Stupidario referendario – Parte prima

Per chi non l’avesse ancora capito Domenica si voterà per un referendum. In Italia la primavera, oltre ai primi tepori e ai prati in fiore, porta talvolta anche dei referendum. In alcuni casi si raggiunge persino il quorum. E, ancora più raramente, le decisioni degli elettori non vengono contraddette qualche anno dopo dal parlamento attraverso apposite leggi ‘correttive’. Fino alla chiamata al successivo referendum abrogativo, sempre in primavera.

Perché il bello dei referendum é proprio questo: si interpella la gente su questioni, come la politica energetica, che dovrebbero essere appannaggio dei governi e di cui l’elettore medio capisce ben poco, per non dire nulla. In Italia, invece, i referendum vengono invocati a seguito di eventi piú o meno catastrofici sull’onda dell’emotività popolare, essenzialmente perché rappresentano miniere di voti per una classe politica che, ormai da tempo immemorabile, costruisce il proprio consenso sulla paura e sulla negazione di qualcosa che può far paura, piuttosto che sulla proposta di qualcosa di utile alla comunità.

Anche questo referendum non fa eccezione, naturalmente.

L’idea del divieto delle perforazioni in mare, nata qualche anno fa sull’onda emotiva del piú grande disastro petrolifero nella storia dell’umanità (Macondo, Golfo del Messico) è stata poi rielaborata in salsa referendaria italiana, ovvero in modo scriteriato, approssimativo e autolesionista. Questo referendum, infatti, ci interroga sulla necessità di prorogare o meno i permessi di sfruttamento minerari dei giacimenti offshore già esistenti e collocati a meno di 12 miglia dalla costa.

Ma perché 12 miglia? Perché una legge approvata in fretta e furia per evitare a sua volta altri referendum, ha imposto che non si possano sviluppare campi petroliferi a meno di 12 miglia dalla costa. L’assunzione é che se ho una perdita di olio oltre le 12 miglia allora é gestibile. Nel caso fossero 11.9 miglia, no: e allora via con le immagini di archivio di volatili impastati di petrolio e spiagge nere e reti da pesca appiccicate di bitume mortifero, giusto per rendere l’idea.

Nella realtà si é fatta semplicemente una equazione: “acque territoriali (massimo 12 miglia dalla costa) = sfruttamento greggio”. L’equazione dello stolto e dell’ignorante in materia di accordi internazionali di sfruttamento dei giacimenti, visto che decenni di legislazione in materia hanno concluso che a definire l’appartenenza delle riserve petrolifere é la definizione di “scarpata continentale”, che niente ha a che vedere con le acque territoriali, essendo la prima sistematicamente più estesa rispetto alla definizione delle seconde. Ma noi siamo italiani e reinterpretiamo le leggi a modo nostro, ovvero insensato e autolesionista. Insensato perché come detto quel limite di 12 miglia non significa niente. Autolesionista in quanto la stragrande maggioranza delle riserve italiane sono situate proprio in vicinanza della costa.

Non a caso, la legge italiana rappresenta un caso pressoché unico al mondo in quanto apparentemente nessun paese, prima di noi, aveva immaginato di vietare l’estrazione mineraria nelle zone in cui questa é piú semplice, redditizia e la materia prima stessa più abbondante. Per voler fare un parallelo, sarebbe come vietare l’estrazione di oro se non a profondità maggiori di 4 km, ovvero dove non se ne trova e dove, comunque, costerebbe troppo estrarlo.

Al netto del politichese, il referendum potrebbe quindi essere riproposto, più semplicemente, come segue: “Per evitare altri referendum abbiamo promulgato una legge senza senso, che di fatto rende quasi del tutto impossibile sfruttare le risorse petrolifere offshore italiane, tra le più abbondanti d’Europa. Permetteteci, almeno, di continuare a produrre con le piattaforme esistenti, entro le 12 miglia e oltre la naturale scadenza dei permessi in essere. Per la serie: cerchiamo almeno di tirare il collo alla produzione esistente, quella autorizzata quando in Italia si riusciva ancora a portare avanti una politica energetica degna di questo nome”.

Lo stupidario referendario di questi giorni é talmente vasto che occorrerebbero almeno una decina di articoli per commentare quanto si legge sui giornali nostrani. A questo contribuisce il pasticcio mediatico-giudiziario costruito attorno al “caso Tempa Rossa”, che nulla c’entra con il referendum ma che i promotori del Sì, e i loro megafoni, hanno utilizzato per suonare in modo più fragoroso e più scomposto la grancassa ambientalista della decrescita felice.

Uno dovrebbe chiedersi quale sia il nesso tra il divieto di perforare entro 12 miglia, il caso “Tempa Rossa”, le intercettazioni sulla “ministra-sguattera”, l’ennesima inchiesta lucana e la conferenza di Parigi sul clima. Ah, e Papa Francesco, dimenticavo.

Il nesso non c’è. Sembra esserci solo l’intento di sollevare l’ennesimo polverone per portare un gregge di votanti piú o meno disinformato e/o arrabbiato a votare per una causa che a qualcuno fa comodo. L’intento inconfessato quanto ovvio di fare cadere un governo, lo straccio di una parvenza di politica energetica, le inchieste giudiziare e le intercettazioni sono solo il brodo di coltura all’italiana che la nostra classe politica ritiene di dover propinare ai “suoi” elettori per mobilitarli verso una cabina elettorale o per allontanarli. Per disgusto e per rabbia, piú che per una causa, giusta o sbagliata che sia.

Nonostante queste deprimenti premesse, proveremo comunque ad entrare nel merito di qualcuno degli argomenti più triti spiattellati sui giornali in questi giorni, e lo faremo nella seconda parte dell’articolo, che la prima è già abbastanza pesante così.

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Author: Massimo Lupicino

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12 Comments

  1. Oltre ad essere favorevole alle trivellazioni, io sarei stato contento se il referendum avesse riguardato il geotermico. Energia pulita quella geotermica, ma probabilmente qualcuno non vuole che l’Italia dismetta le centrali termoelettriche.

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    • Alessandro, la geotermia è tutt’altro che pulita come fonte;
      a meno che non si parli di geotermia a bassa entalpia, buona solo per il riscaldamento delle abitazioni , ma non certo per usi industriali o per far camminare i treni;

      se invece parliamo di campi geotermici come Larderello e simili, beh, oltre al fatto che le attività di perforazione raggiungono profondità notevoli, al pari di campi di estrazione petrolifera in terraferma, le grosse centrali geotermiche hanno un cospicuo tasso di emissione in atmosfera di vapori ricchi di acido solfidrico; per di più, questa fonte energetica, è molto poco uniformemente distribuita nella penisola; se può, forse avere convenienza e sfruttabilità lungo il margine tirrenico, o per zone di limitata estensione (appunto, Colline Metallifere in Toscana), così non è per molte altre zone d’Italia; insomma, c’è da lavorare, studiare e migliorare, ma non può essere la soluzione alternativa; almeno per ora, all’attuale stato di tecnologie disponibili;
      🙂

  2. Circa gli approfondimenti, da qualche parte si riesce a recuperare l’informazione di quanto in la negi anni andrebbero avanti le estrazioni oltre la naturale scadenza delle concessioni? 5, 10, 15, 20, 25,…., un tot?

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    • Caro AleD, l’aspettativa di vita (se cosi’ vogliamo definirla) di un impianto petrolifero dipende dalla quantita’ di risorse rimaste nel sottosuolo che si possono ancora estrarre, alla scadenza della licenza. E’ quindi una durata assolutamente soggettiva, che varia di caso in caso. Potrebbe trattarsi di 5 , 10 o 20 anni, come del resto scrivi tu. Va detto anche che nell’industria questa rappresenta la normalita’: gli Stati tendono a rilasciare licenze per periodi di tempo piu’ o meno limitati per potersi garantire la possibilita’ di ri-negoziarle. Un Paese normale approfitta del rinnovo delle licenze per massimizzare i profitti sotto forma di royalties e tasse, non certo per chiudere impianti che potrebbero ancora produrre per anni, e garantire quindi gettito fiscale nelle casse del governo. Quelle italiane sono discussioni surreali, che all’estero si fa moltissima fatica a capire. Non si documentano infatti casi al mondo di paesi che consapevolmente decidono di chiudere degli impianti petroliferi in attivita’ a seguito di campagne ambientaliste. Anzi. Pensa che il campo petrolifero di Macondo sara’ sviluppato, con le perforazioni che sono state nuovamente autorizzate. Si tratta del campo in cui si e’ verificato il catastrofico incidente del 2010. Sono state imposte regole piu’ restrittive, maggiori controlli, e la BP ha pagato un prezzo salatissimo che rappresenta un forte incentivo a non ripetere l’incredibile catena di errori fatta allora. L’industria petrolifera americana non e’ morta con Macondo, anzi. Quella italiana la si vuole fare morire, pur in assenza di incidenti neanche lontanamente paragonabili a quello. Siamo un Paese molto speciale, non c’e’ che dire.

    • @Massimo:

      un certo Enrico Coppi scrive:


      Tutte le concessioni (minerarie e non) hanno una durata ed i progetti di un pozzo per idrocarburi considerano un arco temporale di 20-25 anni mediamente. Dopodichè quel pozzo ha prodotto circa il 90 -95 % del possibile e del conveniente.


      Risulta?

    • AleD, la maggior parte delle concessioni terminerà intorno al 2026, le più giovani nel 2034 (poche)

    • “AleD, la maggior parte delle concessioni terminerà intorno al 2026, le più giovani nel 2034 (poche)”

      Quindi mi stai dicendo che è come la rinuncia al nucleare tedesco: prevista in tempi tanto lunghi che nel frattempo la follia ecologista e la bolla alternativista sarà scoppiata prima.

    • esattamente;
      questo comunque, tanto per tirare un colpo al cerchio e uno alla botte, è uno dei motivi per cui anche la ragione del NO riguardante i posti di lavoro persi è alla fin fine abbastanza inconsistente;

      comunque, per la curiosità di tutti, e per rispondere alla tua domanda sotto, a questo link:
      http://unmig.mise.gov.it/unmig/titoli/on12.asp

      c’è l’elenco di tutte le concessioni di coltivazione in mare entro le 12 miglia, cioè esattamente quelle interessate dal referendum;

      se si ha la pazienza di cliccare su ognuna, si apre il sunto del relativo contratto, con data di inizio, data di fine, durata e numero delle proroghe ottenute, etc etc….

    • Chiaro che ogni caso è a se, ma per questo chiedevo, nessuno ha tabellato per ogni giacimento quale sarebbe la sua vita utile stimata?
      Mi aspettavo di trovarla nel dossier legambiente, ma nisba.

  3. Il comma 17 dell’art.6 della legge 152/2006 – modificato da Renzi – recita così: “. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale. ”

    Le Regioni proponenti il referendum del 17 aprile chiedono ai cittadini italiani di abrogare le parole: ” per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale.”

    I titoli abilitativi che sono fatti salvi – in ogni caso – sono regolati dalla Legge 9/1991, che all’art.9/comma 8 recita: ” Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi i sette anni dal rilascio della proroga decennale, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.

    Insomma il referendum oltre che una buffonata per le ragioni ben spiegate nel post, sarebbe anche un imbroglio.
    Dove sbaglio, se sbaglio?

    saluti, Piergiorgio

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    • Caro Piergiorgio, non me la sento di garantire al 100% sull’interpretazione delle leggi italiane, ma da quello che ho inteso, e per come mi sento di interpretare il comma in questione, immagino che la concessione di una proroga si vada a scontrare con la legge appena approvata che vieta le nuove concessioni fino a 12 miglia. Perche’ una proroga verrebbe interpretata, a tutti gli effetti, come una “nuova concessione”. Ancora una volta si tratta di una presa di posizione davvero singolare, visto che nel resto del mondo gli Stati concedono proroghe a fronte della presenza di risorse minerarie che garantiscano ulteriori apporti in termini di tasse e royalties. E le societa’ petrolifere richiedono tali proroghe per gli stessi motivi. In altre parole, la conseguenza dell’eventuale approvazione del referendum e’ che dovrebbero essere demoliti e smaltiti degli impianti che potrebbero ancora produrre idrocarburi, possibilmente ancora per molti anni.

  4. Buona la prima , aspettiamo il resto 🙂

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