Silenzio, parla Koko.

Una scomoda verità (cit.) sembra emergere da un numero sempre maggiore di studi sull’evoluzione del quoziente intellettivo umano: stiamo diventando più stupidi. Non che i segnali in questo senso mancassero, in verità…

In barba alla narrativa del globalismo più becero che addebita le sue sconfitte ai “vecchi” e affida la sua salvezza ai “gggiovani”, pare proprio che siano i secondi a subire maggiormente gli effetti dello scadimento delle capacità intellettive dell’homo sapiens. Le ricerche in materia si susseguono da tempo, in un silenzio imbarazzato da parte di quella stampa liberal ultra-maggioritaria sostenitrice delle magnifiche sorti e progressive del genere umano (per lo meno di quel genere umano, sempre più esiguo, che ancora li legge e per giunta gli crede).

Il dramma è tutto nel grafico allegato, una linearizzazione degna del miglior IPCC con una diagnosi di assoluta certezza (come quelle dei modelli climatici): di questo passo il signor Rossi avrà presto un quoziente intellettivo inferiore a quello del gorilla Koko. L’alternativa è credere alle profezie di Elon Musk, che ci vedono soccombere all’intelligenza artificiale prima di allora. Se faccio un confronto tra Musk e Koko, propendo comunque per la prima ipotesi, e il problema dell’intelligenza artificiale non me lo porrei. Almeno per il momento.

 

Fonte: Dailymail

Gli studi

L’Express ci informa di un recente studio norvegese su 730,000 uomini che ha evidenziato un calo drammatico delle facoltà intellettive degli stessi rispetto ai loro papà, confermando a sua volta due studi inglesi precedenti che avevano collocato il calo del QI per decade in un range tra 2.5 e 4.3 punti: una enormità che nel giro di qualche decennio ci metterebbe sui banchi di scuola in compagnia di Lessie e Peppa Pig. Tutti a lezione dal professor Koko.

Gli studi in materia sono numerosi e i risultati in molti casi paragonabili, con un comune denominatore: dopo la crescita del quoziente intellettivo iniziata al termine della seconda guerra mondiale, il trend si è invertito e dagli anni ’70 mostra una decisa diminuzione. Alle ricerche in questione si aggiungono anche evidenze più empiriche, come quella fornita dall’Università di Loughborough che ha riscontrato un crollo verticale della qualità degli studenti nello “A-Level” (l’equivalente del nostro esame di maturità): un ottimo studente di oggi sarebbe stato considerato una schiappa senza speranza negli anni ’60.

Le cause

Se gli studi sul quoziente intellettivo umano sono discutibili gia di per sè, figurarsi le analisi sulle motivazioni del presunto istupidimento generale. Le più tradizionali associano l’evoluzione del QI a fattori educativi e più in generale collegati al benessere, e quindi vedono in questi dati una conferma dell’ormai avvenuto raggiungimento del picco di benessere nelle economie sviluppate. Altri, invece, ne fanno una questione genetica e sostengono che il benessere abbia solo mascherato un declino cognitivo già in corso da tempo. Per rimanere in ambito genetico, i più politicamente scorretti sostengono che le coppie più istruite facciano meno figli e questo limiti la trasmissione genetica di facoltà intellettive superiori alla media: un modo elegante per dire che la mamma dello scemo è sempre incinta.

A chi scrive appaiono più convincenti le riflessioni sull’evoluzione dell’intelligenza umana in relazione allo sviluppo della tecnologia. L’istruzione è sempre più epidermica, siamo sommersi da una quantità infinita di informazioni e la capacità di approfondimento e di analisi non è più richiesta, perché un copia e incolla ben fatto trasforma quello che un tempo era un lavoro complesso e metodico in una pratica da sbrigare in un paio di minuti. In altre parole, la tecnologia ci sta rendendo più informati, ma meno intelligenti.

A chi giova?

Ammesso che le nuove tecnologie ci stiano realmente rendendo più stupidi e incapaci di approfondire e analizzare le informazioni da cui siamo sommersi, è forse il caso di notare che dietro quelle stesse tecnologie ci sono i giganti dell’high-tech e i nuovi padroni del potere finanziario mondiale, come discusso già in un precedente articolo. E dietro quei giganti e quei padroni, la stragrande maggioranza della stampa mainstream mondiale.

È facile immaginare quegli stessi padroni del vapore nel porsi la domanda delle domande: “La gente non ci crede più perchè si è rimbecillita? O più probabilmente, non si è ancora rimbecillita abbastanza da credere alle nostre storie?” Ed è proprio in questa penosa gara di velocità tra il rimbecillimento collettivo da social network e la manipolazione delle informazioni da parte di chi quei network li controlla, che si gioca il destino del genere umano.

Male che vada, tutti a scuola dal professor Koko: a studiare ambientalismo, relativismo, climatismo e russofobia. E non si dica che non ce lo saremo meritato.

 

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Author: Massimo Lupicino

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10 Comments

  1. Davvero interessanti sia il post sia i commenti. Al riguardo segnalo il tema del QI dei nostri antenati cacciatori – raccoglitori del paleolitico (uomo di Cro-Magnon) che viene affrontato qui: Estimating Cro-Magnon man’s IQ from brain size and drawings
    https://pumpkinperson.com/2016/10/26/estimating-cro-magnon-mans-iq-from-brain-size-and-drawings/
    L’approccio proposto è molto qualitativo (e credo sia il massimo che si possa ragionevolmente fare) ma comunque invita a riflettere sul tema e sugli stessi rapporti fra sviluppo delle capacità intellettive e clima.

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  2. Un post di grande (e preoccupante) interesse!

    Mi fa tornare alla mente un discorso degli anni 90 di Daniel Boorstin, professore di storia ed ex presidente della Library of Congress, che trattava della cultura intesa come dote personale.

    Si chiedeva se aver imparato un elenco telefonico rendesse colti: ovviamente no… e se capire importanti teoremi matematici rendesse colti… ancora no, per lui si diventava colti solo quando, leggendo per esempio un buon libro, ci si fermava e si tornava indietro per rileggere qualche passaggio e meditarci sopra – ecco, diceva, è questo momento di riflessione che ci rende colti, che crea la nostra facoltà di associare e fondere i differenti aspetti che stiamo acquisendo… per poi osservare come proprio questo specifico processo di crescita culturale venga sempre più impedito dalla televisione, con la sua tecnica di catturare l’attenzione dello spettatore con una sequenza graduata di fatterelli irrilevanti ma mentalmente solleticanti.

    La “overdose di social media” citata da Massimo è ancor più mortale per lo sviluppo della facoltà mentale di riflessione – una facoltà indispensabile che resta così allo stato embrionale, come lo sarebbero le gambe di una persona sana costretta fin dalla nascita a restare su di una sedia a rotelle.

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    • E’ proprio questo processo di approfondimento e di ricerca che esalta la potenza e l’efficacia dei media di oggi. Se bene usati, sono straordinariamente efficaci, ma come discusso con Giusto, facile a dirsi, meno a realizzarsi.

      Per utilizzare inernet e social media servirebbe l’equivalente di un porto d’armi: se li usi male e’ come se ti puntassi una pistola alla testa. E se utilizzati per secondi e terzi fini dalle rispettive proprieta’, divenano pistole puntate alla testa dell’intero Pianeta.

  3. Condivido pienamente l’ultima frase di Lupicino, precisando che ho anche conosciuto di persona il responsabile del successo dell’informatica in Italia, il milanese (piacentino di nascita) prof. Degli Antoni, recentemente defunto, e un buon numero di suoi allievi, che a me danno l’impressione di avere il cervello spappolato. Quindi si può forse sperare che anche in questo caso il problema non sia catastrofico e irrimediabile: basta individuare i discepoli di un tale sciamano e isolarli senza pietà (allontanandoli soprattutto dalla politica), permettendo così di sfruttare al meglio quanto c’è veramente di buono nei progressi dell’homo sapiens sapiens e nell’informatica in particolare. Naturalmente non intendo fare di ogni erba un fascio, ma indicare una delle cause della cattiva riuscita di una delle tante buone invenzioni cadute in mani incapaci.

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    • Caro Giusto, piu’ potente il mezzo, maggiori i rischi nel suo utilizzo. Ci ricordiamo di quando alla telvisione si addebitavano tutti i mali della Terra, riconducibili in ultima istanza alla proprieta’ delle televisioni stesse. Oggi succede la stessa cosa, il mezzo e’ piu’ potente e i padroni immensamente piu’ ricchi e influenti.

      Ma al tempo stesso, non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca: se usata bene e con consapevolezza, la rete ti salva letteralmente la vita, rende piu’ veloce qualsiasi processo di ricerca, permette di attingere a fonti di informazione alternative e tanto, tanto altro…

  4. personalmente il concetto di QI lo trovo fondamentalmente sbagliato.
    Il QI è un numero (solo) che stabilirebbe chi è più intelligente e chi meno. calcolato come?

    Mi sono laureato studiando le materie, pretendendo a me stesso di capirle.
    Altri hanno scelto altre vie, più efficaci, dal punto di vista dei voti e dell’impegno e del tempo impiegato.
    vedevo gente prendere nota della domande e delle risposte.
    Certo, avere idea di cosa ti può essere chiesto è cosa intelligente, ma studiare cosa rispondere, senza preoccuparsi di capire, di conoscere la materia, è cosa diversa.
    L’ho visto preparando mio nipote all’esame di storia del diritto romano, materia che non conoscevo, ma che ho trovato molto interessante perché, conoscendo la storia, ma non il diritto, capivo cose che chi non conosceva il contesto storico non avrebbe potuto capire. Ma appena mio nipote è andato dai professori, gli è stato subito detto che gli aspetti storici non interessavano, e doveva imparare a memoria, senza preoccuparsi di capire.
    Ecco cosa vogliono, gente che non capisca, magari preparatissima dal punto di vista mnemonico e basta.
    Ci sono persone che si preparano per superare i test di ogni tipo. Ormai studiare per capire è fuori moda, si studia per superare l’esame.

    Discorso che meriterebbe lunghe discussioni, ma voglio arrivare al punto.
    il QI concepisce l’intelligenza con una visione monodimensionale (un numero).
    Quanto vale un quadro rispetto ad una sinfonia, ad un film, ad un romanzo, ad uno studio scientifico, ecc.?
    Io sono nato nel rispetto del contadino, scarpe grosse e cervello fino, che al QI farebbe un grosso fiasco, battuto da intelligenze di tavolino, gente a volte inadatta a vivere la vita, fuori dal loro tavolino e dal loro computer.
    Secondo me l’intelligenza ha molte dimensioni, e ci sono persone che prediligono studiare (come me) ed altre che invece sono bravissime nel trovare soluzioni pratiche.
    La differenza tra pratici e teorici è però solo una delle tantissime, innumerevoli differenze.
    Abbiamo già accennato alle genialità artistiche, e perché non accennare alla genialità di un Maradona con un pallone al piede, che non credo farebbe una gran figura ad un congresso di fisica quantistica (immagino) ma che in campo calcistico dimostra un’intelligenza superiore.
    Credo che sia inutile portare altri esempi, che lascio alla vostra intelligenza, per renderci conto che l’intelligenza è qualcosa di estremamente complesso, e persone vivamente intelligenti in un campo, possono dimostrarsi ottusi in altri campi.
    Perché credo che si tratti anche di una questione di interesse, di passione. Se qualcosa ti interessa, ti impegni, vuoi capire.
    Altrimenti non ti entrerà mai intesta.
    E la stessa cosa, per finire, vale per la memoria.
    Il mio compagno di banco al liceo si lamentava di non avere memoria. Diceva che le formule matematiche non gli entravano in testa.
    Per un po’ gli credetti, ingenuamente.
    Poi scoprii che delle moto sapeva tutto, e dimostrava una memoria da vero genio.
    E così capii che la memoria ha a che fare con l’interesse con cui osserviamo le cose che vorremmo ricordare, e non è classificabile con un singolo numero, come le memorie di massa di un computer, che si misurano in bytes.
    La memoria umana (e con lei l’intelligenza) sfugge ad una logica monodimensionale, e si dimostra diversa a seconda del campo a cui viene applicata.
    Secondo me.

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    • Guido, sottoscrivo questo commento parola per parola: non avrei saputo fare meglio!
      Ciao, Donato.

    • Mi unisco a Donato nella…sottoscrizione 🙂 Direi che anche io non ho niente da aggiungere a quanto dici, Guido.

  5. QI in diminuzione?… strano, perche’ qui…
    https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/15305050701193587

    … dicono che il QI degli americani sarebbe aumentato, dal 1972 al 2002, al ritmo medio di 0.308 punti/anno… e analoghi studi per altri paesi, UK, Giappone, etc…

    In psicologia cognitiva c’e’ persino una cosa che si chiama “l’effetto Flynn”, che descrive il continuo aumento del QI negli anni, quando il QI e’ misurato utilizzando test standardizzati.
    Ovviamente, essendo la psicologia cognitiva una scienza NON esatta, sono possibili delle discordanze e dei risultati differenti, dipende da che parte li si voglia guardare… un bel giro di “statistica creativa”, e una bella mazza da hockey del QI la si trova facilmente., a crescere o decrescere… 🙂

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    • Grazie del commento Roberto: nell’articolo Flynn e’ implicitamente citato sotto la voce “teorie piu’ tradizionali”. Ho aggiunto il link (in calce al grafico) all’articolo del Dailymail in cui si parla proprio di Flynn e di come la sua teoria preveda che proprio i fattori educativi e ambientali finiranno per prevalere sul trend di decrescita in atto. Chissa’.

      Quel che e’ certo e’ che siamo lontani anni luce dalla “scienza esatta” (e altrettanto incredibilmente vicini al livello attuale della scienza del clima): si tratta di teorie e nient’altro. La stessa pretesa di misurare il QI con metodi standardizzati per tanti versi e’ assurda e inaccettabile, con le distorsioni conseguenti, tra cui quella di pretendere che Koko e l’essere umano se la battano in quanto a capacita’ cognitive.

      Il problema, a mio modo di vedere, e’ un altro, e non e’ nel presunto deterioramento delle capacita’ cognitive generali (sebbene certe esperienze empiriche a livello scolastico e lavorativo mi inducono a ritenere che un fondamento ci sia), quanto nel rimbecillimento generale da overdose di social media, che e’ sotto gli occhi di tutti e cui pare non esserci rimedio.

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