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La COP18 si è conclusa com’era iniziata, cioè nell’indifferenza generale. C’è però un valore aggiunto in questa sordina. La moltitudine di delegati, in larga misura rappresentanti delle lobbies ambientaliste, della finanza climatica e della burocrazia sovranazionale, con i leader mondiali che hanno brillato per la loro assenza,  possono far vinta di aver conseguito un risultato anche in presenza dell’ennesimo fallimento.

Intendiamoci, a fallire sono state tanto per cambiare le buone intenzioni climatiche, perché in realtà la macchina mangiasoldi e produci emissioni della diplomazia climatica ha funzionato benissimo. Si esce infatti da Doha con un accordo che prolunga la gran parte dei meccanismi previsti dal Protocollo di Kyoto oltre il gennaio 2013 – la data che altrimenti li avrebbe visti cessare – e per un periodo di otto anni, cioè fino al 2020.

Da questo accordo però si sono sfilati la gran parte dei paesi più importanti in termini di emissioni. Il Canada e il Giappone lo avevano annunciato, l’Australia e la Russia lo hanno fatto sapere proprio a Doha. Gli USA, che l’accordo di Kyoto non lo hanno mai ratificato, non sono proprio entrati in partita, come del resto la Cina (questi due sono rispettivamente medaglia d’argento e d’oro in termini di emissioni di CO2). Il risultato è che rientra in questo successone ben il 15% delle emissioni globali.

La CO2 resta dunque più che abbondante. E l’ossigeno? Beh, quello serve ad evitare che il mercato ETS  e il miracolo economico della green energy, che versano in stato comatoso, esalino definitivamente l’ultimo respiro, perché se è vero che Kyoto non ha mai avuto l’obbiettivo reale di far qualcosa per il clima, è anche vero che ha fatto fare un sacco di soldi a tanta gente, e pure questi hanno diritto.

Qui, sulle pagine della COP18, trovate il comunicato che elenca tutte le mirabolanti precisioni prese a Doha. La più gustosa di tutte si trova all’ultimo punto ed è la seguente:

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Impedire le conseguenze negative dell’azione climatica

In alcuni casi, l’implementazione di azioni che riducano le emissioni potrebbe risultare in conseguenze economiche o sociali negative per altrui paesi. In Doha i governi hanno discusso le misure per occupersi di queste conseguenze in un forum speciale.

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Cioè, ci scapperà un bel gruppo di lavoro (l’ennesimo) anche per valutare i danni fatti dagli altri gruppi di lavoro. Che spettacolo…

Finalmente un accordo? Il Pianeta è salvo? Da domani tutti in bibicletta? Macché, niente del genere, questi sarebbero miracoli di poco conto in confronto a quello che sta per succedere a Doha, sede della 18esima conferenza delle parti dell’UNFCCC.

Curiosi? Ecco qua, da Ansamed (neretto nostro):

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(ANSAmed) – DOHA, 28 NOV – Migliaia di attivisti di tutto il mondo scenderanno in piazza sabato 1 dicembre a Doha per richiedere un’azione concreta per l’ambiente durante i negoziati della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP18) in corso nella capitale, nella prima manifestazione con rivendicazioni che il Qatar abbia mai visto nella sua storia.

Organizzata da diverse Ong la manifestazione si svolgerà lungo la Corniche, la principale baia di Doha, e verrà la partecipazione di migliaia di attivisti provenienti da una quindicina di Paesi arabi tra cui gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, l’Oman, l’Egitto, il Bahrein e la Libia per richiedere di ridurre le emissioni di CO2 entro il 2020.

Il presidente della COP18, Abdullah bin Hamad al-Attiyah, aveva invitato le Ong a far sentire la loro voce e a manifestare. In un primo tempo Greenpeace aveva fatto sapere che non avrebbe protestato a causa di problemi logistici.

L’organizzazione aveva infatti preso in considerazione la possibilità di organizzare una protesta ma non era riuscita a trovare una soluzione che avesse un impatto sufficiente a costi ragionevoli. Osservatori ritengono invece che molte Ong avessero deciso di non protestare per non mettere a rischio i propri membri in un Paese non democratico in cui associazioni e forme di dissenso non sono ammesse.(ANSAmed).

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Ricordiamo a tutti i lettori la schizofrenica clima-politica di organizzare un evento ad elevatissimo impatto in termini di emissioni nel paese che non ne ha  mai voluto sapere, né di Kyoto né di nient’altro che non fosse cavar petrolio dal sottosuolo (e ci credo!).

Ma, siccome la faccia va salvata da qualunque parte si trovi dell’anatomia dei soggetti in questione, assisteremo al primo caso della storia di una protesta di piazza contro le politiche dei governi inquinanti/inquinatori, cioè soprattutto i loro, promossa dallo stesso governo inquinante inquinatore.

La ciliegina sulla torta, di assoluto valore teatrale, saranno gli arabi che finalmente protestano contro l’estrazione del petrolio. Che spettacolo!

Da Science Daily. L’ultimo allarme non è climatico né meteorologico, è semplicemente una questione di spazio.

Si tratta di un commento ad un articolo pubblicato su Nature Climate Change:

Equity and state representations in climate negotiations

Un po’ di numeri snocciolati nel commento e nel paper. I delegati delle adunate salva-pianeta dal 1995, anno della prima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, alla COP15 del 2009, sono cresciuti di 1400%. Da i 757 intervenuti in rappresentanza di 170 paesi, si è passati a 10,591 per 194 paesi, cui, sempre alla Cop15, si sono aggiunti 13,500 gitanti in rappresentanza di 937 ONG.

Pare che questo affollamento rallenti i negoziati, anzi, li vanifichi. Mentre infatti i paesi ricchi e quelli in corso di arricchimento continuano salvo rare eccezioni a gonfiare le loro delegazioni, quelli poveri non ce la fanno a stargli dietro. Per cui delle due l’una, o le prossime Cop le fanno allo stadio – proposta non malaccio perché alla fine con il solito comunicato salva-faccia si potrebbe accennare anche la ola – oppure si danno tutti una regolata.

Come? Ma è semplice, ci si deve liberare del consenso, nel senso che date le proporzioni dei negoziati/negozianti un accordo non sarà mai possibile.

Meditate gente, meditate.

 

NB: Nell’immagine, la configurazione tipo dei prossimi summit, con i pochi delegati che, pur controvoglia, si lasciano sapientemente guidare dall’illuminato di turno.

Brian Simpson, presidente del Transport Committee del Parlamento Europeo lo ha detto chiaramente (qui e qui): «Nella UE i governi hanno un bisogno disperato di denaro. Non lo ammetteranno, diranno che tutto serve per difendere l’ambiente, lo stesso che dicono a proposito dell’Air Passenger Duty (APD). Ma non illudiamoci, sia l’European Union Emissions Trading Scheme (EU ETS) che l’APD sono nuove fonti di ricavi e non servono alla protezione ambientale».

Vijay Poonoosamy, chair dell’ Industry Affairs Committee of IATA and vice president international and public affairs of Etihad Airways non è stato meno duro sull’argomento: “Tutto questo perché il trasporto aereo è un potentissimo catalizzatore dell’economia. Mentre spesso i governi utilizzano pretesti ambientalisti per tassare i vettori, limitando così le proprie economie e la propria capacità di investire in tecnologie ed energie sostenibili. E in questi tempi così difficili non si dovrebbero tagliare le ali a un’industria che fa decollare il Pil». Cosa che ad esempio stanno facendo Gran Bretagna, Germania e Austria con l’APD, che costa ai vettori miliardi di euro l’anno, per finire con il costosissimo ETS europeo, “pensato – continua Poonoosamy – per dare nuovi introiti ai governi in crisi finanziaria”.

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Alcuni mesi fa, quando abbiamo commentato i risultati dell’ultima sessione negoziale dell’UNFCCC a Cancun, abbiamo ipotizzato che fosse stata presa la decisione di dare in futuro una minore risonanza mediatica a questo genere di eventi per due buone ragioni. Da un lato l’attuale contingenza economica impedisce di fare pianificazioni di medio e lungo periodo troppo onerose sul processo di decarbonizzazione, dall’altro forse qualcuno si è reso conto che indicare ognuno di questi appuntamenti come “ultima spiaggia” piuttosto che far concentrare gli sforzi accentua la delusione per gli insuccessi. Per cui meglio lasciare che il processo negoziale e burocratico faccia il suo corso, magari nascondendo sotto il tappeto gli scarsi risultati acquisiti e esaltando le dichiarazioni di buona volontà che si vendono a un soldo la dozzina.

Sarà per questa ragione che se la copertura mediatica della Cop16 di Cancun era stata decisamente più scarsa di quella della Cop15 di Copenhagen, dell’ultimo appuntamento negoziale di Bankok praticamente non ne ha parlato nessuno. Non che ci fosse molto da dire del resto. Apprendiamo infatti dalla stampa internazionale che si è trattato dell’ennesimo nulla di fatto, anzi, pare proprio che siano stati fatti addirittura dei passi indietro.

Lo scopo di questo appuntamento intermedio, era quello di redigere un’agenda negoziale che preparasse alla prossima riunione della Convenzione Quadro di Durban (Cop17). Il nodo principale è rappresentato dal futuro del Protocollo di Kyoto, che scadrà a dicembre 2012 e deve quindi essere rinnovato o prolungato pena un vuoto normativo che non si saprà come colmare. I paesi che non hanno mai ratificato Kyoto – tra cui Canada e Stati Uniti- spingono per la formulazione di un nuovo accordo che aumenti il livello di coinvolgimento di tutti quei paesi che da Kyoto avevano molto da guadagnare perché essendo all’epoca meno “pesanti” in termini di emissioni, non debbono sottostare ad impegni vincolanti. Logico dunque che questi ultimi – tra cui figurano Cina, India e Russia, divenute nel frattempo trainanti nell’economia mondiale e nelle emissioni- aspirino ad una estensione del Protocollo che mantenga lo stesso schema e veda i costi della decarbonizzazione tutti o quasi a carico dei paesi occidentali. Tra questi due blocchi, la spinta crescente dei paesi in via di sviluppo, che continuano a chiedere somme stratosferiche per favorire la propria crescita a bassa intensità di carbonio.

A Cancun praticamente si era fatto finta di nulla, cioè, per non far fallire definitivamente il tavolo negoziale si era optato per un accordo “leggero” che in pratica piuttosto che affrontare i termini della questione li escludeva dalla discussione. Ora il problema è tornato a galla e dalle parole di Christiana Figueres Segretaria dell’UNFCCC capiamo che in assenza di meglio tutto sarà per l’ennesima volta rimandato al prossimo appuntamento.

Certo, il cambiamento climatico farà pure alzare il livello del mare, ma pare che ogni volta che si arriva ad un ultima spiaggia ne spunti fuori un’altra.Della salute del clima a questo punto non so, ma di sicuro so che quella della burocrazia è ottima!

http://www.guardian.co.uk/environment/2011/apr/08/bangkok-climate-talks-stall

Imperdibile e indimenticabile interpretazione di Carlo Verdone e Claudia Gerini in “Viaggi di Nozze“. Per l’occasione Ivano e Jessica sono alle prese con una serata stanca e con la dura realtà di una vita che non può essere vissuta all’insegna de “O famo strano”, perché anche quello finisce per diventare una routine. Curiosa analogia con l’ordinario stato di emergenza climatica.

E cosa fa più routine di summit sul clima che si ripetono con cadenza regolare, salvo avere delle impennate con adunate oceaniche annuali tipo Co2penhagen, Can’tCun e, fra qualche mese Durban?

Ora è la volta di Bankok. I negoziatori hanno scelto la solita località esotica perché pare che i sistemi di teleconferenza non siano ancora del tutto affidabili. Meglio viaggiare, meglio ancora in comitive numerose, giacché gli eventi sociali che scandiscono il ritmo di queste kermesse sono spesso molto ben organizzati.

Dicevamo Bankok dal 3 all’8 aprile. Cioè si chiude oggi, mentre al terzo giorno di negoziati ancora si litigava sull’agenda dei lavori. Aspettiamoci dunque la solita rassicurante dichiarazione d’intenti farcita di buona volontà e ambiziose prospettive. Con una certezza assoluta, questa: Ce semo mai stati a Durban? Negativo, se po fa’. Se vedemo a Durban.

PS: se proprio non ce la fate a vederlo, la parte che più si attaglia al momento parte da 8’56”.

Gentilmente tradotto da greenreport.it, ecco il testo del comunicato finale della Convenzione delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici scaturito dalla 16^ Conferenza delle Parti appena conclusasi a Cancun.

In risalto i temi finanziari, in sordina e decisamente vaghi gli aspetti afferenti alle questioni climatiche. Buona lettura.

(Cancún, 11 dicembre 2010) La Conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico ha dato come risultato un pacchetto equilibrato di decisioni, restaura la fiducia nel processo multilaterale.

La Conferenza delle Nazione Unite sul cambiamento climatico a Cancún, Messico, è terminata sabato con l’adozione di un pacchetto equilibrato di decisioni che colloca tutti i governi nella posizione più salda nel cammino verso un futuro a basse emissioni e sostiene una migliore azione sul cambiamento climatico nel mondo in via di sviluppo.

Questo pacchetto, chiamato Los Acuerdos de Cancún (Accordi di Cancun.- Cancún Agreements, ndt) è stato accolto con un prolungato applauso ed acclamazioni dalle Parti nella plenaria finale.

Cancún ha fatto questo lavoro. La fiamma della speranza si è ravvivata e la fiducia che il processo multilaterale sul cambiamento climatico dia dei risultati si è restaurata, ha affermato la Segretaria esecutiva della Unfccc, Christiana Figueres. Le Nazioni hanno dimostrato che possono lavorare insieme ad un compito comune, per trovare il consenso su una causa comune. Hanno dimostrato che il consenso in un processo trasparente e inclusivo può creare opportunità per tutti.

I governi hanno dato un chiaro segnale di andare insieme verso un futuro a basse emissioni. Si sono accordati per rendere conto tra di loro delle azioni che avvieranno per raggiungere le loro mete e lo hanno esposto in una maniera che incoraggia i Paesi ad essere più ambiziosi con il passare del tempo, ha detto la Segretaria Esecutiva.

Le Nazioni hanno lanciato un insieme di iniziative ed istituzioni per proteggere dal cambiamento climatico le persone vulnerabili e quelle che vivono nella povertà e per distribuire il denaro e la tecnologia di cui i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno per pianificare e costruire i loro futuri sostenibili. Hanno anche concordato di avviare azioni concrete per la salvaguardia forestale nelle nazioni in via di sviluppo, che aumenterà in futuro.

Allo stesso modo, hanno riconosciuto che i Paese devono lavorare per mantenersi al di sotto della temperatura di due gradi ed hanno stabilito un chiaro quadro cronologico di revisione, al fine di assicurare un’azione mondiale adeguata ad affrontare la realtà emergente del cambiamento climatico.

Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non è quello di cui abbiamo bisogno alla fine, però rappresenta le fondamenta essenziali sopra le quali si più costruire una maggiore ambizione collettiva, ha detto la Signora Figueres.

Gli elementi degli Acuerdos de Cancún includono quanto segue:

  • Gli obiettivi dei Paesi industrializzati sono ufficialmente riconosciuti all’interno di un processo multilaterale. Questi Paesi creeranno piani e strategie di sviluppo low carbon e valuteranno la forma migliore per farlo.
  • Le azioni dei Paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni sono ufficialmente riconosciute nel processo multilaterale. Verrà istituito un registro con il fine di relazionare e registrare le azioni di mitigazione dei Paesi in via di sviluppo con il finanziamento ed il supporto tecnologico dei Paesi industrializzati. I Paesi in via di sviluppo pubblicheranno rapporti sui progressi fatti ogni due anni.
  • Le Parti riunite nel Protocollo di Kyoto accettano di continuare i negoziati con il proposito di completare il loro lavoro ed assicurare che non ci sia nessun gap tra il primo e il secondo periodo di impegno del trattato.
  • I Clean development mechanisms del Protocollo di Kyoto sono stati rafforzati per portare maggiori investimenti e tecnologia a progetti ambientalmente sicuri e sostenibili di riduzione delle emissioni nel mondo in via di sviluppo.
  • Le Parti hanno avviato un insieme di iniziative ed istituzioni per proteggere le persone vulnerabili dal cambiamento climatico e per distribuire il denaro e la tecnologia di cui necessitano i Paesi in via di sviluppo per pianificare e costruire i loro futuri sostenibili.
  • La decisione comprende anche un totale di 30 miliardi di dollari di finanziamenti fast start provenienti dai Paesi industrializzati per sostenere l’azione sul cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo fino al 2012 e l’intenzione di raccogliere 100 miliardi di dollari in fondi long-term per il 2020.
  • Rispetto al finanziamento climatico, è stato stabilito un processo per disegnare un Green Climate Fund all’interno della Conferenza delle Parti che abbia un Board con una rappresentanza uguale dei Paesi in via di sviluppo e sviluppati.
  • E’ stato istituito un nuovo Cancún Adaptation Framework con l’obiettivo di permettere una migliore pianificazione ed implementazione dei progetti di adattamento nei Paesi in via di sviluppo attraverso un maggior finanziamento e supporto tecnico, includendo un processo chiaro per continuare con il lavoro in perdita e danni (work on loss and damage).
  • I governi sono d’accordo nell’aumentare l’azione per frenare le emissioni dovute alla deforestazione ed al degrado forestale nei Paesi in via di sviluppo con il supporto tecnologico e finanziario.
  • Le Parti istituiscono un technology mechanism con un Technology Executive Committee and Climate Technology Centre and Network per aumentare la cooperazione tecnologica per sostenere le azioni di mitigazione ed adattamento.
  • La prossima Conferenza delle Parti è programmata dal 28 novembre al 9 dicembre del 2011 in Sudafrica.

Eh sì, proprio un successone il risultato del vertice di Cancun. Proviamo a leggere qualche commento. Per il Corriere della Sera è stata una “mezza vittoria“, per La Stampa è il classico discorso del “bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto“, mentre per La Repubblica trattasi di un “capolavoro di diplomazia“, e ci mettono pure il link all’articolo che salutava con i fuochi d’artificio la svolta della Cina, dimenticando di aggiungere che più che di svolta si è trattato di errore di traduzione, prontamente chiarito in conferenza stampa il giorno dopo.

Del resto perché non dovrebbe essere d’accordo la Cina? La parte “climatica” più saliente di quanto definito a Cancun non la riguarda. L’ormai famoso balzo in avanti nella riduzione delle emissioni compreso tra il 25 e il 40% su base volontaria per il 2020 riguarda quanti hanno a suo tempo assunto degli obblighi in base al Protocollo di Kyoto, e la Cina, come l’India e come gli USA (loro non lo hanno proprio ratificato) di obblighi non ne ha. Per quel che riguarda tutti gli altri poi, con gli obbiettivi asfittici del suddetto protocollo raggiunti soltanto in parte e soltanto con la complicità della congiuntura economica fortemente negativa pur essendo obbligatori, sono proprio curioso di vedere quali epici sforzi saranno implementati su base volontaria. Non è dato saperlo, perché la definizione paese per paese di quel che s’ha da fare non c’è stata e forse ci sarà a Durban, l’anno prossimo, ammesso che ci vada qualcuno.

Però, però, si è deciso anche di impegnarsi a livello globale per la salvaguardia delle foreste, e questo è un bene. Speriamo che questo non significhi che qualcuno penserà che sia giusto controllarne l’espansione entro limiti accettabili, perché in effetti la superficie verde del Pianeta pare che i dati da satellite la diano in aumento, non in calo. E dove cala, purtroppo proprio dove non dovrebbe, lo fa perché qualcuno ha deciso di far posto a qualche migliaio d’ettari di coltivazioni destinate al biocarburante, proprio per arginare l’AGW, dicono.

In effetti, la parte più corposa pare essere quella economica, in primis perché è arrivata la conferma del Copenhagen accord, ovvero della creazione di un fondo di 30mld di dollari da impiegare presto e bene per aiutare i paesi in via di sviluppo a fare i conti con l’incedere delo disastro climatico. Anche questo è un bene, perché per esempio i maldiviani, ormai prossimi all’esodo climatico causa innalzamento del livello del mare, non sapevano dove prendere i soldi per costruire il nuovo aeroporto in riva al mare. Li gestirà dapprima la Wolrd Bank (leggete qui per immaginare come) e poi un comitato appositamente generato -l’ennesimo- compartecipato tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati. A seguire un’altra valanga di quattrini, stavolta solo prevista però, ammontante a 10mld l’anno che diventeranno 100 al 2020, da impiegare per gli stessi scopi. Lo si deve ammettere, è bastato smettere di parlare di clima e di emissioni perché a Cancun si riuscisse a fare quello che non era stato possibile fare a Copenhagen, mettere tutti, o quasi, d’accordo.

Quasi, perché la Bolivia ha fatto sapere che non ci sta e che ricorrerà al Tribunale dell’Aja contro questa intesa. A proposito di diritto internazionale, forse vale la pena anche ricordare che quella raggiunta è un’intesa, una dichiarazione d’intenti, non un trattato. Come tale quindi non obbliga chi l’ha sottoscritta a mantenerla, ma questo lo sapremo solo a Durban. Mannaggia, staranno pensando i delegati itineranti, allora bisognerà andarci.

Sicché, doveva essere un summit economico e quello è stato. Il mega-movimento climatico, pensando che ci sia ancora qualcuno che crede davvero al fatto che si possa agire sul termostato del pianeta regolando a 2…no, 1,5…no, 3…no, boh, l’aumento della temperatura del pianeta, aveva soprattutto bisogno che ci si dimenticasse di Copenhagen, cioè aveva bisogno di ossigeno, ma non per il Pianeta, per sé. E il miglior sistema per evitare di farsi rispondere no è non fare domande scomode, chiedendo qualcosa che nessuno è disposto a dare. Nessun impegno vincolante è stato richiesto, nessun impegno vincolante è stato negato, ci mancherebbe. Così ora, con la solita abilità mediatica, si può vendere questo non-no come un successo. Con moderazione però, perché una cosa è vendere previsioni di qui a cent’anni praticamente inverificabili a misura d’uomo, altro è pensare al prossimo appuntamento negoziale. Un anno passa in fretta e i nodi verranno al pettine.

Se questo è quello che devono produrre questi eventi epocali, forse se ne può decisamente fare a meno. Ah, no, scusate, pure quelli di Durban tengono famiglia.

Che tempo farà a Cancun il prossimo novembre? Difficile che sia sereno visto il “clima” che si è respirato all’ultimo vertice preparatorio appena conclusosi a Tianjin. Nulla di fatto, praticamente tutte le parti in causa sono rimaste sulle proprie posizioni.

La Segretaria generale dell’UNFCCC in un incredibile slancio di ottimismo ha considerato il fatto che nessuno abbia fatto passi indietro rispetto a CO2penhagen come un piccolo successo. Visto che allora non si era deciso nulla, registriamo che qualsiasi numero moltiplicato per zero fa sempre zero.

Questo il lancio dell’ANSA:

SHANGHAI – Si sono conclusi con luci ed ombre i negoziati sul clima di Tianjin, in Cina. I 177 paesi e organizzazioni intervenuti hanno portato a casa pochi risultati, facendo emergere ancora forti le divisioni fra paesi ricchi e poveri sulle responsabilità per il taglio delle emissioni. Per Christiana Figueres, segretario generale dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), l’incontro di Tianjin ha gettato le basi per importanti decisioni che saranno poi prese nel vertice di Cancun della fine dell’anno. Sul tavolo, alcuni elementi operativi di finanza, tecnologia e capacità costruttive per rinforzare il protocollo di Kyoto ed arrivare in Messico con soluzioni che aiutino soprattutti i paesi più poveri ad approvvigionarsi di energie pulite così da ridurre drasticamente le emissioni dannose. I delegati non sono riusciti a trovare un accordo sull’allocazione del primo fondo di partenza pari a 30 miliardi di dollari per aiutare i paesi in via di sviluppo, decisione che la Figueres ha detto sarà presa in Messico.Vicino invece l’accordo sull’approvazione di un fondo finanziario a lungo termine per affrontare i cambiamenti climatici, i cui dettagli saranno discussi a Cancun. Lo Unfccc ha visto di buon grado il fatto che tutti i paesi, anche se nelle discussioni sono stati fatti pochi progressi rispetto al protocollo di Kyoto, non sono tornati indietro su posizioni precedenti al vertice di Copenhaghen. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno parlato di “progressi limitati” al vertice cinese e sperano in un risultato migliore in Messico. Per L’Ue soprattutto in questioni come la trasparenza e le promesse di riduzioni le discussioni sono state povere.

Ad allontanare le parti, soprattutto le posizioni della Cina, distanti da tutte le altre dei grandi paesi. La Cina infatti, è rimasta ferma sulle sue posizioni insistendo nell’affermare che tocca ai Paesi sviluppati assumersi la responsabilità di massicce riduzioni delle emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera. La Cina, che attualmente è il Paese con le maggiori emissioni di gas inquinanti del mondo, si considera un Paese in via di sviluppo e si rifiuta di fissare obiettivi fissi e verificabili per la loro riduzione. Questa posizione ha fatto dire a Jonathan Pershing, inviato speciale americano sul clima, che “non abbiamo ancora trovato una strada per il successo”, rimandando tutto al vertice messicano di fine anno, pur riconoscendo gli sforzi cinesi in termini di investimenti su programmi di energia rinnovabile e nuove infrastrutture. Il 14 ottobre intanto ci sara’ un incontro in sede comunitaria per definire la posizione dell’Unione Europea al vertice di Cancun. La riunione, ha spiegato il direttore generale del ministero dell’Ambiente Corrado Clini ”si prospetta in salita per l’Italia.”Non ci sara’ una posizione italiana distinta da quella Ue” ha precisato. L’Italia, ha annunciato Clini, chiedera’ di ”non aprire una seconda fase” del protocollo di Kyoto, con l’elevazione dei tagli della Co2 dal 20% al 30% che ”non e’ una opzione utile al negoziato”.

Nella peggiore delle ipotesi sarà una bella gita al mare. Qualcuno sa dove si prendono i biglietti?

Dopodomani è il 10 ottobre. Si prepara la più vasta operazione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica alle tematiche ambientali e climatiche. Prendendo spunto dalla suggestiva data del 10/10/10 in ben 188 paesi ci saranno iniziative in tema salva-clima e salva-pianeta sotto il marchio del Global Work Party. Tutto ciò mentre in Cina si svolge l’ennesima fase negoziale del processo di avvicinamento al summit di Cancunn, con 176 governi impegnati nella ricerca di un accordo.

Ma l’accordo non arriva, le posizioni già lontane a CO2penhagen sono se possibile diventate ancora più lontane. Avendo ricevuto l’incarico di condurre il mondo verso un patto sul clima, è ovvio che la segretaria del United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), Christiana Figueres, abbia deciso di spendersi pubblicamente abbracciando con entusiasmo l’iniziativa di dopodomani.

Ma c’era proprio bisogno di raccontare l’ennesima macroscopica e catastrofica bugia?

In un discorso diffuso via web la Figueres non trova di meglio da fare per sostenere la propria convinzione, che portare ad esempio di catastrofe imminente le recenti inondazioni in Pakistan e dintorni, snocciolando numeri di vittime e riportando suggestive immagini di disperazione. Questi eventi sarebbero solo un piccolo assaggio di quello che accadrà se si lascerà che il mondo si avviti nella catastrofe climatica.

Recentemente ho fatto qualche ricerca. Non ci sono in giro lavori che colleghino quanto accaduto alle problematiche del riscaldamento globale, ci sono però decine di dichiarazioni di alti funzionari che questo collegamento lo danno per scontato. Noi abbiamo provato nel nostro piccolo a spiegare cosa è successo e perché, seguendo la semplice logica dell’analisi della situazione. Sicuramente arriverà presto qualcuno più bravo di noi a fare la stessa cosa magari trovando risultati diversi e fornendo quandi un adeguato supporto a queste dichiarazioni. Fin qui non è accaduto nulla di tutto ciò.

Non pretendiamo certo di essere ascoltati così in alto e nemmeno molto più in basso, ma credo che una delle raccomandazioni del rapporto IAC circa le procedure da rivedere in seno all’IPCC che lavora su mandato del Framework, fosse proprio quella di evitare che gli altri funzionari facessero dichiarazioni non adeguatamente supportate da evidenze scientifiche. A quanto apre la Figueres non ha letto quel rapporto.

Chissà, forse se lo avesse fatto, le avremmo piuttosto sentito dire che una parte (magari consistente) della enorme quantità di risorse che si vorrebbero destinare ad imbrigliare il clima, devono essere impiegate per evitare che i Monsoni, che arrivano con e senza global warming, continuino a mietere migliaia di vittime ogni anno.

Peccato, occasione persa.

NB: leggi dell’intervento della Segretaria Figueres su Greenreport.it