Aspetti Tecnologici

Teoria AGW e modelli previsionali

Uno dei pilastri della teoria dell’Anthropogenic global warming è costituito dalla simulazione delle temperature future basate su modelli matematici, soprattutto i modelli di tipo GCM, e che sono divulgate attraverso i report dell’IPCC.

Tali previsioni si sono rivelate fin qui molto deboli essendo risultate affette da rilevanti sovrastime. Più in particolare se si confrontano le previsioni al 2012 con i dati osservativi raccolti dal dataset globale GISS – Nasa, la sovrastima è del 53% per le previsioni del report IPCC del 1990  e si riduce al 9% per quelle del report IPCC del 1995 per poi risalire al 20% nei report IPCC del 2002 e del 2007 (Pielke, 2008; Pielke, 2013). Le cause di tali sovrastime sono state analizzate e discusse da Fyfe et al (2013).

Si ravvisa inoltre l’opportunità che nei modelli GCM si introduca l’effetto iride adattivo (Lindsen et al., 2001) come feedback negativo in grado di diminuire l’elevata sensitività dei modelli stessi, secondo quanto evidenziato da Mauritzen e Stevens i quali operando sul modello ECHAM4 hanno evidenziato la maggiore efficacia di un GCM in cui tale meccanismo è stato inserito.

Stato delle reti osservative

Se il monitoraggio da satellite viene progressivamente potenziato, lo stato delle reti osservative al suolo è preoccupante in quanto molte stazioni tendono a ricadere in aree influenzate dall’effetto delle isole di calore urbano e inoltre vaste aree del pianeta sono tutt’ora non monitorate. Un esempio lampante di quest’ultimo fenomeno è offerto da un’area del Sahel con superficie di 4 milioni di km2 (oltre 13 volte l’Italia)  in riferimento alla quale Dai et al. scrissero nel 2003 per l’International Journal of Climatology un articolo scientifico dedicato alla siccità. In tale area nel 2003 risultavano operative solo 35 stazioni pluviometriche contro le 102 del 1991 e le 188 del 1971. In proposito si noti che con i dati di sole 35 stazioni è difficile descrivere la pluviometria di una delle regioni italiane, altro che quella di un’area così vasta come quella indagata. Questo per inciso la dice lunga anche sull’attenzione che la comunità internazionale sta in realtà dedicando a tali problemi.

Importante sarebbe allora che sul modello della rete di boe ARGO con le quali si misurano la temperatura e lo stato energetico degli oceani, si potesse realizzare una rete di stazioni al suolo omogenea ed estesa all’intero pianeta. Ciò richiederebbe uno sforzo internazionale che sarebbe sicuramente ripagato dal guadagno in termini di conoscenza che se ne avrebbe.

Le Previsioni di CM – 10/16 Dicembre 2018

Posted by on 05:25 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 10/16 Dicembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un ponte anticiclonico mette in comunicazione la cellula atlantica con massimi al suolo sul Golfo di Biscaglia con la cellula termica groenlandese, passando attraverso le isole britanniche e il Mare del Nord. Sul bordo orientale della struttura viene convogliata aria polare marittima, non particolarmente fredda quindi, ma umida e instabile: nevica diffusamente sui versanti alpini esteri sotto stau, nevicate estese sono segnalate a quote pianeggianti sulla Germania meridionale e sull’Austria occidentale.

Più ad est staziona la cellula russa, dinamica e quindi non ancora in grado di esprimere valori particolarmente bassi nel campo termico al suolo. In Atlantico un profondo vortice si approfondisce a sud della Groenlandia. Sull’Italia, la direttrice delle correnti prevalenti mette le regioni settentrionali e quelle tirreniche a riparo da nuvolosità e fenomenologia, con le regioni adriatiche e meridionali peninsulari più esposte all’avvezione di aria fresca e instabile (Fig.1).

Nel corso della settimana, l’avanzata delle correnti atlantiche favorirà il tilting del ponte anticiclonico con formazione di una cellula scandinava a componente mista, dinamica e termica. Aria piuttosto fredda continentale verrà quindi dirottata dalla Russia europea in direzione dell’Europa centrale, mentre un flusso atlantico basso si insinuerà nel Mediterraneo regalando nevicate significative sull’Appennino centrale e meridionale in modo piuttosto precoce rispetto alla media degli ultimi anni, ma sicuramente benvenuto per gli operatori del turismo invernale.

Sul lungo termine la situazione resta piuttosto difficile da decifrare, anche se si intravedono segnali interessanti che potrebbero preludere a importanti retrogressioni fredde continentali sull’Europa, come del resto segnalato da Carlo Colarieti Tosti nel suo primo outlook per la stagione invernale appena cominciata.

PS: Avviso ai 30,000 di Katowice: nonostante le febbrili aspettative, sono previsti freddo e neve da quelle parti. Per essere precisi: neve prima e freddo poi, come da manuale… Tocca quindi lasciare i bermuda nei cassetti e vestirsi pesante. Il carbone largamente estratto e bruciato nelle centrali elettriche della zona tornerà molto utile per scaldarsi. Ma chi volesse restare fedele ai nobilissimi principi salvamondisti, può sempre decidere di spegnere i riscaldamenti e assaporare il piacere del battere i denti dal freddo, visto che questo sarà presto solo “un ricordo del passato” (lo dicono gli infallibili modelli dell’IPCC, da qualche decina d’anni). Ahhh, i bei tempi in cui si poteva morire dal freddo in santa pace!

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì Favonio sul Nord Italia con nubi e fenomeni sui versanti esteri delle Alpi e gran sereno in Valpadana con associate temperature mitissime. Dalla serata sconfinamenti nevosi probabili sull’Alto Adige e Carnia settentrionale. Gran sereno sulle centrali tirreniche, nuvoloso sulle Marche con qualche precipitazione sulla costa, nubi e fenomeni sull’Abruzzo con nevicate a quote superiori a 800-1000 metri. Nuvolosità irregolare sulle regioni meridionali con precipitazioni sparse, nevose a quote superiori a 800-1000 metri. Schiarite più ampie sulla Sicilia.

Temperature in diminuzione sulle regioni peninsulari, sensibile lungo i versanti adriatici. Ventilazione vivace dai quadranti settentrionali.

Martedì nuvolosità e fenomeni in lento trasferimento lungo il versante adriatico dall’Abruzzo in direzione della Puglia con miglioramento generale delle condizioni atmosferiche in serata. Generali condizioni di cielo sereno altrove. Aumenta la nuvolosità dal pomeriggio sul Tirreno per stratificaizioni nei bassi strati per scorrimento di aria umida dai quadranti sud-occidentali.

Temperature in sensibile calo al Nord per cessazione del favonio. Temperature in ulterore diminuzione sul resto delle regioni peninsulari. Venti tesi di maestrale sui Canali di Sardegna e Sicilia e su bacini sud-orientali; deboli altrove.

Mercoledì transito piuttosto veloce di nubi medio-alte al Nord in assenza di precipitazioni. Nuvolosità in rapido aumento sulle regioni centrali peninsulari con precipitazioni sparse, nevose sull’Appennino a quote superiori agli 800-1000 metri. Nuvolosutà in rapido aumento anche al Sud con precipitazioni sparse sulle regioni peninsulari, nevose al di sopra dei 1300 metri.

Temperature in leggero aumento sulle isole maggiori. Ventilazione occidentale, generalmente debole.

Giovedì nuvolosità in aumento al Nord, ma con precipitazioni limitate alla Valpadana centro-orientale, comunque deboli e isolate. Nuvolosità in nuovo rapido aumento sulle regioni centrali a partire da ovest con precipitazioni diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, e nevose al di sopra dei 1300-1500 metri. Al Sud, schiarite sulle regioni sud-orientali dopo gli ultimi rovesci della mattinata; peggiora sensibilmente sulla Campania in serata con piogge, temporali e nevicate al di sopra dei 1500 metri. Schiarite anche ampie sulla Sicilia.

Temperature in aumento al Centro-Sud, venti di libeccio piuttosto vivaci sui bacini occidentali.

Venerdì migliora rapidamente al Nord, in estensione alla Toscana dopo i rovesci della mattina. Maltempo sulle restanti regioni centrali peninsulari con piogge, rovesci, temporali e nevicate sull’Appennino al di sopra dei 1000 metri in trasferimento verso le regioni meridionali tirreniche e la Sicilia settentrionale, dove le nevicate si verificheranno a quote superiori ai 1200-1400 metri. Estreme regioni sud-orientali ancora in attesa.

Temperature in diminuzione, sensibile sulle isole maggiori. Venti di maestrale, forti sul Tirreno centro-meridionale.

Sabato ultimi fenomeni al Sud, in graduale miglioramento, e ampie schiarite altrove. Domenica generali condizioni di stabilità ovunque, con temperature in aumento e venti deboli. Tornano le nebbie nelle valli e zone pianeggianti.

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Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 1 comment

Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Grazie ad un articolo scritto da Sara Gandolfi sul Corriere.it, ho avuto modo di sapere che viene calcolato ogni anno un indicatore detto Global Climate Risk Index, con l’obiettivo di classificare gli stati del mondo dal punto di vista della loro esposizione agli eventi climatici estremi. Tale classificazione è effettuata da Germanwatch, un gruppo di persone che si autodefinisce come think tank sugli argomenti in oggetto.

Dire che alcuni dei dati presenti nelle tabelle di Germanwatch lasciano stupefatti è un vero eufemismo. Consiglio infatti di controllare il loro documento per apprendere che, come media annuale del ventennio 1997-2016, l’Italia ha un numero di vittime ogni 100 mila abitanti pari a 1,71 e la Francia 1,83. Per valutarne la portata, si pensi, ad esempio, che il rispettivo dato è di 0,11 per l’Indonesia, di 0,31 per l’India e di 0,98 per le Filippine.

Di fronte a tali cifre, il lettore non può che esclamare: «che sfiga vivere in Europa!». Quando le suddette informazioni dovessero diffondersi, sarebbe presumibilmente lecito attendersi l’innesco di flussi migratori dall’Europa verso altri continenti: dei nuovi “rifugiati climatici”.

Credo sia abbastanza semplice capire in quale modo si siano create delle statistiche così demenziali come quelle appena citate. Da tempo ormai vari enti internazionali (anche il WMO, col suo penoso atlante dei disastri) stanno mettendo insieme dati per nulla congruenti, con l’unico scopo di fornire prove di una situazione catastrofica in atto. Nel caso presente, sono sicuramente stati associati ad Italia e Francia i dati sulla sovra-mortalità dell’estate 2003; metterli però insieme con quelli delle vittime di alluvioni, tornado ecc. ha un valore scientifico equivalente alla classica somma delle mele con le pere, cioè significa non capire nulla di quanto si sta facendo.

La traduzione letterale di “think tank” è serbatoio di pensiero. Ebbene, mi pare che il serbatoio di Germanwatch sia al momento riempito di molti pensieri senza senso, per cui consiglierei ai componenti di questo ente tedesco di studiare un po’, al fine di sostituire certe cose assurde con dati più seri.

Non posso concludere questa breve nota senza sottolineare la preoccupazione data dal vedere come organi di importanza mediatica quali il Corriere prendano per attendibile qualunque stupidaggine che sia indirizzata nel filone catastrofistico.

NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore

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COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

Posted by on 06:53 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

La prima settimana del vertice volge al termine e qualche risultato comincia a delinearsi. Non è facile capire in che direzione evolvano le trattative, in quanto i documenti ufficiali oltre ad essere scritti nel linguaggio criptico della diplomazia, sono pieni di opzioni e parentesi quadre. Come sa chi ha avuto modo di seguire i  resoconti delle precedenti conferenze delle parti, durante le trattative  vengono inserite nelle bozze dei documenti delle formule alternative dette opzioni e delle frasi in parentesi quadre che dovranno essere oggetto di ulteriori trattative.  Giusto per avere un’idea, potrebbe essere utile dare un’occhiata al testo di una proposta di deliberazione in corso di elaborazione nella sessione AP 1.7, che si occupa di individuare gli strumenti normativi necessari a definire con chiarezza e trasparenza gli impegni volontari di riduzione delle emissioni degli Stati aderenti all’Accordo di Parigi ed a monitorarne l’osservanza. Si tratta di uno dei temi cruciali della COP24 e su tale tema le trattative saranno  molto dure. La bozza è molto breve: si tratta di sole 9 pagine. In queste nove pagine troviamo però centinaia di parentesi quadre, addirittura interi paragrafi sono contenuti nelle parentesi quadre e, quindi, del tutto da definire. Detto in altri termini: siamo ancora in alto mare. Dal confronto tra le varie bozze, comunque, si riesce a capire come sta evolvendo la discussione.  Nella fattispecie i progressi sono piccoli, ma ci sono.

Ancora più complesso è il documento relativo al modo in cui dovranno essere erogati e contabilizzati i fondi destinati alle misure di mitigazione ed adattamento che i Paesi più ricchi dovranno destinare a quelli in via di sviluppo. Si tratta dei famigerati cento miliardi di dollari all’anno sui quali si sono arenate le COP precedenti. Anche in questa occasione si procede piuttosto a rilento, ma, a detta di molti osservatori, i progressi registrati sono maggiori di quanto si pensasse. Rispetto ai documenti approntati nel corso degli incontri preparatori, infatti, quelli in discussione a Katowice sono molto più snelli. Provando a leggerli, però, ci si scontra quasi subito con una marea di parentesi quadre ed opzioni. I tempi non sono ancora maturi per poter tentare un primo bilancio. Giusto per avere un’idea, si consideri che l’articolo 9.5 della bozza relativa alla trasparenza dei finanziamenti, si trova ancora in una fase embrionale in quanto non è stato ben definito chi, come e quando deve dichiarare i finanziamenti per le misure di mitigazione ed adattamento. In particolare deve essere deciso da quando bisogna cominciare a dichiarare i finanziamenti (2020/2022/20XX, è scritto nella bozza); se la dichiarazione riguardi solo i trasferimenti dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo o anche quelli che passano da un Paese in via di sviluppo ad un altro. Sembrano dettagli, ma in realtà rappresentano la sostanza del negoziato in quanto se non si definiscono le modalità di conteggio di questi fondi, si rischia di contarli due volte (dal Paese sviluppato a quello in via di sviluppo e, quindi, da quello in via di sviluppo ad un altro in via di sviluppo). Per finire è solo il caso di notare che ancora non sono state definite le caratteristiche del registro in cui tener traccia dei fondi stanziati.

Che quello finanziario sia uno dei principali temi della COP 24, è cosa ormai nota. Ad oggi non siamo in grado di dire con certezza a quanto ammontino questi fondi. Stando a stime dell’OCSE, basate sulle dichiarazioni dei finanziatori, essi ammonterebbero a oltre settanta miliardi di dollari nel 2016 (di cui 57di fonte governativa e la restante parte proveniente da fonti private), ma tali dati sono contestati dalle organizzazioni non governative (Oxfam, per esempio). Secondo Oxfam, infatti, la cifra stanziata oscillerebbe tra i 16 ed i 21 miliardi di dollari nel 2016. Le ragioni di questa discrepanza contabile devono essere ricercate nell’etichettatura dei finanziamenti, ovvero nello scopo del finanziamento che viene erogato. I finanziamenti “climatici” hanno un doppio indicatore: componente climatica principale e componente climatica significativa. Un progetto ha una componente climatica principale se esso è destinato ad azioni di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici o di adattamento ai cambiamenti climatici; significativa se esso non è destinato prioritariamente al raggiungimento di questi obiettivi. L’UNFCCC e l’OCSE tengono conto essenzialmente della componente climatica significativa, mentre altri tengono conto della componente climatica principale. Detto in altri termini i Paesi ricchi tendono a far passare per finanziamenti climatici, finanziamenti che con la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico o con l’adattamento ai cambiamenti climatici, hanno poco a che fare. L’Accordo di Parigi prevedeva, infine, che i finanziamenti dovessero essere equamente ripartiti tra adattamento e mitigazione, ma sulla base dei dati raccolti dalle organizzazioni internazionali e da quelle non governative, la maggior parte dei finanziamenti riguarda misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Sulla scorta di queste considerazioni appare chiaro pertanto come l’argomento sia piuttosto spinoso. Sono diversi anni che su questi temi si infrangono infatti  le speranze dei Paesi poveri di ottenere un aumento dei trasferimenti dal Nord al Sud del mondo. Secondo i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo i Paesi sviluppati tendono a truccare le carte, trasformando in finanziamenti “climatici”, i finanziamenti dei progetti di sviluppo, per così dire, “ordinari”. Possiamo essere ben certi che come accaduto per il passato, su questi temi si decideranno le sorti della Conferenza delle Parti 2018. E stando a voci di corridoio, raccolte dai corrispondenti di The Independent, già cominciano a sentirsi i primi mugugni dei rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo.

Altro aspetto da non trascurare per comprendere le dinamiche in atto, è quello relativo al disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi. Gli Stati Uniti hanno contribuito con oltre due miliardi di dollari annui al finanziamento delle iniziative di contrasto dei cambiamenti climatici, risultando al quinto posto tra i donatori dopo Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Gli altri Paesi sviluppati saranno disposti a sostituirsi agli USA? Anche su questa questione si decideranno le sorti della COP 24.

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COP 24: avanti, ma non troppo.

Posted by on 07:29 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: avanti, ma non troppo.

Come è ormai tradizione consolidata delle COP, i lavori proseguono stancamente. L’elefantiaca macchina partita il 2 dicembre scorso sembra immobile, ma sotto sotto qualcosa si muove. Tra ieri l’altro e ieri le varie sessioni in corso non hanno prodotto nulla di significativo: le pagine dedicate del sito dell’UNFCCC continuano ad essere desolatamente vuote. Gli unici documenti disponibili sono quelli pre-vertice e cliccando sulle altre caselle, appare uno sconsolante messaggio: “information will appear as soon as available” oppure i nomi dei funzionari UNFCCC con i relativi contatti. Sembrerebbe che a Katowice non succeda proprio nulla, ma è solo un’impressione.

Qualcosa in realtà sta succedendo. Consultando la pagina principale del sito apprendiamo infatti che è stato pubblicato e presentato alla COP un ponderoso lavoro curato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dal  comunicato stampa  della WHO apprendiamo che l’attuazione dell’Accordo di  Parigi potrebbe evitare un milione di decessi da qui al 2050. Il ragionamento sviluppato dalla WHO non è incentrato sulle emissioni del diossido di carbonio o altri gas serra, ma parte dal presupposto che riducendo l’uso dei combustibili fossili, come previsto negli Accordi di Parigi, si ridurrebbero anche le emissioni dei composti che determinano danni all’ambiente ed alla salute umana. Diciamo che secondo il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il raggiungimento degli obiettivi della COP21, oltre ad avere effetti positivi sul clima, come effetto collaterale determinerebbe un miglioramento delle condizioni ambientali generali, soprattutto in quei Paesi come India e Cina che, attualmente, sono soffocati dallo smog e dall’inquinamento atmosferico ed ambientale in genere. Un altro aspetto positivo della riduzione del consumo dei combustibili fossili deve essere ricercato nell’aumento dell’attività fisica. Il disincentivo dell’uso dei mezzi di trasporto alimentati da motori a combustione interna favorirebbe infatti, l’utilizzo di mezzi alternativi come le biciclette o il cammino a piedi, con evidenti ricadute positive sulla salute e benessere fisico dei cittadini del mondo. Tutto ciò in sovrappiù rispetto ai principali vantaggi conseguenti la piena attuazione degli Accordi di Parigi, ovvero la riduzione degli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana. Dice, infatti, il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS che “le prove dimostrano chiaramente che il cambiamento climatico sta già avendo un grave impatto sulla vita e sulla salute umana. Minaccia gli elementi di base di cui tutti abbiamo bisogno per una buona salute – aria pulita, acqua potabile sicura, fornitura di cibo nutriente e riparo sicuro – e minerà decenni di progressi nella salute globale. Non possiamo permetterci di ritardare ulteriormente l’azione “.

Non stupisce che egli giudichi l’Accordo di Parigi come il miglior accordo per la salute di questo secolo, l’unico problema è che è difficile provare che il cambiamento climatico danneggi la salute, come dimostrano le molte discussioni su questo argomento che si sono succedute negli anni su CM.

Altro aspetto che ha caratterizzato la giornata odierna a Katowice è stato un panel  in cui è stato fatto il bilancio di un prodotto di altre COP: il Clean Development Mechanism (CDM). Si tratta di uno strumento che a fronte di progetti di decarbonizzazione dell’economia, attribuisce ai soggetti proponenti un credito spendibile per ogni tonnellata di CO2 non emessa. Tali crediti possono essere venduti sul mercato del carbonio (ETS, per esempio) ed acquistati dai soggetti fortemente emettitori che, in tal modo, si lavano la coscienza. Secondo i relatori il meccanismo ha avuto un successo clamoroso, in quanto ha consentito di incentivare oltre 8000 progetti in 111 Paesi in via di sviluppo. Il problema, stando alle dichiarazioni dei relatori, è che per tale meccanismo non sembra esserci posto nel mondo dopo il 2020. Sempre secondo i relatori è un peccato dover rottamare una struttura che ha così ben funzionato per il passato perché vetusta, basta rinnovarla e rimetterla in corsa: favorirà il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi e contribuirà a mantenere l’incremento delle temperature globali al di sotto di 1,5-2°C rispetto ai livelli dell’epoca pre-industriale. All’osservatore poco addentro ai meccanismi decisionali dell’UNFCCC sorge un dubbio. Perché liquidare un meccanismo che ha così ben funzionato? Non è che le modeste prestazioni dei mercati del carbonio hanno reso inutile un simile meccanismo?  Sono solo cattivi pensieri di uno scettico, ma a pensar male…..

E per finire un annuncio che ha gelato il clima della COP24: secondo uno studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel 2018 le emissioni di diossido di carbonio sono aumentate dello 0,5% rispetto al 2017 a causa di un incremento dell’uso del petrolio e del gas, non compensato da un’adeguata riduzione dell’uso del carbone o di un adeguato incremento delle energie rinnovabili. Possiamo solo immaginare lo stupore e lo sconforto che si è impadronito dei delegati a Katowice: ma com’è possibile, non stiamo facendo del nostro meglio? Probabilmente non è sufficiente, ma, molto più realisticamente, gli stati predicano bene e razzolano male.

“Questo cambiamento dovrebbe essere un altro avvertimento ai governi che si incontrano a Katowice questa settimana. Sono necessari sforzi crescenti per incoraggiare ancora più fonti rinnovabili, maggiore efficienza energetica, più nucleare e più innovazione per tecnologie quali la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio e l’utilizzo dell’idrogeno, per esempio”

ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’AIE. Più nucleare? Possibile che a Katowice si possa sostenere un’eresia del genere? Il nucleare non è politicamente corretto, inquina, sporca, uccide, fa male alla salute e via cantando. Meglio tornare alla bicicletta o, visto che ci troviamo, all’asinello.

A questo punto mi viene un dubbio. Le decine di migliaia di delegati ed attivisti che affollano Katowice, si rendono conto della schizofrenia della situazione? Sono decenni che essi discutono di riduzione delle emissioni di gas serra, che negoziano trattati su trattati, che siglano accordi su accordi e qual è il risultato? Le emissioni di gas serra continuano a salire. Mah!

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Mangino Global Warming

Posted by on 06:01 in Attualità | 5 comments

Mangino Global Warming

Si era presentato al G20 di Buenos Aires nei panni di auto-nominato paladino mondiale dell’Ambiente, Emmanuel Macron, in aperta contrapposizione allo spregevole presidente americano, reo quest’ultimo di aver abbandonato l’accordo “salva-clima” di Parigi. Quella che doveva essere una passerella prestigiosa ed autorevole, tuttavia, si è trasformata immediatamente in farsa all’arrivo del Presidente francese all’aeroporto di Buenos Aires, totalmente ignorato dalle autorità argentine e costretto suo malgrado a stringere le mani del personale dello scalo… che beffardamente indossava uno sconveniente giubbotto giallo.

Al ritorno in patria, Macron di giubbotti gialli se n’è ritrovati quasi 200,000 a mettere a ferro e fuoco il centro di Parigi in un livido sabato di fine autunno. I media hanno per lo più liquidato la questione riducendo le ragioni della protesta ad un trascurabile aumento del costo dei carburanti e a improbabili e oscure manipolazioni politiche di stampo populista. Ma è davvero così?

Una rivolta piccolo-borghese

Cominciamo subito col dire che nell’impeto clima-catastrofista che prepara da molte settimane l’ennesima conferenza sul clima di Katowice 2018, Macron ha annunciato urbi et orbi che avrebbe aumentato le tasse su diesel e benzina. Con la giustificazione molto politically-correct che l’ennesimo balzello sarebbe servito a combattere il terribile Global Warming. Quello stesso Global Warming che, curiosamente, solo pochi mesi fa ha regalato a Parigi una nevicata storica.

I francesi, tuttavia, non hanno mostrato particolare partecipazione emotiva per la causa del riscaldamento globale, quanto piuttosto per lo stato dei loro portafogli. Sono milioni i pendolari che usano la macchina per andare al lavoro. Si tratta in gran parte di persone non abbastanza benestanti da potersi permettere di vivere nei quartieri bene di Parigi, nè abbastanza disperate da accettare di trasferirsi con le loro famiglie nei quartieri-ghetto dell’enorme banlieue metropolitana. A questi si aggiungono i lavoratori che col trasporto su gomma sbarcano il lunario. In altre parole, si parla di persone comuni: cittadini di quel ceto medio-basso sempre più tartassato e compresso tra un’élite di ultra-ricchi e una massa informe e crescente di disperati senza presente, né tantomeno futuro.

Non deve quindi sorprendere che percentuali bulgare, superiori all’80%, osteggino la verdissima carbon-tax di Macron. Anche perché di verde, in questo provvedimento, c’è veramente poco.

Scomoda verità

Dei quasi 4 miliardi che la carbon-tax intenderebbe rastrellare ogni anno dalle tasche dei francesi solo 180 milioni andrebbero a finanziare la “transizione energetica” auspicata dai profeti di sventure CO2-indotte. E il resto? Finirebbe tutto nella voragine del deficit di bilancio francese. Avete capito bene, perché proprio quella Francia che si erge a maestra di virtù finanziaria e punta sdegnata l’indice contro le cicale italiane, occupa in realtà il primo posto nella classifica dei paesi più spendaccioni al mondo, staccando di ben 7 posizioni la nostra vituperata italietta. Una delle tante storie che i giornali non amano raccontare.

Ed ecco quindi svelato il trucco: il leader più amato dalle elites finanziarie della vecchia Europa con una mano chiama all’azione contro il Climate Change per “salvare i poveri” dai danni del global warming, e con l’altra sfila una manciata di miliardi dalle tasche di un ceto medio già impoverito, nel nome dell’austerity predicata nell’Unione. È la stortura che rischia di trasformarsi nella vera essenza del Global Warming: quella di specchietto per le allodole con cui drenare denaro dalle tasche di contribuenti già stremati, allo scopo di implementare politiche di impoverimento collettivo. E pazienza, se quegli stessi soldi dei contribuenti vengono sperperati anche per promuovere improbabili e costosissime iniziative salvamondiste transnazionali: l’importante è ammantarle di alte virtù morali e, soprattutto, accreditarsi come “salvatori” presso l’opinione pubblica.

Re Sfiga

Resta il fatto che in questo leader che doveva salvare la Francia, l’Europa e il genere umano tutto dal populismo impossessatosi della presidenza americana, pare esaurirsi l’intera parabola di un certo credo globalista e dei suoi falsi idoli.

Una parabola velocissima, quella di Macron: da presunto Re Mida a vero Re Sfiga a casa propria, assediato da masse di cittadini infuriati e impoveriti ai quali in tutta risposta viene propinato il Vitello d’oro: l’idolo Global Warming adorato nei salotti buoni californiani ed europei. Il tutto mentre fuori dalle finestre di quegli stessi salotti ribolle la rabbia sociale, espressione di problemi veri, di abbagli politici ed economici giganteschi, di utopie salvamondiste sgangherate, e di una incapacità di capire che rimanda inevitabilmente a quel 1789 in cui Maria Antonietta riferendosi al popolo che protestava, sbottò: “se non hanno più pane, che mangino brioche”.

Se non hanno più pane, che mangino Global Warming. Facile immaginare che il finale non sarà troppo diverso.

 

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Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 10 comments

Trombe d’Aria a Ovest di Paperino

Questa breve nota sulla climatologia delle trombe d’aria (alias tornado) è frutto delle riflessioni portate avanti negli ultimi giorni con alcuni amici (Gianluca Alimonti, Sergio Pinna, Franco Zavatti e altri)  che ringrazio per il loro contributo critico.

In questa pagina del Corriere della Sera  il giornalista Alessandro Fulloni si pone la fatidica domanda “Le trombe d’aria stanno diventando più frequenti?” e si risponde così: “Sì. E la causa è il global warming, il surriscaldamento del globo terrestre. Ad esempio le temperature anomale di questo autunno, piuttosto elevate, hanno creato le condizioni per la formazione di diverse trombe d’aria che hanno flagellato tutta la Penisola a settembre, ottobre e novembre.

La risposta che si dà Fulloni sarebbe scientificamente fondata se disponessimo una serie storica delle trombe d’aria in Italia. Il guaio è che a me non risulta che tale serie storica esista (e se qualcuno ne dispone si faccia avanti, prego, possibilmente evitando di portare la serie storica ricavata dalle citazioni di trombe d’aria riportate sugli articoli di giornale, perché in tale sede sono spesso scambiati per trombe d’aria i comuni fronti delle raffiche dei temporali).

La mia deduzione è che in quello che fu il paese di Galileo Galilei si stia sempre più assistendo alla sostituzione della scienza fondata sui dati (il grande atto di umiltà di Galileo di cui ci parla Edoardo Boncinelli nel suo recentissimo libro – La farfalla e la crisalide ed. Raffaello Cortina) con la scienza fondata sull’ideologia, portandoci così in una terra incognita che, richiamando l’azzeccassimo titolo di un film del 1981 ispirato al nonsense ribattezzerò “a Ovest di Paperino”.

Occorre allora dire che “a Ovest di Paperino” non troviamo né l’IPCC e nemmeno la NOAA che è titolare di una delle serie storiche più lunghe del mondo in fatto di Tornado.

L’IPPC infatti nel Summary For Policymakers del suo report 2012 sugli eventi estremi afferma che:

There is low confidence in observed trends in small spatial-scale phenomena such as tornadoes and hail because of data inhomogeneities and inadequacies in monitoring systems.

Inoltre la NOAA nella sua pagina dedicata alla climatologia dei Tornado riporta una serie di dati molto interessanti e afferma fra l’altro che:

With increased National Doppler radar coverage, increasing population, and greater attention to tornado reporting, there has been an increase in the number of tornado reports over the past several decades. This can create a misleading appearance of an increasing trend in tornado frequency.”

Figura 1 – Scala Fujita dei danni da tornado

Misleading in quanto oggi la possibilità di l’osservare i tornado deboli (F0 secondo la scala di danno di Fujita – figura 1) è molto più elevata che in passato, il che dà luogo a un trend fittizio che ci viene mostrato dalla figura 2, tratta da Verbout et al. (2008). In figura 3 si evidenzia infine che negli USA i tornado violenti (categoria maggiore o uguale a 3) mostrano un sensibile trend negativo.

Insomma, ora che il nostro Paese per cultura climatologica è ormai strutturalmente “a Ovest di Paperino” che facciamo? Ci decidiamo finalmente a raccogliere serie storiche in modo serio o continuiamo a procedere per slogan?

Bibliografia

Verbout etal 2008. Tornado outbreaks associated with landfalling hurricanes in the north Atlantic Basin: 1954–2004 Meteorol Atmos Phys 97, 255–271

Figura 2 – Tornado di qualunque categoria (triangoli, interpolati dalla linea di trend continua, in crescita) e tornado di categoria maggiore o uguale a 1 (cerchi pieni, interpolati dalla linea di trend tratteggiata, in lievissimo calo). Il trend positivo si deve dunque ai tornado di categoria F0 ed è dovuto al fatto che oggi le nostre capacità osservative dei tornado deboli sono molto più elevate che in passato, il che da luogo a un trend fittizio (Verbout et al., 2008).

Figura 3 – Serie storica 1954-2018 dei tornado violenti – categoria 3 o superiore (fonte: NOAA).

 

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COP 24: si parte.

Posted by on 08:18 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 13 comments

COP 24: si parte.

Il 2 dicembre 2018 hanno avuto inizio in quel di Katowice, in Polonia, i lavori della 24a Conferenza delle Parti, meglio nota come COP24. In Polonia si assiste ad un formidabile schieramento di tutte le forze che lottano contro il cambiamento climatico di origine antropica: 30.000 (trentamila) tra attivisti, scienziati, politici, rappresentanti delle economie locali e globali discuteranno per circa due settimane intorno alle misure da adottare per rendere operativo l’Accordo di Parigi siglato 3 anni fa in occasione della COP21, e daranno vita ad eventi collaterali di carattere ludico-propagandistico.

La parte del leone la faranno i rappresentanti di 198 Paesi del Mondo che dovranno discutere dei dettagli tecnici necessari per trasformare le dichiarazioni di principio dell’Accordo di Parigi in azioni concrete.

Cerchiamo di capire più in dettaglio gli scopi di questa ennesima conferenza planetaria sul clima.

In primo luogo bisogna rendere vincolanti gli impegni su base volontaria assunti dai sottoscrittori dell’Accordo di Parigi che, oggi come oggi, non valgono neanche la carta su cui sono scritti: nessuno ha il potere di costringere un Paese aderente all’Accordo a mantenere gli impegni presi, in quanto non sono previste sanzioni per gli inadempienti. Ciò significa che bisogna individuare dei protocolli per quantificare le emissioni di ogni Paese aderente all’Accordo e degli strumenti per verificare il rispetto degli impegni assunti da ognuno di essi. Sarebbe necessario, infine, individuare delle sanzioni per colpire quei Paesi che non rispettano gli impegni presi. In secondo luogo bisogna capire in modo definitivo chi pagherà ed in che misura i 100 miliardi di dollari annui da versare ai Paesi in via di sviluppo per consentire loro di implementare le tecnologie idonee a produrre l’energia necessaria, senza aggravare il livello di emissione dei gas serra e porre in atto tutte quelle iniziative in grado di mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Bisognerà, infine, regolamentare l’utilizzo e la conservazione delle principali risorse forestali del pianeta.

Su questi tre obiettivi principali si misurerà il successo o l’insuccesso della COP 24. Ho preferito come mia abitudine precisarli a monte della Conferenza perché, alla fine, di essi si perderà traccia nelle fumose dichiarazioni finali che cercheranno di esaltare gli effimeri successi e tenere in sordina i clamorosi insuccessi. Così è successo in passato e, forse, così succederà anche questa volta. Esistono inoltre tutta una serie di obiettivi minori da raggiungere che riguardano la parità di genere, l’avanzamento della ricerca in ambito climatologico e via cantando. Per ognuno di essi è prevista una sottocommissione con tanto di presidenti, co-presidenti, segretari e funzionari vari.

Per valutare lo stato d’avanzamento dei lavori, si può utilizzare il sito ufficiale dell’UNFCCC che viene aggiornato in tempo reale e che contiene le varie bozze di risoluzione in discussione nelle varie sessioni della Conferenza. Per sondare gli umori dei partecipanti sono molto utili i siti delle organizzazioni non governative che seguono con grande attenzione lo svolgimento dei lavori. I principali organi di informazione italiani e non solo, si occupano saltuariamente della Conferenza ad eccezione di alcune testate straniere che sono più sensibili alle problematiche ambientali (più orientate politicamente, in altre parole) e che dedicano ampio spazio ai resoconti dei lavori.

Vediamo ora quali sono le prospettive dei lavori appena iniziati. La situazione non è delle più rosee e di ciò si è avuto un assaggio nelle conclusioni del recentissimo vertice di Buenos Aires (G20): sul clima non si è raggiunto alcun accordo, per cui si procederà in ordine sparso. Scendendo nel dettaglio, possiamo vedere che gli Stati Uniti d’America, pur partecipando ai lavori, non si sentono in alcun modo vincolati dall’Accordo di Parigi, per cui baderanno solo ed esclusivamente ai propri interessi. I riflettori saranno puntati sulle iniziative dei singoli stati degli USA come la California che assumeranno posizioni opposte a quelle della delegazione ufficiale statunitense, ma ciò che conta sono le decisioni federali e quelle sembrano già prese. Rispetto alle precedenti Conferenze delle Parti, agli Stati Uniti si sono aggiunti il Brasile e l’Australia che non hanno denunciato ancora l’Accordo di Parigi, ma si sono collocati su posizioni simili a quelle degli USA. Il Brasile ha addirittura rinunciato ad organizzare la COP25, prevista per il mese di novembre del prossimo anno. La restante parte dei partecipanti alla COP24 sostiene, a parole,  la necessità di rendere vincolanti gli impegni volontari assunti a Parigi, ma nei fatti li sta violando: le emissioni globali di gas serra non sono affatto diminuite, ma addirittura cresciute rispetto a tre anni fa. La tanto vagheggiata transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili è di la da venire: il consumo mondiale di petrolio ha raggiunto il livello più alto della storia sfiorando i 100 milioni di barili al giorno. Nessuno vuole essere pessimista a prescindere, ma, oggettivamente, io non vedo spazi per una inversione di tendenza così drastica, da consentire di raggiungere in dieci anni (2020-2030) un dimezzamento delle emissioni di gas serra.

Molte perplessità suscita, infine, il fatto che la presidenza della COP24 sia affidata alla Polonia che fonda quasi tutta la sua produzione energetica sui combustibili fossili, carbone in testa e che, pertanto, è molto restia ad implementare in modo drastico le politiche necessarie al raggiungimento degli obiettivi previsti negli Accordi di Parigi. I maligni prevedono perciò che la presidenza polacca non si sprecherà più di tanto per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Una delle poche note positive riguarda l’Unione Europea che ha già stabilito per legge i livelli di emissione al 2030 anche in quei settori non coperti dal Regolamento del 2003 sulle emissioni (ETS): con due regolamenti entrati in vigore il nove luglio scorso anche l’edilizia, l’agricoltura, le foreste, il cambiamento d’uso del suolo e la silvicoltura devono ridurre le emissioni del 40% rispetto al 1990 entro il 2030. Neanche nell’UE le cose vanno però per il verso giusto: le recenti manifestazioni di piazza in Francia  che hanno avuto come bersaglio le politiche del presidente E. Macron, reo di aver voluto l’imposizione di una carbon-tax sui carburanti, la dicono lunga sugli umori dell’opinione pubblica quando si passa dalle parole ai fatti.

E per finire una breve cronaca della prima giornata dei lavori. Per massimizzare le possibilità di successo, diversi incontri tecnici sono stati anticipati al 2 dicembre, ma l’apertura ufficiale della COP  è avvenuta il 3 dicembre. E’ stata un’apertura di basso profilo, in quanto le varie delegazioni non prevedono la presenza di leader politici di primo livello. Molto eloquente il senso dell’intervento del Segretario Generale dell’ONU Guterres: è venuto meno l’impegno politico che aveva consentito di raggiungere l’Accordo di Parigi.

Altrettanto eloquente il senso della conferenza stampa del presidente polacco Duda che ha escluso per la Polonia una transizione rapida dal carbone alle energie rinnovabili: le riserve polacche coprono l’intero fabbisogno nazionale per i prossimi due secoli e rappresentano, inoltre, una garanzia tanto per la sicurezza energetica della nazione polacca, quanto per la sua sovranità.

Mi sento di dar ragione a Guterres: il clima politico mondiale sta cambiando, ma non nella direzione auspicata dall’ONU.

Piccola nota di colore: a Katowice oggi l’attenzione dei media è stata concentrata sulle performances di sir D. Attenborough e di A. Shwarzenegger, attivisti del movimento che si prefigge la lotta contro i cambiamenti climatici: nessuno dei due è climatologo, ma entrambi hanno diritto di parola perché annunciano il verbo.

Per quel che riguarda gli atti concreti della COP 24, il sito ufficiale dell’UNFCCC ci informa che a tutto il 3 dicembre 2018, sono state adottate le agende dei lavori della sessione principale e delle altre sessioni. Nel frattempo i lavori vanno avanti mentre scure nubi si addensano all’orizzonte.

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Le Previsioni di CM – 03/09 Dicembre 2018

Posted by on 23:09 in Attualità | 1 comment

Le Previsioni di CM – 03/09 Dicembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Un profondo vortice è in azione sul Mare di Barents e pilota aria fredda di origine artica sul Mare del Nord, con associate nevicate che dall’Islanda si portano in queste ore in direzione delle Shetland. Più a est resiste la cellula dinamica russa, che costringe le correnti miti atlantiche ad insinuarsi molto più a nord, fin nel cuore dell’Artico dove le temperature aumenteranno sensibilmente, specie tra il Mare di Barents e quello di Kara. In prossimità delle Azzorre si approfondisce una depressione atlantica dalle caratteristiche molto diverse, cui si associa la risalita di aria mitissima che dal Nordafrica muove in direzione dell’Iberia e del Mediterraneo centro-occidentale. (Fig.1).

La settimana sarà caratterizzata da condizioni insolitamente zonali per il continente europeo: westerlies molto tese favoriranno la rimonta del campo in seno al flusso secondario, mentre quello principale scorrerà alle alte latitudini europee praticamente indisturbato. L’Italia resterà per gran parte sotto la protezione anticiclonica, con l’eccezione di un rapido passaggio nuvoloso a metà settimana, e di disturbi che interesseranno i crinali alpini di confine con associate nevicate.

Sul finire della settimana, la zonalità effimera di questi giorni sembra destinata ad un brusco stop per la formazione di un ennesimo anticiclone di blocco alle alte latitudini, tra Mare del Nord e Scandinavia, e con l’Italia interessata da un brusco calo delle temperature e fenomenologia limitata alle regioni di Nord-est e a quelle centrali e meridionali peninsulari.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì Nuvoloso sulle Alpi con nevicate sulle creste di confine, in particolare sulla Valle d’Aosta e (dalla sera) su alta Valtellina e Val Venosta. Nubi e precipitazioni in prevalenza deboli e sparse in rapido movimento dalle regioni centrali peninsulari in direzione del Tirreno meridionale. Prevalentemente asciutto altrove.

Temperature in leggero aumento nei valori minimi, venti occidentali sui bacini di ponente con qualche rinforzo sui settori settentrionali.

Martedì nuvolosità irregolare sulle regioni centrali adriatiche e meridionali peninsulari con precipitazioni sparse e tendenza a miglioramento in serata. Generalmente stabile sul resto del Paese.

Temperature stazionarie, venti di maestrale, tesi sui bacini occidentali e sud-orientali.

Mercoledì condizioni di stabilità su tutto il Paese, con aumento della nuvolosità alta in serata sulle regioni settentrionali.

Temperature in calo al Nord, venti sostenuti di tramontana su basso Adriatico e Jonio, deboli altrove.

Giovedì qualche nevicata al mattino sui crinali di confine alpini. Sottovento la pianura padana, un rapido passaggio nuvoloso scorrerà dalle regioni centrali peninsulari in direzione di quelle meridionali con associati rovesci sparsi. In serata migliora sulle regioni centrali.

Temperature in diminuzione al Centro-Sud. Venti di maestrale sui bacini di ponente, con qualche rinforzo.

Venerdì migliora in mattinata al Sud con schiarite sempre più ampie. Condizioni di stabilità sul resto del Paese.

Temperature stazionarie, venti deboli.

Sabato rapido passaggio nuvoloso con nevicate sulle Alpi centro-orientali e sui crinali di confine occidentali. Piogge, rovesci e nevicate a quote medie in rapido spostamento dalle regioni nord-orientali al resto delle regioni peninsulari, spinte da correnti di maestrale sostenute e con temperature in sensibile diminuzione. Domenica ampie schiarite al Nord e al Centro, e tendenza al miglioramento anche al Meridione. Temperature in ulteriore calo, ventilazione tesa dai quadranti settentrionali.

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OUTLOOK INVERNO 2018-2019

Posted by on 14:41 in Attualità, Meteorologia, Outlook | 9 comments

OUTLOOK INVERNO 2018-2019

Eccoci di nuovo a tentare di tracciare un identikit del prossimo inverno 2018-2019.

In questo articolo non affronterò tutte le tematiche necessarie, piuttosto ci dedicheremo a dare un primo sguardo ai principali indici con cui si tracciano le dinamiche atmosferiche, quanto basta per avere modo di indicare un prima ipotesi per la prossima stagione invernale, lasciando ad articoli successivi i dovuti approfondimenti nonché correggere il tiro dell’outlook stesso.

Doveroso iniziare con lo stato dell’attività della nostra stella. Dal grafico 1 possiamo notare come l’attività solare sia avviata al suo minimo undecennale. Seguendo i grafici 2 e 2a possiamo anche ipotizzare, tramite la curva del modello Solcast sviluppato da Meteo Dolomiti, che la fase di minimo potrebbe essere raggiunta tra il prossimo 2019 e il 2020. Sempre dal grafico 2a possiamo anche notare che il valore di soglia tra un’alta attività e una bassa attività, contraddistinta dalla curva verde, è stato superato nel 2015.

Preso atto di essere entrati in un periodo di bassa attività solare non possiamo non considerare l’andamento della Oscillazione Quasi Biennale (QBO).

Dalla figura 3, inerente la QBO30hPa, possiamo evidenziare il passaggio da una fase positiva ad una negativa avvenuta nel giugno del 2017, fase che fino ad ottobre del corrente anno è rimasta tale seppur in fase di riduzione, indicando la direzione di una nuova chiara fase positiva che verosimilmente potrà consolidarsi verso l’inizio o la metà della prossima stagione invernale.

L’indice QBO negativo e la bassa attività solare sono spesso correlati con un vortice polare stratosferico debole, cosa di cui certamente terremo conto. Il grafico di figura 4, inerente la somma progressiva dell’anomalia dell’indice QBO, è particolarmente utile perché esalta i cambi di segno di medio-lungo periodo evidenziati dalle variazioni di pendenza della curva. Dal 1948 al 1970 l’indice è stato prevalentemente negativo. Dal 1971 l’indice ha assunto connotazione sempre più positive fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso primi anni duemila quando la tendenza si è di nuovo invertita verso un indice contrassegnato da valori maggiormente negativi.

Molto importante è la valutazione dello stesso indice ma alla quota isobarica di 50hPa che si ritiene avere un peso specifico complessivo anche superiore rispetto quello alla quota dei 30hPa vista in precedenza.

Dal grafico 5 possiamo apprendere che l’ingresso nella fase negativa è avvenuto proprio nel gennaio di quest’anno, con il raggiungimento in apparenza di un minimo verso settembre scorso. Se troverà conferma possiamo dire che non tornerà in fase positiva prima della prossima primavera inoltrata.

Seguendo il grafico 6 della somma progressiva dell’anomalia della QBO50hPa notiamo che è avvenuta una inversione da un indice maggiormente negativo verso uno maggiormente positivo a partire dal 1977 e apparentemente ancora in atto salvo scorgere un possibile incipit di inversione di tendenza proprio in coda al grafico. Qui diversamente da quanto visto per la quota isobarica di 30hPa non è così immediato tracciare un possibile andamento multi decennale comunque in ragione di quanto rilevabile in coda al grafico non è possibile escludere un cambio di segno entro i prossimi anni, da cui potremmo azzardare che anche questo indice nei prossimi anni avrà maggiore insistenza temporale nella sua fase negativa rispetto alla fase positiva.

Questa tendenza di lungo periodo deve essere tenuta in considerazione poiché verrà a mutare la capacità di modifica delle onde di Rossby e quindi del complessivo vortice polare, in quattro parole: cambio di massa atmosferica. Considerando che il precedente periodo con indice QBO30hPa prevalentemente positivo ha avuto una durata di circa 30 anni, non possiamo escludere che possa avere la stessa durata la nuova fase negativa. Se così fosse sarebbe lecito attendersi un nuovo cambio verso una fase maggiormente positiva non prima degli anni attorno al 2030. Questa valutazione assolutamente di massima accompagnata dal grafico di prognosi dell’attività solare ci informa che fino al 2030 l’accoppiata bassa attività solare e QBO negativa potrebbe essere prevalente considerando che il superamento di soglia di attività solare alta potrebbe ridursi a soli 4 anni dal 2023 al 2026 compresi. Vista la ipotizzata virata della QBO50hPa verso una fase maggiormente negativa i due indici nei due livelli considerati si troveranno più spesso in fase tra loro. Per inciso non significa che la QBO rimarrà in stato negativo ma piuttosto nella sua ciclicità quasi biennale tenderà a rimanere per un tempo più lungo nella fase negativa rispetto alla fase positiva motivo per il quale i grafici 4 e 6 si riferiscono al dato delle rispettive anomalie.

Ora passiamo alla valutazione di alcuni indici oceanici quali PDO e AMO. Dalle rispettive figure 7 e 8 possiamo evidenziare per il primo una sostanziale neutralità ma con tendenza di medio periodo a calare, mentre per il secondo non si avvertono sostanziali variazioni con il proseguimento della fase positiva.

Per quanto concerne l’indice PDO questo assume una certa importanza poiché si ritiene essere un buon indicatore del regime atmosferico legato alla modulazione dei treni d’onda e, infatti, come vedremo più avanti, è preso in considerazione nel modello IZE per la prognosi sia dell’attività d’onda che dell’indice AO della stagione invernale.

Passando alla valutazione dell’attività convettiva equatoriale non possiamo non valutare l’indice ENSO. Viste le anomalie rilevate lungo il Pacifico equatoriale è bene guardare più attentamente il successivo grafico 9, in cui è rappresentato l’EMI (Enso Modoki Index).

Questo indice assume un aspetto valutativo più importante e se vogliamo interessante rispetto al classico indice ENSO. L’ubicazione delle pozze oceaniche calde e fredde determina una sostanziale variabilità nelle zone di convezione. L’indice ENSO ci suggerisce una fase debolmente positiva ma l’indice EMI, sia pur con ampiezza del segnale assolutamente debole, indica una posizione delle pozze calde maggiormente compatibile ad un ENSO positivo di tipo Modoki. In questo caso la zona con anomalie più calde si trova nell’area centro-occidentale del Pacifico, mentre le zone più occidentali verso l’Indonesia e più orientali verso le coste sud americane presentano anomalie inferiori. In realtà, ed è questo il motivo di un debole segnale Modoki, la parte orientale presenta sempre anomalie positive ma di ampiezza inferiore rispetto al Pacifico centrale.

Per il momento guardiamo al grafico 10 – la Madden Julian Oscillation – senza particolare commento poiché lo riserveremo più avanti in fase di prognosi. Possiamo comunque notare che le fasi con presa di ampiezza interessano le zone 7,8, 1, 2 e 3. Questa sequenza vediamo di rilevarla nella prossima figura 11 al fine di capire se e quanto individuato dal grafico della MJO possa essere un trend dovuto a particolari forzanti.

Dunque, seguendo i vettori del vento alla quota isobarica di 200hPa lungo la fascia compresa tra i 10N e 10S, possiamo individuare le zone caratterizzate da flusso divergente, tracciante moti di aria ascendente e quindi con presenza convettiva, e zone contraddistinte da flusso convergente con moti d’aria discendente, caratteristica della soppressione dell’attività convettiva. Dal grafico si denota una chiara deframmentazione multi cellulare e si individua una circolazione riconducibile ad un ENSO positivo con caratteristiche di tipo modoki con le zone convettive rispettivamente ad ovest ed ad est della fascia centrale del Pacifico equatoriale; questo attiva sia le zone a cavallo tra le aree Madden 7 e 8 che la lunga fascia in zona 1 dalle coste sud americane all’Africa centro occidentale. Un’altra zona favorita è la 3 con passaggio dalla 2. Di questa caratteristica dovremmo tenere conto poiché le zone convettive hanno non poca responsabilità nel determinare le caratteristiche del vortice polare e soprattutto nelle fasi stagionali cruciali.

Infatti guardando le successive figura 12 e 13, inerenti le anomalie di geopotenziale alle quote isobariche di 10 e 30hPa nel mese di ottobre, rileviamo una circolazione a due onde ben modulate dall’azione convettiva equatoriale sopra descritta. Questa caratteristica si ritiene che tenderà a permanere anche nella stagione invernale poiché, come precedentemente discusso, la QBO50hPa è destinata a permanere in fase negativa.

Altro aspetto piuttosto importante ai fini di una evoluzione del vortice polare nella stagione invernale, è stabilire la posizione media del suo asse e il centro di massa rilevato nel mese di ottobre, quando l’insieme delle forzanti troposferiche fissano, quale imprinting caratteriale, una chiara forma e disposizione della struttura del vortice. La figura 14 ci mostra come il vortice tenderà a prediligere, sotto la spinta delle forzanti troposferiche descritte ed in particolare dall’attività convettiva equatoriale, un asse che suggerisce la frequente presenza delle due onde principali, pacifica e atlantica.

Come più volte detto il vortice circumpolare è molto sensibile alle variazione di calore latente e sensibile provenienti dalle zone equatoriali e in questo senso l’attività convettiva è importantissima. Il vortice, dunque, in funzione della diversa quantità di energia disponibile, modifica il numero delle onde e la loro lunghezza nonché la capacità di raggiungere le basse latitudini. Altro importante elemento è Il suo centro di massa, la cui posizione è nei pressi del mare di Barents sulla Victoria Island. Anche in questo caso il centro di massa, in assenza di una modifica delle forzanti troposferiche, durante la prossima stagione invernale tenderà a prediligere quella posizione nelle sue rotazioni favorendo, nel caso di riscaldamento improvviso stratosferico di tipo principale, la sua scissione (split) con conseguenze anche rilevanti.

Per completare questa valutazione di tipo generale esaminiamo le figure 15 e 16 rispettivamente dell’attività d’onda e dell’indice AO previsti dal modello IZE. Ricordo che la previsione dell’indice AO va vista con maggiore prudenza e anche se l’hindcast (periodo di elaborazione dalla stagione invernale 1950-1951 alla stagione invernale 2017-2018) produce un indice di correlazione piuttosto elevato, pari a circa 0,8; questo rimane pur sempre un dato da maneggiare con cura in particolare nei segnali dei singoli mesi (qui non indicati). Sta di fatto che l’indice è previsto piuttosto negativo lungo il trimestre invernale.

Prima di addentrarci nell’analisi dei dati del modello IZE, informo il lettore che l’interpretazione dell’attività d’onda non è cosa così immediata poiché bisogna, per l’appunto, interpretarne il “linguaggio”. Ovviamente, inoltre, dobbiamo lavorare fidandoci della correttezza dell’elaborato. Altro aspetto da tenere in considerazione del modello IZE è la modalità di elaborazione che prevede un dato di output ogni tre giorni lungo tutto il periodo invernale da dicembre a febbraio con una incertezza temporale di ±3 giorni.

Ho indicato nel grafico di figura 15 cinque punti che ritengo nodali.  Il primo punto identifica una buona attività d’onda attesa nei primissimi giorni del mese entrante che probabilmente rappresenta la fase finale della buona attività fin qui riscontrata nel mese di novembre. Questo periodo mostra una complessiva attività dei flussi di calore buona ma non eccessiva, come ben espresso dalla figura 17, inerente l’andamento degli eventi dei flussi di calore opportunamente calcolati su un intervallo di 40 giorni; la curva che li rappresenta è in territorio positivo ma non elevato in valore assoluto.

Questa fase è figlia di una serie di disturbi partiti dalla medio-alta troposfera con propagazione alla media stratosfera. Questa dinamica è perfettamente fotografata da un nuovo indice di “tipo circolazione” visibile in  figura 17a che suggerisco di seguire sempre con molta attenzione poiché aiuta moltissimo a interpretare correttamente non solo la tipologia di circolazione in atto e prevista, barotropica o baroclina nella porzione stratosferica (10hPa trai 60°N e i 90°N), ma anche a stabilirne qualità e peso specifico attraverso la comparazione con la curva della media climatologica del periodo 1950-2016.

Questo grafico evidenzia numericamente il gioco di sponda continuo tra troposfera e stratosfera e suggerisce come i fenomeni stratosferici estremi non sono altro che esasperazioni delle due circolazioni differenti lungo un certo periodo di tempo indotte da chiari impulsi troposferici. Modifiche nello stato di circolazione durante una fase climatologicamente attesa di tipo barotropico possono essere più efficaci delle stesse modifiche durante la fase climatologicamente baroclina. Nella fattispecie si nota come a partire dalla terza decade di novembre i disturbi a carico del vortice polare siano stati tali da obbligare un cambio di circolazione da una precedente di tipo barotropica ad una baroclina, cosa che tradotta significa il passaggio da una circolazione ad una onda a un pattern a due onde con vortice in progressivo indebolimento, ben  evidenziato nelle figure 17b e 17c inerenti l’andamento dell’indice NAM10hPa e del flusso zonale sui 60°N sempre ai 10hPa.

Suggerisco di tenere sempre d’occhio l’indice SEI (acronimo di Stratospheric Extreme Index) che indipendentemente dal valore del NAM ha la capacità di discriminare se un evento stratosferico estremo si è effettivamente realizzato o meno indipendentemente dal valore raggiunto del NAM in riferimento alle rispettive soglie positiva e negativa. Ricordo che questo è particolarmente utile in tutte quelle circostanze definibili ambigue ove il valore di soglia del NAM è stato raggiunto o superato di poco e mantenuto per altrettanto poco tempo (pochi giorni). Questo discrimina fortemente su quanto avverrà in seguito a livello troposferico sia nella tipologia delle anomalie che nella loro durata.

Nel grafico in figura 17b è stata aggiunta la curva dell’anomalia standard del vento zonale alla quota isobarica di 10hPa a 60°N per meglio apprezzare gli effetti, rilevati dal NAM, sulla circolazione e quindi sulla variabilità di intensità del flusso zonale.

Al momento si nota come i disturbi stiano inducendo, e continueranno a farlo ancora nei prossimi giorni fino ai primi di dicembre, una circolazione alla quota isobarica di 10hPa di tipo spiccatamente baroclino ma, e questa è l’informazione più interessante, tale circolazione si scosta notevolmente dalla media climatologica, segno di un’azione troposferica importante e prematura. Infatti in questo periodo la circolazione media dovrebbe essere ancora di tipo barotropico sotto la spinta di una normale azione di raffreddamento radiativo.

Tornando alla prognosi del modello IZE dell’attività d’onda, si nota che dalla prima metà della prima decade di dicembre il modello indica un decadimento dell’attività d’onda e della sua efficacia ma senza azzerarsi; questo è indice di una continua dinamicità troposferica che alimenterà un seppur debole ma continuo disturbo. In questo frangente subiranno una flessione anche i flussi di calore rilevabili a 100hPa tra le latitudini 45°N e 75°N. L’indice NAM10hPa, a seguito di questa dinamica, è atteso in temporanea ripresa dopo il calo riscontrato a partire dalla seconda metà di novembre. La ripresa sarà frutto delle manovre del movimento della prima onda in movimento verso il continente nord-americano che obbligherà il vortice ad una rotazione ed ad un approfondimento che però non si prevede consistente e probabilmente sarà anche di breve durata. Questo movimento produrrà una temporanea ripresa del flusso zonale. Questa fase però non porterà ad una caduta libera del geopotenziale per il motivo sopra indicato.

Questa è la fase determinante, propedeutica a quanto potrebbe avvenire subito dopo. Quanto espresso risulta anche dalla carta in figura 10 della MJO con il passaggio nella fase 3. La previsione dell’MJO di ECMWF (che forse a mio modesto parere anticipa un po’ l’entrata nella fase 3, avrà un duplice compito: il primo di favorire il riassorbimento della prima onda dall’Alaska/Canada occidentale verso l’area aleutinica con relativo incremento del geopotenziale sul comparto siberiano orientale, ed il secondo nel determinare un elevato gradiente orizzontale con convergenza di flusso causando, sul lato siberiano orientale, moti discendenti con compressione adiabatica e quindi riscaldamento con attivazione dei flussi di calore.

La fase 2 sul grafico, che dovrebbe innescarsi approssimativamente in un periodo compreso tra la metà del mese e l’inizio della terza decade di dicembre, si riferisce alla conseguente risposta del sistema con una nuova brusca ripresa dell’attività d’onda che verosimilmente sarà il vero e proprio impulso che si ritiene debba propagarsi verso i piani superiori stratosferici. Il segnale di tale impulso si attende essere ben rilevato tra le quote isobariche di 300 e 200 hPa in un contesto di indice AO oscillante sulla neutralità. In questo caso sarà attivata la seconda onda stratosferica con graduale migrazione del centro di massa del vortice polare stratosferico alla quota isobarica di 10hPa in direzione dell’arcipelago canadese, così come evidenziato dai rilievi del mese di ottobre e visto nel grafico 14 con progressivo approfondimento e abbassamento del geopotenziale e conseguente rinforzo della seconda onda.

Questa dinamica potrebbe portare al collasso del vortice con il realizzo di un evento stratosferico estremo (MMW), che stante l’evoluzione prevista potrà essere di tipo split evidenziato da una caduta libera del NAM10hPa. Quanto descritto si stima possa avvenire tra la fine del corrente anno e più probabilmente in prima decade di gennaio forse già nei primi giorni del nuovo anno, vedi punto 3 nel grafico. A seguire l’attività d’onda sarà la conseguenza dell’avvenuto Major Midwinter Warming. In tal caso sarà il caso di seguire attraverso i deterministici le evoluzioni a livello troposferico poiché il blocco zonale che si potrà produrre alle alte latitudini in progressiva retrogressione dal comparto scandinavo a quello groenlandese potrebbe innescare delle consistenti retrogressioni di aria artica continentale verso l’Europa centrale fin verso il Mediterraneo centrale.

Da considerare anche la probabile interazione con un flusso zonale atlantico basso di latitudine. Il punto 4 si interpreta, seguendo la letteratura in merito, come il momento di minimo valore raggiunto dall’indice AO che potrebbe collocarsi tra la fine di gennaio e i primi giorni di febbraio. Infine il punto 5, che sempre secondo letteratura, si interpreta come il risultato della prima contrazione post MMW, dovuta proprio al conseguente blocco dei flussi di calore e successiva nuova modulazione d’onda frammentata ma presente.

A termine di questo primo articolo il grafico 18  che mostra l’andamento medio invernale e previsto delle isoipse 5350 e 5650 metri lungo il trimestre invernale (dic-gen-feb) espresse secondo l’output dell’attività d’onda del modello IZE.

Seguendo la figura 18 si evidenzia la posizione della prima onda che è prevista portarsi più verso la zona aleutinica rispetto la media climatica e così pure la seconda onda modificando l’intero treno d’onda, il cui posizionamento dovrebbe favorire sia frequenti azioni depressionarie nel Mediterraneo centro-occidentale con frequenti blocchi alle alte latitudini non ben supportati da una matrice chiaramente subtropicale, esponendo il fianco ad azioni fredde orientali o nordorientali  con interazioni con un flusso zonale atlantico secondario basso di altitudine (vedi andamento della 5650 ad ovest del continente europeo).

Nel complesso si denota un certo calo del geopotenziale con maggiore estensione meridionale del vortice polare. Se tale ipotesi dovesse trovare conferma potremmo attenderci i mesi di gennaio e febbraio con valori termici sotto la media sull’Italia centro-settentrionale e in media o lievemente inferiore alla media al sud. Le precipitazioni potrebbero risultare attorno alla media o nel complesso stagionale lievemente superiori.

L’intero assetto infine induce a sospettare che a partire dalla seconda metà della scorsa stagione invernale si stanno concretizzando quelle possibili manovre sostanziali di cambio di massa atmosferico già descritte e discusse nel lavoro di ricerca  “Il Clima del futuro? La chiave è nel passato” nel quale è stato indicato quale possibile cambio di massa, e quindi di circolazione, il periodo successivo al 2018.

Ovviamente seguiremo l’evolversi della situazione per fornire le adeguate correzioni o conferme.

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Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

Posted by on 15:22 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Ottobre 2018

IL MESE DI OTTOBRE 2018[1]

Mentre sul meridione hanno prevalso condizioni di instabilità sul settentrione hanno dominato condizioni di tempo stabile a cui dal 27 è subentrata un fase intensamente perturbata.

Il periodo dall’1 al 26 ottobre ha visto sul Settentrione il prevalere di condizioni anticicloniche interrotte solo dal passaggio di una debole perturbazione atlantica transitata fra 6 e 7 ottobre. Nello stesso periodo il meridione ha invece subito l’influsso  di tre depressioni mediterranee rispettivamente transitate nei giorni 1-3, 18 e 22-23 ottobre. Dal 27 ottobre invece l’intera penisola ha subito l’influsso di una grande saccatura atlantica da ovest che ha determinato condizioni di tempo perturbato fino a fine mese. Per rendere ragione di tali condizioni abbiamo realizzato le topografie del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 (figura 1a) che mostra l’Italia interessata da un promontorio dell’anticiclone delle Azzorre e la carta dal 27 al 31(figura 1b) che evidenzia invece la presenza sul Mediterraneo della suddetta saccatura con afflusso verso la nostra area di masse d‘aria calda di  origine africana. E’ dal confronto fra tali masse d’aria con l’aria artica che confluisce nella saccatura che sono derivate condizioni fortemente perturbate con piogge abbondanti e ventosità localmente accentuata.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figure 1a e 1b – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa per il periodo 1-26 e 27-31 ottobre. Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Una ventosità accentuata con estesi danni da vento si è verificata su Alto Veneto e Trentino Alto Adige il 29 ottobre in coincidenza con il transito di un minimo depressionario chiuso particolarmente profondo che ha dato luogo a venti di scirocco di intensità molto elevata. Al riguardo si riporta in (figura 1c) l’analisi a 500 hPa delle 18 UTC del 29 ottobre scorso.

Figura 1c – Topografia del livello di pressione di 500 hPa per le ore 18 UTC del 29 ottobre 2018.

Si segnala infine che l’analisi circolatoria giornaliera sull’Italia ha evidenziato il transito di un totale di 6 perturbazioni descritte in tabella 1.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

 

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno manifestato un’anomalia positiva debole o moderata al Centro – Nord mentre al Sud sono risultate nella norma, salvo locali anomalie negative su Sicilia, Sardegna e Calabria.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Le temperature medie delle minime mensili (figura 3) sono state in prevalenza soggette a un’anomalia positiva debole o localmente moderata. Dalla figura 5 si coglie che la piovosità è risultata abbondante su gran parte dell’area, con anomalie positive su Piemonte sudoccidentale, Liguria, Trentino – Alto Adige, Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia centro-orientale. Anomalie negative a carattere locale si sono registrate invece su Abruzzo, Molise, Lazio meridionale, Toscana centro-settentrionale e Sicilia Occidentale.

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che le anomalie positive delle temperature si sono concentrate nella seconda e terza decade del mese interessando soprattutto il centro-nord. Le anomalie pluviometriche positive si sono invece concentrate nelle prime due decadi al sud e nella terza decade al centro-nord.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva si lega a un nucleo di anomalia positiva centrato sull’Europa centro-orientale. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede.

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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