Effetti Ecosistemici

Ghiacciai artici e antartici

Secondo il database http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/ dell’Università dell’Illinois, le superfici glaciali artiche e antartiche stanno comportandosi in modo diversificato.

Artide: mostra un calo generalizzato delle superfici glaciali marine dal 1997 al 2007, anno dopo il quale si assiste ad una relativa stabilizzazione. Secondo i dati forniti dal Polar Science Center dell’Università di Washington a tale stabilizzazione delle superfici ha fatto seguito dal 2010 la stabilizzazione del volume del ghiaccio marino cui è seguito dal 2012 un incremento del volume stesso (http://psc.apl.uw.edu/research/projects/arctic-sea-ice-volume-anomaly/).

Antartide: manifesta una graduale espansione a partire dagli anni ‘90 ed il guadagno in volume di ghiaccio oggi eccede le perdite (Zwally H.J. etal, 2015). Nello specifico i dati ICESat 2003–08 mostrano guadagni in massa annui di 82 ± 25 Gt che riducono l’aumento del livello del mare di 0.23 mm per anno mentre i dati dell’European Remote-sensing Satellite (ERS) 1992–2001 indicano un guadagno annuo simile (+112 ± 61 Gt).

Spingendosi indietro nel tempo si deve segnalare che i sondaggi eseguiti sulla calotta glaciale groenlandese dalla NASA mostrano che la massa glaciale groenlandese proviene in gran parte dall’olocene o dalla fase glaciale di Wurm, mentre pochissimo proviene dall’interglaciale precedente e nulla è più antico (Mc Gregor et al., 2015). A ciò si aggiunga che sulla scogliera di Orosei è presente un battente di 125mila anni orsono che è di 8 metri al di sopra del livello marino attuale e che dimostra come le calotte glaciali fossero a quel tempo in gran parte fuse (Antonioli e Silenzi, 2007). Tutto ciò dimostra la potenza degli interglaciali precedenti al nostro nello sciogliere le calotte glaciali e ci spinge a domandarci quale fosse la causa che ha dato luogo a così imponenti processi di fusione delle calotte polari in assenza delle emissioni di CO2 umane. Una domanda che per ora resta senza risposta e che costituisce una delle più palesi eccezioni alla teoria dell’Anthropogenic Global Warming (AGW).

Ghiacciai montani

Tali ghiacciai sono con poche eccezioni  in arretramento come risulta dal catasto globale del World Glacier Monitoring Service (http://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/). Tale fenomeno è in atto dagli anno ’80 del XX secolo dopo una fase di avanzamento che aveva interessato la maggior parte dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 ed è evidente per quanto riguarda i ghiacciai alpini.

Occorre comunque rammentare anzitutto che l’estensione dei ghiacciai dipende da un bilancio apporti-perdite che è legato non solo dalla temperatura ma anche alle precipitazioni. Ciò detto si deve dire che recenti lavori scientifici hanno evidenziato che durante l’Olocene in ambito alpino si sono registrate diverse fasi con copertura glaciale inferiore rispetto a quella attuale, tant’è vero che per alcuni ghiacciai si parla di neo-glaciazione dopo un’estinzione avvenuta nel corso dell’optimum medioevale (per inciso si parla di neo-glaciazione anche per l’unico ghiacciaio appenninico, il ghiacciaio del Calderone nel gruppo del Gran Sasso).

Più in particolare secondo Hormes et al. (2001) nelle Alpi centrali i ghiacciai sarebbero stati più arretrati rispetto ad oggi per ben 8 volte dopo la fine dell’ultima era glaciale e cioè nei periodi 9910–9550 BP4, 9010–7980 BP, 7250–6500 BP, 6170–5950 BP, 5290–3870 BP, 3640–3360 BP, 2740–2620 BP e 1530–1170 BP. Inoltre Goehring et al. (2011), applicando a rocce oggi esposte un metodo di datazione basato su 14C/10Be hanno ricavato che il ghiacciaio del Rodano dopo la fine dell’ultima glaciazione è stato meno esteso di oggi per 6500+/-2000 anni e più esteso per 4500+/-2000 anni. Tali evidenze potrebbero rivelarsi utili sia per giustificare la traversata delle Alpi da parte di Annibale nell’autunno dle 218 a.C. (Newmann, 1992) o le eccezionali condizioni dei passi  alpini fra valle d’Aosta e Vallese documentata dagli studi di Umberto Monterin (Crescenti e Mariani, 2010).

Mortalità da eventi termici estremi

A livello globale la mortalità nella popolazione da eventi termici estremi è nettamente più spiccata per il freddo che per il caldo. Uno studio a livello globale condotto da Gasparrini et al. (2015) e pubblicato su Lancet giunge alla seguente conclusione: ” La maggior parte del carico di mortalità globale correlato alla temperatura è riconducibile al contributo di freddo. Questo dato di fatto ha importanti implicazioni per la progettazione di interventi di sanità pubblica volti a ridurre al minimo le conseguenze sulla salute di temperature negative, e per le previsioni di effetti futuri degli scenari del cambiamento climatico.”

In sostanza l’aumento delle temperature globali si sta traducendo in una diminuzione della mortalità da eventi termici estremi che è evidenziata per l’Europa (Healy, 2003) e per gli USA. Ciò non toglie che non si debba prestare attenzione ad evitare la mortalità da caldo, soprattutto per quel che riguarda gli areali urbani, il cui disagio termico è tuttavia ascrivibile a fattori di carattere locale quali l’isola di calore urbano.

Mortalità da disastri naturali

La Federazione Internazionale delle Croci Rosse e Mezzalune Rosse (http://www.ifrc.org)   ha pubblicato l’edizione 2015 del proprio “World disasters report”, che riporta dati su disastri naturali e tecnologici per il decennio 2005-2014 e che è consultabile all’indirizzo http://ifrc-media.org/interactive/wp-content/uploads/2015/09/1293600-World-Disasters-Report-2015_en.pdf

Dal report risulta che il 2014, con un totale di 518 disastri naturali contro una media decennale di 631, è stato l’anno con il numero minimo di disastri di tutta la serie considerata e che minimo è risultato anche il numero dei morti (13847 contro una media di 83934). Il natural disaster database (http://www.emdat.be/) mostra dati analoghi con numero di disastri naturali in rapido calo dopo un picco toccato nel 2000 ed il numero di morti che, seppur con grande variabilità da un anno all’altro presenta un trend generale improntato al calo.

Livello degli oceani

Il sito http://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/ riporta dati CSIRO (serie da boe 1870-2000) e Nasa (serie satellitari 1993-2015). Si osserva che dal 1870 al 2000 il livello è salito di 20 cm il che corrisponde ad un incremento di 1.5 mm/anno.

I dati da satellite (reperibili anche qui; http://sealevel.colorado.edu/) indicano invece che dal 1993 al 2015 l’aumento totale è stato di 8 cm, il che corrisponde ad un incremento di 3.24 mm/anno.

Acidificazione degli oceani

Le superfici marine avevano pH di 8.2 / 8.3 nel pre-industriale mentre oggi l’acidità è calata a 8.1 e dovrebbe portarsi a 7.7 / 7.9 nel 2100). I livelli di certezza riguardanti la risposta degli ecosistemi marini al calo del pH sono più bassi.  A tale proposito occorre citare il lavoro di Georgiou et al. (2015) il quale con un esperimento di arricchimento in CO2 dell’oceano ha dimostrato la capacità dei coralli di garantire l’omeostasi in termini di pH durante la calcificazione ,il che implica un elevato grado di resilienza rispetto all’acidificazione degli oceani. Peraltro gli autori scrivono  che tale fenomeno non era stato fin qui posto in evidenza perché si era operato solo in ambienti di laboratorio senza mai eseguire verifiche sperimentali in “campo aperto”.

Produzione di cibo

Grazie alle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura nei settori della genetica e delle tecniche colturali, cui si sono associate la mitezza del clima a valle della piccola era glaciale ed i crescenti livelli di CO2, le produzioni delle culture che nutrono il mondo (mais, riso, frumento, soia) sono aumentate in termini prima impensabili, quintuplicandosi o sestuplicandosi negli ultimi 100 anni. Tale fenomeno è tuttora in corso tant’è vero che le statistiche FAO (http://faostat3.fao.org) indicano che nel periodo che và dal 1961 al 2013 la produttività del frumento è triplicata, passando  da 1.24 t/ha a 3.26 t/ha (+200% e cioè +3.8% l’anno), la produttività del mais è quasi triplicata, passando da 1.9 a 5.5 t/ha (+183% e cioè +3.5% l’anno), quella del riso è più che raddoppiata, passando da 1.9 a 4.5 t/ha (+140% e cioè +2.6% l’anno) e più che raddoppiata è infine quella della soia che è passata da 1.2 a 2.5 t/ha (+119% e cioè +2.3% l’anno). Peraltro il sensibile incremento delle rese ettariali delle principali colture agrarie cui assistiamo da oltre un secolo ha ridotto la percentuale di esseri umani sottonutriti passati dal 50% della popolazione mondiale nel 1945 al 37% del 1971 e al 10.7% della stessa nel 2015. Sempre secondo la FAO (http://faostat3.fao.org/home/E) il numero di sottonutriti, si è ridotto dagli 1,01 miliardi del 1991 ai 793 milioni del 2015.

Al riguardo si sottolinea che:

  1. un “clima impazzito” non potrebbe in alcun modo giustificare incrementi produttivi tanto significativi
  2. se il riportare con una bacchetta magica la CO2 ai livelli per-industriali è per molti un sogno, per chi scrive è un vero incubo in quanto la produzione annua delle colture agrarie calerebbe grossomodo del 20-30% (Araus, 2003; Sage, 1995; Sage & Coleman, 2001), dando luogo una catastrofe alimentare senza precedenti.

Per quanto riguarda le produzioni zootecniche la produzione globale di carne presenta un regolare trend in salita che ha portato da 71 milioni di tonnellate del 1961 a 310 milioni del 2013 mentre la produzione di latte nello stesso periodo è passata da 344 a 769 milioni di tonnellate.

Un dato interessante e per molti versi complementare rispetto alla produzione agricola è costituito dalla produzione da pesca commerciale e da allevamenti di pesce.  Secondo i dati FAO (2014) il prodotto della pesca commerciale è cresciuto con regolarità passando dai 25 milioni di tonnellate di pescato del 1950 ai 89 milioni di tonnellate del 1988, anno a partire dal quale la produzione globale si è stabilizzata. In sostanza dagli anni ‘70 si coglie una correlazione positiva molto stretta fra l’andamento delle temperature globali e il quantitativo di pescato. Al contempo si sta assistendo a una crescita molto robusta della produzione di pesce da allevamento che nel 2012 ha raggiunto quantitativi di circa 67 milioni di tonnellate, sempre più vicini a quelli ottenuti dalla pesca del selvatico che sempre nel 2012 hanno raggiunto le 91.3 milioni di tonnellate, di cui 79.7 provengono  da pesca in acque marine.

Global greening

Il fenomeno è anch’esso effetto degli accresciuti livelli atmosferici di CO2, in virtù dei quali  non solo le piante crescono di più ma sono anche meno esposte al rischio di siccità in quanto, trovando più facilmente la CO2 nell’atmosfera, possono permettersi si produrre meno stomi limitando così le perdite idriche. Il global greening sta oggi facendo arretrare i deserti in tutto il mondo (sia i deserti caldi delle latitudini tropicali sia quelli freddi delle latitudini più settentrionali) come ci dimostrano in modo inoppugnabile le immagini satellitari (Hermann et al., 2005; Helldén e Tottrup, 2008; Sitch et al. 2015).

COP23: Un “clima” salvifico

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, COP23 | 6 comments

COP23: Un “clima” salvifico

Con l’ultimo atto della nostra cronaca quasi quotidiana, abbiamo avuto modo di “toccare con mano” l’ennesimo nulla di fatto dell’ennesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC. Il clima del resto era noto, altrimenti non sarebbe stato annunciato un nuovo incontro a ranghi ristretti di un club ristretto ad appena due mesi da ora. E, altrimenti, non ci sarebbe stata la lettera aperta di Papa Francesco al presidente delle Isole Fiji, che presiedeva i lavori della COP23. In quella missiva, di cui raccomando la lettura, il pontefice definisce perversa la cocciutaggine di chi vorrebbe che il dibattito scientifico sul tema clima che cambia fosse un po’ più aperto. Cocciutaggine che, ahimè, anche il Papa qualifica come negazione.

Sicché, il prof. Benedetto Rocchi, dell’Università degli Studi di Firenze, ha mandato a sua volta una lettera al quotidiano Avvenire definendosi (sic!) negazionista impenitente in quanto ancora convinto che il metodo scientifico sia altra cosa. Il direttore del quotidiano ha accolto la lettera nella rubrica “Il direttore risponde”, ovviamente poi rispondendo. Trovate tutto qui e, ancora, prima di proseguire, vi pregherei di leggerle entrambe.

Qui di seguito, invece, trovate la controreplica che il prof. Rocchi ha scelto di affidare alle nostre pagine, cosa di cui lo ringrazio pubblicamente.

La risposta di Tarquinio mi sembra un esempio paradigmatico, con modulazione un po’ clericale, del vento ideologico che ancora soffia sul clima. Notate la successione degli argomenti.

1. L’impatto dell’uomo moderno e contemporaneo (ultimi tre secoli) sul clima è un crimine come il nazismo. Il direttore di Avvenire dichiara di voler “maneggiare con cura” l’esempio ma non mi sembra ci riesca molto. Decisamente notevole è il parallelo tra l’antisemitismo latente in Europa prima della Shoah e i cicli di riscaldamento e raffreddamento della Terra: credo che sia una novità assoluta nel dibattito sul clima. Un po’ inquietante però: a forza di dare del “negazionista” agli scettici sulle cause antropiche nel cambiamento climatico non vorrei che si finisse per attribuire loro anche altri cattivi pensieri…

2. Che l’azione dell’uomo stia accelerando il riscaldamento globale è “sempre più evidente” e quindi chi nega non è saggio (e magari, aggiungo io, è pure fesso). La mia predica popperiana sulle ipotesi scientifiche che devono essere vagliate dalla critica viene respinta al mittente. E io che mi preoccupavo della commistione tra fede e scienza che in passato ha creato così tanti equivoci nella storia della Chiesa!

3. Dobbiamo tutti diventare più buoni. Con un “serio eppure felice cambiamento degli stili di vita” riscaldare il mondo non con un “uso perverso della creazione” ma con il “fuoco dell’amore, della giustizia, della responsabilità, della solidarietà”. Un po’ di moralismo non guasta mai. Ovviamente su amore, giustizia, responsabilità e solidarietà sono completamente d’accordo: e immagino lo siano anche tutti i più biechi negazionisti climatici. Anche sull’adozione di stili di vita buoni e ambientalmente corretti (a parte il vegetarianesimo, perché da fiorentino mi mancherebbe troppo la bistecca) Marco Tarquinio con me sfonda una porta aperta: per merito dei miei genitori e di tutti gli educatori che ho incontrato non ho bisogno di sentirmi in colpa per il cambiamento climatico per evitare lo spreco di acqua o di energia o per fare la raccolta differenziata. Mi basterebbero le mie ragioni da economista (risparmio, efficienza) ma lo faccio anche perché il creato mi sembra un dono meraviglioso. Detto questo rimane però la domanda: cosa c’entra con la scienza?

“Discutiamo pure ma diamoci da fare” conclude il direttore di Avvenire. Come se la critica scientifica sulle cause dei cambiamenti climatici non fosse un “darsi da fare”. Invece no: “mentre gli scienziati discutono” dobbiamo “vivere e lavorare in modo giusto”, visto che abbiamo già capito tutto.

Che dire? Perché sussista una negazione, deve esserci una fede dall’altra parte, questo è ovvio. Si sperava, evidentemente sbagliando, che i temi scientifici non dovessero più passare dalla lente della fede per essere accreditati, ma, evidentemente, l’AGW e i suoi derivati hanno bisogno di una mano ultimamente…

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il livello del mare alle Isole Figi e la COP23

Posted by on 08:00 in Attualità, COP23 | 4 comments

Il livello del mare alle Isole Figi e la COP23

Le Isole Figi sono il principale organizzatore della COP23 di Bonn e il loro presidente, Frank Bainimarama, è anche il presidente dell’attuale Conferenza delle Parti. In questa occasione Nils-Axel Mörner ha scritto al presidente una lettera aperta dove, insieme alla considerazione per l’ambiente delle Isole e per la gentilezza degli abitanti, cita i risultati di una serie di articoli scientifici relativi al livello del mare e alla subsidenza/sollevamento del terreno nell’isola principale di Viti Levu dove sono collocati due mareografi e due stazioni GPS (una delle quali in funzione fino al 2014). Le due stazioni mareografiche sono Suva-a (Suva) e Lautoka e i loro dati sono registrati nel database PSMSL. I dati di Suva sono riportati in figura 1 (pdf) insieme al loro spettro.

Fig.1: Livello marino a Suva dal 1972, da PSMSL, e il suo spettro.

Il grafico dell’altra serie (Lautoka, più breve) è nel sito di supporto: il suo spettro è decisamente strano e non ho una spiegazione per la sua forma.
La figura 1 ci dice che il livello marino a Suva è salito di circa 30 cm in 46 anni (circa 6.5 mm/anno) e che dall’inizio del 2012 ad oggi è sceso al ritmo di 20 mm/anno. Quest’ultimo andamento può far pensare che il temuto (ma da chi?: vedremo in seguito) “rischio annegamento” per le Figi sia quanto meno prematuro e forse anche inesistente.
In realtà la situazione è complessa e ricca di probabili cause diverse (v. gli articoli in bibliografia, liberamente accessibili):

 

  • la stazione attuale di Suva è vicina a pesanti strutture portuali che facilmente possono provocare subsidenza, simulando un innalzamento del mare;
  • la serie mareografica (figura 1) è la combinazione di due strumenti situati, in successione, in tre luoghi diversi;
  • la vicina stazione GPS ha misurato tra il 2012 e il 2014 (poi ha smesso di funzionare) un innalzamento del suolo e quindi un’apparente diminuzione del livello marino.

Quindi l’uso di un tasso medio di crescita (invece di, ad esempio, una serie di “scalini”) fornisce un risultato falso. In figura 1 la retta dei minimi quadrati, e la pendenza complessiva riportata, è usata solo per calcolare la serie “detrended” da cui si deriva lo spettro e non per considerazioni diverse.
Sulla base di osservazioni naturalistiche (il livello a cui si sono formati i coralli negli ultimi 150-200 anni) e di considerazioni fisiche (variazioni del livello marino dovute a eustasia, subsidenza/sollevamento), Mörner e Klein (2017) deducono una costanza (o variazioni non significative) del livello marino, almeno negli ultimi 1.5-2 secoli.
Lo spettro, che non misura variazioni assolute del livello marino, non dovrebbe essere stato modificato dalla validità o meno delle considerazioni precedenti: il quadro inferiore di figura 1 mostra che le oscillazioni oceaniche hanno ciclicità di 16-19 anni (Mörner le definisce “planetarie”); di 8 e 11 anni; di 3-6 anni, tipiche di El Niño come ci si può attendere, data la posizione geografica delle Figi. Non trovo invece i periodi ~30 e ~60 anni di cui parla Mörner, se non a livelli praticamente impercettibili, come si può vedere nel file numerico dello spettro nel sito di supporto.

Mi sono chiesto se fosse possibile verificare in altro modo le paventate paure del livello marino crescente o la loro inesistenza: se davvero la paura pervadesse le menti dei figiani, questi dovrebbero cominciare a fuggire (in massa?) dalle isole (sono 322 in tutto lo stato, di cui 106 abitate) e il fatto dovrebbe riflettersi sulla demografia. Ho quindi scaricato i dati demografici delle Figi da http://countrymeters.info/en/Fiji/ e li ho rappresentati in fig.2 (pdf).

Fig.2: in alto l’andamento demografico delle Isole Figi e la retta dei minimi quadrati da cui calcolare i dati “detrended” per lo spettro. In basso lo spettro MEM dei dati demografici. Nell’angolo in alto a sinistra si riporta il sito da cui sono stati scaricati i dati (accesso del 16 novembre 2017). Notare la similitudine con i massimi spettrali di figura 1.

Il numero di abitanti dal 1951 ad oggi mostra tassi di crescita sicuramenti diversi in periodi diversi, ma è indiscutibile la crescita continue (ad un tasso medio di poco meno di 9500 abitanti/anno). La parte superiore di figura 2 dice che i figiani non hanno troppa paura del mare che avanza, anzi che non ne hanno affatto.
In un commento al post su WUWT Pamela Klein (collega e coautrice di Mörner) scrive: “… Le loro isole sono belle e sicure dalle alluvioni. Se l’IPCC desse loro molto denaro, si può solo sperare che vada agli amabili figiani che vivono nelle isole esterne. Usano generatori diesel per l’elettricità per il raffreddamento, un’opzione costosa. Non è così per Viti Levu.”

Questo sarebbe un nobile scopo al quale, credo, i paesi sviluppati contribuirebbero volentieri, senza bisogno che i PVS si straccino le vesti, adducendo motivi inesistenti e non accettando etichette sui fondi ricevuti.

Ma, ritornando velocemente ai dati, per me la sorpresa è stata lo spettro della serie demografica. In modo del tutto inaspettato, i massimi spettrali del quadro inferiore di figura 2 sono praticamente gli stessi del livello marino di figura 1. Il ritmo, il “respiro” della popolazione è lo stesso del mare!
Mentre è facile immaginare uno stretto legame tra la popolazione di uno stato insulare e il mare, è difficile entrare nei dettagli di una tale relazione. Perché la popolazione debba variare con ritmi già definiti “planetari” o con quelli (2.7 anni, ad esempio) tipici di El Niño è, almeno per me, quasi incomprensibile; ma i periodi comuni sono troppi e troppo simili per pensare solo al caso.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui.

Bibliografia

  • Mörner N-A, Klein P.M. The Fiji Tide-Gauge Stations , International Journal of Geosciences, 8, 4, 536-544, 2017. doi:10.4236/ijg.2017.84028
  • Mörner N-A. Our Oceans-Our Future: New Evidence-based Sea Level Records from the Fiji Islands for the Last 500 years Indicating Rotational Eustasy and Absence of a Present Rise in Sea Level, Int J Earth Environ Sci, 2:137, 2017. doi:10.15344/2456-351X/2017/137

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le Previsioni di CM – 20/26 Novembre 2017

Posted by on 06:54 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 20/26 Novembre 2017

Queste previsioni sono a cura di Flavio

————————————————————–

Situazione ed evoluzione sinottica

Un anticiclone termico si è consolidato sulla Groenlandia, in fase con un anticiclone artico che convoglia aria gelida dal Bacino Centrale dell’Artico fin sull’Islanda attraverso lo Stretto di Fram: nevica diffusamente sul Mare di Barents e una snowbelt a evoluzione molto lenta si estende lungo il Mare di Groenlandia spingendosi fino all’Islanda dove le nevicate persisteranno per diversi giorni, in particolare sulla costa settentrionale dove gli accumuli saranno notevoli per il contributo da stau.

L’aria gelida convogliata dall’anticiclone artico-groenlandese contrasta con aria molto più mite sul medio Atlantico, dove affluisce anche aria polare marittima in discesa dal Labrador: consegue l’approfondimento di un vortice atlantico, con associata risposta dinamica sull’Iberia e sul Mediterraneo occidentale dove va consolidandosi un anticiclone sub-tropicale. Più a est una vasta conca di aria fredda interessa l’area del Baltico e gran parte dell’Europa orientale, con asse disposto da NW verso SE in ulteriore rotazione anti-oraria con conseguente trasferimento della saccatura verso la Russia europea e la regione del Caucaso (Fig.1).

Fig. 1: GFS, Lunedì 20 Ottobre 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Nel corso della settimana l’azione di blocco si rafforzerà ulteriormente per la formazione di una fascia anticiclonica estesa per circa 10,000 chilometri dal medio Atlantico fino alla Siberia centro-orientale, per la fusione dell’anticiclone artico-groenlandese prima citato con la cellula atlantica subtropicale (Fig.2). Aria gelida di matrice mista, continentale e polare marittima, muoverà quindi dalla Siberia in direzione delle Isole Azzore mentre aria mitissima, specularmente, risalirà dall’Atlantico subtropicale fin sull’Artico centrale attraverso lo Stretto di Davis, causando un imponente aumento della temperatura fin sul Polo Nord (con associato, prevedibile, strombazzamento mediatico).

Il gigantesco blocco in questione e lo split associato del vortice polare non avranno conseguenze sull’Italia nei termini di un cambiamento significativo delle condizioni atmosferiche, per il consolidamento ulteriore della cupola anticiclonica dinamica proprio in risposta all’irruzione di aria fredda polare in Atlantico lungo il bordo sud-orientale del lunghissimo ponte anticiclonico (Fig.3). Tempo stabile sul nostro Paese, quindi, in assenza di precipitazioni significative. Spesso grigio e brumoso in Valpadana e nelle valli e zone interne peninsulari; più soleggiato in montagna e lungo le coste dell’Italia centro-meridionale. Sul finire della settimana si intravede la possibilità di un cambiamento per irruzione di correnti settentrionali, con ancora una volta il Nord in ombra pluviometrica e il Centro-Sud più esposto all’eventuale fenomenologia.

Fig. 2: GFS, Giovedì 23 Ottobre 2017: geopotenziale e pressione al suolo – Emisfero Nord. Fonte: www.wetterzentrale.de

 

Fig. 3: GFS, Giovedì 23 Ottobre 2017: geopotenziale e pressione al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

 

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì migliora rapidamente al Sud, con le ultime residue precipitazioni in fuga verso l’Egeo. Condizioni di stabilità su tutto il Paese con aumento della nuvolosità stratiforme sulla Valpadana, in assenza di precipitazioni. Locali riduzioni della visibilità sulla Valpadana e nelle valli del Centro nelle ore più fredde.

Temperature stazionarie o in lieve diminuzione nei valori minimi.

Venti moderati di maestrale su basso Adriatico, Ionio, Canale di Sardegna e Canale di Sicilia. Deboli altrove.

Martedì nuvolosità stratiforme in veloce transito dalle regioni settentrionali verso quelle meridionali peninsulari, in assenza di precipitazioni. Più grigio sul Tirreno per stratificazioni alle basse quote associate ad una debole circolazione ciclonica al suolo. Riduzione della visibilità nelle ore più fredde sulla Valpadana e nelle valli del Centro e del Sud.

Temperature in leggero aumento.

Venti generalmente deboli.

Mercoledì cieli grigi per stratificazioni nei bassi strati sul Mar Ligure e Tirreno centro-settentrionale per scorrimento di aria molto mite e umida dai quadranti meridionali con associate sporadiche e deboli precipitazioni. Condizioni di stabilità sul resto del Paese, pur con riduzioni della visibilità al Nord e nelle valli e zone interne peninsulari.

Temperature stazionarie o in lieve aumento.

Venti deboli.

Giovedì e Venerdì persistono condizioni di stabilità ovunque, pur in un contesto di cieli grigi specie sulle regioni tirreniche settentrionali per stratificazioni nei bassi strati. Importanti diminuzioni della visibilità sulla Valpadana, valli e zone interne del Paese. Schiarite ampie sulle zone costiere del Meridione e sulle isole maggiori.

Temperature stazionarie.

Venti deboli.

Sabato e Domenica possibile aumento della nuvolosità a partire dalle regioni nord-occidentali, associata a locali e deboli precipitazioni più probabili lungo i versanti tirrenici centro-settentrionali e sui rilievi. Venti che tendono a disporsi dai quadranti meridionali e temperature stazionarie o in lieve aumento nei valori minimi.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

COP23: the end

Posted by on 06:00 in Attualità, COP23 | 19 comments

COP23: the end

E al fin giungemmo all’agognata fine della più inutile delle COP. All’alba del 18 novembre 2017 dopo circa due settimane di negoziati ed una maratona finale di 24 ore di convulse trattative, il cui unico scopo è stato quello di evitare una figur… accia globale, la COP 23 ha chiuso i suoi battenti.

Sono piuttosto amareggiato, lo ammetto ed il tono del mio esordio lo dimostra. Ho speso decine d’ore per cercare di capire cosa succedesse a Bonn e, ogni volta, che cercavo di redigere un minimo di resoconto degli avvenimenti, mi ritrovavo a parlare di Trump, dei governatori della California (attuale e precedente), di Bloomberg e di amenità varie, ma poco o niente dei punti cardine intorno a cui doveva svolgersi la trattativa. I draft messi a disposizione del pubblico dai solerti funzionari dell’UNFCCC, brillavano per vacuità e inconcludenza. La complessità del meccanismo decisionale ed il gergo con cui venivano redatti i report (studiato apposta per non farti capire nulla), contribuivano ad accentuare una forte sensazione di inadeguatezza. Alla fine la frustrazione è grande e si ha l’impressione di non essere in grado di capire.

Allora ti affanni a cercare in giro per vedere se c’è qualcuno più in gamba di te e vedi che non trovi nulla. Ti viene il dubbio di aver perso anche la capacità di fare una ricerca in Internet e ti innervosisci ancora di più. Alla fine ti arrendi all’evidenza: a Bonn non è successo proprio niente, il vuoto assoluto. E’ dura arrendersi all’evidenza, rendersi conto di aver sprecato tempo ed energie, ma alla fine la cruda realtà è tale da eliminare ogni dubbio.

Oggi, dopo quasi due settimane di sofferenza, posso mettere fine alle mie angosce e stilare un brevissimo bilancio della COP23.

I risultati ottenuti dalla Conferenza sono stati 4 (dico quattro).

  • Approvazione di un piano d’azione per la parità dei sessi. Non so cosa diavolo c’entri con il clima, ma pare che anche nella lotta al clima che cambia e cambia male le donne sono svantaggiate, per cui è necessario riequilibrare i numeri.
  • Riconoscimento del ruolo dei “Primi Popoli” nella lotta al cambiamento climatico, nella conservazione della bio-diversità e nella salvaguardia dell’ambiente in generale. I popoli autoctoni non saranno più un ostacolo, ma una risorsa. Bene, concordo.
  • Sblocco del gruppo di lavoro sulla sicurezza alimentare e sull’agricoltura. Dopo sei anni di infruttuose trattative, alla COP23 è stato riconosciuto che il cambiamento climatico aggrava l’insicurezza alimentare delle popolazioni più fragili e, contemporaneamente, che le pratiche agricole correnti incidono sulle emissioni di gas serra per circa il 21% del totale. Ciò significa che bisognerà incidere pesantemente su questo settore, in modo da ridurne le emissioni. Mi sa che la riduzione delle emissioni mal si concilia con l’aumento della sicurezza alimentare, ma questa è una mia idea, su cui qualcuno degli amici di CM potrà dire molto di più e meglio.
  • “Sorpasso” effettuato da parte delle realtà locali (regioni, città, comuni, tribù, ONG e via cantando), alle rappresentanze ufficiali degli Stati. Negli eventi collaterali alla negoziazione vera e propria si è potuta registrare una ricchezza di idee, un entusiasmo ed una voglia di agire che è mancata del tutto tra i delegati. Meglio che le prossime COP le facciano questi soggetti, ma a che varrebbero?

Per tutto il resto il fallimento è stato totale. Elencare tutti i fallimenti della COP23 sarebbe lungo ed impietoso, per cui mi limiterò a quelli più eclatanti. Il primo riguarda lo scopo stesso della COP23: doveva trattarsi di una conferenza in cui bisognava redigere il “regolamento attuativo” dell’Accordo di Parigi e, quindi, passare dagli impegni roboanti, ma inefficaci, alle azioni pratiche per attuare quegli impegni. Alla fine ci siamo trovati di fronte ad un “dialogo” che dovrà durare tutto il prossimo anno e che dovrebbe creare le condizioni per scrivere queste regole a Katowice, in Polonia, nel dicembre 2018. Qualcuno lo reputa un successo, per me rappresenta un misero fallimento.

Molti reputano un successo della Conferenza quello di essere riusciti ad individuare i temi su cui decidere il prossimo anno: si tratta dell’Allegato 1 alla dichiarazione di chiusura della COP23. Qualche immaginifico commentatore lo ha definito lo scheletro della normativa che renderà vincolante l’Accordo di Parigi. Per me si tratta dell’ennesimo, inutile elenco delle buone intenzioni.

L’assoluto disinteresse intorno alla Conferenza delle Parti di Bonn è stato impressionante. A Bonn, dicono gli osservatori, non c’erano giornalisti o, ad essere precisi, se ne vedevano pochissimi. Per quel che può valere la mia testimonianza, posso assicurare che la copertura dei media generalisti italiani, ma anche esteri, è stata molto scarsa se non addirittura assente. Solo The Guardian e Liberation hanno garantito un poco di copertura all’evento tedesco. Anche dal punto di vista della politica il disinteresse è stato totale: solo Macron e Merkel si sono visti alla COP 23 ed in modo fugace. Il primo perché doveva tenere alto il nome dell’Accordo di Parigi che i francesi considerano una propria creatura, la seconda perché era la padrona di casa. Per il resto solo figure di secondo livello che nulla potevano dare alla COP. Ed in questo clima di depressione assoluta non stupisce che nulla sia stato fatto. Non è stato deciso nulla circa il meccanismo di risarcimento dei danni e delle perdite, non è stato deciso nulla, sul finanziamento delle misure di compensazione per indurre i Paesi in via di Sviluppo a ridurre le emissioni, non è stato deciso nulla, circa la trasparenza dei finanziamenti da concedere per la realizzazione delle misure di mitigazione ed adattamento.

Ciò che ha fatto bella mostra di sé alla COP 23, è stato l’egoismo dei Paesi sviluppati. Gli USA, primo contribuente di tutte le iniziative economiche da intraprendere, hanno badato ai propri interessi e si sono ben guardati dall’assumere impegni: si sono limitati a dire che loro non erano disposti a cacciare soldi, ma non avevano nulla in contrario a che altri lo facessero. Gli altri Paesi sviluppati si sono sfilati, con la scusa di non poter assumere impegni di qui a dieci anni perché nel frattempo i governi e le condizioni economiche potevano cambiare e, quindi, non essere in grado di onorare gli impegni presi. I Paesi in via di sviluppo si sono ritrovati con un pugno di mosche e, quindi, si sono ben guardati dall’assumere impegni per tagliare le loro emissioni di gas climalteranti. Più fallimento di così si muore.

Prima che iniziasse la COP23 ho ascoltato le roboanti dichiarazioni dei rappresentanti dell’UE e degli altri Paesi occidentali: faremo a meno di Trump, chi è costui che osa mettersi contro il resto del mondo, uno contro tutti. Ci sostituiremo agli USA nella leadership della lotta ai cambiamenti climatici, dimostreremo agli USA di che pasta siamo fatti, dichiaravano baldanzosi. Oggi si imputa il fallimento della COP23 alla mancanza di una leadership forte e determinata. Apparentemente questo rappresenta il trionfo di Trump, ma non è così in quanto gli USA alle COP, a mia memoria, hanno avuto un comportamento lineare: non si sono mai fatti ingabbiare in impegni internazionali lesivi dei loro interessi. Ieri con Bush ed Obama, oggi con Trump, domani con Tizio per gli USA conteranno sempre e solo i loro interessi e niente altro.

Tutti gli altri Paesi hanno dimostrato di essere dei comprimari. La Cina che molti avevano visto come il sostituto degli USA nella guida alla lotta ai cambiamenti climatici, è stata praticamente invisibile. L’UE doveva affiancare la Cina nella guida della COP, ma essa non è stata all’altezza della situazione per il semplice fatto che alla COP erano presenti tutti i suoi 28 Paesi membri che, notoriamente, marciano in ordine sparso per cui si conferma il vecchio adagio che essa è un gigante economico, ma un nano politico.

Per il futuro? Dense nuvole si addensano all’orizzonte. La prossima COP si terrà in Polonia che fonda buona parte della sua produzione energetica sul carbone e sul gas di scisto importato dagli USA e che vorrebbe produrre anche autonomamente. E’ stata la Polonia a bloccare molte delle iniziative di decarbonizzazione europee e la ratifica dell’emendamento di Doha. Come presiederà la COP24 dal centro del bacino carbonifero polacco dove essa si svolgerà nel 2018? L’unica speranza per i salvamondo è il Dialogo di Talanoa. Non è molto, ma la speranza è l’ultima a morire.

Arrivederci a Parigi il 12 dicembre prossimo per gli “esami di riparazione” della COP23!

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Cop 23: l’epilogo?

Posted by on 08:19 in Attualità, COP23 | 2 comments

Cop 23: l’epilogo?

Siamo ormai alla mezzanotte (ora italiana) del 17 novembre 2017, ma non sembra che la COP23 sia conclusa o, ad essere precisi, il documento finale contenente le conclusioni è ancora a livello di draft. Ciò è quanto risulta sul sito ufficiale della Conferenza. Il progetto di conclusioni riesce, però, a dare un’idea dell’esito della COP23.

Nei vari post che ho scritto sull’argomento ho sempre fatto presente che non mi sembrava di vedere concreti passi avanti nelle trattative e il documento finale della Conferenza sembrerebbe darmi ragione: non vi è alcun impegno concreto circa il finanziamento delle attività di mitigazione e di adattamento e circa i meccanismi di compensazione delle perdite e danneggiamenti di cui al protocollo di Varsavia. Secondo alcuni osservatori del meccanismo “loss and damage” non si è iniziato neppure a discutere alla COP.

Dello stesso avviso anche diversi delegati alla COP che hanno rilasciato le loro dichiarazioni a Liberation. Malian Seyni Nafo, leader del gruppo dei paesi africani, si è lamentato con una colorita metafora: sembra che il cuore non sia a Bonn. Egli ha fatto notare come con l’uscita di Trump dall’Accordo di Parigi, le cose sono cambiate in peggio. Gli Stati Uniti hanno, infatti, grande influenza sui Paesi sviluppati e sono in grado di determinare il comportamento dei Paesi in via di sviluppo. Nel corso dei negoziati tutti hanno potuto notare l’atteggiamento di attesa delle Parti. E’ quel che succede quando uno dei principali giocatori non partecipa alla partita: non c’è più emulazione. Il diplomatico si chiede, infine, perché far ricorso a questo “dialogo facilitativo” e non aumentare direttamente le ambizioni. Il problema è, secondo lui, che al tavolo dei negoziati sono mancati i veri protagonisti, cioè i politici. Il rappresentante dei Paesi Africani conclude dicendo che la situazione è molto cupa.

Non appare molto diverso il pensiero del ministro delle Maldive Thoriq Ibrahim che giovedì faceva notare come le difficoltà emerse nella COP, fossero in parte dovute al disimpegno del primo emettitore storico del pianeta. Tradotto in parole più prosaiche: se il primo contribuente al fondo destinato al risarcimento di danni e perdite si sfila, a chi si chiedono i soldi?

Sulla base di queste dichiarazioni e sulla base della bozza di documento finale della conferenza, il giudizio appare scontato: un altro fallimento. Come interpretare, infatti, la necessità di un dialogo tra le Parti così strutturato come il dialogo di Talanoa che costituisce tutto l’Allegato 2 della dichiarazione finale? Come interpretare il fatto che il segretariato dell’UNFCCC deve creare una piattaforma informatica per consentire alle Parti di scambiarsi opinioni sulle materie di cui all’Allegato 1 del medesimo documento? Come interpretare il fatto che sia necessario un ulteriore summit a Parigi fra meno di un mese ed un supplemento di COP in luogo e data imprecisati nel corso del mese di maggio del prossimo anno? Per me si tratta della certificazione di un nulla di fatto. E lo sconsolato commento, sempre su Liberation, del Ministro  della transizione verde Francese, lo dimostra: il 2018 sarà l’anno della verità ed il merito della COP23 è stato quello di aver messo ordine nell’agenda.

Mi sembra che il ministro francese abbia sintetizzato magnificamente il risultato della COP23: ha chiarito tutti i punti che dovranno essere decisi nel corso della prossima COP24 che si svolgerà in Polonia nel dicembre del prossimo anno. Senza però decidere su nessuno di essi.

Ovviamente c’é anche chi considera la COP23 se non un successo un notevole passo avanti verso il successo che sicuramente sarà registrato in Polonia l’anno venturo. E’ il caso, sempre su Liberation, di L. Tubiana che tanto si adoperò a Parigi per raggiungere l’Accordo del 2015: “Questa COP è stato un momento di completa fusione tra governi, autorità locali, imprese”, riuniti in una vasta area non lontana dalle sale dove si svolgevano i negoziati.

E’ questo, infatti, ciò che gli ottimisti considerano il successo della Conferenza: il sorpasso delle delegazioni ufficiali da parte delle realtà locali, delle città e delle tribù. A questo punto mi chiedo per quale motivo, vista l’importanza di queste realtà, alla prossima COP non invitano regioni, governatorati, città e tribù, lasciando da parte gli Stati? La domanda è, ovviamente, retorica e, quindi, non mi aspetto alcuna risposta.

Chi invece intona il peana della vittoria è l’indomito Guardian che fonda i suoi giudizi trionfalistici sul fatto che finalmente esiste uno “scheletro” solido su cui impostare le politiche di mitigazione del clima. Probabilmente si riferisce al lungo elenco di argomenti che costituisce l’Allegato 1 alla dichiarazione finale della COP23.

Oggi ho fatto un giro su diversi siti che orbitano nell’area delle energie rinnovabili e della protezione dell’ambiente. I toni sono molto dimessi e poco trionfalistici: si elencano quelli che possono essere risultati positivi o negativi della COP23, ma, invariabilmente, i risultati negativi sono sempre più di quelli positivi che, tra l’altro, appaiono molto modesti.

La COP23 è stata, comunque, costellata di cattive notizie. Secondo l’ONU gli attuali impegni statali coprono appena un terzo delle necessarie riduzioni dei gas serra e, per giunta, nel 2017 le emissioni di gas serra hanno ripreso a salire dopo 3 anni di stasi.

Chi è rimasto molto deluso dai risultati della COP23 è stato, però, J. Hansen che si è visto tenuto ai margini della Conferenza: non gli hanno consentito neanche di parlare ai delegati. Egli si è dichiarato stufo di tutti questi negoziati ed ha invitato tutti a far ricorso ai tribunali che, a suo giudizio, sono molto meno sensibili alle pressioni delle lobby del fossile. Tale il senso di alcune sue dichiarazioni al Guardian. Effettivamente deve essere frustrante per colui che può considerarsi il padre della teoria del cambiamento climatico di origine antropica, vedersi trattare in questo modo.

Aggiornamento: alle 0.30 GMT del 18/11/2017 (1,30 ora locale) è stato pubblicata la versione 2 del progetto di risoluzione finale della COP23. La cosa significa che io me ne vado a dormire e domani, anzi oggi, ci risentiremo ancora una volta. 🙂

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

COP23: inizia il rush finale

Posted by on 07:00 in Attualità, COP23 | 1 comment

COP23: inizia il rush finale

Domani si chiuderà la COP23 di Bonn. Non credo che ci saranno sedute supplementari, per cui entro la fine della settimana potrò finalmente annunciare la chiusura della Conferenza delle Parti del 2017 e tracciare un primo sommario bilancio della stessa. Stasera vorrei darvi qualche notizia in più, ma devo registrare ancora una volta l’assenza di notizie. La maggioranza degli organi sussidiari o gruppi di lavoro ha completato i lavori ed ha emesso una serie di dichiarazioni. Manca ancora all’appello il documento finale del gruppo di lavoro che si occupa delle finanze, ma questo era scontato.
Fino ad oggi vi ho angustiato con questi gruppi di lavoro e con i loro documenti. Stasera voglio mostrarvi la struttura della COP23 mediante un organigramma che ho reperito nel sito dell’UNFCCC, dedicato alla Conferenza delle parti. Si tratta di uno schema semplificato in quanto mancano tutti i gruppi in cui si sfilacciano gli organi sussidiari.


Allo stato degli atti posso dire che i documenti prodotti dai gruppi di lavoro generano un quadro generale caratterizzato da luci ed ombre, più ombre che luci a mio giudizio. In tutti traspare un apparente ottimismo: ci si felicita e congratula per la disponibilità dimostrata dalle Parti nel corso dei lavori, si sottolinea lo spirito di collaborazione, si esprime qualche preoccupazione circa alcuni aspetti delle trattative e invariabilmente si rimanda tutto alla plenaria finale, ad altri documenti ed ad ulteriori trattative da portare avanti nei prossimi mesi e nelle prossime COP. Esemplare mi sembra la risoluzione del gruppo che ha lavorato sul punto 10/e dell’agenda. Consiglio a tutti i lettori di leggerlo: è molto breve, ma consente di avere un’idea della frustrazione che ti viene quando cerchi di capire che cosa diavolo hanno fatto a Bonn per dieci giorni migliaia di delegati e funzionari. Fino ad ora dono stati emessi circa trenta documenti tra cui alcuni molto importanti relativi al finanziamento dei progetti di mitigazione ed adattamento. Anche questi documenti brillano, però, per la loro vacuità. Degno di nota mi è sembrato quello relativo al punto 10/c dell’agenda. Si tratta di un documento relativo al funzionamento del Fondo Verde dell’UNFCCC. Dalla lettura delle due o tre paginette che lo formano, appare chiaro e lampante il meccanismo di funzionamento del sistema: i fondi sono amministrati da un Consiglio piuttosto indipendente rispetto agli organi decisori politici ed il cui operato non è neanche di livello elevato, per ammissione esplicita delle Parti che hanno preso parte ai lavori del gruppo. Anche per questo documento consiglio una lettura: sarà molto istruttiva. E potrei continuare, ma la falsariga è sempre la stessa.

Non ci resta, quindi, che aspettare la risoluzione finale della COP23 che, ad oggi, è ancora tutta da scrivere, ma, molto probabilmente, è già scritta fin da prima che la Conferenza iniziasse e tenuta ben celata dai solerti funzionari delle Nazioni Unite.

Nel frattempo The Guardian ha pubblicato due articoli dedicati alla COP23. In uno di essi si riportano le dichiarazioni di Lord Stern, autore del famigerato rapporto Stern che diede la stura alla corsa alla mitigazione. Nel rapporto egli “dimostrava” che prevenire il cambiamento climatico, costava meno che far fronte agli oneri dei danni provocati dal cambiamento climatico stesso. Nell’articolo Stern sostiene che la COP23 è un “Trump test”, cioè essa serve a dimostrare quanto incide l’assenza degli USA nel raggiungimento degli impegni dell’Accordo di Parigi. Detto in altri termini gli osservatori cercano di capire dagli esiti della Conferenza, se gli Stati sono in grado di far fronte alla defezione degli USA aumentando i loro impegni e, quindi, compensando le perdite.

Ho la netta impressione che quella di Bonn sarà ricordata come la COP di Trump perché le luci della ribalta sono state sempre accese su Bloomberg e Brown, non per la loro importanza, ma per il fatto che erano visti come uno scongiuro nei riguardi di Trump.

Nell’altro articolo viene annunciata la nascita di un’associazione di 19 Nazioni, tra cui l’Italia, che si sono ufficialmente impegnate ad abbandonare l’uso del carbone nella produzione di energia elettrica. In questo elenco brilla l’assenza della principale paladina della decarbonizzazione del mondo, cioè della Germania. Perché la Germania chiede a tutti di abbandonare il carbone, ma si guarda bene dal farlo. Per questo la Merkel è stata ferocemente attaccata dal WWF tedesco che le rinfaccia tutta l’ipocrisia del suo intervento di ieri.

Stessa sorte è toccata alla Gran Bretagna le cui posizioni sono state ridicolizzate da una ONG (Friends of the Earth UK) che ha stigmatizzato la dissonanza tra le posizioni da primi della classe nella lotta al cambiamento climatico dei politici britannici e le politiche a favore del gas da fracking.

E per finire una chicca. Vi ricordate del mio post sul Dialogo di Talanoa? Ebbene oggi è stato pubblicato un documento in cui il dialogo è stato pianificato in tutti i dettagli da qui alla COP del 2018. Tale documento evidenzia la maniacale cura con cui gli Organi delle Nazioni Unite pensano di pianificare tutto ciò che esiste sulla faccia della Terra. In questo caso siamo veramente al paradosso: vengono addirittura formulate le domande che le Parti devono porsi, in modo da fornire le risposte che poi saranno tradotte in decisioni politiche. E dal tipo di domande si intuisce chiaramente anche la risposta da che esse dovranno fornire. Vedere per credere.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

COP23: entrano in scena i big

Posted by on 05:00 in Attualità, COP23 | 3 comments

COP23: entrano in scena i big

Mancano due giorni alla fine della COP23 di Bonn e comincia la passerella dei big. Oggi sono arrivati nella città tedesca i ministri di tutti i Paesi partecipanti e 25 Capi di Stato e di Governo.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite A. Guterres ha invitato tutti i delegati partecipanti alla Conferenza a parlare la stessa lingua delle piccole nazioni insulari, anzi a farsi portavoce delle loro istanze. Detto in parole povere: aprite i cordoni delle borse e finanziate le iniziative di adattamento e mitigazione poste in atto da questi piccoli Stati e da quelli più poveri. Ha suggerito, inoltre, di adottare un approccio nuovo all’esecuzione delle grandi opere pubbliche: non realizzarle se non sono eco-compatibili. Leggendo queste cose non ho potuto fare a meno di pensare che la stragrande maggioranza delle grandi opere è scarsamente eco-compatibile perché altera l’ambiente, per cui seguire alla lettera il suo consiglio, significherebbe non realizzare più grandi opere: la decrescita è l’unica alternativa possibile al mondo attuale.

Sorprende, infine, il fatto che Guterres consideri ormai ineluttabili i danni prodotti all’ambiente dal cambiamento climatico, per cui è necessario che gli Stati si attrezzino per aumentare la loro resilienza: finalmente una nota di sano realismo nel mare di illusioni di chi crede di poter regolare il clima globale.

Anche la Cancelliera Merkel ha fatto la sua comparsa a Bonn ed ha fatto sapere che “quella del clima è una sfida centrale per il mondo, una questione di destino dell’umanità”. Ha aggiunto, infine, che “il nostro messaggio è che noi vogliamo proteggere il pianeta”. Dopo il realismo l’illusione e l’ipocrisia di un capo di governo che non esita, nella pratica quotidiana, a potenziare la propria produzione di energia elettrica mediante l’uso di lignite o carbone e prevede di spegnere le centrali nucleari che, invece, non emettono anidride carbonica.

Non poteva mancare il Presidente E. Macron che ha confermato tutti gli impegni della Francia nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Ha proseguito augurandosi che gli Stati Europei siano in grado di compensare il disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi ed ha dato, infine, appuntamento al summit del 12 dicembre a Parigi: con la speranza che in quella sede si possano concretizzare gli impegni assunti alla COP23.

A margine della Conferenza Macron ha avuto modo di incontrare anche i rappresentanti dei “Primi Popoli” come si definiscono gli indigeni. A partire dalla COP21 l’atteggiamento del Mondo verso queste popolazioni, è cambiato profondamente. Una volta le loro resistenze alla realizzazione delle opere pubbliche, alla deforestazione ed allo sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori, erano viste come un ostacolo al progresso. Oggi essi vengono considerati custodi della biodiversità e delle foreste che rappresentano un serbatoio formidabile di carbonio: il 20% del totale globale. In questo senso la bozza di risoluzione del gruppo di lavoro della COP23 che si occupa di foreste e della loro conservazione, rappresenta il riconoscimento ufficiale della loro esistenza, elevandoli a paladini della salvaguardia dell’ambiente.

Sempre a margine della COP23 l’ONG Unfriend coal ha reso noto che i big delle assicurazioni stanno cominciando a disinvestire nelle imprese legate al carbone. Questa è la strada che hanno preso colossi come AXA, Zurich, Swiss Re e Lloyd’s. Sembrano andare in controtendenza, invece, i colossi USA e la triestina Generali che continuano ad assicurare le imprese legate al carbone e sono titolari di diversi assets legati al mercato del carbone. Inutile dire che le prime vengono osannate e le seconde maledette.

Correlato alla COP23, è l’allarme che alcune ONG hanno lanciato a proposito della scarsa attenzione per gli oceani da parte dei Paesi che partecipano alla conferenza. Secondo il giornale Le Monde che dà voce a queste ONG, negli NDCs nessuno, eccezion fatta per gli Stati insulari, si preoccupa degli oceani che rappresentano oltre il 70% della superficie terrestre, il motore del sistema climatico terrestre ed un pozzo per il diossido di carbonio. Le ONG in questione si augurano che nel corso del 2018 gli NDCs vengano rivisti, dando giusto rilievo agli oceani. Per sensibilizzare i delegati che partecipano alla COP23, l’UNESCO, la FAO ed altre organizzazioni globali, hanno organizzato una Giornata per gli Oceani che si è svolta nell’ambito degli eventi collaterali della COP23 lo scorso 11 novembre.

Nel frattempo ai tavoli negoziali si cominciano a tirare le fila delle discussioni. Come ampiamente previsto è nei gruppi di lavoro che si occupano di finanziamento delle azioni di risarcimento dei danni e delle perdite e di finanziamento delle azioni di adattamento che si registrano i maggiori ritardi. Si spera che le riunioni ad alto livello dei prossimi due giorni riusciranno a superare gli ostacoli residui che, tra l’altro, sono quelli più grossi.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

La scomparsa della neve

Posted by on 12:00 in Attualità | 32 comments

La scomparsa della neve

È da almeno una ventina d’anni che i giusti ci prospettano la scomparsa totale e definitiva della neve a causa del global warming, con disappunto di grandi e piccini. In attesa che il destino si compia, e preso atto della sgradevole ostinatezza con cui le montagne continuano ad imbiancarsi (pur tra i soliti alti e bassi), la neve è scomparsa per davvero…Non dalle montagne, ma dalle cronache.

Intorno alle 14:00 di Lunedì 13 Novembre 2017 la situazione sull’autostrada Firenze-Bologna era questa:

Sui maggiori quotidiani italiani tuttavia, la notizia di nevicate così insolite per il periodo tardava a farsi largo pur tra articoli in apparenza non proprio da Pulitzer… A sorpresa, il primo a rompere il ghiaccio (è il caso di dirlo) è La Stampa, che in tarda mattinata inserisce uno stringato pezzo sul maltempo relegando in terza posizione quello che era lo scoop della giornata: Londra sconfigge la Brexit puntando tutto sulla “gender intelligence” e sull’insegnamento della “fluidità sessuale” ai giovani nelle scuole.

Nel frattempo sulla Repubblica e sul Corriere si dorme. La prima semplicemente non riporta la notizia delle nevicate, mentre il Corriere la relega alla fine della homepage, praticamente introvabile e dispersa tra i video di “You Reporter” in mezzo a perle del calibro de “Il gattino a due facce: come averne due in uno” e “Ecco cosa succede se dai fuoco al tuo nuovo (e costosissimo) I-Phone”. Anche il corrierone, tuttavia, non si fa sfuggire la notizia-scoop sulla buona scuola britannica, con il titolo accattivante di “Sì ai maschi in tutù (…)

A dire il vero un altro quotidiano a tiratura nazionale la notizia la dà: si tratta del Giornale, che lo fa in questi termini: “Sull’Italia piomba Attila (…)”. Uno se lo immagina nelle sembianze di Diego Abatantuono questo Attila, se non fosse che qualche esperto ha deciso di chiamare in questo modo proprio la perturbazione in questione. Tra il disappunto e le ironie dei lettori stessi del Giornale, nei commenti in calce all’articolo…

Attila flagello di Dio

Qualche considerazione

Non ci si abitua facilmente, al tracollo continuo del livello dell’informazione. Personalmente credevo che l’informazione “di servizio”, quella che serve al cittadino comune per evitare di trovarsi in situazioni difficili, trovasse ancora ospitalità sui quotidiani nazionali: un paio di milioni di persone erano alle prese con una nevicata fuori stagione, in alcuni casi piuttosto intensa. Alcune di queste guidavano in autostrada in mezzo alla tormenta, con tutti i rischi del caso. E la gran parte dei quotidiani ha deciso bellamente di ignorare la notizia. Di non informare.

È inevitabile che venga il sospetto che anche la neve sia diventata una pura e semplice scelta editoriale: se non piace si fa sparire, così come si fanno invece comparire un giorno sì e l’altro pure una serie pressoché infinita di scemenze meteo-climatiche, quando queste fanno comodo alla narrativa del “moriremo tutti di caldo”. E che in tempi di COP tedesche di per sè già abbastanza scassate qualcuno abbia ritenuto di stendere un velo pietoso su una nevicata “scomoda”, ci può stare tranquillamente. Anche perché il fatto che se ne sia parlato timidamente solo in serata a evento concluso ricorda quelle tecniche di spin applicate in altri contesti per notizie sgradite alla linea editoriale: come quando un’elezione “va male” e si mettono in prima pagina exit poll più benevoli, per poi affondare la notizia e renderla invisibile in coda a tutte le altre quando escono i risultati finali.

In quanto a desaparecidos dai quotidiani italiani, bisogna dire che la neve è comunque in buona compagnia insieme a tutti quelli che un tempo si chiamavano “grandi temi”: temi nazionali e quindi invisi ad una informazione globalista: occupazione, diritti dei lavoratori, politica economica, politica industriale, politica monetaria, politica estera (ne abbiamo parlato).

Si corre tuttavia il rischio di sopravvalutarla, certa informazione, quando le si attribuisce la capacità di controllare le notizie in modo così orwelliano. Forse sarebbe più corretto parlare solo di cattiva informazione. A rafforzare il sospetto è la presenza di un altro articolo di dubbio valore, in termini di informazione di servizio, comparso proprio sulla Stampa lo stesso giorno. L’articolo in questione è una dichiarazione della meteo-star Luca Mercalli, secondo il quale per ammodernare gli acquedotti è bene tagliare gli incentivi alle coppie che fanno figli. Immagino si riferisca all’obolo di 800 euro per le neo-mamme italiane.

Meno bambini italiani, dunque. Per rendere un servizio ai tubi.

E meno informazione-spazzatura, mi permetto di aggiungere. Per rendere un servizio a tutti gli Italiani.

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

COP23, qualcosa non va

Posted by on 09:32 in Attualità, COP23 | 5 comments

COP23, qualcosa non va

Ieri avevo sottolineato come fosse passato sotto silenzio da parte dei media l’evento della delegazione ufficiale USA alla COP23. Mi sbagliavo. Ieri a tarda ora su “The Guardian” e nella serata di oggi su “Liberation” l’evento è stato commentato con dovizia di particolari. Viste le fonti i commenti non sono affatto lusinghieri, ma conoscendo le posizioni estremamente vicine ai sostenitori dell’origine antropica del cambiamento climatico in atto delle due testate giornalistiche, è piuttosto semplice sfrondare le notizie dalla propaganda che le avviluppa. Molto sguaiato l’articolo del Guardian, più sobrio ed interessante quello di Liberation. L’evento proposto dalla delegazione americana riguardava la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, mediante l’utilizzo di combustibili fossili “puliti”. In apparenza sembrerebbe un ossimoro: definire pulite le fonti energetiche fossili sembra una bestemmia e così è stata interpretata a Bonn. L’evento si proponeva di illustrare le metodologie di sequestro del diossido di carbonio dalle emissioni dei generatori termici alimentati da fonte fossile e del suo immagazzinamento in strati rocciosi profondi, dopo aver utilizzato il gas per migliorare l’estrazione degli idrocarburi ivi conservati. Al tavolo dei relatori sedevano, tra gli altri, anche diversi esponenti delle pericolosissime lobby del carbone e del petrolio.

Le vestali del clima si sono stracciate le vesti ed hanno lanciato anatemi contro i blasfemi che nel sacro recinto della COP23 osavano decantare le lodi di coal-satana e di diavol-oil. E’ come se qualcuno volesse fare propaganda per il tabacco in un summit sul cancro, tuona M. Bloomberg ex sindaco di New York, miliardario e filantropo, impegnato in una generosa campagna di finanziamenti ad organizzazioni che si occupano di lotta al cambiamento climatico ed altrettanto attivo nel business verde. Ugualmente sdegnate le reazioni di molti partecipanti alla Conferenza di Bonn che dopo aver mostrato ribrezzo verso l’atto sacrilego, esortano tutti a seguire l’esempio di J. Brown, governatore della California che solca a grandi falcate i corridoi della COP, osannato da tutti i partecipanti: l’America buona contro quella cattiva.

Raccontano le cronache che durante l’evento oltre la metà dei circa duecento spettatori, hanno intonato una canzone per interrompere la manifestazione. Finito il coro, si sono allontanati dalla sala contestando sonoramente i delegati USA. L’evento si è avviato mestamente verso la conclusione, sembra, senza altri problemi.

Dall’articolo di Liberation apprendiamo alcuni particolari interessanti circa lo stato effettivo dei negoziati. Contrariamente a quanto sembra di capire leggendo gli asettici ed ingarbugliati progetti di risoluzione dei vari organi sussidiari, le cose a Bonn sembra che stiano prendendo una brutta piega. Sin dall’inizio della Conferenza si sapeva che i delegati USA avrebbero partecipato con pari dignità ai lavori di tutti gli organi sussidiari, le cui conclusioni saranno riversate nella risoluzione finale della plenaria della COP. La speranza era che essi non si mettessero di traverso rendendo impossibile giungere alle conclusioni auspicate dalla presidenza della COP23. Le cose non sono andate come si sperava. In alcuni organi sussidiari i delegati americani hanno lasciato fare, ma in altri si sono impegnati duramente per ostacolare decisioni che a loro avviso contrastavano con gli interessi degli USA. Come era facilmente immaginabile, la delegazione USA ha collaborato attivamente con gli altri delegati nelle negoziazioni secondarie, quelle cioè in cui si decide di rinviare ai lavori di altri organi sussidiari o si assumono decisioni che hanno a che vedere con il funzionamento degli organismi che costituiscono UNFCCC, oppure che individuano percorsi virtuosi da perfezionare nelle prossime COP e via cantando. Collaborano, cioè, ai lavori che portano a dichiarazioni di intenti che lasciano il tempo che trovano, che non hanno ricadute immediate sulle economie mondiali o che non vincolano le Parti. Come hanno sempre fatto nel passato, del resto.

Dove le cose si complicano, invece, è negli organi sussidiari che decidono i finanziamenti delle perdite e dei danni causati dal cambiamento climatico antropico e delle misure di adattamento a favore dei Paesi più vulnerabili. Nelle negoziazioni all’interno di tali gruppi di lavoro essi hanno assunto una posizione estremamente rigida che impedisce progressi significativi al negoziato e, tra l’altro, fa molto comodo a tutti i Paesi contributori. Alcune potenze economiche occidentali stanno facendo buon viso a cattivo gioco: nascondendosi dietro l’intransigenza USA, si guardano bene dall’assumere impegni seri e vincolanti in termini di finanziamento ai Paesi vulnerabili ed a quelli in via di sviluppo. Il risultato è che i cordoni delle borse restano ben stretti e di soldi non si vede neanche l’ombra. Ciò che avevo previsto qualche giorno fa, si sta verificando. A parole tutti mostrano ambizione a bizzeffe, ma in pratica tutti vogliono che i soldi ce li metta qualcun altro. E gli Stati Uniti sono un ottimo paravento per tutti. Il giochino non poteva restare nascosto a lungo e, difatti, le ONG che in questo campo hanno antenne molto lunghe, hanno captato il problema e lo stanno rendendo pubblico.

Un esempio di come le cose stanno cambiando, è rappresentato da una proposta dell’Ucraina suggerita, sembra, dagli USA: attribuire ai rappresentanti delle industrie energetiche il compito di monitorare il raggiungimento degli impegni assunti a Parigi. Poiché tra tali soggetti è preponderante la rappresentanza delle industrie che producono energia da fonti fossili, si intuisce e si capisce il malumore che comincia a serpeggiare tra le ONG presenti a Bonn. In effetti, come si dice dalle mie parti è come “affidare le pecore ai lupi”.  🙂

E per concludere un cenno ai comunicati ufficiali che vengono dalla COP23: i gruppi di lavoro hanno elaborato molte ipotesi di conclusioni, ma tutte si riferiscono ad aspetti tecnici secondari dei negoziati. Sugli aspetti importanti e qualificanti della Conferenza, sembra che siamo ancora in alto mare.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Mese di Meteo – Ottobre 2017

Posted by on 13:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 1 comment

Un Mese di Meteo – Ottobre 2017

IL MESE DI OTTOBRE 2017[1]

Elementi più caratteristici del mese sono la scarsità delle precipitazioni, la moderata anomalia positiva delle temperature massime sul Nordovest e l’anomalia negativa delle minime su gran parte dell’area.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra la penisola iberica interessata da un promontorio anticiclonico subtropicale da sud. L’Italia si trova a est di tale struttura di blocco per cui ha subito l’influenza di un flusso di deboli correnti settentrionali che sull’arco alpino occidentale ha assunto carattere favonico, come attesta l’isoipsa di 1545 m con “naso di foehn” a nord dello spartiacque e curvatura ciclonica a sud dello stesso. La carta delle isoanomale (figura 5b) mostra un potente nucleo di anomalia positiva centrato sul golfo di Biscaglia a sbarrare il passo alle perturbazioni atlantiche. L’anomalia positiva si estende all’Italia centro – settentrionale mentre il settore ionico del meridione appare nella norma il che è coerente con le precipitazioni a carattere temporalesco ivi registrate nel corso del mese.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Nel corso del mese di ottobre abbiamo assistito al passaggio sulla nostra area di un totale di 7 perturbazioni (Tabella 1), per lo più attive a mesoscala. Si noti che sono del tutto mancate le grandi saccature atlantiche tipiche del periodo autunnale e talora foriere di eventi alluvionali.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale). 
Giorni del mese Fenomeno
1ottobre Campo livellato sull’intera area
2-3 ottobre Settentrione marginalmente interessato dal flusso perturbato atlantico (perturbazione n. 1) e meridione interessato da una depressione africana con attività temporalesca sparsa che interessa anche la Sardegna il giorno 2 (perturbazione n. 2).
4-5 ottobre Campo di pressioni alte e livellate con tempo stabile e soleggiato su tutta la penisola. Unica eccezione è data dalla Sicilia, interessata da una depressione africana con attività temporalesca sparsa (perturbazione n. 3).
6-7 ottobre Si rafforza l’anticiclone sull’area iberica e le correnti si dispongono più decisamente da nordovest assumendo carattere di foehn sulle regioni nordoccidentali mentre instabilità con attività temporalesca sparsa si registra sulle regioni del Nordest e del Centro Italia (perturbazione n. 4).
8-10 Ottobre Regime da nordovest in attenuazione progressiva.
11 ottobre transito di una debole saccatura responsabile di deboli piogge locali perturbazione n. 5).
12-17 ottobre Promontorio anticiclonico da sudovest con tempo stabile e soleggiato sull’intera area.
18-20 ottobre Un promontorio anticiclonico da sudest impedisce l’accesso alla nostra area a una saccatura atlantica in arrivo da ovest. Da quest’ultima venerdì 20 si isola un minimo di cut-off sulle Baleari che nel suo successivo moto verso sudest interessa la Sicilia (perturbazione n. 6).
21-24 ottobre Deboli piogge locali sul settentrione, interessato da una debole perturbazione atlantica (perturbazione n. 7) che domenica 22 genera un minimo di cut-off sui Balcani il quale influenza il centro-sud fra domenica 22 e martedì 24 con temporali e vento forte mentre nel settentrione si registra un episodio di foehn alpino lunedì 23.
25-26 ottobre Promontorio anticiclonico da sudovest sul settentrione e correnti da settentrione sul centro-sud.
27-30 ottobre Regime di correnti da Nordovest che assumono carattere favonico sul settentrione.
31 ottobre Campo di pressioni alte e livellate sull’intera area italiana.

Andamento termo-pluviometrico

Come dicevamo nel sottotitolo l’elemento più anomalo è stato costituito dalla scarsità di precipitazioni (figura 3), con eccezioni a carattere locale su Puglia, Calabria, Sicilia ionica e Sardegna orientale. Le temperature massime (figura 1) hanno manifestato anomalie positive moderate sul Nordovest per effetto foehn e deboli anomalie positive sulla maggior parte del centro-nord. Le temperature minime (figura 2) sono dal canto loro risultate in prevalenza in anomalia negativa, da debole a moderata.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’anomalia pluviometrica negativa si è distribuita in modo relativamente omogeneo sulle tre decadi (tabella 2) tanto che solo nella prima decade del mese si notano precipitazioni complessivamente nella norma sul meridione.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

Si segnala infine che la carta di anomalia termica globale prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville non è al momento disponibile. Preghiamo pertanto i lettori di consultare il sito http://nsstc.uah.edu/climate/ per poterla consultare non appena sarà prodotta.

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Translate »