Tafazzismo energetico

Era il 2010 quando sull’onda emotiva del disastro ambientale del Golfo del Messico, l’allora Ministro Prestigiacomo chiese ed ottenne dai colleghi di governo che fosse vietata ogni genere di attività di prospezione e ricerca di idrocarburi all’interno delle acque territoriali. Soltanto un anno fa, il governo attuale aveva rimosso il divieto.

Ora, forse sull’onda entusiastica della COP21 di Parigi, con un emendamento alla legge di stabilità, torna tutto come prima, perché, dicono soprattutto le regioni che molto hanno spinto per questa marcia indietro, la materia è ancora di loro esclusiva competenza legislativa – la riforma della costituzione è in itinere – perché l’ultima parola in termini di valutazione dell’impatto ambientale spetta al territorio, perché non c’è un piano energetico etc etc.

Tutto ciò, mentre la percentuale di utilizzo dei combustibili fossili ai fini energetici nel mondo è stabile all’87% da decenni, con il nucleare e l’idroelettrico che fanno il resto, fatto salvo il miracolo delle rinnovabili che in dieci anni sono passate dallo 0,1 allo 0,3%. Cioè, tutto ciò, mentre il mondo continua ad usare, cercare, vendere e comprare appunto fonti fossili.

Già, comprare. Nella lista dei compratori siamo in cima alla lista. Il 90% del combustibile fossile che usiamo lo compriamo all’estero, il restante 10% lo estraiamo, soprattutto in Basilicata. E così, alla ricerca di primati facilmente raggiungibili a patto appunto di essere votati al tafazzismo, restiamo l’unico paese al mondo in cui vige questo divieto.

Questo e molto altro nel podcast della puntata della trasmissione “La versione di Oscar” andata in onda ieri pomeriggio su Radio24.

Qui il podcast
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Author: Guido Guidi

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6 Comments

  1. Intervengo un po’ in ritardo su questo importante argomento portando il mio contributo di conoscenze maturate in decenni di ricerca di idrocarburi, prima come dipendente della Montecatini poi come consulente di varie società. Non sono affatto d’accordo con i vari comitati no-triv che ormai imperversano in tutta Italia. Le motivazioni che adducono contro la ricerca degli idrocarburi non hanno fondamento scientifico, ma sono frutto di disinformazione e anti-cultura, coome purtroppo da tempo avviene in Italia . In particolare:
    – la ricerca di idrocarburi non è affatto dannosa al turismo. Ne è prova, ad esempio, il successo turistico della costiera emiliano-romagnola dove al largo sono in funzione i più importanti pozzi in Italia per la produzione di gas e dove sono stati perforati varie centinaia di sondaggi;
    – la ricerca di idrocarburi non è assolutamente responsabile dei terremoti che ogni tanto interessano le nostre regioni. In Italia, dal 1950 ad oggi, sono stati perforati oltre 7.000 sondaggi di cui oltre 1.500 in mare. Se questa atttività avesse prodotto terremoti avremmo dovuto ballare in continuazione. Al contrario i terremoti sono di origine naturale legati alla naturale evoluzione della morfologia terrestre. Il parallelo con il Global Warming è del tutto evidente; in ambedue i casi si dà colpa alle attività dell’uomo;
    – in mare le piattaforme di produzione idrocarburi non producono nessun danno alla pescicultura, anzi favoriscono lo sviluppo della fauna marina. Ne sono esempio la produzione di cozze nelle aree interessate dai pozzi al largo della costa emiliano-romagnola (ove ogni anno si celebra la saga delle cozze provenienti dalle piattaforme di drocarburi) e lo sviluppo di una fauna marina prima non presente, come varietà e quantità, nell’area interessata dalla più grande piattaforma pertrolifera esistente in Mediterraneo posta al largo di Pozzallo in Sicilia, la VEGA dell”Edison (si può controllare su internet);
    – il pericolo di inquinamento dell’Adriatico a seguito di un incidente nel corso di produzione di idrocarburi è davvero molto basso: se dovesse accadere un incidente pari al più grande incidente finora accaduto al mondo avremmo un cm3 di petrolio contro 22 milioni di cm3 di acqua salata.
    Non parliamo poi dei pericoli sostanzialmente inesistenti riguardo ai fenomeni di subsidenza che spesso vengono citati dagli ambientalisti . E qui concludo formulando auguri affettuosi a tutti i lettori di Climatemonitor e a Guido.

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  2. La politica energetica italiana è, da decenni, semplicemente schizofrenica. Io non sono affatto un sostenitore delle trivellazioni, in questo caso: l’Italia ha scarse risorse di petrolio e gas, che mai potrebbero coprire il fabbisogno nazionale; mentre potrebbero esserci gravi conseguenze in caso d’incidente (perché una piattaforma che perde, è molto peggio di un incidente nucleare, credetemi). Tuttavia bisogna prendere decisioni coerenti. A Roma, come a Venezia e altrove, non possono puntare tutto sul gas senza sfruttare le risorse italiane: inevitabile, se si vogliono solo le rinnovabili e niente carbone o nucleare, dato che per ora e ancora per molti anni a venire le rinnovabili saranno tutto fuor ché in grado di coprire il 100% del fabbisogno. Ovvero, in regioni come la Basilicata non possono da una parte lamentarsi dei danni ambientali, e dall’altra voler usare le royalties per dare un reddito minimo ai disoccupati: o chiudi o ci guadagni, non ci sono vie di mezzo. O ancora, non ci si può lamentare sempre dei prezzi alti, dei monopoli e della mancata concorrenza, e poi de facto regalare da decenni l’intero settore petrolifero nazionale all’ex azienda di stato (che, in parte, è ancora di stato). L’Italia deve decidere cosa vuole fare da grande, o meglio cosa vuole essere – prima che sia troppo tardi.

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  3. Caro Donato, mi spiace smentirla, ma almeno finché il Triveneto (e la Riviera Romagnola) rimangono sotto la Repubblica Italiana, non è affatto vero che noi non sappiamo fare turismo redditizio. Anzi, semmai in queste zone abbiamo il problema contrario: il turismo è un’industria in tutto e per tutto, dalle interminabili file di ombrelloni e locali pubblici, alle interminabili linee di impianti di risalita e piste da sci. Non esiste posto in Europa che abbia massimizzato di più il proprio potenziale turistico, come il comprensorio Dolomitico in montagna, e le spiagge da Grado a Jesolo e più a sud quelle romagnole e marchigiane: ed è vero senza alcuna esagerazione. Avendo vissuto 3 anni in Slovacchia, assicuro che molti vacanzieri dell’Europa centro-orientale preferiscono spendere di più ma avere tutti i servizi delle nostre località, invece che andare nelle più economiche Croazia o Romania, dove a parte campeggi e scalette sulle scogliere, non c’è molto (e in Romania anche meno fuori Mamaia). Che poi nel restante 80% d’Italia, il turismo montano e balneare sia lungi da questa organizzazione e redditività (salvo forse in Valle d’Aosta), concordo certamente. Il fatto, forse, è che il turismo nel Triveneto è principalmente straniero e locale: il resto d’Italia vede al massimo un po’ le Dolomiti e Venezia, e quasi mai viene a bagnarsi sulla riviera veneto-friulana (si sa, il mare è brutto qui…) Sarà anche utile dire, che quasi tutto il personale di servizio è locale o immigrato, quindi anche questo pesa nella scarsa immagine di un Veneto molto più conosciuto in Europa che in Italia (e credetemi, in 3 anni ne ho avuto diverse conferme).

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    • Caro Filippo, ogni regola ha le sue eccezioni. 🙂
      Io ho villeggiato nelle Marche, in Abruzzo, in Molise, in Puglia, in Sicilia, in Sardegna, in Calabria, in Campania, nelle isole (Tremiti, Eolie, Ponza), in Grecia e in Croazia e via cantando.
      In una località come S. Benedetto del Tronto ho dovuto rinunciare alla balneazione a causa degli eritemi dovuti alla sabbia sporca e starmene sotto gli alberi al fresco assumendo antibiotici. A Giulianova ho fatto il bagno in una brodaglia che si appiccicava addosso e non si staccava neanche con la doccia a meno che non usavi il sapone (almeno due passate). In Sicilia ed in Calabria passeggiando sulla spiaggia ogni tanto devi scavalcare qualche ruscelletto che scarica liquami maleodoranti direttamente a mare. A Ponza succede la stessa cosa: qui addirittura è possibile vedere una “cascatella” di liquame cadere in mare lungo la scogliera.
      La Sardegna è un po’ meglio, ma non troppo: il turista viene spellato vivo.
      Lasciando il mare e muovendosi sulla costa, a parte l’abusivismo selvaggio, si nota la mancanza di marciapiedi, aree gioco per i bambini ridotte in stato pietoso, mancanza di qualsivoglia infrastruttura per l’intrattenimento e lo svago (eccezion fatta per qualche giostrina e qualche gioco gonfiabile) e degrado e sporcizia a go-go: meno nelle Marche, Abruzzo e Molise, di più altrove. Per non parlare dello stato di conservazione dei beni artistici, archeologici ed architettonici (ad Agrigento, ma anche altrove, non è raro trovare lattine di plastica o bottiglie vuote nelle tombe delle necropoli, nei sarcofagi o sparsi nell’area archeologica).
      .
      Non metto in dubbio che il Veneto, la Riviera Romagnola, le Dolomiti e qualche altra rara “isola felice” abbiano centrato l’obbiettivo dello sviluppo turistico ed abbiano creato una vera e propria industria turistica: conosco almeno tre persone, miei vicini di casa, che durante la stagione estiva lavorano in un campeggio vicino Venezia, ed amici che hanno trascorso le loro vacanze estive o invernali nel Triveneto. Quest’estate ho avuto occasione di visitare il Friuli-Venezia Giulia, ma il mare non mi è piaciuto. Trieste è una bella città, ma ci sarebbe tanto, veramente tanto, da fare per valorizzarla turisticamente.
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      In queste condizioni non mi sembra che possiamo contare su un’industria turistico-culturale in grado di sostituire quella manifatturiera ormai in fase di declino e rilanciare le sorti della nostra economia.
      Per poter parlare di industria turistica efficace e redditizia dovremmo essere in grado di creare un sistema turistico-culturale, ma ciò richiederebbe investimenti enormi e, di questi tempi, trovare i soldi è un problema.
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      Abito a quattro chilometri da Pietrelcina, nota in tutto il mondo per aver dato i natali a P. Pio e, per alcuni anni, meta di centinaia di migliaia di pellegrini: negli anni migliori alcune stime parlavano di circa un milione di visitatori all’anno. Oggi non credo che raggiungano i centomila all’anno. Amministratori, imprenditori ed investitori non sono stati assolutamente in grado di fare quelle scelte che avrebbero consentito il passaggio da una forma di turismo mordi e fuggi ad un turismo in grado di essere il motore dello sviluppo sociale ed economico delle nostre contrade. L’occasione l’abbiamo avuta, ma non siamo stati in grado di sfruttarla. E questo vale per la maggior parte del Paese. Eppure noi potremmo essere una nazione fondata sul turismo! 🙂
      Ciao, Donato.

  4. Siamo Italiani, non c’è niente da fare!
    Negli anni ’50/’60 del secolo scorso abbiamo vissuto un momento esaltante della nostra storia economica, scientifica e sociale: siamo diventati una nazione moderna ed economicamente avanzata, entrando nel novero delle dieci potenze industriali del globo. Vi fu il baby boom ed il miracolo economico. Ci furono anche altri problemi come, per esempio, lo spopolamento del Meridione che fornì manodopera a costi relativamente bassi alle industrie del Nord, ma questo è un altro discorso.
    .
    Ciò che vorrei far notare è che lo sviluppo economico del nostro Paese fu possibile grazie ad un piccolo gruppo di illuminati che si chiamavano Edoardo Amaldi, Felice Ippolito, Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Giulio Natta e tanti altri che non cito non perché meno importanti, ma per ragioni di spazio. Enrico Mattei e Felice Ippolito avevano un sogno; rendere il nostro Paese autonomo dal punto di vista energetico. Edoardo Amaldi qveva un sogno: rendere il nostro Paese uno degli attori protagonisti sulla scena della ricerca scientifica mondiale. Il combinato disposto di questi tre sogni (e di quelli degli altri colossi vissuti in quel periodo storico) generò lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese.
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    Ci stavano riuscendo, in un modo o nell’altro, ma furono ostacolati, abbattuti, umiliati fino a ottenere la desolazione attuale.
    Quando in Italia qualcuno sale troppo in alto o si avvicina a raggiungere obbiettivi tali da lanciare il nostro Paese tra le stelle dell’economia, della ricerca, dell’industria mondiali, questo qualcuno viene eliminato: fisicamente, come successe a Mattei, giudiziariamente, come successe a Ippolito. In entrambi i casi furono bloccate le due principali linee dello sviluppo energetico del Paese: idrocarburi e nucleare.
    Da allora arranchiamo al traino delle altre potenze mondiali senza obbiettivi e senza prospettive per il futuro: tiriamo a campare e ci trastulliamo con le rinnovabili. L’amico G. Botteri direbbe che in mancanza di pane, ci cibiamo di brioche. 🙂
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    Tornando al focus del nostro discorso ci troviamo di fronte ad un esempio eclatante di autolesionismo. Non vogliamo le trivelle perché “siamo un paese a vocazione turistica che ha il suo oro nero nelle spiagge, nelle bellezze naturali, nel mare pulito ecc., ecc.”. Le trivelle, invece, sono brutte, sporche e cattive perché possono distruggere il mare, le spiagge, la fauna ittica e non so quante altre cose ancora …. ah, dimenticavo: contribuiscono al riscaldamento globale.
    .
    Io potrei anche essere d’accordo con chi fa queste obiezioni: l’energia che ci serve la compriamo con i soldi che guadagniamo con il turismo. Il problema è che il turismo redditizio non lo sappiamo fare. Punto. Siamo degli incapaci ed inetti. Per noi il turismo è solo ed esclusivamente mare, sole, neve, e beni artistici. All’estero, per quel poco che ho potuto vedere, il turismo è business. A Pola sotto l’arena c’è una struttura commerciale che, forse, incassa più dei biglietti di ingresso all’anfiteatro, vendendo chincaglieria varia. In Italia una cosa simile non potrebbe esistere in quanto le vestali della Cultura si straccerebbero le vesti vedendo il vile denaro che contamina l’Arte. All’estero nei musei troviamo bar, ristoranti e punti di ritrovo, anche punti in cui esercitare il commercio.
    In Croazia hanno deciso di vendere ciò che hanno: il mare e le spiagge. Siccome queste ultime sono rocciose, hanno pensato bene di cementificarle per cui ci troviamo di fronte a chilometri di strade e muretti in calcestruzzo (ultimamente con rivestimento in pietra) con comode discese a mare fatte con calcestruzzo o acciaio inossidabile, approdi e porticcioli per natanti di vario tipo, spiaggette realizzate con materiale di riporto, fondali costruiti con massi portati da chissà dove: industria turistica, con tutti gli annessi e connessi, vantaggi e svantaggi. In certi punti della costa dell’isola di Krk non sono neanche riuscito a scendere a mare: sbarre e guardiani consentivano l’accesso solo agli ospiti di un campeggio, gli altri dovevano arrangiarsi a scendere lungo la scogliera. A meno che non si pagasse il biglietto d’ingresso.
    Da noi no, non sia mai detto. Tolleriamo, però, le orrende strutture abusive che sorgono come funghi lungo le spiagge, senza nessun piano e nessun disegno di sviluppo coordinato. Cornuti e mazziati: abbiamo coste rovinate come, se non di più di quelle croate e introiti nulli, anzi la gente se ne scappa dall’Italia per andare a prendere il sole sui blocchi di cemento croati.
    .
    Nel frattempo la nostra economia langue, i nostri giovani emigrano o vivacchiano a spese di nonni e genitori, le industrie chiudono o si spostano in aree più ospitali, le nostre bellezze naturali ed artistiche cadono a pezzi per mancanza di manutenzione. La decrescita in-felice cui faceva cenno R. Sorgenti nel suo commento, è una dura e triste realtà. Oggi il ministro Padoan mi ha gelato quando ha detto che la nostra potrebbe essere una stagnazione secolare! Mi ha gelato, ma non sorpreso: nutrivo la speranza che fossi io il pessimista e che questo pessimismo derivasse dalla mancanza di una visione globale. Oggi sentir pronunciare queste parole da uno che la visione globale ce l’ha, è stato un evento traumatico.
    .
    Continuiamo così, continuiamo tranquillamente a farci del male, continuiamo a investire su titoli spazzatura ed a suicidarci, evitiamo tutto ciò che potrebbe garantirci ricchezza e benessere in nome dello stupidissimo e deprecabile “principio di precauzione” e non ci pensiamo più: decresciamo come ci invita a fare il signor Capanna, ma non rompiamo più le scatole con la filastrocca che non riusciamo ad arrivare a fine mese: e che cavolo, non vogliamo fare più nulla, ma vogliamo arrivare a fine mese! La decrescita è anche questo: la morte per fame!
    Ciao, Donato.

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  5. Purtroppo, a causa di un’informazione prodotta dai MEDIA, quasi in generale, del tutto fuorviante e ben poco tecnicamente documentata, l’azione del catastrofismo di mestiere continua ad imperversare, producendo costosissimi danni a ripetizione.

    In effetti, una SEN (Strategia Energetica Nazionale) è anche stata varata nel 2013 dal Governo Monti che, per quanto inadeguata su diversi aspetti (a dimostrazione dell’enorme disinformazione tecnica che impera su questi importanti temi), qualcosa di utile ed opportuno prevedeva appunto per aumentare il recupero di IDROCARBURI dal territorio nazionale.

    Occorre davvero una cordata di volonterosi che si impegnino a far emergere queste assurdità e recuperare un po’ di buonsenso e di opportuna strategia energetica Paese, a meno che non si voglia galoppare verso la “decrescita in.felice”.

    Grazie a questo sito ed a Guido Guidi per l’impegno che continua a mettere in questo compito.

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