Aspetti Tecnologici

Teoria AGW e modelli previsionali

Uno dei pilastri della teoria dell’Anthropogenic global warming è costituito dalla simulazione delle temperature future basate su modelli matematici, soprattutto i modelli di tipo GCM, e che sono divulgate attraverso i report dell’IPCC.

Tali previsioni si sono rivelate fin qui molto deboli essendo risultate affette da rilevanti sovrastime. Più in particolare se si confrontano le previsioni al 2012 con i dati osservativi raccolti dal dataset globale GISS – Nasa, la sovrastima è del 53% per le previsioni del report IPCC del 1990  e si riduce al 9% per quelle del report IPCC del 1995 per poi risalire al 20% nei report IPCC del 2002 e del 2007 (Pielke, 2008; Pielke, 2013). Le cause di tali sovrastime sono state analizzate e discusse da Fyfe et al (2013).

Si ravvisa inoltre l’opportunità che nei modelli GCM si introduca l’effetto iride adattivo (Lindsen et al., 2001) come feedback negativo in grado di diminuire l’elevata sensitività dei modelli stessi, secondo quanto evidenziato da Mauritzen e Stevens i quali operando sul modello ECHAM4 hanno evidenziato la maggiore efficacia di un GCM in cui tale meccanismo è stato inserito.

Stato delle reti osservative

Se il monitoraggio da satellite viene progressivamente potenziato, lo stato delle reti osservative al suolo è preoccupante in quanto molte stazioni tendono a ricadere in aree influenzate dall’effetto delle isole di calore urbano e inoltre vaste aree del pianeta sono tutt’ora non monitorate. Un esempio lampante di quest’ultimo fenomeno è offerto da un’area del Sahel con superficie di 4 milioni di km2 (oltre 13 volte l’Italia)  in riferimento alla quale Dai et al. scrissero nel 2003 per l’International Journal of Climatology un articolo scientifico dedicato alla siccità. In tale area nel 2003 risultavano operative solo 35 stazioni pluviometriche contro le 102 del 1991 e le 188 del 1971. In proposito si noti che con i dati di sole 35 stazioni è difficile descrivere la pluviometria di una delle regioni italiane, altro che quella di un’area così vasta come quella indagata. Questo per inciso la dice lunga anche sull’attenzione che la comunità internazionale sta in realtà dedicando a tali problemi.

Importante sarebbe allora che sul modello della rete di boe ARGO con le quali si misurano la temperatura e lo stato energetico degli oceani, si potesse realizzare una rete di stazioni al suolo omogenea ed estesa all’intero pianeta. Ciò richiederebbe uno sforzo internazionale che sarebbe sicuramente ripagato dal guadagno in termini di conoscenza che se ne avrebbe.

Il Climate Change entra nel pallone

Posted by on 07:50 in Ambiente, Attualità | 6 comments

Il Climate Change entra nel pallone

Argomento spinoso quello di oggi, molto più delle solite diatribe in materia di clima e affini. Argomento che, almeno con riferimento a chi vive nella capitale e nei suoi dintorni, suscita facilmente reazioni di pancia. Ben lontani dai tempi del Bernini, che pure per la realizzazione della cupola di San Pietro deve aver avuto i suoi problemi, in città da mesi non si parla d’altro che dello stadio della Roma. Forse ora che pare sia stata raggiunta una parvenza di accordo, parlarne sarà un po’ meno pericoloso, ma ci credo poco.

Tuttavia, senza pretendere di possedere gli strumenti per valutare gli innumerevoli aspetti di natura economica, sociale, culturale etc etc, penso sia cosa di un certo interesse mettere a disposizione dei lettori un comunicato stampa fatto dalla SIGEA, Società Italiana di Geologia Ambientale. Un documento in cui si affronta il tema della conformazione geologica dell’area designata per l’opera, mettendo in risalto le problematiche idrogeologiche di quella che, a tutti gli effetti, è un’ansa del Tevere, ovvero un’area il cui aspetto è stato, è e sarà inevitabilmente legato a doppio filo con le dinamiche del fiume, quindi con il regime precipitativo, quindi, più in generale, con gli eventi atmosferici e le tendenze climatiche.

Il giudizio non è proprio positivo, anzi, direi decisamente negativo, sebbene siano individuate alcune necessarie caratteristiche che l’opera dovrebbe avere per essere realizzata con un certo livello di sicurezza. Non possiedo gli strumenti conoscitivi per valutare la questione, per cui lascio volentieri alla folta comunità di esperti di questo settore che ci fanno l’onore di frequentare le nostre pagine ogni genere di commento. E’ ben difficile tuttavia non pensare che intraprendere un cammino come quello prospettato rischia di veder realizzata una sagra delle varianti al progetto piuttosto che l’opera stessa, con tutto quello che questo comporta…ma questa è un’altra storia.

Prima di lasciarvi al documento, vorrei però metterne in risalto poche righe con le quali anche gli amici geologi, solitamente prudenti nell’affrontare i temi climatici, non hanno saputo resistere alla tentazione di salire sul carro del clima che cambia:

[…] Si tratta di valutare quando avverrà il cambiamento di percorso del fiume, tenendo presente i cambiamenti climatici in atto che tendono a far sì che la velocità del cambiamento è aumentata rispetto alle previsioni di alcuni decenni or sono. […]

Come al solito, si tratta di un inchino al pensiero dominante privo di riscontri oggettivi, a meno che non si disponga di informazioni scientificamente robuste che spieghino di quale cambiamento si tratti e di come la sua velocità sia aumentata. Se il riferimento è agli eventi precipitativi estremi, non risulta ci siano lavori solidi che corroborino questa affermazione. Anche su questo, magari, qualche lettore saprà darci qualche informazione in più.

Ciò detto, questo è il testo: L’ansia per uno stadio nell’ansa di un fiume: il caso di Tor di valle a Roma. La pericolosità idrogeologica deve rientrare tra le scelte strategiche di un Paese fragile.

Buona lettura

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Le Previsioni di CM – 27 Febbraio / 5 Marzo

Posted by on 07:00 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 0 comments

Le Previsioni di CM – 27 Febbraio / 5 Marzo

Questa rubrica è curata da Flavio________________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Come anticipato la scorsa settimana il fronte polare si è abbassato di latitudine e i sistemi perturbati atlantici avanzano indisturbati in direzione delle isole britanniche e dell’Europa centrale. Complice l’azione di blocco di un anticiclone artico che si estende fino alle Svalbard e alla Groenlandia, un’ondulazione atlantica riesce a spingersi ulteriormente verso latitudini più meridionali, coinvolgendo nella sua azione anche le regioni settentrionali italiane. Le regioni ioniche italiane sono state interessate da nuvolosità e fenomeni residui legati all’azione di un vortice in veloce transito verso il Golfo della Sirte.

Poco altro da segnalare a livello emisferico, con le alte pressioni che dominano in seno al flusso secondario, e il vortice polare molto attivo sul comparto canadese, dove le temperature continuano a mantenersi molto basse, diffusamente inferiori ai -40 °C sull’arcipelago artico.

Fig.1: GFS, Lunedì 27 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Poche novità nel corso della settimana, con l’anticiclone termico groenlandese a persistere nella sua azione di blocco, e il flusso principale che sarà costretto ad aggirarlo con la conseguente formazione di ondulazioni che dal vicino Atlantico tenderanno ad avanzare verso l’Europa centrale, coinvolgendo marginalmente nella loro azione anche le regioni italiane.

Sul finire della settimana è probabile un peggioramento più incisivo delle condizioni atmosferiche sul Mediterraneo per l’ingresso più franco delle correnti atlantiche con associato richiamo di aria molto umida e instabile dai quadranti meridionali precipitazioni associate, anche abbondanti o di forte intensità (Fig.2).

Fig.2: GFS, Sabato 4 Marzo 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì al Nord e sull’alta Toscana nuvolosità in aumento a partire da ovest associata a precipitazioni sparse dal pomeriggio, prevalentemente di debole intensità. Sulle regioni centrali da poco nuvoloso a parzialmente nuvoloso. Al Sud nuvolosità residua associata a piogge e rovesci sui versanti ionici di Sicilia e Calabria, in rapido miglioramento. Sereno o poco nuvoloso altrove, con aumento della nuvolosità stratiforme in serata a partire dalle regioni meridionali tirreniche. Temperature generalmente stazionarie. Venti deboli, tendenti a disporsi dai quadranti meridionali su Mar Ligure e alto Tirreno.

Martedì molto nuvoloso o coperto al Nord, con precipitazioni diffuse a nord del Po, e più isolat e deboli altrove. Fenomeni più intensi su Alpi e Prealpi, con precipitazioni persistenti e localmente abbondanti, nevose al di sopra dei 1300-1500 metri con quota neve in progressivo abbassamento. Da nuvoloso a molto nuvoloso sulle regioni centrali con precipitazioni sparse su Umbria e Toscana e fenomeni deboli e prevalentemente isolati sulle altre regioni centrali. Nevicate a quote mediamente superiori ai 1500 metri. Al Sud da poco nuvoloso a parzialmente nuvoloso con qualche sporadica precipitazione in serata sulla Campania. Temperature in diminuzione le massime al Centro-Nord. In sensibile diminuzione sulle Alpi in serata. Venti ovunque di libeccio, sostenuti.

Mercoledì generale miglioramento su tutte le regioni con le ultime precipitazioni che abbandonano le estreme regioni meridionali in mattinata. Transito di nuvolosità alta e sottile in veloce spostamento dalle regioni centro-settentrionali verso il Meridione nella seconda parte della giornata, senza fenomeni di rilievo. Temperature in lieve diminuzione. Venti di ponente, generalmente sostenuti, specie sul Tirreno settentrionale.

Giovedì generali condizioni di stabilità con cieli parzialmente nuvolosi sulle regioni peninsulari e ampie schiarite sulle isole maggiori. Temperature in lieve aumento. Venti deboli con residui rinforzi di libeccio su alto Tirreno e Mar Ligure.

Venerdì nuvolosità in rapido aumento a partire dalle regioni di Nord-ovest, con precipitazioni deboli e prevalentemente limitate alle zone alpine, nevose a quote medie. Schiarite più ampie su Romagna e basso Veneto. Sulle regioni centrali e meridionali iniziali condizioni di cielo poco o parzialmente nuvoloso, con aumento della nuvolosità in serata sull’alto Tirreno. Temperature in diminuzione le massime al Nord. Venti ovunque dai quadranti meridionali.

Sabato peggiora al Nord-Ovest con precipitazioni sparse in progressiva intensificazione ed estensione verso levante. Nevicate sulle Alpi mediamente al di sopra dei 1500 metri. In attesa le rimanenti regioni, con cieli poco o parzialmente nuvolosi e schiarite più ampie sulle regioni sud-orientali. Temperature in lieve aumento sulle regioni meridionali. Venti ovunque meridionali in intensificazione.

Domenica peggiora ulteriormente al Nord con precipitazioni diffuse e abbondanti e nevicate sull’arco alpino al di sopra dei 1500 metri. Peggiora anche sulle regioni centrali con precipitazioni a partire dalla Toscana in progressiva estensione alle altre regioni. Sud ancora in attesa. Temperature in diminuzione al Nord e al Centro. Venti ovunque sostenuti dai quadranti meridionali.

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CO2, numeri impossibili… O forse no?

Posted by on 18:29 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 1 comment

CO2, numeri impossibili… O forse no?

Vengo a conoscenza tramite Twitter di un paper di recentissima pubblicazione su Global and Planetary Change:

In pratica si tratta di una revisione sostanziale del ciclo del carbonio, attraverso la quale l’autore (singolo) giunge a due conclusioni piuttosto sorprendenti per quanto si allontatano dal paradigma cui siamo abituati su questo argomento.

Numeri a parte, che vedremo brevemente tra poco, l’innovazione più significativa nell’approccio alla definizione dellle dinamiche che regolano i ruoli dei fattori sorgente e assorbente delle emissioni, è quella di considerarli dipendenti dalla temperatura, quindi tutt’altro che stabili nel tempo, con la capacità del sistema di “gestire” l’assorbimento che varia al variare della temperatura. Una instabilità o, se credete, una predisposizione al cambiamento, di cui in larga misura non si tiene conto nei lavori che sono alla base delle assunzioni dell’IPCC, focalizzate essenzialmente sulle fonti di emissione antropica.

Di qui le differenze sostanziali. Il consenso scientifico, per come è espresso dall’IPCC, infatti, assume che la CO2 originata dalle emissioni antropiche avvenute dall’inizio dell’era industriale e fino al 2100, resterà in atmosfera per più di mille anni e che la sua rimozione totale richiederà alcune centinaia di migliaia di anni. Tenendo conto delle modifiche cui sarebbe soggetto il ciclo del carbonio al variare della temperatura, l’autore asserisce che, alle condizioni attuali di temperatura e concentrazione di CO2, la percentuale di anidride carbonica attribuibile alle emissioni antropiche che è ancora in atmosfera sarebbe di 17 ppmv sul totale di 390 ppmv, con le rimamenti 373 ppmv da assegnare quindi alle fonti naturali. Questo relega il contributo antropico all’attuale concentrazione di CO2 al 4,3% del totale, e il contributo all’aumento occorso dal 1750 ad oggi al 15%.

Da notare, come scrive lo stesso autore e come asserisce la letteratura utilizzata dall’IPCC, che comunque è noto che le fonti naturali contribuiscono al 95% al ciclo del carbonio, per cui pensare che le loro dinamiche siano ininfluenti è quanto meno riduttivo.

Il paper è a questo link, benché ovviamente a pagamento, ma su questa pagina ce n’è un estratto abbastanza lungo.

Buona lettura.

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Per favore no

Posted by on 07:00 in Attualità | 9 comments

Per favore no

Giro serale su Twitter, appare una lettera aperta scritta al presidente Trump da Richard Lindzen, cui pare si siano associati molti altri scienziati. L’intenzione è quella di richiamare il comandante in capo a mantenere le promesse elettorali in materia di clima, ossia di dar luogo ad una netta inversione di tendenza dell’atteggiamento degli USA nei negoziati climatici, ponendo fine all’emanazione di regole per la riduzione delle emissioni di CO2. Punto. Allegata alla lettera, una petizione per il ritiro degli USA dall’UNFCCC.

Il motivo è disarmante nella sua semplicità: la CO2 non è un inquinante.

Qui però, finisce l’apprezzamento per questa iniziativa.

Primo problema. Il sostegno alla lettera è un ‘consenso’, concetto che con riferimento al clima e, più in generale alla scienza, in questi ultimi anni abbiamo sempre stigmatizzato. Bene ha fatto Lindzen a firmarla da solo. Male hanno fatto tutti gli altri a unirsi all’iniziativa. Al declino – se reale – di un ingiustificato consenso, non deve succederne un altro.

Secondo problema. Che il disastro climatico non sia scientificamente robusto è un dato di fatto, ma sostenere accanto a questo che che le policy climatiche rechino molto più danno che guadagno, è uno sconfinamento in un ambito che con lo studio del clima non ha nulla a che vedere. L’opinione è condivisibile, ma questo non la rende scientificamente più robusta,  né aggiunge o toglie nulla a quel che sappiamo sul clima.

Quindi, considerazione finale. Lindzen è una persona seria, ma se anche gli scienziati ragionevoli (in termini scientifici) si mettono a fare attivismo politico siamo punto e a capo. Il mondo sarà pure andato sempre così, ma non è bello, nè utile. E il fatto che la si possa pensare come loro non lo rende più bello o più utile. Altrimenti si torna – ammesso che si sia cominciato a uscirne – nel confirmation bias, cioè nel cercare conferme al proprio condizionamento ideologico  – dal quale nessuno è immune – nelle idee di quelli che la pensano come noi.

E, di condizionamento, ne abbiamo subito già abbastanza.

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Palme, Banani e il Clima di Milano

Posted by on 13:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 3 comments

Palme, Banani e il Clima di Milano

Nessuno di noi può sfuggire in questi giorni  al tormentone dei media su palme e banani piantumati in Piazza Duomo a Milano. In questa sede mi asterrò da ogni commento sull’opportunità in termini estetici di una tale scelta e chiederei ai lettori la cortesia di fare altrettanto, alla luce del fatto che “de gustibus non est disputandum”.

Vedrò invece di analizzare in modo molto sintetico il tema della “compatibilità” di banani e palme con il clima di Milano, che un clima Cfa di Koeppen.

Anzitutto il banano (Musa spp.), pur senza quasi mai fruttificare, sopravvive senza grandi problemi nella città di Milano in quanto, anche se i suoi fusti venissero uccisi dal gelo, si salverebbe comunque il rizoma, il quale essendo interrato è protetto dal gelo e produrrà nuovi germogli la primavera successiva.

Venendo poi alla palma piantata in Piazza del Duomo, non si tratta di una palma tropicale ma una palma delle medie latitudini e cioè della palma giapponese o se preferite cinese (Trachycarpus fortunei (Hook.) H.Wendl) che ha un’ottima resistenza al gelo come dimostra il fatto che fa bella mostra di sé nel Nord Italia e nella stessa Milano da oltre un secolo (fu infatti uno dei cavalli di battaglia del liberty a inizio novecento). Per inciso ricordo che un filare di queste palme si trova da decenni in via Ponzio nel lato posteriore del Politecnico di Milano  e non mi pare che tali piante abbiano mai avuto problemi di sopravvivenza neppure nel terribile gennaio 1985. Altra cosa sarebbe piantare palme tropicali come la palma da datteri (Phoenix dactylifera L.) che è del tutto incompatibile con il clima milanese perché sensibilissima al gelo.

Si tenga peraltro conto che le specie succitate beneficiano in ogni caso dell’isola di calore che in pieno centro e in condizioni di cielo sereno con tempo stabile aumenta mediamente di 3-4°C le temperature minime rispetto a quelle delle zone rurali circostanti la città, riducendo così sensibilmente la probabilità di gelate.

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Caos nel Sistema Solare!

Posted by on 07:00 in Attualità, Sole | 5 comments

Caos nel Sistema Solare!

Calma, non è del prossimo armageddon che stiamo parlando, né si vuole cavalcare l’onda emozionale della rivelazione fatta dalla NASA appena un paio di giorni fa circa l’esistenza di un sistema solare ad “appena” 39 anni luce di distanza dal nostro attorno alla cui stella orbitano sette pianeti di cui tre potrebbero avere, per distanza dalla loro fonte di energia, caratteristiche assimilabili a quello che noi chiamiamo “abitabile”.

Si parla piuttosto di uun paper uscito su Nature in cui, attraverso l’analisi di rocce sedimentarie databili a 90 milioni di anni fa, si ricostruisce la relazione tra clima e forzante astronomica, confermando quella che sin qui era più che altro un’intuizione, e cioè che le variazioni dell’orbita dei pianeti che girano attorno al Sole possano avere una componente caotica dovuta a piccole interazioni tra i pianeti stessi.

Con le conferme che gli autori di questo studio portano alla teoria, si spera di riuscire a inquadrare con più accuratezza le variazioni climatiche a scala geologica in funzione delle variazioni orbitali.

D’accordo che la scala temporale è decisamente fuori la portata anche della più fervida immaginazione, ma se davvero anche il sistema solare obbedisce alle leggi del caos, in cui piccolissime variazioni dello stato iniziale portano ad infinite soluzioni per lo stato finale siamo a cavallo…Praticamente fa come gli pare…

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Il Carbone è il nemico, usiamo il Carbone

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità, Energia | 6 comments

Il Carbone è il nemico, usiamo il Carbone

Questa notizia, se non fosse paradossale, sarebbe davvero divertente. Come in moltissimi (quasi tutti) settori di applicazione, anche in campo climatico gli Stati Uniti sono davanti a tutti. Nella ticerca, negli investimenti, nella modellistica, nelle pubblicazioni…e, naturalmente, anche soprattutto in prima linea nella lotta al nemico pubblico numero uno, il riscaldamento globale e i suoi derivati. I più famosi e impegnati scienziattivisti climatici – nuova specie sviluppatasi con lo specifico scopo di salvare il pianeta – sono americani. Negli USA e dagli USA sono gestiti tre dei dataset della temperatura globale più utilizzati, con uno di questi, quello del GHCN, che è praticamente la base di tutti gli altri.

Per gestire tutti questi dati e per far girare modelli di simulazione climatica capaci di arrivare fino all’anno 3000 e oltre (con il nobile scopo di dare a tutti un’idea di cosa indossare in quei giorni se dovesse capitare di fare una gita), c’è bisogno di una spropositata capacità di calcolo, che ovviamente non basta mai.

E così, qualche anno fa, l’NCAR (National Center for Atmospheric Research), famoso istituto di ricerca con sede in Colorado, decise, chiese ed ottenne di dotarsi di un nuovo mega computer. Un’occasione unica, inoltre, per perseguire lo sviluppo economico della località che sarebbe stata scelta per la realizzazione. Tutto bello, tutto giusto, tutto invidiabile.

Solo che, quando sono andati a spingere il tasto “on”, si sono accorti che il mega computer non era nello stato del Colorado, ma in quello del Wyoming. Che strano, perché gli amministratori del Colorado avrebbero dovuto rinunciare alla visibilità ed alle fantastiche opportunità di un’occasione del genere? Molto semplice, come tutti i mega computer, anche questo, sebbene nuovo di zecca ed altamente efficiente, ha bisogno di un sacco di energia per funzionare, dove per un sacco si intendono 8 MW, di cui 4-5 per il calcolo e 3-4 per il raffreddamento. In Wyoming l’elettricità costa molto ma molto meno che in Colorado, quindi, da un punto di vista economico, la scelta era quasi obbligata, pena rendere l’operazione insostenibile. E perché costa poco l’energia in quello stato? Ancora più semplice, perché è prodotta per il 95% del fabbisogno con il carbone, di cui lo stato e ricchissimo, al punto da gestire una delle più grandi e produttive miniere della nazione. Un posto da dove si vende carbone a tutto il mondo.

Dunque, l’equazione è questa. L’uso dei combustibili fossili ammazza il pianeta; per sapere se è vero, cosa questo potrebbe comportare e come porvi rimedio, si studia il problema consumando più energia dove costa meno perché prodotta con i combustibili fossili. Con i risultati di questo impegno si consiglia a tutti di smettere di usare i combustibili fossili per pagare di più l’energia.

Elementare no?

PS: trovate tutto qui. Il mega computer comunque si chiama Cheyenne…gli americani non si battono…

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L’onere della prova

Posted by on 07:00 in Attualità | 5 comments

L’onere della prova

Strano, questa mattina pensavo di aver letto un titolo ANSA normale. Ve lo ripropongo: “Esperti, per definire clima ‘pazzo’ sono necessarie misure più precise”. Diavolo, ho pensato, vuoi vedere che per una volta riuscirò ad arrivare in fondo all’agenzia? Per carità, anche l’incipit non è che mettesse proprio voglia di continuare:

Dalle nevicate record sugli Appennini alla quasi scomparsa dei ghiacciai sulle Alpi il clima è in rapida evoluzione ma servono strumenti per misurarne i cambiamenti in modo preciso…

Nonostante questo ho tentato ma… Niente da fare, stop a metà…Perché?

L’argomento è quello della certezza della misura dei parametri atmosferici, dove per certezza si intende il massimo grado di affidabilità, continuità e robustezza raggiungibile delle osservazioni, al fine di disporre di una serie che, nel tempo, proprio in ragione di queste caratteristiche consenta delle analisi scientificamente altrettanto robuste.

Nel 2011, è nato un progetto finanziato dalla Comunità Europea che si chiama MeteoMet, con il fine di raccordare la Metrologia con la Meteorologia, ossia, la misura con le dinamiche dei parametri misurati. Per l’Italia, oltre ad alcuni operatori commerciali e qualche associazione, partecipano anche il CNR e l’INRiM, Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica.

E’ proprio il ricercatore che a quanto pare cura la partecipazione dell’Istituto al progetto ad ispirare il lancio di cui sopra e, in occasione di un incontro che sta avendo luogo a Torino per ”mettere a confronto gli esperti di misure con gli esperti di clima”, si focalizza l’attenzione sul clima di alta montagna, sottolineando che:

…per evitare di dare adito a chi si appella alla scarsa validità delle misure per esprimere ancora dubbi sui cambiamenti climatici in atto è necessario avere misure più precise.

Ah, ecco, essendo noto a tutti che il clima cambia e cambia male, la misura precisa serve per zittire chi invece sostiene che cambia sì, ma come sempre e, principalmente, anche per i fatti suoi. Mi vengono in mente un paio di cose al riguardo:

  1. Non si tratta di appellarsi, si tratta di prendere atto che né la misura, né i dati disponibili, specie se non correlati da adeguato livello di incertezza, consentono di fugare i legittimi dubbi sull’eccezionalità delle dinamiche del clima, siano esse passate o attuali. Forse non tutti sanno che la misura della temperatura, quindi la sua stima a livello globale, è approssimata al centesimo di grado per calcolo, ma è misurata al decimo nella realtà. Ogni differenza inferiore al decimo è quindi insignificante ai fini statistici in quanto non verificabile.
  2. Se si riconosce che ci sia bisogno di dati più precisi, vuol dire che quelli disponibili non sono buoni né per aver dubbi, né per avere certezze. Ergo non si capisce le certezze da dove vengano.

Quindi, l’onere della prova non solo è rovesciato, una tesi va innanzi tutto dimostrata, non la si può affermare e poi chiedere a chi non la sostiene di fornire la prova del contrario, ma non esiste proprio, visto che i dati non sono buoni.

Che fatica…

NB: nella foto in testa al post un fulgido esempio di misura secondo gli standard internazionali 😉

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L’Altalena del Clima nell’Era Glaciale – Eventi, Meccanismi e Conseguenze Storiche

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 8 comments

L’Altalena del Clima nell’Era Glaciale – Eventi, Meccanismi e Conseguenze Storiche

Riassunto

Partendo dal ricco materiale presentato nella review a firma Javier, apparsa alcuni giorni or sono sul sito di Judith Curry, parleremo degli eventi di Dansgaard-Oeschger (D-O) e degli eventi di Heinrich (H) discorrendo in particolare delle possibili cause e degli effetti sugli ecosistemi e sulle popolazioni umane che vissero in Eurasia alle medie latitudini durante l’ultima era glaciale.

Abstract

Starting from the wide review of Javier issued a few days ago on the web site of Judith Curry (https://judithcurry.com/2017/02/17/nature-unbound-ii-the-dansgaard-oeschger-cycle/ ), we talk about the Dansgaard-Oeschger events (D-O) and the Heinrich events (H) discussing in particular the causes and the effects on the ecosystems and human / hominid populations living in Eurasia at mid latitudes during the Wurm glaciation.

LA SCOPERTA DEGLI EVENTI D-O E DEGLI EVENTI H

Gli eventi di Dansgaard-Oeschger (di qui in avanti indicati come eventi D-O) sono eventi climatici il cui elemento più caratteristico è un forte ed improvviso aumento delle temperature dell’aria in Artico, per cui possono essere fatti ricadere nella categoria degli “abrupt climate changes”. La scoperta di tali eventi nella glaciazione di Wurm si deve a Willi Dansgaard, il quale li mise in evidenza nel 1972 studiando la composizione isotopica di una carota glaciale prelevata a Camp Century in Groenlandia. Circa 20 anni dopo, Hans Oeschger segnalò che gli eventi D-O erano accompagnati da un brusco aumento dei livelli di CO2 (Stauffer et al., 1984), aumento poi destituito di fondamento e attribuito ad una contaminazione chimica in quanto non trova alcun riscontro nelle carote glaciali antartiche (Javier, 2017).

Gli eventi di Heinrich (di qui in avanti eventi H) sono invece eventi il cui aspetto più caratteristico è la sensibile diminuzione delle temperature dell’aria in Artide e che sono così chiamati perché descritti per la prima volta dal geologo marino Hartmut Heinrich (Heinrich, H., 1988), il quale mise in luce sul fondale oceanico del Nord Atlantico la presenza di sedimenti trasportati da Iceberg staccatisi dai margini marini delle calotte glaciali nella parte finale di tali fasi fredde.

CARATTERISTICHE DEGLI EVENTI D-O E DEGLI EVENTI H

La glaciazione di Wurm si è caratterizzata per l’elevatissima variabilità del clima (figure 1, 7, 8) , con l’alternarsi di fasi calde e fredde rispettivamente note come stadiali e interstadiali. In tale contesto gli eventi D-O e gli eventi H spiccano per la loro intensità, pur non essendo in alcun modo da considerare come gli unici cambiamenti climatici avvenuti in epoca glaciale.

Gli eventi H presentano una periodicità di circa 6000 anni e la loro cronologia è riportata in tabella 1 (Hemming, 2004). Al loro culmine tali eventi determinano la discesa del ghiaccio artico marino in inverno fino a latitudini inferiori ai 45° Nord e alla loro conclusione si manifesta il distacco dalle calotte glaciali boreali di quelle flotte di Icebergs di cui per l’appunto trovò traccia Hartmut Heinrich nei sedimenti marini.

 

Figura 1 – Andamento termico del GRIP core del plateau groenlandese durante la glaciazione di Wurm con indicati 21 eventi D-O (Ganopolski A., Rahmstorf S., 2001).

Tabella 1 – I sette eventi di Heinrich della glaciazione di Wurm. Sono indicate le datazioni dei sedimenti glaciali marini che segnano la chiusura degli eventi (Hemming, 2004).

Evento H6 H5 H4 H3 H2 H1 H0
Migliaia di anni da oggi 60 45 38 31 24 16.8 12

Circa gli eventi D-O si deve anzitutto segnalare che nella glaciazione di Wurm se ne sono registrati  un totale di oltre 20 (figura 1) e che la loro periodicità in anni è di 1470 +/- 8%, che diviene +/- 2% negli eventi più recenti e meglio datati (Rahmstorf,  2003). L’interesse per tali eventi si lega alla loro inusitata potenza: secondo i proxy data del plateau groenlandese le temperature medie annue salgono di circa 8-10°C nell’arco di alcuni decenni e dunque su intervalli di tempo compatibili con la vita umana (figura 2). Come termine di confronto si consideri che l’attuale AGW si caratterizza per un aumento delle temperature in 150 anni che è stato di 0.85°C per le temperature globali e di 1.3°C per quelle europee.

Figura 2 – Andamento termico dei 10 eventi D-O più recenti per il GRIP core del plateau groenlandese (Ganopolski A., Rahmstorf S., 2001).

L’ALTALENA BIPOLARE

Inizialmente gli eventi D-O furono considerati come fenomeni locali, per essere poi elevati al rango di  fenomeni globali dopo averne riscontrato traccia in ambedue gli emisferi (figure 3 e 4), con l’emisfero australe soggetto a una caratteristica opposizione di fase a livello termico rispetto a quello boreale. Infatti le carote glaciali artiche e antartiche mostrano che:

  • il brusco riscaldamento in Groenlandia causato dagli eventi D-O è seguito dall’insorgere di un raffreddamento antartico che si innesca mediamente con un ritardo di 218 ± 92 anni (2σ)
  • il raffreddamento in Groenlandia è seguito dall’insorgere di un riscaldamento in Antartide che si innesca mediamente con un ritardo di 208 ± 96 anni e che è più intenso se la fase fredda di D-O coincide con un evento H (figura 5).

Tutto ciò porta a pensare che si sia di fronte ad una connessione di tipo oceanico fra emisfero Sud e Nord fondata sull’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), che è il principale ramo della grande circolazione  termoalina, componente essenziale del sistema climatico. AMOC è caratterizzata da una corrente propria degli strati superiori dell’Atlantico (prime centinaia di metri di profondità) e che trasporta verso Nord acqua calda e ricca di sale[1] e da una corrente profonda (North Atlantic Deep Water – NADW) che trasporta verso sud acqua fredda. Questo sistema circolatorio oceanico trasporta enormi quantità di calore dall’Emisfero australe e dai tropici verso il Nord Atlantico, dove l’acqua calda risale in superficie trasferendo calore all’atmosfera e raffreddandosi al punto di  sprofondare, innescando così la corrente profonda verso sud. Per lo sprofondamento è essenziale che l’acqua si sufficientemente fredda e sufficientemente ricca di sale, per cui una diluizione dovuta allo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe almeno in teoria interromperla.

Il legame fra eventi D-O e AMOC è stato recentemente riassunto in uno schema meccanicistico noto come bipolar seesaw (altalena bipolare, nel senso che coinvolge i due poli) (WAIS Divide Project Members, 2015).

Figura 3 – Effetti globali degli eventi D-O. Il riscaldamento in Groenlandia coincide (punti rossi) con clima caldo umido in Europa, temperature marine superficiali più alte nel Mediterraneo occidentale, aumento delle precipitazioni sulla costa venezuelana, intensificazione del monsone estivo nell’Oceano indiano, aridità nella parte sud-ovest del Nord America e nel Sudest Asiatico, i cambiamenti di ventilazione oceanica in California, aumento della temperatura del mare e della produttività nel mare Arabico. Il riscaldamento in Groenlandia coincide poi (punti blu) con raffreddamento in Antartide e nei mari circumpolari antartici, ove si evidenzia una caratteristica opposizione di fase. I punti gialli indicano le zone in cui le prove sono state reperite solo per il Dryas recente (Y.D.). (W. Broecker. 1999, aggiornato da Javier, 2017).

Figura 4 – Variazioni di temperatura (A) e di precipitazione (B) nelle transizioni stadiale-interstadiale di Wurm stimate con modelli (Menviel, et al. Il 2014).

Figura 5 – Andamento termico idealizzato degli eventi D-O in Artide e Antartide (vn Ommen, 2015 – modificato da Javier, 2017).

COME FUNZIONA L’ALTALENA

Secondo i dati disponibili e utilizzando lo schema prodotto da Javier (2017), proviamo a delineare un interno ciclo D-O partendo dallo stadiale freddo nel momento in cui l’Antartide inizia a riscaldasi (altalena bipolare impostata in modo tale da riscaldare l’Antartide e raffreddare l’Artide). In tale momento AMOC è indebolita e trasferisce poco calore verso il Nord Atlantico, il quale pertanto vede la copertura glaciale espandersi in modo massiccio.

L’aumento delle temperature antartiche accresce il gradiente termico fra i due poli, per cui AMOC si intensifica gradualmente, accrescendo la quantità di acqua calda trasmessa verso Nord. L’acqua calda produce rilascio di iceberg dalle calotte glaciali con la formazione di sedimenti oceanici tipica della fase finale degli eventi H e tuttavia non riesce a scaldare le alte latitudini perché invece di cedere calore all’atmosfera si immerge sotto il mare ghiacciato dove viene stratificata e isolata dall’Aloclino. Tuttavia ogni 1470 (± 120) anni le acque calde emergono in superficie e bruscamente iniziano a riscaldare l’atmosfera, dando così l’avvio all’interstadiale artico. Questo brusco riscaldamento inverte l’altalena bipolare tant’è che dopo circa 218 anni la regione antartica inizia a raffreddarsi. Infatti, una volta emerse in superficie in area artica, le acque calde si raffreddano ed affondano, alimentando la corrente di ritorno fredda. In tale fase le alte latitudini settentrionali iniziano a raffreddarsi aumentando l’estensione del ghiaccio marino e ripristinando così l’aloclino. Pertanto le acque calde in arrivo da sud sono di nuovo isolate rispetto all’atmosfera e la temperatura dell’aria scende fino a porre fine all’interstadiale. Infine il forte raffreddamento del nuovo stadiale ribalta l’altalena bipolare riavviando il ciclo.

In tale schema la chiave di volta è la salita in superficie delle  acque calde che ha luogo ogni 1470 anni. Sul motivo di tale salita si brancola tuttora nel buio e Javier avanza un’ipotesi di tipo mareale e dunque legata a un’interazione del nostro pianeta con Luna e Sole, anche se l’autore si rende perfettamente conto che non vi sono al momento prove a favore della stessa, tanto che la definisce “unsupported hypothesis”. Al riguardo la figura 6 illustra il forcing luni-solare dal 1600 ad oggi così come presentato in un lavoro di Keeling[2] e Wholf del 2000. Lo stesso Keeling negli ultimi anni della sua vita si interessò di effetti mareali sul clima e ciò spiega il suo lavoro con Wholf.

Figura 6 – Forcing luni-solare dal 1600 ad oggi. Ogni evento, indicato da una linea verticale, dà una misura del forcing in termini di velocità angolare della Luna al momento dell’evento. Gli Archi collegano gli eventi prominenti nelle sequenze mareali di 18.03 anni. I massimi secolari sono etichettati con lettere. Infine sono tracciati i principali periodi climatici freddi (Keeling and Wholf, 2000).

EFFETTI ECOLOGICI E STORICI

A livello ecologico occorre evidenziare che gli eventi D-O non sono accompagnati da particolari innalzamenti dei livelli di CO2 atmosferica, il che non è certo favorevole all’espansione dei vegetali che sono alla base delle catene alimentari. Favorevoli a tale espansione si rivelano invece le temperature più miti e le piovosità più elevate alle latitudini medio-basse (figura 4) proprie degli interstadiali D-O. Alla temperatura mite e all’elevata piovosità si lega anche il sensibile aumento dei livelli di metano (CH4) caratterizzato da bassi tenori in deuterio. La povertà in deuterio sta a indicare una probabile origine  dalle aree umide dell’emisfero boreale, escludendo una sua liberazione dai clatrati, evidenza questa che destituisce di fondamento l’ipotesi di una “clathrate gun” come feed-back positivo che agendo su un fattore primario d’innesco sarebbe in grado di dar luogo agli eventi D-O.

Gli eventi D-O e gli eventi H hanno avuto conseguenze profonde sull’evoluzione del genere umano, influenzando vita dei nostri progenitori che nel paleolitico vissero di caccia e raccolta alle medie altitudini di  Europa e in Asia. Si tenga infatti conto che in Eurasia durante la glaciazione di Wurm hanno vissuto la nostra specie e almeno altri tre ominidi (Neanderthaliani, Denisovani, e Homo heidelbergensis) dei quali portiamo tracce significative nel nostro stesso DNA (Ko, 2016).

La nostra specie (Homo sapiens) compare in Europa circa 42 mila anni orsono e dunque in uno stadiale freddo (figura 7), colonizzando le aree che l’effetto oceanico tenevavo libere dal ghiaccio (es: Francia centrale ove si sono reperite le prime tracce dell’uomo di Cro-magnon).

Inoltre degli altri ominidi presenti alle medie altitudini in Europa e in Asia sappiamo che:

Dal diagramma in figura 8 si nota che intorno a 100mila anni orsono l’era glaciale aveva  già avuto inizio anche se non aveva ancora raggiunto il proprio apice, toccato intorno a 80mila anni fa. Gli sconvolgimenti ecologici legati all’espansione dei ghiacci possono aver portato al collasso la popolazione di Homo heidelbergensis, ad esempio riducendone drasticamente le fonti di cibo. In tal senso non è da escludere l’effetto negativo della concorrenza con il più evoluto uomo di Neanderthal.

Figura 7 – Eventi D-O degli ultimi 50 mila anni dati ricavati dalla carota glaciale groenlandese GISP2 (Rahmstorf, 2003).

Figura 8 – Andamenti dell’isotopo 18 dell’ossigeno utilizzati come proxy delle temperature (fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/W%C3%BCrm_glaciation).

Gli altri eventi critici (scomparsa della nostra specie ed estinzione di neandertaliani e denisoviani) si collocano invece tutti fra 42mila e 40mila anni orsono. Tale breve periodo cade in uno stadiale freddo (un evento H che immaginiamo difficile per uomo e ominidi) che precede il brusco inizio di un interstadiale caldo avvenuto intorno a 38mila anni orsono (figura 7), il quale ha senza dubbio favorito l’insediamento dei nostri progenitori in Europa e la cui alba non fu invece a quanto pare vista da neandertaliani e denisovani, i quali sarebbero scomparsi prima che questo avesse inizio. Non è da escludere che la scomparsa dei nostri cugini più prossimo sia stata frutto della competizione con il più moderno Homo sapiens per i territori di caccia e raccolta, i ripari, ecc. anche se altre ipotesi (malattie portate dai nuovi colonizzatori o cause non antropiche) non sono al momento da scartare.

L’evento H a noi più noto è il Dryas recente che prende nome da una specie erbacea artica (Dryas octopetala L.) che oggi come relitto glaciale è presente anche su Alpi e Appennino centro-settentronale. Il Dryas recente segue l’evento D-O noto come oscillazione di Allerod ed è da intendere come l’ultimo evento H con cui ci siamo confrontati come specie. Il Dryas recente ha conseguenze enormi in quanto coincide con la nascita dell’agricoltura in quattro luoghi fra loro remoti e non comunicanti e cioè la mezzaluna fertile (medio oriente), Il sudest asiatico, il centro-sud America e l’Africa sub-sahariana. Sulla peculiare sincronicità di quella che può essere considerata una delle maggiori rivoluzioni della storia umana[3] ha certamente agito il clima che durante il Dryas recente divenne più freddo e più arido, motivando popoli dediti a caccia e raccolta a investire nella semina sistematica di vegetali come, nel caso dei Natufiani della mezzaluna fertile, il frumento, l’orzo e le leguminose da granella. Un ruolo enorme nel fenomeno lo rivestì tuttavia l’aumento di CO2 che passando dalle 180 ppmv dell’era glaciale alle 280 ppmv dell’interglaciale rese sensibilmente più produttiva la nascente agricoltura (Sage, 1995).

Si ricordi inoltre che la fine della glaciazione di Wurm fu segnata anche da un imponente aumento del livello marino che crebbe in breve tempo di circa un centinaio di metri, distruggendo i popolamenti umani presenti lungo le coste. Tale incremento, come sostiene da tempo l’amico geologo Uberto  Crescenti, può essere ritenuto all’origine dei miti del diluvio che si ritrovano in tante società umane (dagli aborigeni australiani ai popoli del medio oriente ai popoli pre-colombiani).

Conclusione

E’ difficile ragionare di eventi D-O per le fasi glaciali precedenti a Wurm in quanto la copertura glaciale della calotta groenlandese, su cui si fonda la teoria dell’altalena bipolare, è tutta riferibile alla glaciazione di Wurm o all’Olocene e ciò in quanto il caldissimo interglaciale precedente al nostro ha spazzato via tutto il giaccio della glaciazione di Riss. In sostanza occorrerà trovare altri proxy per estendere la comprensione alle glaciazioni quaternarie che hanno preceduto Wurm (Mc Gregor et al., 2015).

Quanto fin qui scoperto in relazione ad eventi D-O e H pone in luce meccanismi molto interessanti e che mettono  in primo piano come agente causale la grande circolazione oceanica (AMOC). Al riguardo può essere utile domandarsi quanto i meccanismi scoperti siano estendibili all’Olocene. In tal senso Javier ci segnala che, con riferimento all’ipotesi mareale, la minore altezza dei mari rende la situazione glaciale del tutto peculiare, nel senso che solo con mare più basso sarebbe possibile il ciclo che la salita in superficie della acque calde  ogni 1470 anni.

In sintesi dunque per gi eventi D-O disponiamo di un’ipotesi di meccanismo (l’altalena bipolare) che tuttavia non getta luce sulla chiave di volta di tutto il meccanismo e cioè la ciclicità a 1470 anni, il che è un po’ come avere per le mani un antico orologio di cui possiamo studiare gli ingranaggi senza tuttavia avere la più pallida idea della fonte di energia che lo muoveva. C’è dunque ancora molta strada da fare ma questo forse è il bello della faccenda.

Bibliografia

  • Ganopolski A., Rahmstorf S., 2001. Rapid changes of glacial climate simulated in a coupled climate model, Nature 409, 153-158 – doi:10.1038/35051500
  • Hemming S. R., 2004. Heinrich events: Massive late Pleistocene detritus layers of the North Atlantic and their global climate imprint. Reviews of Geophysics
  • Javier, 2017. Nature Unbound II: The Dansgaard- Oeschger Cycle, https://judithcurry.com/2017/02/17/nature-unbound-ii-the-dansgaard-oeschger-cycle/
  • Keeling C.D., Whorf T.P., 2000. The 1,800-year oceanic tidal cycle: A possible cause of rapid climate change, PNAS 97 3814-3819 (http://www.pnas.org/content/97/8/3814.full.pdf)
  • Ko K.H., 2016. Hominin interbreeding and the evolution of human variation, Journal of Biological Research-Thessaloniki, DOI 10.1186/s40709-016-0054-7.
  • McGregor etal 2015 Radiostratigraphy and age structure of the Greenland Ice Sheet, Journal of geophysical research, Earth surface, Volume 120, Issue 2, pages 212–241, February 2015
  • Rahmstorf S.,  2003. Timing of abrupt climate change: A precise clock, Geophys. Res. Lett., 30(10), 1510, doi:10.1029/. 2003GL017115
  • Sage R.W., 1995. Was low atmospheric CO2 during the Pleistocene a limiting factor for the origin of agriculture?, Global Change Biology, Volume 1, Issue 2, 3–106.
  • van Ommen T., 2015. Palaeoclimate: Northern push for the bipolar see-saw. Nature, 520, 630–631
  • WAIS Divide Project Members, 2015. Precise interpolar phasing of abrupt climate change during the last ice age, Nature 520, 661–665.

[1] La ricchezza in sale è frutto in particolare dei processi evaporativi che lo concentrano negli strati superficiali.

[2] Keeling è lo scienziato che avviò i monitoraggi di CO2 a Mauna Loa e che se non erro è citato da Gore nel suo An inconvenient truth

[3] Con la nascita dell’agricoltura nascono ad esempio le prime città e si possono creare quei surplus di cibo che consentono la sopravvivenza di categorie non dedite all’agricoltura (sacerdoti, guerrieri, artigiani, ecc.) ponendo così le basi delle civiltà moderne.

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Le Previsioni di CM – 20 / 26 Febbraio 2017

Posted by on 07:00 in Attualità, Le Previsioni di CM, Meteorologia | 4 comments

Le Previsioni di CM – 20 / 26 Febbraio 2017

Questa rubrica è curata da Flavio______________________

Situazione ed evoluzione sinottica

Il flusso principale continua a scorrere pressoché indisturbato alle alte latitudini europee con il fronte polare stabilmente collocato in prossimità del 55° parallelo nord in assenza di disturbi significativi sul quadrante europeo, con la cellula anticiclonica atlantica che in queste ore spinge verso l’Iberia , la Francia e l’Inghilterra muovendosi in seno al flusso secondario. L’Italia è interessata da una debole area di divergenza dal flusso principale, che porta in dote correnti fresche dai Balcani e nuvolaglia sulle regioni centro-meridionali, in assenza di fenomeni significativi.

Ruggisce il vortice polare sul Mare di Barents e sul Mare di Groenlandia dove proprio in queste ore un nocciolo di aria freddissima irrompe attraverso lo Stretto di Fram, con associate tempeste di neve estese dalle Svalbard alla Norvegia settentrionale e al Mar Bianco.

Fig.1: GFS, Lunedì 20 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

Poche variazioni nella prima parte della settimana, con il flusso zonale ancora molto teso e l’Italia sotto l’azione del flusso secondario che si manifesterà sotto la forma di correnti occidentali molto umide e associate a nuvolosità diffusa, precipitazioni deboli e poco organizzate e temperature superiori alla media stagionale (Fig.2).

Fig.2: GFS, Mercoledì 22 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

La seconda parte della settimana si preannuncia invece più movimentata, a causa dell’abbassamento del fronte polare legato all’azione di disturbo arrecata dall’estensione verso la Groenlandia di una vasta cellula anticiclonica artica, che faciliterà l’irruzione di aria artica marittima in direzione del Mediterraneo. Temperature in diminuzione, quindi, e peggioramento delle condizioni atmosferiche che al momento (tanto per cambiare) paiono più penalizzanti per le regioni centro-meridionali, con il Nord sottovento alla circolazione principale (Fig.3).

Fig.3: GFS, Venerdì 24 Febbraio 2017. Geopotenziale e isobare al suolo. Fonte: www.wetterzentrale.de

PS: il ricompattamento del vortice polare, legato alla formazione di un tenace anticiclone artico e in assenza di disturbi significativi al netto della solita pulsazione anticiclonica tra l’Alaska e le Aleutine, si associa in questi giorni a temperature estremamente basse sull’Artico, dove prevarranno anomalie termiche negative. L’azione del flusso secondario, invece, porterà condizioni di notevole mitezza alle latitudini medie, non solo in Europa (come abbiamo appena descritto), ma anche negli Stati Uniti.

Ad approfittarne saranno i profeti di sventure da arrostimento globale, che ritireranno fuori dall’armadio il solito kit del catastrofista serrista fatto di presunti record polverizzati, grancasse mediatiche tambureggianti e manifestanti nelle piazze: se si potrà andare a manifestare contro Trump in calzoncini corti prendendo il primo sole della stagione, sarà solo per colpa dell’antropocene. Le fortune capitano tutte agli altri: -35 °C poco più a nord, sull’arcipelago artico canadese. Quella sì che è vita.

Previsioni del tempo sull’Italia

Lunedì generalmente sereno o poco nuvoloso al Nord. Nuvolosità irregolare in spostamento dalla Toscana verso sud est, a interessare tutte le regioni del Centro-Sud ma con precipitazioni soltanto sporadiche e deboli, più probabili sui rilievi e nevose al di sopra degli 800-1000 metri. Temperature in ulteriore lieve diminuzione al Sud. Venti settentrionali, generalmente deboli con qualche rinforzo sui bacini sud-orientali.

Martedì nuvolosità in rapido transito dalle regioni settentrionali verso il resto del Paese, prevalentemente stratiforme e in assenza di precipitazioni significative. Temperature in generale aumento su tutte le regioni. Venti di ponente sui bacini occidentali. Residui rinforzi di tramontana su basso Adriatico e Jonio.

Mercoledì diffusa nuvolosità stratiforme al Nord, in assenza di precipitazioni. Cieli nuvolosi lungo tutto il versante tirrenico con nuvolosità prevalentemente bassa in trasferimento dalla Toscana verso il Tirreno meridionale con associate precipitazioni sparse, più probabili in prossimità dei rilievi, a carattere debole. Ampie schiarite sulle regioni centro-meridionali adriatiche e su quelle ioniche. Temperature in ulteriore lieve aumento. Venti di ponente, generalmente moderati, sui bacini occidentali. Deboli sciroccali su Adriatico e Jonio.

Giovedì al Nord iniziali condizioni di cielo poco o parzialmente nuvoloso, con tendenza a peggioramento sulle Alpi a partire dalla serata, con qualche nevicata alle quote medie. Ancora cieli nuvolosi lungo tutto il versante tirrenico, dalla Liguria alla Calabria, per nubi prevalentemente basse con associate deboli, sporadiche precipitazioni. Ampie schiarite sulle regioni sud-orientali. Temperature in ulteriore lieve aumento su regioni tirreniche e isole maggiori. Molto mite. Venti: ovunque dai quadranti meridionali.

Venerdì nuvoloso sulle Alpi con nevicate al di sopra dei 600-800 metri più probabili e abbondanti sui rilievi di confine. Inizialmente nuvoloso sulle restanti regioni settentrionali, in rapido miglioramento nel corso delle ore. Nuvolosità in rapido transito dalle regioni centrali in direzione del Sud con precipitazioni associate, anche sotto forma di rovescio o temporale, nevose al di sopra degli 800-1000 metri. Temperature in forte diminuzione al Nord e al Centro. Venti: entra il maestrale sul Mar Ligure, Mare e Canale di Sardegna e Tirreno centro-settentrionale, forte. Venti di ponente sul Tirreno meridionale, da moderati a forti di scirocco sulle regioni ioniche.

Sabato e Domenica le precipitazioni lasciano le regioni centro-meridionali nella giornata di sabato, con ampie schiarite in estensione dalle regioni settentrionali verso sud. Domenica condizioni di cielo sereno o poco nuvoloso su tutte le regioni. Temperature in aumento, venti dai quadranti settentrionali in attenuazione a partire dalla mattinata di sabato, con gli ultimi rinforzi di tramontana che abbandoneranno lo ionio nella giornata di domenica.

Si segnala la possibilità che la saccatura entri sul Mediterraneo seguendo una direttrice leggermente più occidentale, con conseguente maggiore coinvolgimento delle regioni tirreniche e una evoluzione meno rapida del peggioramento associato.

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