Groenlandia, molto più sole che aumento della temperatura

Giro più o meno quotidiano nella blogosfera climatica, atterraggio sul blog di Judith Curry, fonte alquanto inesauribile di notizie interessanti, tra cui una rubrica in cui fa settimanalmente una review di paper e articoli di recente pubblicazione. E, in effetti, quello che definisce il “paper della settimana” merita una sosta.

Decreasing cloud cover drives the recent mass loss on the Greenland Ice Sheet

Ambientazione, chiaramente la Groenlandia, teatro negli ultimi anni di un consistente trend negativo del bilancio superficiale della massa glaciale. Il riferimento alle nubi, più che quello allo scioglimento dei ghiacci, attira l’attenzione.

In sostanza, utilizzando dei dataset di copertura derivati da dati satellitari nuvolosa e un modello climatico regionale per valutarne l’impatto sulla superficie ghiacciata, gli autori individuano una forte correlazione positiva tra la diminuzione della nuvolosità e la perdita di massa glaciale durante i mesi estivi, con alterazione dell’equilibrio – sembra preesistente – tra l’apporto delle precipitazioni e lo scioglimento stagionale.

La diminuzione della copertura nuvolosa pare sia da imputare ad una maggiore frequenza di situazioni anticicloniche. A quelle latitudini, anche durante l’estate, il carattere della circolazione atmosferica può essere misurato attraverso l’indice NAO (North Atlantic Oscillation), diversamente più utilizzato nei mesi invernali per individuare la latitudine alla quale viaggiano i sistemi frontali diretti verso l’Europa. L’indice NAO scaturisce dalla differenza tra la pressione atmosferica delle isole Azzorre e quella dell’Islanda, quindi ad est della Groenlandia. Anomalie negative dell’indice NAO, quindi, corrispondono ad anomalie positive di un altro indice, che gli autori definiscono GBI (Greenland Blocking Index) e che esprime la frequenza di occorrenza di situazioni di alta pressione in area groenlandese. L’alta pressione, con il suo trasferimento di energia dall’alto verso il basso, inibisce la formazione delle nubi, da cui discende una maggior quantità di radiazione solare entrante, sia ad alta che a bassa frequenza. Quindi, scrivono, più che l’aumento della temperatura, la perdita di massa glaciale è da imputarsi ad una modifica della circolazione atmosferica.

Ora, in genere i modelli climatici globali applicati alla scala regionale, mostrano però trend opposti rispetto ai dati di rianalisi sulla radiazione a onda corta, e non presentano significative variazioni della circolazione atmosferica alle latitudini settentrionali. Soltanto uno dei modelli del progetto CMIP5 (quelli usati per il report IPCC) restituisce negli output una modifica della NAO e della circolazione atmosferica paragonabile con quella delle rianalisi.

Variazione che pure c’è stata. Resta da capire perché il periodo recente ne sia stato caratterizzato. Certo, il segnale potrebbe essere attribuibile all’aumento delle temperature, quindi al global warming, quindi alle attività antropiche, ma gli studi di attribuzione sono essenzialmente modellistici e i risultati non supportano queste modifiche alla distribuzione della massa atmosferica. Quindi la temperatura, unico parametro che in modo alquanto stiracchiato trova riscontro nelle simulazioni, non basta.

Ci vogliono le nubi, e qui sta il punto: se il bilancio di massa glaciale superficiale è strettamente dipendente dalla dinamica delle nubi, e il punto più debole delle simulazioni è proprio la nuvolosità, come proiettare questi ragionamenti nel futuro?

E se la modifica delle nubi dipendesse da altro? E se la modifica alla circolazione fosse un effetto e non una causa? A questo riguardo, viene in mente sia quanto discusso già molto tempo fa da Roy Spencer in ordine al peso delle variazioni della copertura nuvolosa nel bilancio radiativo, sia in tempi molto più recenti dagli studi che si sono concentrati sul forcing esercitato dai raggi cosmici, quindi dall’attività solare, nei processi di nucleazione. Ma questa, lo sapete, è t utta un’altra storia rispetto al mantra dell’AGW.

Ah, dimenticavo, numeri e spiegazioni degli autori sono nel paper, fortunatamente liberamente accessibile.

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Author: Guido Guidi

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7 Comments

  1. Filippo,
    hai senza dubbio ragione. Penso che per avere un’idea corretta l’ideale sia appicare modelli a passo giornaliero.
    Luigi

    Post a Reply
  2. Vi sarei grato se poteste aiutarmi a comprendere gli shift del NAO verso valori positivi o negativi.
    Chiedo questo perché noto una (apparente) contraddizione tra l’articolo del post e quello di Mariani et al. (2012).

    “Figure 2A (orange line) shows the average JJA cloud cover retrieved from AVHRR over Greenland from 1982 to 2009 … This coincides with a shift in the NAO to an extremely negative state” (Hofer et al., 2017)

    “In the last 15 years of the twentieth century, the
    Euro-Mediterranean area has been affected by an abrupt climatic change due to a re-configuration of the Westerlies trajectories. At macroscale, this phenomenon has been highlighted by the strong positive values of the NAO index since the second half of the 1980s” (Mariani et al., 2012)

    Post a Reply
    • Gianni,
      Quando parlavo di NAO nel mio scritto del 2012 mi riferivo al NAO invernale o NAOI che è quello ordinariamente usato come indice teleconnettivo per i rilevanti effetti sul clima europeo. Se guardi ad esempio il NAOI di Hurrell riportato sul sito dell’NCAR (https://climatedataguide.ucar.edu/climate-data/hurrell-north-atlantic-oscillation-nao-index-station-based) e che metto nella figura allegata, vedi che dal 1988 vi sono una serie di annate fortemente positive. Più in particolare il trentennio 1958-1987 ha 14 annate su 30 con NAOI positivo ed il NAOI medio è di -0.38 mentre nel trentennio 1988-2017 le annate positive sono 21 su 30 e il NAOI medio è di 1.053. Impressionante è poi la sequenza di 8 annate positive dal 1988 al 1995, con NAOI medio di 2.96. Da tale sequenza dipende probabilmente il passaggio in fase positiva di AMO, che avverrà nel 1994 e che stabilizzerà l’anomalia termica positiva instauratasi in Europa dal 1988.
      Penso che gli autori dell’articolo sulla Groenlandia considerino invece il NAO estivo.

      Immagine allegata

    • Luigi, è così. Lo studio è riferito ai mesi estivi. Credo di averlo specificato nel post. Come hai giustamente puntualizzato, noi siamo più abituati a considerare la NAO invernale, perché la stormtrack é più bassa di latitudine.

    • Grazie Luigi e Guido per le vostre precisazioni. In futuro faro’ attenzione a distinguere tra le due stagioni quando si parla di NAO.

  3. Grazie, Guido,
    In effetti debbo dire che anche per le nostre Alpi il mio atteggiamento è sempre stato quello di dire che, a parità di precipitazioni, con 1-1,5°C di temperatura in più (che abbiamo dagli anni 90 rispetto alla fase precedente) i ghiacciai non sono più in equilibrio e quindi arretrano.
    Invece in modo più rigoroso occorrerebbe ragionare in termini di bilancio energetico tenendo in conto la radiazione solare globale e la copertura nuvolosa.
    Peraltro mi domando se l’andamento della copertura nuvolosa non c’entri qualcosa anche con il fatto che la copertura glaciale marina artica è stata stazionaria dal 1979 al 1997 per poi calare in modo rapido dal 1998 al 2007 e poi di nuovo stabilizzarsi (http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/seaice.anomaly.arctic.png)

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    • In realtà, perdona la pignoleria, ma conta anche il “come” e non solo la media annuale. Se avessimo 1°C in più, ma +3°C sulla media invernale e -1°C sulla media estiva (una situazione simile al 2014 per capirci), allora i ghiacciai sarebbero in buona salute (nel 2014 aiutò anche il surplus di precipitazioni). Se avessimo 1°C in meno, ma -3°C in inverno e +1°C in estate, avremmo lo stesso ghiacciai in ritirata (se poi l’inverno fosse sia più freddo che più secco, peggio). Non è un appunto a te, ma una considerazione generale.

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