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  • Antonioli F., e Silenzi S., (2007). Variazioni relative del livello del mare e vulnerabilità delle pianure costiere italiane. Quaderni della Società Geologica Italiana, 2, 29 pp.
  • Araus et al., 2003. Productivity in prehistoric agriculture: physiological models for the quantification of cereal yields as an alternative to traditional Approaches, Journal of Archaeological Science 30, 681–693
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Così, per sorridere e per pensarci su

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Così, per sorridere e per pensarci su

Oggi suggerimenti di lettura, il primo se non avete niente da fare, il secondo torna buona per il prossimo allarme in chiave atolli del Pacifico.

Guardie e Ladri col Cappotto

Ci credereste? C’era sin qui un diffuso consenso sul fatto che il caldo facesse andar fuori di cotenna e, quindi, prima o poi stando alle previsioni nelle stagioni calde sempre più calde avremmo finito per aver bisogno di girare col bastone.

E invece no, salta fuori che analizzando i DB dell’FBI sulle attività criminali il segnale sia chiaro: i crimini non aumentano nelle stagioni calde ma in quelle fredde, se sono un po’ meno fredde, questo soprattutto nei posti dove di norma l’inverno è molto rigido.

Il che pare ovvio. Se fuori si gela un po’ di meno, tutti quelli dotati, diciamo così, di una certa intraprendenza, sono più inclini a mettere il naso – e il piede di porco – fuori casa.

Meglio? Peggio? Naturalmente la seconda, perché, ovviamente, con gli inverni sempre meno freddi avremo sempre più crimini…

Warmer winter temperatures linked to increased crime

Piccoli atolli crescono

Ah, le Maldive… spiagge incantate, palme, orizzonti sconfinati… tutto destinato a finire sott’acqua, prima o poi.

Ma davvero?

Pare di no. Ricerca all’ultimo grido, datazione della formazione delle Isole Maldive e… ops, si sono formate quando il mare era di circa mezzo metro più alto di adesso. Possibile? Pare di sì, perché proprio il mare più alto e le onde ad alta energia conseguenti, avrebbero rotto le barriere coralline e depositato all’interno le fondamenta per la formazione delle isole. Ergo, se il mare crescerà e con lui le onde, si ricreerebbero le condizioni per la crescita delle isole, non per la loro sommersione.

Ma, attenzione, perché questo possa succedere il corallo deve essere in buona salute. Siccome le stesse proiezioni dicono che invece se la passerà male, nisba, mare alto, onde forti, ma niente isole. Non ne va mai bene una.

Rising sea levels may build, rather than destroy, coral reef islands

 

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La dissonanza cognitiva dei chicchi di grano

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La dissonanza cognitiva dei chicchi di grano

Qualche anno fa, ma con argomenti ancora attuali che stanno trovando inoltre ulteriori conferme, il nostro “esperto” di dinamiche invernali, Carlo Colarieti Tosti, scrisse per CM un lungo articolo dal titolo “Il clima del Futuro, la risposta è nel passato“, rinforzando una volta di più il concetto secondo cui prima di cimentarsi nell’arte di dipingere il futuro a tinte fosche in quanto sconosciuto, è sempre bene controllare se quello che si pensa di avere davanti non sia qualcosa attraverso cui questo fantastico pianeta non sia già passato.

Questo naturalmente vale per tutto, anche per quelle dinamiche che non sono climatiche ma che sono strettamente connesse con quelle del clima, prima tra tutte la produzione di materie prime alimentari.

Probabilmente consci di questo, alcuni ricercatori del settore hanno pubblicato su Science Advances un articolo in cui si esplorano, grazie a dati storici e di prossimità, le modifiche alle attività colturali e di scambio delle merci cui si è fatto ricorso in passato per fronteggiare le difficoltà nella coltivazione delle materie prime alimentari a causa delle modifiche del clima.

Tra gli esempi presenti nel loro paper, che occupa un lasso temporale che va da 1000 a 5000 anni fa, riportano ad esempio la nascita della “via della seta”, ovvero lo sviluppo di attività commerciali tra l’impero cinese e quello romano forzato dalle difficoltà di approvvigionamento di risorse alimentari al termine del periodo caldo noto come Optimum Romano. Questo ed altri esempi, scrivono, dimostrano come i cambiamenti climatici abbiano sempre rappresentato un pericolo e abbiano richiesto grandi capacità di adattamento al prezzo spesso di tragedie epocali.

Tutto molto vero e molto interessante, ma, c’è un ma…

Tutti gli esempi più significativi cui si fa riferimento nel paper parlano di eventi di raffreddamento, siano stati essi globali, regionali o entrambe le cose. Anche questo è molto vero, tant’è che in questi ultimi tragici anni (decenni) di global warming, la disponibilità di materie prime alimentari non ha mai smesso di aumentare. Complice lo sviluppo tecnologico, certamente, ma soprattutto anche per effetto di due “piccoli” particolari, la fertilizzazione da CO2, che è il cibo delle piante, e, come abbiamo letto appena qualche giorno fa, anche un clima genericamente più favorevole, ovvero più mite e privo di picchi di caldo.

Il Global Warming e le sue conseguenze, la scienza va da una parte, l’isteria, ovviamente, dall’altra.

Ergo, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, per nutrire una popolazione mondiale ancora in aumento, è notoriamente meglio un clima a regime caldo come quello che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni di un clima a regime freddo, ove per regime non si intende certo la sola temperatura, quanto piuttosto le modalità di circolazione atmosferica che vi si associano (rileggete l’articolo di Colarieti Tosti al riguardo).

Allora, dopo aver fornito delle prove schiaccianti di questo fatto, come diavolo si fa a suggerire che il problema del nostro futuro di produzione di cibo è il global warming? Ah, certo, lo leggiamo nella loro introduzione con tanto di bibliografia:

Projected estimates for global warming are expected to pose serious challenges for existing systems of grain production around the globe, with some regions having predicted decreases in production as high as 70% (1)

E bé, certo, projected…

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California burning

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California burning

Sono davvero tragiche le notizie e le immagini che arrivano dallo Stato della California in questi giorni, per quella che è stata definita la peggiore serie di incendi degli ultimi anni.

Com’è normale che sia, anche i nostri media stanno dedicando grande attenzione a questi eventi, vuoi per quel che rappresenta quella porzione degli Stati Uniti nell’immaginario collettivo, vuoi per la cruda spettacolarità delle immagini.

Anche in questo caso, come accade da quando queste risorse sono disponibili, si sta cercando di mettere a disposizione anche gli assetti osservativi satellitari per circoscrivere, almeno nelle immagini, l’area interessata dagli incendi. Mi capita sotto gli occhi un tweet dell’account ufficiale di Copernicus, il Programma di Osservazione della Terra dell’Unione Europea, che si avvale soprattutto di assetti satellitari. Eccolo qui sotto.

https://twitter.com/CopernicusEU/status/1061256704745267201

Sicché, ci risiamo, se la California brucia è colpa del clima che cambia. Bé, c’è da chiedersi come sia possibile che un programma così importante come quello di Copernicus sia dotato di un sistema di comunicazione così superficiale e, a dirla tutta, anche privo di scrupoli, visto che si coglie l’occasione di un evento così tragico per fare propaganda climatica.

La critica potrà sembrare un po’ eccessiva, forse è vero, ma i fatti parlano chiaro e, per rendersene conto, bastano davvero pochi minuti di ricerca sulla rete.

Il collegamento tra gli incendi in California e il climate change è probabilmente riferito alla siccità, ovvero alla predisposizione agli incendi cui l’area sarebbe soggetta per l’assenza delle precipitazioni.

Bene, negli ultimi anni, effettivamente, la California ha subito una siccità molto forte, che però, in seguito ad uno degli inverni più piovosi dell’era recente, è stata dichiarata ufficialmente finita dal Governatore dello Stato il 7 aprile del 2017. Questo lo apprendiamo con pochi click sul portale dedicato proprio agli eventi siccitosi che lo l’amministrazione dello Stato mette a disposizione dei suoi cittadini.

Evidentemente tutto il mondo è paese, visto che anche oltreoceano, come accade ogni volta che la Natura si fa sentire con tutta la sua potenza distruttiva, è scattata la caccia alle responsabilità, con il Governo Federale che accusa quello locale di non essersi preso cura del patrimonio boschivo dimenticando che la gran parte di quel patrimonio è proprio sotto la responsabilità dell’amministrazione centrale (qui).

Quindi meglio prendersela col clima che cambia, come suggeriscono da @Copernicus EU, dimenticando però sia che la siccità è finita da un pezzo, sia che gli incendi sono in forte declino a livello globale da decenni, sia che, purtroppo, l’autunno è per la California la stagione degli incendi, perché è il periodo più caldo dell’anno per effetto della persistenza dei Santa Ana winds, i venti catabatici molto secchi che scendono dalle montagne soprattutto in questa stagione. E dimenticando, questo sì che potrebbe far danni, che quella che è stata spacciata per la peggiore siccità di sempre, è poco più di una macchiolina nella storia degli eventi siccitosi per la regione, come opportunamente documentato dalla letteratura scientifica di riferimento.

North American drought: Reconstructions, causes, and consequences

Qui sotto la figura 10 di questo paper e un’altra basata sempre sugli stessi dati.

Sicché, dai dati disponibili, quelli veri, non dai lanci d’agenzia o, peggio, dagli stracci che volano tra i decisori a vari livelli, il periodo recente con riferimento alla siccità e quindi anche rispetto a quanto questa possa contribuire all’occorrenza degli incendi, è stato sì anomalo, ma nel senso che di siccità non ce n’è mai stata così poca, con buona pace, naturalmente anche delle proiezioni e delle stime modellistiche, che prevedono che ce ne sarà sempre di più e che attribuiscono una parte di quanto recentemente accaduto al climate change.

Contribution of anthropogenic warming to California drought during 2012–2014

Speriamo finisca presto…

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Le Previsioni di CM: 12/18 Novembre 2018

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Le Previsioni di CM: 12/18 Novembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Persiste la contrapposizione tra il flusso principale che scorre alle medie latitudini in Atlantico, e la struttura anticiclonica estesa dal Mediterraneo centrale alla Russia, supportata in quota da un contributo africano che interessa in queste ore la penisola italiana. Proprio il richiamo di aria calda in quota contribuisce a frenare l’avanzata delle correnti umide atlantiche nel cuore del Mediterraneo, scongiurando così la persistenza delle condizioni di maltempo che hannno già flaggellato l’Italia nelle scorse settimane. Poche modifiche da citare, relativamente al quadro sinottico europeo: persiste l’anticiclone termico sulla Groenlandia con associato richiamo di correnti fredde dall’Artico che continuano ad alimentare strutture depressionarie in spostamento dal Labrador alle isole britanniche (Fig.1).

Poche novità nel corso della settimana: l’opposizione molto tenace offerta dalla cellula anticiclonica europea costringerà il flusso principale ad evolvere in aree di divergenza e minimi chiusi di geopotenziale sul Marocco, con l’effetto di rafforzare ulteriormente il campo di massa sul Mediterraneo centrale. Nella seconda metà della settimana, tuttavia, i massimi del campo in quota tenderanno a traslare verso l’Europa centro-settentrionale, consentendo la discesa di aria fredda lungo il bordo meridionale della cellula di alta, fino a sfociare retrograda nel cuore del Meditrraneo (Fig.2).

Siamo quindi attesi da una settimana all’insegna di condizioni prevalentemente asciutte, stabili ma non sempre soleggiate per la formazione delle prime nebbie nelle zone interne e per la presenza di stratificazioni nei bassi strati per effetto della subsidenza. Una pausa benedetta dalle condizioni di maltempo che hanno caratterizzato il periodo precedente, e che guarda caso viene a presentarsi proprio in concomitanza con l’estate di S. Martino. Sul finire della settimana le condizioni potrebbero cambiare significativamente per l’ingresso di correnti fredde continentali che ci traghetterebbero verso condizioni invernali. L’inverno meteorologico, del resto, è dietro l’angolo.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì e Martedì condizioni di stabilità su tutto il Paese, con cieli parzialmente nuvolosi al Centro-Nord e gran sereno al Sud. Nebbie e foschie sulla Valpadana e zone interne peninsulari nelle ore più fredde.

Temperature in lieve aumento al Centro-Sud, venti deboli.

Mercoledì generalmente poco o parzialmente nuvoloso su tutto il Paese, con ventilazione tesa dai quadranti settentrionali e conseguente attenuazione di nebbie e foschie. Temperature in diminuzione.

Giovedì condizioni di stabilità, con ampie schiarite sulle regioni centro-meridionali peninsulari, stratificazioni nuvolose sui versanti tirrenici e ritorno di nebbie e foschie sulla Valpadana.

Venti ancora dai quadranti settentrionali con rinforzi su Jonio e basso Adriatico, temperature stazionarie.

Venerdì condizioni di stabilità al Nord e al Centro. Aumento della nuvolosità sulle estreme regioni meridionali con possibilità di piogge e rovesci sparsi sulle regioni ioniche.

Temperature in diminuzione, venti tesi di grecale su tutto il Paese.

Sabato e Domenica condizioni di stabilità al Nord e sulle regioni tirreniche centrali. Nuvolosità sparsa su centrali adriatiche e al Sud, in assenza di precipitazioni significative. Più nubi e associata fenomenologia su Sicilia e Calabria meridionale. Possibile ulteriore peggioramento nella notte di domenica per l’arrivo di un nuovo impulso di aria artica in discesa dalla Russia in direzione delle regioni centro-meridionali.

Ventilazione tesa dai quadranti settentrionali, temperature stazionarie su valori leggermente inferiori alla media stagionale.

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Le ultime sul buco dell’Ozono

Posted by on 11:48 in Ambiente, Attualità | 4 comments

Le ultime sul buco dell’Ozono

Nelle nostre dissertazioni invernali sulle evoluzioni del Vortice Polare Stratosferico dell’emisfero nord, abbiamo più volte accennato al fatto che la circolazione stratosferica dell’emisfero sud sia simile, ma tutt’altro che uguale a quella che ci riguarda più da vicino.

Nell’altra metà del pianeta, infatti, la prevalenza di superficie liquida rispetto alle terre emerse, la presenza di un continente (il sesto) interamente isolato e posizionato sul Polo e l’assenza di catene montuose importanti – eccezion fatta per le Ande – conferiscono al Vortice Polare Stratosferico molta più solidità del suo omonimo nel nostro emisfero. Solidità vuol dire anche forti velocità zonali e compattezza del vortice stesso, quindi, sebbene con le dovute differenze interannuali, anche raffreddamento molto più accentuato della stratosfera polare nei lunghi mesi della notte invernale.

Una stratosfera molto fredda – tracciabile anche attraverso la diffusa formazione di nubi nottilucenti, proprio come è accaduto quest’anno, è anche l’ambiente ideale per l’innesco dei processi chimici che portano al depauperamento dell’ozono, processi in parte naturali, ma soprattutto facilitati dalla presenza di clorofluorocarburi (CFC), gli idrocarburi banditi dal Protocollo di Montreal del 1989 che pare stiano finalmente diminuendo in concentrazione dopo il picco raggiunto nell’anno 2000.

Ebbene, terminato l’inverno australe, la NASA fa sapere che nonostante le condizioni ideali, quest’anno il “buco dell’ozono” è stato più piccolo di quanto sarebbe avvenuto a parità di condizioni negli anni ’90, ossia prima che fosse implementato il Protocollo di Montreal.

Ozone Hole Modest Despite Optimum Conditions for Ozone Depletion

Il cammino però sembra ancora lungo, dal momento che l’estensione dello strato atmosferico polare in cui l’ozono scende sotto la media delle 350-500 Unità Dobson (con minimo di 136 per quest’anno) è comunque ancora considerevole e soggetta a forti variazioni da un anno all’altro. Ad esempio, l’anno scorso, con condizioni ambientali molto diverse dovute ad una persistente debolezza del Vortice Polare Stratosferico e conseguente stratosfera “calda”, l’estensione era stata molto inferiore a quella di quest’anno.

Una curiosità: una unità Dobson è pari al numero di molecole che sarebbero necessarie a creare uno strato di ozono puro di 0,01mm alla temperatura di 0°C e con pressione equivalente a quella del livello del mare, per cui le 350-500 Unità Dobson misurate mediamente nell’atmosfera terrestre sono pari allo spessore di… 3,5-5mm. Tanto basta a quel particolare strato della nostra atmosfera per schermare il pianeta dalla radiazione ultravioletta che altrimenti lo renderebbe invivibile. La Natura fa tutto per bene, anche il minimo dettaglio!

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Ancora sui danni del clima che farà, dimenticando quelli che oggi non fa.

Posted by on 13:41 in Ambiente, Attualità | 0 comments

Ancora sui danni del clima che farà, dimenticando quelli che oggi non fa.

Fa un po’ specie parlare di foreste in questi giorni, dopo i gravi danni che il forte maltempo del 29 ottobre scorso ha causato alla vegetazione delle nostre Alpi orientali ma, l’argomento che sto per proporvi in qualche modo vi si ricollega.

Si tratta di un paper uscito recentemente su Nature Communications e rilanciato da Science Daily. Qui di seguito le coordinate:

In sostanza, al di là della trasformazione abbastanza evidente del titolo e dei contenuti operata da Science Daily, si tratta di un lavoro nel quale sono stati presi in esame gli eventi di disturbo – siccità, incendi, attacchi da insetti etc…, subiti nel recente passato da una selezione di foreste temperate soggette a regime di protezione, con lo scopo di separare un eventuale segnale climatico, tipicamente associato all’aumento delle temperature ed alle condizioni di siccità, da quello molto più variabile e agente a scale temporali e spaziali più limitate imputabile alla variabilità atmosferica, ovvero, per esempio, l’incorrere di forti eventi di maltempo.

Qui sta il collegamento con i fatti recentemente accaduti, per inquadrare i quali, tuttavia, vi esorto a leggere un interessantissimo articolo di Gian Antonio Stella uscito su corriere.it nei giorni scorsi.

Ma, torniamo al paper, che Science Daily trasforma nel solito peana del clima che cambia e che invece parla di tutt’altro, anche perché, incredibilmente, in tutto il lavoro la locuzione “climate change” compare appena due volte. Ad ogni modo, quel che si evince, è che per l’aumento degli episodi di disturbo a larga scala, quindi soprattutto quelli legati a incendi e attacchi da insetti, sarebbe piuttosto evidente un segnale climatico, tipicamente rappresentato da temperature più elevate e minor apporto di precipitazioni.

La faccenda lascia un po’ perplessi, perché, come già affrontato in un altro lavoro recente, e spiegato da Luigi Mariani proprio su CM, a livello globale c’è una netta tendenza alla diminuzione degli incendi boschivi, segnale di aumento della resilienza e della prevenzione, certamente, ma anche di condizioni ambientali non inclini a favorire l’occorrenza di questi episodi.

Il Declino Globale delle Aree Soggette a Incendio: Alcune Riflessioni in Chiave Storica, Etnografica ed Ecologica

Ora, pur con l’interesse che l’analisi di cui si da conto nel lavoro di cui stiamo parlando, è sempre un bene che si rifletta su come aver cura del patrimonio boschivo, se le cose nei tempi recenti sono andate in un certo modo, perché, come al solito, dovremmo aver davanti un futuro peggiore?

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Oceani, ritrovato il calore mancante?  

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Oceani, ritrovato il calore mancante?   

Qualche giorno fa è stato pubblicato un articolo a firma del dr. G. Alimonti ( qui su CM) in cui si parlava di sensibilità climatica all’equilibrio, ovvero della grandezza che rappresenta l’aumento della temperatura media globale della Terra al raddoppio della concentrazione di diossido di carbonio in atmosfera. Nell’articolo e nei commenti si faceva notare come l’IPCC nel suo AR5, avesse individuato per tale grandezza, una fascia di valori entro cui essa dovesse essere compresa (1,5°C-4,5°C) e non avesse stabilito alcun valore di riferimento. Ricordo anche che negli studi più recenti, tale parametro tende ai valori più bassi della forchetta, come illustrato da questo grafico estratto da un commento di Robertok06.

Bassi valori della sensibilità climatica mal si conciliano con la narrativa corrente del surriscaldamento terrestre, in quanto implicano una scarsa reattività del sistema climatico ai gas serra di origine fossile. Detto in altri termini, lo studio dell’equilibrio radiativo terrestre con alti valori della sensibilità climatica all’equilibrio, presuppone che gli oceani contengano una quantità di calore maggiore di quella che si ottiene dalle misure. Tale problema è noto in ambiente scettico come problema del “calore mancante” o del “calore mannaro” e molte sono state le ipotesi formulate per spiegare il perché di questa differenza tra i risultati dei calcoli teorici e le misurazioni. Una delle più suggestive è stata elaborata dal dr. K. Trenberth e postula che il calore in eccesso sia scomparso nelle profondità oceaniche.

Che gli oceani siano un pozzo per il calore, è un fatto incontrovertibile per cui ci sarebbe poco da indagare: l’acqua ha una capacità termica enorme ed è in grado di immagazzinare una quantità altrettanto enorme di calore, anzi gli oceani sono il motore del sistema climatico in quanto essi garantiscono, attraverso la circolazione termoalina, la redistribuzione del calore tra poli ed equatore. Il problema è che nell’acqua il calore si trasmette per conduzione e, soprattutto, per convezione. In entrambi i casi ci si aspetta di passare gradualmente da una temperatura elevata in superficie ad una temperatura via via decrescente in profondità. Detto in altri termini un riscaldamento delle profondità oceaniche è illogico se le acque superficiali restano a temperatura costante.

La stima del calore contenuto negli oceani è piuttosto complessa e si basa su milioni di dati provenienti da navi, rilievi idrografici, boe fisse e mobili e, dopo il 2007, sulle boe robotiche del programma ARGO.

Tali dati sono piuttosto discontinui e disomogenei, per cui vengono sottoposti ad operazioni di interpolazione ed omogeneizzazione che riescono a fornirci valori di temperatura delle acque superficiali e profonde degli oceani. Da tali dati di temperatura si risale al contenuto di calore oceanico e, cosa ancora più importante, alla sua variazione nel tempo. Ebbene, tutti gli studi basati su queste metodiche hanno messo in evidenza un contenuto di calore degli oceani molto più basso di quanto ci si aspettasse dai calcoli teorici, effettuati ipotizzando alti valori della sensibilità climatica (transitoria ed all’equilibrio).

Un recentissimo studio i cui risultati sono stati pubblicati recentemente su Nature, sembra aver risolto il problema e trovato il calore mancante:

Quantification of ocean heat uptake from changes in atmospheric O2 and CO2 composition di L. Resplandy, R.F. Keeling, Y. Eddebbar, M.K. Brooks, R. Wang, L. Bopp, M.C. Long, J. P. Dunne, W. Koeve ed A. Oschlies (da ora Resplandy et al., 2018).

Resplandy et al., 2018 partono proprio dalle considerazioni che ho appena finito di svolgere e propongono un nuovo modo per calcolare il contenuto di calore degli oceani. Il punto fondante del loro studio riguarda il fatto che oceani più caldi determinano una degassificazione degli stessi. In particolare vengono emessi ossigeno, diossido di carbonio ed azoto che vanno ad accumularsi in atmosfera. Le quantità di gas emesse dagli oceani dipendono direttamente dalla temperatura degli stessi, per cui nota la variazione di concentrazione di questi gas in atmosfera, si può determinare la variazione di temperatura degli oceani e, quindi, la variazione di quantità di calore degli stessi.

Resplandy et al., 2018 partono dalla concentrazione di CO2  ed O2 atmosferica e calcolano un indice (APO) che tiene conto delle concentrazioni di questi due gas. Depurano, successivamente, questo dato dalle emissioni imputabili all’uomo ed alle fonti terrestri ed ottengono il valore delle emissioni di gas imputabili agli oceani relativamente al periodo 1991-2016.

Sulla scorta delle stime effettuate, Resplandy et al., 2018 giungono alla conclusione che l’IPCC nel suo 5° rapporto, ha pesantemente sottovalutato il contenuto di calore degli oceani: esso è circa il 60% più grande di quanto indicato in AR5 e nei lavori scientifici sui quali si basa il rapporto. Questo significa che la sensibilità climatica all’equilibrio si sposta verso l’alto e diviene addirittura maggiore del valore massimo previsto dall’IPCC. Conseguentemente risulta evidente che per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e, quindi, contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°C rispetto alle temperature pre-industriali, bisogna ridurre le emissioni di gas serra di un ulteriore 25% rispetto a quanto previsto nell’Accordo di Parigi.

Resplandy et al., 2018 mi lascia molto perplesso. I motivi di perplessità sono diversi e mi limiterò ad elencarli commentandoli brevemente. Spero che su di essi possa svilupparsi un dibattito costruttivo.

Resplandy e colleghi calcola il contenuto di calore degli oceani attraverso un dato di prossimità, la quantità di diossido di carbonio e di ossigeno rilasciati dagli oceani. Questo dato non è misurato direttamente, ma desunto da una serie di differenze che coinvolgono dati relativi ad altri parametri a loro volta stimati anche mediante modelli numerici. Mi sembra che l’incertezza dei risultati associata a queste complesse operazioni di stima che coinvolgono diversi modelli matematici, sia ben maggiore di quella indicata nello studio (+/- 0,11 w/m2 di superficie terrestre).

Si dice che il diossido di carbonio sia un gas ben diluito nell’atmosfera terrestre, per cui la sua concentrazione può essere stimata sulla base di un piccolo numero di misurazioni. Vale lo stesso discorso anche per l’ossigeno?

L’ossigeno è un gas molto più reattivo del diossido di carbonio, per cui esso si combina con moltissime sostanze presenti sulla superficie terrestre e quindi non sono affatto convinto che esso, una volta rilasciato dagli oceani, permanga nell’atmosfera per anni come sembra accadere per la CO2. Il ciclo dell’ossigeno è, inoltre, estremamente più complesso da ricostruire rispetto a quello del diossido di carbonio.

Siamo in grado di determinare con certezza il ciclo dell’ossigeno e del diossido di carbonio tenuto conto delle quantità di diossido di carbonio emessa dall’uomo, dagli ecosistemi terrestri e dagli altri “pozzi di carbonio” terrestri? Abbiamo individuato perfettamente tutti i passaggi che regolano il complesso scambio gassoso tra oceani ed atmosfera?  Io penso di no, per cui ho molti dubbi che il calcolo effettuato da Resplandy et al., 2018, abbia una precisione tale da poter considerare i loro risultati migliori di quelli ottenuti mediante misurazioni dirette delle temperature marine.

Il metodo elaborato da Resplandy et al., 2018, mi sembra molto simile ai modelli semi-empirici utilizzati per stimare il tasso di aumento del livello del mare e ho l’impressione che sia affetto dagli stessi problemi: sovrastima pesantemente i risultati delle elaborazioni numeriche. Personalmente reputo poco realistici tutti quei metodi che trascurano le grandezze fisiche misurabili direttamente, per sostituirle con dati di prossimità piuttosto aleatori. Una cosa è far ricorso ai dati di prossimità quando si ha a che fare con grandezze non misurabili direttamente (caso delle paleo temperature, per esempio), un’altra è sostituire le misure eseguibili direttamente con quelle derivate da dati di prossimità.

Altro punto debole dello studio mi sembra sia quello di legare il contenuto di  calore globale dell’oceano ad un parametro di cui conosciamo poco, ovvero la quantità di gas rilasciato. Lo scambio gassoso tra oceano ed atmosfera è molto, ma molto complesso e dipende da numerosi fattori: concentrazione del gas in atmosfera, temperatura dell’acqua oceanica, circolazione termoalina, fotosintesi ed altre variabili biologiche  e via cantando. Oggi si parla di acidificazione degli oceani perché l’aumento di CO2 atmosferica, determina una maggiore concentrazione della CO2 disciolta in acqua. Sembrerebbe che gli oceani assorbano circa un quarto del diossido di carbonio prodotto dall’uomo, per cui la quantità di diossido di carbonio rilasciata dagli oceani per aumento di temperatura, dovrebbe essere di molto inferiore a quella assorbita, altrimenti non ci sarebbe acidificazione degli oceani. Siamo in grado di stimare questa quantità isolandola dal “rumore di fondo” dello scambio gassoso oceani-atmosfera indotto dalla variazione di concentrazione atmosferica della CO2 e da tutte le altre variabili che regolano gli scambi gassosi oceano-atmosfera? Ho fortissimi dubbi in proposito e questi dubbi crescono se guardo i grafici allegati all’articolo (nubi di dati molto estese rispetto ai valori medi calcolari).

E per finire, siamo proprio sicuri che le misurazioni che hanno generato i dati relativi alle grandezze che regolano gli scambi gassosi oceano atmosfera siano più uniformi e più omogenee di quelle relative alle temperature? Io penso di no. La temperatura è un dato molto più semplice da misurare rispetto a parametri come la concentrazione dei gas disciolti nelle acque oceaniche e quella dei gas atmosferici. La rete utilizzata per la misura delle temperature, pertanto, dovrebbe essere molto più estesa e capillare di quella che viene utilizzata per la misura dei dati, posti a base dello studio di Resplandy e colleghi.

In conclusione reputo molto più affidabili i lavori basati su dati di temperatura misurati che Resplandy et al., 2018, per cui concludo che il calore mancante ancora non è stato trovato.

Post Scrittum

Dopo aver editato questo interessante post di Donato Barone, ho trovato in rete un articolo di Nick Lewis rilanciato su twitter da Judith Curry. Pare che l’articolo in questione sia viziato da un errore molto significativo nei calcoli e da deduzioni non supportate dai dati. In sostanza c’è un errore nella quantità di calore individuata, che sarebbe invece largamente inferiore, e la tesi che sia necessario alla luce dei dati forniti un ulteriore 25% di riduzione delle emissioni per centrare il target dei 2°C non trova giustificazione nel ragionamento degli autori.

Lewis ha richiesto e sollecitato una risposta degli autori, senza fortuna, comunicando loro le sue intenzioni di scrivere un commento o rebuttal. Se l’errore individuato dovesse essere reale (e lo è), è incredibile che questo paper abbia passato il referaggio su Nature, a meno che, trattandosi dello scaffale “è peggio del previsto, abbiamo poco tempo e dobbiamo fare di più” non sia stato pubblicato sulla fiducia ;-).

Chissà se vedremo mai una correzione, stiamo pur certi che non vedremo mai una riconsiderazione da parte dei media del risalto dato a questo paper.

Spero che Donato mi perdoni l’incursione nel suo post.

gg 

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Il Global Warming e le sue conseguenze, la scienza va da una parte, l’isteria, ovviamente, dall’altra.

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità | 14 comments

Il Global Warming e le sue conseguenze, la scienza va da una parte, l’isteria, ovviamente, dall’altra.

Maltempo, forte maltempo quello del 29 ottobre scorso. Una delle più intense perturbazioni degli ultimi decenni. Con precedenti noti, certo, ma sicuramente molto intensa. A seguire, maltempo d’autunno, dovuto alla persistenza di un regime circolatorio di blocco che lascia il Mediterraneo in condizioni depressionarie, con eventi intensi da cui non siamo ancora fuori, ma per documentarvi su questo, lo sapete, non è su CM che si deve guardare.

Qui cerchiamo semplicemente di indagare e divulgare, quando presente, la letteratura scientifica che dovrebbe essere l’unica fonte di informazione certa per orientarsi nei temi meteorologici e climatici e negli effetti che questi hanno sul nostro mondo. E, come spesso ci succede, andiamo in controtendenza.

In questi giorni, nonostante la letteratura appunto metta fortemente in guardia dal fare associazioni di sorta tra gli eventi meteorologici, siano essi ordinari, intensi o estremi, con il riscaldamento globale, in quasi tutti i commenti questa associazione appare ovvia e scontata, e oscura inevitabilmente ogni altra considerazione inerente alle concause che, purtroppo, sono spesso all’origine della pesantezza del prezzo che si paga quando vento e pioggia colpiscono con durezza.

Le immagini che vediamo in questi giorni provocano sgomento, le notizie sono terribili, ma forse, leggere questo commento uscito sul Corriere un paio di giorni fa potrà aiutare a capire che il maltempo, anche se forte, è uno solo dei fattori che vanno considerati, ad esempio, per la devastazione dei boschi di abeti rossi dell’alto Veneto. E non saranno progetti di lungo periodo per ridurre le emissioni a risolvere il problema prima della prossima volta che, statene pur certi, prima o poi ci sarà.

Però, mentre nel giro di qualche giorno qualcuno ci spiegherà che se il mare fosse stato di qualche decimo di grado più freddo il vento e la pioggia sarebbero stati meno forti (quant’era la temperatura del mare nel 1966?), ossia mentre si cercherà di aggirare il problema delle serie storiche degli eventi intensi che non restituiscono informazioni chiare circa il collegamento con il global warming, nessuno vi dirà che, in un mondo che dovrebbe essere sull’orlo del collasso, la produzione di materie prime alimentari di base come il Mais, si è giovata in modo sensibile non solo della tecnologia produttiva, non solo della fertilizzazione da CO2 (che è il cibo delle piante), ma anche, incredibilmente, dell’aumento delle temperature, cioè di un clima più mite.

Changing temperatures are helping corn production in US — for now

Non solo, nell’area la cui produzione è stata oggetto di questa ricerca, il Mid West americano, sono sì aumentate mediamente le temperature, ma sono anche diminuiti i giorni di picco del caldo, vai a capire perché. Però, naturalmente, per avere diritto di cittadinanza nel mondo della scienza del clima che cambia, che prima si chiamava scienza del clima e basta, si deve chiarire già nel titolo che questi effetti positivi sono solo… per ora. Domani, statene certi, le conseguenze saranno ben altre e certamente negative. Per cui per ora, controvoglia come sembra abbia fatto chi ha scritto questo commento, registriamo su dati reali, misure oggettive e non simulazioni di effetti di qui a cento anni, che con il global warming è più facile produrre cibo. Per ora…

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Le Previsioni di CM: 5/11 Novembre 2018

Posted by on 22:35 in Attualità | 4 comments

Le Previsioni di CM: 5/11 Novembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Situazione poco evolutiva per la persistenza della cellula dinamica di blocco sull’Europa orientale e di una vasta conca depressionaria in Atlantico, quest’ultima alimentata sul suo bordo occidentale da aria fredda in discesa dallo Stretto di Davis, e su quello orientale da aria polare marittima proveniente dal Mare di Kara e risucchiata per effetto tunnel dal dipolo costituito dall’alta termica groenlandese e da un vortice in azione a sud delle Svalbard.

In queste ore un’area di divergenza dal flusso principale si protende verso la penisola iberica, attivando la risalita di correnti calde e umide dal Mediterraneo in direzione dell’Italia, dove le condizioni meteorologiche continuano a mantenersi instabili, con frequenti occasioni per ulteriori precipitazioni (Fig.1).

Non sono previsti mutamenti sostanziali del quadro sinottico durante la settimana: l’area di divergenza evolverà lentamente verso la penisola italiana mantenendo valori piuttosto bassi del geopotenziale con associate precipitazioni, seppure meno persistenti e organizzate rispetto a quelle della settimana trascorsa per via di un campo barico piuttosto livellato al suolo e di un blocco anticiclonico a est meno robusto per la traslazione verso nord dei massimi al suolo e concomitante perdita delle caratteristiche dinamiche in favore di quelle termiche. Il quadro generale tuttavia si mantiene sostanzialmente inalterato, con la persistenza di situazioni favorevoli a nuovi, ulteriori accumuli precipitativi.

Una riflessione è d’obbligo, visti i recenti casi di cronaca legati al maltempo. Nonostante le solite fanfare imputino tali eventi al Climate Change e al Global Warming, vale la pena sottolineare che non c’è niente di realmente anomalo nell’ondata di maltempo che sta investendo l’Italia: come preannunciato una settimana fa, la situazione sinottica che si stava preparando è una delle più sfavorevoli per la nostra Penisola. Situazioni simili si sono presentate ripetutamente in passato, e proprio la loro rarefazione negli ultimi anni (insieme alla solita retorica “scaldista”) avevano forse illuso che il clima mediterraneo fosse solo siccità, caldo, deserto che avanza e global warming. Niente di più falso: quella che viene chiamata normalità climatica, altro non è che una media all’interno di un range molto ampio che nella stagione autunnale spazia da situazioni estremamente siccitose (vedi 2017) ad altre estremamente piovose come quella attuale.

È l’ignoranza e la superficialità di chi parla di clima a tempo perso e per sentito dire, tra un post della Ferragni e una scappatella di CR7, a far passare qualsiasi evento si discosti da quella normalità” per qualcosa di anomalo, straordinario e comunque attribuibile al global warming antropogenico. Per il dovuto rispetto del lutto e per la partecipazione sincera al dolore dei sopravvissuti non è il caso di parlare in questa sede di responsabilità umane molto più evidenti e reali, rispetto a quelle del tutto impalpabili e presunte eppure sbandierate come “consolidate” in materia climatica.

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì persiste il maltempo al Nord con precipitazioni abbondanti e persistenti, specie a nord del Po. Cieli chiusi anche sulle regioni tirreniche centro-settentrionali con precipitazioni diffuse. Prevalentemente asciutto sulle centrali adriatiche, sottovento. Al Meridione nuvolosità variabile con precipitazioni in mattinata sulla Campania e persistenza di nuvolosità e precipitazioni sul Salento.

Ventilazione sciroccale ovunque, temperature stazionarie.

Martedì maltempo al Nordovest con cieli chiusi e precipitazioni persistenti. Nubi e precipitazioni sparse sul Triveneto. Avanza la nuvolosità da ovest su tutte le regioni tirreniche con associate precipitazioni nel corso della giornata, estese dalla Toscana alla Sicilia. Condizioni migliori sui versanti adriatici, sottovento alla circolazione prevalente, con schiarite anche ampie e cieli parzialmente nuvolosi.

Venti dai quadranti meridionali, temperature stazionarie.

Mercoledì leggero miglioramento al Nord e su regioni tirreniche centro-settentrionale con graduale passaggio a condizioni di variabilità perturbata. Maltempo al Meridione con avanzamento di nubi e fenomeni dalle regioni tirreniche ai rimanenti settori meridionali peninsulari, e attenuazione dei fenomeni in serata.

Venti deboli dai quadranti occidentali, temperature in lieve diminuzione.

Giovedì generali condizioni di variabilità su tutto il Paese con addensamenti associati a precipitazioni sparse, prevalentemente deboli. Si segnala la possibilità di fenomeni più intensi sulla Riviera di Levante, Triveneto e Calabria tirrenica.

Temperature stazionarie. Venti deboli.

Venerdì peggiora nuovamente al Nordovest e regioni tirreniche centro-settentrionale con precipitazioni diffuse. Cieli parzialmente nuvolosi sulle restanti regioni settentrionali e centrali. Ampie schiarite al Meridione.

Venti sciroccali, temperature in aumento al Sud.

Sabato nuvolosità in aumento a partire da ovest sulle regioni centro-settentrionali. Bel tempo al Meridione. Domenica possibile nuovo peggioramento al Nord con precipitazioni estese e persistenti, localmente abbondanti.

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Stesso periodo, stesso trend, cause diverse… oppure no?

Posted by on 13:34 in Attualità | 9 comments

Stesso periodo, stesso trend, cause diverse… oppure no?

Non so quante volte mi sia capitato di leggere che in materia di risposta del clima al forcing antropico, divenuto oggi semplicemente climate change come se null’altro fosse mai esistito, la scienza debba intendersi definita. Tanto definita che, ormai, determinate conseguenze vengono date per scontate, sia da molta parte di chi fa divulgazione scientifica, sia da chi fa semplici commenti. La riprova di questo è la cronaca di questi giorni, in cui eventi atmosferici pur eccezionali, sono letti in chiave climatica anziché meteorologica.

Eppure la scienza, intesa come letteratura scientifica (ne esiste un’altra?) è più o meno uniforme nel dichiarare che a) nessun evento di breve periodo è ascrivibile direttamente alle dinamiche del clima e, b) gli eventi estremi, pur se gli scenari climatici ne prevedono un aumento di frequenza e/o intensità, non sono sin qui aumentati, né sono divenuti più intensi. Per essere più precisi, dalle serie storiche che riguardano questi accadimenti, non è possibile tirar fuori informazioni chiare, per deficit di dati o perché semplicemente di trend non ce ne sono.

Ma, dicevamo, la scienza è definita…

Davvero? Vediamo due esempi.

Ieri mi capita di leggere il lancio di un articolo uscito su Nature di recente:

Ocean impact on decadal Atlantic climate variability revealed by sea-level observations

L’articolo è liberamente consultabile, ma ne trovate comunque un ampio (e semplice) riassunto qui: The Atlantic Is Entering A Cool Phase That Will Change The World’s Weather

In sostanza, pulita dal segnale di riscaldamento di lungo periodo, la serie delle temperature superficiali dell’Atlantico settentrionale, mostra notoriamente un’oscillazione multidecadale, nota come Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO). Questa oscillazione è in fase con pattern atmosferici cui si associano diversi tipi di “tempo”, che quindi si presentano con maggiore frequenza a seconda della fase negativa o positiva dell’AMO. Questo è clima, se volete di breve-medio periodo, visto che si parla di decadi. Ora, scrivono gli autori del paper, l’AMO va verso valori negativi, che tradotti in “tempo” significano tempi duri, almeno per l’area Europea ma, leggendo, anche per altre e più lontane zone del pianeta. Guardando il grafico dell’AMO, che riporto qui di seguito, si notano dei segnali di tendenza negativa, cioè l’Atlantico settentrionale sta andando verso un raffreddamento, e questo avrà probabilmente effetto sulle temperature globali, così come ne avrà sulla circolazione atmosferica e il “tempo” ad essa associato, soprattutto nell’emisfero settentrionale. Tutto questo, ahinoi, nelle simulazioni climatiche, che dovrebbero supportare i processi decisionali, semplicemente non c’è.

La linea continua è la media decadale. van Oldenborgh et al. / ERSSTv3b, CC BY-SA

Del resto, non c’è neanche l’oggetto della prossima segnalazione.

Si tratta di un post di Clive Best che mette insieme alcuni tasselli importanti del puzzle sul clima. Tra questi, quello forse più importante di tutti, che non è la CO2, quanto piuttosto la copertura nuvolosa.

Global Temperatures Rose As Cloud Cover Fell In the 1980s and 90s

Che il ruolo delle nubi nelle dinamiche del clima sia determinante è un fatto noto. Che le nubi siano uno degli elementi più difficili (ove non ancora impossibili) da simulare nel tentativo di riprodurre il compattamento del sistema è altrettanto noto. Forse però lo è meno il fatto che, in termini di bilancio radiativo, una variazione anche solo di 1-2 punti percentuali della quantità di nubi presenti sul pianeta sia in grado di spiegare gran parte delle oscillazioni (soprattutto positive) delle temperature globali delle ultime decadi. Tanto nel forte trend positivo della fine del secolo scorso, quanto nell’appiattimento del trend occorso dai primi anni di questo secolo.

In sostanza, meno nubi uguale più calore, più nubi uguale tendenza al raffreddamento. E questo, ancora una volta lo dicono i numeri:

Perché possa variare la quantità di nuvolosità presente sul pianeta poi, è tutta un’altra storia. Però, guardando i grafici, sembra che ci sia un certo lag temporale tra le oscillazioni dell’AMO, la risposta della nuvolosità e il conseguente trend delle temperature, cui probabilmente si sommano anche molti altri fattori, non ultima la porzione ascrivibile all’effetto antropico, sia esso globale, ovvero riferito al surplus di gas serra, o locale, ossia riferibile più direttamente al cambiamento delle condizioni al contorno dei punti di osservazione.

Allora, visto che anche questo nelle simulazioni non c’è, questa scienza vi sembra settled?

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