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Per un pugno di pop corn

Nelle ultime settimane, complici una primavera relativamente secca e un’estate molto arida, sono arrivate pessime notizie dal settore agricolo. Il caldo, ma soprattutto la scarsità delle piogge, sembra abbiano avuto un impatto decisamente negativo sulle coltivazioni, nel nostro Paese, come ci ha ricordato la Coldiretti (AGI), ma anche altrove, soprattutto negli Stati Uniti, dove il caldo non è stato da meno e la siccità è stata paragonata al terribile evento degli anni ’30, noto come Dust Bowl.

In alcuni casi, anche da fonti autorevoli, questi eventi recenti sono stati collegati più o meno direttamente alla deriva catastrofica del clima, ovvero al fatto che le modifiche che gli effetti delle attività umane avrebbero portato alle dinamiche del sistema ne avrebbero fatto aumentare la probabilità di occorrenza. Tutto ciò in un contesto che vedrebbe la frequenza di questi eventi già aumentata.

Tralasciando il fatto che con specifico riferimento alla frequenza di occorrenza degli eventi siccitosi la bibliografia scientifica ha messo in luce segnali piuttosto controversi, avendone osservato un aumento in alcune zone del Pianeta, una diminuzione in altre e situazioni pressoché invariate in altre ancora, che sia ascrivibile alla naturale variabilità del clima o a presunte modifiche indotte da forcing esogeni, la siccità, indubbiamente, può mettere seriamente in pericolo la produzione di risorse alimentari primarie.

Sarebbe quindi giusto immaginare che ci si debba preparare a fronteggiare queste situazioni, sia da un anno all’altro, perché il clima cambia comunque specialmente nel breve periodo, sia per tempi più lunghi, per ovvie ragioni di policy. Sappiamo che, con specifico riferimento alle risorse alimentari primarie, potrebbe sembrare che questo stia accadendo, perché la quantità di cibo prodotta sul Pianeta aumenta costantemente da decenni e lo fa più velocemente della crescita demografica. Come dire, sembrerebbe proprio che si stia mettendo del fieno in cascina.

Leggendo questo post sul blog di Roger Pielke jr, mi è però venuto il sospetto che questa sia solo un’impressione. Vediamo perché.

L’immagine sotto rappresenta la produzione di granturco negli Stati Uniti (maggiore produttore e esportatore mondiale) insieme alla percentuale di questa produzione che invece di andare nelle pance della gente, finisce nei serbatoi delle auto, cioè viene impiegata per la produzione di biocarburante. Tutte e due le curve presentano una tendenza all’aumento molto significativa.

Insomma, sempre più granturco, sempre più biofuel, nonostante manchino i dati più recenti che pur con una diminuzione di circa il 10% rispetto al 2011, vedranno comunque una produttività elevata rispetto al passato relativamente recente. Già questo, come sottolinea Pielke jr stesso, la dice lunga circa le ragioni per cui il prezzo di questa risorsa alimentare primaria si mantiene molto alto pur in un contesto di un rapporto stabile o anche negativo tra la domanda e l’offerta per scopi alimentari. Ma questa è un’altra storia. Andando a curiosare sul sito da cui proviene l’immagine, si legge (e si vede!) che la quantità di produzione destinata a scopi alimentari non cambia da parecchi anni. Tutto il guadagno quindi va in fumo – letteralmente – per far muovere le auto.

Per proseguire ci tocca lasciare stare un’altra cosa, e cioè il fatto che sia ormai acclarato che a meno di disporre di specie ad elevata produttività e scarsa necessità di risorse idriche, e non è questo il caso, l’uso di vegetali in luogo dei combustibili fossili per la produzione di carburante rischia seriamente di generare più emissioni di quante ne impedisca. Ma anche questa è un’altra storia, perché più passa il tempo e più si capisce che la maggior parte di quelle che vorrebbero essere policy di mitigazione del forcing antropico sono spesso solo dei forcing economici che portano a livello ambientale più danno che guadagno.

Il fatto è che in fumo, oltre ai vegetali, ci vanno anche quantità enormi di risorse idriche – abbiamo iniziato parlando di siccità, ricordate? – ci vanno milioni e milioni di ettari di terreno coltivabile che subisce modifiche e rischia, questo sì, di indurre davvero delle modifiche importanti all’equilibrio climatico delle aree in questione. E questo è tanto vero quanto lo è il fatto che sia ormai partita la ‘corsa all’oro’ delle terre coltivabili: provare a scrivere land grabbing su google per credere.

Ora, chi si dice convinto che con le attività umane abbiamo rotto il giocattolo del clima, associa spesso a questo ‘concetto’ anche il tema della disponibilità di risorse, anche se, per rendere giustizia a costoro si dovrebbe piuttosto parlare di indisponibilità delle stesse. Bene, l’uso di biocarburanti è (sulla carta, ma in fondo è quella che conta, non il clima vero e proprio) uno dei pilastri delle policy di riduzione delle emissioni, tra incentivi e norme molto stringenti, senza biofuel non ci saranno obbiettivi raggiungibili. Per raggiungere i quali però stiamo ‘spremendo’ il Pianeta ancora di più senza per giunta rendere disponibile da questa spremitura un singolo pop corn per chi ne ha bisogno. Una partita di giro.

Ah, e state pur certi che se i prezzi delle risorse alimentari aumenteranno a breve ancora molto, sarà ovviamente colpa del global warming!

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Published inAttualità

3 Comments

  1. claudio

    @ Guidi

    e mettiamoci pure l’etanolo prodotto in Brasile che non è poco i biocarburanti prodotti in UE e il biogas prodotto in UE.In totale 70 mila tonnelate anno!!!!!!!!
    http://agriregionieuropa.univpm.it/dettart.php?id_articolo=764

    Scrivi: “Per proseguire ci tocca lasciare stare un’altra cosa, e cioè il fatto che sia ormai acclarato che a meno di disporre di specie ad elevata produttività e scarsa necessità di risorse idriche, e non è questo il caso, l’uso di vegetali in luogo dei combustibili fossili per la produzione di carburante rischia seriamente di generare più emissioni di quante ne impedisca.”

    No non penso, certamente si emettono emissioni nella lunga filiera dei biocarburanti, ma a parità di energia prodotta o km/lt percorsi queste sono molto inferiori rispetto alle fonti fossili, ecco perchè godono di incentivi più o meno importanti, a riguardo ricordo che la detassazione o una minore tassazione è un incentivo In Brasile ad es il dazio fa alzare il prezzo interno così che il prezzo della canna da zucchero non lo fa la domanda di zucchero, ma di etanolo

    sulle risorse idriche: l’agricoltura intensiva a mais non cambia il ciclo dell’acqua se non dove non c’è ripristino cioè dove non piove, cambia invece i flussi stagionali diminuendoli ovviamente nella stagione secca e questo può determinare problemi. Convengo invece con te nel sottolineare che chi attacca la zootecnia e l’agricoltura sul consumo di acqua in nome della salvezza del pianeta, resti muto (ma non tutti) di fronte alla follia delle bioenergie

  2. duepassi

    Qualcuno se n’è accorto, alla FAO, come riferisce la BBC:
    “Writing in the Financial Times, the director general of the United Nations’ Food and Agriculture Organization (FAO), Jose Graziano da Silva, said suspension of the quota would allow more of the crop to be diverted for food production.”
    da:
    http://www.bbc.co.uk/news/business-19206199
    sempre ONU è, e forse sarebbe meglio che parlasse con l’ala che vuole imporre politiche “climatiche” (diciamo) basate su un’ipotesi sempre più sbiadita e fragile, che sta crollando sotto i colpi del tempo (nelle due accezioni cronologica e atmosferica) e della realtà.
    Secondo me.

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