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Poteva forse mancare un qualche tipo di accenno ai negoziati climatici, che investono tanta parte della diplomazia mondiale, da parte di Wikileaks? Affatto, e l’ultima fuga di notizie1 porta con sè una buona dose di preziose informazioni. Dagli ormai noti 200mila cablogrammi diffusi su internet, emerge come gli Stati Uniti abbiano a tutti gli effetti sabotato o per lo meno pilotato gli scalcinati accordi di Copenhagen. Finanza creativa, minacce, promesse di aiuti (mai mantenute pare) e tanta diplomazia occulta per convincere tutte quelle nazioni che si ponevano in contrapposizione con la visione americana sul cambiamento climatico. Tra i tantissimi casi emersi, ne citiamo uno particolarmente interessante, quello delle Maldive. Da un cablogramma e relativi documenti, è emerso che gli Stati Uniti abbiano offerto, pochi mesi prima di Copenhagen, 30 miliardi di dollari al governatore delle Maldive: per affrontare il disagio causato dal global warming, di cui loro (gli abitanti delle Maldive) non hanno colpa alcuna. Pochi giorni dopo è arrivata la notizia che le Maldive avrebbero sostenuto le proposte della Clinton, in sede di negoziato a Copenhagen. E dopo pochi mesi, ancora, è comparso un piano di intervento per salvaguardare le Maldive, da svariate decine di milioni di dollari. Un anno fa sembrò davvero una voce fuori dal coro dei paesi in via di sviluppo, quella delle Maldive. Ed in effetti, lo era. Ad ogni modo, utilizziamo il condizionale, perchè non si può più essere certi di nulla. Non sappiamo se e chi erogò quei finanziamenti. Una cosa è chiara: di tutto si tratta, tranne che di salvare il mondo, l’ambiente, la nostra atmosfera.

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  1. http://www.guardian.co.uk/environment/2010/dec/03/wikileaks-us-manipulated-climate-accord []

Oggi a Roma la fondazione Magna Charta organizza questo convegno, durante il quale verrà annunciata questa mozione presentata ieri in Senato dal presidente della commissione Ambiente, Antonio D’Alì:

Il Senato:

considerati gli esiti della Conferenza sul Clima COP 15 (incontro tra i 192 paesi tenutasi a Copenhagen dal 4 al 15 dicembre 2009);

considerato
che il dibattito scientifico nelle ultime settimane ha registrato ulteriori momenti di approfondimento e chiarimento dai quali sono emerse nuove criticità sulla affidabilità dei rapporti dell’IPCC sul cd. riscaldamento globale (GW), in questi ultimi anni alla base delle risoluzioni dell’ONU, del G8 e dell’UE in ordine alle politiche ambientali ed in particolare alla base di straordinariamente impegnativi accordi nell’ambito dei quali l’Italia ha assunto obbiettivi  ed oneri estremamente penalizzanti;

valutato
che queste criticità investono anche la serietà e la correttezza nella divulgazione dei dati forniti dall’IPCC nonché la moralità di alcuni suoi principali esponenti;

che l’UE in materia ambientale ha adottato senza la minima incertezza le tesi catastrofiste basate sui contenuti dei rapporti ONU-IPCC e di alcuni studiosi inglesi alle quali gli altri governi si sono acriticamente accodati condividendo analisi, oggi rilevatesi errate e non sufficientemente supportate dal dato scientifico;

considerato
che il Governo Italiano, con il personale intervento del Presidente Berlusconi nel vertice UE di Bruxelles del dicembre 2008, ha ottenuto una clausola che stabilisce nel marzo 2010 (appunto dopo ed a seguito di COP15) il mese in cui si debba procedere ad una revisione del trattato cosiddetto 20.20.20, a suo tempo stipulato solamente dagli Stati Europei, come già avvenne per il protocollo di Kyoto.
Che la mancata adesione dei Paesi maggiori produttori di CO2 ha reso scarsamente rilevante l’impegno europeo ai fini del contenimento a livello globale delle emissioni di CO2, ove mai tale contenimento sia veramente in grado di influire sulle dinamiche climatiche della Terra;

che l’attivazione di tale clausola costituisce l’unica occasione istituzionale in sede UE per rivedere la politica degli obblighi di riduzione delle emissioni di CO2 e di sviluppo delle fonti rinnovabili e dei risvolti sanzionatori del loro eventuale non mancato rispetto

che il dato scientifico che oggi emerge e la manifesta volontà dei grandi paesi (USA, Cina, India, Messico, Brasile, Sud Africa) emittenti di CO2 i quali hanno chiaramente indicato di voler seguire proprie autonome e non vincolanti in sede internazionale politiche climatiche

impegna il Governo

a chiedere in sede ONU la revisione degli assetti degli organi preposti alle determinazioni delle strategie ambientali, in particolare l’avvicendamento del Presidente dell’IPCC dott. Pachauri e del Commissario De Boer, osservando che:  – il primo si è manifestatamene rivelato quantomeno fazioso e inaffidabile nella gestione di un ruolo di estrema importanza, tanto da indurre in errore lo stesso segretario generale dell’ONU e comunque i Governi degli stati membri
- il secondo ha dimostrato di non saper gestire la delicata e complessa vicenda delle intese internazionali, continuando ad individuare l’oggetto di possibili accordi utili ed indispensabili a fronteggiare le emergenze planetarie ambientali solamente sulla riduzione della CO2, piuttosto che su vere e concretamente affrontabili questioni quali la deforestazione, l’inquinamento marino, l’inquinamento da residui tossici, l’inquinamento dei rifiuti solidi urbani, temi tutti sui quali si sarebbe potuto invece discutere e raggiungere proficue intese in sede di Conferenza COP15.

a chiedere la riorganizzazione dell’IPCC riconducendolo, come all’origine della sua costituzione, ad un vero organo scientifico dedicato unicamente alla molto complessa problematica dei cambiamenti climatici, sgombrandolo quindi dall’immotivata interferenza di altre discipline;

a promuovere in quell’organismo per l’Italia una maggiore e più qualificata presenza;

a richiedere l’attivazione in sede UE la clausola Berlusconi/marzo 2010 nel senso di dichiarare decaduto, in quanto non più utile, il trattato 20.20.20 e chiederne la sostituzione con un nuovo accordo che meglio risponda al dato scientifico, che riveda gli impegni di riduzione delle emissioni di Co2 su livelli per l’Italia più equilibrati rispetto a quelli assunti dagli altri stati membri aderenti ed in linea con quelli assunti autonomamente da Usa, Cina, India, Sud Africa, Brasile e Messico, paesi maggiormente protagonisti dei consumi di energia mondiali e certamente coinvolgibili con nuove modalità di intesa e riveda altresì i gravosissimi impegni connessi agli obiettivi di sviluppo delle fonti rinnovabili;

ad adoperarsi affinché la politica ambientale dell’UE abbandoni la linea sinora imposta in particolare dagli Inglesi, dai Tedeschi e dai commissari europei all’ambiente succedutisi nel tempo, anch’essa basata sui dati rivelatisi inesatti dell’IPCC e che ha condotto ai trattati di Kyoto e 20.20.20. ed al fallimento (per fortuna) della Conferenza COP15, linea peraltro già ufficialmente censurata dal Senato della Repubblica e non adeguatamente seguita in occasione di molti incontri internazionali;

ad adoperarsi affinché la politica dell’UE si incentri su emergenze planetarie concretamente affrontabili nella elaborazione di progetti che contengano ragionevoli certezze sul rapporto costi/benefici (es. deforestazione, lotta agli inquinanti, lotta all’inquinamento marino, eliminazione dei rifiuti tossici, smaltimento dei rifiuti, risparmio energetico );

a promuovere iniziative in sede internazionale di attività di vero approfondimento e di vera ricerca scientifica sul tema dei cambiamenti climatici, sulla loro reale consistenza e sulle loro eventuali cause e sulla loro prevedibile evoluzione;

ad adoperarsi affinché tali ricerche vengano svolte anche in sede UPM con specifico riferimento all’area Euro Mediterranea;

a valutare l’opportunità di sospendere, promuovendo una fase di comune riflessione, alcuni progetti internazionali di particolare impegno di spesa, tanto nell’ attivazione quanto nella gestione, che sono stati presentati sulla base dei dati e delle previsioni fornite dall’IPCC al contesto politico internazionale, dati rivelatisi poi errati se non addirittura infondati.

NB: qui il post originale

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Aggiornamento:

a questo link, trovate il comunicato Ansa diramato al termine dell’evento. Di particolare interesse a mio parere, quanto espresso dal Prof. Franco Prodi, il quale sostiene che non sarà possibile ottenere delle previsioni attendibili sull’evoluzione del clima prima di alcune decine di anni. La scienza del clima, ha proseguito sempre Prodi, ”deve integrarsi con altre scienze, mentre l’Ipcc non e’ la scienza mondiale e definitiva”.

Questi sono probabilmente i tempi giusti per fare qualche riflessione in materia di riscaldamento globale, delle sue cause, dei sui effetti, della realtà molto più locale che globale del suo manifestarsi, dell’approccio che ha avuto sin qui il mondo della ricerca e, ultimo ma  non meno importante, del modo in cui esso viene percepito nel sentire comune, nella pancia della nostra società, ovvero quel luogo da dove, piaccia o no, traggono ispirazione e orientamento le decisioni politiche.

Lo spunto nasce non senza della facile ironia dall’eccezionale ondata di freddo che sta interessando l’emisfero settentrionale in questa prima parte della stagione invernale. Un’ironia che si potrebbe smontare facilmente con un certo numero di ore di volo, giacché nell’emisfero meridionale l’estate sta per raggiungere il culmine e le temperature sono tornate a salire; per esempio in Australia, dove torna a anche a mostrarsi lo spauracchio degli incendi. Si tratta di tempo dunque, e non di clima, ovvero di oscillazioni di breve periodo proprie della variabilità interannuale, che, dicono sia quelli bravi che quelli che non ci capiscono un tubo, non ha nulla a che fare con il clima, perché quello si misura a scala temporale molto più ampia. Almeno un trentennio, due sarebbe meglio.

Il punto è che questa affermazione è vera solo in parte, perché alla fine dei conti, è quello che accade in quel trentennio a definirne il clima e, a volte, il punto di partenza e quello di arrivo non sono più importanti dei punti che stanno nel mezzo o in uno qualsiasi degli intervalli temporali più brevi che si volessero prendere in considerazione. Prendiamo ad esempio le temperature, pur tra le mille incertezze che comportano la loro misura e la loro rappresentazione areale, possiamo dire che abbiano subito un aumento. Nella teoria che individua quasi interamente nel fattore antropico l’origine di questo aumento, non riescono a trovare spazio tutte quelle dinamiche climatiche ad esso correlate che dovrebbero di fatto essere il vettore di questo riscaldamento. Per contro, trovano ampio spazio gli effetti dell’aumento delle temperature, primi tra tutti ad esempio lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello dei mari. Ma questi sono effetti che avremmo comunque e che già si sono manifestati molte volte nella storia del clima, quando di certo le oscillazioni di temperatura non potevano essere imputate alle attività umane. Ne risulta che mentre si continua a sentire da ogni parte che il clima sta cambiando in modo incontrollato e catastrofico, adducendo come spiegazione la variazione di temperatura, non c’è alcuna reale percezione di questo cambiamento, perché gli eventi atmosferici di breve e medio periodo che sommati tutti insieme alla fine compongono il clima nel lungo periodo, sono gli stessi di sempre. Caldo d’estate e freddo d’inverno, ora di più ora di meno.

Male fanno quelli che dopo la torrida estate del 2003 (che per inciso ha riguardato solo il vecchio continente), hanno vaticinato che ne avremmo avute altre a ripetizione. Non c’erano e non ci sono assolutamente gli elementi scientifici per dirlo, per cui si trattava e si tratta di pura speculazione o mero sensazionalismo, puntualmente smascherati dal fatto che l’evento almeno sin qui non si è più ripetuto. Altrettanto male sarebbe interpretare le ondate di freddo di questo inverno e di quello passato come segnali di controtendenza. Ancora peggio, confermando la volontà di speculare e fare sensazionalismo, è arrampicarsi sugli specchi per cercare la causa di questi ultimi eventi nel riscaldamento globale, scomodando un’accentuazione della variabilità delle condizioni atmosferiche o dell’intensità dei fenomeni che oltre a non avere alcun fondamento scientifico nel senso stretto delle misurazioni, rappresenta addirittura un controsenso per chi mastica un minimo di meteorologia e circolazione atmosferica. In senso assoluto, l’intensità dei fenomeni atmosferici è proporzionale al gradiente di temperatura tra le alte e le basse latitudini; con il riscaldamento globale, le temperature sono aumentate più alle alte latitudini che non a quelle basse, per cui -perdonate la semplificazione- il caldo è rimasto tale ed il freddo è diventato meno freddo. Ciò che ne risulta è un gradiente meno accentuato, da cui semmai può derivare una attenuazione dei fenomeni, non certo una loro intensificazione. Ma questa, come accennato, è una eccessiva semplificazione, i fattori in gioco sono comunque molto numerosi, per cui qualunque considerazione al riguardo torna a far parte delle sole speculazioni.

Il lettore più attento avrà notato che ho usato il condizionale solo nel descrivere brevemente la relazione tra eventi di freddo ed inversione di tendenza del clima. Non è casuale, né credo si tratti di condizionamento ideologico, almeno fino a prova contraria. Mi spiego. Torniamo al concetto di insieme di eventi di breve periodo che sommati anno per anno compongono l’andamento del clima. Quella del 2003 è stata un’estate molto calda, pur se come detto lo è stata soprattutto per l’Europa. L’evento è giunto al culmine di un lungo periodo di riscaldamento, protrattosi quasi per tutte le ultime tre decadi del secolo scorso. Nonostante ciò, l’evento del 2003 è stato eccezionale, nel senso che non si ricordano episodi simili nel periodo appena citato. Dunque non si può certo dire che eventi del genere abbiano caratterizzato il periodo di riscaldamento. Questo sarebbe bene che quanti paventano un futuro di disastri da caldo lo tenesse a mente. Successivamente, e per un periodo che climaticamente è ancora decisamente breve, parecchie di quelle dinamiche che molto più della sola misura della temperatura media superficiale del pianeta sono in grado di caratterizzare il clima, hanno accennato un’inversione di tendenza. Gli indici multidecadali degli oceani hanno virato verso il segno negativo, mentre per le ultime tre decadi del secolo scorso avevano assunto segno costantemente positivo. L’attività solare nel suo complesso, non già la sola radiazione diretta, unico parametro solare ad essere tenuto in considerazione nelle simulazioni climatiche, ha subito una drastica riduzione e, neanche a farlo apposta, le temperature medie superficiali hanno smesso di crescere. Quale la naturale conseguenza? Non certo la cancellazione di tutto quanto è avvenuto nelle ultime decadi, quanto piuttosto la possibilità che comincino ad affacciarsi sulla scena del clima un maggior numero di eventi di raffreddamento a scala spaziale piuttosto ampia ed a scala temporale almeno stagionale. Se questi continueranno a manifestarsi per un periodo di tempo sufficientemente lungo la loro somma descriverà un tipo di clima diverso e potremo dire che è avvenuta una inversione di tendenza. Tutto questo sarà comunque poco leggibile sulla curva delle temperature medie superficiali globali, perché queste ultime sono fortemente condizionate dalle modifiche ambientali occorse dov’è la grande maggioranza dei punti di rilevamento, ovvero sulle aree soggette a massiccia urbanizzazione.

Al contempo, il presunto forcing antropico da incremento dei gas serra ha continuato ad aumentare linearmente. Manca in tutta evidenza la conoscenza di quelle dinamiche che possono tramutare la correlazione tra incremento dei gas serra e temperature in rapporto di causa effetto, così come manca la conoscenza dei fattori di amplificazione delle forzanti naturali come quelle appena enunciate che ne spieghi l’influenza sul clima. Non è detto che le une escludano le altre, ma è probabile che i rapporti di forza tra queste siano diversi da quanto si crede. Con riferimento al forcing antropico sono le simulazioni climatiche a corroborare la tesi, ovvero ad assegnare a questo un ruolo preponderante. Queste simulazioni hanno però molte difficoltà a riprodurre il sistema nella sua complessità dimostrando di non essere ancora attendibili ma, soprattutto, sono basate proprio sul fatto che i gas serra abbiano un ruolo primario; è quindi inevitabile che continuino a considerarlo tale quando le si proietta verso il futuro. E infatti, mentre si prevedeva un innalzamento continuo delle temperature anche per l’ultimo decennio ciò non è accaduto. Per quel che riguarda le oscillazioni di origine naturale sembrano parlare più chiaro le osservazioni. Non solo gli indici oceanici, come già accennato, ma anche il mancato aumento del vapore acqueo in atmosfera, contrariamente a quanto previsto dalle simulazioni, piuttosto che il contenuto di calore degli oceani, anch’esso stabile dai primi anni di questo secolo.

Forse queste osservazioni suggeriscono che è giunto il tempo di rivedere il peso del fattore antropico da gas serra nelle simulazioni climatiche, perché magari in questo modo si potrebbero avere anche delle risposte attendibili per il breve e medio periodo, che a livello strategico sono certamente più importante di quello lungo. Una previsione stagionale o annuale attendibile, avrebbe forse fatto comodo per questo inverno. Chissà, magari si potevano approntare dei piani di protezione civile più efficaci, immaginare un diverso approvvigionamento delle merci e delle risorse energetiche, cose utili al nostro benessere, molto, ma molto di più di una paventata serie di estati bollenti attorno al 2050. Allo stesso tempo, previsioni decadali affidabili potrebbero avere una enorme valenza strategica.

E tutto questo accade all’indomani di una conferenza mondiale sulle problematiche inerenti al clima che ha dimostrato tutta l’incapacità che le nazioni di questo pianeta hanno nell’affrontare coralmente qualunque genere di argomento. La COP15 di Copenhagen ha infatti seguito di pochissime settimane il vertice della FAO a Roma, altra assise internazionale dai risultati veramente deludenti. Forse, piuttosto che inseguire a tutti i costi un’intesa globale per intervenire in una direzione che intenda mitigare qualcosa che probabilmente non è mitigabile ovvero influenzabile né in positivo né in negativo, l’intesa andrebbe cercata per i tanti, tantissimi mali che affliggono il pianeta e sono noti con assoluta certezza, comprendendo tra questi certamente anche l’ambiente che con il clima ha veramente poco a che fare, ma magari assegnando la priorità a qualcosa d’altro, perché è giusto assicurare a tutte le popolazioni del pianeta un futuro climatico favorevole, ma a chi realmente il futuro non sa cosa sia, temo che le oscillazioni di temperatura interessino assai poco.

Una nuova versione dei fatti sulle ultime ore del vertice di CO2penhagen e sul braccio di ferro che avrebbe visto i paesi Basic (Brasile, Sud Africa, India e Cina) cospirare contro l’occidente, rappresentato dai soli Stati Uniti perchè l’Europa, coesa nei proclami ma non nei fatti non è stata educatamente messa da parte. La trovate in questo articolo uscito il 3 gennaio scorso sul Sole24Ore.

Ne nascerebbe un nuovo asse Europa-USA per fronteggiare questa alleanza, che però non si deve sapere perchè gli stessi USA non vorrebbero che questo avesse ripercussioni sulla politica estera.

Non so perchè ma mi era sembrato che si dovesse parlare di clima e CO2penhagen.

La capitale è nel panico, la Festa de’ Noantri, evento dei romani doc è destinata ad aver luogo in altri lidi, addirittura in un altro continente, e, più precisamente in Bolivia, nella città di Cochabamba. L’idea è venuta al presidente boliviano Evo Morales il quale, con perfetta coerenza, leader tra i leader, è stanco degli incontri tra leader e propone la prima Conferenza del Popolo sui Cambiamenti Climatici. Niente passerella di capi di stato, soltanto popolazioni indigene, movimenti impegnati nel sociale, ambientalisti e scienziati, praticamente la crema dell’AGW.

Tutto ciò per rispondere all’assenza di decisionismo in cui è naufragato il vertice di CO2penhagen e per restituire al popolo ciò che gli appartiene: il riscaldamento globale. Subito dopo la lettura del classico documento d’intesa finale, seguirà l’approvazione dello statuto dell’Internazionale Socialis…no, scusate, Cambioclimatista.

Dal blog di Piero Vietti sulle pagine de “Il Foglio”.

(originale pubblicato in inglese da Nickie Goomba sul Goomba News Network)

E’ stato celebrato nei giorni scorsi il funerale di un sacerdote in pensione e attivista ambientalista di 70 anni, morto dopo aver pedalato in mezzo a una tormenta di neve per raggiungere il Vertice Mondiale sui Cambiamenti Climatici. Il Canonico Hereward Cooke, responsabile per l’ambiente per la Diocesi di Norwich, è morto nel sonno il 15 dicembre a Copenaghen.

Circa 500 persone hanno partecipato al suo funerale nella Chiesa di San Nicola a Blakeney, dove la sua vita e il suo lavoro sono stati elogiati. Una cerimonia separata si è tenuta presso la Chiesa di San Pietro Mancroft a Norwich per coloro impossibilitati a viaggiare fino a Blakeney a causa della neve. Il Venerabile Jan McFarlane, Direttore delle Comunicazioni per la Diocesi di Norwich, ha detto che le due cerimonie Mercoledì 31/12 sono stati una celebrazione “della vita del Canonico Cooke”.

Il Canonico Cooke abitava a Norwich dal 1989 e divenne fin dall’inizio molto apprezzato. Più tardi fu eletto al Norwich City Council per i Liberal-democratici, e ha sempre parlato su molte questioni ambientali e sociali. In seguito divenne Canonico Onorario della Cattedrale di Norwich, Sacerdote Assistente a San Pietro Mancroft, sacerdote incaricato per la Chiesa di Santo Stefano e leader del suo partito in Consiglio Comunale.

Con la pedalata verso Copenaghen, che gli aveva permesso di raggiungere la capitale danese emettendo il meno possibile di CO2, il Canonico Cooke sperava di raccogliere migliaia di sterline per la campagna sul Riscaldamento Globale lanciata dall’organizzazione caritatevole Christian Aid.

E curioso come a volte capiti di subire la stessa sollecitazione a formulare un determinato pensiero per più volte in pochi giorni, salvo poi dimenticarsene completamente chissà per quanto tempo. Alcuni giorni fa ho partecipato ad un dibattito (non dirò nè come, nè dove, nè con chi), durante il quale tra uno strale e l’altro lanciato tra scapoli e ammogliati, che nella fattispecie erano pro e conto AGW, ho avuto modo di assistere alla meraviglia dei pro che partecipavano per il fatto che, pur in presenza di un minimo solare e di temperature medie globali colte da improvviso bradipismo, le temperature di superficie degli oceani fatichino a scendere. E’ stato simpatico assistere agli sforzi degli altri pro per far comprendere che in realtà il discorso non è così semplice, perchè gli oceani hanno la loro inerzia etc etc.

Dal canto mio ho provato stupore più per il riferimento al ciclo solare, normalmente sfuggito come la peste dai sostenitori del riscaldamento globale antropogenico, che per la perplessità esternata su questo presunto latitante rapporto causa-effetto. Il tutto naturalmente per mettere l’ennesimo accento sul fatto che tutto questo dannato e venefico gas serra che stiamo mettendo nell’atmosfera è ben più forte di qualsiasi altro fattore di forcing. Doppio stupore, in genere anche il fatto che possano esistere forcing diversi da quello antropico è sfuggito come la peste. Ma tant’è, non è di questo che adesso vorrei parlare, quanto piuttosto del fatto che troppo spesso si sente far riferimento al clima come un sistema sì molto complesso, ma di cui in fondo si sa anche che la fisica sottostante al cosiddetto presunto forcing antropico è estremamente semplice e ormai acquisita. In ragione di quella “semplice” fisica, sarebbe evidente che nulla può in questo momento avere più influenza sul nostro clima di quanta ne abbia il forcing della CO2. Purtroppo di semplice in tutto questo c’è solo la dicotomia: se il sistema è complesso -e lo è di sicuro- nulla di quello che lo riguarda può definirsi semplice. Semplificato nelle simulazioni forse sì, ma di sicuro non è la stessa cosa, specie perchè queste faticano parecchio a riprodurlo.

Il secondo episodio è più recente, e riguarda una proficua discussione tra “weather addicted“, nella quale ci si è spinti ad ipotizzare un futuro tutt’altro che caloroso per le temperature medie superficiali (si tratta però di un breve termine climatico), in ragione di alcuni segnali che i pattern della circolazione emisferica avrebbero mostrato negli ultimi mesi. In poche parole, la famosa previsione di un 2010 da picco delle temperature emessa circa un mese fa dallo UK Met Office, avrebbe scarse o nulle probabilità di essere corretta.

Ebbene, la chiacchierata tra scapoli e ammogliati prima e quella tra “weather addicted” poi, mi hanno fatto riflettere: ma qualcuno si è mai posto il problema di immaginare per un momento, anche solo per un momento, cosa abbia significato in passato e potrebbe significare in futuro avere a che fare con un clima che volge al raffreddamento piuttosto che al riscaldamento? Già, perchè del climarrosto sappiamo praticamente quasi tutto (ehm, sapremmo), anche se a volte le uscite come quella del leader africano che lamenta che a casa sua fa caldo per colpa del global warming paiono un po’ eccessive. Sappiamo anche che, per dirla con la Dott.ssa Solomon della NOAA, quello che è secco lo diventerà di più, e quello che è umido pure. Ma del climagelato? Sgomberiamo innanzi tutto il campo dalle semplificazioni. Se delle temperature medie superficiali più alte non determinano necessariamente solo e soltanto caldo, tantomeno farebbero l’opposto delle temperature più fredde.

Direi che in quest’ottica è pressochè inutile guardare al problema a scala globale, visto che, a meno di non possedere il dono dell’ubiquità o di essere Al Gore, che gira il mondo per far proseliti e ovunque vada è inseguito dal blizzard di Fantozzi, solitamente gli uomini vivono in un solo posto, ed è del clima di quel posto che è giusto si preoccupino. Pensiamo al nostro paese. E’ presumibile che potrebbe aumentare la frequenza di occorrenza di episodi freddi, aumentando la percentuale di innevamento sulle zone montuose, e potrebbero avvicendarsi più perturbazioni accentuando la dinamicità dell’evoluzione delle condizioni atmosferiche. Estati più instabili ed inverni piovosi, con tutte le conseguenze del caso.

Una domanda retorica e azzardata allo stesso tempo: ma non vi sembra che questo stia già accadendo? Bella scoperta, direte voi. Questa è proprio l’accentuazione dei fenomeni estremi causata dal riscaldamento globale! Interessante obiezione, peccato che arrivi quando da circa dieci anni le temperature hanno smesso di aumentare e da quindici non hanno un trend statisticamente significativo.

Sarà, ma penso che se si trovasse il sistema per liberare le serie di temperatura dal bias urbano e dai “massaggi” cui son incessantemente sottoposte per passare dalla rappresentatività puntuale a quella areale, si scoprirebbe non solo che non sono aumentate tanto quanto si crede, ma anche che da qualche anno, e per qualche altro anno ancora, sono diminuite e diminuiranno più di quanto i termometri possano e potranno testimoniare.

Perdonatemi la solita chiosa in argomento CO2penhagen (lo so, è una gran noia, ma ci vorrà un po’ per disintossicarsi), ma penso che al riguardo il nulla di fatto della decisione finale del vertice possa essere interpretato positivamente, perchè se in qualche modo si fosse trovato il sistema di far scendere anche di pochissimo le emissioni e dunque (ancora più improbabile) anche la concentrazione di CO2, qualche benpensante avrebbe nel tempo trovato il coraggio di dire che la virata al ribasso delle temperature ne sarebbe stata la diretta conseguenza. E invece così, piuttosto paradossalmente, il fattore antropico cesserà di esistere per evidente “naturale” inferiorità. Certo ci sarà costato qualche miliardo di Dollari o Euro ma, evidentemente, non se ne poteva fare a meno.

E’ curioso come i meccanismi che hanno generato una smisurata moltiplicazione delle risorse diponibili per la scienza del clima, abbiano finito per prendere su di essa il sopravvento, prima favorendo una campagna mediatica senza precedenti e colmando il vertice di CO2penhagen di aspettative e poi decretandone il fallimento ancora più fragoroso.

Pur essendo frutto di una lunga preparazione, si può dire che il clamore attorno al cambiamento climatico sia iniziato solo quando i media hanno deciso di sposarne la causa senza condizioni, e questo è accaduto in tempi relativamente recenti, subito dopo la pubblicazione del Rapporto Stern, ovvero di quel documento generato su commissione del governo britannico, che metteva l’accento sul prezzo che il pianeta dovrebbe pagare in ragione di una supposta deriva catastrofica del clima. Questo ha segnato l’ingresso di questa problematica nei salotti buoni della finanza e della politica internazionali.

Di lì in avanti, con la complicità tutt’altro che casuale della pubblicazione del 4° Rapporto dell’IPCC si è smesso di parlare di scienza del clima, piaccia o no ritenendo che questa fosse ormai definita, spostando la discussione sugli aspetti finanziari e politici. In questi ambiti, molto più che in quelli prettamente scientifici, tutti hanno ovviamente il diritto di dire la loro, ma è evidente che gli orientamenti di poche potentissime realtà economiche contino molto più di quelle di tutti gli altri.

E a CO2penhagen i potenti si sono fatti sentire eccome. Infatti, per quanto per ben due settimane si sia lasciata la possibilità pressochè a tutti e 192 i paesi rappresentati, alle NGO intervenute a vario titolo ed alle grandi e piccole organizzazioni ambientaliste intervenuti di dire la propria, i giochi sono stati fatti soltanto nelle ultime ore, e la regia è stata unica.

Leggendo questo articolo di Mark Lynas, uscito sul Guardian il 22 dicembre scorso, si capisce che in realtà, trama, soggetto, sceneggiatura e finale del film sarebbero stati scritti con largo anticipo, secondo il più classico dei copioni. Il problema c’è, lo sappiamo, ma siccome siamo i paesi ricchi e tali vogliamo rimanere, non abbiamo nessuna intenzione di scendere a patti con quelli meno fortunati (o furbi?) di noi, perciò non se ne fa nulla. Il punto però è che i cosiddetti paesi ricchi ormai non sono più tali, e le chiavi della cassaforte li hanno altri. A guidare il summit verso l’insuccesso sarebbe quindi stata piuttosto la Cina che, pur fortemente impegnata sul piano economico nello sviluppo e nella produzione di tecnologie rinnovabili, non avrebbe alcuna voglia di spingere sull’acceleratore della decarbonizzazione, nè autonoma e spontanea, nè a maggior ragione partecipata nel contesto di un accordo che preveda una supervisione esterna e sovrannazionale.

Ma la strategia adottata, tra tira e molla nei negoziati, tra annunci entusiastici e passi indietro, culminata poi con l’opposizione all’assunzione di responsabilità non solo propria ma anche altrui, sarebbe stata interamente volta ad evitare che il mondo potesse leggere le loro carte, individuando piuttosto un altro colpevole, cioè quello del copione.

Saranno effettivamente andate così le cose?  L’autore dell’articolo dice di averlo visto con i propri occhi e lo scenario sembra plausibile. Chissà. Una cosa è certa, il miraggio della finanza internazionale ha promosso la scienza del clima e la realtà della stessa ha finito per bocciarla, con buona pace di chi già guarda al prossimo summit per rinnovare il copione.

Basta dare i numeri. I sistemi per estrarli sono numerosi, alcuni tecnologici, altri più tradizionali, ma il risultato finale non può cambiare. Se nessun fortunato imbrocca la giusta combinazione il tabellone fa man bassa. Del resto è quello che ha le maggiori possibilità.

Nella nostra tombola il tabellone lo amministra l’IPCC, che di numeri se ne intende al  punto di aumentare di un fattore 100 il quoziente di una divisione e sottrarre circa trecento anni ad una previsione. Parliamo di ghiacciai, più precisamente quelli dell’Himalaya. L’argomento non è nuovo, nè sarebbe di per sé particolarmente topico perchè al riguardo l’IPCC ha detto solo qualcosa nel suo 4° Rapporto, più precisamente nel capitolo redatto dal Working Group II. Quel qualcosa non ha fatto scalpore a suo tempo e non ha nemmeno trovato posto nel Summary for Policy Makers. Questo il testo:

“Glaciers in the Himalaya are receding faster than in any other part of the world (see Table 10.9) and, if the present rate continues, the likelihood of them disappearing by the year 2035 and perhaps sooner is very high if the Earth keeps warming at the current rate. Its total area will likely shrink from the present 500,000 to 100,000 km2 by the year 2035 (WWF, 2005).”1

I numeri in questione sono quelli della data: 2035, anno previsto di completa (o quasi) sparizione dei ghiacciai himalayani, data la persistenza del rateo di crescita delle temperature.

Però, prima di entrare nel merito del gioco occorre fare una premessa che ci aiuta a contestualizzare l’argomento. Questa previsione è particolarmente importante perchè ad essa si collega direttamente tutto il discorso della disponibilità idrica delle zone a valle della catena montuosa, disponibilità che sempre nelle previsioni, sarebbe sconvolta se dovesse venir meno l’alimentazione che i ghiacciai garantiscono al fiume Gange. Inoltre, questi problemi sono venuti recentemente alla ribalta nel corso delle negoziazioni a CO2penhagen, perchè il governo indiano, poco disposto a far concessioni in materia di riduzione delle emissioni, avrebbe fatto sapere che le determinazioni dell’IPCC siano state inesatte ed eccessivamente pessimistiche, suscitando ovviamente le ire del Presidente del Panel, il quale dal canto suo non ha esitato a far notare che quelle affermazioni avessero scarso fondamento scientifico, ovviamente difendendo la sua organizzazione.

Fondamento scientifico, ovvero supporto di studi passati attraverso il processo di revisione paritaria, proprio quel meccanismo che giustamente l’IPCC ritiene imprescindibile e dichiara di adottare senza condizioni per la stesura dei suoi rapporti.

Diamo quindi un’occhiata ai riferimenti bibliografici delle frasi contenute nell’AR4 su questo argomento. E’ facile, il riferimento è unico: WWF 2005. Si tratta di un progetto del WWF2 non sottoposto al processo di revisione. Primo problema e prima deroga alle regole che il Panel si è dato. Leggiamo però nel rapporto in questione che l’informazione viene da un’altra fonte ancora, per cui si tratta di una citazione addirittura indiretta e, più precisamente, un rapporto3 del 1999 del Working Group on Himalayan Glaciology (WGHG) dell’International Commission for Snow and Ice (ICSI) ed un articolo uscito sulla rivista New Scientist. Leggendo quest’ultimo ci si rende conto che fa anch’esso riferimento al rapporto del WGHG-ICSI, per cui non si tratta di una fonte indipendente, mentre nel documento d’origine del 1999 non c’è traccia di alcuna data di prevista scomparsa dei ghiacciai, nè si fanno paragoni tra il rateo di diminuzione di quei ghiacciai e quello di altre zone del pianeta.

Però l’IPCC faceva riferimento ad una tabella contenente i ratei di ritiro di 8 ghiacciai. Tra questi c’è n’è uno che nel periodo 1845-1966 si sarebbe ritirato di 2840mt, ad una velocità di 134 m/anno. Fate due conti, 2840/121 (tanti sono gli anni in questione), fa 23,47 non 135,23. Evidentemente chi tirava la tombola deve aver diviso per 21 invece che per 121. Una svista che fa una bella differenza direi. Il numero giusto è parecchio meno catastrofico nevvero? La doverosa verifica non è stata semplice, credevo di aver scaricato a suo tempo tutto l’AR4, ma invece ho spesso fatto riferimento al materiale on-line. Purtroppo ora tutti i report IPCC sono disponibili sull’omonimo sito, mentre il link a quello del WG2 II non funziona (magari domani sarà possibile visitarlo). Ad ogni modo sono certo che sia stata una svista e chissà da quanto tempo è stato corretto, anche se la copia del Cap.10 che ho trovato in rete (comunque da fonte ufficiale) contiene effettivamente l’errore.

 

 

Ci sono anche altre istituzioni però che hanno riportato le stesse previsioni. Una in particolare è l’Indian Environmental Portal (IEP) che, nel 1999 pubblica un articolo che recita così:

“”Glaciers in the Himalaya are receding faster than in any other part of the world and, if the present rate continues, the likelihood of them disappearing by the year 2035 is very high,” says the International Commission for Snow and Ice (ICSI) in its recent study on Asian glaciers. “But if the Earth keeps getting warmer at the current rate, it might happen much sooner,” says Syed Iqbal Hasnain of the School of Environmental Sciences, Jawaharlal Nehru University, New Delhi. Hasnain is also the chairperson of the Working Group on Himalayan Glaciology (WGHG), constituted in 1995 by the ICSI.

“The glacier will be decaying at rapid, catastrophic rates. Its total area will shrink from the present 500,000 to 100,000 square km by the year 2035,” says former ICSI president V M Kotlyakov in the report “Variations of snow and ice in the past and present on a global and regional scale”.” 

Molto simile a quanto letto nell’AR4, tanto da sembrarne proprio la fonte originale; più che ricerca peer-reviewed dovremmo dire il frutto del libero pensiero di un ricercatore indiano, cui si aggiunge un’altra fonte, quella dell’ex presidente dell’ICSI, che fa riferimento ad un rapporto con i contenuti che seguono4:

“The degradation of the extrapolar glaciation of the Earth will be apparent in rising ocean level already by the year 2050, and there will be a drastic rise of the ocean thereafter caused by the deglaciation-derived runoff (see Table 11 ). This period will last from 200 to 300 years. The extrapolar glaciation of the Earth will be decaying at rapid, catastrophic rates— its total area will shrink from 500,000 to 100,000 km2 by the year 2350. Glaciers will survive only in the mountains of inner Alaska, on some Arctic archipelagos, within Patagonian ice sheets, in the Karakoram Mountains, in the Himalayas, in some regions of Tibet and on the highest mountain peaks in the temperature latitudes.” (grassetto mio)

Si parla dei ghiacciai extra-polari, ipotizzandone la drastica riduzione dopo 350 anni, non 35! Per di più rimarcando che qualche ghiacciaio resterà, tra l’altro, proprio sulla catena Himalayana.

Alla fine, l’IPCC si è basato su una fonte di seconda mano non sottoposta a revisione paritaria, che a sua volta si basa su citazioni provenienti da uno studio, presumibilmente peer-reviewed, che però produceva risultati diversi di appena un fattore 10.

Tuttavia, come detto in apertura, questa affermazione non ha fatto molto scalpore inizialmente. E’ però un fatto che sia diventata una convinzione comune che i ghiacciai dell’Himalaya siano destinati a scomparire entro il 2035. A questo search di google, trovate un discreto numero di risultati, comprendenti tanto i rilanci della stampa sopraggiunti nel tempo, quanto la recente diatriba sollevatasi in quel di CO2penhagen. In particolare la pietra dello scandalo, più che l’errore di allora, sembra essere stato il rapporto presentato dal governo indiano che lo ha smentito, perchè il Presidente dell’IPCC, secondo un articolo uscito sul Guardian, avrebbe reagito dicendo che si trattava di materiale non sottoposto a revisione paritaria e con uno scarso numero di citazioni scientifiche, aggiungendo delle considerazioni non proprio di livello accademico: 

“With the greatest of respect this guy retired years ago and I find it totally baffling that he comes out and throws out everything that has been established years ago.”

Decisamente una nobile gara. Certamente l’AR4 può vantare miriadi di fonti autorevoli ma, nel caso specifico e alla luce di quanto è accaduto, sembra proprio che questa fosse l’occasione per tacere.

Tuttavia, volendo continuare ad aver fiducia nel confronto tra pari, è bene notare che Science ha pubblicato una news in cui si cerca di tirare le somme dello stato dell’arte scientifico intorno a questo argomento, affrontando anche il tema dell’impatto di una eventuale diminuzione dell’apporto idrico nella regione del Gange. Il risultato è che l’apporto dei ghiacciai è stimato più o meno sul 3-4% del totale, mentre tutto il resto lo fanno le piogge monsoniche. Finchè continueranno ad esserci i monsoni, continuerà ad esistere il Gange per come lo conosciamo, questa una delle valutazioni incluse nell’articolo.

Ma, con riferimento al clima, Science è sempre ottimamente bilanciata come rivista (sono serio, lo giuro), per cui nell’articolo si includeva doverosamente anche un’altra affermazione:

“Any suggestion that the retreat of Himalayan glaciers has slowed is “unscientific,”. The Indian government has an “ostrichlike attitude in the face of impending apocalypse.”

Ipse dixit, apocalisse. Questa frase è dello stesso autore citato dall’articolo dell’IEP, praticamente una one man band. Quanti erano gli scienziati del consenso, 2500? Che si fa si divide per 121 o si riduce tout court di un bel fattore 10?

 

NB: Grazie a Maurizio Morabito per avermi segnalato la fonte da cui ho tratto queste informazioni.

  1. IPCC AR4 WG2 Ch10, p. 493 []
  2. http://assets.panda.org/downloads/himalayaglaciersreport2005.pdf []
  3. http://www.cryosphericsciences.org/docs.html#ICSI1999 []
  4. http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.128.751&rep=rep1&type=pdf []

Mi contraddico subito. C’e’ almeno un punto del documento approvato a Copenhagen che merita un commento. Perche’ mettere per iscritto che la temperatura globale nel 2050 non deve aumentare di 2°C è una stupidaggine che dimostra che chi ha scritto il Copenhagen Accord non capisce molto di scienza. E in quel testo, la stupidaggine e’ presente due volte:

  • “recognizing the scientific view that the increase in global temperature should be below 2 degrees Celsius”
  • “reduce global emissions so as to hold the increase in global temperature below 2 degrees Celsius”

E cioe’

  • riconoscendo l’opinione scientifica che l’aumento della temperatura globale dovrebbe essere sotto 2 gradi Celsius
  • ridurre le emissioni globali in mondo da contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi Celsius

L’unico accordo sensato deve per forza di cose limitarsi a considerare l’effetto delle sole forzanti antropogeniche, e dire che nel 2050 quelle non debbano arrivare a forzare +2°C “da sole”. Sulle forzanti non-antropogeniche non possiamo infatti farci niente, visto che per definizione non sono causate dalle attivita’ umane, anzi la loro esistenza implica che “prevedere” che il clima nel 2050 veda una temperatura globale aumentata di 1°C, 2°C, 4°C o diminuita di altrettanto, e’ solo un esercizio di cui abbiamo idee molto vaghe.

E infatti:

(1) In un articolo su PNAS del 17 settembre 2008, Ramanathan e Feng parlano di come “evitare pericolose interferenze antropogeniche” e dicono che “il praticamente inevitabile (“committed”) riscaldamento si puo’ evincere dalle stime IPCC piu’ recenti riguardo la forzante da gas serra e la sensitivita’ del clima (a tale forzante)“.

(2) Su RealClimate il 31 gennaio 2006, Gavin Schmidt parla si’ di 2C di riscaldamento, ma da forzanti antropogeniche, come scrive egli stesso in risposta al commento 13:

l’intero ammontare della proiezione di aumento della temperatura di 3.6C (o di qualsivoglia altro valore) riguarda le forzanti legate alle attivita’ umane (visto che non possiamo predire cambiamenti futuri nell’attivita’ solare o vulcanica

(3) Su RealClimate il 28 ottobre 2009, Schimidt ribadisce il concetto: non e’ possibile (al momento? o chissà se mai…) fare previsioni ultradecennali sul clima. C’è forse qualcuno che la pensa altrimenti?

Un punto preoccupante sono le affermazioni che sembrano prendere per buona l’idea che (le previsioni decennali e ultradecennali) siano alla portata di mano – che previsioni (climatiche) di buona qualita’ sulla scala di un decennio o piu’ siano in qualche maniera garantite – se solo viene costruito un nuovo Centro Ricerche, o se viene usato un computer piu’ veloce

(4) Michael Mann si occupa dei “2°C” sempre su PNAS, il 20 Marzo 2009. Dovrebbe essere chiaro a tutti (ma evidentemente, non lo è) che a interessarlo è un limite di +2°C riguardo la DAI (“dangerous anthropogenic interference”, “interferenza antropogenica pericolosa”) e non, come ingenuamente scritto nel Copenhagen Accord, la temperatura del pianeta nel 2050:

“Even those who ‘‘feel lucky’’ would thus find it hard to abide a definition of DAI much >2°C”

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Di quale sara’ mai la temperatura del pianeta nel 2050, ne abbiamo solo una vaghissima idea. Esistono altre forzanti, oltre a quelle GHG, alcune piu’ facili da stimare, altre praticamente impossibili, se non considerando dei tempi molto lunghi. Tutte queste altre forzanti sono per definizione non-antropogeniche e ne’ io, ne’ il piu’ acerrimo cambioclimatista, ne’ il Presidente Obama possiamo fare niente per cambiarle.

E’ per questo che firmare un accordo che fa pensare che siano controllabili e’, fantozzianamente, una “Corazzata Potemkin”.

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ADDENDUM 22 Dic 17:50GMT:

Tengo a precisare che non mi riferisco a un’eventuale assenza di incertezze (anche se mi piacerebbe fare un sondaggio fra i World Leaders e vedere quanti capiscono esattamente di cosa si stia parlando). Quello che mi suona particolare e’ invece che vengano scritte nell’Accordo delle assurdita’ in maniera cosi’ spensierata.

Il testo dell’Accordo dice testualmente (enfatizzo le parti qui rilevanti):

l’aumento della temperatura globale dovrebbe essere sotto a 2 gradi Celsius

Nell’articolo 2 della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), menzionato nell’Accordo c’e’ scritto:

stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello che dovrebbe prevenire un’interferenza antropogenica pericolosa nel sistema climatico

Nel Preambolo della stessa Convention ci si dichiara:

Preoccupati del fatto che le attività umane hanno sostanzialmente aumentato le concentrazioni atmosferiche di gas serra, aumentando con esse l’effetto serra naturale, e che questo comporterà in media in un ulteriore riscaldamento della superficie terrestre e dell’atmosfera e potra’ avere effetti negativi sugli ecosistemi naturali e sull’umanità

Interferenza antropogenica” e “ulteriore riscaldamento“….cos’e’ dunque questo misterioso “l’aumento della temperatura globale” che in un colpo solo cancella dall’esistenza ogni altra forma di riscaldamento e raffreddamento e da’ spazio alle solite battute sul “per piacere potete regolare il termostato 0.1C piu’ basso “??

Insomma invece di utilizzare il linguaggio gia’ stabilito l’Accordo se ne e’ inventato uno nuovo, diplomaticamente assurdo perche’ confuso e quasi incomprensibile. Chissa’ perche’, l”Accordo e’ scritto proprio malissimo, come se chi lo ha compilato non avesse alcuna idea sul fatto che la forzante GHG e’ una ma non la sola, e non avesse dato alla UNFCCC altro che una occhiata distratta. E dire che sarebbe bastato scrivere

(a) “increase in global temperature due to anthropogenic interference below 2 degrees Celsius” – “aumento della temperatura globale dovuto a interferenza antropogenica inferiore a 2 gradi Celsius

oppure, se proprio vogliamo fare i pignoli e seguire la Convention

(b) “additional warming below 2 degrees Celsius” – “ulteriore riscaldamento sotto i 2 gradi Celsius

sarebbe anche stato passabile l’equivalente meno pignolo

(c) “additional increase in global temperature below 2 degrees Celsius” – “ulteriore aumento della temperatura globale sotto 2 gradi Celsius

Ma Pachauri dov’era quando si scrivevano certe cose?

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NB: Questo post è uscito sul Tafano Climatico  il 22.12.2009