A qualcuno piace caldo

Un titolo trito e ritrito, ma so che i lettori di CM mi perdoneranno, perché forse questa è l’unica volta che lo si usa in senso letterale, piuttosto che per mettere un accento (sbagliato) sulle presunte difficoltà che l’aumento della temperatura media del pianeta imporrebbe agli habitat naturali.

Sorvolerò su dettagli insignificanti quali il costante aumento della produttività agricola, con conseguente diminuzione altrettanto costante del numero di esseri umani che soffrono la fame, il miglioramento dell’aspettativa di vita in tutte le nazioni del globo e l’esplosivo aumento della vegetazione. Ripeto, dettagli, meglio concentrarsi sul problema di tutti i problemi (dopo l’adozione degli agnelli ovviamente), la salvaguardia dell’orso polare o, per quelli che la sanno lunga, Ursus Maritimus. Sì, proprio lui, il più efficace testimonial che la Coca Cola abbia mai avuto, ché solo per questo molti penseranno che meritrebbe comunque l’estinzione.

Se ne sono dette e sentite dire di tutti i colori sugli orsi polari, ufficialmente assurti dopo l’esperienza globalizzante della bibita gassata ad emblema di un pianeta allo sfascio per mano dell’uomo. Frotte di ricercatori e di volontari si sono riversati nell’Artico a indagarne le performance natatorie per esser certi che potessero sopravvivere al percorso tra gli ultimi due zatteroni di ghiaccio rimasti. Niente da fare, come media e vulgata recitano, gli orsi polari, prima specie dichiarata a rischio non già per le sue condizioni ma per le previsioni, sarebbero ormai condannati.

Di seguito il WWF alla vigilia del summit di Parigi, hai visto mai che qualcuno avesse avuto qualche dubbio (fonte qui e report vero e proprio qui):

Il Wwf sta seguendo gli orsi polari con i radio collari per studiarne comportamento e impostare su basi scientifiche le azioni di conservazione – ha detto Isabella Pratesi, direttore del Programma di Conservazione del Wwf Italia – Su 9 orsi polari, alcuni dei quali costretti a nuotare con i loro piccoli per grandi distanze, il 45% dei cuccioli che abbiamo seguito non ce l’ha fatta. Un dato drammatico e allarmante. E’ per loro, per tutti gli orsi polari che per colpa nostra non ce la faranno, che il WWF sta mettendo tutte le sue forse ed energie per fermare il cambiamento climatico, per arrestare la devastante fusione dei ghiacci polari e proteggere l’habitat dell’orso polare.

Il problema, che naturalmente nessuno si era sognato di prendere in considerazione, è che, a quanto pare, anche agli orsi piace caldo.

Testing the hypothesis that routine sea ice coverage of 3-5 mkm2 results in a greater than 30% decline in population size of polar bears (Ursus maritimus)

Abstract

L’orso polare (Ursus maritimus) è stata la prima specie ad essere classificata in pericolo di estinzione basandosi su previsioni di condizioni future piuttosto che sull’attualità. Queste previsioni erano state fatte usando previsioni frutto di opinini di esperti di declino della popolazione collegate a modelli di perdita di habitat – inizialmente dalla International Union for the Conservation of Nature (IUCN)’s Red List nel 2006, e poi dallo United States Fish and Wildlife Service (USFWS) nel 2008 in ragione dell’Endangered Species Act (ESA), basati rispettivamente su dati raccolti nel 2005 e nel 2006. Entrambi prevedevano un signficativo declino della popolazione di orsi polari per metà secolo come conseguenza del fatto che l’estensione del ghiaccio marino avrebbe rapidamente toccato con regolarità 3-5 milioni di Km2 durante l’estate: l’IUCN prevedeva una diminuzione della popolazione totale superiore al 30%, mentre l’USFWSprevedeva che la popolazione sarebbe diminuita del 67% (compresa la scomaprsa di 10 comunità all’interno di due ecoregioni vulnerabili). I biologi che collaborarono a queste stime dovettero fare molti difficili assunti circa come gli orsi polari avrebberopotuto essere colpiti dalla perdita di habitat, dal momento che le condizioni del ghiaccio marino previste per metà secolo non si erano mai verificate prima del 2006. Tuttavia, il declino del ghiaccio estivo è stato molto più rapido delle attese: livelli di estensione inattesi (circa 3-5 milioni di Km2) prima di metà secolo si sono verificati regolarmente dal 2007. Il realizzarsi dei livelli di estensione previsti consente di testare l’assunto che gli orsi polari siano una specie a rischio “rapido declino del ghiaccio = declino della popolazione”. I dati raccolti tra il 2007 e il 2015 rivelano che il numero degli orsi polari non è diminuito come previsto e nessuna comunità è stata estirpata. Molte comunità ritenute a rischio sono rimaste stabili e cinque hanno mostrato un aumento della popolazione. Un’altra comunità non è stata contata, ma ha mostrato un marcato aumento dei parametri riproduttivi e nelle condizioni fisiche con meno ghiaccio estivo. Di conseguenza, l’ipotesi che ripetuti bassi livelli di estensione del ghiaccio estivo sotto i 5 milioni di Km2 causerà un significativo declino della popolazione di orsi polari è rigettata un risultato che indica che la decisione di ESA e IUCN di inserire gli orsi polari nella lista delle specie minacciate basandosi su rischi futuri di perdita di habitat era scientificamente infondata e che simili previsioni fatte per le foche dell’Artico e per i leoni marini potrebbero essere sbagliate. L’assenza di una relazione dimostrabile “rapida diminuzione del ghiaccio = declino della popolazione” potenzialmente invalida anche gli output dei modelli di sopravvivenza che prevedono un catastrofico declino della popolazione qualora l’Artico dovesse essere privo di ghiaccio nella stagione estiva.

Per la cronaca, oggi gli orsi polari si stima siano circa 28.000, più di quanti se ne siano mai contati. La catastrofe può attendere.

PS: qualche anima bella avrà certamente notato che questo abstract è di un paper non ancora referato. In compenso nel report del WWF non c’era la benché minima traccia di bibliografia. Se parole al vento devono essere, che sia.

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Author: Guido Guidi

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2 Comments

  1. La preoccupazione degli ambientalisti per la sopravvivenza degli orsi marini è nota da tempo. Ricordo un articolo di Richard Lindzen (21mo Secolo 2007, n.2) in cui così l’Autore riferisce:”….. Agli ambientalisti piace toccare corde più sentimentali, mostrando immagini di orsi polari in affanno sui ghiacci che, ci viene detto, sono sempre più ridotti. Quello che non ci viene detto è che oggi si stima che vi siano 22.000 orsi bianchi, rispetto ai 5.000 del 1940.”

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  2. “qualche anima bella avrà certamente notato che questo abstract è di un paper non ancora referato. In compenso nel report del WWF non c’era la benché minima traccia di bibliografia. Se parole al vento devono essere, che sia.”
    .
    Guido, le anime belle noteranno molto di più!
    Noteranno che l’autrice non ha la patente per parlare di orsi, che la rivista su cui sarà pubblicato l’articolo ha un IF modesto, che l’autrice è al soldo di big oil, anzi no, di Heartland Institute (che poi è lo stesso), che lei è una negazionista, ecc., ecc., ecc..
    Pochi andranno a leggere quanto è scritto nell’articolo e pochi si preoccuperanno di valutarne la validità scientifica.
    In questa branca della ricerca le cose vanno così, purtroppo, e credo che nel futuro le cose non cambieranno di molto.
    E’ avvilente, ma è così. Fortunatamente in altre branche della scienza le cose vanno diversamente.
    .
    Caso di studio
    La formazione dei sistemi planetari avviene secondo un percorso su cui si è verificato il consenso da tempo: dal disco di materia intorno ad una stella si formano, per aggiunte successive, i planetesimi, gli embrioni planetari e, infine, i pianeti. Il tutto nell’arco di circa cinquecento milioni di anni.
    Sulla base dello studio di un meteorite rinvenuto in Antartide (Allende, per la precisione), si è visto che esso presentava residui di un campo magnetico. La cosa non è congruente con il meccanismo ipotizzato per cui si sono fatte nuove ipotesi. Una di queste è che i planetesimi riescano a differenziarsi completamente grazie al calore generato dal decadimento radioattivo di un isotopo dell’alluminio per cui si creerebbe un nucleo metallico liquido, una dinamo magnetica ed un campo magnetico.
    Questo accorcia drasticamente la durata della genesi planetaria (da 500 milioni a 3 milioni di anni).
    La cosa necessita, però, di una prova sperimentale e ciò verrà fatto nel corso di questo decennio: una missione spaziale su un asteroide (Psyche) che dovrebbe essere il nucleo metallico nudo di un planetesimo.
    Come si vede tutto segue il processo codificato come “metodo scientifico-sperimentale”.
    Per il clima che cambia e cambia male,però, questo non vale: guai a chi mette in dubbio il paradigma, è un negazionista della scienza in toto e, pertanto, va condannato al rogo. Senza appello.
    Per chi non ci crede i riferimenti.
    -per il caso di studio: http://www.lescienze.it/archivio/articoli/2017/02/01/news/l_autoscontro_del_sistema_solare-3400137/
    – per la condanna alla dannazione eterna:
    https://www.desmogblog.com/heartland-payments-university-victoria-professor-susan-crockford-probed
    Ciao, Donato.

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