Avanti adagio

Prosegue il cammino della COP23 con ritmo lento, ma costante. Cominciano ad essere pubblicati i draft delle decine di Organi Sussidiari in cui si è sfilacciata la Conferenza: si tratta di versioni ancora incomplete e ricche di opzioni che devono essere ulteriormente limate e poi andranno a costituire il corpus dei documenti finali dei vari gruppi di lavoro. Quello relativo alle foreste mi sembra già piuttosto definito: dal nostro punto di vista la protezione delle foreste e la riforestazione sembrano un dato acclarato, ma per quei Paesi che dallo sfruttamento delle foreste ricavano percentuali consistenti del PIL il discorso non è indolore. Altri draft mi sembrano ancora in alto mare e in alcuni di essi si chiede l’intervento dei facilitatori o dei presidenti degli organi sussidiari per superare degli ostacoli. Non è facile seguire tutto perché i documenti sono scritti in modo criptico: un miscuglio di formule burocratiche, richiami a documenti delle precedenti COP ed a trattati internazionali di vario tipo. Sono, però, importanti perché in essi sono condensati quelli che poi diventeranno impegni per i vari Paesi e per i cittadini di quei Paesi. Particolarmente significativo mi è parso quello del CMP 13 sulle questioni relative alle dinamiche di sviluppo a basso o nullo tasso di inquinamento (Matters relating to the clean development mechanism). (1)
In esso vengono individuati i meccanismi per implementare ed accelerare le procedure del protocollo di Kyoto come modificato a Doha, le modalità di contabilizzazione dei certificati di emissioni e, soprattutto, i meccanismi di riduzione di questi certificati.

Nel progetto di documento sono contenute anche le modalità per introdurre dei meccanismi di controllo nazionali interfacciati con quelli sovranazionali. Si passa, cioè, dalla pura dichiarazione di intenti all’attuazione pratica. Il documento contiene, però, una gran quantità di parentesi quadre, cancelletti, opzioni per cui dice tutto ed il contrario di tutto. Vedremo se con il dialogo di talanoa si riuscirà a tirarne fuori qualcosa di utile nei prossimi giorni.

Abbandonando gli aspetti più specificatamente tecnici per passare a quelli politici, molto interessante un articolo di The Guardian sulla curiosa situazione in cui si sono cacciati gli USA. Ufficialmente l’Amministrazione Trump ha inviato una delegazione che partecipa alla Conferenza in posizione piuttosto defilata. Nelle precedenti edizioni della Conferenza delle Parti gli USA erano i protagonisti, nel bene e nel male, dei negoziati. In questa occasione svolgono quasi le funzioni degli osservatori: stanno attenti a che non vengano minacciati gli interessi degli Stati Uniti. Del resto è molto difficile, nel contesto della COP, che essi possano trovare orecchie disponibili ad ascoltarli, visto che dovrebbero parlare di incrementare l’uso del carbone. Pulito, ma sempre carbone è e alla COP di carbone non si deve parlare se non in termini di riduzione del suo uso.

Vengono, invece, ascoltati con piacere i governatori, i sindaci, i rappresentanti dei gruppi di pressione, le imprese e le organizzazione provenienti dagli USA che contestano apertamente l’amministrazione in carica. Pur non esistendo per la prima volta nella storia delle COP un padiglione ufficiale degli Stati Uniti, gli attivisti nord-americani hanno avuto a disposizione dagli organizzatori uno spazio di circa 2500 metri quadrati in cui ricevere i partecipanti alla COP, i visitatori e quanti gravitano intorno alla manifestazione. In questo spazio, ma anche di fronte al Parlamento europeo, manifestano il loro sostegno all’Accordo di Parigi personalità a stelle e strisce di varia estrazione e colore (politico): l’ex sindaco di New York Bloomberg, il governatore della California e via cantando. Tutti si sfilano dalla posizione di Trump e si impegnano a lavorare affinché i vari organismi che essi rappresentano, mantengano gli impegni presi a Parigi.

La cosa da un lato impressiona positivamente i partecipanti alla Conferenza, ma dall’altro li lascia perplessi in quanto tutto il loro impegno non potrà mai uguagliare quello del governo federale: mancano all’appello molti miliardi di dollari e molti milioni di tonnellate di gas serra. Detto in soldoni, se gli USA non rivedranno la loro posizione, sarà necessario che altri Stati si sostituiscano ad essi e, quindi, riducano ulteriormente le loro emissioni e forniscano ulteriori aiuti ai Paesi in via di sviluppo per compensare perdite e danni (loss and damage, per usare una formula molto in voga tra i conferenzieri).

Come la si volta e come la si gira la posizione degli USA, checché ne dicano i ribelli ed i dissidenti nord-americani presenti a Bonn, pesa come un macigno sulla buona riuscita della COP23. Le forti tensioni interne agli Stati Uniti rischiano di rovinare anche la Conferenza delle Parti di Bonn e questo non fa dormire sonni tranquilli a nessuno dei partecipanti anche se tutti ostentano ottimismo. Vedremo la prossima settimana se questo ottimismo è ben fondato o è pura illusione.

Note:

  1. http://unfccc.int/files/meetings/bonn_nov_2017/in-session/application/pdf/cmp_i4.pdf
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Author: Donato Barone

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