Il Disagio da Anidride Carbonica

Vorrei anzitutto segnalare ai lettori l’opera treatrale Lungs (polmoni), di Duncan Mc Millan, in scena il 12 e 13 gennaio al Cinema Teatro di Chiasso, la cui presentazione è disponibile qui.

La trama è presto detta: in un’epoca di ansia globale, terrorismo, incertezza climatica e instabilità politica, una giovane coppia inizia la fatidica discussione sull’avere o meno un bambino. Che cosa verrà distrutto per primo in questa estenuante decisione? Il loro rapporto o l’ambiente? Le analisi si spostano sull’argomento ecologico, sulla salvezza del pianeta e sull’assicurare alle future generazioni dell’aria respirabile. Ed ecco alcune frasi che mi paiono sintomatiche:

“In realtà dicono che se uno avesse veramente a cuore il pianeta dovrebbe uccidersi”

“Potrei fare New York andata e ritorno ogni giorno per sette anni e non lasciare un’impronta di diossido di carbonio così grande come se avessi un figlio: 10mila tonnellate di CO2. È il peso della Tour Eiffel. Ecco, starei mettendo al mondo, la Tour Eiffel.”

Analogamente sul Corriere della sera del 28 dicembre 2015, nella sezione degli spettacoli, trovo un articolo dall’emblematico titolo “La scienza a teatro per salvare il mondo” e dedicato a Pale blue dot, ultimo spettacolo della compagnia Arditodesio di Andrea Brunello, laureato in fisica teorica e matematica. Brunello afferma fra l’altro che “Serve una rivoluzione per cambiare il mondo, per cambiare il nostro modo di vivere. Assistiamo a un disastro ambientale di dimensioni globali: la terra “ha la febbre”, si sta scaldando con un velocità che non ha paragoni nella sua storia. La causa siamo noi. Il 97% degli scienziati di tutto il mondo crede che vi sia un sostanziale contributo umano al fenomeno dei cambiamento climatici, il cosiddetto ‘effetto serra’. Ma sul tema anche l’enciclica laudato si sostiene la necessità di una conversione ecologica globale”.

A ciò si aggiunga, sul Corriere della Sera del 30 dicembre 2015, l’articolo dal titolo “La sfida di Andrea: voglio piantare un milione di alberi” dedicato ad Andrea, liceale di Sassari, “ambasciatore per la giustizia climatica” e membro del consiglio direttivo internazionale di “Plant for the planet”, organizzazione il cui programma per il 2050 viene così enunciato: “stop alle estrazioni di carbone, petrolio e gas; affrontare la crisi del surriscaldamento del clima; basta parlare. Iniziamo a piantare”.

Al contempo a Parigi, me lo segnala l’amico Sergio Pinna, è nato il “tribunale dei diritti della Natura” (con la N maiuscola) delle cui opere si trova qui un dettaglio assai significativo:

International Rights of Nature Tribunal – Paris

Obiettivo di tale tribunale è quello di mettere in mora le tecnologie atte a modificare la Natura, dalle varietà agrarie migliorate alle dighe, dagli impianti di produzione energetica agli impianti industriali, tutte cosette senza le quali saremmo ancor oggi a fare la guardia fuori da una caverna per proteggerci dalle bestie feroci.

Quale morale trarre da tutto ciò? La cosa più immediata che mi viene in mente a fronte di queste che eufemisticamente chiamerò “manifestazioni di disagio” è che mai come oggi “Il sonno della ragione stia generando mostri” e che i casi di cui sopra siano il prodotto di un lavaggio del cervello operato scientemente e pervicacemente per anni dal sistema educativo  e dai media nei confronti dei nostri concittadini. Un lavaggio del cervello che porta le vittime ad ignorare qualsiasi segnale positivo che venga dai nostri tempi (e ne abbiamo a iosa, dalla vita media alla mortalità neonatale, dal global greening all’incremento di produttività delle colture, solo per fare alcuni esempi) per centrare la propria attenzione solo e unicamente sulle negatività.

Aggiungo anche che questi mi paiono sintomi di “morte dell’umanesimo”: che importa infatti il diritto dei nostri simili alla vita, all’energia, al cibo di fronte al diritto della Natura? Io in tutta franchezza vi confesso che respiro sempre a pieni polmoni pensando che con la CO2 che emetto faccio del bene alle piante che mi circondano. Tuttavia inizio a rendermi conto che così facendo sarò prima o poi trascinato in giudizio per “crimine climatico” e che la pena sarà severissima. Pertanto, se non volete fare la mia prossima fine, respirate tutti con estrema moderazione, mi raccomando.

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Author: Luigi Mariani

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6 Comments

  1. Ringrazio anche io Luigi per le proposte di riflessioni sempre basate su rigorosa ricerca scentifica. Una risposta ai quesiti che propone e che sono stati anche commentati in alcuni interventi si può trova nell’interessante recente libro di Mario Giaccio: “Il Climatismo: una nuova ideologia”. Riporto un brano dalla copertina: ” Una delle conseguenze dell’applicazione del protocollo di Kyoto …. è stata la creazione di un mercato finanziario (quello legato ai certificati dei crediti di carbonio) che ha assunto tutte le forme tipiche di mercato ed ha fornito agli speculatori un aggiuntivo strumento di speculazione.
    Le analogie fra l’attuale sistema dell’IPCC e quello che fu il Club di Roma del 1971 sono impressionanti. Hanno in comune, tra l’altro, l’attribuzione all’uomo di una catastrofe incombente ma non inenuttabile, in quanto l’uomo è ancora in tempo per riprendere il controllo del suo destino modificando i suoi comportamenti. Hanno in comune l”idea che la Terra sia un organismo stazionario e soltanto l’uomo sia in grado di mutare questo stato idilliaco del pianeta.
    Forse il climatismo è uno strumento per effettuare prove generali per un governo globale, ovviamente monocratico e non sussidiario.

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  2. Caro Luigi, il tuo post merita diverse considerazioni.
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    Hai citato il cosiddetto tribunale dei diritti della natura (minuscole d’obbligo 🙂 ) e la sua sede: in quei luoghi ebbero sede altri tribunali rimasti tristemente famosi e che giudicavano e condannavano in base al sospetto ed in nome di un’altra dea. Mi auguro che in questo caso la storia NON si ripeta.
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    Il mondo della cultura è caraterizzato dal suo schierarsi senza se e senza ma su quelle che sono le barricate del pensiero “progressista” o “radical chic” che dir si voglia: raramente riesce a sfondare e resta chiuso in uno splendido isolamento sociale. La storia la fanno altri e, oggi, nel Medio Oriente ed in Africa, altri stanno facendo la storia a suon di bombe e a prezzo del sangue di centinaia di migliaia di innocenti. Da quelle parti di clima che cambia e cambia male non importa proprio a nessuno, figurarsi dei lai di questo o quell’intellettuale d’avanguardia.
    Il mondo occidentale mi sa che ha perso i contatti con la realtà del resto del mondo salvo a risvegliarsi dal suo torpore quando qualcuno irrompe armato fino ai denti in qualche redazione di giornale o in qualche teatro e uccide centinaia di persone inermi o quando qualcuno molesta centinaia di donne durante le feste di fine anno. Si tratta, però, di temporanei risvegli in quanto dopo un temporaneo sdegno contro chi ha osato “mettere in discussione il nostro modo di vita ed i principi di civiltà cui esso è ispirato (sic)” subito dopo si ricade nel torpore.
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    A Parigi nello scorso dicembre i Paesi in via di sviluppo hanno fatto chiaramente capire che essi si considerano a credito con i Paesi svilppati che devono essere considerati gli unici responsabili di quanto di male succede al clima del Pianeta. Essi devono, pertanto, accollarsi l’onere di risolvere il problema da loro causato. A queste istanze i Paesi sviluppati hanno risposto picche e si sono trincerati dietro una fitta cortina fumogena di promesse ed impegni più o meno vaghi e, quasi sicuramente, inconcludenti. A breve credo, però, che i Paesi in via di sviluppo torneranno alla carica per reclamare quanto essi credono gli sia dovuto e lo faranno anche in base a quanto le élite intellettuali dei Paesi sviluppati vanno sostenendo da anni e che tu efficacemente hai illustrato nel tuo articolo. Cosa risponderemo a quel punto? E per quanto tempo ancora riusciremo ad eludere le loro istanze?
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    L’intellighenzia occidentale ha ormai imboccato decisamente la strada del declino in quanto non è più portatrice di un pensiero forte, non crede più alla possibilità di poter vivere bene e meglio anche in futuro e, soprattutto, non crede che il mondo intero possa vivere meglio. Le intellighenzie dei Paesi in via di sviluppo credono, invece, che si possa vivere meglio perché non vivono bene e lottano per poterlo fare: emigrano, affrontano sacrifici immensi per poter raggiungere una condizione di maggiore benessere sociale ed economico, anche a costo della vita. Noi vorremmo, invece, che essi non si sviluppassero perché, se lo facessero, attenterebbero ai “diritti della natura”. Anzi vorremmo che essi si sviluppassero meglio di quanto abbiamo fatto noi, ma nessuno dice come, anzi qualcuno lo dice: voi non vi dovete sviluppare, siamo noi a dover decrescere e diventare come voi. Miopi fino alla cecità!
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    Il mondo classico cadde sotto le spinte migratorie di milioni di “barbari” che, approfittando di un mondo ormai privo di slancio e ripiegato su se stesso, lo trasformarono completamente a loro immagine e somiglianza. Ci vollero oltre mille anni per risorgere e credo che questo è quanto ci aspetta.
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    Tu parli di “sonno della ragione che genera mostri” ed io sono d’accordo con te, ma siamo ormai in pochi a crederci. Parlando con tanta gente, soprattutto giovani, non posso fare a meno di notare un diffuso senso di rassegnazione e mancanza di voglia di fare. Ogni anno mi dico che le cose cambieranno, che stanno maturando i tempi per una rinnovata cavalcata verso il progresso, ma poi mi accorgo che le mie erano solo illusioni. Nel frattempo la nostra generazione e quella precedente (quello che ne rimane, almeno) non stanno facendo nulla per aiutare le nuove generazioni: abbarbicate al loro egoistico “piccolo mondo antico” fatto di sicurezze e di garanzie ed ormai incapaci anche della più piccola rinuncia a favore di chi ci segue. Non si voleva il “conflitto generazionale”, ma ci siamo dentro fino al collo. I miei figli, i miei nipoti, i miei alunni, a volte, mi guardano con un’espressione che mi sembra di disappunto e in qualche caso di disprezzo e sembrano chiedersi (a volte me lo chiedono esplicitamente) perché a me così tanto ed a loro così poco.
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    Il mondo che abbiamo creato verrà spazzato via dalle forze esogene ed endogene che non siamo riusciti a capire e sarà sostituito da un mondo nuovo completamente diverso. Sarà migliore o peggiore? Non lo so, sicuramente sarà diverso, molto diverso. E non credo che il giudizio delle nuove generazioni sarà lusinghiero nei nostri riguardi.
    Ciao, Donato.

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    • Caro Donato,
      trovo la tua mail di una ricchezza di temi rilevante ed è a mio avviso apprezzabilissima in quanto frutto non solo dell’essere informato su quanto accade nel mondo ma anche del contatto con i giovani che hai come insegnante. Cercherò di portare alcune mie considerazioni sui temi da te suscitati, che condivido in grandissima parte.
      Progressismo e tribunali conseguenti: la storia della rivoluzione francese è una costante sfida alle nostre certezze, nel senso che una repubblica che si era data come motti “Libertè, fraternità, egalité” è sprofondata prima nel terrore e poi in un regime autoritario (Napoleone). Questo ci deve a mio avviso invitare ad una prudenza estrema nel creare tribunali e nel far marciare gli intellettuali e più in genere il popolo dietro a bandiere fatte di slogan, e qui sono pienamente d’accordo con te.
      Altrettanto vero è il pessimismo, torpore e l’incapacità ad agire propria dei paesi Sviluppati, torpore e pessimismo che stiamo purtroppo trasferendo alle giovani generazioni, proprio quelle che dovrebbero trarci d’impaccio progettando il futuro. Ma come si fa a progettare il futuro quando i libri scolastici ti dicono che il mondo sta per finire per la catastrofe climatica e che la colpa è dei paesi sviluppati e che lo sviluppo è un male pr il pianeta?
      Circa i crediti (o debiti) dei PVS nei confronti dei paesi Sviluppati, si tratta di una questione complessa perché coinvolge un storia lunga che ha dentro il colonialismo, la fine dello stesso ed il neo-colonialismo. A livello di clima sono gli stessi paesi evoluti che si sono infilati in una cul de sac da cui non possono più uscire, e l’hanno fato quando, in modo a mio avviso totalmente ideologico, hanno maturato l’idea che il cambiamento climatico porti solo ad effetti negativi e che la CO2 sia un veleno. A questo punto mi risulta del tutto capibile che i PVS sposino l’idea di chiedere i danni in quanto i governi dei paesi sviluppati hanno sposato la teoria AGW e pertanto negano la presenza di “esternalità positive” nel cambiamento climatico, le quali invece esistono e sono potentissime.
      Quest’ansia di espiare le proprie colpe, vere o presunte che siano, attanaglia in questi anni i paesi sviluppati e pare preludere alla fine della nostra civiltà ovvero alla “morte dell’occidente”. Da questo punto di vista capisco il parallelo con le invasioni barbariche. Chi ha prospettiva storica coglie tuttavia il fatto che nella nostra civiltà tali fasi presentano un andamento ciclico. Si pensi ad esempio alla paura per la fine de mondo che colse i nostri antenati alla fine del primo millennio o al positivismo che caratterizzò l’800 o la stessa fase del boom economico italiano del secondo dopoguerra. Pertanto penso che si possa tutt’oggi pensare di invertire l’atteggiamento culturale pessimistico con esempi forti e che siano di ammaestramento per tutti. Moltissimo da questo punto di vista fanno i leader e trovo oggi oltremodo deleteria la carenza di leader in grado di portare messaggi razionali senza mascherarsi dietro agli sloga di cui sopra. Quando osservo i leader che calcano la scena mondiale in questa fase storica non posso fare a meno di pensare a dei “re travicello”. Peraltro i leader sono il prodotto di un contesto culturale (che da un lato li crea e dall’altro genera masse in grado di esprimere consenso su di essi) e temo che purtroppo i “re travicelli” siano il frutto di un sistema educativo che non sa produrre di meglio.
      Vorrei allora concludere con un messaggio positivo che sta nel fatto che certe situazioni si possono e si devono governare scegliendo leader più adatti e impostando su basi razionali il sistema di governo e il sistema di valori che caratterizzano il nostro sistema. In tal senso è a mio avviso copernicana l’idea di leggere la realtà per quella che è senza far ricorso ad ogni piè sospinto a slogan riduzionistici: credo che ne abbiano tutti piene le tasche di leader che cinguettano come dei “pirla” su twitter, scimmiottando i titolisti dei giornali.

  3. Caro Ettore,
    penso che il club di Roma possa senza dubbio essere una traccia importante perchè ha dato la stura a tutto un filone neo-malthusiano (Sartori, Petrini, Latouche, ecc.).
    Un’ulteriore traccia sta in quanto ha recentemente scritto da Luciano Canfora (http://archiviostorico.corriere.it/2015/dicembre/09/Illusioni_intuizioni_Marx_co_0_20151209_06c65144-9e40-11e5-adad-919ade64e201.shtml) commentando un recente scritto di Petrucciani sull’eredità di Marx:
    “Non sono più attuali le prospettive operative che Marx propugnò ? Tutte alla fine contraddette dalla realtà ? Resta in piedi invece la sua geniale intuizione: che il capitalismo è quel titanico stregone il quale, unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto, ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Ma queste forze non sono le ribellioni delle classi oppresse, le quali sono ormai abbagliate soprattutto da follie palingenetiche a base religiosa, sono le ferite irreparabili inflitte al pianeta, avviato al disastro bioambientale perché lo «stregone» non intende arretrare rispetto alle sue scelte miopi e devastanti.”
    Come leggere una tale considerazione? A mio avviso con il fatto che il fallimento del socialismo reale (che fu anzitutto un fallimento di tipo ambientale, nel senso che il sistema industriale creato in quei paesi aveva un peso ambientale insostenibile) ci ha lasciato in eredità nugoli di “revisionisti di sinistra” che nutrono la speranza di far fallire i nostri sistemi con un bel disastro ambientale. Io francamente preferisco i marxisti vecchio stile ai quali riconosco la fiducia, che fu di Marx, nella tecnologia come strumento per risolvere i problemi, ambientali e non.

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  4. Caro Luigi, interessantissimo e inquietante.
    Il mio dubbio è se questa pestilenza che sta distruggendo la razionalità nella valutazione della realtà e nei comportamenti conseguenti, e quindi ci sta portando al crollo della Civiltà si è generata “spontaneamente”, le civiltà invecchiano e muoiono e questo potrebbe essere il virus che ucciderà la nostra, o è il preciso piano di qualcuno, come farebbe supporre la dinamica con cui si propaga. Ma da chi, con quali obiettivi , per ottener quali risultati, sono domande a cui non so dare una risposta precisa (forse il Club di Roma potrebbe essere una traccia).

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    • Piano o scemenza naturale? Un 90% di cretini e un 10% di manipolatori , quel mix perfetto per creare dittature ed altri disastri. Il fine del piano? Il potere da parte di una casta, con una piccola massa di plebei ridotti a carne da lavoro, a cui è stata tolta la libertà riproduttiva e la libertà in generale. “Brave new world” da’ degli spunti piuttosto efficaci per capire il contesto.

      PS Quanto alla compagnia teatrale ArditoDesio, leggo che ” il […] nome racconta il “desiderio ardito” di creare e fare teatro mantenendo la massima integrità artistica”. Mi infastidisce che è anche il nome di Ardito Desio, che con questi cialtroni non avrebbe niente a che fare.

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