Aspetti Tecnologici

Teoria AGW e modelli previsionali

Uno dei pilastri della teoria dell’Anthropogenic global warming è costituito dalla simulazione delle temperature future basate su modelli matematici, soprattutto i modelli di tipo GCM, e che sono divulgate attraverso i report dell’IPCC.

Tali previsioni si sono rivelate fin qui molto deboli essendo risultate affette da rilevanti sovrastime. Più in particolare se si confrontano le previsioni al 2012 con i dati osservativi raccolti dal dataset globale GISS – Nasa, la sovrastima è del 53% per le previsioni del report IPCC del 1990  e si riduce al 9% per quelle del report IPCC del 1995 per poi risalire al 20% nei report IPCC del 2002 e del 2007 (Pielke, 2008; Pielke, 2013). Le cause di tali sovrastime sono state analizzate e discusse da Fyfe et al (2013).

Si ravvisa inoltre l’opportunità che nei modelli GCM si introduca l’effetto iride adattivo (Lindsen et al., 2001) come feedback negativo in grado di diminuire l’elevata sensitività dei modelli stessi, secondo quanto evidenziato da Mauritzen e Stevens i quali operando sul modello ECHAM4 hanno evidenziato la maggiore efficacia di un GCM in cui tale meccanismo è stato inserito.

Stato delle reti osservative

Se il monitoraggio da satellite viene progressivamente potenziato, lo stato delle reti osservative al suolo è preoccupante in quanto molte stazioni tendono a ricadere in aree influenzate dall’effetto delle isole di calore urbano e inoltre vaste aree del pianeta sono tutt’ora non monitorate. Un esempio lampante di quest’ultimo fenomeno è offerto da un’area del Sahel con superficie di 4 milioni di km2 (oltre 13 volte l’Italia)  in riferimento alla quale Dai et al. scrissero nel 2003 per l’International Journal of Climatology un articolo scientifico dedicato alla siccità. In tale area nel 2003 risultavano operative solo 35 stazioni pluviometriche contro le 102 del 1991 e le 188 del 1971. In proposito si noti che con i dati di sole 35 stazioni è difficile descrivere la pluviometria di una delle regioni italiane, altro che quella di un’area così vasta come quella indagata. Questo per inciso la dice lunga anche sull’attenzione che la comunità internazionale sta in realtà dedicando a tali problemi.

Importante sarebbe allora che sul modello della rete di boe ARGO con le quali si misurano la temperatura e lo stato energetico degli oceani, si potesse realizzare una rete di stazioni al suolo omogenea ed estesa all’intero pianeta. Ciò richiederebbe uno sforzo internazionale che sarebbe sicuramente ripagato dal guadagno in termini di conoscenza che se ne avrebbe.

La strada per Katowice è lastricata di buone intenzioni

Posted by on 06:00 in Attualità | 13 comments

La strada per Katowice è lastricata di buone intenzioni

Tra poco più di due mesi aprirà i battenti la COP 24 che si terrà in Polonia, a Katowice, nel bel mezzo della regione dove si produce la stragrande maggioranza del carbone polacco.

Quella di quest’anno dovrebbe essere una COP decisiva: i principi enunciati nell’Accordo di Parigi, dovrebbero diventare norme cogenti, cui i vari Paesi dovrebbero uniformarsi. La COP 22  e la successiva, sono state interlocutorie: dovevano far decantare la situazione, in modo da giungere alla COP 24 con le idee chiare circa le azioni concrete che ogni Paese doveva intraprendere, per poter contenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, possibilmente entro 1,5°C, al 2100.

La COP 23 dello scorso anno si concluse con un nulla di fatto ed un rinvio alla kermesse successiva. Nel frattempo sarebbe stato necessario incontrarsi a più riprese, nello spirito del “talanoa” introdotto dal Presidente delle Isole Fiji. Alla chiusura della COP 23 risultava chiaro che il lavoro da fare sarebbe stato tanto, ma si mostrava fiducia perché si aveva a disposizione un intero anno. Oggi che quell’anno è quasi trascorso, mi sembra il caso di vedere come stanno andando le cose. Non bene, purtroppo.

I leader politici non sono riusciti a “parlarsi con il cuore” e quasi nulla è cambiato rispetto allo scorso anno. Agli inizi di questo mese si è tenuta a Bangkok, in Tailandia, una riunione urgente dei rappresentanti dei 200 Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi, per varare una bozza di risoluzione da ratificare durante la COP 24 e, quindi, far partire quelle benedette misure che, secondo i funzionari delle Nazioni Unite, dovrebbero consentire di implementare i percorsi individuati nel documento finale della COP 21. La sede della conferenza è stata scelta perché la città tailandese, secondo gli studi circa l’evoluzione del clima futuro, rischia di andare a finire completamente ammollo con tutti i suoi milioni di abitanti. Si sperava che ciò avrebbe contribuito ad ammorbidire i cuori ed a favorire il “talanoa”.

Stando al risultato del vertice, però, sembra che le cose siano andate storte, anzi molto storte. Le dichiarazioni ufficiali sono, come al solito, piuttosto evasive e infarcite di auspici passati per risultati. Nonostante l’ottimismo di facciata, la Segretaria Generale dell’UNFCC, P. Espinosa, ha dichiarato che su alcuni temi si sono fatti pochi progressi. Per capire, però, come sono andate veramente le cose, ho imparato a vedere cosa pensano i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo, dei Paesi più piccoli e le ONG. Le loro reazioni e le loro “esternazioni” danno sempre il “polso della situazione”.

Partiamo da A. Abdulla che rappresenta una quarantina di piccole nazioni. Il suo giudizio è senza appello: “I paesi sviluppati sono responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni storiche di CO2 e molti di loro si sono considerevolmente arricchiti bruciando combustibili fossili” Essi si rifiutano, però, di assumersi l’onere della decarbonizzazione, non vogliono, cioè, sborsare i 100 miliardi di dollari annui che dovrebbero andare ai Paesi in via di sviluppo. Egli se la prende, in particolare, con USA, Australia e, udite udite, una parte dell’UE, Gran Bretagna in testa che, caparbiamente, si ostinano a rifiutarsi di onorare gli impegni presi sin dal lontano 2009 a Copenaghen e ribaditi in tutte le COP successive. Dopo essersi scrupolosamente accertati, ovviamente, che le risoluzioni in cui essi ribadivano gli impegni, fossero assolutamente non vincolanti per loro. Secondo una fonte di alto livello in seno al gruppo dei Paesi africani, ovviamente anonima, riportata da Afp lo stallo è tale che si è vicini alla rottura totale.

Chi e avvezzo a seguire le COP sa che questo è lo scoglio contro cui si sono arenati tutti i tentativi per implementare un cammino virtuoso verso un’effettiva riduzione delle emissioni di gas serra. Come si vede anche la COP 24 si avvia a fare la stessa fine.

Per accertarsene, basta vedere cosa ne pensano le ONG. Una di esse, ActionAid, rappresentata da H. Singh, non usa mezzi termini: l’Accordo di Parigi è sull’orlo di un precipizio.

Quello economico è l’ostacolo principale, ma non è il solo. Un altro grosso ostacolo sulla strada dell’implementazione degli accordi di Parigi, è quello finanziario, ovvero il mercato del carbonio. Come si sa, infatti, le emissioni di gas serra sono fonte di un lucroso scambio finanziario. I Paesi emettitori, ad esempio l’Italia, sovvenzionano i progetti “verdi” nei Paesi in via di sviluppo come, ad esempio, un parco eolico o solare in India. Questo fatto consente loro, di scomputare dalle emissioni la quantità di CO2 corrispondente. La stessa quantità di CO2 viene scomputata, però, anche dalle emissioni dell’India, per cui il conto totale non torna. Questo a giudizio delle ONG e dei funzionari ONU, ma i Paesi contraenti non sono d’accordo: con una sola fava prendono due piccioni e difficilmente rinunceranno a questo meccanismo di contabilità delle emissioni che risale al Protocollo di Kyoto e che ha consentito a Paesi come il Brasile, di lucrare lauti guadagni.

Né sorte migliore sembra abbia avuto il recentissimo meeting dell’One Planet Summit, svoltosi a New York a margine della recente Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed a cui hanno partecipato una trentina di Capi di Stato capitanati dal presidente Macron (molti di meno di quelli che presero parte al primo meeting di Parigi nel 2017). In un paio d’ore di incontri hanno fatto il punto sullo stato d’attuazione degli impegni presi lo scorso anno a Parigi ed hanno riconosciuto che in  occasione della prossima COP 24, sarà necessario trovare i famigerati cento miliardi di dollari, il che significa che oggi questi soldi ancora non ci sono.

Per quel che riguarda gli esiti del bilancio effettuato, sembra che qualche piccolo progresso si sia fatto: alla Carbon neutrality coalition hanno aderito sedici nazioni, trenta partner internazionali si sono uniti per sostenere il programma di osservazione climatica dallo spazio, mentre l’Alleanza solare internazionale conta oggi 68 paesi membri e punta a formare diecimila giovani ingegneri sulle tecnologie fotovoltaiche. Piccoli passi, ovviamente.

Per il futuro i partecipanti  si sono impegnati su sette punti di cui riporto qualche esempio e che rappresentano le solite buone intenzioni:

  • creare il Wall Street Network on Sustainable Finance, presieduto da M. Bloomberg con l’obiettivo di orientare la finanza in senso eco-compatibile
  • investire, da parte della Banca Mondiale, un miliardo di dollari per lo sviluppo di sistemi di stoccaggio dell’energia nei paesi in via di sviluppo
  • creare un partenariato tra il fondo d’investimento Blackrock (uno dei più grandi al mondo) e alcune agenzie pubbliche per finanziare la costruzione di infrastrutture in America Latina, Asia e Africa
  • creare una collaborazione tra Google, Bloomberg Philanthropies e la Convenzione mondiale dei sindaci per il clima e l’energia (Global Covenant of Mayors) per rendere più “smart” le città e migliorare trasporti, emissioni del settore immobiliare e qualità dell’aria.

Concludendo, oggi come oggi, possiamo dire che a due mesi dal cruciale summit polacco, siamo ancora al livello delle buone intenzioni, di fatti concreti non se ne parla molto e ciò può avere un unico risultato: il fallimento della COP 24 e la fine delle illusioni create dall’Accordo di Parigi. Del resto di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno!

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Le Previsioni di CM – 1/6 Ottobre 2018

Posted by on 06:01 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 1/6 Ottobre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio _______________________________________________________

Situazione sinottica

Una ondulazione atlantica piuttosto stretta convoglia in queste ore aria fredda di recente origine polare marittima in direzione della Francia e, in seconda battuta, del Mediterraneo centro-occidentale. Si associano condizioni del tempo in rapido peggioramento sulle regioni centro-settentrionali italiane con precipitazioni diffuse, nevose sull’arco alpino a quote piuttosto basse per la stagione.

La cellula atlantica si mantiene a latitudini piuttosto elevate, agendo in fase con quel che resta dell’anticiclone termico groenlandese, sotto attacco da parte di un vortice centrato sullo Stretto di Davis. Un sistema depressionario piuttosto vasto è in azione anche tra la Scandinavia e il Mare di Kara con associate condizioni di diffuso maltempo e nevicate a quote molto basse sulle Svalbard e lungo la costa norvegese (Fig.1).

Nel corso della settimana l’ondulazione atlantica si evolverà in minimo chiuso di geopotenziale che molto lentamente muoverà dal Tirreno in direzione della Tunisia, influenzando in modo significativo le condizioni del tempo sulle regioni meridionali. La cellula atlantica muoverà verso levante in direzione dell’Europa centrale sotto la spinta di un getto sempre più vivace, mentre in Atlantico si andrà consolidando una nuova cellula, questa volta con caratteristiche termiche, a causa della discesa di aria gelida pilotata lungo il bordo orientale dell’anticiclone termico groenlandese.

Conseguirà un diffuso calo del geopotenziale anche a latitudini inferiori, sia in Atlantico che sul continente europeo e in seconda battuta sul Mediterraneo, con conseguente più facile ingresso di infiltrazioni di aria umida atlantica che sul finire della settimana potrebbero rinvigorire la goccia fredda mediterranea rinnovando condizioni di maltempo (Fig.2).

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì condizioni di maltempo al Nord, Toscana, Umbria e Marche con precipitazioni diffuse a prevalente carattere di rovescio o temporale, localmente abbondanti e nevose sulle Alpi a partire dai 2000 metri e con quota neve in calo fino a 1500 metri in serata sui settori centro-orientali. Schiarite al Nordovest dal pomeriggio. Sulle restanti regioni centrali e Sardegna condizioni generali di instabilità con annuvolamenti intensi alternati a brevi schiarite e rovesci a carattere sparso. Sulla Campania cieli chiusi con precipitazioni diffuse e persistenti. Sulle restanti regioni meridionali aumento della nuvolosità stratiforme, ampie schiarite sulle regioni ioniche.

Temperature in forte diminuzione al Nord e al Centro.

Venti a circolazione ciclonica attorno al minimo in approfondimento sull’alto Tirreno. Forte maestrale sul Canale di Sardegna.

Martedì rapido miglioramento al Nord in estensione alle regioni centrali peninsulari, salvo addensamenti più persistenti e precipitazioni sulle centrali adriatiche. Sulle regioni meridionali e isole maggiori condizioni di spiccata instabilità con precipitazioni diffuse a carattere di rovescio o temporale, più intense e persistenti sulle isole maggiori e sulla Campania.

Temperature in diminuzione al Sud.

Venti tesi a circolazione ciclonica attorno al minimo sul basso Tirreno.

Mercoledì e Giovedì ampie schiarite al Nord e centrali peninsulari. Spiccata instabilità al Sud e isole maggiori con precipitazioni frequenti alternate a schiarite.

Temperature in graduale aumento a partire dalle regioni centro-settentrionali.

Venti generalmente sciroccali, deboli con qualche rinforzo sui bacini meridionali.

Venerdì possibile recrudescenza dell’instabilità al Meridione con fenomeni diffusi, localmente intensi.

Temperature stazionarie o in ulteriore lieve aumento al Nord. Venti sciroccali in rinforzo sui bacini meridionali.

Sabato e Domenica grande incertezza previsionale. Possibile ulteriore rinvigorimento del vortice mediterraneo con nuovo coinvolgimento delle regioni centrali e settentrionali.

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L’evento freddo del 1450-1460 CE

Posted by on 11:46 in Attualità | 3 comments

L’evento freddo del 1450-1460 CE

Riassunto: Si ricorda una conferenza del dr. Willlie Soon (agosto 2018) sul periodo freddo 1450-60 CE che ha portato le cronache a registrare la presenza di un “Sole blu”. Vengono raccolte serie già utilizzate in precedenza per mettere in evidenza la presenza di un periodo freddo, e forse secco, corrispondente al decennio citato da Soon. Curiosamente in quel decennio la densità delle fonti storiche ha un minimo, indicando l’assenza di fenomeni degni di nota. Il dr. Soon ipotizza una forte eruzione le cui emissioni in atmosfera potrebbero aver reso “blu” il Sole.

Abstract: A reference is made to a lecture by Dr. Willie Soon (on August 2018) about the cold decade 1450-60 CE when historical anecdotal sources outline the observation of a “Blue Sun”. Evidence is presented of a cold, and may be dry, decade -the same quoted by Dr. Soon- from climate series of various proxies. The density of the historical sources shows a curious drop during the same decade, indicating the absence of “strange” and well noticeable phenomena. Dr. Soon conjectures a strong volcanic event whose emissions into the atmosphere could give origin to the “Blue Sun”.

In un post su WUWT si ricorda una conferenza del dr. Willie Soon su un periodo freddo, forse globale, registrato nel decennio 1450-60 CE. Il periodo è presente nell’aneddotica storica come quello in cui si è osservato il “Sole blu”. Il dr. Soon esamina l’argomento e le serie storiche che lo sostengono, spaziando anche in periodi di tempo diversi da quello di interesse. Introduce poi la possibilità di un’eruzione vulcanica che con le sue emissioni possa aver favorito minori temperature e, con le polveri sospese in atmosfera, la colorazione blu-indaco del disco solare.

In questo post riesamino alcune serie climatiche utilizzate in precedenza, alla luce del decennio in esame, cercando conferme di un periodo freddo e umido attorno al 1450-60 CE. Le serie climatiche spaziano dagli anelli di accrescimento degli alberi, alle carote limnologiche (sedimenti) dei laghi; dall’indice di siccità alle date di vendemmia; dalle temperature superficiali del mare (SST) ottenute da carote oceaniche a densità (numero per anno) delle fonti storiche.
Alcune di queste serie sono prese da Mariani et al., 2018 mentre le indicazioni per altre derivano da McCormick et al., 2012. Il grafico della densità delle fonti è preso da Camenisch, 2015. Le serie restanti sono già state utilizzate su CM qui e qui.
Solo la serie del PDSI (indice di siccità, da alberi del Marocco) di figura 9 è stata ridisegnata per questa occasione.

Di seguito vengono mostrati gli esempi, ai quali è necessario premettere due considerazioni:

  1. i grafici sono quelli già utilizzati, senza aggiunte per mettere in evidenza il decennio 1450-60. Solo per CA667 e per Yamal sono mostrati i rispettivi ingrandimenti.
  2. Il decennio in questione è ben dentro la parte iniziale della LIA (piccola età glaciale, 1350-1850) ed è al margine inferiore del minimo solare di Spörer (1460-1550). È quindi difficile distinguere tra cause diverse: LIA/Spörer o eruzione; crescita minore degli anelli degli alberi dovuta a siccità o a bassa temperatura (o ad entrambe); alto indice di siccità causato da clima freddo e umido o prova dell’eruzione, dalla quale si attendono sia abbassamento della temperatura che piogge estese.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542 Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460. In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542 Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460. In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.1: In alto: Media delle 311 cronologie (serie ca667) della larghezza degli anelli del pino (bristlecone pine). Dati da: hurricane.ncdc.noaa.gov/pls/paleox/f?p=519:1:::::P1_STUDY_ID:8542
Il grafico centrale è un ingrandimento tra il 1300 e il 2003 in cui è ben evidente la diminuzione della larghezza degli anelli tra il 1450 e il 1460.
In basso sono in evidenza il Periodo Caldo Medievale (MWP), la Piccola Età Glaciale (LIA) e gli intervalli relativi a cinque minimi solari.

Fig.2: Media delle 571 cronologie (serie yamal) della larghezza degli anelli del larice (Larix sibirica) nella penisola di Yamal (Russia).
In alto la serie completa.
In basso l’ingrandimento tra 1300 e 2000. Si nota un minimo (il secondo più profondo) tra gli anni 1450 e 1460.

Cliccando su yamal-meta si può raggiungere il file di materiale supplementare SM8 (l’articolo è il famoso Briffa et al., 2013, liberamente accessibile) dove il picco 1450-60 è calibrato in temperatura (anomalia). Io preferisco usare la larghezza degli anelli, ma questo grafico di SM8 (figura ST02 a pagina 7) può essere di interesse per qualcuno.

Fig.3: La serie chin061 del ginepro (Qilianshan juniper) misurata a Wulan, Cina, (Page 2k Consortium, 2013). Attorno al 1450 si nota un minimo nella crescita degli anelli, uno dei due esempi di crescite quasi nulle, insieme al periodo 1650-1700.

Fig.4: Date di vendemmia, rispetto al 31 agosto, a Beaune (Borgogna, Francia). Nel 1453 si nota un ritardo di 37 giorni che passa del tutto inosservato, ad esempio rispetto al ritardo di 34 giorni del 1477 o a quello di 43 giorni del 1481; ancora di più rispetto al ritardo di 58 giorni del 1816 o ai 48 giorni del 1821.

Nella figura 4 si vede una tendenza media a ritardare la vendemmia di circa 2 (1.6) giorni per secolo. Solo due date sono nettamente in anticipo (≤ 10 gg) rispetto al 31 agosto: il 2003 (-12) e soprattutto il 1556 (-15)

Fig.5: Date di vendemmia, rispetto al 1 settembre, in Borgogna (Francia) per il pinot nero. Dati da: NOAA Paleo. L’ordinata è rovesciata rispetto alla figura 4. Anche qui si notano alcuni ritardi importanti (50, 37, 36 gg) periodo di interesse, anche se si osservano altri ritardi uguali o superiori.

Fig.6: Frequenza annuale degli allagamenti nel lago di Ledro. Sono indicati gli intervalli caldi (RWP, MWP) e freddi (LIA) e i minimi solari (bande grigie). Attorno al 1450, in un periodo di complessiva siccità, si nota un aumento delle piogge (allagamenti).

Fig.7: Temperature estive ricostruite dalla limnologia. Poco dopo il 1450 si vede una diminuzione della temperatura estiva, non particolarmente forte ma ben visibile. La diminuzione e il recupero della temperatura sono molto veloci e infatti nel filtro a 33 anni l’oscillazione si vede a malapena.

Fig.8: Serie di Jiang et al., 2015. Dati dal core MD99-2275 del fondale nord-islandese; temperature estive superficiali marine. Attorno al 1460 si vede un minimo relativo, del tutto indistinguibile dagli altri minimi della serie.

Da questi dati è difficile identificare un evento avvenuto nel 1450-60: la variabilità delle oscillazioni non cambia nel tempo e si notano eventi più significativi, come il salto (break point) del 1315 o la costante diminuzione delle temperature a partire dal 1730 circa.

Fig.9: PDSI (Indice di siccità di Palmer) derivato dal Cedro in Marocco e in rosso i valori filtrati con finestra di 20 anni. In corrispondenza del 1450 si nota un aumento dell’umidità, tra i maggiori della serie. Questo aumento può essere messo in relazione con la diminuzione della crescita degli anelli osservata in altre zone (del tipo: troppe piogge e relativa sofferenza degli alberi)?

Complessivamente, questo indice rappresenta una situazione siccitosa iniziale e, dal 1350 al 1450, un aumento delle piogge. Poi una lenta diminuzione (o quasi costanza), seguita da un tracollo (forte siccità) che inizia dal 1952-1953. Segue, da poco prima del 2000 un nuovo aumento delle piogge.

Fig.10: Questo grafico sembra contraddire l’esistenza di un evento eccezionale o, almeno, notevole. Si basa sulla considerazione che un evento importante viene descritto da un numero maggiore di fonti storiche (annali, cronache, articoli di giornale, …). Nel caso del 1450-60 si ha una complessiva “bassa copertura” (letteralmente “un buco”) nelle fonti (con un leggero aumento tra il 1455 e il 1459), da cui si dovrebbe dedurre la non eccezionalità dell’evento. Il grafico è tratto da Camenisch, 2015.

Fig.11: È la fig.3a di Camenisch et al., 2016 e mostra la stima delle forzanti esterne complessive usate dai modelli elencati. La banda verticale azzurra è il periodo di interesse dell’articolo. Il forcing radiativo diminuisce in un periodo adiacente al 1430, forse il 1450-60.

Non uso i modelli molto volentieri, ma in questo caso abbiamo un’indicazione della diminuzione (in watt/m2) delle forzanti esterne che includono quelle antropiche (gas serra, aerosol) e quelle naturali (variabilità solare e aerosol vulcanici). La diminuzione del forcing dipende fortemente dal modello ma, almeno, esiste un valore comune per l’intervallo temporale.

Fig.12: Il grafico è la fig.2 di Esper et al., 2012 con la ricostruzione delle temperature estive (giugno-luglio-agosto) della Scandinavia settentrionale (dal -138 al 1900 CE). Poco prima del 1500 si osserva una forte diminuzione della temperatura -circa 3 °C- durante un periodo compatibile con il 1450-60.

Considerazioni conclusive

Ho mostrato i grafici di serie climatiche osservate, calcolate, ricostruite che sembrano confermare un evento di diminuzione della temperatura e aumento delle piogge.
La serie che più si allontana da quelle solitamente trattate, la densità delle fonti storiche, mostra una diminuzione di “attenzione” delle fonti tra il 1450 e il 1460 ma anche una leggera crescita tra il 1455 e il 1460.
La stessa cosa, cioè un piccolo aumento, si nota nel numero degli eventi alluvionali del lago di Ledro in un contesto di generale siccità.

Le date di vendemmia del pinot nero in Borgogna evidenziano un importante (~50 giorni) ritardo rispetto al 31 agosto e indicano quindi un ritardo nella maturazione dei grappoli. Un ritardo simile, ma meno significativo (~36 giorni) si osserva anche nelle date di vendemmia di Beaune (Borgogna).

Le serie dendrologiche (larghezza degli anelli di accrescimento degli alberi) evidenziano tutte -dalla Cina, alla Siberia, alla California- una diminuzione significativa, indicando con questo una maggiore sofferenza (a causa delle molte incertezze nei processi di calibrazione, non uso serie calibrate in temperatura) e quindi una minore crescita dello spessore degli anelli. Una serie dall’Alaska (ak096) non mostra alcuna variazione particolare per il 1450-60.
Da notare che le serie considerate sono nell’emisfero nord; non ho serie australi che comprendano il periodo che interessa qui e non ne ho cercate di nuove.

Bibliografia

  • Briffa K.R., Melvin T. M., Osborn T. J., Hantemirov R. M., Kirdyanov A. V., Mazepa V., Shiyatov S. G. and Esper J. (2013) Reassessing the evidence for tree-growth and inferred temperature change during the Common Era in Yamalia, northwest Siberia.Quaternary Science Reviews72, 83-107. doi:10.1016/j.quascirev.2013.04.008
  • Chantal Camenisch: Endless cold: a seasonal reconstruction of temperature and precipitation in the Burgundian Low Countries during the 15th century based on documentary evidence Clim.Past11, 1049-1066, 2015. doi:10.5194/cp-11-1049-2015
  • Chantal Camenisch +31 authors: The 1430s: a cold period of extraordinary internal climate variability during the early Spörer Minimum with social and economic impacts in north-western and central Europe.Clim.Past12, 2107-2126, 2016. S.I.doi:10.5194/cp-12-2107-2016
  • Jan Esper, David C. Frank, Ulf Büntgen, Anne Verstege, Jürg Luterbacher, Elena Xoplaki: Long-term drought severity variations in Morocco GRL, 34, L17702,2007. doi:10.1029/2007GL030844
  • Jan Esper, David C. Frank, Mauri Timonen, Eduardo Zorita, Rob J. S. Wilson, Jürg Luterbacher, Steffen Holzämper, Nils Fischer, Sebastian Wagner, Daniel Nievergelt, Anne Verstege, Ulf Büntgen: Orbital forcing of tree-ring dataNature Clim.Change Lett.1589, 2012. doi:10.1038/NCLIMATE1589
  • H. Jiang, R. Muscheler, S. Björck, M.-S. Seidenkrantz, Jesper Olsen, Longbin Sha, J. Sjolte, J. Eiríksson, L. Ran, K.-L. Knudsen, and M.F. Knudsen: Solar forcing of Holocene summer sea-surface temperatures in the northern North Atlantic Geology43,(3), 203-206, 2015 doi:10.1130/G36377.1;
  • L. Mariani, G. Cola, O. Failla, D. Maghradze, F. Zavatti: Influence of Climate Cycles on Grapevine Domestication and Ancient Migrations in EurasiaScience of the Total Environment635, 1240-1254, 2018. doi:10.1016/j.scitotenv.2018.4.175.
  • Michael McCormick, Ulf Büntgen, Mark A. Cane, Edward R. Cook, Kyle Harper, Peter Huybers, Thomas Litt, Sturt W. Manning, Paul Andrew Mayewski, Alexander F. M. More, Kurt Nicolussi, Willy Tegel: Climate Change during and after the Roman Empire: Reconstructing the Past from Scientiac and Historical EvidenceJournal of Interdisciplinary HistoryXLIII:2, 169-220, 2012
  • Pages 2k Consortium: Continental-scale temperature variability during the past two millennia.Nature GeoscienceVol. 6, pp. 339-346, 2013. doi:10.1038/NGEO1797
    Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

 

 

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La Mosca Cocchiera è Indaffaratissima

Posted by on 14:37 in Attualità | 7 comments

La Mosca Cocchiera è Indaffaratissima

Una cosa è la ricerca sul clima, altro è la fede nell’AGW, ovvero nella natura esclusivamente e drammaticamente antropica delle dinamiche recenti del clima, fatto che ha cancellato, oltre che i neuroni di molti, anche tutto ciò che sapevamo del clima prima di diventare, appunto, mosche cocchiere. Ma, quel che manca, in effetti, è spesso la consapevolezza delle dimensioni temporali e spaziali delle forze in gioco. Aggiungi a questo la ripetizione all’infinito di catastrofici effetti dell’AGW mai verificati e spesso mai dimostrati scientificamente e il dado è tratto: non c’è nulla che non possa essere ricondotto alla pratica di aggiungere CO2 all’atmosfera, nulla tranne, ovviamente, gli incidentali effetti positivi che questo ha avuto sia direttamente o indirettamente, ma questa è un’altra storia.

Parliamo piuttosto delle due ultime prodezze del volenteroso insetto convinto di essere alla guida del cocchio:

La Terra in effetti non ruota, ma oscilla, ovvero non ha una rotazione precisa attorno all’asse, questo per effetto della distribuzione della massa sul Pianeta. La modifica alla distribuzione della massa indotta dallo scioglimento del ghiaccio starebbe causando un’accentuazione di questa oscillazione. Vero? Falso? Non è questo il punto, perché siano o no attendibili le misure, il problema è come al solito nell’attribuire ai soli fatti degli ultimi decenni quanto invece ha origini la cui dimensione temporale è geologica. Il ghiaccio infatti si scioglie dopo ogni glaciazione, un po’ di più o un po’ di meno, difficile dire quanto. Per esempio in questa ultima fase interglaciale – che per inciso ci ha permesso di diventare una società evoluta (#sapevatelo) – si è sciolto meno che nella precedente. Quanto ha “wobblato” diversamente il Pianeta? Chi può dirlo, l’importante è dire che questa volta “wobbla” per causa nostra, così, giusto per non stare tranquilli. Ah, che poi il peso delle altre forze in gioco – il recupero dalla glaciazione e la convezione del mantello – sia noto si e no a spanne è, appunto, questione di disconoscenza delle dimensioni del cocchio rispetto alla mosca.

Un altro caso.

L’AGW, letteralmente, scioglie le montagne e genera tsunami. Come? Diluendo il collante che le tiene insieme. Domanda: ma nessuno si è chiesto attraverso quali e quante ere climatiche sono passate le montagne che vediamo ora? Quanta erosione hanno subito – sempre che qualcuno voglia ricordare che, appunto, il destino delle montagne è quello di essere erose…-, quante ere glaciali hanno attraversato, da quanti ghiacciai sono state coperte e attraversate… no, niente di tutto ciò. Il collante che resiste da sempre si sta sciogliendo, anzi, si scioglierà, e le montagne ci cadranno tutte sulla testa. E se ci sparassimo dentro qualche tonnellata di colla millechiodi?

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La Terra come Venere, l’ANS(i)A colpisce ancora

Posted by on 11:09 in Attualità | 10 comments

La Terra come Venere, l’ANS(i)A colpisce ancora

E’ uscito sui PNAS ad opera di due ricercatori del MIT il paper su cui si è gettata a capofitto l’ANS(i)A appena ieri.

Qui il paper: Earth’s outgoing longwave radiation linear due to H2O greenhouse effect

QUi la versione ansiogena: La Terra come Venere, potrebbe avere un futuro bollente

Dunque, premettendo che la Terra avrà inevitabilmente un futuro bollente, semplicemente quando il Sole si sarà espanso abbastanza da cuocerla, cioè più o meno entro un miliardo di anni, l’oggetto del paper è davvero interessante, mentre lo è molto meno l’interpretazione in chiave attuale, ovvero cambioclimaticocentrica che ormai sembra si debba dare per guadagnare un po’ di spazio sui media.

Gli autori indagano la linearità della relazione tra la temperatura superficiale e la radiazione infrarossa uscente, un rapporto apparentemente semplice ma invece regolato da molti processi tutt’altro che lineari che nel loro complesso costituiscono il bilancio radiativo, cioè quanto calore entra, come viene gestito e quanto ne esce dal sistema pianeta. La loro conclusione è che questo rapporto si mantiene per effetto della presenza di un gas condensabile che concorre all’effetto serra, nella fattispecie il vapore acqueo, ma cessa di essere lineare quando la temperatura raggiunge/supera i 60°C.

A quei valori, ovviamente, non può portarci il Global Warming, neanche con tutta la buona volontà, ma ci arriveremo come detto per la naturale evoluzione delle cose, sempre che nel frattempo non intervenga qualche altro fattore a modificarle.

Ad ogni modo, le informazioni che scaturiscono da questo studio gettano una luce nuova sul contributo della radiazione infrarossa uscente alla sensibilità climatica – che ricordo essere la reazione del sistema all’aumento dell’efficienza dell’effetto serra, valore su cui la ricerca degli ultimi anni sta scommettendo al ribasso, ovvero verso un sistema meno sensibile, visto che il forcing aumenta sempre e le temperature non quanto dovrebbero secondo le previsioni.

Questo aspetto, unitamente alla non banale informazione che chi governa l’effetto serra è il vapore acqueo (sapevatelo…) e non la CO2, avrebbe dovuto suscitare la curiosità di ogni commento, mentre si è preferito andare nella direzione dell’improbabile ma sempre mediaticamente accattivante arrosto prossimo venturo. Vuoi mettere?

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Non tutto il Verde va di moda

Posted by on 07:00 in Ambiente, Attualità | 1 comment

Non tutto il Verde va di moda

C’è un verde, un certo tipo di verde, che paradossalmente non piace proprio ai verdi. Trattasi di una speciale tonalità che potremmo anche chiamare “Verde Pianeta”, che sta diventando sempre più diffuso, nonostante siano tutti sempre più convinti che le cose vadano diversamente.

Di Global Greening in effetti abbiamo parlato molte volte ma, in occasione di una nuova ricerca appena pubblicata, vale la pena ripetersi, magari aggiungendo qualche importante informazione, proprio come fanno gli autori di questo studio:

Satellite Leaf Area Index: Global Scale Analysis of the Tendencies Per Vegetation Type Over the Last 17 Years

Sul blog di Judith Curry c’è un post che spiega molto bene il contenuto del paper, che è comunque accessibile liberamente.

Il valore aggiunto del loro lavoro consiste nell’aver messo a punto una tecnica di analisi dei dati satellitari da cui è derivato l’indice LAI (Leaf Area Index) che permette di disaggregare il tipo di vegetazione all’interno di ogni pixel, producendo quindi dati che consentono l’analisi di trend separati per diversi generi di piante, siano esse stagionali, sempreverdi, coltivate o forestali.

I risultati ottenuti confermano innanzi tutto quelli di altri precedenti lavori basati su analisi del dato aggregato, ovvero un significativo e generalizzato aumento della superficie verde del pianeta, fatto che in larga misura è da attribuirsi alla fertilizzazione da CO2 e che contrasta con poco con gli scenari apocalittici che ci vengono somministrati praticamente ogni giorno. Il segnale, pur con alcuni distinguo, è netto anche nelle serie disaggregate, che costituiscono materiale di peso per valutazioni sullo “stato di salute” di diverse tipologie di vegetazione in diverse aree del pianeta.

Naturalmente però, anche su questo, che a tutti gli effetti è uno dei non trascurabili ma del tutto omessi risvolti positivi dell’aumento della concentrazione di CO2, c’è chi ha da obiettare, da un lato perché un aumento della quantità sarebbe accompagnato – per le specie coltivate – da una riduzione delle qualità organolettiche, dall’altro perché distruggerebbe (sic!) i cicli naturali dell’ecosistema…

Morale, come senza smentirsi recitava qualche giorno fa il NYT, non ci sarebbe niente da celebrare… Ok, nessuna celebrazione, facciamo solo un altro po’ di informazione, magari rileggendo quanto ha scritto sulla relazione quantità-qualità delle produzioni agricole Luigi mariani appena qualche giorno fa.

Livelli atmosferici di CO2 e alimenti meno nutrienti: Perché ingigantire un problema facilmente risolvibile con le tecnologie attuali?

Buona giornata.

 

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Le Previsioni di CM – 24/30 Settembre 2018

Posted by on 23:29 in Attualità | 0 comments

Le Previsioni di CM – 24/30 Settembre 2018

Queste previsioni sono a cura di Flavio

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Situazione sinottica

Una veloce ondulazione atlantica è in transito in queste ore dall’Europa centrale in direzione dei Balcani, e interessa marginalmente anche la penisola italiana in modo particolare con una significativa diminuzione delle temperature e una vivace ventilazione settentrionale. Il campo di massa è in rapida rimonta da ovest, con valori del geopotenziale molto elevati sulla penisola iberica e i massimi al suolo collocati più a nord, in prossimità delle isole britanniche. A ovest della cellula anticiclonica staziona in Atlantico la tempesta tropicale Leslie mentre alle latitudini superiori il flusso principale evolve in profonde depressioni che sospingono aria polare sempra più fredda a latitudini inferiori: segnatamente sulla Scandinavia e Terranova (Fig.1).

All’inizio della settimana la cellula anticiclonica subirà un tilting in senso orario per l’abbassamento del fronte polare, spostando i suoi massimi di geopotenziale sul Mediterraneo centro-occidentale e convogliando correnti fresche e secche in direzione dell’Italia. La successiva estensione verso levante stabilizzerà ulteriormente le condizioni atmosferiche sull’Italia centro-settentrionale, mentre va seguita con attenzione la possibilità che un nocciolo di aria fredda in discesa sull’Egeo evolva in un profondo vortice mediterraneo capace di influenzare il tempo sulle nostre regioni meridionali.

Estremamente difficile al momento tracciare il quadro per la fine della settimana per la presenza di diverse figure sinottiche scarsamente prevedibili nella loro evoluzione e comunque interdipendenti: la tempesta Leslie, la retrogressione fredda sul Mediterraneo orientale e le ondulazioni in seno al flusso principale atlantico (Fig.2).

Linea di tendenza per l’Italia

Lunedì nuvolosità in rapido aumento dalle regioni centro-settentrionali adriatiche in spostamento verso le restanti regioni peninsulari con precipitazioni più intense su Romagna, Marche e Abruzzo, più isolate altrove. Schiarite più ampie sulla Valpadana e sulle isole maggiori. Rovesci diffusi anche sull’arco alpino specie nella prima parte della giornata.

Temperature in forte diminuzione al Nord e al Centro in estensione verso le regioni meridionali in serata. Ventilazione tesa dai quadranti nord-orientali.

Martedì rapido miglioramento al Nord e al Centro. Condizioni di instabilità sulle isole maggiori con piogge e rovesci in attenuazione sulla Sardegna dal pomeriggio.

Temperature in ulteriore dimimuzione, specie al Meridione. Venti tesi dai quadranti nord-orientali su tutti i bacini.

Mercoledì e Giovedì generali condizioni di stabilità su tutto il Paese.

Temperature in graduale aumento a partire dalle regioni centro-settentrionali. Ventilazione in graduale attenuazione con persistenza di tramontana tesa sulle regioni sud-orientali.

Venerdì stabile e soleggiato ovunque, ma con possibile aumento della nuvolosità sulle regioni ioniche.

Temperature stazionarie o in ulteriore lieve aumento al Nord. Venti deboli di NE con residui rinforzi sullo Jonio.

Sabato e Domenica grande incertezza previsionale. Possibile peggioramento del tempo sulle regioni meridionali per avvicinamento del vortice mediterraneo con precipitazioni anche intense e persistenti.

 

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Il punto più basso

Posted by on 06:01 in Attualità | 17 comments

Il punto più basso

L’articolo (e anessa recitazione) comparsi qualche giorno fa sul Corriere rappresentano probabilmente il punto più basso nella storia già di per sè ingloriosa dell’informazione climatica mainstream italiana. Innanzitutto per il fritto misto di clamorose fake news e affermazioni scientificamente spericolate già oggetto di un precedente post su CM. Ma soprattutto per il salto di qualità nella strategia comunicativa che si caratterizza per l’uso spregiudicato di tecniche di spin doctoring tipiche della comunicazione politica.

Dopo la sequela di clima-assurdità a cui il lettore si è assuefatto ormai da anni, infatti, l’articolo affronta il tema del negazionismo climatico. Sorvolando sull’uso già di per sè assai politico e storicamente abominevole del termine negazionista in un contesto che ha la pretesa di definirsi “scientifico”, quello che più colpisce è la pretesa di ridurre l’opposizione scientifica alla teoria del Global Warming Antropogenico (AGW) ad una opaca entità politica finanziata da personaggi occulti e in odore di lobby petrolifere. Nell’articolo, infatti, alla scienza che si vorrebbe “consolidata” viene contrapposta specularmente la sinistra “Global Warming Policy Foundation”, in apparenza una spectre potentissima e para-massonica, nella realtà una fondazione semi-sconosciuta con un budget da sagra di paese e un sito internet completo di nomi, cognomi e intendimenti.

Davide e Golia

Tanto per dare un’idea, il budget annuale a disposizione della temibile fondazione negazionista in questione sarebbe sufficiente a coprire a stento le spese di qualche ora di lavoro di una COP climatica. A fronte, per esempio, del trilione di dollari (due milioni di miliardi delle vecchie lirette) stanziato dalla sola Breakthrough Energy Coalition (BEC), fondata in piena COP21 con l’intento di finanziare progetti per la produzione di energia a zero emissione di CO2 e partecipata da tre degli uomini più ricchi del mondo: Bill Gates, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos.

Il fronte della “scienza climatica consolidata”, infatti, ha una disponibilità di spesa praticamente illimitata e vanta una galassia di finanziatori e stakeholders tanto vasta quanto indefinita. Tanto per dare qualche altro numero, la sola implementazione delle azioni di “adattamento e mitigazione” della Climate Change Convention delle Nazioni Unite richiede lo stanziamento di circa 100 miliardi di dollari all’anno, una cifra superiore al prodotto interno lordo della stragrande maggioranza dei paesi africani. Per non dire delle numerose iniziative di fondi di investimento trilionari (privati e sovrani) che con il pretesto della lotta al global warming distolgono investimenti ingentissimi dalle società “value” (petrolifere su tutte) a favore di quelle “growth” (high-tech, rinnovabili). Ovvero spostano i soldi degli investitori direttamente nelle tasche dei Gates, Zuckerbeg e Bezos: proprio quelli della BEC appena citata. Quando si dice il caso.

La rappresentazione dell’opposizione scientifica all’AGW nelle forme di una organizzazione para-massonica e rovinamondo ha lo scopo nemmeno troppo nascosto di gettare discredito su chiunque osi contestare la “scienza consolidata”: qualsiasi pensiero difforme dal mainstream sottende interessi inconfessabili e fini spregevoli, e va quindi stroncato senza esitazione. È un esercizio scientificamente ignorante, e socialmente pericoloso perché giustifica la character assassination di chiunque osi mettere in discussione il dogma. A partire da quegli stessi scienziati che pretendono di ballare da soli, e di cantare fuori dal coro.

Al rogo! Al rogo!

L’opposizione scientifica alla narrativa dominante, infatti, esiste davvero, vanta nomi prestigiosi e non è residuale come si vorrebbe far credere. La famosa storiella del 97% di consensus, per esempio, è una vera e propria clima-bufala: molto maggiore di quel ridicolo 3% la letteratura scientifica che non attribuisce all’uomo un ruolo preponderante nel riscaldamento globale. E quel numero si arricchisce di nuovi contributi, man mano che le previsioni dei modelli matematici vengono clamorosamente smentite dalla realtà: solo 0.85 gradi di aumento globale della temperatura negli ultimi 170 anni, a fronte dei 12 gradi che l’articolo vorrebbe aggiungere nei prossimi 80 anni.

La schiera degli spregevoli negazionisti vanta in Italia nomi del calibro di Antonino Zichichi, su posizioni apertamente scettiche e Carlo Rubbia, più moderato del primo nella sua critica alla narrativa dominante, ma comunque tacciabile di negazionismo, con i criteri di valutazione del Corriere. A livello mondiale, poi, troviamo emeriti del MIT come Richard Lindzen (autore di un bellissimo pezzo che chiunque si accosti al tema del global warming dovrebbe leggere), accademici di fama come Judith Curry,  John Christy e Roy Spencer, o Harold Lewis, solo per fare qualche nome.

Non sono nomi casuali questi: è tutta gente che ha pagato in prima persona le proprie posizioni in ambito scientifico, e che è stata sottoposta alla character assassination già menzionata: finendo nel mirino degli ambientalisti, linciati su internet in millemila siti di ortodossia climatista, accusati di collusione coi petrolieri, costretti all’abbandono di cattedre o società scientifiche prestigiose. Quando non destinatari di pallottole vere come successo proprio a Christy durante l’ennesima marcetta verde e pacifista dell’Earth Day: ieri medagliato dalla NASA per altissimi meriti scientifici Christy, e poi oggetto di una fatwa da parte del tribunale del Climate Change con l’accusa di alto tradimento climatista.

Judith Curry ha rassegnato le dimissioni dalla prestigiosa cattedra del Georgia Institute of Technology in polemica con quella che ha definito la “natura avvelenata del dibattito scientifico sul global warming”. Harold Lewis, un curriculum accademico semplicemente straordinario, nel dimettersi dall’American Physical Society denunciò pochi mesi prima di morire in una lettera drammatica “la truffa del riscaldamento globale, con (letteralmente) migliaia di miliardi di dollari che la guidano, che ha corrotto così tanti scienziati, e ha travolto l’APS come un’onda anomala”.

In chiusura di monologo l’autrice recitaio sto con la scienza. Bella frase, ad effetto. Ricorda molto il Defence Science della autonominata “Resistenza” anti-trumpiana a stelle e strisce. E offre una chiave di lettura finalmente più chiara di un pezzo che sarebbe stato incomprensibile nei suoi intenti, se in chiusura non ci fosse stato l’ennesimo pippettone anti-trumpiano del quotidiano in questione.

Chiunque ami e pratichi la scienza dovrebbe stare con Harold Lewis. Difendere la scienza è mettersi in discussione, seminare il dubbio, contestare i dogmi, intuire e indagare quello che altri non vedono o non vogliono vedere. Galileo Galilei fu processato perché negazionista agli occhi di chi difendeva l’ortodossia del sistema geocentrico, e Serveto pagò con la morte, tra le altre cose, anche l’intuizione che era il cuore a pompare sangue ai polmoni, in opposizione alla teoria allora ritenuta “consolidata” di Galeno: negazionista anche Serveto, e bruciato sul rogo assieme ai suoi libri.

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“La scienza è consapevolezza della fallibilità degli esperti” – Feynman

 

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Esiste una relazione tra rotazione solare e tuoni e fulmini?

Posted by on 06:00 in Attualità, Sole | 6 comments

Esiste una relazione tra rotazione solare e tuoni e fulmini?

di Franco Zavatti e Luigi Mariani _______________________________________________

Premessa

I fulmini sono fenomeni elettrici atmosferici che si producono fra nube e terra a seguito della separazione delle cariche che si genera all’interno di nubi a grande sviluppo verticale, i cumulonembi, le tipiche nubi temporalesche. Il tuono è l’onda sonora indotta da tali scariche elettriche per cui l’osservatore può cogliere o il bagliore del fulmine o, successivamente, il rumore del tuono. Si parla poi di lampi quando le scariche elettriche sono fra nube e nube. I fulmini hanno un ruolo essenziale in quanto rigenerano il campo elettrico atmosferico e in ogni istante sul nostro pianeta sono in atto vari temporali come è possibile cogliere dalle immagini in real time presenti al benemerito sito Blitzortung (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

Un recente articolo scientifico ha posto in relazione la frequenza dei fulmini con l’attività solare, evidenziando un legame causale che qualora confermato evidenzierebbe un’inedita interazione fra fenomeni astronomici e clima.

L’articolo di Miyahara et al.

Ci riferiamo qui al recente articolo di Miyahara et al., 2018 (di seguito Miya18) che pone la questione del possibile legame tra ciclo rotazionale del Sole e attività di tuoni/fulmini in Giappone nel XVIII e XIX secolo. Gli autori hanno avuto la possibilità di accedere a due serie di diari di prefetture locali tenuti fin dalla metà del XVII secolo. In questi diari, fra le altre notizie e registrazioni, venivano fornite indicazioni sulla presenza di tuoni e/o fulmini.

Nella seguente figura 1 di Miya18 si vedono i grafici delle serie derivate dai diari (un esempio di diario è nel sito di supporto), sotto forma di numero di giorni con tuoni/fulmini tra maggio e settembre di ogni anno (periodo estivo). Le tre serie disponibili iniziano tra il 1665 e il 1720 e terminano attorno al 1860.

Le osservazioni moderne della frequenza di tuoni/lampi mostrano un segnale di rotazione solare (il periodo di rotazione del Sole varia tra ~25 giorni all’equatore e ~33 giorni a 80° di latitudine) ma in generale queste sono serie di breve durata, tipo 2000-2005 e 2000-2007 in Inghilterra e 1991-1992 e 1999-2001 in Giappone. Una serie più lunga -dal 1989- è stata usata dalla stessa Miyahara in due lavori del 2017 (a,b).

Si è suggerito anche che la copertura nuvolosa abbia un periodo di 27 giorni e Takahashi et al., 2010 [tra gli autori è presente anche Miyahara] usano la radiazione infrarossa in uscita (OLR, Outgoing Longwave Radiation) come proxy per la copertura nuvolosa e trovano il periodo di 27 giorni durante i massimi di attività solare e periodi adiacenti durante i minimi.

In Miya18 si nota che, a causa della vita media delle macchie solari (alcuni mesi), la fase del periodo di 27 giorni dei vari parametri solari è variabile nel tempo e questo rende poco adatto l’uso dei normali metodi di analisi spettrale perchè lo spostamento di fase diluisce il segnale; quindi questi autori usano l’analisi degli istogrammi invece dell’analisi spettrale.

Noi abbiamo preferito usare gli spettri Lomb (i dati non sono a passo costante) assumendoci il rischio di un segnale meno visibile.
Delle tre serie riportate in figura 1, abbiamo usato quella di Hirosaki desunta dal “Diario dell’ufficio del governo del clan Hirosaka” redatto nel nord dell’isola di Honshu e una cui pagina è visibile qui foto.

I dati sono stati digitalizzati da un ingrandimento di figura 1c (v. sito di supporto) e consistono in 177 righe con anno e numero di giorni con tuoni/lampi (gli altri due numeri del file sono le coordinate rettangolari della digitalizzazione). Il dataset copre gli anni dal 1665 al 1866 con poche interruzioni.

In figura 2 (pdf) viene riportato il grafico del dataset e il suo spettro Lomb, con due livelli di zoom, dove si notano i segnali di ElNño (2-4 e 12 anni, v. qui su CM, fig.3) che si potevano facilmente immaginare essendo il Giappone ai margini della Pacific warm pool (piscina calda del Pacifico) dove si accumula l’acqua calda che “carica” il motore ENSO cil quale successivamente si scaricherà tramite El Niño. Crediamo quindi che questi massimi spettrali si possano dare per scontati e dunque concentriamo l’attenzione su quelli di periodo più breve, in particolare su quelli (con periodo in giorni) riportati nel riquadro giallo.

Fig.2: Valori osservati (digitalizzati) di Hirosaki, con la retta di regressione da cui si calcola il detrending richiesto dallo spettro Lomb. Gli spettri sono volutamente trascurati, per lasciare l’attenzione sul riquadro giallo in cui i periodi spettrali sono in giorni.

Qui si possono notare 4 massimi (più due, a ~47gg e ~52gg non indicati) di periodo circa 27, 29, 33 giorni, in pratica il periodo di rotazione differenziale del Sole all’equatore, a latitudini intermedie e attorno al Polo (~80°). Questi massimi sono tra i più evidenti di tutto lo spettro e, anche se si può legittimamente discutere se i dati siano o meno in grado di evidenziare un simile livello di dettaglio, l’insieme di questi picchi spettrali può legittimamente far pensare all’influenza della rotazione solare (che mostra di volta in volta alla Terra zone solari di differente attività).

Attività solare

Si discute della presenza della rotazione durante i periodi di bassa/media/alta attività solare e il lavori che trattano l’argomento (ad es. Miya18, Miyahaka et al., 2017a,b e Takahashi et al., 2010) trovano la rotazione nei periodi di alta aittivitàe non la trovano in quelli di bassa attività.

Abbiamo voluto verificare se gli spettri di sottoperiodi con diversa attività potessero registrare la presenza o meno dei massimi legati alla rotazione e abbiamo definito, seguendo Miya18, i diversi livelli di attività solare tramite i valori del GSN (Group Sunspot Number, disponibili al SIDC/SILSO), riportati nel sito di supporto, secondo lo schema

  • GSN>150 ———> attività alta
  • 75≥GSN<150 —> attività media
  • GSN<75 ———-> attività bassa

In questo modo sono state definite le tre serie; dal 1840 al 1870 (alta), dal1768 al 1792 (media), dal 1796 al 1826 (bassa) mostrate nelle figure 3 (pdf), 4 (pdf) e 5 (pdf) insieme ai loro spettri Lomb.

Fig.3: Serie di Hirosaki dal 1840 al 1870 (alta attività solare).

Fig.4: Serie di Hirosaki dal 1768 al 1792 (media attività solare).

Fig.5: Serie di Hirosaki dal 1794 al 1826 (bassa attività solare).

Nei tre spettri non si riesce a scendere sotto il periodo di ~80 giorni (0.22 anni) e quindi non siamo in grado di discutere la visibilità della rotazione solare in funzione dell’attività variabile.
Nell’alta attività si notano i massimi a 8.7 e 6.9 anni: di questi, nella bassa attività si ritrova solo il picco a 6.9 anni, mentre entrambi non sono presenti nella media attività; il massimo a 1.9 anni è presente nella media attività ed è praticamente inesistente sia nella bassa che nella alta.
I massimi inferiori a 7 anni, ancorchè leggermente diversi di periodo e a volte notevolmente diversi in potenza, sono generalmente presenti nei tre spettri.

Ci si potrà chiedere se le differenze siano legate alla diversa attività o se dipendano dalla brevità delle serie utilizzate, ma purtroppo non abbiamo una risposta a questa domanda. Ci limitiamo a evidenziare similitudini e diversità.

Conclusioni

Abbiamo mostrato la possibilità di evidenziare un segnale spettrale della rotazione solare anche nei dati derivati da diari giapponesi del XVIII e XIX secolo e relative ai giorni di tuoni/fulmini, il che ci consente di ipotizzare una relazione tra attività dell’atmosfera e rotazione solare.

Purtroppo non è stato possibile ottenere la stessa evidenza nei casi di alta, media e bassa attività solare.

Bibliografia

  • Hiroko Miyahara, Chika Higuchi, Toshio Terasawa, Ryuho Kataoka, Mitsuteru Sato and Yukihiro Takahashi: Solar 27-day rotational period detected in wide-area lightning activity in Japan , Ann.Geophys., 35,583-588, 2017a, doi:10.5194/angeo-35-583-2017.
  • Hiroko Miyahara, Ryuho Kataoka, Takehiko Mikami, Masumi Zaiki, Junpei Hirano, Minoru Yoshimura, Yasuyuki Aono and Kiyomi Iwahashi: Searching for the 27-day solar rotational cycle in lightning events recorded in old diaries in Kyoto from the 17th to 18th century , Ann.Geophys., 35, 1195-1200, 2017b, doi:10.5194/angeo-35-1195-2017.
  • Hiroko Miyahara, Ryuho Kataoka, Takehiko Mikami, Masumi Zaiki, Junp Yasuyuki Aono and Kiyomi Iwahashi: Solar rotational cycle in lightning activi during the 18-19th centuries. Ann. Geophys., 36, 633-640, 2018. doi:10.5194/angeo-36-633-2018
  • Y. Takahashi, Y. Okazaki, M. Sato, H. Miyahara 27-day variation in cloud amount in the Western Pacific warm pool region and relationship to the solar cycle , Atmos. Chem. Phys., 10, 1577-1584, 2010. doi:10.5194/acp-10-1577-2010
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Il Clima di Florence

Posted by on 12:54 in Attualità | 0 comments

Il Clima di Florence

Appena qualche giorno fa, con l’uragano Florence che minacciava le coste degli USA e ben altre tra zone attive nell’area atlantica, scrivevo che, dopo una lunga fase praticamente inerte, sembrava quasi che qualcuno avesse acceso la luce sull’oceano. Tutto abbastanza normale per molti aspetti, dal momento che settembre è il mese di picco della stagione degli uragani. Luce che, subito dopo l’impatto di Florence sulla costa della Carolina del Nord e l’assorbimento da parte della circolazione extra-tropicale delle altre zone attive, si è nuovamente, inesorabilmente spenta.

Tuttavia, Florence è bastato (e avanzato) per stimolare la fantasia di molti commentatori della prima ora, che si sono affrettati ad attribuirne evoluzione, intensità e, naturalmente, danni provocati, alla madre di tutte le cause: il climate change.

L’attribuzione degli eventi strettamente attinenti al tempo meteorologico alle dinamiche del clima, anzi, del clima che cambia, oltre ad essere la traslazione di qualcosa di impalpabile come la variazione di decimi di grado della temperatura globale nella vita di tutti i giorni, è anche quanto di più incerto, difficile e, ad oggi privo di robustezza scientifica ci possa essere nell’ambito delle discussioni in tema di clima.

Per la prima ragione e nonostante la seconda, ogni volta che arriva un evento intenso o, peggio, estremo, l’attribuzione al clima che cambia è sempre la prima opzione, specialmente sui media, in molti casi con la complicità di esperti del settore. Naturalmente Florence, giunto sulle coste USA con intensità 1 della Scala Saffir Simpson, ossia con il livello più basso per gli Uragani, non ha fatto eccezione.

Tuttavia, mentre la quantità enorme di precipitazioni rilasciati dal sistema (complice anche un’orografia abbastanza complessa che ha ulteriormente esacerbato sia i fenomeni che i loro effetti) è ancora praticamente sul territorio dello stato USA, fa piacere leggere su Nature una Letter firmata da un gruppo scienziati specializzati nella modellizazione del sistema climatico, tutti assolutamente insospettabili di scetticismo sul tema, che mette in guardia tutti quelli che vorrebbero fare rapidi e fin troppo facili discorsi di attribuzione.

Attributing extreme weather to climate change is not a done deal

Il fatto è, scrivono, è che l’attribuzione di fenomeni meteorologici alle dinamiche del clima, è soprattutto un problema di scala e di capacità di riprodurre questi eventi con precisione, anche dal punto di vista delle loro dinamiche specifiche. Molto semplicemente, i modelli climatici, gli unici con cui si potrebbe pensare di tracciare modifiche al sistema in grado di riverberarsi sulla frequenza e sull’intensità del tempo atmosferico, non sono affatto affidabili alla scala spaziale e temporale meteorologica, si tratti anche di eventi decisamente importanti come gli uragani.

Forse sarebbe il caso che i commentatori della prima imparassero a tener conto di questo. Come si dovrebbe tener conto, e per questo non c’è bisogno di andare fino nell’Oceano Atlantico, della performance a dir poco disarmante che i modelli previsionali a 3 giorni (3 giorni, non 30 anni!) hanno mostrato sul tentativo di individuare la nascita e l’evoluzione del Tropical Like Cyclone sul Tirreno centrale di questi giorni…

Sulla pubblicazione di questa Letter e sul suo significato, è nata anche un’interessante discussione su TW, che potete leggere qui e qui, culminata, purtroppo come sempre, in atti di fede del verbo dell’IPCC, opportunamente selezionato alla bisogna.

Buona giornata.

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