L’alluvione della Val Trebbia e della Val Nure del 14 settembre 2015 – Alcune considerazioni

NB: Il post è stato aggiornato con l’aggiunta di un’immagine che trovate in fondo al testo.

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Nel 1957 sono nato a Rivergaro, uno dei paesi della val Trebbia colpiti dall’alluvione del 14 settembre 2015. Peraltro la mia famiglia ha vissuto in quel luogo dalla fine del ‘700 agli anni ’60 del 900 (ora siamo tutti felicemente a Milano), per cui mi sento di dire alcune cose sull’evento mettendo insieme ricordi di famiglia ed osservazioni dirette. Badate però che non sono un geologo e tantomeno un idrologo, per cui qualunque correzione rispetto alle mie affermazioni da parte di chi ne sa più di me e magari ha dati freschi sull’evento  di questi giorni è più che mai ben accetta.

In quella zona dell’Appennino piacentino in passato i paesi erano spesso in alto, sulle colline, forse perché i luoghi alti sono meglio difendibili, hanno aria più buona e, per l’appunto, sono più protetti dalle alluvioni.

Nel caso di Rivergaro lo spostamento verso il basso è probabilmente successivo alla costruzione della strada della Val Trebbia, la Napoleonica, di cui peraltro parla Stendhal nella Certosa di Parma definendola a ragione un luogo di ritrovo di banditi e malfattori di ogni tipo. La Napoleonica (oggi Statale 45) collegava Milano con Genova e dunque garantiva reddito legato al commercio ed alle attività connesse (penso alle osterie e alle rimesse per carri e cavalli).

Al banditismo peraltro contribuiva non poco il fatto che in Val Trebbia passava il confine fra il Ducato di Parma – Piacenza e il Piemonte (Bobbio era un capoluogo piemontese sede di sottoprefettura) e che le popolazioni della montagna appenninica, poverissime, erano tradizionalmente solidali con i malfattori, per cui anche iniziative diplomatiche specifiche (penso al trattato di Stradella del 1735 fra Piemonte e Ducato) non ebbero mai effetto e si dovette attendere il secolo scorso per veder scomparire questa forma di malaffare, che in passato non era affatto un’esclusiva del Sud Italia.

Con la discesa verso il basso e dunque sulle rive del fiume, le popolazioni si sono trovate per la prima volta a convivere con i capricci del fiume stesso, per cui ad esempio la piazza del paese di Rivergaro fu allagata a fine 800 (me ne parlavano i vecchi ma ora non ricordo più l’anno…), nel 1953 e, se non erro, nel 2008.

C’è poi da dire che una delle attività economiche del paese di Rivergaro era in passato quella di cavare ghiaia e sassi da calce dal greto del fiume (prima della seconda Guerra mondiale c’era anche una ferrovia a scartamento ridotto che collegava il paese a  Piacenza e che serviva anche per trasportare i sassi da calce al cementificio).  Con tali attività di cava si abbassava anche il letto del fiume evitando che salisse troppo. Altra attività tradizionale delle famiglie di Rivergaro era quella di far legna lungo il fiume per il riscaldamento domestico.  Oggi se vi recate sul fiume vi accorgerete che le boschine di pioppo, salice e ontano si sono espanse ad occupare parti significative dell’alveo e che nessuno più cava ghiaia. A ciò si aggiunga da un lato che i paesi hanno in molti casi rubato agli alvei aree che in precedenza erano di loro pertinenza e dall’altro che sul territorio appenninico della val Trebbia sono frequenti i movimenti franosi come si evince anche dal catasto delle frane dell’Emilia Romagna (un esempio qui).

A mio avviso tutti questi sono fattori da non trascurare per trovare una spiegazione al fenomeno alluvionale dell’altro ieri e potrebbero forse essere considerati anche per l’alluvione in val Nure, valle prossima alla val Trebbia ed in cui si sono ahimè registrati anche dei morti.

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Figura - Carta pluviometrica dell'evento alluvionale di Val Trebbia e val Nure (pioggia totale registrata nei giorni 13 e 14 settembre 2015 espressa in millimetri). Si noti il carattere estremamente locale che ha avuto il fenomeno, sviluppatosi nel luogo in cui si incontrano le regioni Piemonte, Emilia Romagna e Liguria. Le crocette indicano la localizzazione delle stazioni utilizzate per la spazializzazione e che afferiscono alle reti dei servizi meteorologici regionali di Arpa Emilia Romagna e Arpa Liguria.

Figura – Carta pluviometrica dell’evento alluvionale di Val Trebbia e val Nure (pioggia totale registrata nei giorni 13 e 14 settembre 2015 espressa in millimetri). Si noti il carattere estremamente locale che ha avuto il fenomeno, sviluppatosi nel luogo in cui si incontrano le regioni Piemonte, Emilia Romagna e Liguria. Le crocette indicano la localizzazione delle stazioni utilizzate per la spazializzazione e che afferiscono alle reti dei servizi meteorologici regionali di Arpa Emilia Romagna e Arpa Liguria.

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Author: Luigi Mariani

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6 Comments

  1. Io aggiungo solo le mie considerazioni di utente: ho visto le agghiaccianti immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza che hanno mostrato come quegli automobilisti che ci hanno rimesso la vita sono finiti in acqua, non rendendosi conto che la strada era stata portata via. Mi chiedo: ma qualcuno – la Protezione Civile? – aveva verificato lo stato delle strade? Mi rendo conto che di notte non si può girare con l’elicottero, però ad occhio direi che non sarebbe proprio fuori del mondo almeno dare un allerta specifico per le strade che scorrono attaccate all’alveo di un corso d’acqua in piena… i GIS sennò che ci stanno a fare?

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  2. Penso di far cosa utile riportando qui di seguito un breve commento all’evento meteorologico che ha determinato il fenomeno alluvionale oggetto di questo post. Il commento è basato sulle carte sinottiche della NOAA (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/), sulle immagini satellitari del sensore AVHHR nell’Infrarosso termico del sito della Dundee University (http://www.sat.dundee.ac.uk) e sui dati pluviometrici seguenti:
    – dati per le provincie di Piacenza e parma provenienti da Arpa Emilia Romagna: http://www.arpa.emr.it/sim/?osservazioni_e_dati/dati_stazioni_regionali
    – dati per la provincia di Genova provenienti da Arpa Liguria: http://www.arpal.gov.it/homepage/meteo/osservazioni.html

    A livello sinottico le topografie medie a 850 hPa dei giorni 13 e 14 mostrano l’Italia interessata da un flusso perturbato meridionale indotto da una grande saccatura atlantica con asse sulla penisola iberica.
    La saccatura è alimentata da masse d’aria artica e risulta associata ad un minimo depressionario centrato sulle Isole britanniche.
    L’immagine satellitare delle ore 21.30 UTC (23.30 locali) del 13/9 mostra un corpo nuvoloso ad elevata riflettività in avvicinamento all’area ed un altro che l’ha da poco abbandonata. L’immagine dell’1.15 UTC del 14/9 mostra l’area interessata da un corpo nuvoloso a elevata riflettività. Per inciso ricordo che una riflettività elevata è propria di nubi molto fredde a grande sviluppo verticale (di norma cumulonembi con associati temporali e rovesci).
    L’evento, che ha interessato le vallate della Nure, della Trebbia e dell’Aveto, ha raggiungo la massima intensità fra le ultime ore del 13 e le prime prime ore del 14/9. Più in particolare i dati orari delle stazioni liguri presentano i primi 3 massimi orari compresi fra le ore 22 del 13 e le 4 del mattino del 14/9.
    Qui sotto riporto la tabella dei totali giornalieri del 13 e del 14 per una serie di stazioni delle provincie di Genova, Piacenza e Parma. Si noti che i valori più elevati sono stati tutti registrati da stazioni in provincia di Genova, ove hanno sede le testate dei bacini di Trebbia e Aveto e nelle cui vicinanze si trova anche la testata della Nure.
    All’origine di tali massimi pluviometrici sono da ritenersi gli effetti di intensificazione orografica prodottisi in vicinanza dello spartiacque appenninico. Il massimo assoluto si è registrato ad Alpe Gorreto con 345 mm, per lo più caduti fra le 0 e le 3 del 14 settembre. A seguire Barbagelata con 324 mm e Loco Carchelli con 320 mm. La stazione più piovosa del piacentino è risultata Valsigiara di Ottone con 255 mm.
    I quantitativi totalizzati sono a mio avviso risultati critici da un lato per il fatto che sono caduti nell’arco di poche ore e dall’altro per il fatto che il reticolo idrografico appenninico è per sua natura non in grado di smaltire apporti pluviometrici elevati.
    Dell’evento produrrò una carta pluviometrica che pregherò Guido Guidi di inserire in calce al post.

    Tabella – pluviometria totale registrata per l’evento in questione da stazioni rappresentative dell’area (si riortano i valori del 13, del 14 e i totali. Le stazioni sono elencate in ordine decrescente di piovosità totale (la tabella può essere più facilmente letta portandola in excel con un taglia-incolla).

    stazione prov 13/9(mm) 14/9(mm) totale(mm) altitudine
    Alpe_Gorreto GE 209 136 345 915
    Barbagelata GE 240 84 324 1100
    Loco_Carchelli GE 175 145 320 600
    Brugneto_diga GE 200 108 308 777
    Rovegno GE 148 152 300 694
    Cabanne GE 240 52 292 809
    Torriglia GE 180 103 283 769
    Valsigiara_di_Ottone PC 137 118 255 500
    Sella_Giassina GE 168 57 225 895
    Santo_Stefano_d_Aveto GE 139 66 205 1322
    Alpe_Vobbia GE 128 62 190 1082
    laghi di Giacopiane GE 155 28 183 1030
    Varsi PR 70 68 138 412
    Bedonia PR 92 29 121 500
    Bettola PC 46 72 118 329
    Bobbio PC 61 54 115 272
    Borgotaro PR 68 16 84 411
    Castellazzo-Villanova_d’Arda PC 26 25 51 41
    Zibello PR 25 15 41 35
    San_Nicolò PC 22 10 32 65
    Piacenza PC 17 8 25 61

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    • Volevo segnalare al sig. Mariani che la carenza di stazioni meteo nel territorio montano piacentino impedisce di realizzare una mappa corretta delle precipitazioni. La stazione di Salsominore (PC) collocata nel bacino dell’Aveto e non menzionata, ha misurato 328 mm (fonte arpa emr). Inoltre in base ai danni riscontrati a Ferriere sembra che il bacino del torrente Grondana, affluente del Nure, sia quello maggiormente interessato dalle precipitazioni, probabilmente la zona con i quantitativi maggiori si colloca sul crinale Aveto – Nure nei pressi del monte Carevolo. Un fattore da non sottovalutare nell’analisi della piena dei fiumi è la direzione seguita dalle precipitazioni, è stata lenta ed ha seguito quella dei corsi d’acqua, questo ha fatto si che si formasse un’onda improvvisa, non una crescita graduale.
      Quanto alla ghiaia estratta dall’alveo del Trebbia parliamo 20 milioni di mc in 20 anni a me sembrano più che sufficienti, secondo me non è questo il problema, per il resto sono perfettamente d’accordo con Lei.

    • Gentile signor Rasparini, la ringrazio molto per le informazioni da lei fornite.
      Ad integrazione di quanto fin qui riportato segnalo che sul sito di ARPA – SIM (http://www.arpa.emr.it/dettaglio_notizia.asp?idLivello=32&id=6922) è presente un’analisi dell’evento con una carta pluviometrica complessiva e un’analisi dei tempi di ritorno che fanno propende per l’eccezionalità dell’evento stesso. In tale analisi si annuncia anche che la relazione dettagliata dell’evento sarà disponibile sul sito del Servizio IdroMeteoClima di Arpa Emilia-Romagna nei prossimi giorni.

    • Complimenti intanto alla discussione che, pacata e basata su dati reali, dista anni luce dalle chiacchiere da bar di facebook che girano in questo momento. Ho avuto la fortuna di vivere per 15 anni di fianco al fiume (a Rivalta e a Rivergaro) e di laurearmi in geologia con una tesi sul F. Trebbia e i suoi cambiamenti geomorfologici dal 1800 ad oggi nel tratto Perino-foce.
      Per quanto riguarda le CAUSE, si potrebbe parlare di PREDISPONENTI quali:
      1- la riduzione/assenza o l’occupazione delle fasce di pertinenza fluviali (fasciate come A e B nel PAI) nei paesi colpiti (vale per il Trebbia e per il Nure), i danni ci sono stati (R=PxVxE) laddove l’uomo ha occupato le fasce di pertinenza (è il caso di Ferriere, Farini, Bettola e Rivergaro). Ora il problema non è quello di occupare o meno ma di localizzare strutture a basso valore, come campi sportivi e parchi giochi invece che abitazioni.
      2- impermeabilizzazione/riduzione dei tempi di corrivazione delle piogge: sono purtroppo via per lavoro e non ho con me le basi dati della mia tesi ma ricordo a memoria che gli idrogrammi di confronto 1900-oggi mostrano una gaussiana dimezzata… ovvero passa la stessa acqua in metà tempo circa…ora essendo l’acqua incomprimibile (a pelo libero) le altezze di colmo aumentano. Se poi le sezioni di deflusso diminuiscono (per il Trebbia ho misurato come fotorilevamento diminuzioni del bankfull dal 40 all’80% tra il 1830 e 2000) le altezze aumentano ulteriormente.
      Nelle scatenanti inserisco TIPOLOGIA PIOGGE che non sono più paragonabili a quelle di almeno 20-30 anni fa ma è evidente la tropicalizzazione dei regimi con precipitazioni sempre più intense (come concentrazione, più acqua in meno tempo) e fuori stagione (ricordo che la piena che ha distrutto il traversante di Mirafiori è stata del 25/12/2009!!) oppure piene formative anche a luglio!). Da qui non ha più senso parlare di Tr 200-500 anni perchè oggi il clima non è paragonabili alla base statistica con cui sono calcolati i Tr.

      COSA FARE ORA? gli alvei dei ns. corsi d’acqua sono sottodimensionati rispetto alle portate degli ultimi decenni. Dobbiamo recuperare spazio al fiume, con le fasce (B in particolare) dei corsi fasciati PAI.
      Il mio decalogo:
      1- vietare la ricostruzione in fascia B delle strutture danneggiate/distrutte (li tornerà l’acqua!)
      2- diminuire le altezza tra alveo di magra, morbida e piena per diminuire le velocità (principale responsabile delle erosioni)
      3- allargare le sezioni di deflusso, attivare canali laterali di deflusso di piena
      4- regolare le installazioni in fascia B tenendo conto che è “normale” che ci sia l’esondazione
      5- prevedere volumi di laminazione (naturali dove possibili) a monte e valle delle strettoie artificiali (es. classico i ponti in paese).
      6- abbandonare la progettazione idraulica con i Tr perchè si basano sulle statistiche climatiche non più valide oggi! Oggi piove di più e in meno tempo. Deve diventare normale immaginare un alveo mobile e non fisso!
      7- ripristinare la manutenzione minuta del territorio montano e affidarla agli agricoltori e coop agrosilvopastorali/forestali
      8- controllare tutte le luci e le sezioni dei ponti in piedi, ormai insufficienti
      9- NON fare difese fisse (es. massicciate intasate di cls) e non ostacolare il deflusso (es. al posto del guado usare le corde molle), in pratica vietare le opere idrauliche di accelerazione del flusso e favorire quelle di rallentamento (es. gabbionata rinverdita)
      10- vietare il taglio a raso delle sezioni stradali (NO alla bruni) e della vegetazione spondale. Rimuovere la vegetazione di alto fusto alle pile dei ponti

    • Daniele,
      resto sempre piacevolmente sorpreso quando entrano nella discussione dei pareri formati da cultura scientifica sull’argomento, perché è evidente che di questa materia ne sai parecchio. Allora ti chiedo: su cosa si basa il tuo assunto che il regime delle piogge sia mutato? Attenzione, non sto dicendo che non sia così, solo vorrei sapere da dove trarre la robustezza scientifica di una tale affermazione.
      La situazione è la seguente. Con riferimento al regime delle piogge sul nostro territorio esistono solo un paio di lavori risalenti a qualche anno fa dai quali, con molte difficoltà dovute alla disomogeneità dei dati, si è evidenziata nel lungo periodo una tendenza alla diminuzione in assoluto della quantità di pioggia insieme ad una tendenza della stessa a cadere in tempi più brevi. Questo confermerebbe l’affermazione, se non fosse che le serie si fermavano ai primi anni 2000, prima cioè che, dopo un ventennio di anni un po’ più siccitosi, sull’Italia tornasse a piovere.
      Serie tra l’altro derivate da una rete osservativa costruita essenzialmente per scopi aeronautici, non climatici, né sinottici. Negli ultimi anni, con il dispiegamento sul territorio dei sistemi di rilevamento della protezione civile, migliaia e migliaia di pluviometri messi ovviamente dove serve – crinali, alvei dei fiumi, bacini etc, abbiamo finalmente scoperto che in Italia piove e anche tanto. Il che, torno alla tua materia, chiarisce perché il nostro paese sia fatto così, con tantissimi corsi d’acqua a scorrere giù per monti e colline, praticamente ovunque, fatte salve le grandi pianure alluvionali, che comunque sono lì per le stesse ragioni.
      Questi dati, che pure dipingono un Paese in cui gli eventi intensi sono molto frequenti, sono però molto, molto giovani, e non possono essere messi a confronto con un passato in cui la rete di rilevamento era tutt’altra cosa. Però, nonostante ciò e nonostante ci siano molte persone che queste cose le conoscono e conoscono la materia, ecco che spunta la “tropicalizzazione” degli eventi precipitativi come fatto acquisito. Sarà anche vero (io non credo affatto che lo sia), ma nessuno si pone il dubbio che questo possa avere a che fare con ciclicità climatiche che abbiamo già visto (lo insegna il territorio) e con la resilienza dello stesso che inevitabilmente muta la sua risposta, come hai sottolineato nel tuo commento, in ragione di mutate condizioni di base non necessariamente riferibili al tempo che fa.
      gg

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