Clima che cambia, ma è vera scienza?

Il dubbio non è mio, per carità, non mi permetto. Di chi è ve lo dirò fra un po’. Prima vi dovete sorbire le mie elucubrazioni.

Siamo ancora qui a parlare di dibattito sul clima che cambia o, se preferite, visto che in realtà fermo non c’è mai stato, parliamo piuttosto del riscaldamento globale. Se dovesse saltar fuori che è colpa nostra questo cambiamento potrebbe non piacerci.

Qualcuno (non pochi a onor del vero) è già convinto che sia così. Qualcun altro (molti meno, al punto che qui su CM ce n’è un numero statisticamente significativo) nutre invece un bel po’ di dubbi che il genere umano possa essere all’origine di siffatti sconquassi. Ne consegue una contrapposizione da cappa e spada in cui spesso si parla proprio di opposte fazioni. Un “noi/voi” che nel migliore dei casi fa male, nel peggiore fa peggio, come il famoso attrezzo dei muratori. Così facendo, si evita spesso di entrare nel merito delle questioni appunto oggetto di dibattito.

Una di queste generalizzazioni è ad esempio quella di accusare chi è su posizioni scettiche di negare il global warming, cioè ignorare o ritenere falso che le temperature medie globali siano più o meno recentemente aumentate. L’accusa è risibile, perché benché tra le fila degli scettici ci siano a detta dei credenti parecchi somari, per leggere un termometro e guardare un grafico non servono attitudini particolari. Quelle servono invece, se si vuol cercare di capire cosa questo possa significare. E qui casca l’asino, o meglio il somaro, perché su questa significanza, ahimè, regna ancora una discreta incertezza.

Perché si dissolva la nebbia che sfuma non poco i contorni del nostro futuro climatico, occorre stabilire se questo aumento delle temperature abbia una qualche rilevanza statistica. In pratica se le serie di dati disponibili mostrano un trend significativo con un buon livello di robustezza scientifica.

L’analisi può seguire due percorsi che spesso si sono intersecati, a volte con buoni frutti, a volte no. Si può fare un paragone con il passato, ma già qui sorgono fior di problemi. Infatti non abbiamo a disposizione dei dati perfettamente paragonabili tra loro. Una cosa è misurare oggettivamente la temperatura come accade più o meno da un secolo e mezzo, altra cosa è desumere quella temperatura dal comportamento di altri fattori in qualche modo sensibili alle sue oscillazioni (dati proxy). Il problema della divergenza tra proxy dendrologici e dati osservati la dice lunga al riguardo. Sussistono quindi ancora forti dubbi e conseguente accesa discussione circa il fatto che il passato più o meno recente – diciamo mille anni o poco più- abbia conosciuto temperature superiori o simili alle attuali, consistentemente più basse o tutte queste cose insieme. Se così fosse infatti, se queste oscillazioni fossero paragonabili anche in termini di scala temporale, non è chiaro perché l’attualità dovrebbe destare preoccupazione.

Ma, parliamo di dati, magari molto abbondanti in termini quantitativi ma decisamente disordinati dal punto di vista qualitativo. E’ giusto quindi, oltre che necessario, applicare a questi dati delle tecniche di “riordino” che aiutino a comprenderne la rilevanza statistica. Questo è il secondo percorso. La domanda è sempre la stessa. Il trend che le temperature medie globali hanno assunto è rappresentativo della deriva del sistema verso una situazione diversa dalla sua naturale e casuale evoluzione oppure no?

Nel recente passato, il capo della Climatic Research Unit inglese, Phil Jones, ha dichiarato che le oscillazioni della temperatura media globale negli ultimi 15 anni non sono statisticamente significative. Ne consegue, altrimenti non saremo qui a parlarne, che quanto accaduto immediatamente prima si pensa invece che lo sia. Così è in effetti, almeno così leggiamo dall’ultimo report dell’IPCC (4AR 2007). Un trend, pare, altamente significativo. Di qui, l’allarme clima e tutto quel che ne consegue.

Ma come si è giunti a questa affermazione?

E’ il momento di svelare di chi siano i dubbi di cui ho parlato nelle prime righe di questo post. Si tratta di Douglas J. Keenan, dalle pagine del WSJ Europe. Il suo pezzo, in realtà un breve saggio, si intitola così: Quanto è Scientifica la Scienza del Clima?* Keenan afferma e lo fa con dovizia di particolari seguendo un ragionamento chiaro e lineare, che la convinzione espressa dall’IPCC come da altre autorevoli realtà della ricerca scientifica, poggi su basi tutt’altro che solide. La ricostruzione delle temperature medie superficiali si baserebbe su un assunto statistico noto come AR1 (first-order autoregression) “che presuppone, tra le altre cose, che solo il valore attuale all’interno di una serie temporale abbia un effetto diretto sul valore successivo. Per le tempeature medie globali, ciò significa che la temperatura di quest’anno ha effetti su quella dell’anno prossimo, ma le tempeature degli anni scorsi no. A livello intuitivo, questo appare irrealistico”. Stante che ci sono dei test standard per capire almeno in parte se un dato assunto statistico è utilizzabile per una data serie temporale e che questi siano dei fondamentali ineludibili per questo genere di analisi, se questi test non sono applicati o se esistono altri assunti statistici che meglio si adattano a quella serie, tutte le conclusioni fondate su quello specifico assunto devono ritenersi infondate.

Sembra che Keenan non abbia trovato traccia di alcun test del genere nel materiale dell’IPCC. Applicando un assunto diverso, che Keenan stesso non sa se sia giusto o sbagliato ma che si adatta bene alle serie di temperatura, il trend assume un altro aspetto. Non è detto che sia quello giusto ma, in assenza di test, lo stesso vale per quello adottato per giungere alle conclusioni dell’IPCC. Per facilitare la comprensione del suo pensiero, Keenan termina spiegando quale sia stato il percorso che ha consentito grazie alle analisi statistiche di validare la teoria di Milankovitch, ovvero di eliminare una buona parte dell’incertezza che sussisteva semplicemente (si fa per dire) analizzando le serie temporali della luce solare estiva (derivante dalle variazioni orbitali) e dell’estensione dei ghiacci sul Pianeta. Quel che doveva essere tenuto in considerazione, erano le differenze tra diverse estensioni, solo così le due serie mostrano quel che in effetti c’è: una forte dipendenza dell’alternanza delle ere glaciali dalle variazioni orbitali.

Bene, Keenan scrive che ancora nessuno ha mai preso in considerazione le differenze di temperatura, ma solo le temperature stesse. L’ipotesi alternativa che lui dice di aver testato, tiene conto di queste differenze e si adatta meglio ai dati di cui si dispone. La prova di questa sua affermazione la produce in parte qui. In sostanza il punto è che la significatività dell’aumento delle temperature dipende dalle assunzioni che si fanno a priori. Se errate o inadatte alle serie, si corre il rischio di giungere a conclusioni altrettanto errate. In assenza di test specifici, non è ben chiaro perché si dovrebbe ritenere che queste siano invece corrette. E’ come se dei molti modelli statistici disponibili, fosse stato scelto di usare quello che meglio si adattava al risultato immaginato, una procedura ad esempio impiegata nell’Hockey Stick di Mann che ha già dato prova di non essere scientificamente accettabile.

Prima che si alzi il coro delle obiezioni, non bisogna mai dimenticare le odiose contrapposizioni di cui all’incipit di questo post, per cui c’è da precisare che quella di Keenan è un’analisi statistica delle serie di temperatura priva di valutazioni di natura climatica. Quindi non è un’invasione di campo. Semmai l’invasione di campo c’è stata quando si è scelto di usare tecniche statistiche inadatte. Questo conferma, una volta di più, quanto sia necessario che la scienza del clima esca dal suo bunker, cessi di presentare conclusioni catastrofiche non adeguatamente supportate e accetti definitivamente un inevitabile approccio interdisciplinare. Se il problema è così grande come dicono, sarà meglio fare le cose per bene.

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*Il link all’articolo va verso una ricerca di Google perché altrimenti il documento è leggibile solo ai sottoscrittori. Google ha un accordo con il WSJ, sicché così diventa open access.

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. Volevo segnalarvi questo inconsueto, un po’ schizofrenico articolo sul Corriere online di oggi. Si parla della calda primavera italiana (beati voi, io sto a Dublino!). Che stia davvero cambiando qualcosa?

    da:
    http://www.corriere.it/cronache/11_aprile_08/caldo-aprile-come-luglio_210210b2-61f9-11e0-870c-93568f8e57cb.shtml

    “SCIENZIATI DIVISI – Più volte, nel passato, la Terra ha vissuto ere glaciali, con la calotta polare che arrivava, al nord, sotto la latitudine delle Alpi. Il motivo di queste variazioni non è noto, né si sa con certezza che il riscaldamento tendenziale riscontrato negli ultimi 200 anni, da quando è cominciata la civiltà industriale, sia davvero frutto dell’attività antropica, ovvero dei gas immessi dall’uomo nell’atmosfera. Al riguardo, gli scienziati sono divisi, ma la maggior parte ritiene che in realtà siamo di fronte a una variazione climatica naturale, alla quale l’uomo contribuisce in misura infinitesima. «Il caldo di questi giorni è sicuramente un fenomeno anomalo, legato all’effetto serra», dice Giampiero Maracchi, ordinario di Climatologia all’università di Firenze, che esclude qualsiasi legame tra le temperature estive che si stanno registrando in questi giorni in Italia e gli effetti del sisma che ha devastato il Giappone.”

    Meno male.

    Post a Reply
    • L’avevo notato anch’io… ma è uno di quegli articoli dalla forma traballante. La premessa “Al riguardo…” è di segno opposto alla citazione di Maracchi (che è uno che tira fuori l’AGW ogni cinque minuti) e in mezzo non c’è né una congiunzione avversativa né un a capo… Ti viene il dubbio del refuso.

      PS Ma avete letto la chicca subito dopo?

      «Non c’è alcun nesso con il terremoto del Giappone e il conseguente spostamento dell’asse terrestre. Gli effetti di questa variazione **potrebbero semmai presentarsi il prossimo anno**: con l’anticipo o il ritardo della primavera».

      Reply
      E’ un genio. La stima di variazione della velocità di rotazione è di 1,8 millisecondi. Saranno un ritardo o un anticipo degno delle Ferrovie dello Stato. E siccome la primavera come sempre sarà o in anticipo o in ritardo, potrà dire di averlo anche previsto. Ripeto: geniale.
      gg

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