato di disfarsi del fardello della risistemazione del sistema di gestione statale delle acque piovane (costo stimato superiore ai 15 miliardi di dollari), il governatore ha pensato bene di passare la patata bollente ad autorità locali, comuni e contee, alle quali in cambio viene concesso il benefit di tassare i propri cittadini in rapporto alla “quantità di superficie non-permeabile” di loro proprietà.

Il discorso ha una sua logica (per quanto perversa): le superfici asfaltate o cementate e comunque non permeabili, concorrono all’afflusso di acque piovane nel sistema di raccolta e smaltimento, e quindi vengono tassate di conseguenza. Niente di nuovo sotto il sole, o meglio, sotto la pioggia americana: c’è infatti un precedente di ben 5 anni fa, sempre in un altro deep-blue state americano, il Maryland. In questo caso, l’elezione del candidato democratico era considerata talmente certa che non ci si scomodò nemmeno per fare sondaggi. Vinse invece il candidato repubblicano, tra lo stupore generale. E l’analisi post-voto dimostrò che a distruggere la campagna dello stra-favorito candidato dem era stata la promessa (o minaccia, punti di vista) di introdurre… una “Rain Tax”.

Magari Phil Murphy può prendere appunti dalla sfortunata esperienza del suo collega. Ma la vera domanda a questo punto è cosa convenga fare ai cittadini del New Jersey. La soluzione più semplice probabilmente è rimuovere asfalto e cemento che fanno tanto deplorable in New Jersey, e sostituirli con un bel prato erboso, che essendo green fa anche molto cool.

Altrimenti si può sempre emigrare. Eh sì, perché pochi sanno che in America centinaia di migliaia di persone ogni anno si spostano da uno stato all’altro: in molti casi fuggono da stati con tassazione e costi della vita insostenibili, verso altri con regimi fiscali meno vampireschi. Solo tra il 2017 e il 2018, i 4 stati da cui sono fuggiti più cittadini americani hanno totalizzato più di mezzo milione di transfughi. O migranti economici, se si preferisce. E il New Jersey, in questa speciale classifica degli stati più abbandonati dagli americani, si colloca ad un prestigioso quarto posto con 73,000 profughi fiscali nell’ultimo anno, superato solo da California, Illinois e New York (comunque più popolosi).

E forse vale anche la pena notare che se il paese più gettonato dai migranti fiscali americani è la Florida (e questo li qualifica nel gergo dell’ONU come migranti climatici), gran parte dei cittadini californiani invece emigra verso Arizona, Nevada e Oregon, stati dal clima decisamente meno favorevole di quello californiano. A rimarcare un fatto assolutamente banale che ai profeti del Global Warming e ai salvamondo Open Borders evidentemente sfugge: ovvero che la gente si muove verso posti dove le condizioni economiche sono più favorevoli. E che in queste dinamiche migratorie, al cospetto del fattore economico, quello climatico è probabilmente del tutto irrilevante.

 

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Il possibile rallentamento della crescita delle temperature globali NOAA

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia | 5 comments

Il possibile rallentamento della crescita delle temperature globali NOAA

Le temperature globali (terra+oceano), nel periodo che va da inizio secolo al 2013, cioè quando i due forti El Niño 1997-1998 e 2015-2016 non le hanno influenzate (o lo hanno fatto in minima parte), sono rimaste praticamente costanti come si vede nella successiva figura 1.

Fig.1: Serie di temperature (anomalie) NOAA da gennaio 2001 a dicembre 2018 con i fit lineari tra il 2002 e il 2013 (blu) e su tutto l’intervallo rappresentato (2001-2018, rosso). La pendenza maggiore vale circa 5 volte e mezzo quelle inferiore e dalla figura si può dedurre che questo rapporto si deve quasi esclusivamente a El Niño 2015-16.

Da novembre 2011, ogni mese scarico dal sito NOAA (Climate At a Glance o CAG) le temperature globali, e da aprile 2015 anche le temperature dell’oceano globale, da cui ricavo varie informazioni, come, ad esempio, le pendenze dei singoli dataset mensili calcolate, rispettivamente,

  1. dai dati completi (1880-2018 in questo caso) e
  2. usando come data iniziale gennaio dei tre anni 1951, 1997, 2001

Questi ultimi tre anni non sono scelti a caso:

  • il 1951 è uno degli anni possibili per l’ingresso massiccio nella rivoluzione industriale iniziata circa un secolo prima; secondo l’ipotesi AGW, è l’anno a partire dal quale il riscaldamento dipende quasi esclusivamente dai gas serra, in quanto l’IPCC non trova nient’altro che possa aver contribuito ad esso (vedere anche le righe iniziali di questo articolo di Javier); dall’osservazione di figura 2, è anche l’anno in cui termina la rapida salita delle temperature iniziata nel 1910 e seguita, dal 1940, da una brusca discesa terminata, appunto, nel 1951;
  • il 1997 è l’anno finale di una salita delle temperature iniziata nel 1977-78, dopo un periodo di stasi dal 1951, ed è immediatamente precedente El Niño 1997-98;
  • il 2001 è la data che ho indicato in questo mio post su CM per l’inizio della “pausa” delle temperature globali NOAA.

Si può anche vedere un altro mio post, in cui sono descritti dati NOAA cambiati all’interno dello stesso mese, attorno alla parte centrale del 2015.

Fig.2: temperature globali NOAA (terra+oceano) relative a dicembre 2018 e loro fit lineare. Le linee verticali azzurre indicano gli anni 1951, 1997 e 2001 e quelle fucsia i tre El Niño più forti (classificati “very strong”) dal 1951.

Ad esempio, se uso come data iniziale il 1951 e l’ultima serie disponibile è dicembre 2018, calcolo la pendenza delle serie mensili fino a marzo 2018 (che indico con 1803), per ottenere graficamente quanto riportato in figura 3.

Fig.3: Pendenze delle serie di temperatura da novembre 2011 a marzo 2018, calcolate da gennaio 1951 all’ultimo mese disponibile. Il salto evidente tra aprile e maggio 2015 porta alla grande incertezza nella media indicata dalla linea verticale rossa. Per permettere una maggiore leggibilità, preferisco iniziare dal 2018 un nuovo grafico. Questa scelta viene fatta anche per le altre date iniziali 1997 e 2001.

In figura 3 appare evidente una discontinuità della pendenza tra aprile e maggio 2015. Questa discontinuità dipende da una variazione nel calcolo delle temperature, come si vede nell’immagine gif animata relativa al 1951 (nel sito di supporto sono disponibili le gif animate per tutti i periodi). La pendenza tra aprile e maggio 2015 calcolata nel periodo 2001-2015 mostra un raddoppio (da 0.05 a 0.10°C/decade) come ad esempio si vede nella figura 9 di questo post.

Se considero solo i dati successivi ad aprile 2015 osservo che le pendenze mostrano una salita (anche particolarmente accentuata) tra maggio 2015 e aprile 2016; una successiva salita meno ripida con 3-4 mesi di stasi e il raggiungimento di un massimo assoluto a luglio 2017; da questo momento inizia una lenta ma costante diminuzione mensile della pendenza che negli ultimi tre mesi (da ottobre 2018) sembra essersi stabilizzata.

 

Fig.4: Andamento complessivo delle pendenze, descritto anche da un fit parabolico (linea rossa) con scopo puramente indicativo e per sottolineare la discesa dopo il massimo.

La pendenza è in ogni caso positiva (la temperatura cresce) e quindi l’andamento positivo indica una crescita accelerata; quello costante una crescita uniforme e quello negativo una diminuzione del ritmo di crescita (un rallentamento della crescita).

È abbastanza facile immaginare che da circa maggio 2016 ad oggi le pendenze possano essere considerate costanti, data la dimensione delle incertezze, ma sembra possibile pensare che la iniziale crescita continua, seguita dalla decrescita, sia un indice che qualcosa stia cambiando nell’andamento delle temperature globali.

Da notare che questo cambiamento non deve essere confuso con la pausa (lo iato) delle temperature che è indiscutibile: qui l’influenza dei molti mesi precedenti condiziona a lungo il calcolo della pendenza della serie.

Il metodo usato da Javier
L’articolo di Javier su WUWT, citato all’inizio, mi trova d’accordo. Quando ho affrontato il problema della persistenza (cioè della memoria a lungo termine presente nella maggioranza delle serie climatiche), ho tentato di superarlo (e spero di esserci riuscito, v. ad esempio qui e i due post precedenti citati) utilizzando le differenze prime dei dati osservati, perché questo processo riduce fortemente o elimina la persistenza (è come calcolare la derivata prima quando il passo il dei dati è costante).

Javier usa il “tasso di cambiamento della temperatura” (in °C/anno) che non è altro che la derivata prima, ovvero la differenza prima con dati a passo costante.

Io calcolo da anni questa differenza per i dati NOAA annuali e per me è facile seguire Javier e calcolare il fit parabolico delle differenze per i dati annuali fino al 2018: lo mostro in figura 5 insieme a un suo ingrandimento che evidenzia l’anno del massimo della parabola.

Fig.5: Fit parabolico delle differenze dei valori annuali (il tasso di variabilità di temperatura NOAA) fino all’anno 2018. Il grafico in basso è un ingrandimento per evidenziare la posizione temporale del massimo della parabola.

Si vede chiaramente che il massimo della parabola si ha nel 1994, in questo confermando quanto Javier afferma e mostra nella sua figura 4. Le temperature sono cambiate in senso positivo fino al 1994, per poi iniziare una diminuzione. Questo fatto mi vedrebbe concorde con Javier se, calcolando la stessa grandezza fino all’anno 2017, non trovassi che l’aggiunta di un valore ai 57 precedenti modifica di dieci anni il massimo della parabola che ora è il 2003, come si vede in figura 6.

Fig.6: Come figura 5, per i dati fino al 2017

Pur condividendo il metodo, e pur ricavando da questo informazioni che sembrano attendibili o almeno ragionevoli, dico che è troppo sensibile ad un singolo valore per fornire qualcosa diverso da una semplice indicazione.

In conclusione: esistono metodi diversi che forniscono un’indicazione sul tasso di variazione della temperatura globale (NOAA per me, HadCRUT4 per Javier) e tutti concordano con la presenza di un massimo e di una successiva diminuzione di tale tasso. La posizione del massimo dipende dal metodo, ma dovremo ragionevolmente aspettarci variazioni nel senso della diminuzione del ritmo di crescita delle temperature.

Tutti i dati relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui
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Le Previsioni di CM – 18/24 Febbraio 2019

Posted by on 22:45 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 18/24 Febbraio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Il flusso principale scorre pressoché indisturbato alle alte latitudini, con l’eccezione di una pulsazione anticiclonica che dall’Europa centro-orientale si spinge in direzione del Mar Bianco. Alle latitudini inferiori domina il flusso secondario con una nuova cellula anticiclonica subtropicale in estensione dal medio Atlantico verso levante sotto la spinta intensa del getto. Tra le due cellule anticicloniche citate, fatica ad avanzare la saccatura atlantica sull’Iberia, costretta ad evolvere in minimo chiuso di geopotenziale e a sprofondare in direzione del Marocco (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata da un vasto affondo depressionario sul medio Atlantico con aria polare marittima, freddissima all’origine, che si tufferà fino a latitudini sub-tropicali. Si tratterà di un evento insolito per intensità ed estensione, con valori del geopotenziale estremamente bassi che raggiungeranno la latitudine delle Isole Azzorre, e associate temperature fino a -35 gradi a 500 hPa sulle stesse isole. Le nevicate interesseranno una zona estesissima dell’Atlantico, estendendosi per migliaia di chilometri dalla Groenlandia fino in prossimità dell’area sub-tropicale e arrivando a lambire il mare prospicente alle stesse Azzorre (Fig.2). In risposta dinamica alla citata saccatura-monstre, inevitabilmente si avrà una rimonta altrettanto intensa di aria calda in quota che interesserà l’Europa occidentale con valori del geopotenziale particolarmente elevati, associata subsidenza e temperature che sulle Alpi occidentali raggiungeranno valori assolutamente ragguardevoli per la stagione con lo zero termico che si porterà al di sopra dei 3000 metri.

Precipitazioni in Atlantico nella giornata di Giovedi (GFS). Le linee oblique indicano presenza di precipitazioni nevose. Fonte: wetterzentrale.de

Linea di tendenza per l’Italia

Alla luce di quanto sopra, le previsioni stavolta si fanno proprio in fretta.

L’Italia è attesa da una settimana all’insegna di condizioni di stabilità, e assenza pressoché totale di precipitazioni. Le temperature saranno miti nelle ore centrali della giornata per effetto del soleggiamento intenso, e fresche al mattino, con associata notevole escursione termica a causa della natura dell’aria (decisamente secca, continentale) che convertirà l’irraggiamento solare in calore sensibile, visto il contributo trascurabile di quello latente. Non mancheranno comunque le stratificazioni nuvolose, specie nella prima parte della settimana, quando il campo di massa non assumerà ancora valori particolarmente elevati.

Sul finire della settimana la rimonta poderosa del campo in quota porterà mitezza estrema sul Settentrione e in particolare sulle Alpi, dove le temperature si porteranno su valori tardo-primaverili, mentre il Meridione sarà marginalmente interessato da una avvezione di aria fredda continentale.

La ventilazione si manterrà debole, ma sul finire della settimana aria fresca continentale farà irruzione sulle regioni adriatiche e sul Meridione con associata ventilazione tesa dai quadranti nord-orientali e temperature in sensibile diminuzione.

 

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Un Mese di Meteo – Gennaio 2019

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Un Mese di Meteo – Gennaio 2019

IL MESE DI GENNAIO 2019[1]

Piovoso e nevoso al centro-sud con temperature inferiori alla norma; al Nord maggiore mitezza con scarsità di piogge per effetto favonico.

Nella topografia media di gennaio del livello di pressione di 850 hPa l’elemento dominante è un promontorio anticiclonico di blocco sul vicino Atlantico esteso da latitudini subtropicali verso le isole Britanniche. La presenza di tale struttura obbliga le correnti atlantiche a disporsi da nordovest sull’Italia con afflusso di fredde masse d’aria polare marittima che sul settentrione subiscono una mitigazione per effetto foehn attestata dalla presenza del caratteristico “naso di foehn” sull’arco alpino. La carta delle isoanomale per 850 hPa conferma tale analisi evidenziando un forte nucleo di anomalia positiva sul vicino Atlantico cui i accompagna un nucleo di anomalia negativa centrato sul Meridione d’Italia e sui Balcani.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Dal punto di vista circolatorio il mese può essere suddiviso in due fasi nettamente distinte e cioè (i) la prima quindicina caratterizzata dal prevalere di correnti fredde da settentrione che hanno mantenuto sul Mediterraneo condizioni di variabilità a tratti perturbata, nelle quali è difficile distinguere le singole perturbazioni, il che ci ha spinto a parlare di un’unica perturbazione attiva sul meridione e accompagnata da attività temporalesca locale e (ii) la seconda quindicina caratterizzata dal prevalere di correnti atlantiche mediamente da ovest con frequente transito di perturbazioni.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Il gennaio 2019 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 6 perturbazioni transitate rispettivamente fra 1 e 15, fra 16 e 19, fra 20 e 22, fra 23 e 26, fra 27 e 29 e infine il 30 gennaio (tabella 1). La piovosità più elevata a livello nazionale è stata riscontrata il giorno 22 (5.3 mm di media nazionale) che è stato anche il giorno più piovoso al centro (10.4 mm) mentre al nord la massima piovosità si è registrata il 18 (3.5 mm) e al sud il 24 (10.0 mm).

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno presentato un’anomalia negativa da debole a moderata al Sud mentre al centro Nord sono risultate nella norma o in debole anomalia negativa. Unica eccezione è data dalle deboli anomalie positive sul Nordovest frutto del foehn. Le medie delle minime (figura 3) vedono invece il prevalere di anomalie negative da deboli a moderate su tutta l’area con l’unica eccezione della val d’Aosta in debole anomalia positiva per effetto foehn. Dalla figura 5 si coglie la presenza di una spiccata anomalia pluviometrica negativa sul settentrione e il Nord della Toscana mentre sul centro-sud dominano le anomalie positive salvo anomalie negative a carattere locale su Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Sardegna.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che a livello di temperature il sud si è mantenuto  in anomalia negativa su tutte e tre le decadi sia nei massimi sia nei minimi. Al centro-nord invece l’anomalia negativa delle temperature massime e minime si è manifestata solo nella prima e terza decade del mese.  A livello pluviometrico il Nord ha presentato anomalie negative in tutte e tre le decadi mentre al centro-sud si è assistito a un’anomalia positiva nella terza decade del mese, più spiccata al centro.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo (anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti, di oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica negativa sull’Italia si lega a una vasta area ad anomalia negativa che segna il proprio massimo sul sud Italia e che si estende dal Nord Africa alla Scandinavia e di qui alla Russia artica fino al mar di Laptev. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni al suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT. Tale carta indica invece che sul centro Europa e la Scandinavia meridionale è presente una lieve anomalia positiva.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

 

 

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Scioperati

Posted by on 06:01 in Attualità | 22 comments

Scioperati

Le cronache di questi giorni ci regalano una serie praticamente interminabile di spunti tragicomici in tema climatista. L’ultima perla è che sull’onda dell’esempio di Greta Thunberg, la studentessa svedese che per protestare contro il global warming ha deciso di non andare a scuola, moltitudini di studenti in tutto il mondo hanno deciso di seguirne l’esempio. Non andando a scuola nemmeno loro. Per protestare, anche loro, contro il Climate Change.

Genitori e figli

Qualche mese fa una manifestazione simile si era svolta in Australia, con 200 studenti a scendere in piazza a protestare contro il Climate Change accompagnati…da 100 genitori. Altri tempi, rispetto a quando si scioperava di nascosto, contro il volere dei matusa, e con la prospettiva di uno shampoo una volta tornati a casa. In compenso l’età dei manifestanti pare essersi abbassata notevolmente: a lasciare i banchi per manifestare contro il global warming saranno anche gli studenti delle elementari: “fin dall’età di 5 anni”, sottolinea trionfante l’Independent.

Viene da chiedersi dove siano le tante associazioni che si occupano della tutela dei minori, nel momento in cui bambini totalmente inconsapevoli vengono portati fuori da scuola, esibiti in piazza a “protestare” per il clima che cambia con tanto di cartelli in mano a mo’ di scimmiette ammaestrate. E impaurite, come si intuisce da certi sguardi, e dai contenuti delle interviste indecenti in cui i bambini raccontano a memoria le favolette climatiste e si confessano terrorizzati all’idea di “non poter andare più a scuola” a causa del Climate Change. I più grandi, sgamati, vanno invece dritti al sodo e minacciano di usare presto il loro voto contro quei politici che non li salvano da morte certa per arrostimento.

Solo politica

Ché il punto è sempre il solito: si parla di politica. Di voti, e soprattutto di quei finanziamenti trilionari che la politica deve continuare ad erogare indefinitamente e a fondo perduto: a tutto beneficio delle elite che di quei fondi usufruiscono sotto la forma di finanziamenti per progetti senza senso che scaricano le loro inefficenze sulla collettività. E quindi ben vengano i bambini esibiti come trofei, spaventati a morte, dati in pasto ai media, e usati come arma di ricatto politica.

Perché quello che traspare, da queste manifestazioni semi-serie di isteria collettiva, è che si voglia mettere la politica nell’angolo, e ricattarla per costringerla ad assecondare cause ambientalistoidi senza senso, sotto la minaccia di un contraccolpo elettorale. È l’istinto di conservazione del Frankenstein climatista, scaricato dai suoi creatori politici perché economicamente insostenibile (ne abbiamo parlato) e impegnato adesso con le sue armi migliori (ONG, media e gruppi di pressione vari) in una lotta all’ultimo sangue contro il suo stesso creatore: la politica, appunto.

Non è una cosa seria

Al solito quando si parla di Climate Change, la situazione è grave, ma non seria. Gli spunti grotteschi, pure in uno scenario così desolante, sono infatti numerosi. A partire proprio dal fatto che i bambini, nel timore che il Climate Change non gli permetta più di andare a scuola, protestino…non andando a scuola. Sarà che si stanno semplicemente portando avanti?

Certo è uno spettacolo interessante quello di una quindicenne svedese che non va a scuola per protestare contro il fatto che, forse, in Svezia non si potrà più morire di freddo e di stenti in santa pace come succedeva ai suoi bisnonni. Ed è ancora più interessante il fatto che la quindicenne in questione sia stata invitata a parlare di Climate Change a Davos, nel tempio di quel globalismo finanziario che il futuro dei giovani europei l’ha sacrificato sull’altare della delocalizzazione, dell’abbattimento dei salari, e della cancellazione di diritti acquisiti in decenni di lotte sindacali proprio dagli antenati di Greta e dei suoi coetanei.

E qualcosa deve essere davvero andato storto, se vent’anni fa gli studenti protestavano contro la globalizzazione intravedendo correttamente le minacce che questa portava con sé, e oggi invece corrono a Davos per vantarsi di aver fatto sega a scuola davanti alla platea plaudente dei sacerdoti miliardari del globalismo. Mentre i loro emuli si fanno accompagnare  da mamma e papà a concedere interviste ai giornaloni controllati della stessa élite che applaude Greta dagli scranni di Davos.

Sarà che non ci sono più i ribelli di una volta. Oppure è solo che questi giovani imparano tutto troppo in fretta: se davvero esiste una scienza “settled”, come sostengono certi espertoni di clima che si mettono simbolicamente alla testa dei cortei di baby-scioperati, allora andare a scuola non serve più, perché non c’è più niente da studiare e da scoprire.

Ma davanti allo spettacolo penoso di quei bambini trascinati fuori dalla scuola dai pifferai di Hamelin che intonano le stanche litanie del Climate Change, viene il dubbio che ci sia solo una cosa da fare: dare quei maledetti soldi ai pifferai. E in cambio farsi dare indietro i bambini. Proprio come nella favola tedesca.

Giacché di favole si parla.

 

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Un Mese di meteo – Dicembre 2018

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 1 comment

Un Mese di meteo – Dicembre 2018

IL MESE DI DICEMBRE 2018[1]

Mese scarsamente piovoso e con temperature nella norma in virtù dell’anomalia termica positiva delle prima decade compensata dall’anomalia negativa della seconda.

Nella topografia del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) l’elemento dominante per quanto attiene al tempo atmosferico sulla nostra area è un promontorio anticiclonico di blocco da sud esteso da latitudini subtropicali verso la penisola iberica. La presenza di tale struttura ha obbligato le correnti atlantiche a disporsi da nordovest sull’Italia con il periodico riproporsi di condizioni favoniche sul settentrione, come attesta in particolare la totale assenza di precipitazioni sulla Valle d’Aosta. La carta delle isoanomale (figura 1b) conferma tale analisi evidenziando un nucleo di anomalia positiva centrato sulla penisola iberica.

Figura 1a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Il mese è stato segnato dal passaggio di 6 perturbazioni per lo più deboli e transitate rispettivamente l’1, fra 2 e 4, fra 8 e 11, fra 14 e 16, fra 17 e 18 e fra 19 e 21 dicembre (tabella 1).La piovosità più elevata a livello nazionale è stata riscontrata il giorno 17 (5.9 mm di media nazionale) che è stato anche il giorno più piovoso al centro (10.9 mm) mentre al nord la massima piovosità si è registrata il 20 (5.3 mm) e al sud il 10 (6.0 mm).

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Andamento termo-pluviometrico

Temperature medie delle massime e delle minime mensili (figure 2 e 3) ovunque nella norma salvo lievi anomalie positive o negative a carattere locale. Dalla figura 5 si coglie il netto prevalere delle anomalie pluviometriche negative con anomalia pluviometrica positiva sulla Calabria e anomalie positive a carattere locale su Lazio e Puglia.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma)

Le carte  circolatorie indicano che l’anomalia termica positiva registrata nella prima decade (tabella 2) è da attribuire all’apporto di masse d’aria dall’Atlantico meridionale mentre quella negativa della seconda decade si associa all’apporto di aria fredda da Nordest per effetto di un anticiclone di blocco posizionato sulla Scandinavia. Le anomalie pluviometriche negative si sono estese all’intero periodo e risultano più vistose nella terza decade del mese. Si noti anche l’eccezione costituita dall’anomalia pluviometrica positiva (+41%) registrata al Cento nella seconda decade.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015. Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%.

La carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU evidenzia una lieve anomalia termica positiva sull’Italia collegata a un nucleo di anomalia positiva centrato sulla Penisola iberica. Tale schema è solo parzialmente confermato dalla carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede (figura 6b).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

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[1] Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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Climatologia d’autore

Posted by on 07:00 in Attualità | 7 comments

Climatologia d’autore

C’era una volta il clima, prima che arrivasse il climate change. E c’era una volta anche la divulgazione, prima che ci si votasse, appunto, all’assolutismo del cambiamento.

C’erano quindi anche delle pagine che spiegavano in effetti come stanno le cose o, più precisamente, come si pensa che stiano con l’attuale livello di conoscenza. Anche se si possono definire d’autore, non sono affatto vecchie, parliamo appena di qualche anno fa. Pagine di blog? Di quotidiani? Di dilettanti? No, pagine della NASA, che oggi, quando parla di climate change, tutti stanno a sentire come l’oracolo.

Un’occhiata qui sotto:

Ebbene, appena nel 2010 poi, non si sa perché quella bella pagina è scomparsa dal web, la NASA scriveva:

The Sun is the primary forcing of Earth’s climate system. Sunlight warms our world. Sunlight drives atmospheric and oceanic circulation patterns. Sunlight powers the process of photosynthesis that plants need to grow. Sunlight causes convection which carries warmth and water vapor up into the sky where clouds form and bring rain. In short, the Sun drives almost every aspect of our world’s climate system and makes possible life as we know it.

e

Other important forcings of Earth’s climate system include such “variables” as clouds, airborne particulate matter, and surface brightness. Each of these varying features of Earth’s environment has the capacity to exceed the warming influence of greenhouse gases and cause our world to cool.

In mezzo, naturalmente, anche il potenziale forcing antropico.

Ecco, ora come allora, è esattamente così che stanno le cose. Ripeto, naturalmente con l’attuale livello di conoscenza. Perché non si possa dire o perché siano state cancellate quelle pagine resta un mistero, non risolvibile con la motivazione di un restyling del web, quanto piuttosto, forse e purtroppo, con la volontà di trasmettere un messaggio differente.

Da qui: https://climatism.blog/2018/06/13/the-orwellian-era-of-nasa-climate-pseudoscience/

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Quando gli uomini erano uomini… e la Groenlandia era la Groenlandia

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 10 comments

Quando gli uomini erano uomini… e la Groenlandia era la Groenlandia

Niente paura, gli uomini per molti aspetti non sono più uomini (e neanche le donne), ma la Groenlandia è, oggi, come è sempre stata. Magari un po’ più verde o un po’ più bianca ma, a dispetto delle profezie di sventura che ne paventano l’imminente scioglimento, almeno lei non è cambiata più di tanto.

A rassicurarci su questo argomento, sebbene avendo cura di non dirlo né di farlo direttamente, arriva uno studio pubblicato sulla rivista Geology e ripreso dal EurekAlert:

Study shows that Vikings enjoyed a warmer Greenland

Sicché, analizzando i dati di prossimità disponibili, essenzialmente sedimenti rinvenuti nelle stratificazioni del fango accumulatosi nei secoli, questo gruppo di ricercatori è stato in grado di ricostruire le oscillazioni climatiche dell’area per gli ultimi 3000 anni. E’ subito apparsa loro chiaramente l’importante oscillazione negativa della Piccola Età Glaciale, così come i periodi più caldi precedente e successivo. I Vichinghi occuparono la costa della Groenlandia dal 985 al 1450 circa, quindi esattamente durante la fase calda medioevale, abbandonando il territorio quando la PEG stava consolidandosi. Particolarmente interessante il fatto che da quanto sono stati in grado di ricostruire, appare anche che nel periodo immediatamente precedente la virata verso il freddo, il clima divenne più instabile, con picchi sia positivi che negativi delle temperature.

E’ questo un segnale riconducibile ad una propensione della circolazione atmosferica a livello di emisfero ad assumere caratteristiche più meridiane, cioè con frequenti scambi d’aria lungo la longitudine, cui si associa anche la fenomenologia più intensa. una descrizione questa che ha molte analogie con l’attualità, e che, per l’ennesima volta, testimonia non solo la presenza di importanti variazioni del clima nel medio periodo – un clima che non è mai stato stabile come molti vorrebbero lasciare intendere – ma anche la presenza di temperature paragonabili alle attuali per l’area groenlandese nella fase di insediamento delle colonie.

Domanda: da dove veniva quel riscaldamento se non dalla variabilità naturale e dalla progressiva (e persistente anche oggi) fase interglaciale?

la risposta non è difficile e non è dentro di noi, ma nelle serie storiche della temperatura. Così i Vichinghi erano forse un po’ meno tosti, nel senso che le condizioni ambientali che trovarono, pur difficili, pare fossero in qualche modo affrontabili. Tant’è che quando le cose cambiarono, vuoi per il clima, vuoi per il declino della loro organizzazione sociale, furono costretti ad abbandonare gli insediamenti.

Disclaimer: La Groenlandia si chiama così perché le terre dove arrivarono i Vichinghi erano verdi come sono ancora oggi, quindi non è da questo che si misura la variabilità del clima da quelle parti. Oltre che dei profeti di sventura climatica, diffidate anche di chi racconta che prima era verde ed ora è bianca per sostenere la tesi opposta ;-).

Enjoy

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Le Previsioni di CM: 11/17 Febbraio 2019

Posted by on 21:52 in Attualità | 4 comments

Le Previsioni di CM: 11/17 Febbraio 2019

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Configurazione da “blocco a Omega” sui quadranti europei, per l’azione concomitante di due centri depressionari: il primo collocato in Atlantico al largo di Terranova, e il secondo in azione tra il Mare di Barents e Mar Baltico. Tra i due, la cellula atlantica che piazza i suoi massimi sull’Iberia, e si giova di un blando contributo subtropicale in quota. Anticiclone termico stagionale sulla Groenlandia e debole anticiclone termico sulla Russia. A seguito della intensa azione del getto, il freddo più intenso è praticamente scomparso dall’Europa, ed è al momento confinato al di là degli Urali (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata dalla lenta evoluzione zonale delle figure sopra descritte. La cellula atlantica si porterà in direzione del Mediterraneo centrale con associato il cuneo subtropicale in quota, la cui azione stabilizzante si farà avvertire soprattutto sulle regioni nord-occidentali italiane, mentre quelle peninsulari resteranno esposte al respiro freddo in discesa lungo il fianco orientale della cellula anticiclonica.

Sul finire della settimana sembra probabile una nuova irruzione di aria fredda continentale in direzione delle regioni meridionali italiane, con temperature nuovamente in diminuzione e fenomenologia nevosa a quote basse.

Ci aspetta una settimana all’insegna di condizioni di instabilità al Meridione, con associate precipitazioni nevose a quote basse e in un contesto termico decisamente freddo. Condizioni molto diverse al Nord e sulle regioni centrali tirreniche dove prevarranno condizioni di stabilità in un contesto frizzante al mattino, e più tiepido al pomeriggio per l’effetto sempre più evidente dell’irraggiamento solare all’approssimarsi dell’equinozio di primavera.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì schiarite sempre più ampie al Nord e sulle regioni centrali tirreniche, con l’eccezione dell’angolo nord-occidentale dove persisteranno le nevicate sui crinali alpini di confine, segnatamente sulla Valle d’Aosta. Nuvolosità in rapido aumento su centrali adriatiche e meridionali peninsulari con piogge, rovesci e nevicate a quote basse.

Temperature in sensibile diminuzione, specie sulle regioni sud-orientali. Ventilazione tesa di maestrale sui bacini occidentali, tramontana sull’Adriatico.

Martedì ampie schiarite al Nord e centrali tirreniche. Nuvolosità variabile al Meridione con schiarite via via più ampie, specie sui versanti tirrenici peninsulari. Al mattino rapido passaggio nuvoloso con nevicate a bassa quota tra Abruzzo, Molise e Irpinia.

Temperature in ulteriore diminuzione al Meridione, venti ovunque di tramontana, forti su basso Adriatico e Ionio.

Mercoledì nuovo peggioramento al Meridione e sulla Sicilia con precipitaizioni sparse, nevose a bassa quota, specie sui versanti sopravvento. Ampie schiarite sul resto del Paese.

Temperature in ulteriore diminuzione al Meridione. Venti ancora forti di tramontana al Meridione, specie su basso Adriatico e Ionio.

Giovedì e Venerdi migliora anche al Meridione con schiarite via via più ampie e residui annuvolamenti sui versanti appenninici sopravvento, in assenza di precipitazioni significative. Sereno o poco nuvoloso sul resto del Paese.

Temperature in lenta graduale ripresa al Meridione, in aumento al Centro-Nord specie nei valori massimi. Ventilazione settentrionale in graduale attenuazione anche al Sud.

Sabato e Domenica possibile nuovo peggioramento al Meridione per irruzione di correnti fredde continentali, con precipitazioni sparse nevose a quote basse. Ampie schiarite al Nord e centrali tirreniche.

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L’influenza umana sul clima terrestre: nuove ipotesi di lavoro

Posted by on 13:16 in Attualità, Climatologia | 7 comments

L’influenza umana sul clima terrestre: nuove ipotesi di lavoro

Nel corso degli anni la Piccola Era Glaciale (PEG), gli ottimi climatici romano, miceneo e medioevale sono stati indicati come un chiaro esempio di cambiamenti naturali del clima terrestre in quanto, si pensava, che l’uomo durante quel periodo fosse incapace di modificare in modo significativo il contenuto di diossido di carbonio atmosferico e, quindi, l’equilibrio radiativo del pianeta. Ciò in ossequio alla teoria secondo la quale solo la CO2 atmosferica è responsabile dei cambiamenti climatici. Stando ad un articolo di The Guardian, però, sembrerebbe che, almeno per la PEG, non sia così. Anche questo cambiamento climatico, infatti, sarebbe una conseguenza dell’impatto umano sul clima terrestre.

Secondo l’articolo pubblicato dal quotidiano inglese, le prove di ciò sono contenute nei risultati di una ricerca condotta da un gruppo di scienziati inglesi.
La cosa mi sembra degna di approfondimento e, seguendo il link all’articolo scientifico contenuto nel pezzo del Guardian, vado a cercarlo, augurandomi che esso sia liberamente accessibile. Sono stato fortunato: l’articolo è open access!

L’articolo cui fa riferimento il pezzo del Guardian, è contenuto in un numero di Quaternary Science Reviews che porta la data del primo marzo 2019, ma che è già disponibile in rete, è

Earth system impacts of the European arrival and Great Dying in the Americas after 1492 a firma di A. Koch, C. Brierley, M.M. Maslin e S. L. Lewis (da ora Koch et al., 2019)

Koch et al, 2019 sviluppa un articolato ragionamento che, però, ….. NON porta alla conclusione adombrata dal Guardian. Nonostante ciò ho deciso di condividere con i lettori di CM i contenuti dell’articolo che, nonostante siano diversi da quanto faccia pensare The Guardian, in ogni caso mi sembrano piuttosto interessanti anche se poco condivisibili, almeno per quel che mi riguarda.

Nel 1492 la spedizione capeggiata da C. Colombo arrivò nel continente americano: l’uomo europeo e quello americano si incontrarono e le sorti del mondo cambiarono. Questo è pacifico e lo riportano tutti i manuali scolastici, a partire da quelli per le scuole elementari. L’incontro non fu indolore per i nativi americani per diversi ordini di motivi. Gli studiosi di storia, di biologia, di antropologia, di epidemiologia e via cantando, si sono molto appassionati alla questione ed hanno elaborato una serie di teorie che hanno cercato di spiegare un evento estremamente traumatico: la scomparsa della maggior parte della popolazione indigena americana.

Andiamo a guardare alcune di queste teorie. Secondo alcuni studiosi gli europei “esportarono” nel Nuovo Mondo molte delle patologie che per secoli li avevano decimati: peste, vaiolo, morbillo, influenza, ecc. e che erano sconosciute ai nativi. La loro virulenza, attenuata nel Vecchio Mondo da secoli di convivenza, in America non trovò alcun ostacolo immunitario e quindi fece strage della popolazione locale.
Secondo altre teorie un raffreddamento del clima, unito alle vessazioni cui i nativi erano sottoposti dai conquistatori che determinavano peggiori condizioni di vita, resero estremamente perniciosi gli effetti delle epidemie amplificandone le conseguenze già di per se nefaste.

Cosa sia effettivamente successo in quel periodo storico, è molto difficile da capire e, probabilmente, non riusciremo mai a comprendere a fondo ciò che effettivamente successe. La spiegazione più probabile, secondo il mio modesto parere, potrebbe essere quella che riunisce tutte le varie spiegazioni del fenomeno e, quindi, un insieme di cause sanitarie, ambientali, sociali ed economiche che determinarono il disastroso tracollo della popolazione americana.

Partendo da questo dato di fatto, cioè la drammatica riduzione della popolazione americana originaria, definita Great Dying dagli autori e che io ho piuttosto liberamente tradotto in Grande Moria, nell’articolo si cerca di quantificare il numero delle morti e l’impatto ambientale che la moria determinò. Ad onor del vero gli autori accennano anche all’altra teoria, quella climatica, ma propendono nettamente per la moria come causa e non conseguenza del cambiamento climatico.

Koch et al. 2019 potrebbe essere considerato una rianalisi di diverse serie di dati elaborate da studiosi che si sono occupati del problema. Come per ogni rianalisi che si rispetti, bisogna utilizzare degli algoritmi statistici per interpolare/estrapolare dati e, quindi, pervenire ad un dato sintetico che possa essere ulteriormente elaborato per ottenere il risultato che ci interessa mettere in evidenza.

Per poter comprendere la metodologia utilizzata dagli autori, soffermiamoci per un attimo sul modo in cui essi hanno determinato la popolazione americana prima del 1492, quindi prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. Essi hanno in primo luogo diviso il continente americano in aree per così dire omogenee. Basandosi su una serie di lavori che hanno studiato l’evoluzione della popolazione indigena nel corso del periodo a cavallo del 1492 per porzioni significative di queste aree omogenee, gli autori hanno individuato un intervallo entro cui oscillava il dato relativo alla popolazione originaria delle varie aree. In proposito è necessario notare che la banda di oscillazione della popolazione nelle varie aree in cui è stato suddiviso il territorio oggetto di studio, è amplissima. A titolo puramente esemplificativo la popolazione dell’area caraibica, quella del primo contatto, per intenderci, a seconda delle stime, oscilla tra 100.000 abitanti ed 8.000.000 di persone. E’ un intervallo enorme per cui Koch et al., 2019 opta per un più “realistico” 300.000/500.000 persone. Per il Messico le stime oscillano tra circa 3.000.000 e 52.000.000 di abitanti. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un intervallo enorme e anche in questo caso gli autori optano per un “equo” 20.000.000 di abitanti. Un ulteriore problema deve essere individuato nel fatto che nell’ambito della stessa area (Messico per esempio) troviamo sia stime a carattere nazionale, sia stime a carattere più locale (solo lo Yucatan, ad esempio) per cui è necessario poter omogeneizzare questi dati, per ottenere un dato totale riferito all’intera area oggetto di studio.

Per tagliare la testa al toro, gli autori hanno preso tutte le 119 stime di popolazione delle Americhe precedenti il primo contatto e le hanno suddivise per aree geografiche senza apportare nessuna variazione ai dati numerici e senza esprimere alcun giudizio circa la loro qualità. Successivamente hanno trasformato le stime regionali in stime dell’intera area d’interesse, sommando i singoli dati parziali. Ottenuti i dati nazionali per ognuna delle aree di studio, hanno provveduto a calcolare la mediana dei singoli dati. Tale calcolo è stato effettuato con un procedimento statistico piuttosto sofisticato che ha incrociato i dati a due a due, generando un numero impressionante di combinazioni (2*1028). Ho provato a calcolare manualmente la semplice mediana di alcune serie di dati nazionali ed ho ottenuto risultati che differiscono di poco da quelli calcolati dagli autori, per cui posso affermare che, sostanzialmente, il dato totale della popolazione pre-colombiana delle Americhe è la somma delle mediane delle macro-aree in cui è stato diviso il continente.

Il metodo statistico utilizzato dagli autori ha consentito di calcolare una distribuzione di probabilità che presenta un massimo in corrispondenza del valore di circa 60.000.000 di persone. Tale valore è stato suffragato dalla simulazione Montecarlo basata su 10000 termini, per cui appare statisticamente robusta. Il problema è che sempre di somme di mediane si tratta e, come ha scritto qualche giorno fa G. Guidi in un suo post, la media di diversi errori, sempre errore resta.

Perché questo mi sembra il punto debole di tutto lo studio. Gli autori si limitano a trattare statisticamente dei dati, senza chiedersi che affidabilità essi possano avere, senza attribuire un peso ad ognuno di essi. Si limitano, cioè, ad un mero esercizio matematico attribuendo uguale probabilità di esattezza a stime numeriche enormemente diverse. Se ci trovassimo di fronte ad una serie di misurazioni e volessimo calcolare la semidispersione massima, relativamente all’area caraibica, otterremmo un valore di 3.970.000 che tradotto in errore relativo percentuale, ci dà un eclatante 317,85%!

Con lo stesso criterio calcolano il consumo di suolo pro capite pre-colombiano ed ottengono un valore mediano compreso tra 0,98 ha/ab e 1,11 ha/ab.
In questo caso le stime prese in esame sono poco più di una sessantina e per qualche macroregione il numero di stime è di una o due. Estrapolare all’intera macroregione i dati di zone piuttosto limitate, non mi sembra una grande idea, ma ciò è quello che fanno gli autori. Una semplice moltiplicazione consente di calcolare la superficie terrestre destinata ad uso antropico (coltivazioni, insediamenti e via cantando): circa 62.000.000 di ha.

Koch et al., 2019 passa, poi, a stimare la quantità di popolazione dopo la Grande Moria. Allo scopo vengono utilizzati dei censimenti della popolazione ed i risultati degli studi effettuati sui registri delle tasse e delle esazioni. Essendo tali stime molto poche (sette) ad esse non si può applicare alcun trattamento statistico se non una semplice media aritmetica. Sulla base di questa media la popolazione di indigeni americani tra il 1600 ed il 1650 (circa un secolo e mezzo dopo il primo contatto) è di circa 6.000.000 di individui: il 10% di quella precedente il primo contatto. Sulla base di tali considerazioni Koch et al., 2019 calcola la percentuale di riduzione media della popolazione indigena dopo la Grande Moria: circa il 90%. E’ solo il caso di precisare che questo valore appare molto più grande dei valori medi di calo della popolazione dei nativi americani pubblicati da vari autori, diciamo che è in linea con i risultati di un paio di studi riferiti al Messico ed alle regioni occupate dall’impero Inca. Secondo gli autori la cosa deve essere considerata accettabile, visto che quelle regioni sono state maggiormente studiate dai ricercatori. Non sono molto d’accordo in quanto nessuno può garantire che il tasso di mortalità sia stato lo stesso in ognuna delle macroregioni e lo dimostra il fatto che stime regionali hanno dato valori molto diversi da quello calcolato dagli autori. Estrapolare a tutto il continente americano i dati del Messico, mi sembra un’esagerazione, ma è una mia opinione.

La riduzione della popolazione indigena ha determinato, ovviamente, una riduzione dell’uso del suolo in quanto minori erano le esigenze della popolazione. Questa ipotesi mi sembra molto semplificativa in quanto non tiene conto dell’incremento di popolazione conseguente l’arrivo di coloni dall’Europa e di schiavi dall’Africa e, inoltre, non tiene conto del fatto che immense superfici vennero destinate a colture destinate a soddisfare i fabbisogni europei e dell’uso del suolo per l’estrazione delle ricchezze minerarie dal sottosuolo. Leggendo Koch et al., 2019, si ha l’impressione che le Americhe continuassero ad essere abitate solo dagli indigeni anche un secolo dopo il primo contatto. Continuiamo comunque a seguire il ragionamento degli autori. Sulla base di tale ragionamento, ipotizzando che l’indice pro capite dell’utilizzo del suolo fosse rimasto lo stesso di prima della colonizzazione, la superficie destinata all’uso umano si ridusse drasticamente. Le superfici abbandonate dall’uomo, furono ben presto ricoperte dalla vegetazione selvatica e, lentamente, la foresta pluviale e quella temperata ripresero possesso delle aree una volta utilizzate dall’uomo. Prove di ciò sono fornite dai rilievi archeologici, da quelli satellitari, dallo studio dei residui di incendi ritrovati nelle foreste (bisognerebbe distinguere, però, quelli naturali da quelli appiccati dagli uomini per sottrarre le terre da coltivare alla selva) ed altre metodiche di indagine.
Sulla base dei calcoli effettuati da Koch et al., 2019, la superficie recuperata dalla foresta dopo la Grande Moria, può essere stimata in circa 54.000.000 di ha, pari, grosso modo, all’estensione della Francia.

Ed a questo punto entra in gioco il diossido di carbonio. La foresta assorbe ed immagazzina molto più carbonio rispetto alle coltivazioni umane e l’uso del suolo prima coperto da foreste, libera grandi quantità di carbonio nell’atmosfera. Detto in parole semplici e riassumendo in modo drastico l’ampio ragionamento dei ricercatori, la nuova situazione sottrasse una grande quantità di diossido di carbonio all’atmosfera, generando un rapido raffreddamento del clima. Il tutto è riassunto nel grafico seguente tratto dall’articolo di Koch e colleghi, 2019.

In questa figura nel pannello A è riportata la concentrazione di CO2 atmosferica derivata da carote glaciali, mentre nel pannello B viene ricostruito l’assorbimento di CO2 atmosferico, mediante la rappresentazione del rapporto tra due diversi isotopi del carbonio. Si noti come sia la riduzione della concentrazione di CO2 atmosferica che l’aumento dell’assorbimento di maggiori quantità di carbonio atmosferico, si siano verificati proprio durante la Grande Moria (banda gialla).

Ed ora mi sembra il caso di sviluppare qualche altra considerazione.

Come ho già cercato di spiegare nel corpo del post, lo studio mi lascia alquanto perplesso circa il modo in cui sono stati ricavati i dati, ma, nel complesso, apprezzo l’idea di fondo, ovvero che le modifiche nell’uso del suolo e gli andamenti climatici sono correlati. Non sono rimasto convinto, però, dalla catena causale: è il cambiamento climatico che ha determinato una modifica dell’uso del suolo o è successo il contrario? Gli autori sono convinti che il cambiamento dell’uso del suolo abbia determinato il clima, ma non mi sembra che abbiano fornito una prova incontrovertibile di ciò.
Quello che mi lascia molto perplesso sono però le conclusioni ed in particolare quella parte in cui essi tentano di anticipare al 1610 la data di inizio dell’Antropocene. Chi segue CM sa che considero piuttosto bislacca l’idea di intitolare una nuova epoca geologica non sulla base di una classificazione stratigrafica, ma sull’impulso ideologico-filosofico di alcuni scienziati e di molti attivisti. Più che di Antropocene, parlerei di Antropocentrismo. In ogni caso, ammesso e non concesso, che la Grande Moria abbia innescato un raffreddamento del clima, si è trattato di un evento breve e molto meno intenso di quelli prodotti da eventi naturali che abbiamo avuto modo di esaminare in altri post qui su CM (evento freddo del 536 d.C., per esempio).

Ciò che però mi lascia esterrefatto è il tentativo di The Guardian di attribuire la PEG alla grande Moria degli indigeni americani. La PEG è iniziata quasi due secoli prima degli eventi di cui parlano Koch et al., 2019 ed è finita quasi due secoli dopo. Eppure nell’articolo che lancia lo studio di Koch e colleghi, non si esita a collegare i due eventi. La cosa più buffa di tutte è che nell’articolo di Koch et al., 2019 non si fa proprio riferimento alla PEG, ma in quello del Guardian il legame tra i due eventi è dato quasi per certo. Conoscendo la linea editoriale di The Guardian in tema di cambiamento climatico, la cosa non dovrebbe sorprendere più di tanto, ma credo che a tutto ci debba essere un limite: quello della decenza.

NB: segnalo agli amici di CM un’altra analisi di questo lavoro uscita su La Nuova Bussola Quotidiana a firma di Luigi Mariani.

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