COP23, qualcosa non va

Ieri avevo sottolineato come fosse passato sotto silenzio da parte dei media l’evento della delegazione ufficiale USA alla COP23. Mi sbagliavo. Ieri a tarda ora su “The Guardian” e nella serata di oggi su “Liberation” l’evento è stato commentato con dovizia di particolari. Viste le fonti i commenti non sono affatto lusinghieri, ma conoscendo le posizioni estremamente vicine ai sostenitori dell’origine antropica del cambiamento climatico in atto delle due testate giornalistiche, è piuttosto semplice sfrondare le notizie dalla propaganda che le avviluppa. Molto sguaiato l’articolo del Guardian, più sobrio ed interessante quello di Liberation. L’evento proposto dalla delegazione americana riguardava la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, mediante l’utilizzo di combustibili fossili “puliti”. In apparenza sembrerebbe un ossimoro: definire pulite le fonti energetiche fossili sembra una bestemmia e così è stata interpretata a Bonn. L’evento si proponeva di illustrare le metodologie di sequestro del diossido di carbonio dalle emissioni dei generatori termici alimentati da fonte fossile e del suo immagazzinamento in strati rocciosi profondi, dopo aver utilizzato il gas per migliorare l’estrazione degli idrocarburi ivi conservati. Al tavolo dei relatori sedevano, tra gli altri, anche diversi esponenti delle pericolosissime lobby del carbone e del petrolio.

Le vestali del clima si sono stracciate le vesti ed hanno lanciato anatemi contro i blasfemi che nel sacro recinto della COP23 osavano decantare le lodi di coal-satana e di diavol-oil. E’ come se qualcuno volesse fare propaganda per il tabacco in un summit sul cancro, tuona M. Bloomberg ex sindaco di New York, miliardario e filantropo, impegnato in una generosa campagna di finanziamenti ad organizzazioni che si occupano di lotta al cambiamento climatico ed altrettanto attivo nel business verde. Ugualmente sdegnate le reazioni di molti partecipanti alla Conferenza di Bonn che dopo aver mostrato ribrezzo verso l’atto sacrilego, esortano tutti a seguire l’esempio di J. Brown, governatore della California che solca a grandi falcate i corridoi della COP, osannato da tutti i partecipanti: l’America buona contro quella cattiva.

Raccontano le cronache che durante l’evento oltre la metà dei circa duecento spettatori, hanno intonato una canzone per interrompere la manifestazione. Finito il coro, si sono allontanati dalla sala contestando sonoramente i delegati USA. L’evento si è avviato mestamente verso la conclusione, sembra, senza altri problemi.

Dall’articolo di Liberation apprendiamo alcuni particolari interessanti circa lo stato effettivo dei negoziati. Contrariamente a quanto sembra di capire leggendo gli asettici ed ingarbugliati progetti di risoluzione dei vari organi sussidiari, le cose a Bonn sembra che stiano prendendo una brutta piega. Sin dall’inizio della Conferenza si sapeva che i delegati USA avrebbero partecipato con pari dignità ai lavori di tutti gli organi sussidiari, le cui conclusioni saranno riversate nella risoluzione finale della plenaria della COP. La speranza era che essi non si mettessero di traverso rendendo impossibile giungere alle conclusioni auspicate dalla presidenza della COP23. Le cose non sono andate come si sperava. In alcuni organi sussidiari i delegati americani hanno lasciato fare, ma in altri si sono impegnati duramente per ostacolare decisioni che a loro avviso contrastavano con gli interessi degli USA. Come era facilmente immaginabile, la delegazione USA ha collaborato attivamente con gli altri delegati nelle negoziazioni secondarie, quelle cioè in cui si decide di rinviare ai lavori di altri organi sussidiari o si assumono decisioni che hanno a che vedere con il funzionamento degli organismi che costituiscono UNFCCC, oppure che individuano percorsi virtuosi da perfezionare nelle prossime COP e via cantando. Collaborano, cioè, ai lavori che portano a dichiarazioni di intenti che lasciano il tempo che trovano, che non hanno ricadute immediate sulle economie mondiali o che non vincolano le Parti. Come hanno sempre fatto nel passato, del resto.

Dove le cose si complicano, invece, è negli organi sussidiari che decidono i finanziamenti delle perdite e dei danni causati dal cambiamento climatico antropico e delle misure di adattamento a favore dei Paesi più vulnerabili. Nelle negoziazioni all’interno di tali gruppi di lavoro essi hanno assunto una posizione estremamente rigida che impedisce progressi significativi al negoziato e, tra l’altro, fa molto comodo a tutti i Paesi contributori. Alcune potenze economiche occidentali stanno facendo buon viso a cattivo gioco: nascondendosi dietro l’intransigenza USA, si guardano bene dall’assumere impegni seri e vincolanti in termini di finanziamento ai Paesi vulnerabili ed a quelli in via di sviluppo. Il risultato è che i cordoni delle borse restano ben stretti e di soldi non si vede neanche l’ombra. Ciò che avevo previsto qualche giorno fa, si sta verificando. A parole tutti mostrano ambizione a bizzeffe, ma in pratica tutti vogliono che i soldi ce li metta qualcun altro. E gli Stati Uniti sono un ottimo paravento per tutti. Il giochino non poteva restare nascosto a lungo e, difatti, le ONG che in questo campo hanno antenne molto lunghe, hanno captato il problema e lo stanno rendendo pubblico.

Un esempio di come le cose stanno cambiando, è rappresentato da una proposta dell’Ucraina suggerita, sembra, dagli USA: attribuire ai rappresentanti delle industrie energetiche il compito di monitorare il raggiungimento degli impegni assunti a Parigi. Poiché tra tali soggetti è preponderante la rappresentanza delle industrie che producono energia da fonti fossili, si intuisce e si capisce il malumore che comincia a serpeggiare tra le ONG presenti a Bonn. In effetti, come si dice dalle mie parti è come “affidare le pecore ai lupi”.  🙂

E per concludere un cenno ai comunicati ufficiali che vengono dalla COP23: i gruppi di lavoro hanno elaborato molte ipotesi di conclusioni, ma tutte si riferiscono ad aspetti tecnici secondari dei negoziati. Sugli aspetti importanti e qualificanti della Conferenza, sembra che siamo ancora in alto mare.

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Author: Donato Barone

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5 Comments

  1. Fabrizio, in Vaticano è passato prima di arrivare a Bonn: fortunatamente non ha il dono dell’ubiquità, altrimenti avrei cominciato ad aver paura . 🙂
    Circa il lavaggio del cervello, la cosa mi rattrista, ma contemporaneamente mi consola (mica la sovrapposizione degli stati la trovi solo in meccanica quantistica 🙂 ).
    Mi conforta il fatto che nonostante il bombardamento mediatico, la gente continua ad essere scettica circa il cambiamento climatico antropico. Mi rattrista il fatto che si abbia così poco rispetto per le idee degli altri da dover imporre le proprie con la forza: forse non è diventato gesuita perché l’Inquisizione non c’è più! 🙂
    Ciao, Donato.

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    • Se è per questo anche Gore è un prete mancato… chissà quanti ce n’è.

    • Lo era pure Stalin. Io ho sempre pensato che i preti mancati che diventano potenti sono pericolosi: perché probabilmente dal seminario sono usciti perché si aspettavano che gli altri, fulminati dal loro genio, li facessero diventare vescovi in due anni e papi in quattro; delusi dalla realtà, cercano carriere favolose – e rivalse – in altri campi.

  2. Dunque, Donato, il governatore della California, Brown, oltre a procedere ad ampie falcate nei corridoi di Bonn con il codazzo eccetera, pare sia anche ubiquo, perché era pure a Roma, per la precisione in Vaticano:

    http://www.sacbee.com/news/politics-government/capitol-alert/article182789821.html

    dove ha detto che per convincerci della gravità dell’AGW abbiamo bisogno del “lavaggio del cervello”:

    At the highest circles, people still don’t get it,” he said. “It’s not just a light rinse” that’s required. “We need a total, I might say ‘brain washing.’

    “We need to wash our brains out and see a very different kind of world.”

    Perché, quello che stanno facendo già ora cosa sarebbe?

    PS Apprendo che Brown è un gesuita mancato… stiamo freschi (no pun intended).

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