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Da un feed-back negativo fin qui sottovalutato un freno al GW e un contributo alle previsioni stagionali

Iniziare una pubblicazione scientifica con due affermazioni volutamente imprecise non è proprio il massimo. Continuare con il solito ‘inchino’ al mainstream scientifico e concludere ripetendolo non migliora la situazione. Ma se poi nel corpo dell’articolo si provvede a smontare i pilastri dell’ipotesi AGW forse quella pubblicazione merita di essere letta. Nonostante tutte le contraddizioni in essa contenute.

Quello che segue è il titolo, mentre a questo link è possibile (una volta tanto) consultarla liberamente.

Arctic warming, increasing snow cover and widespread boreal winter cooling – Cohen et al., 2012

Continue reading “Quando l’albedo da neve rema contro” »

Lo scioglimento dei ghiacci artici, ovvero la progressiva diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino nell’emisfero nord, è uno dei più gettonati cavalli di battaglia del catastrofismo climatico. Tuttavia non ci stancheremo mai di ripetere  che questo trend negativo è certamente indice di una tendenza al riscaldamento nel lungo periodo ma non dice nulal sulle origini di questa tendenza. Infatti nel processo sono coinvolte dinamiche che nel breve hanno spesso molto più a che fare con le dinamiche atmosferiche che con le temperature in valore assoluto. Questo rende l’equazione riscaldamento globale = perdita di ghiaccio molto meno immediata.

Un altro aspetto che si deve comunque sottolineare, essendo anche questo facile preda di un’attenzione mediatica molto superficiale, è quello che questa perdita di ghiaccio marino non può avere nulla a che fare con l’innalzamento del livello dei mari. Per capire perché basta che perdiate qualche minuto a fissare il livello del liquido nel bicchiere del vostro drink on the rocks la prossima volta che ve ne capita l’occasione. Vi risparmio l’attesa: il ghiaccio si scioglie ma il livello non cambia. Continue reading “E’ la somma che fa il totale” »

Come rifiutarla? Dove è piovuto l’hanno addirittura avuta gratis! Per tutti quelli che invece hanno passato la giornata al mare oppure sottoponendosi a tremende sofferenze epatiche un po’ di refrigerio è proprio l’ideale.

Non verrà dall’atmosfera, dal momento che sta per arrivare la prima e probabilmente unica vera ondata di calore di questa stagione. Verra’ dall’Artico, che di fresco se ne intende.

Avete presente i feedback? Si, quegli strani meccanismi che nei piani dei sostenitori dell’AGW dovrebbero portarci alla frittata climatica. Proviamo a definirli: un feedback e’ un processo che all’insorgere di una causa può variare in modo da modificare la causa stessa che l’ha generato, amplificandone o mitigandone gli effetti.

L’esempio più classico riguarda proprio l’Artico. All’aumentare delle temperature (causa) i ghiacci artici si sciolgono. Il mare libero dai ghiacci assorbe una maggiore quantità di calore di quanto farebbe se la copertura glaciale continuasse a riflettere i raggi solari (diminuisce l’albedo). Ne consegue una maggiore quantità di radiazione infrarossa restituita all’atmosfera con conseguente ulteriore aumento delle temperature. Questo feedback è positivo. Ma, la stessa diminuzione della copertura glaciale innescata dall’aumento delle temperature (sempre la causa), può favorire un aumento dell’evaporazione e dunque una copertura nuvolosa potenzialmente più abbondante. Le nubi riflettono i raggi solari, la radiazione ricevuta dalla superficie diminuisce e le temperature anche. Questo feedback è negativo. Credo sia importante notare che la causa sarebbe la medesima.

Ora, l’ipotesi del cosiddetto run-away effect, ovvero del riscaldamento inarrestabile, poggia su una serie di feedback positivi, cioè amplificanti. Il caldo insopportabile di fine secolo (ma per molti anche prima), scaturisce dall’aver strutturato le simulazioni del comportamento del clima considerando (anche) il segno positivo del feedback che si innescherebbe da una ulteriore diminuzione dei ghiacci artici, oppure (peggio) da una loro seppur temporanea scomparsa totale nei mesi più caldi dell’anno. Per quanto complesso possa essere, un modello di simulazione se riceve in input l’istruzione che meno ghiaccio uguale più caldo, inevitabilmente alla diminuzione del ghiaccio assocerà un aumento ulteriore delle temperature. Questo solo per dire che sistemi più intelligenti di noi ancora non li abbiamo; più veloci a far di conto senza dubbio, ma in grado di pensare per proprio conto e di farlo anche bene proprio no. Quindi il riscaldamento ad libitum è sostanzialmente un input delle simulazioni, non un output, cioè non un risultato al quale si giunge da ipotesi di segno differente.

Sicché un team di ricercatori ha deciso di provare a misurare il segno di questo feedback senza fare uso di alcun modello di simulazione, ma semplicemente (si fa per dire) analizzando i dati disponibili relativi al trend delle temperature, dell’estensione dei ghiacci e della nuvolosità. Il tutto per giungere a definire se l’albedo all’insorgere della causa aumento delle temperature, diminuisce perché ci sono più acque libere o aumenta perché ci sono più nubi a riflettere la luce del Sole.

Estimating the global radiative impact of the sea ice–albedo feedback in the Arctic – JOURNAL OF GEOPHYSICAL RESEARCH, VOL. 116, D16102, 7 PP., 2011
doi:10.1029/2011JD015804

Il risultato è a  dir poco interessante. Alla perdita di superficie dei ghiacci artici nel periodo 1979-2007 si può attribuire un forcing radiativo di 0.1 W/m2 (1/8 degli 0.8 W/m2 con cui si identifica la sensibilità climatica nelle simulazioni). Una rimozione completa del ghiaccio dall’Artico restituirebbe ovviamente un valore molto più elevato, circa 0.7 W/m2. Una più realistica previsione di assenza di ghiaccio per un solo mese all’anno porterebbe invece ad un forcing di 0.3 W/m2, un valore paragonabile a quello indicato per l’attuale forcing antropogenico degli idrocarburi.

Ma direi che la frase più interessante dell’abstract sia la seguente:

The potential for changes in cloud cover as a result of the changes in sea ice makes the evaluation of the actual forcing that may be realized quite uncertain since such changes could overwhelm the forcing caused by the sea ice loss itself, if the cloudiness increases in the summertime.

Il potenziale dei cambiamenti nella copertura nuvolosa che risulterebbe nei cambiamenti del ghiaccio marino rende la definizione del forcing che potrebbe risultarne piuttosto incerta, dal momento che tali cambiamenti potrebbero superare il forcing causato dalla stessa perdita di ghiaccio qualora la copertura nuvolosa dei mesi estivi dovesse aumentare.

Le osservazioni dunque suggeriscono un elevato livello di incertezza circa il segno di questo feedback. La rimozione del ghiaccio dall’artico potrebbe non portare alcun ulteriore riscaldamento. L’accento però non deve andare su questa ultima affermazione, perché ovviamente potrebbe essere vero il contrario. L’accento va inevitabilmente sull’incertezza, l’ennesima, di una scienza che qualcuno ha osato definire “settled”.

Tra un paio di mesi sarà inverno e fa già abbastanza fresco, per cui possiamo stare tranquilli, il gelato non si squaglierà. Con la stagione calda ormai chiusa inoltre, possiamo stare tranquilli anche per le scorte di ghiaccio dell’emisfero nord. La banchisa artica, al termine del solito tira e molla, è ancora lì e si sta ricompattando molto velocemente.

Quella antartica va invece verso il caldo e sarà interessante seguirne le vicende, anche se da qualche decennio a questa parte non fa scherzi, semplicemente aumenta di estensione di anno in anno.

Curioso, Steven Goddard ha scovato una previsione di Hansen e soci di parecchio tempo fa, circa 22 anni. Nella previsione, la zona del mondo che avrebbe dovuto subire il massimo riscaldamento era l’Antartide, circa 5-8°C; allo stesso tempo, ovviamente, si sarebbe dovuta vedere una spettacolare variazione in negativo dell’albedo, sempre da quelle parti; il ghiaccio marino poi, per finire, sarebbe dovuto andare tutto o quasi in pappa. Tutto questo per un raddoppio della CO2 (intesa per convenzione come concentrazione doppia rispetto all’era preindustriale). Da questo cataclisma e da un effetto più o meno simile nell’emisfero settentrionale -leggi scioglimento dei ghiacci della Groenlandia- sarebbe dovuto derivate un innalzamento del livello dei mari di 3-6 metri.

A quei livelli di concentrazione ancora non ci siamo arrivati, siamo più o meno al 40% dell’opera, nel frattempo la temperatura in Antartide non è aumentata, ma il ghiaccio e quindi l’albedo sì.

Sicuramente non si può dire che la previsione sia sbagliata perché manca la prova dei fatti, cioè la misura di 560ppmv di CO2, per cui si può lasciare il beneficio del dubbio. Certo che un trend che va esattamente nella direzione opposta per ora non promette proprio bene. Però ora sulle dinamiche del clima ne sappiamo qualcosa in più, per cui le ultime previsioni saranno certamente più mirate. In effetti, nelle previsioni dell’ultimo rapporto dell’IPCC l’innalzamento del livello dei mari (che molti ritengono largamente sottostimato) non dovrebbe superare i 60cm anche nel peggiore degli scenari.

Questo potrebbe voler dire che c’è un certo consenso nella comunità scientifica circa il fatto che Hansen si sia sbagliato, ma questo non è il genere di consenso che la stessa comunità ama mettere in evidenza, nonostante ancora oggi, a 22 anni di distanza, Hansen non abbia affatto cambiato idea a dispetto delle evidenze.

Interessante.

And there I am, at the beginning of March 2010: me and the brand-new, Volume 1, Number 1 , January / February 2010 issue of “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change (WIRCC)” . Editor in Chief: Mike Hulme.

Wow, a fresh journal on Global Climate Change!

Even better: according to itself, the journal is meant as

a unique platform for exploring current and emerging knowledge from the many disciplines that contribute to our understanding of this phenomenon – environmental history, the humanities, physical and life sciences, social sciences, engineering and economics

Wouldn’t that be a welcome novelty, in a world post-climategate, post-submerged Holland, post-quickly disappearing Himalayan glaciers, post-Amazongate…in short, in a world that has seen an intense and compact series of scientific downpours on concepts perhaps too quickly assumed as established truth.

Downstream of Copenhagen, a new journal following WIRCC’s statement of intent would surely sport a truly different outlook: new style, new peer-reviewers, new structure all with the goal of providing science with the required level of objectivity, sadly and mostly missing in contemporary climate discourse.

I proceed therefore with all enthusiasm to select an article of surefire interest to me:

David E. Parker, “Urban heat island effects on estimates of observed climate change” p 123-133, Published Online: Dec 22 2009 12:42PM DOI: 10.1002/wcc.21

That’s it then! Finally we can leave the “gates du jour” behind and improve our knowledge of climate change.

Or maybe not.

First reference: IPCC. Second reference: Jones et al. (with Wang).

Wait a sec…what’s going on?

OK let’s move forward…alas, only to find something truly amazing:

the influence of urban heat islands on estimates of global warming is limited by the fact that about 70% of the Earth’s surface is ocean and is absolutely unaffected by urban warming

Say what? Oh yes, the Blue Planet, ever the envy of nasty aliens such as those in HG Wells’ “War of the Worlds”. But hang on…most of the network of temperature measuring stations is literally on solid ground…if you place them on a map they’ll be a bunch of dots almost exactly superimposed to cities. As for the ocean temperatures, we know very well how they are derived.

This isn’t looking good.

Anything better?

Exclusion of urban sites, or selective use of rural sites, requires information (‘metadata’) about the site and its surroundings

Yes, yes…ah, that refers to a 2005 J Clim paper by Peterson and Owen…isn’t that the same Peterson unceremoniously criticized for example by McIntyre on Climate Audit, regarding the peculiar classifications of urban and rural stations? There is a truly remarkable definition of “Parking Lot Effect” on that site.

How strange though, of all the past and present discussions and questions on the topic, Parker manages to mention exactly nothing. Well, at least that might explain the article’s conclusions:

The urban heat island has had only a minor impact on estimates of global trends”… The impact is small because assiduous efforts have been made by the compilers of global surface air temperature records to avoid or compensate for urban warming

Assiduous effort“? Amen to that.

Current and EMERGING knowledge?” Not by a long shot.

My conclusions: “Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change (WIRCC)“? New journal, same old story.

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Slightly romanced English version by Maurizio Morabito

Cari amici,

Volume 1 numero 1 January/February 2010 della Wiley: Interdisciplinary Reviews Climate Change. Editor in chief Mike Hulme. Wow, una nuova rivista! Fresca, fresca di stampa sul Global Change.

L’apertura della rivista è che questa vuol essere un forum per avere un ampio set di prospettive circa la comprensione, l’analisi ed il contesto nel mondo del global warming. Ma è proprio quello che ci vuole dopo la caduta di credibilità dovuta al climategate, all’Olanda sott’acqua, ai ghiacciai himalayani, alla carenza alimentare amazzonica a…insomma, una intensa e compatta serie di crepe scientifiche, proprio come nell’ipotesi delle “intensified precipitation”: tutte queste stupidaggini ma tutte d’un botto.

Finalmente una nuova rivista che se si prefigge quanto dichiarato, a valle di Copenhagen, non può che essere effettivamente diversa. Avrà un nuovo stile, dei nuovi revisori, il nuovo sistema ormai richiesto dai più per garantire quell’oggettività della scienza che è venuta a mancare.

Mi butto su un articolo interessantissimo per me:

David Parker “Urban heat island effects on estimates of observed climate change” pagg 123-133. Dico: dai che questa volta ci siamo, dopo il climategate finalmente si corregge qualcosa.

Leggo e…i primi riferimenti che mi capitano sotto gli occhi sono Wang, Peterson, Jones. Ma quello che trovo stupefacente è leggere che l’influenza dell’urban warming non puo’ avere effetto sulla temperatura globale visto che più del 70% del pianeta è oceano che, ovviamente, non puo’ risentire dell’isola di calore urbana. Il che è assolutamente vero!!! Il pianeta azzurro!!! Anche all’inizio della Guerra dei Mondi occhi cattivi guardavano con cupidigia quel pianeta fatto di acqua!

Ma cosa c’entra? La rete delle stazioni è su terra. La rete delle stazioni se viene sovrapposta alle città è quasi coincidente. Le stazioni sono una manciata di puntini. Le temperature oceaniche sappiamo bene come vengono derivate.

Poi l’articolo prosegue parlandoci dell’importanza dei metadata facendo riferimento ad un lavoro di Peterson e Owen del 2005. Lo stesso Peterson un pochetto bistrattato, insieme ad altri, da McIntyre su Climate Audit per le curiose classificazioni di urban e rural station. Ammirevole la definizione di “Parking Lot Effect” su quel sito. Ma di tutte le discussioni, ancora attive su questo argomento, nell’articolo nulla di nulla.

Conclusione dell’articolo: l’urban heat island effect ha un effetto minimo sulle temperature globali…L’impatto è piccolo grazie agli assidui contributi fatti dai compilatori dei record delle temperature dell’aria globali per evitare o compensare il riscaldamento dovuto dalle citta’. Amen

Conclusioni mie: rivista nuova, minestra riscaldata.

Per carità nessuno fraintenda, parlo di massaggi ai dati e nient’altro. Dopo il climategate, che per quanto molti si affannino a specificare che sia stato poco più di una tempesta in un bicchier d’acqua, è in realtà oggetto di inchiesta ai massimi livelli scientifici e politici in Gran Bretagna, l’attenzione degli approfondimenti che molti hanno voluto fare sul lavoro dell’IPCC si è concentrata sul modus operandi e sulle conclusioni del Working Group II, quello che analizza l’impatto del cambiamento climatico. In qualche modo questo ha consentito a quanti si sono auto eletti difensori della giusta causa di dire che si tratta di errori lievi o comunque banali, per cui questo non avrebbe nulla a che fare con la solidità dell’assunto principale del lavoro del panel, ovvero la conclusione che la gran parte (se non la totalità) delle origini della fase di riscaldamento cui è stato soggetto il clima del pianeta, sarebbe interamente ascrivibile alle attività antropiche.

A mio modesto parere, ritenendo che gli errori commessi siano tutt’altro che superficiali, come invece declamato a gran voce dai vertici del panel, credo che il lavoro del WGII sia ancora più importante di quello del WGI, che invece produce le “basi scientifiche” dell’assunto appena citato. E questo per la semplice ragione che nessuna conoscenza scientifica può essere di alcuna utilità se non viene tradotta in fatti, ovvero, come già scritto in un’altra occasione, se non viene trasposta nel mondo reale, diventando così il fondamento e l’orientamento delle decisioni. Quindi, di per sé, questa difesa è già decisamente traballante.

Quanto sto per raccontarvi, che proviene come molto spesso accade dalle pagine del blog di Antony Watts, torna però ad essere materia di discussione delle attività del WGI, cioè a monte dei fatidici impatti, che abbiamo già visto essere stati definiti molto più su basi ideologiche che su basi scientifiche. Siccome ciò che è a monte solitamente frana prima, potrà sembrare curioso che di questo si parli solo ora, ma è un fatto che sia stato possibile approfondire l’attenzione su questi argomenti soltanto dopo che i vari scandali e scandaletti che stanno minando le fondamenta del consenso, hanno squarciato la cortina di dedizione simil religiosa che impediva qualsiasi genere di critica, salvo essere additati come insensibili opportunisti al soldo degli affaristi inquinatori della lobby del petrolio.

Parliamo di ghiaccio, non quello terrestre, che il suo scandaletto lo ha già avuto, ma quello marino. E non si tratta dell’Artico, sul quale si continua a dire tutto ed il contrario di tutto, ma che essendo scrutato da interi eserciti di osservatori ed avendo “collaborato” sciogliendosi a spron battuto, non può essere oggetto di alcun genere di dibattito. Si parla dell’Antartide, ovvero del ghiaccio marino che lo circonda  che, con l’eccezione della Penisola Antartica, da quando sono iniziate le misurazioni satellitari non ha mai smesso di aumentare la propria estensione.

L’IPCC nelle proprie valutazioni ha però giudicato “non statisticamente significativo” tale trend di aumento, preferendo liquidare l’argomento, evidentemente scomodo in quanto contrario alle logiche del Global Warming, con una più scientificamente modesta variabilità interannuale, che tutto spiega ma, per il gotha del clima, nulla conta1.

Come è arrivato l’IPCC a questa conclusione? Il processo è stato piuttosto lungo. Nel terzo rapporto del panel, uscito nel 2001, il trend di aumento dei ghiacci marini antartici era stato valutato comunque inferiore in valore assoluto a quello dell’area artica, ma pur sempre con numeri di un certo peso statistico, supportati da una consistente quantità di riferimenti bibliografici peer-reviewed. Nel 4AR 2007, cambiano le conclusioni, cambiano i numeri, si asserisce che il trend “continui” (da quando se prima era stato detto diversamente?) ad essere non significativo e cambiano i riferimenti, anzi, il riferimento è uno solo, il capitolo di un libro indicato come Comiso 20032. Però alla prova dei fatti, quanto è scritto nel rapporto non è stato tratto dal libro, ma piuttosto da un aggiornamento dello stesso prodotto alla bisogna, essendo Comiso Lead Author dell’IPCC. Aggiornamento ovviamente non peer-reviewed, come tale era anche il capitolo del libro in questione. Tra l’altro, poco dopo la pubblicazione del 4AR, Comiso ha effettivamente pubblicato una sua analisi sottoposta a referaggio in cui si fa esplicito riferimento alla trend di aumento. Ancora dopo, un’altra pubblicazione, firmata tra gli altri sempre da Comiso, ha rilevato un trend di oltre il 50% superiore a quanto espresso nel 4AR, assegnandogli quindi una valenza che può solo definirsi statisticamente significativa.

In questo caso non ci sono errori, non ci sono refusi, non ci sono condizionamenti ideologici esterni, magari giunti senza che nessuno nella fretta di pubblicare il rapporto potesse accorgersene. Semplicemente si è cercato accuratamente tra la letteratura disponibile quella che meglio supportasse l’esigenza di non mettere in risalto la tendenza dei ghiacci antartici ad aumentare, perchè tale tendenza è in netto contrasto con la teoria del global warming. Questa non è esattamente la tanto declamata “raccolta” della conoscenza scientifica disponibile, piuttosto direi sia l’occultazione o produzione autonoma della stessa. O, se preferite ancora, cherry picking. E questo è il WGI, su uno dei problemi più seri di tutta la questione clima, l’estensione dei ghiacci marini.

Leggendo le note in calce ed i riferimenti reperibili sul blog di watts, a qualcuno potrà sembrare che si stia comunque parlando di numeri piccoli. Non è così. Le dimensioni assolute della massa glaciale presente intorno all’Antartide e l’estensione a latitudini ben più distanti dal polo di quanto non accada per i ghiacci marini dell’emisfero nord, fanno sì che tale massa abbia un ruolo chiave in uno dei feed-back più importanti, ovvero la variazione dell’albedo. Già, perchè una cosa è la radiazione incidente sulla superficie liquida libera, altro è l’incidere dei raggi solari sul ghiaccio. E’ ovvio che ridurre il trend di aumento del 50% può avere, anzi ha senz’altro importanti ricadute sul calcolo dell’albedo, nella realtà, così come nelle proiezioni. Proprio quelle che, guarda caso proprio in Antartide, fanno una fatica enorme a riprodurre le dinamiche del clima.

Non so, ma direi che tanto per cambiare i cherry pickers non ci hanno fatto una bella figura.

  1. IPCC AR4 – WGI p. 351 []
  2. Comiso, J.C., 2003: Large scale characteristics and variability of the global sea ice cover. In: Sea Ice – An Introduction to its Physics, Biology, Chemistry, and Geology [Thomas, D. and G.S. Dieckmann (eds.)]. Blackwell Science, Oxford, UK, pp. 112–142 []

Lo sappiamo, non è una novità. Negli ultimi decenni i nostri amati tetti di casa sono stati oggetto di intensi studi. In questo caso non parliamo di studi strutturali, bensì del colore dei nostri tetti. E di colore ne hanno visto parecchio, dal classico rosso mattone o ocra, ai più moderni blu cielo e verde.

Continue reading “L’era del tetto bianco” »

Molte volte abbiamo avuto modo di sottolineare come il sistema clima sia altamente non lineare, piuttosto complesso ed essenzialmente dominato dai cosiddetti feedback o effetti di retroazione. Un feedback è un meccanismo che, al variare di un fattore (causa) genera la variazione di un altro fattore ad esso correlato (effetto), tale da incidere sulla causa stessa. Con riferimento alla temperatura ad esempio, una tendenza all’aumento può esser causa di una diminuzione della superficie ghiacciata nelle regioni polari, di conseguenza la superficie del mare alle alte latitudini sarà  maggiormente esposta alla radiazione solare, ed assorbendone di più ne riemetterà  in maggior quantità, provocando un ulteriore aumento di temperatura. Contemporaneamente, tale aumento di temperatura potrà  far aumentare il vapore acqueo disponibile in atmosfera per la formazione delle nubi. Quelle nubi schermeranno la radiazione solare e ne conseguirà un raffreddamento. Il primo è un feedback positivo, il secondo è invece negativo.

In entrambi questi casi entra tuttavia in gioco il fattore forse più importante nelle dinamiche del clima , l’albedo, ovvero quella frazione di radiazione incidente che ogni superficie può riflettere piuttosto che assorbire. Questa frazione varia a seconda delle caratteristiche della superficie, ad esempio il ghiaccio e la neve hanno un albedo molto alto, mentre la nuda terra e soprattutto il mare possiedono un albedo molto basso. In fondo il dibattito sull’ampiezza del fenomeno di riscaldamento del pianeta, a prescindere dalle cause che possono generarlo, ruota tutto intorno all’esatta comprensione di questo meccanismo1. Posto infatti che la quantità  di radiazione incidente che arriva dalla nostra stella non muta molto nel medio periodo, sarà  piuttosto la reazione delle superfici su cui questa radiazione incide e divenire importante nelle dinamiche del sistema.

Questa è una delle ragioni – forse la più importante - per cui una variazione di temperatura nelle regioni polari assume maggiore importanza di quanta non ne abbia alle latitudini tropicali o equatoriali. Infatti, come abbiamo già  detto, se questa variazione è positiva, si ridurrà  la superficie ghiacciata e l’albedo tenderà  a diminuire eventualmente favorendo il riscaldamento. Nei modelli di simulazione climatica il feedback relativo alle variazioni della superficie ghiacciata del pianeta – cioè su entrambi i poli - è considerato essenzialmente positivo. In realtÃà, ci sono alcune ragioni che potrebbero anche favorire la tesi contraria. Sulla diminuzione dei ghiacci artici in effetti è stato detto praticamente tutto; ciò che in effetti si sente dire raramente è che invece quelli antartici sono stati soggetti ad un consistente aumento. Ciò rispecchia naturalmente il comportamento delle temperature2 che sono state soggette ad aumento nell’area polare settentrionale ma non hanno subito variazioni importanti in quella meridionale. Il risultato netto di questi due trend, se combinato in termini di albedo può essere in effetti negativo piuttosto che positivo.

msu-polar-temperature

Con riferimento al Polo nord, il minimo dell’estensione3 dei ghiacci arriva verso la fine dell’estate, più o meno verso la metà  di settembre, cioè in prossimità dell’equinozio.

Nel corso delle ultime decadi, la superficie di mare ghiacciato ha subito un continuo trend di diminuzione, più accentuato nella stagione estiva, cioè in corrispondenza dei minimi di estensione (ne abbiamo parlato anche qui). E’ però importante considerare che il minimo giunge quando il sole sta per passare alla fase invernale. Fatta eccezione per un paio di settimane immediatamente precedenti l’equinozio, la radiazione incidente che interessa la superficie del mare è piuttosto scarsa, per divenire poi praticamente nulla con il cambio di stagione.

In sostanza il minimo dell’estensione dei ghiacci artici arriva quando il sole ha uno scarso effetto riscaldante; ne consegue dunque anche una variazione dell’albedo poco significativa.

Per converso, l’estensione dei ghiacci antartici è stata soggetta negli ultimi trent’anni ad un continuo trend di aumento. Ciò significa che la quantità di superficie marina coperta da ghiaccio nei mesi dell’estate australe è stata via via più vasta.

Nella normale variabilità  stagionale la fase di minimo ha subito un’ anomalia massima attorno al mese di dicembre, cioè in prossimità  del solstizio. Con il sole più alto sull’orizzonte, tanto maggiore sarà la superficie ghiacciata tanto maggiore sarà  la radiazione riflessa, cioè l’albedo sarà  soggetto ad un importante aumento, innescando la fase negativa del feedback. Un altro fattore importante da tenere in considerazione è la latitudine alla quale si forma il ghiaccio. Al polo sud il ghiaccio arriva fino a 55°-75° di latitudine, mentre al polo nord la superficie ghiacciata è molto più prossima alle latitudini più alte ed è più o meno compresa tra 70° e 90°.

Quindi il ghiaccio dell’emisfero meridionale arriva più vicino ai tropici – in termini assoluti -, per cui riceve e riflette una maggior quantità  di radiazione incidente durante l’estate di quanto non possa accadere nell’emisfero settentrionale durante la corrispondente stagione estiva. Ne consegue che la presenza o assenza di ghiaccio antartico sembrerebbe poter avere un maggior impatto nel bilancio della radiazione ad onda lunga emessa dalla superficie di quanto non possa averne il ghiaccio artico.

 

 

 

 

 

 

In termini di quantità  infatti, durante l’equinozio il sole è circa 70° sotto lo zenit alla latitudine 80° nord e durante il solstizio è invece circa 40° sotto lo zenit a 65° sud4. La radiazione solare che arriva sulla superficie è quindi circa 2,2 volte maggiore sui ghiacci artici che su quelli antartici. Combinando le diverse latitudini e le diverse date, ancora una volta una maggior quantità  di ghiaccio a sud rifletterà  più radiazione solare di quanta non ne possa lasciar entrare una minor quantità di ghiaccio a nord. Inoltre, una anomalia positiva sarà più lontana dal polo di una anomalia negativa per definizione, per cui qualunque percentuale di anomalia sarà  più significativa se positiva, ovviamente in termini di bilancio radiativo. Nel discorso entrano infine anche altri fattori astronomici. Data l’eccentricità  dell’orbita terrestre infatti, il sole è più vicino alla terra durante l’estate australe di quanto non lo sia durante l’estate boreale. Una differenza pari a circa il 3%.

Tutti questi fattori sembrano favorire l’ipotesi che il bilancio netto dell’albedo che scaturisce dalle variazioni dell’ampiezza delle superfici ghiacciate possa essere stato sin qui negativo, mentre come detto in principio, esso è considerato essenzialmente positivo dai modelli di simulazione climatica. Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui le medie globali di temperatura tendono a discostarsi sempre di più dai valori predetti da queste simulazioni. Come per tanti altri argomenti che abbiamo affrontato, sarà  necessario giungere ad un maggior livello di comprensione di queste dinamiche per affinare e rendere più attendibili le tecniche di previsione.

  1. Steven Goddard su www.wattsupwiththat.com []
  2. Dati MSU – University of Alabama []
  3. Fonte NSIDC []
  4. Immagini da www.vialattea.net []

Dalla fine dell’estate, abbiamo sentito rimbalzare sui media la notizia che l’estensione dei ghiacci artici ha fatto segnare un nuovo record negativo, secondo soltanto al minimo storico registrato lo scorso anno. Come molte altre, anche questa notizia può (e deve) essere letta diversamente, come abbiamo cercato di fare sin da subito proprio qui su CM in questo post. Un diverso approccio al problema chiarisce che quest’anno, probabilmente per effetto del recente trend di raffreddamento, le cose sono andate molto meglio, non peggio.

La scarsa attività solare, i lunghi mesi di persistenza di un indice ENSO negativo -ora passato su valori pressochè neutri o leggermente positivi- ed il recente switch della Oscillazione Decadale del Pacifico (PDO) verso valori negativi, potrebbero aver segnato questa inversione di tendenza. Il tutto seguendo schemi di evoluzione delle dinamiche del clima di origine completamente naturale. Cerchiamo di capire come.

Il campo di analisi è ristretto -si fa per dire- allo spessore del ghiaccio che ricopre la Groenlandia ed all’estensione del ghiaccio artico, entrambi caratterizzati da una variabilità interannuale piuttosto accentuata. Questo fattore, combinato con la relativa brevità delle serie storiche derivate dalle osservazioni satellitari, è causa di una importante incertezza nell’individuazione dei trend di lungo periodo. Volendo dar ascolto ai sostenitori delle origini antropogeniche del riscaldamento globale e del presunto conseguente rapido scioglimento dei ghiacci, ci troveremmo subito di fronte ad un grave dilemma. Infatti, da uno studio pubblicato sul GRL nel 2003 (Hanna e Cappeland), si evidenzia un deciso trend di diminuzione delle temperature medie annuali delle coste della Groenlandia occorso dal 1958 al 2001, con conseguente forte correlazione negativa con la contemporanea stabile crescita della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. La correlazione diviene invece positiva se si confrontano le temperature medie annuali, sempre della Groenlandia, con le variazioni dell’indice AMO (Oscillazione Multidecadale del Pacifico), un indice ricavato dalle oscillazioni delle temperature di superficie tra le latitudini 0° e 70°N.

Dal lato del cosiddetto passaggio a nord est invece, le oscillazioni di lungo periodo della temperatura di superficie dell’Oceano Pacifico (PDO), giocano un ruolo importante regolando il flusso di acque relativamente più calde attraverso lo stretto di Bering. A corroborare questa tesi, troviamo a questo link quanto diffuso dalla JAMSTEC (Japan Agency for Marine-Earth Science and Tecnology) nel 2005, riguardo ad una repentina diminuzione della superficie ghiacciata occorsa tra il 1997 ed il 1998, un evento attribuito “[...] al flusso di acqua calda dall’Oceano pacifico, non all’impatto atmosferico come si pensava che fosse [...]“. Del resto, il biennio in questione vide anche il più intenso fenomeno di El Niño degli ultimi anni.

Tornando sul fronte opposto, in Atlantico, sembrano essere preponderanti le variazioni della circolazione atmosferica esprimibili attraverso l’indice AO (Arctic Oscillation), ovvero la differente intensità della ventilazione. A venti più intensi corrisponderebbe in genere una superficie ghiacciata più ridotta e sottile (Rigor et al 2002). Nel complesso, le variazioni della circolazione atmosferica in quella regione del globo, sono inoltre  soggette anch’esse a forte variazione interannuale. Ne consegue che i trend di lungo periodo dell’indice AMO, che riunisce a sua volta gli indici AO e NAO (North Atlantic Oscillation), sono difficilmente separabili dal “rumore” provocato da eventi repentini e di breve periodo, quali le SSW (Stratospheric Sudden Warming), a loro volta correlate con il segno positivo o negativo della QBO (Quasi Biennal Oscillation), cioè dei venti stratosferici.

E’ dunque ancora una volta chiaro quanto possa essere complicato il sistema e quali e quanti possano essere i fattori in gioco per regolare la quantità di ghiaccio presente sia nelle stagioni calde che in quelle fredde. Tuttavia, riunendo gli indici AMO e PDO, si ottiene un fattore di correlazione pari a 0.73 con le variazioni di temperatura nelle zone artiche. Riassumendo, temperatura dell’aria (con trend negativo dal 1958 al 2001), temperatura di superficie del mare, circolazione atmosferica, intensità dei venti e correnti marine (quindi anche salinità delle acque). Praticamente c’è tutto, mancherebbero a prima vista soltanto l’anidride carbonica ed il relativo effetto serra, cioè le uniche cause di cui si sente parlare sempre.

Proviamo ancora una volta a tornare indietro nel tempo. Alcuni mesi fa abbiamo parlato di un evento occorso alla fine degli anni ’70, lo Shift del 1976, con la PDO che passò ad una fase positiva. Ebbene, l’estensione dei ghiacci artici ha iniziato il suo declino proprio allora, subendo una ulteriore accelerazione negli ultimi anni, quando anche l’indice AO è passato in territorio positivo, trascinando con sè anche il cambio di segno dell’indice AMO.

Acqua più calda che raggiunge le alte latitudini, ghiaccio che si scioglie, albedo che diminuisce e conseguente ulteriore accentuazione del riscaldamento. Volendo allargare l’analisi di questi fenomeni al più recente passato, dobbiamo rilevare che l’indice AMO ha attraversato un picco nel corso del 2005, cioè due anni prima del minimo storico dell’estensione dei ghiacci artici del 2007.

Di lì una fase di recente raffreddamento, che potrebbe far supporre una prossima graduale fase di recupero, nella quale si inserisce abbastanza bene la ripresa di quest’anno ed il veloce trend di aumento della superficie ghiacciata della prima parte del mese di ottobre, che è più veloce sia di quella dello scorso anno sia del valore medio solitamente osservato.

Leggi per intero l’analisi di Joe D’aleo a questo link su www.intellicast.com

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