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Il dialogo facilitativo

Si tratta di una definizione piuttosto criptica e che lascia molto perplessi, ma sarà il motivo dominante della COP23 che è iniziata oggi sei novembre a Bonn. Nella città tedesca si è aperta oggi, infatti, la ventitreesima Conferenza delle Parti: tra cori di bambini, sfilate di simboli cari all’ambientalismo militante e slogan che chiedono ai politici più attenzione per il mondo e per l’ambiente.

Al di là degli aspetti di costume e di cronaca spicciola, ciò che suscita l’interesse dell’osservatore interessato alle tematiche della Conferenza è, però, il problema del “dialogo facilitativo”. Non è stato semplice capire di che cosa si tratti, ma dopo non pochi sforzi sono arrivato al bandolo della matassa. Nel 2015 a Parigi si gettarono le basi per il salvataggio del mondo. Chi scrive ebbe modo di dire che ci trovavamo di fronte a molto fumo e a pochissimo arrosto. La vulgata comune parlava, però, di un grande successo perché la COP21 costituiva un punto di svolta epocale: 195 Paesi avevano dimostrato grande ambizione e avevano salvato il mondo dalla catastrofe climatica incombente. Non era vero, ma così doveva essere, o almeno così doveva sembrare. A distanza di soli due anni tutti i nodi sepolti dalla retorica trionfalistica di Parigi sono ancora lì, tali e quali.

Ciò che appariva evidente e che tutti negavano, era l’inconsistenza e l’insufficienza degli impegni presi sotto la Torre Eiffel. Nonostante tali impegni siano stati ratificati da quasi tutti i partecipanti alla COP21, oggi a Bonn appare chiaro che senza un’appropriata road map, quegli impegni non valgono nulla. E’ necessario, cioè, individuare le modalità secondo cui i paesi segnalano, verificano e controllano i loro progressi verso gli obiettivi di Parigi. E’ necessario, cioè, implementare le procedure operative per trasformare delle vuote dichiarazioni di intenti in fatti concreti. Serve, inoltre, colmare il gap tra gli impegni volontari dei vari Paesi (iNDC) e quelli necessari a raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi. Se tutti gli Stati riuscissero a raggiungere, infatti, gli obiettivi che volontariamente si sono posti, le temperature globali terrestri salirebbero di oltre tre gradi centigradi rispetto a quelle pre-industriali.

E qui casca l’asino. La Cina e l’India (tra i maggiori emettitori di gas serra del globo) non hanno alcuna voglia di farsi dettare l’agenda da qualcuno, fosse anche l’ONU, per cui non vogliono neanche lontanamente sentir parlare di vincoli e di sanzioni. Gli USA hanno fatto capire che non se la sentono di rispettare gli impegni assunti a Parigi e che di vincoli e sanzioni non si deve neanche parlare. Tutto deve essere basato su impegni volontariamente assunti dai vari Paesi, compatibilmente con le esigenze sociali ed economiche di ognuno di essi. Siamo, cioè, sempre al medesimo punto: emettere CO2 ed altri gas serra fa male al Pianeta, ma è un problema che riguarda gli altri Paesi. Le economie emergenti sono state molto esplicite: non vogliono subire pressioni di sorta. La Cina ha fissato dei limiti estremamente chiari: a Bonn bisogna che si instauri un dialogo, non un negoziato. Secondo Xie Zhenhua, capo negoziatore cinese alla COP23, l’obiettivo è che i Paesi condividano le loro migliori pratiche, avanzino le loro richieste per combattere il cambiamento climatico e in ultima analisi facilitino il sostegno globale, soprattutto dai Paesi sviluppati, ai paesi in via di sviluppo. Tradotto significa che tutto si può fare, ma a condizione che i Paesi ricchi mettano mano al portafogli e finanzino ciò che i Paesi in via di sviluppo devono fare. E senza alcuna imposizione, ma in modo assolutamente volontaristico.

Secondo indiani e cinesi nessuna delle Parti ha dato mandato alla Presidenza di rendere prescrittivo questo processo: non vogliono che il regolamento indichi come fare quel che c’è da fare, ma solo che aiuti a comprendere il modo in cui ciascuno intende agire. Ed è proprio in quest’ultima frase che si annida il mistero del dialogo facilitativo di cui parlavamo all’inizio dell’articolo.

Siamo di fronte allo scoglio che ha determinato il fallimento di tutte le COP passate e che, molto probabilmente, determinerà il fallimento anche di questa appena iniziata. Con questa tattica Cina, India ed i Paesi in via di sviluppo si sono sempre sottratti a qualsiasi vincolo alle loro emissioni, riversando ogni onere sui Paesi ricchi responsabili, a loro dire, della disastrosa situazione in cui ci troviamo oggi. A questo si aggiunge l’incognita costituita dalle posizioni degli USA che hanno denunciato l’Accordo di Parigi, ma che devono partecipare a tutte le COP fino al 2020. Il sentiero è stretto, irto di difficoltà e scosceso per poter essere percorso speditamente per cui prepariamoci ad una lunga ed estenuante attesa delle conclusioni che, contraddicendo i fatti, come è tradizione delle COP, vedranno trionfare ambizione e responsabilità comune nello sforzo supremo di salvare il mondo.

Nel frattempo i rappresentanti delle associazioni ambientaliste e terzo-mondiste provano a ricordare a tutti che il mondo si scalda sempre di più, che il 2017 sarà uno dei tre anni più caldi di sempre (meglio sarebbe dire da quando si misurano le temperature), che gli eventi estremi sono in aumento e che senza ulteriori e sostanziosi impegni per il contenimento delle emissioni, andremo tutti arrosto. Di tal genere, seppur non esattamente uguali, sono le considerazioni che ha svolto Manuel P. Vidal, leader del Programma Globale Clima ed Energia del WWF

Gli eventi climatici estremi ai quali abbiamo assistito di recente sono un forte promemoria di quello che è in gioco. A Bonn dobbiamo mettere in moto la dinamica necessaria per accelerare l’azione climatica, e rafforzare gli impegni, in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1.5°C”.

Stanti le premesse di cui sopra, ho l’impressione che molti sognano ad occhi aperti.

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Published inAttualitàCOP23

7 Comments

  1. Botteri

    Se ci credessero davvero, non si comporterebbero così.

  2. Alex

    Manuel P. Vidal, leader del Programma Globale Clima ed Energia del WWF

    E quello di Greenpeace, che cosa ha detto?

  3. Stelvio_78

    “…USA che hanno denunciato l’Accordo di Parigi, ma che devono partecipare a tutte le COP fino al 2020”.
    Perché, se no cosa succede? Li vanno a prendere a casa e li portano di forza alle COP?? 🙂

    • Maurizio Rovati

      Sì, per arrestarli gli mandano i COP… Brrrr

    • donato b.

      Uscire da un accordo internazionale è piuttosto difficile anche quando questo non è vincolante: le procedure di denuncia dell’accordo sono ben precise e bisogna rispettarle, altrimenti si diventa uno stato-canaglia. Nessuno può costringere gli USA a partecipare alle COP: possono tranquillamente starsene a casa loro e fregarsene, 🙂 ma il bon-ton internazionale richiede che essi adempiano, quale Paese firmatario dell’Accordo di Parigi, a tutta una serie di formalità prima di essere liberi dagli impegni presi. Una di queste formalità è la partecipazione alle varie COP.
      Posso dire, infine, che una delle principali preoccupazioni dei delegati alla COP23 è proprio la posizione che assumeranno i delegati statunitensi. Di questo parleremo, però, domani.
      Ciao, Donato.

    • Fabrizio Giudici

      Posso dire, infine, che una delle principali preoccupazioni dei delegati alla COP23 è proprio la posizione che assumeranno i delegati statunitensi.

      Ecco, sì, pensavo anche questo: con Trump – almeno per quanto visto sinora – la partecipazione più o meno forzata degli USA alle COP potrebbe essere un boomerang…

  4. Fabrizio Giudici

    tra cori di bambini

    Che schifo…

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