COP23: entrano in scena i big

Mancano due giorni alla fine della COP23 di Bonn e comincia la passerella dei big. Oggi sono arrivati nella città tedesca i ministri di tutti i Paesi partecipanti e 25 Capi di Stato e di Governo.
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite A. Guterres ha invitato tutti i delegati partecipanti alla Conferenza a parlare la stessa lingua delle piccole nazioni insulari, anzi a farsi portavoce delle loro istanze. Detto in parole povere: aprite i cordoni delle borse e finanziate le iniziative di adattamento e mitigazione poste in atto da questi piccoli Stati e da quelli più poveri. Ha suggerito, inoltre, di adottare un approccio nuovo all’esecuzione delle grandi opere pubbliche: non realizzarle se non sono eco-compatibili. Leggendo queste cose non ho potuto fare a meno di pensare che la stragrande maggioranza delle grandi opere è scarsamente eco-compatibile perché altera l’ambiente, per cui seguire alla lettera il suo consiglio, significherebbe non realizzare più grandi opere: la decrescita è l’unica alternativa possibile al mondo attuale.

Sorprende, infine, il fatto che Guterres consideri ormai ineluttabili i danni prodotti all’ambiente dal cambiamento climatico, per cui è necessario che gli Stati si attrezzino per aumentare la loro resilienza: finalmente una nota di sano realismo nel mare di illusioni di chi crede di poter regolare il clima globale.

Anche la Cancelliera Merkel ha fatto la sua comparsa a Bonn ed ha fatto sapere che “quella del clima è una sfida centrale per il mondo, una questione di destino dell’umanità”. Ha aggiunto, infine, che “il nostro messaggio è che noi vogliamo proteggere il pianeta”. Dopo il realismo l’illusione e l’ipocrisia di un capo di governo che non esita, nella pratica quotidiana, a potenziare la propria produzione di energia elettrica mediante l’uso di lignite o carbone e prevede di spegnere le centrali nucleari che, invece, non emettono anidride carbonica.

Non poteva mancare il Presidente E. Macron che ha confermato tutti gli impegni della Francia nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Ha proseguito augurandosi che gli Stati Europei siano in grado di compensare il disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi ed ha dato, infine, appuntamento al summit del 12 dicembre a Parigi: con la speranza che in quella sede si possano concretizzare gli impegni assunti alla COP23.

A margine della Conferenza Macron ha avuto modo di incontrare anche i rappresentanti dei “Primi Popoli” come si definiscono gli indigeni. A partire dalla COP21 l’atteggiamento del Mondo verso queste popolazioni, è cambiato profondamente. Una volta le loro resistenze alla realizzazione delle opere pubbliche, alla deforestazione ed allo sfruttamento delle risorse naturali nei loro territori, erano viste come un ostacolo al progresso. Oggi essi vengono considerati custodi della biodiversità e delle foreste che rappresentano un serbatoio formidabile di carbonio: il 20% del totale globale. In questo senso la bozza di risoluzione del gruppo di lavoro della COP23 che si occupa di foreste e della loro conservazione, rappresenta il riconoscimento ufficiale della loro esistenza, elevandoli a paladini della salvaguardia dell’ambiente.

Sempre a margine della COP23 l’ONG Unfriend coal ha reso noto che i big delle assicurazioni stanno cominciando a disinvestire nelle imprese legate al carbone. Questa è la strada che hanno preso colossi come AXA, Zurich, Swiss Re e Lloyd’s. Sembrano andare in controtendenza, invece, i colossi USA e la triestina Generali che continuano ad assicurare le imprese legate al carbone e sono titolari di diversi assets legati al mercato del carbone. Inutile dire che le prime vengono osannate e le seconde maledette.

Correlato alla COP23, è l’allarme che alcune ONG hanno lanciato a proposito della scarsa attenzione per gli oceani da parte dei Paesi che partecipano alla conferenza. Secondo il giornale Le Monde che dà voce a queste ONG, negli NDCs nessuno, eccezion fatta per gli Stati insulari, si preoccupa degli oceani che rappresentano oltre il 70% della superficie terrestre, il motore del sistema climatico terrestre ed un pozzo per il diossido di carbonio. Le ONG in questione si augurano che nel corso del 2018 gli NDCs vengano rivisti, dando giusto rilievo agli oceani. Per sensibilizzare i delegati che partecipano alla COP23, l’UNESCO, la FAO ed altre organizzazioni globali, hanno organizzato una Giornata per gli Oceani che si è svolta nell’ambito degli eventi collaterali della COP23 lo scorso 11 novembre.

Nel frattempo ai tavoli negoziali si cominciano a tirare le fila delle discussioni. Come ampiamente previsto è nei gruppi di lavoro che si occupano di finanziamento delle azioni di risarcimento dei danni e delle perdite e di finanziamento delle azioni di adattamento che si registrano i maggiori ritardi. Si spera che le riunioni ad alto livello dei prossimi due giorni riusciranno a superare gli ostacoli residui che, tra l’altro, sono quelli più grossi.

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Author: Donato Barone

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3 Comments

  1. Caro Donato,
    grazie come sempre per i tuoi interessanti commenti. Due riflessioni:
    1. leggendo i tuoi commenti pare che prevalga la logica del “buon selvaggio” che porta poi a delineare gli scenari che Huxley descrisse in “Mondo nuovo” (un mondo ipersviluppato da un lato e grandi riserve piene di esseri umani di serie B dall’altro). Mi pare che passi sempre più sotto traccia l’idea che senza cibo ed energia non ci può essere sviluppo, che lo sviluppo delle aree meno favorite è un valore in sè e infine che se dai fondi a paesi fortemente corrotti – come sono molti dei PVS – quei fondi vengono depredati dalle classi dirigenti corrotte senza che giungano a favorire alcun sviluppo (un dato per tutti: ho letto recentemente che in Somalia il 70% dei fondi di aiuto allo sviluppo non sono mai giunti alle casse dell’Stato e si sono persi prima, magari andando ad alimentare attività illegali – e qui penso al terrorismo….).
    2. mi riallaccio al tuo “….non ho potuto fare a meno di pensare che la stragrande maggioranza delle grandi opere è scarsamente eco-compatibile perché altera l’ambiente, per cui seguire alla lettera il suo consiglio, significherebbe non realizzare più grandi opere: la decrescita è l’unica alternativa possibile al mondo attuale.” per osservare che nelle zone aride del globo (che sono tantissime) lo sviluppo agricolo si lega alle opere irrigue che spesso sono anche legate alla produzione energetica idroelettrica o alla presenza di strutture fondiarie di dimensione sufficiente ed in cui al certezza della proprietà invogli gli agricoltori ad investire capitali. Come conciliare tutto ciò con le esigenze di conservazione?
    Riguardo a quanto sopra ricordo una frase del Nobel 1970 Normal Borlaug, Padre della rivoluzione verde e che andrebbe scolpita a caratteri cubitali nelle sedi in cui si tengono i troppi COP: “I lobbisti ambientali occidentali fanno parte di elites che non hanno mai sperimentato la sensazione fisica della fame. Conducono la loro attività di lobbying da confortevoli uffici a Washington o a Bruxelles … Se avessero vissuto solo un mese in mezzo alla miseria del mondo in via di sviluppo, come ho fatto io per 50 anni, chiederebbero piangendo trattori, fertilizzanti e canali di irrigazione e si indignerebbero del fatto che elitisti alla moda cercano di negare loro queste cose” ((intervita a Norman Borlaug – fonte: Tierney, John, 19 May 2008. “Greens and Hunger”. TierneyLab – Putting Ideas in Science to the Test. The New York Times http://tierneylab.blogs.nytimes.com/2008/05/19/greens-and-hunger/?_r=0).

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    • Caro Luigi, condivido le tue considerazioni parola per parola e, quindi, potrai comprendere il mio stato d’animo quando sono costretto a leggere ed a scrivere di queste cose.
      Ciao, Donato.

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