Expo 2015, sarà il festival dei luoghi comuni

Anche oggi gita fuori porta. Andiamo su La nuova Bussola Quotidiana, a leggere un articolo di Luigi Mariani.

È auspicio comune che l’Expo Milano 2015 si riveli non solo un’occasione per il rilancio economico del nostro Paese ma anche un’opportunità per lanciare un messaggio culturale sui grandi temi della produzione del cibo e della sicurezza alimentare. Con riferimento a quest’ultimo obiettivo, il Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) ha lanciato da tempo l’interessante idea di un “patto globale per il cibo” (alias “Protocollo di Milano”) che dovrebbe essere idealmente sottoscritto da tutti i paesi del mondo. In tal senso BCNF ha redatto un documento di lavoro preliminare (clicca qui) che è centrato su tre macro temi (o macro impegni) legati allo spreco di alimenti, all’agricoltura sostenibile ed agli stili di vita sani. Si deve anche dire che il “Patto globale per il cibo” è stato discusso il 29 maggio 2014 in un convegno ISPI tenutosi a Milano ed ha poi ispirato un dibattito svoltosi al Senato e tradottosi in data 18 giugno 2014 nell’approvazione di una mozione PD.

Come tecnico del settore confesso di far fatica a percepire i temi espressi nella mozione approvata in Senato come realmente centrali rispetto al tema della sicurezza alimentare. In particolare occorre anzitutto considerare che la mozione approvata dal Senato non riporta in premessa alcuna seria analisi quantitativa sui temi che affronta, il che è in aperto contrasto con l’idea che occorra conoscere la realtà dal punto vista quantitativo se si vuol poi agire per riformarla.

Ad esempio la mozione parla di «produzione agricola responsabile, negli ultimi decenni, della perdita di interi ecosistemi attraverso un processo incessante di deforestazione», dimostrando così di non cogliere il macroscopico fenomeno per cui è proprio l’agricoltura intensiva ad aver consentito alle foreste di riappropriarsi di svariati areali a livello globale. Ad esempio in Italia la superficie a bosco è passata dai 4,5 milioni di ettari del 1910 ai 6,9 milioni del 2000, con un aumento del 55% in 90 anni perché le aree agricole più marginali sono state lasciate al bosco da agricoltori stanchi di sputar sangue in collina e montagna. Inoltre, secondo i dati riportati da Rautiainen e altri sulla rivista internazionale Plos-one, nel periodo 1990-2010 le foreste sono risultate in crescita del 5% in Europa e del 2% in Asia mentre sono state stazionarie in Nord America e sono decresciute dell’8% in Africa e Sud America (e qui si osservi che il decremento delle aree boscate ha luogo in Africa ove dominano le forme di sfruttamento agricolo e silvo-pastorale più arcaiche del pianeta).

Inoltre il nostro Senato non si è reso conto che la percentuale di popolazione mondiale afflitta da insicurezza alimentare è in costante calo da circa 50 anni, tant’è vero che quest’anno la Fao ha potuto annunciare che tale percentuale è scesa all’11% della popolazione mondiale contro il 30% circa dei primi anni 70 (clicca qui). Tale successo lo dobbiamo all’agricoltura intensiva, quella cioè che ricorre a varietà evolute, ottenute utilizzando tecnologie innovative comprese quelle dell’ingegneria genetica (la superficie investita ad OGM nel 2012 è stata pari a 174 milioni di ettari, in cui ricadono il 32% della superficie mondiale a mais ed il 79% di quella a soia)…

Il resto lo trovate qui.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Licenza Creative Commons
Quest'opera di www.climatemonitor.it è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.

Author: Guido Guidi

Share This Post On

2 Comments

  1. “il che è in aperto contrasto con l’idea che occorra conoscere la realtà dal punto vista quantitativo se si vuol poi agire per riformarla”

    che abominio è mai questo?
    la realtà è inconoscibile per definizione, e perciò, dall’esistenza di dio al traffico su una strada allo stipendio dei parlamentari, ogni cosa che coinvolga la politica deve, per definizione, essere soggetta al Processo Democratico

    per cui la Verità, che riguardi le parentele di ex presidenti egiziani o la salubrità degli ogm o la sede migliore per uno stadio, è quella che esce vincente dal dibattito politico e nessuna “misura della realtà” potrà mai smentire la Volontà Popolare…o ciò che viene spacciato per tale

    Post a Reply
  2. ho qualche dubbio sulla “presentazione” della correlazione come l’hai fatta tu, Guido, come nesso “causa diretta-effetto” tra ripresa della superficie boscosa e agricoltura intensiva;
    in Italia, questo aumento si è verificato come dici giustamente tu da quasi un secolo perché vivaddio ( o purtroppo, dipende dai punti di vista) siamo diventati un paese ad economia prevalentemente industriale e manufatturiero (si spera prima o poi di servizi), lasciando al palo la società agropastorale di un secolo fa, ma è tutta la nostra struttura sociale/economica e culturale che è cambiata immensamente, l’arrivo dell’agricoltura intensiva e delle relative tecnologie non è certo stata la causa primaria diretta dell’abbandono dei territori pedemontani e collinari, ma solo una conseguenza di sviluppo tecnologico votata ad avere il maggior profitto col minimo sforzo (=porzione di territorio), con tutte le conseguenze del caso….
    per quel che riguarda centro africa e sudamerica, le cause primarie di disboscamento sono proprio in larga parte le grandi industrie (noi, in altre parole) che da 60/70 anni a questa parte ci siamo sentiti in diritto di depredare e distruggere interi ecosistemi sociali, culturali e ambientali, premurandoci di lasciare le popolazioni locali sempre nelle peggiori condizioni possibili, e perciò di convincerle che dar fuoco alla propria foresta per far posto alle piantagioni fosse l’unica via di reddito possibile (e così non è stato, PER LORO ALMENO); credo che la storia del delta del Congo, o del Niger, o delle foreste ugandesi, come di altrettanti immensi territori in Venezuela, Brasile etc parli da sola, vuoi per l’industria petrolifera, vuoi per quella estrattiva (Coltan, uranio, oro, diamanti etc etc), vuoi per l’assurdo “far posto” all’olio di palma e altre similari….

    🙂

    Post a Reply

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Translate »