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Le posizioni dei vari stati

In questi mesi abbiamo seguito l’evolversi dei vari tavoli negoziali, in giro per il mondo. Al secondo giorno del summit di Copenhagen, tuttavia, può valere la pena riassumere le posizioni delle principali nazioni coinvolte nel processo decisionale. Per appartenenza, partiamo dall’Europa.

Unione Europea
La UE ha sempre voluto segnare il passo, cercando di porsi come “guida” rispetto agli altri paesi. Per far ciò ha indicato come obiettivi una riduzione delle emissioni entro il 2020 pari al 20% rispetto ai valori del 1990. Tuttavia, la UE sarebbe disposta ad arrivare al 30% di riduzione, a fronte di un accordo unitario tra le nazioni presenti a Copenhagen. A questo si aggiunga la volontà della UE di arrivare a stanziare una cifra che oscilla tra 1 e 3 miliardi di euro1, in favore dei paesi in via di sviluppo e a sostegno delle azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici. Nonostante gli sforzi per apparire unita, la UE ha alcune voci dissonanti al suo interno. Una su tutte, la Polonia. Quest’ultima in particolare pone delle questioni su come verranno ripartiti i finanziamenti ai PVS, sostenendo che la parte principale del flusso di denaro debba uscire dalle casse dei paesi europei più ricchi.

USA
Dopo la partenza sprint della nuova legislazione sul Cap and Trade (arenatosi poi al Senato), gli USA potrebbero ancora ambire ad un accordo “debole” a Copenhagen. Magari non legalmente vincolante, ma comunque stringente, soprattutto nei confronti di India e Cina, le due nazioni grandi indiziate. Si parla in ogni caso di una riduzione, su base volontaria, pari al 17% dei valori del 1990, entro il 2020. In assenza di una legislazione interna chiara, sembra difficile che gli USA si leghino in qualche modo ad un nuovo trattato legalmente vincolante.

Cina
La Cina ha espresso la volontà di ridurre le proprie emissioni di CO2, tuttavia al di fuori di qualsiasi trattato legalmente vincolante, e quindi su base prettamente volontaria. Le cifre di tale riduzione rimangono piuttosto oscure, sono stati fatti più annunci, dal 30 al 45% entro il 2020.

India
Il governo indiano ha una posizione molto critica, probabilmente la più critica insieme a quella dell’Unione Africana, nei confronti dei paesi occidentali. Il dito è puntato sulle economie già sviluppate e causa della quasi totalità dell’inquinamento atmosferico. Il principio è “chi inquina, paga”, e in base a questo l’India non vuole in alcun modo legarsi ad un trattato. Recentemente ha però espresso la volontà di ridurre le proprie emissioni di una quota pari al 20% entro il 2020.

Africa
Come l’India, l’Unione Africana ha assunto una posizione estremamente critica nei confronti delle responsabilità occidentali. Ai paesi sviluppati chiede a gran voce impegni di riduzione molto più consistenti. E una notevole quantità di denaro, per affrontare la mitigazione degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici.

Brasile
Il gigante sudamericano è impegnato nella lotta contro la deforestazione. In questo modo cerca di abbattare le proprie emissioni di CO2. Al momento sembra che questa lotta stia avendo successo. La politica interna brasiliana prevede anche un crescente impiego di biocarburanti.

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  1. http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5hfb_H2TPyLNp1uZdf0-FGdLx-VXQ []
Published inCopenhagen

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