Bye Bye CFC

Aggiornamento sullo stato dei ghiacci artici in colpevole ritardo quest’anno, ragion per cui Minimo 2019 e Massimo 2020 saranno entrambi oggetto del prossimo aggiornamento nel mese di Marzo, quando da calendario l’Artico raggiungerà il picco massimo di estensione, dando avvio a quella “melting season” che da anni ormai eccita gli animi dei catastrofisti climatici di tutto il mondo.

Ciò non toglie, naturalmente, che chi scrive continui a sbirciare con regolarità i grafici e gli aggiornamenti proposti dai maggiori centri che monitorano il periodico up-and-down della coperta ghiacciata del nostro emisfero. Ché naufragar mi è dolce in questo mar glaciale.

Per esempio, sbirciando nel rapporto mensile sull’estensione dei ghiacci artici emesso dal National Snow & Ice Data Center (NSIDC per gli amici), si scopre di un nuovo studio appena pubblicato dalla Columbia University, nel quale si sostiene che metà della perdita del ghiaccio artico tra il 1955 e il 2005 può essere attribuita all’effetto serra causato… dai CFC. Avete capito bene, parliamo proprio dei famigerati Clorofluorocarburi tanto popolari una trentina di anni fa, in quanto imputati di aver creato il buco nell’ozono.

La produzione di CFC fu vietata a seguito del protocollo di Montreal nel 1987, e da quel momento la loro concentrazione in atmosfera ha preso a diminuire di conseguenza. Ergo, lo studio conclude che al diminuire ulteriore della concentrazione dei CFC, è lecito aspettarsi una “riduzione del riscaldamento dell’Artico”. Queste poche righe, buttate lì a chiusura di report, e del tutto casualmente in coincidenza con un inverno piuttosto freddo e…generoso con l’Artico, si prestano ad alcune osservazioni.

I ghiacci artici sono stati utilizzati da molti anni a questa parte come cartina al tornasole della catastrofe climatica imminente. La loro continua diminuzione negli ultimi 40 anni (ovvero da quando sono soggetti a misurazione satellitare) è stata imputata esclusivamente al maligno contributo antropico (nello specifico, alla CO2) tralasciando qualsiasi altra forzante: dall’attività solare a quella vulcanica piuttosto che ai cicli oceanici multidecadali (leggi AMO, PDO). Negli ultimi anni, tuttavia, il rateo di perdita di superficie e volume dei ghiacci è diminuito significativamente, fin quasi ad arrestarsi, smentendo in modo evidentissimo le profezie di chi voleva che il ghiaccio sarebbe sparito in pochi anni, successivamente al minimo del 2012 (mai battuto da allora).

Lo studio della Columbia si presenta quindi come una boccata d’ossigeno per chi fatica a giustificare la riluttanza del pack a sparire dai radar. Facile anticipare i commenti dei soliti, nella solita chiave di lettura: “l’Artico si sarebbe già sciolto come da nostre previsioni, se non ci fosse stato il feedback negativo legato ai CFC”.

Allo stesso modo, tuttavia, andrebbe fatta un’altra considerazione: ma se davvero i CFC fossero responsabili del 50% della perdita di ghiacci, allora si dovrebbe concludere che la sensibilità climatica del sistema all’incremento della CO2 è decisamente inferiore a quanto sostenuto fino ad ora. Ergo, i modelli climatici con cui si è inteso prevedere l’evoluzione catastrofica dei ghiacci artici, avrebbero venduto per anni aria fritta. Facendo ricorso all’ormai consolidato esercizio-spazzatura di costruire un history match tra un trend “climatico” e la solita unica variabile (il tenore di CO2 in atmosfera), hanno trascurato qualsiasi altra possibile forzante e proiettato brutalmente la correlazione in questione negli anni futuri. Prendendo delle topiche colossali.

Al di là delle solite comiche performance dei modelli climatici, resta il fatto che la narrativa clima-catastrofista traballa paurosamente, al cospetto dell’evidenza sperimentale. Ma l’esperienza del clima-scettico insegna che una modalità di calcolo “diversa” può tirarti fuori dall’imbarazzo, anche senza far ricorso a sgradevoli forzanti esterne.

Per esempio, nel momento stesso in cui il più autorevole centro di calcolo del volume del ghiaccio artico (PIOMAS) certifica gli effetti benefici di un inverno freddo e conferma la mancanza di un trend di diminuzione nell’ultimo decennio, incredibilmente Cryosat certifica per lo stesso periodo una forte e inspiegabile diminuzione dei volumi, con l’effetto di rendere negativo il trend…all’ultima curva (Fig.1).

All’osservatore attento non sfuggirà che la griglia di Cryosat, sicuramente in modo del tutto casuale e incidentale, si perde proprio quell’ampia fetta di Artico in cui PIOMAS vede un notevole incremento dello spessore dei ghiacci (Fig.2). La narrativa del “moriremo tutti” si nutre anche di queste simpatiche casualità e involontarie coincidenze che continuano a strapparci sorrisi rassegnati.

Alla fine della fiera, per i ghiacci artici come per i trend di aumento delle temperature, continuiamo inconsapevolmente a tenerci stretti i nostri cari confirmation bias. Ma la scienza è un’altra cosa. E dove non arriva la neo-scienza dei giorni nostri, è già arrivata la filosofia,  2.500 anni or sono: sappiamo di non sapere, e tanto ci basti.

 

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Author: Massimo Lupicino

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7 Comments

  1. Dove sono le basi del mestiere per le notizie del ghiaccio antartico? Manco le basi per scrivere un articolo sul ghiaccio antartico.
    Ecco l’estensione della superficie antartica:

    Immagine allegata

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  2. scusatemi se sto monopolizzando i commenti, ma navigando ho trovato questo articolo su Nature che tratta proprio dell’HFC-23 (un sostituto dei CFC) che risulta essere 12500 volte più potente della CO2.
    in pratica le circa 16.000 tonnellate rilevate in atmosfera nel 2018 corrispondono a ben 200.000.000 tonnellate di CO2.
    Anche se la sua produzione è bassa, queste enormi quantità derivano dalla degradazione in atmosfera del HCFC-22
    https://www.nature.com/articles/s41467-019-13899-4

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  3. Non c’entra niente con i gas serra, ma ha a che fare con il clima ed i cambiamenti climatici. Prendo spunto e rispondo a Giorgio per quanto riguarda “l’età dell’oro” effettivamente presente in tutte le culture, periodo che chiamiamo “paradiso terrestre” per brevità o Eden, che significa “giardino delle delizie”.
    Ho appena terminato la lettura del libro “Costruirono i primi templi, 7000 anni prima delle piramidi” di Klaus Schmidt che tratta dell’incredibile ritrovamento del sito di Gobleky Tepe nei pressi della città di Urfa in Turchia, sui monti del Tauro, tra il Tigri e l’Eufrate. Poco lontano vi è il vulcano a scudo Karakadag in cui, ancora oggi, vi sono ben 14 tipi di cereali selvatici usati per la successiva fase di domesticazione (cito questo articolo del dott Mariani http://www.agrometeorologia.it/documenti/Aiam2009/09mariani_aiam09.pdf )
    Questo sito è stato datato del 10.000 a.c. e riporta le testimonianze di una cultura preagricola, di cacciatori-raccoglitori, che avevano a disposposizioni immense risorse alimentari e disponevano di una gran quantità di manod’opera per poter costruire i templi.
    Il sito fu abbandonato intorno all’8000 a.c. per motivi sconosciuti.
    Gobekly tepe si colloca dopo l’episodio di improvvisa glaciazione chiamato Younger Dryas ( approssimativamente compreso tra 12.800 e 11.500 anni fa) e su una stele del tempio alcuni ricercatori hanno ipotizzato che fosse stata incisa la caduta di una cometa avvenuta nel 11.000 a.c. ( http://maajournal.com/Issues/2017/Vol17-1/Sweatman%20and%20Tsikritsis%2017%281%29.pdf ) che contribuì a delle variazioni climatiche importanti tali da obbligare quelle popolazioni a dover praticare l’agricoltura.
    Vita agricola che, secondo i reperti archeologici fu un periodo di stenti e sacrifici, infatti gli scheletri di quel periodo ritrovati riportano notevoli carenze alimentari.
    Impatto meteorico probabilmente avvenuto in Groenlandia dove recentemente è stato scoperto un cratere ( Hiawatha) datato intorno al 10.000 a.c. ( https://advances.sciencemag.org/content/4/11/eaar8173 ).
    Probabilmente l’età dell’oro, narrata da tutte le culture, è esistita e si situava proprio nei monti del Tauro, dove una avanzatissima cultura dovette disperdersi a causa del cambiamento climatico dovuto all’impatto meteorico.
    Aggiungo che l’ipotesi delle comete come fine del periodo glaciale è stata spiegata dal celebre astronomo Fred Hoyle in questo saggio https://www.ibs.it/origine-dell-universo-origine-della-libro-fred-hoyle/e/9788868260248 riprendendo una ipotesi di Victor Clube e Bill Napier. Interessante è la previsione che nel 2100 d.c. ci sarà un altro impatto meteorico.
    Alla fine del discorso, che senso ha preoccuparsi di un po’ di CO2 in più o in meno o di qualche grado di più o di meno quando tutti gli sforzi per “stabilizzare” potranno risultare vani?
    A meno che non riusciremo a distruggere o deviare le comete, con chissà quali altri effetti collaterali.

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  4. La questione dei CFC o HFC come gas serra è ridicola per una semplice questione quantitativa, anche qualora si creda al buco dell’ozono che è più probabilmente un’altra bufala.
    Ma comunque che io sappia anche gli HFC sono in phase-out, sostituiti se ben ricordo dagli HFCO, oppure da idrocarburi leggeri come il pentano.

    E anche la retorica dell'”età dell’oro” non è assolutamente una novità, è presente più o meno ovunque e comunque e pare connaturata al genere umano.

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  5. p.s.
    l’accenno alla filosofia è interessante in quanto 2500 anni fa, oltre ad aver compreso che non possiamo conoscere tutto, in quel periodo di eccelsa attività intellettuale tra India e Grecia, dove già compresero quello che oggi la scienza ci sta dicendo (atomismo, panta rei….), vi fu una corrente filosofica-spirituale-psicologica che in buona sostanza affermava questo:
    l’infelicità e la sofferenza dell’umanità derivano dall’ignoranza della vera natura delle cose composte. Conoscendo questa natura ci si libera dal dolore psichico di perdita, abbandono, preoccupazioni del futuro.
    E qual’è questa verità: che tutti i fenomeni composti sono impermanenti ed interdipendenti.
    Questa filosofia si chiama tuttora Buddhadharma è la si riscontra anche in quei filosofi prearistotelici greci.
    Praticamente abbiamo perso 2500 anni per arrivare con il metodo scientifico alle stesse identiche conclusioni: i fenomeni sono interconnessi e sono transitori.
    Coloro che soffrono psicologicamente, infatti, sono coloro che credono nel “fissismo”, ossia che i fenomeni siano immutabili ed indipendenti e di questa grave ignoranza dobbiamo solo ringraziare l’assolutismo religioso del dio unico creatore dal nulla.
    La scienza, di fatti, è solo ed esclusivamente sorta per confutare questo dogma religioso che, oggi, sta ritornando in auge con l’ambientalismo, la neoreligione che crede nel fissismo, nell’immutabilità dei fenomeni, nella staticità del clima.
    Parte della scienza si è adeguata a questa neoreligione, ottimisticamente credendo che la tecnologia possa stabilizzare fenomeni dinamici complessi come il clima.
    ma non è scienza, neanche filosofia: è religione!

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  6. CFC sostituiti con gli HFC che hanno un potere di forcing radiativo superiore da 1000 a 30,000 volte la CO2. ( riporto uno studio sui gas serra artificiali, ed è interessante notare come, al contrario della CO2, le previsioni future sono di diminuzione, come se già si dispongono di soluzioni alternative agli HFC, oppure stimano che non ci saranno più frigoriferi o che, visto il “surriscaldamento globale” non si useranno condizionatori e refrigeratori… bah https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/2013GL059099 ).
    lasciamo perdere le previsioni che sono da sempre appannaggio di aruspici, sciamani, veggenti e oracoli.
    La scienza non è abilitata a prevedere fenomeni dinamici complessi anche perchè (cito un testo illiminantissimo: Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio) le azioni umane sono determinate dai sentimenti e dalle emozioni, la ragione viene dopo ma solo per strutturare un discorso logico e razionale tale da giustificare la risposta emozionale ad un fenomeno.
    E siccome l’omeostasi agisce a livello di singoli individui, ogniuno tenderà a far ciò che è meglio per la propria sopravvivenza senza preoccuparsi più di tanto delle azioni compiute.
    Ed è solo ed esclusivamente per questo motivo psicologico che si mostra nel nostro inverno lo scioglimento antartico e nella nostra estate lo scioglimento artico, ma non vi è nessuna ragione scientifica tale da giustificare la preoccupazione esagerata sul clima, ma si usa la scienza per convalidare la preoccupazione al solo fine di aumentare una risposta emotiva tale da giustificare idiozie ambientaliste.
    Idiozie che altro non sono che l’ennesima bolla della schiumosa economia.

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