COP 23: si raddoppia o si cambia?

Il terzo giorno della kermesse di Bonn è trascorso senza scossoni e senza notizie degne di nota. Nelle varie assise collaterali si è provveduto ad adempimenti formali: elezione dei presidenti dei “subsidiary bodies” (gruppi di lavoro) in cui si è suddivisa la COP vera e propria, degli uffici di presidenza, definizione dell’organizzazione dei lavori e dell’agenda dei lavori. Si è provveduto, inoltre, ad individuare le organizzazioni non governative e le altre strutture socio-economiche da ammettere ai lavori in qualità di osservatori: 132 ONG e 6 Organismi intergovernativi! (1)
Sono stati avviati molti incontri informali e sono stati prodotti dei documenti relativi alla formazione di ricercatori ed operatori che si dovranno occupare o si occupano di cambiamenti climatici. Sono state individuate, infine, le risorse finanziarie per coprire i costi delle attività dell’UNFCCC per il biennio 2018/2019: oltre cento milioni di euro. (2)

All’esterno della COP vera e propria si sono tenute tutta una serie di manifestazioni organizzate dalle varie associazioni e gruppi della società civile che ruotano attorno alla Conferenza: marce di protesta, flash-mob, sedute di aerobica e via cantando. Nulla di serio, insomma, ma solo ed esclusivamente attività per “sensibilizzare” i delegati a fare presto e bene.

Ciò che ha mosso le acque della COP23 è stato l’annuncio che dopo la chiusura della Conferenza delle Parti si svolgerà a Parigi, per iniziativa del presidente Macron, un summit operativo cui parteciperanno i rappresentanti di circa 100 Paesi. Al summit non sarà invitato il presidente Trump perché ha deciso di denunciare l’Accordo di Parigi (lo sciovinismo francese è proverbiale 🙂 ).

Il summit si svolgerà il 15 dicembre dell’anno in corso, a due anni esatti dalla firma dell’Accordo di Parigi e sarà strutturato in due sessioni: quella antimeridiana in cui si riuniranno gli organi tecnici dei vari Stati e le ONG e quella pomeridiana riservata ai Capi di Stato. Oggetto del summit sarà quello di trovare i 100 miliardi di dollari che i Paesi industrializzati dovrebbero trasferire ai Paesi in via di sviluppo per finanziare le iniziative di adattamento e di risarcimento dei danni arrecati loro dal prelievo selvaggio delle risorse naturali e dalle conseguenti emissioni di gas serra.

Quando ho letto di questo fatto, ho fatto un salto sulla sedia. Per chi non è assiduo frequentatore (virtuale) delle COP come chi scrive, la cosa potrebbe sembrare secondaria. In realtà è di importanza capitale. Tutte le COP del passato (da Copenaghen in poi e, quindi le ultime 8, esclusa quella in corso) sono fallite sugli impegni finanziari. I Paesi industrializzati hanno promesso i famigerati cento miliardi di dollari all’anno, ma non hanno mai aperto il portafogli. Secondo la vulgata hanno trasferito circa la metà della somma promessa, ma in questa cifra sono compresi tutti gli aiuti concessi ai Paesi in via di sviluppo. Nelle intenzioni dei Paesi poveri e delle economie emergenti invece i 100 miliardi di dollari dovevano essere aggiuntivi a questi aiuti e dovevano essere gestiti direttamente dai destinatari senza ingerenze dei “benefattori”. Probabilmente credevano a Babbo Natale, perché non credo che nessun Paese al mondo sia disposto a regalare qualcosa. I Paesi ricchi pretendono, infatti, di decidere quali interventi finanziare e scelgono, ovviamente, tra quelli per loro più redditizi. Il risultato è che Paesi come, ad esempio, il Bangladesh che avrebbe bisogno di interventi di adattamento per contrastare l’innalzamento del livello del mare che non sono, però, redditizi per i Paesi “donatori”, sono rimasti a bocca asciutta.

L’uscita di Macron è molto significativa perché riconosce in maniera implicita che anche la COP23 è destinata a fallire miseramente come tutte le altre. In caso contrario non ci sarebbe stato bisogno di questo supplemento di conferenza a Parigi. In secondo luogo il mancato invito degli USA e di un’altra settantina di Paesi del mondo, dimostra che si vogliono togliere dal tavolo quelli che creano più problemi: coloro che parteciperanno decideranno per tutti gli altri e chi si è visto, si è visto. Altro aspetto significativo dell’iniziativa francese è il tentativo di isolare del tutto gli USA relegandoli a livello di comprimari se non peggio.

Qualora l’iniziativa di Macron dovesse aver successo, segnerebbe la fine delle COP così come le conosciamo oggi e del ruolo centrale dell’ONU nella lotta al cambiamento climatico e l’inizio di una nuova era nelle relazioni internazionali. Almeno fino a che gli USA avranno Trump come presidente. Dopo tutti i discorsi sul “Dialogo di Talanoa” alias “dialogo facilitativo”, mi sembra che la strada intrapresa sia molto diversa. Credo, però, che quella di Macron sia solo una boutade pubblicitaria che non approderà a nulla di concreto. Vedremo.

Note:

  1. http://unfccc.int/resource/docs/2017/cop23/eng/02.pdf
  2. http://unfccc.int/resource/docs/2017/sbi/eng/l18a01.pdf
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Author: Donato Barone

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1 Comment

  1. “Al summit non sarà invitato il presidente Trump perché ha deciso di denunciare l’Accordo di Parigi (lo sciovinismo francese è proverbiale ).”

    Confermo! 🙂

    Tra l’altro, qui in Francia da un paio di giorni si parla e riparla (e straparla!… ovviamente) delle dichiarazioni del ministro di ambiente e energia, Nicholas Hulot, secondo il quale l’obiettivo stabilito dal precedente governo Hollande e il suo predecessore al ministero, l’ex di Hollande, Segolene Royal, di passare dal 75% al 50% della produzione elettrica francese col nucleare entro il 2025 NON sara’ mantenuto… semplicemente perche’ Hulot si e’ reso conto che e’ impossibile farlo con le rinnovabili intermittenti.

    Ovviamente la stampa “ambientalista! non ne parla proprio!… guai far sapere alla gente cose del genere… “deviazioni dalla retta via”…

    Saluti.

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