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Tranquilli, è per il loro bene

L’argomento di oggi è controverso, o almeno è presentato in questa forma, sebbene le opinioni al riguardo non dovrebbero essere discordanti. Si parla di ‘land grabbing’, letteralmente furto della terra, ossia l’acquisizione di grandi quantità di terre coltivabili e non solo che grandi investitori anche istituzionali stanno perseguendo con successo da qualche anno ai danni dei paesi in via di sviluppo. Già, perché non è la terra a mancare, quanto piuttosto la capacità sia tecnica che tecnologica di renderla produttiva.

Ed ecco che un lavoro pubblicato su Environmental Research Letters appena qualche giorno fa e firmato anche da ricercatori italiani, ci spiega che la produttività di quelle terre, grazie all’impiego delle tecniche moderne di cui chi investe è portatore, può aumentare anche del 200%, colmando quindi il gap tecnologico esistente.

Food appropriation through large scale land acquisitions

Ma c’è un piccolo problema. Nella maggior parte dei casi quanto prodotto viene esportato, quindi sicuramente nutre qualcuno, ma non le popolazioni che di quella terra sarebbero state proprietarie. E se si tiene conto dello sfruttamento delle risorse locali, per esempio idriche, l’affare finisce per essere decisamente sconveniente per le suddette popolazioni. Saranno pure logiche di mercato, ma non mi sembra una gran bella cosa, anche perché l’annullamento del gap tecnologico con investimenti esterni e spesso privati non sarà mai a beneficio delle popolazioni locali, a meno di future leggittime rivolte verso questa nuova (?) forma di colonialismo. Lo studio, comunque, rappresenta una stima del potenziale produttivo di quelle terre, non certo un endorsement del land grabbing.

Semmai, ma questa è una opinione personale, questi dati dimostrano quanto possa essere assurdo predicare il ritorno a tecniche di produzione antiche – leggi bio è bello – dove è invece chiaro che una popolazione mondiale così numerosa possa essere sfamata solo con il ricorso alla tecnologia.

Al link qui sopra e su Science Daily per approfondire.

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Published inAttualità

6 Comments

  1. @flavio
    Si, in un mondo ideale le terre verrebbero vendute ad un prezzo che soddisfa entrambe le parti. Nel terzo mondo reale, invece, quello che spesso capita e’ che queste grandi compagnie agrarie usano bugie, corruzione e minacce per comprare le terre ad un prezzo irrisorio ed avviare le loro coltivazioni preferite senza molta considerazione per l’ambiente circostante.

    E non lo dico da no-global anticapitalista; purtroppo e’ l’amara realta’.

    Cosi’ come e’ vero che nei PDV l’agricoltura e’ spesso primitiva: le risaie indonesiane sono ancora per la maggiore parte coltivate a mano e bovi; anche solo un motocoltivatore e’ una rarita’; di trattori non se ne parla neanche. Per la trebbiatura del riso si usano ancora trebbiatrici itineranti come nellI’talia del primo dopoguerra – l’unica evoluzione e’ che il motore che le aziona non e’ piu’ un testa calda. E questo e’ gia’ un metodo moderno per la trebbiatura, altrimenti via di correggiati.

    Risultato finale, l’Indonesia importa quantita’ rilevanti di riso (ma esporta ortaggi, frutta, spezie).

    • flavio

      “queste grandi compagnie agrarie usano bugie, corruzione e minacce per comprare le terre ad un prezzo irrisorio”

      intanto proprio l’arrivo di “queste grandi compagnie” indica che non è possibile vendere ai parenti o confinanti o comunque altri più vicini, perchè?
      perchè questi non hanno i mezzi per mentire, corrompere e minacciare ?
      può essere, o può essere invece (o anche) che non abbiano i mezzi per comprare, neppure a prezzi irrisori e neppure con l’entusiasmo del venditore, perchè l’avversione religiosa per la finanza (che sia islamica o comunista non importa) impedisce loro di anticipare una parte del prezzo facendosi prestare il resto, o anche potendo magari non vogliono comprare altra terra perchè alla prossima rivoluzione marxista potrebbero vedersela espropriata, e magari pure finire appesi ad un albero in quanto troppo ricchi

      ed ecco che a tutti questi problemi si può risolvere in un attimo e con una decisione semplicissima: smettere di considerare la proprietà un furto

      “Cosi’ come e’ vero che nei PDV l’agricoltura e’ spesso primitiva”

      come sopra: se posso ipotecare il mio terreno mi sarà molto più facile comprare il trattore e tutto il resto
      ma, anche dove l’avversione di cui sopra è minore, l’abitudine di ripartire un fazzoletto di terra su cui la famiglia campa a stento in dodici francobolli uguali fra i figli, che a loro volta ritaglieranno centoquarantaquattro briciole fra i nipoti è un altro grave ostacolo

      insomma è proprio l’anticapitalismo no-global (ugualitario, misoneista, autarchico etc) a condannarli

      pensa se invece potessero mettere il loro fazzoletto di terra all’asta su internet, e la megamultinazionale occidentale e la gigazienda di stato cinese se la dovessero vedere con milioni di altri minuscoli imprenditori, dal medio allevatore italiano strozzato dal sistema delle quote latte al viticoltore francese, che vendono la loro terra al vicino (o in un’altra asta globale su internet) e vanno a ricostruire un’azienda simile alla precedente laggiù, o magari anche un loro dipendente che faccia la stessa cosa investendoci la liquidazione
      oppure uno dei 12 figli di cui sopra che decide che quello più intelligente fra i nipoti proseguirà con gli studi, mentre quello coi riflessi più pronti andrà a portare in giro le derrate con il camion, quello con la manualità migliore farà il meccanico etc, e continuerà a coltivare la terra solo quello cui piace stare all’aria aperta, a contatto della natura, e magari è pure geneticamente resistente alla malaria o alle altre malattie locali

      …però queste sono cose un po’ troppo difficili da misurare con termometri, anemometri e pluviometri, quindi mi fermerei 😉

    • Certo, quello che proponi sarebbe un cambiamento in positivo. Ma e’ un cambiamento culturale, non meramente tecnologico o legislativo.

      Per cui, quasi impossibile da vedere in tempi brevi.

  2. Luigi Mariani

    Ho letto l’articolo segnalato (grazie, Guido) e l’impressione è che si tratti di un tema più che mai complicato, per cui pur anticipando che il mio giudizio sul fenomeno del land grabbing è negativo per ragioni ideologiche (adoro Tex Willer e non sopporto i “politicanti di Washington”), giova probabilmente aggiungere alcuni elementi che dall’articolo non è dato di evincere.
    Da considerare anzitutto che le statistiche agrarie sono di qualità scadente in Italia e non oso dunque immaginare cosa siano nei PVS. Pertanto temo che i dati che gli autori portano non siano di quelli da metterci la mano sul fuoco. Dando comunque per buoni tali dati si può osservare che i 22 milioni di ettari che secondo l’articolo sarebbero stati fin qui soggetti a land grabbing per fini agricoli sono circa l’1.5% della superficie globale oggetto di agricoltura intensiva e cioè degli arativi (che oggi a livello mondiale che sono oggi 1.5 miliardi di ettari). L’1.5% non è un’enormità ma non è nemmeno un’entità trascurabile.
    Osservo anche che le modalità di gestione della proprietà fondiaria nei diversi paesi oggetto del land grabbing sono i più diversi. Tuttavia da altri scritti e da alcuni contatti personali mi pare d’aver capito che a vendere non sono di solito i singoli agricoltori ma gli stati o i villaggi (per le terre comunitarie). In ogni caso penso che occorra leggere le cose con attenzione e caso per caso perché il rischio di generalizzazioni o di letture demagogiche è enorme, specie in assenza di statistiche attendibili.
    Da considerare anche che i PVS sono oggi oggetto di intensissimi fenomeni d’inurbamento della popolazione un tempo rurale e che oggi si accalca in enormi baraccopoli poste intorno alle città. Di questo bisogna tener conto quando si valuta l’effetto del land grabbing sulle popolazioni, nel senso che da un lato il land grabbing può stimolare la fuga dalle campagne e dall’altro può cadere in contesti in cui le campagne si sono già spopolate per conto loro.
    Stante poi l’arretratezza e la scarsissima capacità di produrre cibo propria dei PVS ove il land grabbing ha luogo, tale fenomeno potrebbe rivelarsi un bene se portasse a produrre commodities alimentari in grado di accrescere la sicurezza alimentare dei Paesi ospiti del fenomeno, contribuendo anche alla diffusione di nuove tecnologie (miglioramento genetico e delle tecniche di lavorazione del suolo, di fertilizzarne, diserbo, irrigazione, difesa antiparassitaria, ecc.). Tuttavia il mio timore è che le commodities vengano tutte esportate o siano destinate a produzioni per scopi energetici, oggi sovvenzionate per combattere il perfido GW e che sono spesso in concorrenza con la produzione di cibo.
    Per concludere dunque osservo che indirizzare capitali e tecnologie verso le agricolture dei PVS sarebbe una gran cosa ma occorrerebbe farlo in un quadro di regole in grado di tutelare i paesi e le comunità locali. In tal senso segnalo che le Nazioni Unite nel 2012 hanno adottato alcune regole d’indirizzo per contrastare il land grabbing (http://www.dw.de/un-approves-guidelines-against-land-grabbing/a-15945601).

    • flavio

      la leggo spesso su questo sito e mi pare di aver capito che è uno “che se ne intende” di agricoltura, io invece solo del necessario per coltivare una pianta di rosmarino e due di salvia sul balcone, però mi sembra di ricordare che in italia, o meglio in una metà scarsa dell’italia, ci sia già stato un evento che era l’esatto opposto del land grabbing, la riforma agraria del dopoguerra

      nel nome della Giustizia Sociale i “latifondi (pretesi) improduttivi” sono stati espropriati e (perche poi re-?)distribuiti ai braccianti

      ma ecco che, nel giro di un battito di ciglia, quei contadini, finalmente affrancati dalla secolare schiavitù dei proprietari terrieri…hanno abbandonato quella terra e buttato i loro quattro stracci nelle valigie di cartone per venire al nord, ad accalcarsi nelle coree e farsi rischiavizzare dagli industriali

      …forti di quell’esperienza riusciranno i PVS a trasformare in tempo tutti gli odierni contadini (ed anche i loro eredi, già che ci sono) in “cinquantunisti”…?

      “contribuendo anche alla diffusione di nuove tecnologie (miglioramento genetico e delle tecniche di lavorazione del suolo, di fertilizzarne, diserbo, irrigazione, difesa antiparassitaria, ecc.)”
      ..e tex willer sarebbe d’accordo con tutto questo?

  3. flavio

    “a meno di future leggittime rivolte”

    legittimate da cosa?
    che un pezzo di terra viene comprato dai cinesi?
    e perchè non anche se un terreno in italia viene comprato da americani? o da olandesi? o altri italiani ma di un’altra regione, provincia o del paese accanto?

    ritorniamo, anzi IMPONIAMO loro ex novo, il feudalesimo e la servitù della gleba?

    basta che quelli (privati cittadini) che vendono quella terra usino i soldi che incassano per mettere su un officina in cui riparare i trattori o cambiarci le gomme, o magari comprino camion con cui portare in giro quel cibo, o anche una banale impresa di web o app design, ed ecco che finalmente entrerebbero anche loro nella contemporaneità, ancor di più se gli enti pubblici useranno i loro incassi (di vendite e tasse) per costruire strade, ferrovie, centrali elettriche etc

    …certo che se i non-più-contadini che vendono invece spendono quei soldi per farci le ferie e i governi per assumere guardie forestali o istituire direttamente redditi di cittadinanza e il diritto generalizzato ad andare in pensione a trent’anni avremo ben presto un africa piena di centinaia di milioni di italioti, ma gli ultimi cui addossare le responsabilità mi sembrano quegli stranieri che vanno laggiù ad investire

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