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I panni sporchi, si sa, si lavano in famiglia. Ma quando la famiglia è allargata, anzi, diciamo pure che è globale, il vecchio adagio non funziona più. Se la famiglia ha poi perso credibilità e vuole riguadagnarla, facendo al contempo un grosso favore ai suoi familiari, cioè noi, è meglio che frequenti una lavanderia pubblica.

Vediamo un po’. Nell’ottobre del 2010 l’Inter Academy Council ha redatto un report dal titolo “Climate change assessments – Review of the processes and procedures of the IPCC.” di cui su CM abbiamo parlato varie volte, anche appena ieri. Come si evince chiaramente dal titolo, l’organismo scientifico più sopra le parti che c’è, su richiesta dello stesso IPCC e quindi su mandato ONU, ha prodotto alcune “raccomandazioni” circa quello che sarebbe necessario correggere nelle procedure del panel stesso. Chiaro come il Sole che se queste procedure non avessero avuto problemi – rivelatisi tutt’altro che banali ad esempio nell’uso di letteratura non scientifica o nel potenziale conflitto di interessi di contributors e leaders del panel – non ci sarebbe stato bisogno di intervenire con dei correttivi.

Una raccomandazione in particolare prevede l’istituzione di un Comitato Esecutivo, ossia un board che agisca in nome del panel tra una sessione plenaria e l’altra, con compiti che, se credete, potete andare a leggere qui.

The IPCC should establish an Executive Committee to act on its behalf between Plenary sessions. The membership of the Committee should include the IPCC Chair, the Working Group Co-chairs, the senior member of the Secretariat, and three independent members who include individuals from outside of the climate.

Avendo spesso criticato non solo l’agire, ma anche le elefantiache dimensioni tipiche degli apparati burocratici di così alto livello, la raccomandazione di istituire l’ennesimo board nel board del board, non è che avesse suscitato particolare entusiasmo. E’ pur vero però che leggendo tra le righe la raccomandazione si capisce che l’obbiettivo è quello di accrescere l’autorevolezza delle determinazioni del panel. Come? Mettendoci dentro, insieme ai leader del panel stesso, presidente, vice presidente etc etc, anche tre membri indipendenti, cioè non appartenenti al panel e magari neanche esperti di materie climatiche.

Pare però che alla sessione plenaria di Abu Dhabi del maggio scorso, nel recepire questa e le altre raccomandazioni dello IAC, al panel si siano preoccupati più di rendere snello questo Comitato Esecutivo, onde non accrescere il peso burocratico delle sue attività, che della necessità di farci qualcosa di utile, così come lo IAC aveva suggerito.

Dalla risoluzione sulla governance approvata infatti il Comitato Esecutivo è così costituito:

  • Members: IPCC Chair (who will chair the Executive Committee), IPCC Co-Chairs of Working Groups I, II and III and of the Task Force on Inventories, IPCC Vice Chairs
  • Advisory Members: Head of Secretariat, The four Heads of the Technical Support Units

Chi ci manca?

I membri indipendenti. Così le eventuali piccole correzioni ai report pubblicati, le variazioni sugli obbiettivi dei progetti in itinere e l’ottimizzazione del processo di comunicazione – tutti compiti del comitato suggeriti dallo IAC – le faranno quelli che già firmano i report (compresi gli eventuali piccoli errori), definiscono gli obbiettivi del panel e ne curano la comunicazione.

Facciamo un esempio. Poco prima della conferenza di Copenhagen scoppiò la polemica sui ghiacciai dell’Himalaya dati per spacciati nell’AR4 basandosi su qualcosa di paragonabile alle chiacchiere da bar piuttosto che su dati scientifici. Il presidente dell’IPCC, che oggi presiede anche il Comitato Esecutivo, bollò le critiche che giunsero al panel da parte degli scienziati indiani che sollevarono la polemica come voodoo science, salvo poi, molto poi, dover ammettere che avevano ragione. Forse se ci fosse stato un Comitato Esecutivo con dei membri indipendenti, qualcuno di loro avrebbe potuto suggerire al capo di andarci piano onde evitare brutte figure. O forse ancora, sempre se ci fosse stato un comitato esecutivo con dei membri indipendenti, quella colossale fesseria della scomparsa dei ghiacciai per il 2035 non sarebbe stata proprio scritta.

Sicché, così composto, disattendendo chiaramente le indicazioni dello IAC nello stesso documento in cui si asserisce di recepirle, il Comitato Esecutivo sarà, nella più consolidata prassi IPCC, revisore di se stesso, diventando esattamente quello che si temeva che fosse: l’ennesimo board, del board, del board.

NB: Da Climate Audit

Errata Corrige:

Sempre da Climate Audit apprendiamo che invece il Comitato Esecutivo lavora eccome! Infatti Rajendra Pachauri, presidente IPCC, chairman del Comitato Esecutivo, direttore generale dell’Energy Research Institute (TERI), ex membro del board della Oil and Natural Gas Commission (ONGC), della Indian Oil Corporation (IOC) e della National Thermal Power Corporation (NTPC), ha rilasciato un’intervista all’Economist in cui dichiara di non avere alcun problema con una immediata applicazione della nuova policy sul conflitto di interessi (nuova è eufemistico perché prima proprio non l’aveva), ma che, comunque, non sarà applicata per il prossimo report. Infatti, egli spiega, non sarebbe carino dopo aver selezionato gli autori far loro sapere che siccome sono in conflitto di interessi non possono più partecipare.

Elementare Watson.

PREMESSA

Dopo i rapporto della IAC sull’IPCC si era prima diffusa la voce delle dimissioni del Presidente Rajendra Pachauri successivamente smentita (ritrovate tutto nei post su CM qui, qui, quiqui e qui), comunque ogni decisione al riguardo era stata rinviata a quanto si sarebbe deciso a Busan, in Corea del sud, nella trentaduesima sessione plenaria dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). Il summit si è concluso il 14 ottobre e serviva a fornire gli ultimi dettagli scientifici per la discussione alla Conferenza dell’Unfccc di Cancun. Pachauri davanti a 300 delegati di 134 paesi, ha aperto l’incontro ammettendo che

«Gli ultimi dieci mesi o giù di lì sono stati un periodo difficile per l’Ipcc, mentre ci sono state alcune carenze ed errori da parte nostra, quello che abbiamo passato è anche un riflesso del controllo intensificato e dell’interesse a cui siamo stati sottoposti. All’Ipcc ci rendiamo conto che forse la nostra più grande sfida è la nostra efficacia proprio nel riuscire a fornire le conoscenze scientifiche sui cambiamenti climatici in una maniera che ha implicazioni con una vasta gamma di attività umane. Quindi è da aspettarsi una vasta gamma di reazioni. La più grande sfida per l’Ipcc è il successo stesso dell’organizzazione».

Pachauri ha richiamato i riconoscimenti e le verifiche a cui è stato sottoposto il lavoro dell’Ipcc dopo il “climate-gate”, ultimo il riconoscimento di serietà dei dati dei rapporti dell’Ipcc emerso dall’indagine dell’Inter academy council (Iac) Review Committee voluta dall’Onu dopo lo scandalo dei dati “falsi” sulla velocità di scioglimento dei ghiacciai himalayani e della risalita del mare in Olanda contenuti nel quarto rapporto dell’Ipcc. Sulla base dell’indagine dell’Iac

«E’ esclusivo compito dei governi esaminare e prendere decisioni su ciascuna delle raccomandazioni presentate dall’Iac, nonché le modalità della loro attuazione, se sono accettate. «Io personalmente mi astengo dal pronunciarmi sulla maggior parte delle raccomandazioni, in particolare quelle che hanno implicazioni dirette sulla durata del mandato del presidente e dei co-presidenti dei gruppi di lavoro». «Essendo stato un iniziatore di tale riesame ed essendo impegnato nella realizzazione dei miglioramenti necessari per il funzionamento del Ipcc farò tutto quello che il panel mi chiederà per portare avanti questo processo».

Il rapporto Iac infatti sottolinea che «La maggior parte delle raccomandazioni del Comitato possono essere implementate nel corso del fifth assessment process e deve essere presa in considerazione in occasione della prossima sessione plenaria. Queste comprendono le raccomandazioni per rafforzare, modificare o far rispettare le procedure Ipcc, compreso il trattamento di “gray literature”, l’intera gamma di punti di vista, l’incertezza, e il processo di revisione. Raccomandazioni che possono richiedere la discussione in varie sessioni plenarie, ma che potrebbero essere attuate nel corso del fifth assessment, comprese quelle relative alla gestione, comunicazione e conflitto di interessi. Poiché il fifth assessment è già in corso, può essere troppo tardi per avviare un processo più trasparente degli scopi e dei criteri per la selezione di autori».

Secondo Pachauri alcuni guai e incomprensioni dell’Ipccc derivano dal congelamento della struttura del suo Segretariato formato da un presidente dipendente del WMO, dal vice-segretario dell’Unep, due assistenti di segreteria e un Assistente amministrativo, senza responsabilità formale del presidente dell’Ipcc. Una specie di “imbuto” burocratico che non ha favorito le esigenze di comunicazione e diffusione delle informazioni scientifiche sui cambiamenti climatici. Pachauri ha sottolineato:

«Il cambiamento e il miglioramento in un’organizzazione così importante e complessa come l’Ipcc è inevitabilmente in ritardo, ma deve basarsi sui punti di forza dimostrati del sistema (…) Mi impegno a portare avanti la riforma, così come deciderà il Panel secondo i risultati del Iac review process. E’ inoltre importante ricordare che abbiamo nelle nostre mani un compito gigantesco, quello di completare la preparazione dell’ AR5 ai più alti livelli di qualità e di rigore. Nulla di ciò che decidiamo deve in alcun modo ostacolare il progresso verso la nostra missione più importante di produrre un AR5 eccezionale, che il mondo a buona ragione si aspetta da noi. Infine, vorrei dire che mi sento molto fortunato e grato di aver ricevuto un grado senza precedenti di sostegno in questo periodo dal Panel. Il vostro sostegno è stato un grande vantaggio durante tutto questo tempo, sia quando ho fatto il giusto che quando ho sbagliato. Se non fosse per questa grande risorsa, forse non saremmo stati in grado di completare l’AR4 nel modo che abbiamo fatto, in particolare la relazione di sintesi, su cui è stata presa la decisione di andare avanti senza ritardi nel ciclo precedente»1.

CONCLUSIONI

Riportiamo quanto scritto sui risultati dell’incontro coreano dal Focal Point IPCC italiano: Le conclusioni della revisione dello IAC relative ai processi di gestione, alle strategie di comunicazione dell’IPCC e a tutte le procedure seguite per la produzione dei rapporti di valutazione, vanno nella direzione di una riforma complessiva dell’IPCC. In questo senso, l’assemblea ne ha riconosciuto l’importanza per il miglioramento del lavoro e dell’amministrazione dell’IPCC, necessario per riaffermare l’autorevolezza dell’istituzione all’interno della comunità scientifica globale. A tal fine, i delegati hanno approvato una serie di misure che attuano immediatamente molte delle raccomandazioni. Queste misure includono l’adozione di linee guida sul trattamento coerente dell’incertezza intrinseca alla scienza dei cambiamenti del clima, ed altre indicazioni, da finalizzare, sull’uso della cosiddetta letteratura “grigia” (“gray literature”, vale a dire non pubblicata su riviste scientifiche peer-reviewed) e su possibili errori nei rapporti di valutazione. In merito agli altri aspetti connessi alla preparazione dei rapporti, è stata formata un’unità operativa che vaglierà le rimanenti raccomandazioni. Inoltre, per la considerazione di riforme di carattere amministrativo è stata predisposta un’unità che si occuperà della costituzione di un nuovo Comitato Esecutivo, rivedrà le principali responsabilità del Segretariato e il mandato dei Presidenti e dei Vice-Presidenti dei tre Gruppi di lavoro. Tra le riforme, l’IPCC ha deciso di attuare una politica rigorosa relativamente al conflitto di interessi ed ha, a questo proposito, istituito un’altra unità per l’analisi di proposte. Infine, l’assemblea ha accettato le raccomandazioni riguardanti lo sviluppo di una strategia per una migliore comunicazione rivolta al pubblico e ai media. Il Presidente Pachauri ha accolto con favore il processo di riforma dell’IPCC, che vedrà ulteriori progressi nei mesi a venire fino ad un possibile accordo in occasione della prossima Sessione plenaria prevista verso la metà del 2011.

Quindi, nonostante la revisione dello IAC avesse richiesto un mandato unico di massimo sei anni al capo IPCC mentre Pachauri è attualmente al secondo mandato, Pachauri sembra rimanere ed essere in grado di trasformare l’IPCC in una “organizzazione rinnovabile”.

DICHIARAZIONI

Dopo la conferma, Pachauri ha detto in una conferenza telefonica “Cambiamento e miglioramento sono vitali per l’IPCC”. Pachauri, ri-eletto nel 2008 la seconda volta, ha detto che il limite di un unico mandato sarà eventualmente adottato per il futuro leader dell’IPCC dopo la presentazione del prossimo rapporto del 2014. “La mia intenzione è di rimanere finché non avrò completato la missione che avevo accettato”, ha detto. In una successiva intervista alla Reuters, ha dichiarato che avrebbe visto come una “violazione dei doveri” riconsegnare l’impegno a metà strada. Ha detto: “Io lavoro 18 ore al giorno, non ho fatto una unica vacanza, io sono in viaggio tutto il tempo. Avrei potuto fare la mia vita più facile con le dimissioni”. Pachauri ha inoltre respinto le proposte che l’IPCC potrebbe emettere relazioni più frequenti. “La conoscenza si sta muovendo rapidamente ma non così rapidamente come si potrebbe giustificare l’elaborazione di relazioni con maggiore frequenza”.

L’IPCC, approvate delle nuove linee guida per rafforzare i controlli, nonché norme per la valutazione degli errori e per la movimentazione di materiale che non erano stati revisionati dagli scienziati, dovrebbe prendere in esame questioni quali la gestione della segreteria con sede a Ginevra IPCC, che ha un budget di circa 5 milioni di dollari (3 milioni di sterline) all’anno. Tra le raccomandazioni IAC compaiono anche la nomina di un segretario esecutivo e il personale aggiuntivo di comunicazione.

Pachauri ha detto alla Reuters che la prossima relazione dovrebbe guardare di più a questioni quali la geo-ingegneria, cioè tecniche per influenzare il clima globale come riflettere la luce solare con degli specchi o fertilizzare i mari per incoraggiare la crescita di assorbimento del carbonio delle alghe.

“Geo-ingegneria è un’area che otterrà una messa a fuoco più chiara” , gli esperti sono alla ricerca di nuovi modi per rallentare il riscaldamento globale dopo che il summit di Copenaghen, l’anno scorso, non è riuscito a concordare un trattato vincolante per tagliare le emissioni di gas serra. Fra le altre zone, il gruppo avrebbe cercato di lavorare di più sul livello del mare e come possano formarsi le nuvole in un mondo più caldo, quando non ci sarà più umidità nell’aria. Le parti superiori della nube bianca possono riflettere la luce del sole e mantenere fresco il pianeta2.

RIFLESSIONE

Insomma le parti dell’IPCC da migliorare sono tante anche a detta di chi ne fa parte, dal combattere la possibile modifica del clima involontaria con l’emissioni si passerà a volerlo cambiare volontariamente con la geoingegneria. In futuro ci saranno molti cambiamenti, questo forse perché, come affermava Tancredi nel Gattopardo, “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”. Invece a me piace pensare che con il tempo tutto cambia. Tutto, anche l’IPCC, meno il clima. O no?

  1. fonti http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE69A09420101011 http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=7099 http://www.nytimes.com/2010/10/15/world/15nations.html []
  2. fonte http://www.guardian.co.uk/environment/2010/oct/14/rajendra-pachauri-ipcc-reforms http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-11541056 []

“La verità` mi fa male, lo so…/La verità` mi fa male, lo sai!/Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu/(la verità ti fa male, lo so)/Lo so che ho sbagliato una volta e non sbaglio più/(la verità ti fa male, lo so)/Dovresti pensare a me/E stare piu`attento a te/C’è` già tanta gente che/Ce la su con me, chi lo sa perchè?”

La famosa canzone di Caterina Caselli mi è tornata in mente seguendo sui quotidiani dichiarazioni e commenti relativi al Presidente del Gruppo Intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici (IPCC), successivi all’indagine condotta dall’InterAcademy Council (IAC). Naturalmente nel ruolo della Caselli si può immaginare Rajendra Pachauri, nel “giudice” quello di Harold Shapiro dello IAC, il deplorevole errore può essere ad esempio quello relativo ai ghiacciai dell’Himalaya e la gente che “ce la con lui” sono il crescente numero, secondo i sondaggi, di persone scettiche sulle continua previsione di catastrofi dovute alla parte di mutazione climatica dovuta alle emissioni umane.

Ma torniamo all’accaduto. La revisione del report dell’IPCC era stata chiesta ufficialmente lo scorso marzo dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon e dallo stesso Presidente dell’IPCC, Rajendra Pachauri, per esaminare la qualità del lavoro dell’IPCC e rafforzarne in questo modo la credibilità, dopo una ormai famosa serie di errori messi in luce da persone esterne all’organizzazione. In particolar modo, le conclusioni dello IAC dovrebbero (si vedrà se azioni seguiranno) servire a perfezionare le politiche e le procedure dell’IPCC in vista della pubblicazione del Quinto Rapporto di Valutazione (Fifth Assessment Report – AR5), attesa entro il 2014. Ricordiamo che l’IPCC non è chiamato a svolgere ricerca scientifica, ma “solo” ad effettuare una sintesi di quanto prodotto dall’attività scientifica nel settore riguardante il sistema climatico.

Il risultato “dell’indagine IAC” dai titoli dei quotidiani, e/o i loro siti, è stato così riassunto (l’elenco seguente credo sia rappresentativo, comunque potete effettuare una ricerca su internet), aggiungiamo i link in modo da poter approfondire i contenuti:

Il Manifesto titola “L’onore ritrovato del Ipcc“, lasciando intendere che da Premio Nobel per la pace 2007, al pari di Martin L. King, Gandhi, Madre Teresa di Calcutta, etc. l’organizzazione in pochi mesi già avesse perso l’onore.

Fino a pochi mesi fa il Presidente Pachauri rispetto alle critiche degli scettici “faceva l’indiano”, ad esempio alle critiche di Lomborg si limitava a rispondergli paragonandolo a Hitler, invece attualmente sembra convertito alla necessità di aprire un dibattito: “Climate panel chief welcomes climate debate“.

In seguito al risultato dei ‘revisori’, guidati dallo scienziato di Princeton Harold Shapiro, l’indiano Rajendra Pachauri immediatamente è sembrato che volesse rimettere il mandato, si è già scritto molto su Climate monitor al riguardo (quiquiqui). Sembrava volesse seguire le orme di Yvo de Boer, ex-segretario dell’Unfccc (United nations framework convention on climate change, l’agenzia dell’Onu che si occupa dei cambiamenti climatici) che si dice fosse stato costretto a dimettersi dall’incarico dopo la deludente conclusione del COP15. Questa non sarebbe stata neanche una sorpresa, visto che di dimissioni di Pachauri già si parla da tempo ad esempio qui. Dopo poche ore si è invece scritto che non si dimetteva ma si limitava a rimettere il mandato agli stati membri, mentre da altre fonti si era informati che il Presidente IPCC a tutto pensava meno che a lasciare prima del nuovo report: “Pachauri not to quit IPCC before 5th report“.

Non vogliamo qui analizzare il documento finale dell’IAC, ma fare delle deduzioni di buon senso da ciò che si legge dai giornali, un po’ come si fa ogni giorno giudicando politici, persone, cricche, partiti, senza leggere tutto l’incartamento processuale, tutte le intercettazioni, etc.

Per farsi un’idea dell’accaduto possiamo paragonarlo, con tutte le schematizzazioni e semplificazioni purtroppo inevitabili, ad un caso clinico complicato in cui avendo risultati di tanti esami e molti pareri medici (talvolta discordanti), si decide di rivolgersi ad un primario che, chiedendo l’aiuto di un gruppo di esperti, scriva un report che tenga conto di tutti i contributi e cerchi però di fare chiarezza. Letto il report finale, esperti esterni al gruppo avvisano che ci sono alcuni errori macroscopici; alla verifica ciò si rileva vero (fatto che può accadere vista la mole di lavoro, ma che dovrebbe valorizzare il lavoro degli scettici come ricchezza invece di vederli sempre e solo dei sabotatori al soldo delle multinazionali). L’effetto inevitabile è che il primario ed il suo gruppo perde credibilità, per questo il direttore generale ed il primario stesso decidono di scegliere una commissione di esperti per valutare il proprio lavoro. La scelgono loro, cosa che non può portare ad invocare una “legge Cirami” globale per il “legittimo sospetto” sul giudizio di cui molto si è discusso in Italia.

Risultato dell’indagine è la conferma degli errori e la bontà del lavoro complessivo, ma si chiede, almeno per me sorprendentemente, di portare delle «riforme fondamentali» nel suo modo di lavorare, di fare previsioni solo quando ha prove solide e non fare pressioni politiche. Il capo del team ispettivo afferma che la logica conseguenza è che il primario si faccia da parte.

Morale, in tutto il mondo “squadra che vince non si cambia” invece presso l’ONU “squadra che vince ha necessità di riforme fondamentali e si dovrebbe cambiare il Presidente”. Inoltre, se l’indagine è stata voluta dal primario, questo dovrebbe essere coerentemente il primo a prendere atto dei risultati e far seguire azioni coerenti con i risultati dell’indagine, invece qui sembra che non voglia saperne di andarsene.

Non so perché ma quando penso a Shapiro (capo del team ispettivo) che legge i risultati a Pachauri (il primario) mi torna in mente la scena del film “Il Marchese Del Grillo” del 1981, con Shapiro nei panni di Alberto Sordi e Pachauri in quelli del contabile (è uno spasso, ma se non avete tempo guardate solo dal minuto 5.11 al minuto 5.55).

Naturalmente sopra ho scherzato, come dicono sempre i politici la colpa è dei giornalisti che inventano e che stravolgono i fatti, sicuramente qualche multinazionale ha complottato, senz’altro Pachauri non ha avuto possibilità di far sentire la sua voce perché gli spazi sui mass-media sono ormai a totale disposizione degli scettici.

Essendo il suo lavoro perfetto e la volontà di mandarlo via solo una montatura dei quotidiani, Pachauri può star tranquillo, altrimenti per salvarsi dalla defenestrazione non rimarrebbe che fare come il Marchese del Grillo nella scena in cui dice che è “morta la giustizia”, nel video immagino Pachauri e Ban Ki-moon rispettivamente impersonati dal Marchese ed il Papa (come sopra, minuto 1.00 – 1.35):

Se proprio si vuole esagerare “nel ritrovare l’onore dell’IPCC” si nomini un’ulteriore commissione che faccia un “processo breve”, poi si rinnovi subito l’incarico all’indiano prima che qualcuno torni alla carica cercando un capro espiatorio per il probabile fallimento della conferenza di Cancun, in quanto “morto un Papa se ne fa un altro” ma di Pachauri è difficile trovarne un altro. A meno che Al Gore, l’altro Nobel, non sia disponibile.

Lo ammetto, sugli sviluppi di questa faccenda del rapporto IAC, ovvero delle conseguenze della sua pubblicazione, comincio ad avere parecchi dubbi. Uno su tutti: ma il presidente del Panel Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici che fa? Va o resta? Non è dato saperlo, le notizie rimbalzano come palline tra le agenzie e i quotidiani. L’ultima di ieri l’altro dava per certe le dimissioni, addirittura da fonti ginevrine. La prima di ieri ci regala invece un Pachauri più che mai combattivo e sicuro di sè, che ha rilasciato un’intervista al Times Of India dai contenuti illuminanti circa il ruolo del panel per come la sua leadership e le Nazioni Unite stesse lo intendono.

Pachauri ha una risposta semplice, e forse poco conosciuta, sullo scopo dell’IPCC:

“[...] siamo una organizzazione intergovernativa, e la forza e accettabilità di quanto produciamo derivano in larga misura dal fatto che siamo posseduti dai governi. Se così non fosse, saremmo come tutte le altre organizzazioni scientifiche che fanno lavori di alta qualità dei quali però non si sa nulla perché non sono rilevanti a fini di policy [...] è dunque ovvio che i governi ci indichino la strada da seguire, le domande alle quali esigono risposte. Sfortunatamente, la gente ha completamente ignorato la risoluzione con la quale il panel è stato creato. In questa è scritto chiaramente che noi dovremmo suggerire delle realistiche strategie di risposta. Se questa non è policy, allora cos’è? E, mi dispiace, noi siamo stati dal mio punto di vista, prudenti nel fornire un intero spettro di possibilità, e non sto dicendo che diciamo di seguire la policy A, B o C, ma basandoci sulla scienza, cerchiamo delle realistiche strategie di risposta [...]“

[...] we are an intergovernmental body and our strength and acceptability of what we produce is largely because we are owned by governments. If that was not the case, then we would be like any other scientific body that maybe producing first-rate reports but don’t see the light of the day because they don’t matter in policy-making. Now clearly, if it’s an inter-governmental body and we want governments’ ownership of what we produce, obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered. Unfortunately, people have completely missed the original resolution by which IPCC was set up. It clearly says that our assessment should include realistic response strategies. If that is not an assessment of policies, then what does it represent? And I am afraid, we have been, in my view, defensive in coming out with a whole range of policies and I am not saying we prescribe policy A or B or C but on the basis of science, we are looking at realistic response strategies [...].”

Quindi nel panel ci si trova anche chi fa politica, potrebbe darsi si tratti della maggioranza o dei soli vertici, o di altro ancora, ma la cosa non deve meravigliare visto che è scritto nella risoluzione ONU che nell’88 ha sancito la nascita del panel.

Quindi lo scopo è al primo punto della risoluzione “The state of knowledge of the science of climate and climatic Change” (in realtà il “climatic change” sembra dimenticato già a partire dal nome del Panel), ma sembra prendere il sopravvento il compito tutto politico di proporre e sostenere con tutti i mezzi una strategia di risposta, forse ricorrendo anche a selezioni delle ricerche scientifiche con procedure che andrebbero migliorate.

Un’immediata obiezione allora nasce spontanea partendo dalla frase di Pachauri: “realistic response strategy”. Essendo palese che quella della riduzione delle emissioni facendo ricorso massiccio alle immature risorse rinnovabili, è un’opzione non realistica, come lo è l’idea che i paesi in via di sviluppo o sottosviluppati possano svilupparsi attualmente senza impiegare le uniche fonti di energia che oggi potrebbero consentirlo (quelle fossili), non è il caso di rispettare i compiti e passare a “risposte” realistiche o almeno meno utopistiche? Attendiamo suggerimenti a breve, magari prima che la prossima costosa e affollata riunione di Cancun si riveli l’ennesimo fallimento (come già previsto), proponendo impegni insostenibili in un’epoca di sviluppo interessato a diventar sostenuto prima di sostenibile. Chissà se cambiare strategia eviterà di cambiare il presidente del Panel Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici?

NB: per chi volesse approfondire circa la “nascita” dell’IPCC.

Non può piacere a tutti i report dell’Interacademy Council, eppure sembra proprio sia così.

  • Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon lo ha accolto con una dichiarazione di benvenuto.
  • Segue l’entusiasmo del Chairman IPCC Rajendra Pachauri, che sente il dovere di portare a termine il suo task (la pubblicazione dell’AR5) al quale si aggiunge il compito di assicurare che la riforma proposta dallo IAC sia implementata. Il fatto che tale riforma prevederebbe che il suo mandato sia già scaduto potrebbe creare qualche problema, ma tutto si sistema (mentre scrivo rimbalzano sulla rete conferme e smentite delle sue dimissioni).
  • Segue ancora, doverosamente, la comunicazione del focal point IPCC Italia, che ripete sostanzialmente quanto detto ufficialmente dagli organi di comunicazione del panel, aggiungendo però che questo genere di revisioni sono essenziali per il buon funzionamento di questi organismi (ciò significa che in assenza di riforma non funzionano molto bene forse, ma questa è una mia supposizione) e che anzi, questo trattamento di elevato spessore scientifico dovrebbe essere riservato anche ai “cosiddetti negazionisti climatici” (sic!). Tralasciando l’uso del discutibile vocabolo, questo significa che anche il focal point IPCC Italia ritiene che a chi è scettico sull’origine antropica del riscaldamento globale sarebbe dovuta attenzione scientifica (magari di revisione ma tanto basterebbe) di alto livello. Buona notizia.
  • Seguono poi le opinioni di ambienti scettici più o meno noti e più o meno autorevoli. Chi entusiasta come se la propria squadra avesse fatto goal, chi dubbioso circa il fatto che da questo report possa scaturire un cambiamento importante, chi scatenato nel chiedere che si cambi ora e subito e chi, con intelligenza, ne coglie gli aspetti più positivi.
  • Si inserisce, seppur timidamente, anche RealClimate, il blog che rappresenta sulla rete la voce “ufficiosa” del mainstream scientifico sul clima, e saluta con favore l’arrivo del report.
  • E infine arriva anche Nature, in questo editoriale; il titolo non è il massimo per chi sostiene l’AGW, ma il corpo dell’rticolo è praticamente un peana: “Il panel del clima deve adattarsi per sopravvivere”. Però non è chiaro se questo significhi che debba piegarsi alla volontà di quanti lo vorrebbero riformare per continuare ad esistere, o se debba cambiare per migliorare il livello del suo contributo.

Sicché credo non debba piacere a nessuno, perché in ogni caso, quale sia la piega che le cose prenderanno, appare chiaro che c’è stato sin qui più di qualche problema nel gestire un argomento importante quale quello dei cambiamenti climatici e nel generare l’informazione diretta ai policy makers, che è poi, quest’ultimo, il vero task del panel. Chi ne sa più di me mi corregga: Il report è funzionale all’SPM, altrimenti sarebbe sufficiente andarsi a leggere direttamente gli articoli sulle riviste scientifiche come accade regolarmente in tutte le altre branche della scienza no? Il problema è globale, l’attenzione è elevatissima, e dopo un ventennio di lavori si scopre che il meccanismo è inceppato. Complimenti.

Le critiche che hanno invaso i media e acceso il dibattito nell’ultimo anno, tra ghiacci dell’Himalaya sciolti anziché no, foresta amazzonica che scompare anzi no, e lowlands olandesi sott’acqua forse no, sono al confronto di questo richiamo acqua fresca, perché erano esterne al processo e si potevano intendere anche (pur non essendolo e come i soliti noti hanno cercato invano di far credere) come appositamente create per ostacolarlo, finendo paradossalmente per dargli maggiore solidità se opportunamente gestite in termini di comunicazione. Al riguardo mi chiedo (ma dovrebbero chiederselo anche loro) come deve essere letto ora l’articolo apparso su Nature che contava i buoni e i cattivi e lamentava ingiustificati attacchi alla scienza del clima?

Per contro questa richiesta di profonda revisione, in pratica quel che si chiede e’ una rifondazione, viene dallo stesso ambiente in cui e’ nato e vive il panel stesso. I firmatari del report IAC sono tutti parte del mainstream scientifico e occupano per la maggior parte posizioni di spicco nel mondo accademico, organizzativo e divulgativo. Non ci sono scettici tra loro, non ci sono eretici, eppure hanno contribuito alla formazione di una serie di raccomandazioni dalle quali si comprende che la strada della politicizzazione del dibattito, del rifiuto delle opinioni difformi, della retlicenza alle critiche, degli scienziati che fanno policy e dei politici che fanno scienza non porta molto lontano.

Per questo, ora che una voce così autorevole di quel mainstream scientifico si è levata per indicare un nuovo percorso, tutti quanti hanno negli anni contribuito con abnegazione e spirito di sacrificio ai progressi della scienza del clima, più che voltarsi dall’altra parte come fanno su Realclimate, o più che assicurare ottemperanza facendo buon viso a cattivo gioco e confidando che passi presto il temporale, dovrebbero chiedere che chi ha consentito che si potesse arrivare a questo punto si assuma la propria responsabilità e restituisca non solo il proprio mandato, compiendo il primo passo verso la restituzione della necessaria credibilità all’intero processo di raccolta e sintesi dello stato dell’arte della scienza del clima che il panel delle Nazioni Unite e’ chiamato a svolgere.

Magari questo vorrà dire che il clima e le sue evoluzioni cesseranno per un po’ di essere al centro dell’attenzione, le risorse saranno un po’ meno abbondanti (tanto come abbiamo visto su Nature non mancano), ma ce ne faremo una ragione, e magari si potrà pensare di impegnarsi un po’ di più sui problemi attuali -che sono tanti- piuttosto che su quelli futuribili o presunti tali.

Siamo ormai tutti abituati alla fisiologica diffusione virale delle notizie, chi non se ne fosse accorto e puntualmente fa la predica per il tam-tam mediatico, sarebbe ora che si svegliasse e guardasse il calendario: 2010. Tuttavia, devo ammetterlo, questa volta sono rimasto piuttosto stupito anche io quando, andando a leggere il Telegraph, ho trovato nel giro di poche ore un fuoco di fila, davvero serrato, sul caso IAC (Inter Academy Council), IPCC e Pachauri. Bontà loro che se lo possono permettere.

Guardate un po’ qui:

28 agosto:

UN climate change panel to be warned over reports

30 agosto

Climate change predictions must be based on evidence, report on IPCC says

Rajendra Pachauri: profile of IPCC chairman

IPCC report: the errors that raised questions about UN panel

IPCC told to stop lobbying and restrict role to explaining climate science

Flawed science

31 agosto:

IPCC ‘must avoid playing politics’

IPCC report raises fresh questions over Dr Rajendra Pachauri’s leadership

Enhanced by Zemanta

Prima di tutto un link finalmente funzionante all’originale del report della IAC (quello pubblicato ieri è un sommario di pre-release), reso disponibile sul sito di Antony Watts. L’interesse attorno a questa faccenda è decisamente elevato, tanto da aver impedito a molti di leggere per intero quanto è stato scritto dai membri della IAC. Ora si può.

In qualche modo questa faccenda era nell’aria, anche se, comprensibilmente, nei giorni scorsi c’era stato un po’ di scetticismo circa i possibili contenuti di questo report. Ross McKitrick, ad esempio, aveva adombrato un possibile conflitto di interessi dei vertici dell’IPCC nei confronti della IAC. Ora si può dire che così decisamente non è stato. Sempre McKitrick, però, aveva anche sollevato degli spunti di riflessione interessanti circa l’indirizzo che dovrebbero prendere le attività del panel, ritenuto ormai decisamente obsoleto nella sua rigida struttura burocratica, creata per un mondo, quello dell’era pre-internet, che ormai non esiste più. Una delle fasi più importanti della produzione dei report, infatti, è quella del processo di revisione. Beh, nelle ultime pubblicazioni dell’IPCC, questo processo è stato a dir poco un po’ strano, essendo più che altro impostato nella forma di apertura ai commenti con possibilità dei lead authors delle varie sezioni di decidere quali accettare e quali no e di aggiungere (come è stato documentato) degli assessment dopo la chiusura del processo di revisione. Commenti che tra l’altro sono stati ben pochi in relazione alla complessità e ampiezza del report e sono giunti da pochissimi dei paesi membri, che avrebbero così in pratica sottoscritto a scatola chiusa l’intero contenuto del report, ivi compresi gli sconfinamenti di natura non scientifica giudicati impropri del rapporto IAC. Ora, dice McKitrick con una esagerata provocazione, il clima si fa sui blog, con ciò intendendo che quando sarà aperta la possibilità di commentare i contenuti del nuovo report in itinere, l’attenzione che sulla rete è andata via via crescendo negli ultimi anni seppellirà letteralmente il processo di revisione. Per cui, senza un adeguamento delle procedure ed una molto più sincera attitudine alla trasparenza, la credibilità del report sarebbe compromessa al primo inevitabile errore, sia esso sostanziale o semplicemente veniale. Parole profetiche quelle di McKitrick, visto che molti di questi concetti, seppur espressi in un linguaggio molto più politically correct, sono proprio quelli contenuti nelle raccomandazioni della IAC di cui stiamo discutendo.

Molto più rigida la posizione di Roy Spencer, autore di un libro che già dal titolo “The great global warming blunder” (blunder=abbaglio), fa capire di non essere disponibile ad alcuna condiscendenza nei confronti del bias politico che la IAC rimprovera all’IPCC di aver indotto nel settore della ricerca sul clima. Secondo lui il lavoro dell’IPCC non deve essere riformato, deve essere abbandonato, essendo stato progettato non già per favorire la cooperazione scientifica nel settore, ma per fornire supporto ad un assioma politico predeterminato. Un’opinione senza mezzi termini, verrebbe da dire.

Ma è giusto dare un’occhiata anche all’altra sponda, e così scopriamo che su Real Climate, il blog che più di ogni altro ha sostenuto le posizioni del panel, essendo incidentalmente curato da molti degli autori del 4° Rapporto IPCC, si adotta un atteggiamento del tipo “non è successo niente, non c’è nulla da guardare qui”, accogliendo con favore l’esortazione al cambiamento e tacendo opportunamente sulla possibilità che la leadership del panel possa passare la mano. Curioso, perché una buona parte degli atteggiamenti e delle procedure che andrebbero modificate secondo la IAC, sono proprio quelli adottati dal gruppo che gestisce quel blog, uso ad esempio negare la pubblicazione di commenti non graditi ai post via via pubblicati per sostenere le proprie tesi.

Nelle ultime ore la notizia di questo nuovo “temporale” nel dibattito sul clima sta circolando anche sulla stampa italiana. Ci sono già stati dei commenti ad esempio sul Sole24Ore e su Il Foglio. Commenti giustamente prudenti perché la situazione è in continua evoluzione. Infatti, proprio mentre scrivo questo post, arriva una notizia proveniente da un virgolettato attribuito a Rajendra Pachauri sul Pioneer on line, con il quale il presidente del panel assicura di essere al momento intenzionato a restare al suo posto almeno sino alla pubblicazione del prossimo report IPCC, previsto per il 2014. Considerato che probabilmente la pubblicazione subirà un ritardo proprio per assolvere ad una delle raccomandazioni della IAC, che vorrebbe che il lavoro del Working Group I del panel (Scientifical basis) fosse pubblicato prima di quelli dei Working Groups II e III, pare che a meno di clamorose prese di posizione da parte degli stati membri cui Pachauri ha rimesso il proprio mandato, la leadership del panel non cambierà almeno per un lustro. Questo finisce però per andare in contrasto con un’altra raccomandazione della IAC, quella che vorrebbe un ricambio alla guida del panel alla pubblicazione di ogni rapporto.

Quale sarà l’evoluzione di questa ennesima (e molto più autorevole delle precedenti) polemica? veramente difficile a dirsi. A chi credere, a Roy Spencer che boccia senza mezzi termini l’intero processo, a McKitrick che ne suggerisce una decisa modernizzazione, a Real Climate che fa quasi finta di nulla, al leader del panel che in pratica rimettendo il suo mandato e dichiarandosi deciso a continuare chiede una conferma del suo operato, rigettando così le raccomandazioni della IAC che pubblicamente dichiara di sostenere ed accogliere? Beh, quali saranno le dinamiche tutte squisitamente politiche di questa discussione, che sicuramente ci porterà dritti alla conferenza di Cancun e lì terrà banco, c’è da augurarsi che la revisione delle procedure porti ad un processo di approfondimento e divulgazione della scienza del clima libero da ogni tipo di condizionamento, conflitto di interesse o lobbysmo di vario genere, perché la materia, questo sì lo abbiamo capito in tutti questi anni di accesi dibattiti, è troppo importante per essere “inquinata” da ciò che con il clima del pianeta non ha nulla a che fare.

Questo il lancio d’agenzia.

19:00 – Clima: ONU, capo Ipcc rimette il mandato agli stati membri

30.08.2010
NEW YORK, 30 AGO – Il capo del Gruppo Intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici, l’indiano Rajendra Pachauri, ha rimesso oggi il mandato agli stati membri dopo esser stato criticato per avere commesso errori preannunciando tre anni fa la scomparsa prematura dei ghiacciai dell’Himalaya. Rispondendo a una domanda sulle sue possibili dimissioni Pachauri ha detto che ’’la questione deve essere discussa da tutti i governi del mondo’’ nel corso della riunione in ottobre dell’Ipcc a Pusan in Corea del Sud. Un rapporto del gruppo di esperti (premio Nobel per la pace) trasmesso oggi all’Onu, pur riaffermando la realta’ del riscaldamento del pianeta, sostiene che l’organismo deve riformarsi radicalmente al suo interno per evitare di commettere nuovi errori.(ANSA)

NB: il titolo dell’agenzia è stato cambiato alle 20:43.

Come si legge nell’ANSA, le ragioni per cui Pachauri ha rimesso il suo mandato non sono state chiarite, almeno non ancora. Tuttavia, proprio oggi è stato pubblicato il nuovo rapporto IAC, atteso appunto per il 30 di agosto, che avrebbe suggerito una profonda riforma delle procedure adottate dal panel presieduto da Pachauri.

L’uso di letteratura non peer-reviewed, l’assenza di standard per la determinazione delle incertezze, l’attitudine di alcuni autori a non seguire le procedure indicate, l’assegnazione di elevati livelli di attendibilità non supportati da sufficiente evidenza, la reticenza e la lentezza nel fronteggiare le critiche piovute nei mesi scorsi e, direttamente per Pachauri e gli altri leaders del panel, l’essere andati oltre il mandato stesso del panel di essere “policy relevant, not policy prescriptive“, suonano come una sonora bocciatura. Lo sarà sul serio? Lo vedremo, di sicuro gli eventi degli ultimi dodici mesi hanno fortemente minato la credibilità dell’organismo ONU cui è delegato il compito di informare gli stati membri sullo stato dell’arte della scienza del clima. Curiosamente, e in modo un po’ paradossale, la richiesta alla IAC di suggerire la strada che avrebbe dovuto intraprendere il panel era giunta anche da Pachauri stesso nel marzo scorso, subito dopo l’esplosione della polemica sugli errori commessi nella stima dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya.

Una cosa è certa, una organizzazione di quel livello cui viene suggerita una radicale riforma, al fine di aumentare e migliorare la trasparenza e la qualità di quanto prodotto con i propri report, non sembra sia stata amministrata molto bene.

Nei prossimi giorni, o forse nelle prossime ore ne sapremo di più, al momento ci sarebbe da fare una riflessione: che fanno, riconsegnano il nobel?

NB: la pagina del rapporto IAC è al momento inaccessibile, qui di seguito trovate la copia cache.

InterAcademy Council Report Recommends Fundamental Reform of IPCC Management Structure

UNITED NATIONS — The process used by the Intergovernmental Panel on Climate Change to produce its periodic assessment reports has been successful overall, but IPCC needs to fundamentally reform its management structure and strengthen its procedures to handle ever larger and increasingly complex climate assessments as well as the more intense public scrutiny coming from a world grappling with how best to respond to climate change, says a new report from the InterAcademy Council (IAC), an Amsterdam-based organization of the world’s science academies.
“Operating under the public microscope the way IPCC does requires strong leadership, the continued and enthusiastic participation of distinguished scientists, an ability to adapt, and a commitment to openness if the value of these assessments to society is to be maintained,” said Harold T. Shapiro, president emeritus and professor of economics and public affairs at Princeton University in the United States and chair of the committee that wrote the report. Roseanne Diab, executive officer of the Academy of Science of South Africa and professor emeritus of environmental sciences and honorary senior research associate at the University of KwaZulu-Natal in Durban, served as vice chair of the committee, which included experts from several countries and a variety of disciplines.
The IPCC was established in 1988 by the World Meteorological Organization and the United Nations Environment Programme to inform policy decisions through periodic assessments of what is known about the physical scientific aspects of climate change, its global and regional impacts, and options for adaptation and mitigation. Representatives of 194 participating governments make up the Panel, which sets the scope of the assessments, elects the Bureau that oversees them, and approves the Summaries for Policymakers that accompany the massive assessment reports themselves, which are prepared by thousands of scientists who volunteer for three Working Groups.
These assessment reports have gained IPCC much respect including a share of the 2007 Nobel Peace Prize. However, amid an increasingly intense public debate about the science of climate change and costs of curbing it, IPCC has come under closer scrutiny, and controversies have erupted over its perceived impartiality toward climate policy and the accuracy of its reports. This prompted U.N. Secretary-General Ban Ki-moon and IPCC chair Rajendra K. Pachauri to issue a letter on March 10 this year requesting that the IAC review IPCC and recommend ways to strengthen the processes and procedures by which future assessments are prepared.
The IAC report makes several recommendations to fortify IPCC’s management structure, including establishing an executive committee to act on the Panel’s behalf and ensure that an ongoing decision-making capability is maintained. To enhance its credibility and independence, the executive committee should include individuals from outside the IPCC or even outside the climate science community. IPCC also should appoint an executive director — with the status of a senior scientist equal to that of the Working Group co-chairs — to lead the Secretariat, handle day-to-day operations, and speak on behalf of the organization. The current position of the IPCC secretary does not carry a level of autonomy or responsibility equivalent to that of executive directors at other organizations, the IAC committee found.
The part-time nature and fixed term of the IPCC chair’s position has many advantages, the committee said, but the current limit of two six-year terms is too long. The IPCC chair and the proposed executive director, as well as the Working Group co-chairs, should be limited to the term of one assessment in order to maintain a variety of perspectives and fresh approach to each assessment. Formal qualifications for the chair and all other Bureau members need to be developed, as should a rigorous conflict-of-interest policy to be applied to senior IPCC leadership and all authors, review editors, and staff responsible for report content, the committee added.
Given that the IAC report was prompted in part by the revelation of errors in the last assessment, the committee examined IPCC’s review process as well. It concluded that the process is thorough, but stronger enforcement of existing IPCC review procedures could minimize the number of errors. To that end, IPCC should encourage review editors to fully exercise their authority to ensure that all review comments are adequately considered. Review editors should also ensure that genuine controversies are reflected in the report and be satisfied that due consideration was given to properly documented alternative views. Lead authors should explicitly document that the full range of thoughtful scientific views has been considered.
The use of so-called gray literature from unpublished or non-peer-reviewed sources has been controversial, although often such sources of information and data are relevant and appropriate for inclusion in the assessment reports. Problems occur because authors do not follow IPCC’s guidelines for evaluating such sources and because the guidelines themselves are too vague, the committee said. It recommended that these guidelines be made more specific — including adding guidelines on what types of literature are unacceptable — and strictly enforced to ensure that unpublished and non-peer-reviewed literature is appropriately flagged.
The committee also called for more consistency in how the Working Groups characterize uncertainty. In the last assessment, each Working Group used a different variation of IPCC’s uncertainty guidelines, and the committee found that the guidance is not always followed. The Working Group II report, for example, contains some statements that were assigned high confidence but for which there is little evidence. In future assessments, all Working Groups should qualify their understanding of a topic by describing the amount of evidence available and the degree of agreement among experts; this is known as the level of understanding scale. And all Working Groups should use a probability scale to quantify the likelihood of a particular event occurring, but only when there is sufficient evidence to do so.
IPCC’s slow and inadequate response to revelations of errors in the last assessment, as well as complaints that its leaders have gone beyond IPCC’s mandate to be “policy relevant, not policy prescriptive” in their public comments, have made communications a critical issue. The IAC report recommends that IPCC complete and implement a communications strategy now in development. The strategy should emphasize transparency and include a plan for rapid but thoughtful response to crises. The relevance of the assessments to stakeholders also needs to be considered, which may require more derivative products that are carefully crafted to ensure consistency with the underlying assessments. Guidelines are also needed on who can speak on behalf of IPCC and how to do so while remaining within the bounds of IPCC reports and mandates.
The IAC committee credited IPCC with having proved its adaptability, and urged it to be even more creative in maintaining flexibility in the character and structure of assessments, including possibly releasing the Working Group I report, which examines the physical scientific aspects of climate change, a few years ahead so the other Working Groups can take advantage of the results.
The committee emphasized that in the end the quality of the assessment process and results depends on the quality of the leadership at all levels: “It is only by engaging the energy and expertise of a large cadre of distinguished scholars as well as the thoughtful participation of government representatives that high standards are maintained and that truly authoritative assessments continue to be produced.” It also stressed that because intense scrutiny from policymakers and the public is likely to continue, IPCC needs to be as transparent as possible in detailing its processes, particularly its criteria for selecting participants and the type of scientific and technical information to be assessed.
The committee’s report was informed by public meetings where presentations were made by IPCC and U.N. officials as well as experts with different perspectives of IPCC processes and procedures. The committee also gathered input from experts and groups via interviews and a widely circulated questionnaire that was posted on the web so the public could comment.
The IAC report is expected to be considered at the 32nd Plenary Session of the IPCC in Busan, South Korea, Oct. 11-14. The report was sponsored by the United Nations Environment Programme. A committee roster follows. The report is available online at http://reviewipcc.interacademycouncil.net/.
Founded in 2000, the IAC was created to mobilize top scientists and engineers around the world to provide evidence-based advice to international bodies such as the United Nations and World Bank — including preparing expert, peer-reviewed studies upon request. It is co-chaired by Robbert Dijkgraaf, president of the Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences, and Lu Yongxiang, president of the Chinese Academy of Sciences. The IAC Secretariat is hosted by the Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences in Amsterdam.
IAC media contactsWilliam KearneyU.S. National Academy of Sciences, Washington, D.C.+1 202 334 2138/ +1 202 450 9166 (mobile)wkearney@nas.edu
Irene van HoutenRoyal Netherlands Academy of Arts and Sciences, Amsterdam+31 20 551 0733 / +31 6 1137 5909 (mobile)irene.van.houten@bureau.knaw.nl
Alice Henchley or Bill HartnettThe Royal Society, London+44 207 451 2514 / 207 451 2516/ +44 7931 423323 (mobile)alice.henchley@royalsociety.org / bill.hartnett@royalsociety.org