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COP 28: gli obiettivi

Partiamo da dove ci eravamo lasciati lo scorso anno a Sharm El-Sheikh.

La COP 27 si chiudeva con un sostanziale nulla di fatto operativo, ma, come al solito, con un grande annuncio: raggiunto lo storico accordo sul meccanismo delle “Perdite e dei Danni” (meglio conosciuto come “Loss and Damage”). Si trattava, però, di una semplice dichiarazione di intenti che non aveva ricadute pratiche e che, pertanto, richiedeva la creazione delle infrastrutture tecniche in grado di rendere operativo il meccanismo e, soprattutto, l’individuazione delle modalità con cui esso deve essere finanziato. Alla fine, gira e rigira, tutto si riduce al solito problema di fondo: chi ci mette i soldi?

Come di consueto, si sperava che gli aspetti operativi della faccenda venissero definiti nelle negoziazioni che si sarebbero sviluppate nell’anno che separava la COP 27 del 2022 dalla COP 28 del 2023, ma ciò non è accaduto. Pur essendo le politiche climatiche contenute nelle agende di tutti gli incontri politici bilaterali e multilaterali, verificatisi nel corso dell’anno, le negoziazioni sono ancora in alto mare e sono state rimandate alla Conferenza delle Parti che inizierà a Dubai il prossimo 30 novembre.

Agli inizi di giugno 2023 si è svolta a Bonn la consueta conferenza intermedia sul clima, con un’agenda ricca di temi, tra i quali spiccava quello della definizione delle regole attuative del meccanismo delle “Perdite e dei Danni”. Il meccanismo delle “Perdite e dei Danni” fu implementato nel 2013 durante la COP di Varsavia. Durante la COP 25 di Madrid, nel 2019, fu istituito il cosiddetto “Santiago Network”, ovvero la rete di relazioni per lo scambio di competenze e per l’assistenza tecnico-economica ai Paesi in via di sviluppo che fu meglio definita con il “patto” di Glasgow, stipulato a conclusione della COP 26 nel 2021. Nel 2022, a Sharm El-Sheikh, fu definitivamente stabilito che era ora che il meccanismo diventasse operativo. Per rendere operativo il meccanismo, però, bisogna definire il Segretariato, ovvero la struttura dotata delle competenze tecniche ed esecutive per l’attuazione del meccanismo, cioè, il braccio operativo del sistema. Sulla questione, però, non si è trovata una condivisione e tutto è stato rimandato alla prossima COP 28 di Dubai.

Altri punti di discussione sono stati gli annosi problemi dell’adattamento e della mitigazione. Ed anche per essi non si possono registrare passi avanti significativi: tutto è stato demandato alla COP 28 e, quindi, siamo ancora in alto mare.

Prima di proseguire è opportuno, però, soffermarci un momento su alcuni concetti. Ricordo a me stesso che con il termine adattamento si riassumono le politiche che riguardano tutte le iniziative da porre in atto per accrescere la resilienza delle strutture economiche e sociali, in genere, agli effetti dei cambiamenti climatici, mentre con il termine mitigazione si riassumono le politiche da porre in atto per intervenire sulle cause dei cambiamenti climatici. In fin dei conti adattamento e mitigazione significano risorse finanziarie e, quindi, individuazione delle modalità con cui queste risorse finanziarie vanno reperite ed allocate.

Affinché il meccanismo possa funzionare, però, è necessario individuare tutta una serie di procedure e meccanismi legali e finanziari in grado di regolare il tutto: si tratta dei famosi meccanismi di cui all’art. 6 dell’Accordo di Parigi.

Appare evidente, quindi, che non si può parlare di politiche climatiche globali efficaci, se non si riesce a

  1. definire un quadro d’indirizzo per il raggiungimento di un obiettivo globale sull’adattamento e predisporre una metodologia per monitorarne i progressi;
  2. definire un quadro d’indirizzo e di verifica dell’evoluzione e del posizionamento dei vari Paesi nei confronti della traiettoria di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, con particolare riferimento a quella che dovrebbe condurre all’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra al 2050.

Nel corso della conferenza di Bonn sul primo tema (adattamento) non si è raggiunta una sintesi. Sul secondo (mitigazione) è stato predisposto solo uno schema di decisione che contiene una serie di sezioni e paragrafi da completare.

Circa un mese dopo la conferenza di Bonn i ministri dell’ambiente dei venti Paesi più ricchi del mondo (G20) si riuniscono in India nella città di Chennai. Il gruppo rappresenta, globalmente, i due terzi della popolazione mondiale, oltre l’86% del PIL mondiale e l’80% delle emissioni cosiddette climalteranti. Anche questo consesso si conclude con un ponderoso comunicato finale, strutturato in sessantotto punti, in cui si enunciano tutte le migliori intenzioni riguardo alla necessità di contenere l’incremento delle temperature globali entro 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali. I partecipanti, in particolare, confermano la volontà

  • di accelerare le azioni per riportare in equilibrio le componenti del sistema climatico,
  • di prevenire e ridurre il degrado del suolo,
  • di velocizzare le iniziative per il ripristino degli ecosistemi naturali, al fine di bloccare la perdita di biodiversità,
  • di porre in atto disposizioni per la gestione integrata e sostenibile della risorsa acqua e proteggere e salvaguardare gli oceani.

Apparentemente sembra che siano tutti d’accordo e, limitandoci alle dichiarazioni d’intento, è così, ma come capita ormai da quasi mezzo secolo, quando i Paesi devono decidere sulle questioni più direttamente inerenti alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (mitigazione, quindi ritorna la parola chiave), iniziano i distinguo: non si riesce a trovare l’accordo sulla proposta di raggiungere il picco delle emissioni globali entro il 2025 e di ridurre le emissioni del 60% rispetto al 2019, entro il 2035.

Inutile parlare di accordo per quel che riguarda il quantitativo di carbonio che possiamo ancora immettere in atmosfera, per centrare l’obbiettivo del contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C e sulla famigerata “tassa sul carbonio” che l’Unione Europea vorrebbe imporre alla frontiera sulla commercializzazione dei prodotti (il cosiddetto CBAM o Carbon Border Adjustment Mechanism).

Disaccordo totale anche su altri punti fondamentali del processo di mitigazione del cambiamento climatico che coinvolgono direttamente la produzione di energia e le sue relazioni con il cambiamento climatico. Argomenti come la decarbonizzazione dell’energia, abbandonando i combustibili fossili (utilizzati senza tecnologie di cattura), a favore sia delle fonti rinnovabili, sia dell’efficienza energetica, rimangono nel limbo. Detto in soldoni viene rimandata ad altre sedi decisorie la transizione energetica.

Ed in tutto questo ho deliberatamente trascurato il problema più spinoso: i criteri di acquisizione delle risorse economiche che dovranno alimentare il fondo destinato al meccanismo delle “Perdite e dei Danni” e quelli per l’accesso ai finanziamenti.

Come se tutti questi problemi da risolvere non bastassero, non bisogna dimenticare un’altra cosuccia restata in sospeso da anni: l’implementazione dell’art. 14 dell’Accordo di Parigi che riguarda le verifiche quinquennali del grado di raggiungimento degli obiettivi che ciascuna Parte dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) ha dichiarato di conseguire, per limitare l’aumento della temperatura media terrestre entro 1,5 °C, rispetto al livello preindustriale, altrimenti noti come NDCs ovvero Nationally Determined Contributions.

Tutto questo, ma non solo, è il lavoro che aspetta i delegati alla COP 28 di Dubai tra qualche settimana. Considerato lo stato  attuale delle relazioni internazionali e le forti tensioni geopolitiche in atto, mi aspetto una strada fortemente in salita. I Paesi in via di sviluppo (il cosiddetto Sud Globale) mostreranno i denti e le unghie ai Paesi “responsabili” del cambiamento climatico (il cosiddetto Ovest globale che poi saremmo noi), trasferendo nell’agone climatico le contrapposizioni che, ormai, caratterizzano i rapporti tra il Nord ed il Sud del mondo.

In questa ottica prevedo un dibattito particolarmente acceso riguardo al reperimento dei fondi destinati al finanziamento del meccanismo delle “Perdite e dei Danni”. I Paesi in via di sviluppo reputano che questi fondi debbano essere forniti dai Paesi sviluppati ed elargiti a quelli in via di sviluppo senza troppi fronzoli, ma i Paesi “pagatori” cercano in tutti i modi di eludere la richiesta. Un esempio di scappatoia è rappresentato dal “nuovo patto finanziario globale” auspicato dal Presidente Macron, durante l’incontro al vertice tenutosi a Parigi nello scorso mese di giugno. Ufficialmente l’incontro serviva a rivitalizzare una finanza che non è al passo con le sfide poste dalla giustizia climatica, dalle disuguaglianze, dalla crescente povertà. In realtà, secondo alcuni osservatori, la strada ipotizzata dal presidente francese si porrebbe al di fuori del meccanismo “Perdite e Danni”, rendendolo inefficace ancor prima che esso diventi operativo: si cercano percorsi esterni alle conferenze delle Parti e soluzioni caratterizzate da una maggiore flessibilità, rispetto agli impegni concordati attraverso un processo negoziale.

Alcuni hanno capito che di questo passo non si va da nessuna parte e, quindi, cercano strade alternative che coinvolgano il settore privato nel finanziamento del fondo “Perdite e Danni”. È il caso di C. Figueres, già Segretario Esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che, in un articolo pubblicato da Al Jazeera. propone di rovesciare l’onere del fondo sulle compagnie che hanno realizzato e realizzano profitti “mostruosi” con il commercio di petrolio e gas. Considerando che la COP 28 sarà presieduta dall’amministratore delegato di una di queste compagnie, ho l’impressione che questi tentativi di trovare percorsi “alternativi”, non avranno vita facile.

Ed è proprio la presidenza della COP 28 a suscitare più di una perplessità: come può un Paese che trae dal commercio di petrolio e gas oltre il 30% della sua ricchezza, favorire l’abbandono delle fonti fossili? Secondo altri osservatori, invece, quella emiratina potrebbe essere stata una scelta vincente. Stando a quanto si legge circa le intenzioni della presidenza della COP 28, infatti, essa dovrebbe essere

una consultazione aperta su svariate aree tematiche, con contributi da un ampio mix di stakeholders (governi, imprese, società civile, giovani e popolazioni indigene) che hanno contribuito a evidenziare le aree di azione più urgenti e la loro interrelazione”.

Si vorrebbe, in altre parole, liberarsi di quello che alcuni definiscono “l’assolutismo ambientalista” che ha sempre reso sterili i risultati delle altre COP. Il morale sembra abbastanza alto, ma io ho forti dubbi circa l’esito positivo di questa Conferenza delle Parti in procinto di iniziare: non credo che siano presentabili risultati che fuoriescano dall’alveo della narrativa corrente.  Sarebbe auspicabile, ma non accadrà. Prepariamoci, pertanto, ad un’altra COP interlocutoria che si concluderà con delle stupefacenti dichiarazioni d’intenti, ma senza risultati concreti. Come tutte quelle che ho avuto modo di seguire in questi ultimi anni.

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Published inAttualitàCOP28

Un commento

  1. giuliano

    Tutte chiacchere sul nulla. Una montagna di denaro spesa per ribadire dei fallimenti. L’unico a capirlo e’ stato Trump che aveva ritirato gli Stati Uniti da questo fiume di superflue banalita’. Naturalmente e’ stato fatto fuori. Sarebbe meglio, in tempi cosi’ difficili, occuparsi d’altro. Magari di smettere di bombardare a dritta e manca. Questo e’ il vero problema.

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