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Allarmismo controproducente o produttivo?

“Non esiste opinione, per quanto assurda, che gli uomini non abbracceranno prontamente non appena essi giungano alla convinzione che sia accettata universalmente.”

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

[photopress:CO2_CONC_MAUNA_LOA2.png,thumb,alignleft]Una breve ma autorevole introduzione che potrebbe aver ispirato gli studi condotti dal Prof. Mike Hulme dello UK Tyndall Centre, sulle reazioni del pubblico alle catastrofi che i media continuano a dipingere sul futuro del clima. Se i messaggi sono eccessivamente carichi di accenti estremi si finisce per ritenere che al problema prima o poi si possa trovare una soluzione, ma non ci si riconosce come attori principali delle azioni da intraprendere, quanto piuttosto come coloro che le subiranno. Come dire che un’opinione universalmente riconosciuta, se è troppo problematica finisce per essere scaricata, quanto meno nelle azioni. Come dire che se il problema viene massimizzato le soluzioni vengono minimizzate e finiscono per assumere una dimensione che sfugge a chi dovrebbe essere informato.

Non tutta la colpa però e del sistema informativo, che da un lato ha il sacrosanto diritto di affrontare con grande enfasi un argomento topico e quindi per sua natura ineludibile, dall’altro vi riconosce un’allettante opportunità di business. Parte della responsabilità è anche nella forma con cui alcuni addetti ai lavori prospettano il problema delle variazioni del clima, dimenticando o omettendo di trattare con enfasi pari ai lanci delle prospettive catastrofiche, anche le basi su cui poggiano tali argomentazioni.

Nei modelli di simulazione i risultati rispecchiano le ipotesi di partenza e, con riferimento al clima, queste ipotesi sono spesso congetturali. In prima istanza appare azzardato ritenere che la tendenza al mutamento del clima sia da imputare in via esclusiva all’effetto antropico, quando è più probabilmente frutto di una concomitanza di fattori, ivi compreso quello appena citato che pure ha probabilmente un peso importante. Quale sia questo peso però non è facilmente determinabile, si tratti di aumento dell’effetto serra, sfruttamento del territorio o urbanizzazione. Con riferimento ai gas serra infatti appare difficile interpretare il comportamento pressoché lineare dell’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera nell’ultimo secolo e più, con un aumento complessivo della temperatura di 0,6°C nello stesso periodo che ha però avuto un andamento molto meno lineare.

[photopress:Temperatura.JPG,thumb,alignleft] Comunque l’effetto antropico è in bella evidenza e, per la determinazione della situazione futura, appare necessario comprendere quali quantità di gas ad effetto serra saranno emessi in atmosfera, ovvero devono essere identificati degli scenari economici e produttivi, nonché l’intensità energetica degli stessi (Lawson -2006).

Nelle simulazioni dell’IPCC si assume un livello di crescita economica globale auspicabile ma decisamente improbabile; in pratica alla fine del secolo i paesi attualmente in via di sviluppo dovrebbero avere degli standard di vita in termini di Pil pro capite pari a quelli dei paesi industrializzati. A garanzia di tale crescita ci sarebbe la persistenza di un impiego sfrenato di combustibili fossili, i quali però potrebbero non essere disponibili. In tutti gli scenari prospettati si ipotizza un consumo di petrolio, gas e carbone superiore alla quantità realisticamente prelevabile dal pianeta. Certamente qualora tali scenari dovessero avverarsi e la temperature continuasse ad aumentare, entrerebbero comunque in gioco altri fattori come le emissioni di metano dal permafrost in disgelo, l’ulteriore deforestazione e la diminuzione della capacità degli oceani di assorbire anidride carbonica, complicando ulteriormente la situazione. Sta di fatto che le basi di queste simulazioni contengono delle ipotesi poco realistiche.

Tuttavia questi scenari ad oggi sono il meglio che abbiamo e, dato che costituiscono le ipotesi dei modelli, si deve cercare di renderli più realistici per ottenere delle proiezioni più attendibili che orientino correttamente le decisioni piuttosto che alimentare annunci a sensazione, altrimenti tutto si risolverà in una crescita esponenziale dei costi energetici, ed i paesi già sviluppati sposteranno le loro attività produttive dove non solo il lavoro, ma anche l’energia sarà più a buon mercato. Questo sposterà l’asse economico del pianeta – che è già in cammino verso est e non è detto che così non debba essere -, ma il bilancio totale delle emissioni resterà invariato con buona pace dello scopo che ci si prefigge, cioè alleggerire la nostra impronta ambientale.

Con il tipico atteggiamento del coccodrillo triste le società occidentali stanno lentamente virando verso un comportamento più virtuoso, almeno nei propositi. Nei fatti un po’ meno in verità, visto che ci si propone (non dispone) di ridurre le emissioni di gas serra entro il 2050 al 50% dei valori del 1990, mentre nella maggior parte dei paesi (molti) che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto queste hanno costantemente continuato ad aumentare piuttosto che iniziare a diminuire; per non parlare dei paesi (pochi ma buoni) che in Kyoto non hanno voluto o potuto credere.

Un aumento che pagheremo in termini di costi dei provvedimenti di correzione che sottrarranno risorse allo sviluppo di fonti di energia alternative, e diverranno tali da risultare impopolari se non inattuabili facendoci mancare l’obiettivo. Quale? Contenere l’aumento di temperatura entro limiti accettabili, definiti sulla base di un andamento pregresso conosciuto ma poco chiaro e proiezioni di comportamento futuro che poggiano su fondamenta congetturali…

C’è un po’ di confusione, non vorrei che le urla degli annunci a sensazione servissero a non essere capiti.

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Published inAttualità

13 Comments

  1. […] fa abbiamo già affrontato il tema delle risorse energetiche, sia per quel che riguarda la loro disponibilità, sia per la necessità di diversificazione e, ove possibile, rimozione di alcuni tabù che, con […]

  2. Roberto1978

    Il problema è che sembra che ora TUTTI siano esperti e vogliono fare qualcosa per l’ambiente, ad esempio ora anche la politica vuole occuparsi di climatologia dai media le sento di tutti i colori ormai, la disinformazione parte proprio da loro.
    Se solo la gente comune leggesse questi articoli forse capirebbe molto di + e parlerebbe meno a sproposito, in particolre i media.
    Ciao a tutti.

  3. Chiara D.G.

    Il problema del mondo della comunicazione è che, dopo essere partito con i migliori propositi divulgativi, ha scoperto nell’allarme clima la gallina dalle uova d’oro. E via ai catastrofismi da film americano basati su teorie, come sottolinea Guidi, che, a volte, lasciano un po’ il tempo che trovano. Sembra quasi che l’industrializzazione dei paesi orientali stia diventando un po’ lo “spauracchio” delle grandi potenze dell’occidente e che il lato ricco del mondo, più che temere i danni climatici, tema di più il sorpasso in termini economici.
    Le cause antropiche sono indubbie ma chi le mette al primo posto cerca di spostare il problema più che sulle soluzioni sulle responsabilità. Insomma: siamo rivolti dalla parte sbagliata, guardiamo indietro invece che avanti. L’eolico, il fotovoltaico ecc. sono tutte risorse sulle quali si potrebbe puntare di più invece di star lì a parlare di cose ormai assodate. Il problema c’è ma stiamo perdendo tempo a dissertare di massimi sistemi invece di agire. Che questo “temporeggiare” faccia comodo a chi sta cercando di “raschiare il fondo del barile” per ricavare il più possibile prima che sia troppo tardi? Forse non sarà così, ma nel frattempo la gente, pensando che i media ci abbiano detto tutto, cambia canale e guarda il grande fratello.

  4. Paolo Zamparutti

    il catastrofismo è estremamente commerciale, secondo me i mezzi di informazione hanno in genere poco da spartire con la scienza non riuscendo ad uscire da quella logica, meglio blog come questi e riflessioni ponderate

  5. Lorenzo Fiori

    Si certo: è fuori discussione che il problema energetico risolverà quello
    ambientale, però nessuno lo dice preferendo invece il ‘catastrofismo’.

  6. Paolo Zamparutti

    condivido appieno l’articolo, e comunque credo che la crisi energetica precederà quella ambientale.

  7. Lorenzo Fiori

    L’impressione è che il sistema climatico viene considerato alla stregua di un ‘giocattolo’ che può essere riaggiustato in qualsiasi momento e per questo la questione Global Warming è considerata dai vari governi meno importante di quello che gli scenziati vogliono far credere: cioè in sostanza credo ci sia un forte scetticismo sui metodi e sui risultati di indagine della scienza quando questa va a studiare cose molto complicate come ad esempio l’atmosfera…. e a ciò certo non giova il banale ‘.
    catastrofismo’.
    Inoltre si è dell’idea che i vantaggi dell’industrializzaione siano di gran lunga superiori agli svantaggi derivanti dai cambiamenti climatici e qui la questione può essere risolta solo ‘prendendo coscienza’ del reale problema, cosa che però è di competenza dei climatologi professionisti e non certamente del politico e tantomeno del semplice cittadino. Una sorta di vicolo chiuso….

  8. Stefano De C

    Comunque sì, il permafrost in sciolgimento libererebbe molta CO2, c’è il rischio che potrebbero venir vanificati gli sforzi (seppur pochi) che si stanno rpovando a fare?

  9. Stefano De C

    Buon articolo, molto condivisibile

  10. Marco F.

    Sono daccordo che l’eccessivo allarmismo possa essere controproducente e che le proiezioni future siano assai incerte, però a vedere il secondo grafico l’aumento delle temperature sembrerebbe essere maggiore di 0,6 gradi (o sbaglio?) e comunque la comunità scientifica giustifica la non linearità delle temperature ed in particolare il leggero calo a metà della curva con l’effetto degli aerosol che sempre di origine antropica sono….

  11. Davide Depaoli

    Condivido pienamente con quello che dice GUIDI,infatti molte parole pochi fatti e noi occidentali non riduciamo niente o poco

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