COP25: si avvicina l’epilogo

I primi giorni della seconda settimana della COP 25 hanno fatto registrare un evento molto interessante. Come ricorderanno coloro che hanno avuto la pazienza di leggere il mio ultimo articolo sulla Conferenza, sembrava che la strada verso il consenso circa l’attuazione dell’art. 6 dell’Accordo di Parigi fosse spianata. E’ stata l’illusione di un fine settimana. Già lunedì sera le cose sono cambiate: nella versione n° 3 delle bozze di accordo sui paragrafi 2, 6 ed 8 dell’art. 6 dell’Accordo di Parigi, il numero delle parentesi quadre e delle opzioni è passato da meno di 250 a quasi 500. I negoziatori hanno annullato in quarantotto ore i progressi di un’intera settimana di trattative.

Detto in altri termini la Conferenza di Madrid, allo stato dell’arte, sembra aver fallito i suoi obbiettivi iniziali che ebbi modo di delineare nel primo articolo che dedicai alla manifestazione lo scorso tre dicembre. Salvo improvvisi ed imprevisti capovolgimenti di fronte, tutto è rinviato, infatti, al prossimo anno, alla COP 26 di Glasgow. Come prevedibile e previsto da molti osservatori.

Oggi è iniziata la passerella dei ministri rappresentanti le Parti della Conferenza. Si alterneranno dai loro podi e declameranno tante buone intenzioni: tutti diranno di essere ambiziosi e chiederanno pari ambizione anche agli altri colleghi, ma si tratterà solo di parole, solo parole.  I fatti sono altri.

Da oggi le delegazioni tecniche saranno affiancate da quelle politiche e la guida delle trattative sarà affidata a dei ministri: inizia il cosiddetto segmento di alto livello della Conferenza. Si cercherà di confezionare dei documenti che, con una serie di parafrasi e di formule diplomatiche, faranno intendere che sono stati raggiunti tutti gli obiettivi previsti, che nelle prossime riunioni preliminari alla COP 26 si definiranno i dettagli e che il mondo sarà salvato l’anno venturo nelle Lowlands scozzesi. Tutto per nascondere ciò che pochi sembra che sappiano, cioè che del clima non importa niente a nessuno (di quelli che contano) e che tutto il carrozzone diplomatico-mediatico chiamato COP, serve solo a definire un modo per ridistribuire la ricchezza  a livello globale. Punto.

Per rendersi conto che non sto scrivendo sciocchezze, andiamo a vedere dove sembra essere naufragata la COP 25. L’ostacolo principale, a mio avviso, deve essere ricercato nella difficoltà di regolamentare il mercato del carbonio previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi. L’art. 6 prevede, di fatto, due mercati del carbonio: uno bilaterale e, quindi, gestito dalle Parti e l’altro comunitario gestito dalla Conferenza delle Parti. Il primo è regolato dal paragrafo 2 dell’art. 7 ed il secondo dal paragrafo 4 del medesimo art. 6. Può capitare che i crediti di carbonio vengano contrattati prima sul mercato regolato dal paragrafo 2 e poi su quello regolato dal paragrafo 4, o viceversa, generando il famigerato doppio conteggio che tanto spaventa i funzionari ONU. Le Parti fanno di tutto per rendere fumoso questo punto di discussione, l’ONU cerca di dettagliare in modo il più rigoroso possibile la registrazione delle transazioni e, soprattutto, i meccanismi di controllo per evitare che i crediti ed i debiti di carbonio possano circolare su entrambi i mercati.

Un altro fattore che ha rimesso tutto in discussione, è costituito dalla richiesta di alcune Parti (in primis l’Australia e, successivamente, la Cina ed il Brasile), di poter utilizzare le unità di carbonio definite dal protocollo di Kyoto. Le unità di carbonio da contrattare sul mercato del carbonio, dopo l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, sono diverse da quelle utilizzate dal Protocollo di Kyoto. L’Accordo di Parigi, al fine di aumentare l’ambizione degli obbiettivi, aveva previsto l’abolizione delle unità di carbonio calcolate secondo le modalità del Protocollo di Kyoto, per cui chi ancora era in possesso di crediti o debiti di carbonio, conteggiati con le vecchie unità, non poteva utilizzarli nella contabilità prevista dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi. La cosa fa comodo ai Paesi emettitori che  vedono sparire i loro debiti, ma non a quelli in via di sviluppo che, per ovvie ragioni, hanno grandi quantità di titoli da commercializzare. L’Australia, ad esempio, difficilmente sarà in grado di rispettare i suoi NDC, ma se potesse inserire nel conto le vecchie unità di carbonio, sarebbe in grado di centrare gli obbiettivi.

Da un punto di vista pratico le maggiori emissioni future, sarebbero compensate dalle mancate emissioni passate. Dal punto di vista contabile funziona tutto perfettamente, ma dal punto di vista della mitigazione climatica non funziona affatto perché si tradurrebbe in un aumento netto delle emissioni. Di qui lo stallo nelle trattative.

Un’altra pietra d’inciampo è costituita dai proventi del mercato del carbonio, da accantonare per interventi di adattamento al cambiamento climatico da realizzare nei Paesi in via di sviluppo. Secondo una linea di pensiero sarebbero quelli del mercato di cui al paragrafo 4 dell’art. 6, secondo altri sarebbero tanto quelli del mercato previsto dal paragrafo 4, tanto quelli del mercato previsto dal paragrafo 2. Non essendoci stata intesa, tutte le possibilità sono restate in campo.

Altro punto che ha suscitato scalpore nell’ambiente, è stata l’assenza di riferimenti ai diritti umani ed alla differenza di genere. Chi ha seguito la COP 24, ricorderà che si parlò molto di differenza di genere, suscitando qualche perplessità: qual è il nesso tra genere e cambiamento climatico? Nessuno, ovviamente, ma il problema sorge allorché si pongono in atto le strategie di mitigazione. Secondo molti attivisti e molti delegati, le tecnologie di mitigazione climatica devono essere implementate nel pieno rispetto dei diritti umani e senza acuire le differenze di genere, anzi devono tendere ad eliminarle. Ciò in quanto la mitigazione deve costituire un momento di cambiamento globale del sistema sociale ed economico: è necessario che l’attuale sistema produttivo sia sostituito da un sistema equo, solidale e sostenibile, in cui tutti quelli che non hanno avuto nulla, abbiano qualcosa in più e chi ha avuto molto, abbia qualcosa in meno. Nelle bozze dei documenti in corso di discussione, ovviamente, tali temi sono stati reintrodotti, pur non essendosi creato il necessario consenso. L’importante è non perderli per strada.

La domanda sorge spontanea: chi li aveva fatti togliere dai documenti? Secondo qualche cattiva lingua si è trattato di uno scambio: qualche Paese ha ceduto su qualche opzione in cambio di una minor attenzione ai diritti umani. Probabilmente è vero, ma reintroducendoli nelle bozze, forse si è acuito il dissenso su altri punti dei documenti.

Ancora vivo il dibattito sulle maggiori ambizioni e, quindi, sulla revisione degli obbiettivi di riduzione delle emissioni volontari dichiarati dalle Parti a Parigi: i famosi NDCs. Essendo ormai acclarato che gli obiettivi della COP di Parigi non sono più raggiungibili, sulla base di quegli NDCs, ogni Parte deve indicare degli NDCs più alti. E qui nasceranno altri problemi.

Non parliamo di quanti problemi ha suscitato e susciterà il meccanismo delle perdite e danni (loss e damage), ovvero dei cento miliardi annui da distribuire ai Paesi in via di sviluppo.

Nella giornata del 10 dicembre, infine, c’è stato un colpo di scena: il Presidente del Senegal ha annunciato, urbi et orbi, che il suo Paese rinuncerà ad una nuova centrale a carbone. Sarà un po’ di folklore, ma ha catturato l’attenzione dei media.

E con questo mi congedo. Sono le 22,00 del 10 dicembre e nessun’altra novità sembra emergere

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Author: Donato Barone

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5 Comments

  1. Non trovo conferma di una notizia letta sui media che la Cina, ha motivato con ampie argomentazioni economiche, inizierà a breve l’installazione di centrali elettriche per un ammontare di 260GW alimentate a carbone. Visto che la potenza elettrica installata in Italia è di circa 60GW, è evidente che qualsiasi ulteriore argomentazione in merito alla riduzione della C02 in atmosfera non ha senso. Mi chiedo come passi la notizia che il Senegal rinuncia ad una centrale a carbone (che viste le giacenze di pannelli fotovoltaici usati in Europa, farebbe meglio venire qui e comprare a saldo qualche GW) e non passi quella della Cina che di centrali (ad occhio) ne vuole costruire un centinaio. Mah!

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    • Tommaso,
      la notizia delle centrali a carbone cinesi è già un fatto. Tutti lo sapevano, fin da prima che la COP 25 iniziasse. Ne ho parlato, in particolare, nel primo articolo sulla COP di Madrid.
      http://www.climatemonitor.it/?p=51973
      .
      Colgo l’occasione per comunicare che a Madrid le cose non vanno per niente bene. I testi di cui si dibatte sono del tutto insoddisfacenti per le organizzazioni non governative e per i Paesi aderenti al gruppo degli “ambiziosi”.
      Sembra che non ci sarà alcuna richiesta di aumentare le ambizioni entro il 2020, ma un semplice invito. Sembra, inoltre, che si registrino passi indietro un po’ ovunque e molte sono le voci che si levano contro la presidenza cilena: ha disatteso l’unico compito ad essa assegnato, salvaguardare, cioè, l’integrità ambientale dell’Accordo di Parigi. Stasera, salvo imprevisti, la chiusura ed il mio articolo di commento finale.
      Ciao, Donato.

  2. AGGIORNAMENTO 2

    Come scritto ieri sera, la COP 25 non si è conclusa oggi 13 dicembre, come previsto dal programma, ma proseguirà per tutta la notte e, forse, anche domani.
    Non c’è accordo tra le Parti. I principali punti di disaccordo restano l’art 6 dell’Accordo di Parigi ed i nuovi impegni da assumere, per rispettare i limiti di innalzamento delle temperature globali, stabiliti a Parigi 4 anni fa.
    .
    La Presidenza della COP sta cercando di individuare una via di fuga che salvi la faccia della Conferenza e che rinvii le discussioni importanti e su cui c’è maggiore conflittualità al prossimo anno.
    .
    Come andrà a finire? Lo sapremo, forse, domani sera o domenica. A presto.
    Ciao, Donato.

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  3. Stamani Tg com 24 parla di grande successo e di accordo su zero emissioni entro il 2050…c’è da riflettere su quanto ci prendono in giro e il bello è che molti ci credono pure! poveri noi!

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  4. AGGIORNAMENTO

    Rispetto a martedì sera, quando quest’articolo fu scritto, le cose hanno subito una lenta evoluzione, o involuzione, dipende dai punti di vista.
    Nonostante la presenza dei ministri a dirigere le operazioni, non si sono registrati progressi nelle trattative. Tutto è ancora bloccato e non sembra che l’impasse sia in fase di superamento. Le Parti sono arroccate sulle loro posizioni e non sembra che siano disposte a cedere terreno.
    .
    I rappresentanti di alcuni Paesi in via di sviluppo non hanno avuto peli sulla lingua.
    Il rappresentante del Belize si dichiara “sconvolto” per lo stato in cui versano i negoziati. Non meno drastico è il rappresentante di Grenada. Secondo i due diplomatici esiste il serio rischio che, per poter raggiungere un accordo, si debbano fare tante di quelle concessioni, da snaturare del tutto l’Accordo di Parigi e minare l’integrità ambientale del pianeta. Si parla, ovviamente, di art. 6 e, quindi di soldi.
    Stando a quanto essi dicono, l’Accordo di Parigi sembra mezzo morto.
    https://unfccc-cop25.streamworld.de/webcast/belize-aosis-ministerial-press-conference
    .
    Ieri gli attivisti irruppero nella sala della plenaria della COP 25 e ritardarono di un quarto d’ora l’inizio dei lavori, ripetendo gli slogan che siamo stati abituati ad ascoltare durante le “sfilate” dei Fridays for Future. Sono stati messi alla porta senza tanti complimenti dalla Sicurezza dell’ONU e gli sono state ritirate le credenziali di accesso. Viva la democrazia e la tolleranza: da salvatori del mondo si sono trasformati in teppisti. Guai a disturbare il manovratore! 🙂
    Dopo una nottata di trattative e l’impegno solenne a non ripetere più l’azione dimostrativa, sono stati riammessi ad assistere ai lavori.
    .
    Qualche delegato, lontano dai microfoni, si lascia andare: lo spettro di Copenhagen aleggia sulla COP 25.
    Una cosa sembra certa: la COP 25 non finirà venerdì. Secondo i più ottimisti finirà sabato, secondo i meno ottimisti potrebbe finire domenica.
    Intanto a Bruxelles sembra ci siano grandi difficoltà per il grande accordo verde europeo. Si tratta, come al solito, di soldi. I membri dell’EU dell’Est Europa non ne vogliono sapere di neutralità delle emissioni al 2050, a meno che ….. gli altri (cioè noi) non mettano mani al portafogli. Ah questi soldi, quante ne combinano. Se è vero che la crisi, pardon, emergenza climatica sta uccidendo il mondo, i beccamorti sono in famelica attesa! 🙂
    Un altro post più articolato verrà pubblicato tra sabato e domenica.
    Ciao, Donato.

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