Come (non) ti misuro il Global Warming

La questione è grave ma non seria si potrebbe dire. Domanda: quanti di voi si sono mai posti il problema di come venga misurata davvero la “febbre del pianeta”? Primo stop: non si tratta di una misura ma di una stima, e la differenza tra questi due termini è tutta nell’approssimazione; tanto più cresce l’incertezza del sistema di misura, tanto più l’oggetto dell’osservazione sarà stimato anziché noto.

Ma, in qualche modo, diversi gruppi di lavoro facenti capo a diverse realtà, sono riusciti a produrre dei dataset che raccolgono e gestiscono le informazioni derivate dalla rete di osservazione i cui output restituiscono un buon accordo a livello globale. Di qui la confidenza nel fatto che, a prescindere dalle cause, il trend della temperatura media superficiale del pianeta nell’era della misurazione oggettiva sia positivo.

Tuttavia, comprendere se e quanto questo segno positivo possa indurre delle modifiche alle dinamiche del clima, dipende in modo indissolubile dall’accuratezza della stima dello stesso non già a livello globale, quanto piuttosto alla scala spaziale a cui si realizzano i diversi tipi di clima, più tipicamente quella regionale. Questo, soprattutto perché è da queste eventuali variazioni che possono derivare eventuali impatti, che poi sono quelli che interessano davvero.

E’ uscito di recente sul Journal o Geophysical Research un paper in cui è stata compiuta una comparazione dei quattro più importanti dataset della temperatura superficiale per valutarne le eventuali differenze a scala spaziale ridotta: come facilmente intuibile, i risultati sono sorprendenti e, soprattutto, mettono l’accento sulla disomogeneità spaziale dei punti di osservazione, sul loro posizionamento e sul bias che questi problemi introducono nelle serie, generando differenze nelle anomalie alla scala regionale in molti casi paragonabili all’ampiezza della variazione a scala globale e in alcuni addirittura con segno opposto del trend da diversi dataset.

Land Surface Air Temperature Data Are Considerably Different Among BEST-LAND, CRU-TEM4v,NASA-GISS, and NOAA-NCEI

Come era lecito attendersi, i problemi più grossi sorgono nelle zone dove la disponibilità di punti di osservazione è molto limitata, le alte latitudini, il centro America, l’Africa, l’India e così via. Questo non pone solo un problema di affidabilità del trend a scala globale (che eredita variazioni occorse in porzioni limitate del pianeta), ma anche di conoscenza delle effettive variazioni alle scale inferiori in punti di chiave del sistema climatico, per le dinamiche che lo contraddistinguono, si pensi al tema dello scioglimento dei ghiacci e dell’innalzamento del livello del mare, o agli eventi di siccità per le aree a contatto con i grandi deserti del pianeta, o alle dinamiche dei monsoni, tutti veri e propri motori del clima.

Dal momento che il paper è liberamente accessibile e anche piuttosto corposo, ve ne lascio volentieri la consultazione, ma penso sia importante riprendere l’ultima parte delle conclusioni:

This limitation of the observation-based data sets needs to be addressed to increase the confidence of
climate change studies using these data sets. One way to address this issue is to improve the design and
implementation of the global station network. Different international initiatives have already started the process of improving the density and the quality of station measurements, such as the International Surface Temperature Initiative (Rennie et al., 2014) and the new network implementation plan described by the Global Climate Observing System (Thorne, Allan, et al., 2017; World Meteorological Organization, 2016).

Although continuing this improvement is critical and necessary, doing so is time and resource consuming.
Moreover, the improvement would mostly benefit the data set for the future, which cannot directly reduce the variations across data sets for the past. In contrast, remote sensing data are in a unique niche to provide nearly spatial-complete information over land surface. Several off-the-shelf global surface temperature products at various spatial resolutions for the recent decades (since the 1980s) are currently available, including both land surface temperature and air temperature profiles. Remotely sensed products suffer from their own limitations, such as the observation time change across satellites and biases due to cloud contamination. On the other hand, atmospheric reanalysis data have also been very popular in various applications. Despite its known uncertainties, reanalysis data provide valuable complete global temperature data at various resolutions. With appropriate statistical methods, combining global station network observations, reanalysis temperature data, and remotely sensed temperature products to generate a spatial-complete LSAT data is possible. Efforts in this aspect are already ongoing, which could significantly benefit climate change studies requiring LSAT data sets (Merchant et al., 2013; Thorne, Madonna, et al., 2017).

In pratica,alla luce dei loro risultati, gli autori ritengono sia essenziale perseguire dei programmi di accrescimento della precisione e distribuzione delle osservazioni – e nel mondo sta avvenendo il contrario – pur ammettendo che questo avrebbe per beneficio sulla qualità futura dei dataset, non certo su quella passata e presente, lasciando comunque ampi margini di incertezza.

Inoltre, è necessario che vengano utilizzate – altra cosa che non accade per una scelta incomprensibile in termini scientifici ma molto chiara per altri versi in quanto trattasi di osservazioni “scomode” – anche le serie derivate dalle osservazioni satellitari, che pur con tutti i loro problemi offrono la garanzia di una copertura spaziale assolutamente omogenea (e raccontano una storia recente piuttosto diversa…).

Insomma, per tornare da dove abbiamo iniziato, il GW, con o senza la A davanti, è un problema locale (nel senso della scala spaziale dei punti di osservazione) che è stato riportato alla scala globale, ma che in questo tragitto ha perso quasi del tutto la capacità di rappresentare le variazioni alle scale inferiori, che poi sono quelle che contano davvero. Meditate gente, meditate.

NB: l’immagine a corredo di questo post viene da www.surfacestations.org

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Author: Guido Guidi

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15 Comments

  1. Ho seguito con attenzione la discussione innescata dal commento del dr. S. Messina.
    Ho molto apprezzato il tono della discussione: pur partendo da posizioni non coincidenti, gli interlocutori hanno esposto le proprie idee in modo esauriente e pacato, rispettando le opinioni degli altri partecipanti al dibattito.
    .
    Alla fine della discussione noto che tutti i partecipanti concordano sul fatto che di fronte ad un aumento delle temperature globali su cui c’è poco da discutere, restano molte incognite circa le cause di tale riscaldamento. Personalmente mi ritrovo pienamente in questa conclusione anche se conferma, purtroppo, uno dei dubbi che mi affligge ormai da quasi un decennio: quanta parte del riscaldamento che stiamo sperimentando trae origine dalla variabilità interna del sistema e quanta parte dall’influenza umana?
    .
    Perché il nocciolo della questione è tutto nella risposta che si dà a questa domanda. Se la temperatura globale varia esclusivamente a causa dell’azione antropica (come sostengono gli esponenti della linea di pensiero principale), c’è poco da stare allegri e le misure adottate sono del tutto insufficienti a fermare il riscaldamento globale. Se le variazioni della temperatura globale sono esclusivamente dovute a cause naturali, c’è ancora poco da stare allegri, in quanto stiamo affrontando sacrifici che non servono a nulla. Probabilmente la verità è nel mezzo, ma anche questa è un’ipotesi che messa così lascia il tempo che trova.
    .
    Da quel che ho potuto capire il dr. Messina tende a privilegiare la natura antropica del riscaldamento globale in quanto nota una correlazione tra l’aumento della concentrazione di gas serra e delle temperature: modificando i parametri che regolano il bilancio radiativo terrestre (concentrazione di gas serra), cambia la temperatura del sistema. E’ logico e condivisibile.
    Io ho, però, molte perplessità in proposito. A solo titolo esemplificativo e non esaustivo, vorrei soffermarmi sull’analisi di un indice che tiene conto della variazione del bilancio radiativo del sistema in conseguenza della variazione delle concentrazioni di gas serra: la sensibilità climatica all’equilibrio (ma potremmo parlare anche della sensibilità climatica transitoria). Sono sempre stato colpito dai margini di variazione piuttosto ampi, entro cui queste grandezze oscillano. E questo aumenta il dubbio che mi affligge da anni, in quanto l’ampiezza dell’intervallo è indice dell’incertezza che esiste sull’argomento.
    Allo stesso modo mi impressiona l’assenza delle periodicità tipiche delle grandezze che caratterizzano il sistema termodinamico terrestre, nelle elaborazioni numeriche che cercano di modellare il clima futuro del pianeta Terra.
    Così come desta sorpresa il margine di incertezza che caratterizza uno dei fenomeni che accompagna il cambiamento climatico in atto e che più di altri mi appassiona: il trend di variazione del livello del mare.
    .
    Non essendo un esperto climatologo, cerco risposte ai miei dubbi nei lavori degli esperti climatologi, ma a volte le loro conclusioni non fanno altro che accrescere i miei dubbi. Inizialmente resto deluso, poi mi ricordo che nella scienza tutto è vero fino a prova contraria e poi mi ricordo di G.B. Vico che nel 1732 scrisse:
    “E non vi lasciate poi irretire da incauti da questa sia odiosa che sciocca diceria, che cioè in questo beatissimo secolo le scoperte, che non si erano mai potute realizzare nel campo degli studi, sono state ormai tutte fatte, portate a termine, perfezionate, così che nulla più rimane in questo campo da desiderare. È una falsa diceria, che viene propalata da letterati di animo meschino.”
    e, quindi, mi metto di nuovo alla ricerca, per tentare di alleviare i miei dubbi.
    Ci riuscirò mai? Probabilmente no, ma spero che essi diminuiscano sempre di più. E questo è il motivo per cui da quasi un decennio frequento questo blog ed è questo il motivo per cui ringrazio il dr. Messina per i suoi contributi.
    Ciao, Donato.

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  2. C’è da domandarsi perché la depressione saheliana della giornata di ieri, non ha attivato granché sui nostri mari..

    Le termiche sull’Artico si stanno stabilizzando..

    L’aumento di gas serra non centra un fico secco, con questi balletti che si vedono, se gli oceani non si riscaldano (o riscalderanno..) è poco da farsi.. qui si tratta di considerare l’acqua, come artefice dell’effetto serra globale. Anche perché come vettore energetico l’anitride carbonica fa ridere.. L’effetto latente dagli oceani, l’intensità e velocità dei venti sugli stessi oceani fanno il resto..

    Si tratta sempre di quelli che ben pensano.. e fanno ridere, come certi gusti, di certi personaggi che parlano tanto bene..

    Saluti

    Immagine allegata

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  3. @Sergio Messina
    Leggo nel riquadro azzurro intitolato “Cambiamenti climatici….per non specialisti” l’ultima frase: “Una volta compresi questi fenomeni, è possibile capire se, come, e in che misura questi fenomeni stiano cambiando a seguito delle attività umane.”.
    Proprio in questi giorni si è “festeggiato” il 30.mo anniversario dell’audizione di James Hansen al congresso americano, audizione che viene considerata l’inizio (della religione) del riscaldamento globale provocato dall’uomo. Nei 10 anni precedenti le fluttuazioni climatiche osservate erano state attribuite all’avvento di una prossima (ovviamente catastrofica) glaciazione.
    Ho il sospetto che la frase riportata in corsivo sopra sia troppo sicura di sé, visto che da almeno 40 anni tutti i climatologi (io sono un astronomo in pensione, ex Unibo) si sono dannati l’anima per capire quale ruolo abbia l’influenza umana in questo riscaldamento (ex raffreddamento) e non ci sono ancora riusciti.
    Anche noi che scriviamo su CM, nel nostro piccolo, cerchiamo di capire proprio questo: qual’è l’influenza delle attività umane nelle modifiche che si osservano nel clima. La maggior parte di noi crede che queste influenze siano minime e che il sistema Terra non abbia perso il suo equilibrio termodinamico (cioè che i feedback siano anche negativi e non solo positivi come postulato dalle teorie attuali) e soprattutto che non sia sufficiente una sola manopola di controllo (la CO2) a regolare lo stare bene o l’andare nell’inferno climatico: ma da qui a dimostrare la “verità vera” di quanto affermiamo (o di quanto affermano i credenti dell’AGW) ce ne corre! E ce ne correrà ancora per un bel pezzo.
    Per questo io forse proverei a cambiare la frase citata, in un senso che mostri almeno un piccolo dubbio, dubbio che non dovrebbe mai lasciarci proprio perché siamo ricercatori e non politici che di mestiere devono avere certezze. Un caro saluto. Franco

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    • Caro Franco,

      altro che sicurezza, come ho citato in una precedente risposta non posso che muovermi che con i piedi di piombo, prima di tutto perché sono comunque un astronomo e non un climatologo e poi per la complessità della problematica.

      Nel saggio “Comprendere i cambiamenti climatici: il primo passo” presento i risultati della mia analisi sulle caratteristiche termiche della superficie terrestre. Nello specifico presento le caratteristiche della variabilità temporale della temperatura su scala diurna, inter-giornaliera e stagionale in relazione alle diverse aree geografiche.

      Obiettivo del saggio è mettere il lettore non specialista (e di buona volontà) nella posizione di conoscere meglio il comportamento naturale della temperatura superficiale terrestre e di avere uno strumento in più per comprendere le problematiche sui cambiamenti climatici.
      Nel saggio non vengono fatte ipotesi sulle cause né previsioni sulle variazioni a lungo termine, che invece verranno presentate in un successivo lavoro.

      Pertanto, la “prudenza” del dubbio a cui tu mi inviti, di fatto non è stata violata. Nella quarta di copertina mi auguro che la conoscenza delle proprietà termiche possa aiutare a capire “se, come, e quando” il cambiamento climatico sia connesso alle attività umane. Come vedi il “se” è presente e non poteva essere diversamente.

      Mi auguro che tu possa trovare modo e tempo di leggere il mio saggio così da potermi omaggiare di un tuo prezioso commento.

      Un caro saluto a te,
      Sergio

  4. @Sergio Messina
    “Di fatto, il cambiamento dell’albedo è esso stesso conseguenza dell’aumento di temperatura.”

    Non necessariamente. L’albedo nelle zone artiche può cambiare in maniera drammatica anche per cause non legate all’aumento di temperatura ma che, al contrario, fanno loro aumentare la temperatura.
    Mi riferisco agli episodi di “dark Ice” che hanno ripetutamente colpito alcune zone della Groenlandia alcuni anni fa, con conseguente aumento della fusione superficiale dei ghiacciai in quelle aree. Ovviamente, all’epoca di questi episodi, la colpa di data alle emissioni di CO2, mentre la causa erano gli incendi boschivi a migliaia di km di distanza, Russia, Cina, etc…
    Quanto all’albedo, è uno dei parametri climatologi più importanti, eppure le misure globali sono scarse e i modelli hanno grosse difficoltà a simularla correttamente.

    Post a Reply
    • Caro Robertok06,

      la tua puntualizzazione è sicuramente corretta. Purtroppo, trattandosi di post e non di review o report specialistici, nel semplificare le argomentazioni c’è sempre il rischio di dare per scontate informazioni che non lo sono o di essere un po’ troppo generici.

      L’albedo è sicuramente un ingrediente importante nel determinare il bilancio energetico atmosferico. A complicarne la modellizzazione c’è il fatto che non si tratta di una proprietà con valore uniforme su tutta la superficie terrestre. C’è una vasta zona, quella degli oceani (quindi 2/3 della superficie) in cui l’albedo è pressoché costante, in quanto dipende dalla profondità degli stessi oceani. Ci sono poi regioni in cui l’albedo è variabile, ma in modo periodico seguendo l’andamento delle stagioni (mi riferisco alla variazione stagionale della densità di vegetazione). Ci sono regioni in cui la variazione tende a essere sistematica (e sono queste le variazioni maggiormente correlate alla variazione di temperatura), e mi riferisco alla progressiva diminuzione dell’estensione delle calotte polari (sovrapposta alla variazione periodica annuale) e all’aumento di densità di vegetazione di vaste zone nordiche o alla progressiva diminuzione della stessa nelle zone di desertificazione. Infine c’è la componente stocastica, proprio quella a cui ti riferivi tu legata ad eventi dei quali non è possibile prevederne tempi, luoghi ed intensità. E per finire c’è chiaramente la copertura nuvolosa che ha un effetto notevolissimo sul valore globale dell’albedo e che sebbene segua degli schemi noti comunque sulle piccole scale è altamente variabile.

  5. La coincidenza temporale tra inizio dell’era industriale e l’inizio dell’innalzamento di gas serra e temperatura, sembrerebbe dare forti indicazioni sulla risposta.

    Io su questo passaggio, già letto da altre parti, come lettore non specializzato rimango sempre perplesso: perché l’inizio dell’era industriale dovrebbe essere il XIX secolo, l’innalzamento del gas serra mi pareva idem, ma l’aumento senza precedenti della temperatura mi pare venga fatto risalire alla metà del XX secolo. Può chiarire?

    Post a Reply
    • Caro Fabrizio,
      ogni commento ai post offre sempre la possibilità di entrare un po’ più nel dettaglio e di essere meno approssimativi. In effetti tra aumento di temperatura ed era industriale un ritardo esiste.
      A titolo di esempio, tra i tanti ormai disponibili in letteratura, propongo il grafico allegato (creato da Robert A. Rohde/Global Warming Art) e basato sulle temperature medie globali raccolte dalla Goddard Institute for Space Studies della NASA.
      Si può notare che il trend di aumento della temperatura globale risale ai primi anni del 900. Che esista un ritardo anche di mezzo secolo tra l’inizio dell’era industriale e i suoi effetti in termini di riscaldamento globale è anche comprensibile. Infatti, la reazione termica del sistema atmosfera terrestre avviene, in maniera significativa, quando si supera una certa soglia nella concentrazione dei suoi gas serra. Parlando ad esempio solo di C02, la reazione termica si ha non quando la concentrazione di C02 inizia ad aumentare, ma quando questa supera un dato valore di soglia.
      Di contro, l’esistenza di questa inerzia termica rende la problematica del riscaldamento ulteriormente critica. Infatti, anche se oggi si azzerasse o, più realisticamente ,si riuscisse a non far crescere la concentrazione di C02, pur tuttavia il sistema atmosfera terrestre continuerebbe a riscaldarsi ancora per un tempo imprecisato, a motivo appunto della sua inerzia.

      Immagine allegata

  6. Egr. dott. Messina

    ho letto quanto riportato nel suo blog; lavoro interessante, ma mi sfugge un passaggio fondamentale.

    Che sia in atto un riscaldamento globale della superficie del nostro pianeta (Italia compresa) è ormai, anche secondo me, fuori discussione; ma ciò che mi rende un po’ perplesso è il suo commento decisamente preoccupato sul trend in atto:

    “L’andamento è veramente interessante e allarmante!”

    Mi interesserebbe capire dunque, sulla base delle sue ricerche, cos’è che la rende “allarmato”.
    In altre parole, vorrei capire, alla luce delle sue analisi temporali, cosa le ha fatto evincere che questa documentata crescita esponenziale delle temperature sia effettivamente destinata a salire ancora senza sosta nel prossimo futuro; e anche ammesso che sia davvero destinata a salire di 1.7°C nei prossimi vent’anni, cosa le fa supporre che questo andamento possa davvero tradursi in qualcosa di drammatico e allarmante?

    E inoltre, sempre sulla base dei suoi studi, c’è qualcosa che la induce a ritenere con un buon grado di confidenza che l’uomo possa davvero giocare un ruolo fondamentale in tutto ciò?

    Grazie per l’attenzione.

    Cordiali saluti
    Giovanni Pracanica

    Post a Reply
    • Gentile Giovanni Pracanica,

      grazie per l’attenzione al post e per il suo commento.

      Lei coglie due interessanti aspetti collegati all’argomento, la possibilità/capacità di prevedere l’evoluzione futura dell’andamento della temperatura superficiale e in che modo un aumento di temperatura di neanche due gradi centigradi possa minacciare la serenità del vivere quotidiano (da cui l’aggettivo “allarmante”).

      In merito al primo aspetto, la invito gentilmente a leggere la mia risposta al quesito di Carlo70. In breve, mentre l’analisi di serie temporali di dati è parte del mio lavoro quotidiano che svolgo da oltre 25 anni, al contrario, per quanto riguarda le previsioni sui futuri andamenti e sulle cause del riscaldamento globale, mi rimetto necessariamente ai risultati degli specialisti di climatologia. L’ipotesi di un ulteriore aumento della temperatura di 1.7 gradi centigradi nei prossimi 20 anni non è una previsione né il risultato di un modello ma solo un’estrapolazione matematica, basata sulle osservazioni degli ultimi 10 anni.

      Altro aspetto interessante è come sia possibile che un “innocuo” aumento di temperatura di meno di due gradi centigradi possa considerarsi “allarmante”. Al riguardo bisogna non dimenticare che la superficie terrestre è alquanto disomogenea. Questo significa che regioni diverse rispondono in maniera diversa a uno stesso aumento della temperatura per cui la piccolezza degli aumenti di temperatura non deve trarre in inganno.

      Un aumento di temperatura degli oceani da 15 a 16,7 gradi comporta l’espansione termica del volume dell’acqua e quindi un suo innalzamento, ma se non sbaglio siamo nell’ordine di millimetri.
      Al contrario un aumento di temperatura, ad esempio da 0 a 1,7 gradi, nelle calotte polari innesca il cambiamento di stato dell’acqua da solido a liquido, da cui lo scioglimento delle calotte.
      Ma anche l’aumento da 15 a 16,7 gradi è cruciale nelle regioni nordiche della Siberia in quanto ha innescato l’inizio dello scioglimento del permafrost, con conseguente rilascio in atmosfera di enormi quantità di anidrite carbonica.
      Per cui se esistono ampie regioni della superficie terrestre, compresa l’Italia, in cui quasi nulla di diverso si percepisce con 1,7 gradi di temperatura in più, ci sono altre regioni non meno estese in cui tali piccoli aumenti producono effetti allarmanti.

      Sergio Messina

      P.S. Vorrei ringraziare il moderatore di questo blog (credo sia il Dr. Guidi?) se nonostante ci si sia allontanati alquanto dal suo post originario (“Come (non) ti misuro il Global Warming”) ha comunque voluto accogliere nel blog la discussione che ne è nata.

    • Sergio,
      questo blog esiste per questo. Vedere svilupparsi queste discussioni è per me di grande soddisfazione, perciò sono io a ringraziare lei e tutti gli amici che vi prendono parte.
      gg

    • Si direbbe che il peggio deve ancora venire, purtroppo per noi italiani. Quelle +30 in quota lungo i tropici africani non sono di buon auspicio. Nel senso che in condizioni climatiche differenti ci sarebbe sudare, ci sarà da sudare..
      Ma poi quando gli oceani non ne avranno più.. bisognerà mostrare le carte in tavola?
      Si direbbero alisei forti in discesa dai tropici, che a sua volta consentono all’alta delle Azzorre di restare slegata da un qualsiasi tipo di legame continentale africano. In altri casi, si avrebbe la quella che viene definita estate normale.. A dire il vero non c’è nessun legame azzorriano neanche con l’Europa, ma potrebbe esserci un valido motivo.. C’è da aggiungere, più che riscaldamento ai poli, vediamo oscillazioni del getto polare abbastanza (eufemismo) pronunciate.. Lo studio della depressione polare, non può essere definito con le sole temperature, direi che la situazione barica fa da padrona, quindi localmente vediamo notevoli differenze nelle anomalie termiche.
      Il panorama di studio è ampio e per riassumere una valutazione.. direi che avvengono dislocamenti delle masse glaciali, più che permanenti perdite.. A Sole piacendo..
      Forse è inutile aggiungere che si prevede (fine anno) o prevedeva, l’arrivo de el Niño, questo si nota osservando alcuni modelli fisico-matematici nel lungo periodo.
      In realtà se non avverranno importanti espansioni ed accelerazioni, dei moti ascendenti e discendenti lungo i corridoi tropico/equatoriali, l’Estate e poi l’Inverno procederanno con le proprie tempistiche..
      Al momento abbiamo oscillazioni del getto polare e perciò perturbazioni atlantiche che si abbassano in latitudine. Vediamo quel forte raffreddamento eurasiatico, che mantiene bassa l’ingerenza sui mari italici dei moti discendenti tropico/equatoriali. Sarebbe il segnale ENSO precedente a disturbare l’equilibrio della depressione polare? C’è molta energia in gioco (latenza oceanica) che mantiene disorientata l’alta delle Azzorre, ma in passato non è sempre stata alzata in latitudine. In pratica vediamo configurazioni invernali, durante certi mensilità primaverili ed estive. Durante gli episodi de El Niño, sarebbe la dinamica azzorriana a provocare periodi estremamente caldi, a divenire poi siccitosi con il passare dei mesi.. Il moto ascendente, nella circolazione atmosferica sul corridoio tropico/equatoriale è relativo all’energia in gioco, quindi l’espansione ed accelerazione dei moti atmosferici, non va solo verso l’amplificazione infinita dell’effetto serra. Questo in atmosfera terrestre è un fenomeno naturale, ciclico nell’intensità e persistenza soprattutto. Se nel tempo il pianeta va raffreddandosi rispetto l’epoche passate, si direbbero oscillazioni della depressione polare, non causate dalla persistenza attuale, delle risalite meridiane. In realtà è l’alto gradiente termico poli/equatore a generare il clima terrestre estremo. Basso gradiente sarebbe verificato da un fronte polare meno espanso. Alisei forti, stanno impedendo localmente sul Mediterraneo occidentale, la persistenza dei fenomeni di subduzione. Solo dove aumenta la forza dei monsoni, abbiamo importanti promontori subtropicali eurasiatici, ma anche saccature artiche…

      Le termiche sulla Penisola iberica e sulle Alpi non fanno in tempo a radicarsi troppo sul Mediterraneo. Nemmeno “Caronte” sul Mare del Nord ha avuto una matrice continentale. Si potrebbe continuare, ma grandinate e temporali di questi giorni sono l’esempio lampante.. La saccatura sul Baltico pure 🙂

      Saluti

      Immagine allegata

  7. Gentile Dott. Guidi,
    grazie per questo suo interessante contributo e per la chiarezza espositiva che sempre la distingue.
    Mi trovo d’accordo con quanto da lei esposto, fatta eccezione per un suo inciso.
    Se ben capisco, lei sembra lamentare il non utilizzo delle serie temporali satellitari nello studio della “febbre del pianeta”.
    Ad onor del vero, tali serie vengono utilizzate ed in maniera sistematica già da parecchi anni. Cito giusto come esempio i valori di temperatura forniti dal GLDAS_NOAH (NOAH Global Land Data Assimilation System). In parole semplici, si tratta di valori di temperatura ottenuti utilizzando modelli della superficie terrestre, integrati, calibrati e validati con osservazioni sia da terra che soprattutto da satellite. GLDAS permette di ottenere serie di dati relativi a tutta la superficie terrestre con diversi gradi di risoluzione sia spaziale che temporale e di fare anche previsioni sugli andamenti futuri sia di temperatura che di altri parametri dell’atmosfera.
    Un esempio dell’utilizzo dei dati satellitari per la misura della “febbre dell’Italia” viene presentato nel posto “Riscaldamento globale…anche in Italia?” accessibile al link cosacambiadelclima.blogspot.com, e di cui riporto il grafico in allegato.
    Cordiali saluti,
    Sergio Messina

    Immagine allegata

    Post a Reply
    • “Sembra proprio che le attività umane (dette antropogeniche) rappresentino la causa principale”.
      Dall’articolo da cui è estratta questa chiosa non è possibile risalire alle argomentazioni per cui dovremmo condividerla. La ringrazio anticipatamente se potrà chiarirmi questo aspetto, a meno che non si tratti di un assioma…

    • Gentile Carlo70,

      grazie per il suo commento che mi permette di puntualizzare meglio i limiti del mio intervento.

      La invito a leggere il post “Un astronomo e i cambiamenti climatici…! Quale il nesso?” pubblicato allo stesso link cosacambiadelclima.blogspot.it. Per comodità riporto qui l’ultimo paragrafo:

      “L’analisi (dei dati) viene realizzata in modo rigoroso e quindi i risultati che andrò condividendo con voi sono affidabili. Invece, per quanto riguarda la loro interpretazione, lì ci andrò con i piedi di piombo, rimandando di volta in volta ai veri specialisti del campo climatico.“
      L’esistenza di un riscaldamento globale (che interessa anche la penisola italiana) viene fuori con elevato livello di confidenza anche dalla mia analisi. Invece per l’ipotesi “antropogenica”, che trova il mio consenso, non ho nulla di nuovo in suo supporto più di quando non sia già fatto dagli specialisti nel campo.

      Fatta questa doverosa premessa, mi sento di fare la seguente considerazione.
      Il sistema Terra ha perso il suo stato di equilibrio termico: la quantità di energia che riceve dal Sole è maggiore di quella che la Terra cede, da cui il conseguente aumento della temperatura superficiale. La quantità di energia che la Terra riceve dipende sostanzialmente dalle proprietà dell’orbita terrestre e dalle proprietà dell’atmosfera solare. Negli untimi decenni (ma direi anche negli ultimi due-tre secoli) non si ha avuto nessun cambiamento significativo né delle une né delle altre proprietà, per cui la Terra continua a ricevere la stessa quantità di energia.
      Ciò che è cambiata (diminuita) è la quantità di energia emessa dalla Terra. Questa dipende sostanzialmente da due maggiori fattori: l’albedo e cioè la capacità della Terra di riflettere l’energia solare incidente e la composizione chimica dell’atmosfera (specificatamente la sua capacità di trattenere la radiazione infrarossa emessa dalla Terra).

      L’albedo va cambiando su scala locale, ma non saprei dire il segno del suo cambiamento globale. Se da una parte aumenta l’estensione delle aree desertificate provocando un aumentando dell’albedo, d’altra parte aumenta la densità di vegetazione nelle regioni nordiche e diminuisce l’estensione delle calotte polari, provocando una diminuzione dell’albedo. Di fatto, il cambiamento dell’albedo è esso stesso conseguenza dell’aumento di temperatura.

      L’aumento incontrovertibile è quello della quantità di gas serra (che ha di fatto aumentato la capacità dell’atmosfera di trattenere calore, con conseguente innalzamento della temperatura).

      Allora la domanda diventa: l’aumento dei gas serra è di origine naturale o è l’effetto dell’attività antropogenica? La coincidenza temporale tra inizio dell’era industriale e l’inizio dell’innalzamento di gas serra e temperatura, sembrerebbe dare forti indicazioni sulla risposta.

      Sergio Messina

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