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Ormai ci siamo abituati, si può dire tutto ed il contrario di tutto, con pari possibilità di essere creduti, fraintesi o presi per pazzi. La comunicazione attorno alla questione clima sembra essere divenuta la palestra dove far pratica di questo esercizio. Da un lato la ferma convinzione che sia giusto prospettare immani catastrofi, dall’altro un rigetto totale di queste teorie, portato avanti in ordine sparso ora da questo ora da quel personaggio del mondo scientifico che non vuole saperne di unirsi al consenso.

La temperatura salirà? Bene, no male, cioè, la faccenda è controversa. In valore assoluto potrebbe anche andar bene a qualcuno. Un pò più di terra da coltivare, biosfera più rigogliosa etc etc. Qualcun altro magari potrebbe soffrire un po’ di siccità ma, in fondo, il problema vero è portare l’acqua dove già non c’è, non tanto che questa possa scarseggiare dove ora abbonda, a meno di non stravolgere la natura dei corsi d’acqua, magari per irrigare qualche chilometro quadrato di cereali per autotrazione.

Il terrore vero, quello su cui la leva è più forte è un altro. I mari saliranno fino a sommergere intere nazioni, scompariranno un sacco di isole e le tempeste costiere saranno sempre più violente ed aggressive. Difficile che da questo possa guadagnarci qualcuno. Di qui l’esigenza di mostrare le capitali mondiali invase da maree inarrestabili, un’arte in cui la clima-fiction An Inconvenient truth ha letteralmente sbancato, portando il mare di appena qualche ”qualche metro” sopra le più fosche previsioni dell’IPCC e guadagnandosi perciò l’oscar della boutade climatica. Un pò di onori, ma sarebbe meglio fossero oneri, vanno anche ad una nota produzione televisiva di casa nostra, che il mare lo ha portato fino a Milano, “dimenticando” di dire che la città da bere -è il caso di dirlo- è a 120mt sul livello del mare e sul pianeta l’acqua necessaria a compiere l’opera forse neanche l’abbiamo.

Qualcuno sostiene che indurre un po’ di spavento serve a sensibilizzare l’opinione pubblica. Al riguardo avrei più di qualche dubbio, ma comunque l’obbiettivo Ã¨ stato centrato, perchè sono decenni che gli abitanti di alcune isole dell’area del Pacifico vivono con pinne e maschera a portata di mano chiedendo a gran voce di essere sostenuti moralmente ma soprattutto economicamente nella lotta contro i marosi. Peccato che il mare non stia salendo, almeno non lì dove ci hanno raccontato che dovrebbe.

Ancora una volta la faccenda è estremamente complessa e prova a spiegarcela uno che a questi argomenti ha dedicato la sua intera esistenza, finendo la sua carriera come Presidente della Commissione Internazionale sui Processi Marini e Costieri, una delle cinque commissioni dell”INQUA1, Il Dr. Nils-Axel Mörner. Devo ammettere di non averne mai sentito parlare prima d’ora, ma facendo una breve ricerca sulla rete si capisce subito che non è esattamente un Carneade, ma piuttosto uno che dimostra di saper quel che dice. Per dovere di cronaca va detto che l’ente da lui diretto per lungo tempo ha recentemente virato di 180 gradi la propria visione, sposando in toto la linea del Panel delle Nazioni Unite.

Tra chi invece lo conosce ed ha avuto modo di valutare scientificamente il suo lavoro, si dice che sia un personaggio un po’ autoreferenziale ed un tantino convinto di essere l’unico ad aver ragione. Questo farebbe di lui il perfetto clima-catastrofista, ma invece il nostro ha scelto di parlare fuori dal coro e, da questa scomoda posizione, ha passato gli ultimi anni a menare fendenti a tutti quelli che asseriscono che il livello del mare stia crescendo causa aumento della CO2, causa aumento della temperatura, causa scioglimento dei ghiacci. Forse si rasenta la noia, ma la critica è sempre la stessa, le proiezioni di aumento scaturiscono dall’impiego dei modelli di simulazione, ma le osservazioni non confermano, almeno quelle che lui ha curato nel corso della sua lunga carriera che lo ha visto, tra l’altro, tra i revisori del 3° e 4° Rapporto dell’IPCC. E così la comitiva dei 2500 scienziati del consenso perde un’altra unità, l’ennesima.

Le sue opinioni sono sommarizzate in un articolo del Telegraph che a sua volta riprende un’intervista concessa alla rivista EIR 2, che non è esattamente una fonte tenera, essendo autoedita dal controverso e per molti discutibile attivista politico Lyndon LaRouche. A noi sono arrivate attraverso il blog di Piero Vietti su Il Foglio. Una sola frase basta a tradurre il suo pensiero: L’aumento del livello dei mari è la più grossa bugia che sia stata mai raccontata.

Le teorie di Mörner partono da lontano, come lunghe sono le serie di dati raccolti per dimostrarle. Si parte dal concetto base per il quale un aumento del livello dei mari farebbe aumentare il raggio del pianeta e questo, per una legge fisica ben nota, farebbe diminuire la velocità di rotazione della terra. A conti fatti, il trend identificato incrociando i dati astronomici con quelli geologici è stato di1.1mm per il periodo 1850-1930/40, poi nessun trend di aumento fino al 1970. La conferma arriva anche studiando i movimenti tettonici dei Paesi Bassi e della Svezia, i primi in una lunga fase subsidente, la seconda innalzatasi invece al termine dell’ultima era glaciale. Lo stesso conto si potrebbe fare con le osservazioni dei livelli di marea, ma lì la faccenda è molto più complessa, perchè intervengono molti fattori locali, spesso anche di origine antropica, a rendere un sito diverso dall’altro.

Dal 1970 in poi entrano in gioco i dati satellitari che sono certamente più omogenei. Questi però, stando alle dichiarazioni di Mörner, avrebbero subito un particolare trattamento. Nel suo lavoro di revisore dell’IPCC, egli ha rilevato che il materiale prodotto dal Panel riguardava i dati provenienti da una delle sei stazioni di osservazione di Honk Kong, che mostrava un rateo di ascesa del livello del mare di 2.3mm l’anno. Tale valore sarebbe stato impiegato per introdurre un fattore di correzione pari appunto a 2.3mm ai rilevamenti satellitari, portando un dataset che dal 1992 al 2003 non aveva mostrato alcun trend significativo ad assumere un deciso trend positivo. Se questo fosse il rateo globale, i Paesi Bassi -che ancora sono tali- piuttosto che alla subsidenza sarebbero soggetti all’innalzamento, il che malgrado essi forse gradirebbero, in effetti non accade.

A questo punto il nostro va giù duro, denunciando quella che lui ritiene essere una alterazione dei dati, compiuta per identificare ad ogni costo un trend che si accordasse con i risultati delle simulazioni. Per spiegarsi meglio ci mette anche un pò di filosofia, criticando severamente chi approccia la ricerca conoscendo la risposta in quanto identificata dalle simulazioni, piuttosto che cercandola attraverso il metodo osservativo e sperimentale. Che ci si creda o no -e sinceramente mi sembra un po’ troppo- la questione è da far tremare i polsi.

Mörner però non è l’unico ad avere seri dubbi sull’impiego di questi dati. A questo link, sul sito di John Daly, trovate un’approfondita analisi delle capacità di questi strumenti. Ad esempio, il limite di accuratezza dei sensori è molte volte superiore al rateo di accrescimento del livello del mare, cui si arriva infatti dopo una serie interminabile di operazioni statistiche sui dataset e questo finisce per portare i dati in una dimensione molto più virtuale che reale. Seguendo lo stesso ragionamento, non è ben chiaro per quale motivo i dati di temperatura provenienti dai satelliti siano giudicati troppo brevi (esistono da poco più di un trentennio) e non completamente affidabili per essere impiegati, mentre quelli relativi al livello del mare (il dataset copre un periodo di soli nove anni), siano così largamente impiegati nonostante le difficoltà appena descritte. A tutto ciò si aggiunge il paradosso che una delle operazioni di correzione dei dati Topex-Poseidon per il livello del mare avviene impiegando delle sonde MSU, con la stessa tecnologia impiegata per le temperaure. In pratica le MSU3  non sono buone per misurare la temperatura, ma sono buone per correggere i dati del livello del mare.

Ma dicevamo delle osservazioni. Come detto qualche riga più su, gli abitanti di alcune isole del Pacifico sarebbero pronti a far fagotto, ma ciò non è ancora accaduto perchè scarseggiano le evidenze di un eventuale salita del livello del mare. Gli esempi sono tre e riguardano le isole Maldive e Tuvalu e l’isola di Tegua. Per le prime, dopo un inspiegabile drop del livello del mare di ben 20cm attorno al 1970, sono seguiti trentacinque anni di assoluta stabilità. Per le seconde le misurazioni fatte dal 1978 non mostrano alcun trend, ma nel sottosuolo hanno cominciato a trovare acqua salmastra piuttosto che dolce. Chiaro come il sole che il mare se le sta riprendendo. E invece no, dice Mörner, le riserve di acqua dolce sono state consumate da una industria alimentare ed il vuoto nel sottosuolo è stato riempito dall’acqua di mare. Chi paga per questo? Non c’è dubbio, deve pagare chi ha generato il riscaldamento globale. L’ultima è Tegua, dove piuttosto che un aumento, il livello del mare sembra mostrare una diminuzione.

La sfuriata di Mörner non finisce qui, perchè trova il tempo di parlare con almeno apparente cognizione di causa anche di scioglimento dei ghiacci, focalizzando la sua attenzione sul ghiacciaio del Kilimangiaro, ridottosi per ablazione e non per calore in assenza di precipitazioni per le mutate condizioni ambientali indotte dalla deforestazione. Ma ce n’è anche per la Groenlandia. Quest’ultima non starebbe sperimentando alcuno scioglimento sul settore est, cui si oppone una tendenza del ghiaccio a diminuire sul settore ovest; una diminuzione iniziata la bellezza di duecento anni fa, verrebbe da aggiungere in pieno boom antropogenico.

E infine la sua personalissima opinione per il futuro: un innalzamento in cento anni di 10cm con un errore di più o meno 10cm. Vale a dire zero nel migliore dei casi, parecchio sotto il livello del terrore nel peggiore.

Per finire come avevamo cominciato, difficile dire chi abbia imboccato l’autostrada contro mano. Da un lato le osservazioni, cioè la realtà dei fatti.  Dall’altro parecchi altri dati, forse corretti, forse no, comunque meritevoli di pari dignità, ma pur sempre frutto di approssimazione. Forse la scelta giusta l’ha fatta Al Gore, comprandosi casa al mare poco più di un anno fa.

Per approfondire: 

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  1. International Institute of Quaternary Research []
  2. Executive Intelligence Review []
  3. Microwaves Sounding Unit []

Molte volte abbiamo avuto modo di sottolineare come il sistema clima sia altamente non lineare, piuttosto complesso ed essenzialmente dominato dai cosiddetti feedback o effetti di retroazione. Un feedback è un meccanismo che, al variare di un fattore (causa) genera la variazione di un altro fattore ad esso correlato (effetto), tale da incidere sulla causa stessa. Con riferimento alla temperatura ad esempio, una tendenza all’aumento può esser causa di una diminuzione della superficie ghiacciata nelle regioni polari, di conseguenza la superficie del mare alle alte latitudini sarà  maggiormente esposta alla radiazione solare, ed assorbendone di più ne riemetterà  in maggior quantità, provocando un ulteriore aumento di temperatura. Contemporaneamente, tale aumento di temperatura potrà  far aumentare il vapore acqueo disponibile in atmosfera per la formazione delle nubi. Quelle nubi schermeranno la radiazione solare e ne conseguirà un raffreddamento. Il primo è un feedback positivo, il secondo è invece negativo.

In entrambi questi casi entra tuttavia in gioco il fattore forse più importante nelle dinamiche del clima , l’albedo, ovvero quella frazione di radiazione incidente che ogni superficie può riflettere piuttosto che assorbire. Questa frazione varia a seconda delle caratteristiche della superficie, ad esempio il ghiaccio e la neve hanno un albedo molto alto, mentre la nuda terra e soprattutto il mare possiedono un albedo molto basso. In fondo il dibattito sull’ampiezza del fenomeno di riscaldamento del pianeta, a prescindere dalle cause che possono generarlo, ruota tutto intorno all’esatta comprensione di questo meccanismo1. Posto infatti che la quantità  di radiazione incidente che arriva dalla nostra stella non muta molto nel medio periodo, sarà  piuttosto la reazione delle superfici su cui questa radiazione incide e divenire importante nelle dinamiche del sistema.

Questa è una delle ragioni – forse la più importante - per cui una variazione di temperatura nelle regioni polari assume maggiore importanza di quanta non ne abbia alle latitudini tropicali o equatoriali. Infatti, come abbiamo già  detto, se questa variazione è positiva, si ridurrà  la superficie ghiacciata e l’albedo tenderà  a diminuire eventualmente favorendo il riscaldamento. Nei modelli di simulazione climatica il feedback relativo alle variazioni della superficie ghiacciata del pianeta – cioè su entrambi i poli - è considerato essenzialmente positivo. In realtÃà, ci sono alcune ragioni che potrebbero anche favorire la tesi contraria. Sulla diminuzione dei ghiacci artici in effetti è stato detto praticamente tutto; ciò che in effetti si sente dire raramente è che invece quelli antartici sono stati soggetti ad un consistente aumento. Ciò rispecchia naturalmente il comportamento delle temperature2 che sono state soggette ad aumento nell’area polare settentrionale ma non hanno subito variazioni importanti in quella meridionale. Il risultato netto di questi due trend, se combinato in termini di albedo può essere in effetti negativo piuttosto che positivo.

msu-polar-temperature

Con riferimento al Polo nord, il minimo dell’estensione3 dei ghiacci arriva verso la fine dell’estate, più o meno verso la metà  di settembre, cioè in prossimità dell’equinozio.

Nel corso delle ultime decadi, la superficie di mare ghiacciato ha subito un continuo trend di diminuzione, più accentuato nella stagione estiva, cioè in corrispondenza dei minimi di estensione (ne abbiamo parlato anche qui). E’ però importante considerare che il minimo giunge quando il sole sta per passare alla fase invernale. Fatta eccezione per un paio di settimane immediatamente precedenti l’equinozio, la radiazione incidente che interessa la superficie del mare è piuttosto scarsa, per divenire poi praticamente nulla con il cambio di stagione.

In sostanza il minimo dell’estensione dei ghiacci artici arriva quando il sole ha uno scarso effetto riscaldante; ne consegue dunque anche una variazione dell’albedo poco significativa.

Per converso, l’estensione dei ghiacci antartici è stata soggetta negli ultimi trent’anni ad un continuo trend di aumento. Ciò significa che la quantità di superficie marina coperta da ghiaccio nei mesi dell’estate australe è stata via via più vasta.

Nella normale variabilità  stagionale la fase di minimo ha subito un’ anomalia massima attorno al mese di dicembre, cioè in prossimità  del solstizio. Con il sole più alto sull’orizzonte, tanto maggiore sarà la superficie ghiacciata tanto maggiore sarà  la radiazione riflessa, cioè l’albedo sarà  soggetto ad un importante aumento, innescando la fase negativa del feedback. Un altro fattore importante da tenere in considerazione è la latitudine alla quale si forma il ghiaccio. Al polo sud il ghiaccio arriva fino a 55°-75° di latitudine, mentre al polo nord la superficie ghiacciata è molto più prossima alle latitudini più alte ed è più o meno compresa tra 70° e 90°.

Quindi il ghiaccio dell’emisfero meridionale arriva più vicino ai tropici – in termini assoluti -, per cui riceve e riflette una maggior quantità  di radiazione incidente durante l’estate di quanto non possa accadere nell’emisfero settentrionale durante la corrispondente stagione estiva. Ne consegue che la presenza o assenza di ghiaccio antartico sembrerebbe poter avere un maggior impatto nel bilancio della radiazione ad onda lunga emessa dalla superficie di quanto non possa averne il ghiaccio artico.

 

 

 

 

 

 

In termini di quantità  infatti, durante l’equinozio il sole è circa 70° sotto lo zenit alla latitudine 80° nord e durante il solstizio è invece circa 40° sotto lo zenit a 65° sud4. La radiazione solare che arriva sulla superficie è quindi circa 2,2 volte maggiore sui ghiacci artici che su quelli antartici. Combinando le diverse latitudini e le diverse date, ancora una volta una maggior quantità  di ghiaccio a sud rifletterà  più radiazione solare di quanta non ne possa lasciar entrare una minor quantità di ghiaccio a nord. Inoltre, una anomalia positiva sarà più lontana dal polo di una anomalia negativa per definizione, per cui qualunque percentuale di anomalia sarà  più significativa se positiva, ovviamente in termini di bilancio radiativo. Nel discorso entrano infine anche altri fattori astronomici. Data l’eccentricità  dell’orbita terrestre infatti, il sole è più vicino alla terra durante l’estate australe di quanto non lo sia durante l’estate boreale. Una differenza pari a circa il 3%.

Tutti questi fattori sembrano favorire l’ipotesi che il bilancio netto dell’albedo che scaturisce dalle variazioni dell’ampiezza delle superfici ghiacciate possa essere stato sin qui negativo, mentre come detto in principio, esso è considerato essenzialmente positivo dai modelli di simulazione climatica. Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui le medie globali di temperatura tendono a discostarsi sempre di più dai valori predetti da queste simulazioni. Come per tanti altri argomenti che abbiamo affrontato, sarà  necessario giungere ad un maggior livello di comprensione di queste dinamiche per affinare e rendere più attendibili le tecniche di previsione.

  1. Steven Goddard su www.wattsupwiththat.com []
  2. Dati MSU – University of Alabama []
  3. Fonte NSIDC []
  4. Immagini da www.vialattea.net []