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Uragani e variabilità temporale del clima: 4500 anni di dati

La stagione degli uragani in Atlantico durerà ancora per un mese e mezzo. Con l’atterraggio dell’uragano Irene sulla east coast americana, tra l’altro molto controverso, l’argomento continua a fare notizia.

Non credo sia un caso quindi che vengano pubblicati sui vari portali, siti o blog che si occupano di clima e di meteo, molti articoli che cercano di entrare nel merito della questione.

Qualche giorno fa ne ho scovato uno davvero interessante sul blog di Roger Pielke sr:

A decadally-resolved paleohurricane record archived in the late Holocene sediments of a Florida sinkhole. Marine Geology. v. 287. p. 14-30. doi:10.1016/j.margeo.2011.07.001

Una serie proxy multimillenaria con risoluzione decadale della frequenza di occorrenza e intensità degli eventi di allagamento del settore nord-orientale del Golfo del Messico, una zona altamente sensibile al rischio di uragani.

Benché come scrivono gli autori e come ribadisce Roger Pielke sr non sia possibile ricavare informazioni estendibili all’intero bacino atlantico analizzando dati così localizzati, i risultati cui sono giunti sono particolarmente interessanti.

L’elemento forse più significativo è l’elevata variabilità nella frequenza di occorrenza di questi eventi, in particolar modo per quelli di maggiore intensità e quindi più forte impatto, con oscillazioni di diversa ampiezza nell’arco dei 4500 anni che sono riusciti a risolvere dalle sedimentazioni esaminate.

Nelle conclusioni dell’articolo, che è comunque leggibile per intero, leggiamo che nella serie è possibile distinguere periodi anche molto lunghi con significative variazioni nella frequenza degli eventi. Il periodo di massima attività sembra essere stato da 2800 a 2300 anni fa, cui è poi seguita una fase decisamente povera di eventi tra 1900 e 1600 anni fa. Un successivo aumento della frequenza ha poi dato inizio, a partire da circa 600 anni fa, ad una fase di declino della frequenza di questi eventi, con valori minimi registrati, nel rispetto della media del periodo di riferimento, negli ultimi 150 anni. Cioè, ma questo lo aggiungo io non gli autori, proprio da quando sarebbe cominciato l’effetto antropico sul clima e sarebbe dunque aumentato il rischio di eventi intensi.

Questa ricostruzione, scrivono sempre gli autori, è in buon accordo con altre ricostruzioni per l’intero bacino atlantico, come quella di Mann et al. del 2009. Le differenze che tuttavia si riscontrano, potrebbero essere addebitate alla natura molto localizzata dei proxy esaminati o agli aspetti tipicamente stocastici della frequenza di occorrenza di questi eventi.

E’ pur vero che delle variazioni così sostanziali in termini temporali della frequenza degli uragani, specie quelli di più forte intensità, non possono essere del tutto casuali e potrebbe invece essere causata da importanti variazioni nei pattern atmosferici che regolano più che il numero e l’intensità le traiettorie di questi soggetti atmosferici. Ma delle variazioni di lungo periodo dei pattern atmosferici – e di quanto gli aspetti di circolazione atmosferica siano legati alle stormtrack degli uragani vi abbiamo dato conto qualche giorno fa– possono essere attribuite soltanto a una accentuata variabilità climatica, nel contesto di un sistema che ancora una volta scopriamo essere molto lontano da quell’immagine statica e imperturbabile che lo avrebbe accompagnato fino all’insorgere della forzante antropica esterna. Una forzante, oltretutto, che a dispetto di quanto sin qui affermato e supportato esclusivamente dalle proiezioni modellistiche, non sembra proprio aver avuto quegli effetti dirompenti così spesso chiamati in causa su questo genere di eventi estremi.

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Published inAttualitàNews

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