Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Quello che sto per scrivere non sarà molto educato. A ben vedere, con il mestiere che faccio, sarà anche prevedibile. Come prevedibile era che i soliti noti si sarebbero precipitati a riempire la scena con le loro filippiche la loro prosopopea e le loro palesi bugie.

 

Già, perché non si può pensare che fior di scienziati, esimi ricercatori, abilissimi divulgatori e abituali frequentatori delle riviste scientifiche, nonché, in molti casi, anche titolari di interi capitoli dei report IPCC, non sappiano quale sia lo stato dell’arte della conoscenza in materia di tornado e, più in generale, in materia di eventi atmosferici estremi. Sicché, mentono sapendo di mentire. Sapendo di trovare solido appoggio sulle pagine dei giornali, per l’ignoranza e la fame di scoop di chi li gestisce.

 

La testata protagonista di questo post, come vedremo, è una sola, è vero, ma visto che in uno dei due esempi che farò si riprende pari pari quanto scritto da altri, l’esempio può considerarsi rappresentativo di un mondo della comunicazione e divulgazione scientifica che è diventato come il mercato del pesce alle due del pomeriggio: il meglio se ne è andato e quel che resta puzza da un chilometro.

 

Continue reading “Il tornado di Monroe ha spazzato via tutto, anche il senso del pudore!” »

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La massima intensità che eventi di questo genere possono raggiungere, almeno con riferimento ai dati disponibili. Il National Weather Service americano ha diramato un comunicato tecnico in cui l’intensità dei venti associati al tornado è stata stimata provvisoriamente in 200-210 miglia orarie, poco sotto 340kmh.

 

La scala di riferimento per valutare l’intensità di questi eventi è applicabile solo a posteriori, ossia dopo la valutazione dei danni. Un sensore che dovesse trovarsi sul percorso infatti non potrebbe davvero riportare alcun dato, anzi, presumibilmente non sarebbe proprio possibile ritrovarlo. Così, come ci racconta wikipedia, si ricorre alla scala Fujita, che prende il nome dello studioso che l’ha definita, analizzando per anni i danni provocati dai numerosi tornado che si svilupparono subito dopo l’esplosioni atomica di Hiroshima.

 

Continue reading “Moore, Oklahoma, il tornado era un F5” »

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E’ una fissazione, un desiderio irresistibile quello di una certa parte della scienza del clima di trasporre nella realtà il mondo virtuale dei cambiamenti climatici prossimi-venturi. Come raggiungere lo scopo in presenza (aggravante) di una temperatura media del Pianeta che ha smesso di collaborare cioè di aumentare? Una sola la via, quella del caos, dell’incomprensibile, dell’imprevedibile, del mai visto prima. In poche parole quella del disfacimento climatico, neologismo coniato appunto per la bisogna quando il termine riscaldamento ha iniziato a perdere colpi.

 

Gli eventi estremi, quelli che fanno i danni veri e soprattutto li fanno subito, non promettono di farne tra qualche decennio, se opportunamente connessi con il mondo che si è scaldato e il clima che è cambiato o si è disfatto, sono la perfetta trasposizione delle simulazioni nel mondo reale. Peccato però che anche questi per la maggior parte non collaborino. Tornado, alluvioni, tempeste, uragani, niente da fare, secondo quanto riportato dal report IPCC del 2011 ad essi espressamente dedicato, non danno segno di aver assunto dei trend distinguibili dal loro normale divenire, anche perché quest’ultimo, obbiettivamente, è poco noto.

  • IRU

Un sabato non proprio di bel tempo, anzi, con qualche chances che la pioggia possa essere oltre che diffusa anche piuttosto forte. Per cui, per restare in argomento, vi invito a consultare questa presentazione in pdf di Roger Pielke jr.

 

Ci sono molte delle immagini e degli spunti che abbiamo riportato anche sulle nostre pagine, dal momento che Pielke si occupa da parecchio tempo di ricerca nel campo dei danni causati dagli eventi atmosferici intensi. Quegli eventi che dovrebbero divenire sempre più pericolosi a causa del riscaldamento globale e che, nonostante la consistente porzione dello stesso che abbiamo sin qui sperimentato, NON sono divenuti né più forti né più frequenti.

 

Per contro, i danni da essi causati sono aumentati, ma le vittime sono diminuite. Cioè ci sono più beni da distruggere, ma è aumentata la capacità di difesa. Entrambe le cose sono legate al progresso e alla crescita economica.

 

Visto che ogni volta che il maltempo fa danni vengono mostrate immagini accompagnate dalle solite litanie del pericolo clima che cambia, sarà bene ricordarsi dei dati presenti in questa presentazione, dai quali emerge chiaramente che NON è possibile estrarre alcun segnale di un qualsivoglia trend nella frequenza e/o intensità degli eventi più distruttivi.

 

Buon sabato.

  • siccità

Si è proprio rivoltato il mondo. Ma come, qui da noi hanno già rispolverato la fonte battesimale assegnando un bel nome epico al primo anticiclone della stagione tra gli equinozi e, negli USA, invece di cavalcare la tigre del caldo sempre più caldo ammazza che caldo, la NOAA tira fuori un report in cui si attribuisce l’eccezionale fase di caldo e siccità con cui hanno avuto a che fare l’anno scorso al tempo e non al clima disfatto?

 

Però, mica male come notizia per una soleggiata domenica d’aprile. Vediamo un po’. Si tratta di un corposo studio pubblicato sia in forma integrale che in forma di poster, nel quale, fatti due conti, si arriva a dire che il contributo del global warming antropico, se mai c’è stato, è stato minimale.

 

 

E per di più pare che un tale evento, che dovrebbe avere tempi di ritorno dell’ordine del secolo, proprio per questa sua rarità non fosse prevedibile. Bene, la categoria dei meteorologi è salva. Ma è salva pure quella dei climatologi? Beh, ad essere sinceri non saprei. Diciamo che il climatologo catastrofista generico medio in quei giorni ripeteva che si trattava di prove generali dell’arrosto climatico, spettacolo già in cartellone sulle previsioni centenarie. Però, i modelli climatici a breve scala temporale, quelli per intenderci che dovrebbero dare una mano con le previsioni stagionali, si sono accorti della siccità quando è tornata la pioggia. Se tanto mi da’ tanto, per fine secolo, ma che dico, per la prossima estate conviene lanciare la monetina! I dadi no, per carità, che se se ne accorge Hansen ci dice subito che li abbiamo truccati.

 

La siccità tra maggio e agosto 2012 per le Great Plains centrali è stata generata principalmente da variazioni naturali del tempo atmosferico.

  • L’aria umida del Golfo del Messico non si è spinta a nord nella tarda primavera perché l’attività ciclonica e frontale hanno deviato verso nord.
  • I temporali estivi sono stati poco frequenti e quando hanno avuto luogo hanno prodotto poche precipitazioni
  • Né la situazione degli oceani, né il cambiamento climatico indotto dall’uomo, fattori che possono fornire predicibilità di lungo periodo, sembrano aver avuto ruoli significativi nel causare il forte deficit precipitativo sulla principale regione di produzione del granturco delle Great Plains centrali.

 

Che dire? Se, come pare accertato, la siccità ha avuto un ruolo importante per i prezzi delle commodities agricole, il fatto che si sia trattato di tempo e non di clima dovrebbe far riflettere più di qualche menagramo climatico.

 

A proposito, visto che le siccità rientrano tra quei pochi eventi estremi per cui l’IPCC, nel suo report speciale sull’argomento, ha individuato un certo livello di confidenza circa il fatto che siano aumentati causa AGW, varrà la pena ricordare che lo stesso report dice che il segnale di trend positivo di cui sopra, se portato dalla scala spaziale globale a quella regionale, diventa parecchio disomogeneo. Pare infatti che ondate di calore e siccità siano aumentate da qualche parte, diminuite da qualche altra e rimaste com’erano da qualche altra ancora. Beh, monetina o dadi truccati che siano, è bene sapere che gli USA sono tra quelle regioni in cui gli eventi sono diminuiti e noi tra quelle in cui sono aumentati.

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I lettori mi scuseranno per il titolo un po’ criptico, quasi ai limiti del non senso in termini lessicali. Ma quelli che ci seguono con più continuità avranno già capito che torniamo a parlare della relazione tra gli eventi intensi o estremi e i danni da essi causati, cercando di capire se i ripetuti proclami di deriva del sistema atmosferico verso manifestazioni più violente per un non meglio specificato disfacimento climatico abbiano o no un minimo di fondamento.

 

Naturalmente, i soggetti più interessati agli eventi intensi, oltre naturalmente a quanti vi si trovano fisicamente coinvolti, sono quei soggetti economici che operano nel settore della protezione dal rischio. Una parte consistente  della letteratura esistente in materia infatti è redatta direttamente da questi soggetti o da essi commissionata a esperti del settore. Nel primo caso è forse più corretto parlare di letteratura pubblicistica, nel secondo invece si tratta di pubblicazioni scientifiche vere e proprie.

 

Continue reading “Danni da maltempo, ancora niente clima.” »

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L’immagine qui sopra viene dal blog di Roger Pielke jr. Rappresenta l’andamento dei danni causati dagli eventi atmosferici estremi in relazione al PIL (Gross Domestic Product). I dati relativi al 2012 non sono ancora consolidati e che si tratta di una analisi a scala globale, vengono da una analisi condotta, referata e pubblicata per conto della Munich Re, la multinazionale delle assicurazioni, e dalle Nazioni Unite. Nel paper in questione gli autori concludono:

 

Sin qui non ci sono prove che il cambiamento climatico abbia fatto aumentare i dati normalizzati relativi ai danni causati dagli eventi estremi.

 

Ne tengano conto i soliti parolai al prossimo temporale forte, ma, procediamo.

 

Continue reading “La faccia come il…PIL” »

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Che cosè una situazione di blocco in termini atmosferici? Semplice e al tempo stesso complicatissimo, specie in termini di previsioni. Si tratta sostanzialmente di un rallentamento dei flussi atmosferici, che la circolazione generale dell’atmosfera vuole che scorrano mediamente con direttrice ovest-est nell’emisfero boreale. Con la parola “mediamente”, si sottende il fatto che questi flussi, anche se a volte assumono un andamento conforme ai paralleli acquisendo anche elevata velocità, sono in verità piuttosto ondulati. In sostanza l’aria non corre mai o quasi mai in modo rettilineo da New York a Lisbona, ma piuttosto si sposta seguendo delle ondulazioni che a volte sono più marcate, altre volte lo sono molto meno. Generalmente, l’accentuazione di queste onde dipende dalla posizione e dal vigore delle figure bariche permanenti o semi-permanenti, anch’esse frutto delle dinamiche della circolazione generale.

 

Continue reading “La (ri)scoperta delle situazioni di blocco” »

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In questo post del dicembre scorso avevamo ripreso e iniziato a trasportare nel contesto del nostro Paese le riflessioni di Roger Pielke jr sul tema della copertura assicurativa dagli eventi atmosferici estremi, un tema molto sentito negli Stati Uniti e del quale si comincia appena a parlare qui da noi.

 

Con riferimento ai danni provocati dall’uragano Sandy sulla costa est degli USA, avevamo letto di come fossero in corso gli studi per definire legalmente la classificazione dell’evento proprio ai fini dei rimborsi che le compagnie assicurative avrebbero dovuto concedere. Come molti ricorderanno, già a caldo era apparso chiaro che Sandy al momento del suo impatto sulla costa era stata declassificata al rango di Tempesta Tropicale, facendola rientrare nella categoria degli eventi per i quali non è prevista alcuna franchigia, diversamente applicabile invece con varie modalità per gli eventi classificati come uragani.

Continue reading “Sandy, una Tempesta Tropicale post mortem” »

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Non è una scommessa sulla prossima possibile-anzi-no-ma-forse-sì passata di neve a Roma quella cui faccio riferimento. Anzi, non è proprio una scommessa. Si tratta piuttosto di uno strumento di analisi messo a punto dalla NOAA in materia di danni provocati dagli eventi atmosferici estremi.

 

E’ qualcosa di molto mediatico, sia nei contenuti che nell’editing grafico. E, naturalmente, i media ci si sono tuffati traendo le solite molto affrettate conclusioni: il clima che cambia non solo ci arrostirà, ma probabilmente prima che questo accada ci ridurrà sul lastrico distruggendo a colpi di vento, inondazioni, siccità et similia tutto quello che abbiamo di più prezioso. Confido nel fatto che non fosse questo lo scopo perseguito da chi ha implementato questo progetto, diciamo che è stata cercata la diffusione di un messaggio il più comprensibile possibile, magari perché si prendano ancora di più le giuste precauzioni per difendersi da una Natura che, di fatto, proprio clemente non è mai stata. Che questa cambi oppure no.

Continue reading “Un tempo da un miliardo di dollari” »

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